Non si sa come – Atto terzo

Non si sa come – Atto terzo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo


Non si sa come - Teatro Argentina, Roma, 1935    Atto Terzo

        Stanza in casa di Romeo Daddi, la mattina dopo (È lasciata agli interpreti l’attuazione d’una scena che risponda all’animo del protagonista e al mo­mento dell’azione.)

        Sono in iscena Romeo e Bice. Romeo è seduto, assorto, turbato, impaziente. Bice gli è presso, costernata, supplichevole.

        BICE: Dammi ascolto, per carità, Romeo. Giorgio a momenti sarà qui.

        ROMEO (scrollando le spalle): Ma sì! Mi dispiace soltanto che tardi!

        BICE: Anche per me è cattivo segno!

        ROMEO: Non dico per questo! Sono certo che Ginevra non avrà confessato. Temo di me, che mi stanchi troppo io, aspettando, per una cosa che non ha più per me, ormai, nessuna importanza.

        BICE: Come, nessuna importanza? che dici?

        ROMEO (alzandosi e movendo per la stanza): Per me, nessuna: ne avrà per lui.

        BICE: Ma no, anche per te, scusa! Non ti si può più parlare! Hai pensato che cosa devi dirgli per levargli il sospetto? Con te così –

        ROMEO (fermandosi a guardarla un momento): – me così! sei stata proprio tu –

        BICE: – a farglielo nascere? –

        ROMEO: – no! ero andato jeri a riparare; e tu –

        BICE: – sì, sì, non ho compreso in prima, avevo il sospetto, soprattutto per lei, d’una vera colpa –

        ROMEO (fermandosi di nuovo, con forza): – ma è – non nostra – stando al fatto, è – e la più nefanda – se restiamo qua, nelle relazioni della vita, e sco­priamo chi ero io, chi era lei, per Giorgio, per te, quando, dov’è stato: im­perdonabile! Il fatto, insomma, il fatto.

        BICE: Non si deve appunto scoprirlo!

        ROMEO (si rimette a passeggiare): Brava! L’hai voluto scoprire tu, proprio tu!

        BICE: Se lei, invece d’ostinarsi a negare, si fosse confidata –

        ROMEO (infastidito): – ancora questa sciocca pretesa, che lei ti confessasse –

        BICE: – ma se è così, senza colpa, come tu dici, e senza rimorso – poteva –

        ROMEO (rifermandosi): Possiamo allora confessarlo anche a Giorgio –

        BICE: No! Che c’entra Giorgio!

        ROMEO: È lo stesso! (Torna a sedere.)

        BICE: Io sono donna, è un’altra cosa: a me donna –

        ROMEO: Tra voi donne, difatti, vi confessate cose –

        BICE: – questa sarebbe stata a fin di bene, e nel suo stesso interesse – poteva, poteva –

        ROMEO: Lei no! Io, posso. Lei, non vedi? è così chiaro che vuole ancora re­starci, radicata –

        BICE: Dove, restarci?

        ROMEO: Nella vita. A qualunque costo. Perché è ammessa, nella vita, ammessa da tutti, stabilita, la necessità di mentire, e diventa così facilmente abitudine il non veder più la propria menzogna. Tanto più poi per lei a cui può far così comodo affermarsi in piena coscienza, senz’affatto mentirsi, d’esser senza alcun rimorso perché veramente non ha voluto la colpa.

        BICE: Ma anche tu!

        ROMEO: Per me è anche un’altra cosa. Io ne vedo ormai la ragione – terribile – e non posso più negarla. Devo fare al contrario di lei: negare le relazioni, io: le relazioni che mi fanno colpevole. Ecco la condanna: l’ho trovata; mi ci sono tanto impazzito, che l’ho trovata; e ora sono calmo. (Torna ad alzarsi.)

        BICE: La condanna?

        ROMEO: Sì, sì: negare la vita.

        BICE: Ma che dici? vorresti ucciderti?

        ROMEO: No, dico anzi se voglio seguitare a vivere! Negarmi la vita degli altri, la vostra, dove, se resto ancora, costretto a mentire, sono colpevole.

        BICE: E che vuoi fare allora? Per non mentire, scoprire a Giorgio…?

        ROMEO: No, niente a Giorgio: non ne ho il diritto.

        BICE: Ah, ecco!

        ROMEO: Mi basta averlo scoperto a me stesso! Ce n’è voluto! Due esperienze! E quest’ultima!… Se quel ragazzo è morto, almeno questi altri due, Giorgio e Ginevra, devono vivere.

        BICE: Giorgio! Giorgio, sì!

        ROMEO: Anche lei, Ginevra, che lo vuole con tanta violenza, e ha ragione: se può ancora affermarne il diritto.

        BICE: E tu?

        ROMEO: Lo vedrai.

        BICE: Non intendo ancora che vuoi fare!

        ROMEO: Te l’ho detto. Intanto, salvare, salvare i due. (Siede di nuovo.)

        BICE: Bene, allora senti quello che ti voglio dire. Avrai visto che io jersera ho cercato subito di riparare; perciò ti dicevo «con te così», eccitato com’eri, non so se ti sei accorto: ho lasciato intendere a Giorgio, ch’ero andata io, iaa confidare a Ginevra, una cosa accaduta a me, realmente, con Respi. Giorgio, hai sentito, non ci crede. Ma son sicura, come te, che Ginevra non parlerà: si sarà Certo attaccata al giuramento che io le ho gridato d’avermi fatto, per non parlare di nulla. Se non è stupida, dovrebbe trovar modo di venircelo a dire per prevenirci, che Giorgio non si serva della trappola solita, di venirci adire che lei gli ha invece confessato tutto. Ma questo no. Se Giorgio viene, è già la prova che lei non ha confessato nulla. Ó verrebbe soltanto per ucciderti. No, no. Dunque resta inteso – mi senti?

        ROMEO: Sì, ti sento. Che cosa?

        BICE: Vedi che non hai inteso?

        ROMEO: Sì, ho inteso.

        BICE: Che si tratta di me?

        ROMEO: Sì, di te. È possibile.

        BICE: No, caro, per lui no! lui non lo crede possibile. Bisogna farglielo credere.

        ROMEO: Ma non importa che lui non lo creda! Basta che sia sicuro che lo credo io; ed è facile seguendo la via per cui mi sono messo: inventare qualcosa che gli dia la certezza e gli faccia toccar con mano che viceversa tu sei la colpe­vole e io non sono più pazzo. Facilissimo, vedrai: se tu vuoi ajutare così, per lui, e non neghi più. Arriveremo a una prova di fatto, anche per te, innegabile, e gli daremo piena soddisfazione. Questo non ha importanza, credi. Il più grave, Bice, il più grave è per me.

        BICE: Che, per te? il dover mentire, ora che sai?

        ROMEO: No. Io non so nulla. Io so quello che tu mi dici. E il resto lo imma­gino.

        BICE: Romeo, che intendi dire?

        ROMEO: Che quel che c’è in noi d’umano, e che sappiamo, Bice, è veramente il meno.

        BICE: Ancora non mi vuoi credere per davvero?

        ROMEO: «Per davvero»! Ma che dici?

        BICE: Che io…

        ROMEO: Ma sì, ti credo. È che tu stessa, cara, non puoi «per davvero» sapere. (Le prende con amore le mani.) Io sto a guardarti. Sei così bella, Bice. Ora come mai. Così mite. Limpida, è vero, come dice Giorgio. Cari, cari occhi sereni. (La mira intento negli occhi, e scorgendo che ella ha tutto il suo amore ferito e dolente nei suoi, le dice:) Sì, cara, sì! Ma la felicità, guarda­tene! sempre qualche cosa di troppo, cara, d’inatteso e terribile, quando ci avviene: scoppieranno le tempie, o finirà tutto, purtroppo, cecamente, in un fremito animalesco, o peggio, peggio, così, ti metterai a piangere, cara, da non poterti più trattenere.

        BICE: Romeo! Romeo!

        ROMEO: Basta, basta. Vedrai che queste lagrime ora ci serviranno, per lui, per persuaderlo.

        BICE: Sì, sì: avrò pianto, avrò gli occhi rossi per tutte le cose orribili che m’a­vrai detto!

        ROMEO: E tu eri Bice! E io chi sa chi ero! Ora, un momento fa, quando era­vamo bambini, un momento fa, che non si sapeva più nulla, e t’ho guardata negli occhi. Tu sei così pura, ma vedi, Bice, per tutti i delitti voluti, c’è la condanna della carcere, si va in prigione. Ma per chi non li ha voluti e li ha commessi come me – delitti veri, quest’ultimo per cui sono ancora qua ad at­tendere: aver tradito l’amico ch’era per me un fratello, avergli preso la mo­glie ch’era mia ospite – ti pare che non ci voglia una condanna? Dev’esserci! E io l’ho trovata. (Si alza.) La mia condanna dev’essere il contrario della car­cere: fuori, fuori, dove non c’è più niente di stabilito, di solido, case, rela­zioni, contatti, consorzio, leggi, abitudini; più nulla: la libertà, ecco, la libertà come condanna, l’esilio nel sogno, come il santo nel deserto, o l’inferno del vagabondo che ruba, che uccide – la rapina del sole, di tutto ciò che è miste­rioso e fuori di noi, che non è più umano, dove la vita si brucia in un anno o in un mese o in un giorno, non si sa come.

        BICE: E io?

        ROMEO: Tu, povera Ginevra?

        BICE: Mi chiami Ginevra?

        ROMEO: No, Bice! Bice! Perdonami.

        BICE: È ormai lo stesso per te?

        ROMEO: No, no, hai ragione; ma potevo dire anche povero Giorgio; sì, voi in­somma. Io debbo andarmene; non posso più soffrire nessun contatto, vedere nessuno! Venisse! Non mi par l’ora! Ma tu capisci? Vedermelo davanti, in­gannarlo… Mi sorge irresistibile il bisogno di gridargli in faccia quello che, senza volerlo, gli ho fatto.

        BICE: No!

        ROMEO: No, no. Salvare, salvare almeno per voi la vita. Ma non posso che così, vedi, lasciandola, lasciandovela com’è per voi, con tutto anche, perché no?, anche coi sogni, quelli che si fanno comunemente e che non si possono sopportare. Ah, ecco. Perfetto! Un sogno, sì. Trovato anche questo. Vedrai come salverò tutto, sacrificandoti il meno possibile, mia povera Bice, te che non vuoi altro!

        BICE: Ma io voglio salvar te, Romeo! Ecco quello che io voglio! La contempla lungamente, poi dice:

        ROMEO: Sei troppo gracile, cara, delicata.

        BICE: No, no, verrò con te! verrò con te, dovunque tu vada!

        ROMEO: Verresti, lo so; ma non puoi, e non devi.

        BICE: Sì, sì, potrò dovunque! a qualunque costo! anche di morire!

        ROMEO: E sarebbe per me, allora, un altro delitto non voluto, che non potrei sopportare.

        BICE: Tu stai bruciando!

        ROMEO: Comincio.

        BICE: Hai la febbre!

        ROMEO: Sì, forse: ma questo non è niente. Salvare a voi la vita.

        BICE: La vita? Tu mi fai morire!

        ROMEO: No, vedrai, la vita è sempre la stessa.

        BICE: Come, la stessa?

        ROMEO: Si accomoda sempre da sé. Trova tante cose, a cui prima non si bada e che poi prendono. Si soffre molto, e poi basta. Non ci si pensa più.

        BICE: Se ti perdo…

        ROMEO: Non mi hai già perduto? Dico a Giorgio quello che gli ho fatto: lo co­nosco: m’ammazzerà.

        BICE: Ma tu non glielo dirai!

        ROMEO: Ecco: e allora bisogna che mi punisca da me come t’ho detto: dopo che l’ho tradito, dopo che avrò mentito davanti a lui, basta! è la seconda volta, basta! basta! Si sente picchiare all’uscio, e la voce di Ginevra chiedere:

        GINEVRA: Permesso?

        ROMEO: Ecco Ginevra! Non posso sopportarla. Dille che può esser sicura di me. (Romeo, via.)

        BICE: Avanti, Ginevra. Entra Ginevra.

        GINEVRA: Cara Bice!

        BICE: Dimmi, dimmi!

        GINEVRA: Sospetta ancora. Non vuol credere che sì tratti di te.

        BICE: Ma tu che gli hai detto?

        GINEVRA: Nulla.

        BICE: Perché mi avevi giurato?

        GINEVRA: Sì. M’ha messa alla tortura. Ma io, ferma. Mi ci son lasciata mettere. Ne ho approfittato, anzi. Sì, dimostrandogli ch’ero anche disposta a subirla. E gli ho lasciato sospettare tutto quello che ha voluto, le cose più atroci: una vera tortura! me le son lasciate buttare in faccia, fingendo di sopportare che lui le credesse, pur di non venir meno, io, al giuramento che t’avevo fatto di tacere, capisci? E lui ci s’è sfogato! Ah come ci s’è accanito! Ho potuto mi­surare quanto odio ci sia sotto il suo amore! Che tanto si odia, quanto si ama! M’ha afferrato per le braccia – devo certo averci i lividi – scossa, fino a schiantarmi, e poi percossa, sì, ma avevo capito che, ormai per quella via, bi­sognava arrivare fino in fondo, tutto per tutto: che si pigliasse anche la soddi­sfazione della mia confessione così estorta: «Sì, credimi pure l’amante del tuo amico; ma di Bice, io, non ti dirò nulla!».

        BICE: E lui?

        GINEVRA: È rimasto. Era la voce della verità, perché è proprio vero che io non sono mai stata l’amante di tuo marito.

        BICE: E allora?

        GINEVRA: Questo valse a freddargli l’ira. Restò scosso da quel mio coraggio e dal disprezzo vero per tutti i vituperii che m’aveva scagliato in faccia; il so­spetto per me però gli è rimasto, non gli è passato, capisco che non gli è an­cora passato; ma sai perché? per te! perché non vuol credere che si possa trat­tare di te!

        BICE (quasi tra sé): Povero Giorgio…

        GINEVRA: Ah sì, bello! tu dici povero Giorgio; e io ho dovuto sopportar questo, alla vigilia della sua partenza – ah che notte! – tra le menzogne, le offese più infami, anche le percosse, sì, strappate proprio da me – tutto questo per lui, per salvar lui!

        BICE: Tu dici Giorgio?

        GINEVRA: No: dico tuo marito!

        BICE: Ma Ginevra…

        GINEVRA: Tuo marito! Tuo marito che ha parlato! che ha compromesso anche te! che vuol far impazzire tutti con lui! – Ha pensato almeno che cosa deve dire ora a Giorgio?

        BICE: Giorgio dov’è?

        GINEVRA: Per fortuna è stato chiamato di nuovo, non so per quali altri ordini. Ma verrà.

        BICE: Ti troverà qui.

        GINEVRA: E si raffermerà certo nel sospetto. Mi caccerà malamente. Non im­porta. Bisogna seguir la via. Io sono qua in tua difesa.

        BICE: Così tu fai tutto per gli altri. Sei diventata la vittima.

        GINEVRA: No, cara, la vera vittima sei tu. Ma lo dobbiamo tutti alla sua pazzia. Dov’è intanto, che non si vede? È bene che sappia a che punto stanno le cose. C’è da fidarsi di lui?

        BICE: Poco.

        GINEVRA: Come, poco?

        BICE: Dice che puoi esser sicura di lui. Ma fa certi discorsi!

        GINEVRA: Ancora?

        BICE: Vuole andarsene.

        GINEVRA: Dove?

        BICE: Io non so; dice che ha trovato la sua condanna; e sembra deciso.

        GINEVRA: A che?

        BICE: A partire; ma prima a salvare voi due, dice, Giorgio e te.

        GINEVRA: Già, ma come? te l’ha detto?

        BICE: No, ma ha trovato anche questo, dice, e che tu puoi star sicura; l’ha detto adesso. L’importante per lui è partire. Vuole andarsene.

        GINEVRA: E tu lascialo andare! Forse sarebbe meglio, se seguita così a tormen­tarti e a far pazzie, chiuderlo!

        BICE: Ah, sì, il manicomio come la carcere: tutto il contrario di quello che lui vuole per sé: la libertà, come condanna!

        GINEVRA: Comodo anche questo: vuole la libertà? bella condanna!

        BICE: No, come dice lui, no! Per non essere più costretto a mentire.

        GINEVRA: E chi l’ha costretto? Lui stesso perché ha voluto parlare. Posso par­largli io? Chiamalo!

        BICE: Non so se voglia venire.

        GINEVRA: Chiamalo, che gli farà bene.

        BICE (aprendo l’uscio e chiamando): Romeo, c’è Ginevra che ti vuol parlare. Entra Romeo.

        ROMEO: No, basta, Ginevra, ti prego.

        GINEVRA: Che altra pazzia vuoi fare? andartene?

        ROMEO (a Bice): Hai già parlato? Lasciatemi fare, per carità. Non è più tempo di parlare.

        GINEVRA: Ah bello che tu lo dica a me! Non avessi tu mai cominciato! Il male, caro mio, non è tanto quando ci avviene di farle, certe cose (tu dici: non si sa come), quanto di parlarne.

        ROMEO: Già, perché tu vuoi aver lasciata ancora la libertà d’ubriacarti. Io no! Basta!

        GINEVRA: Io, ubriacarmi? io non mi sono mai ubriacata.

        ROMEO: Non dico di vino.

        GINEVRA: E di che allora?

        ROMEO: Ma lo sai bene di che! Lo sappiamo tutti! È una continua ubriacatura. E fuori, a sorreggerci, ci sono le cose che si sanno. Ma hai un bel fabbricare il tuo mondo, cara mia; viene un terremoto e ti manda all’aria tutte le tue co­struzioni. Guarda, pensavo proprio a questo di là.

        GINEVRA: Ti pare il momento di stare a pensare a queste cose? il terremoto –

        ROMEO: Eh, cara, quando te ne avvengono due, che ti schiacciano, che ti sep­pelliscono sotto la macerie? Fuggi, impazzisci soltanto all’idea di rimetterti chiuso in una casa.

        GINEVRA: Ma anche all’aperto, caro, ti si può aprir sotto la terra e inghiottirti!

        ROMEO: E allora, addio! Vedi che non c’è scampo? Tutti i tuoi calcoli falli­scono; non c’è nulla che resista! Ti vuoi opporre? A chi t’opponi? Spiegare? Che ti spieghi? Non si spiega nulla! Le leggi morali: non so se per te ci siano; pare che non ci siano; ma per me ci sono; io sto soffrendo per questo; non sono un ebete, non sono un cinico, non sono un bruto; sono un uomo, e le leggi morali sono umane, e crediamo anche divine; ma Dio è più grande assai di queste leggi come noi ce le facciamo «morali», se può fare avvenire i terremoti. Io non ho voluto uccidere; io non ho voluto tradire!

        BICE: Forse non hai saputo sorvegliarti!

        ROMEO: Già! Non ho saputo prevenire il terremoto! Non è umano, cara, preve­nirlo; ed è divino farlo avvenire, come accecare gli uomini, ogni volta, per­ché la vita nasca; e che tutte le costruzioni crollino perché la vita si muova! Noi siamo uomini, niente! Tutta la nostra sapienza, niente! Tutto ciò che ci avviene: la nostra nascita, i nostri casi, il nostro destino: com’è? Non sap­piamo mai come! Oltre la vita umana, costruita da noi, c’è il mondo, il mi­stero eterno del mondo; e le nostre leggi morali – se uno può saperle – ciò ch’è bene, ciò ch’è male – ce ne facciamo responsabili noi – ma se uno può saperle, è Dio solo. Io sto soffrendo così, e non posso, non posso, so che in questo momento non posso spiegarmelo in alcun modo; faccio come la mia sofferenza mi comanda. Perché volete costringermi a pensare umanamente? io so che tutto questo non è umano, che ciò che c’è d’umano in noi è il meno; c’è Dio, che è per conto di noi tutti, e non possiamo saper come! Sento che Egli vuole ora così la mia condanna: sì, forse perché non ho saputo sorve­gliarmi. Ma due volte, due volte io non ho voluto le mie colpe e le ho com­messe; sono stato sorpreso; l’ha voluto Dio per punirmi; io non l’ho voluto; ma mi punirò come Lui vuole.

        GINEVRA (dopo una pausa, sordamente): Io non mi sento colpevole.

        ROMEO: Neppure di non averti saputo sorvegliare?

        GINEVRA: Sarà accaduto. Io non voglio saperne più nulla. Tu non amerai Bice. Io amo Giorgio. Finiscila una volta e per sempre di ricordarlo! Ora salva Giorgio! E salva anche te!

        ROMEO: Io non mi posso salvare con una menzogna. Mi dici anche che non amo Bice?

        BICE: No, sono io, sono io, Romeo; te lo dico io, io, di servirti di me!

        ROMEO (a Ginevra): È veramente’ incoscienza, la più sorda e la più cieca, la tua! Vuoi che ti dimostri che io amo Bice e che il mio amore e il mio rispetto

        m’impongono di non servirmi di lei per salvar te? Io per me posso denun­ziarmi, non ho più bisogno di salvarmi come te, io; mi denunzierò, e ti denunzierò.

        GINEVRA (gridando): No! No! Per Giorgio!

        BICE (contemporaneamente): Per Giorgio, Romeo!

        ROMEO (seguitando la sua battuta): Gli dirò perché è stato, e com’è stato!

        BICE: Devi farlo per Giorgio, Romeo! Giorgio è veramente innocente!

        ROMEO: E tu non sei veramente innocente?

        BICE: Sì, e perciò per me puoi, Romeo, se te lo dico io, se lo voglio io, per te e per Giorgio, e anche per Ginevra, sì anche per te, Ginevra; se soffri a mentire, pensa che non mi offendi, ecco! per me puoi farlo, e per Giorgio lo devi, lo devi!

        GINEVRA: Ecco Giorgio! Giorgio è entrato alle ultime parole di Bice.

        GIORGIO: Che devi per me?

        ROMEO (calmissimo): Pare – dicono almeno tutt’e due – confessare, poiché so­spetti.

        GIORGIO: No! Bice non ha detto confessare – l’ho sentita entrando – ha detto: «se soffri a mentire».

        BICE: Sì – «pensa che non mi offendi» – gli ho detto; perché io mi sento inno­cente, Giorgio, lo sai! è la verità!

        GIORGIO: Sì, e lui non ti vuol credere, lo so.

        ROMEO: Posso soffrirne.

        GIORGIO: Ne soffrirai. Ma questo non è mentire; al contrario! Hai espresso, mi pare, anche troppo apertamente il tuo sospetto! Hai fatto anzi uno scandalo, con Respi.

        ROMEO: Tanto più posso soffrire, ora, perché sospetti, a doverti confessare – come t’ho detto – la mia vergogna.

        GIORGIO: Sì, m’hai detto così, jeri. Ma anche questo, ti faccio osservare, non è mentire. Confessare non è mentire.

        ROMEO: E mentire, perché finora ho parlato davanti a te soltanto di Respi.

        GIORGIO: Ah, sospetti anche d’altri?

        ROMEO: Ho sospettato anche di te.

        GIORGIO: Di me?

        ROMEO: Sì, di te. E la mia vergogna è certa.

        GIORGIO: Come, certa! Se tu sospetti di me, sei veramente pazzo!

        ROMEO: E tu, scusa? Non sei venuto qua, perché sospetti di me?

        GIORGIO: Io posso sospettare di te, per quanto mi ripugni, perché mia moglie è stata con te tre mesi, tua ospite, e per tutti i discorsi strambi che fai da due giorni; ma tu non hai motivo di sospettare di me! Ora sì menti! È un concerto fra voi tre? E soffri a mentire, ora sì !

        ROMEO: Lasciami dire! E vedrai che ho motivo! Ti spiegherò tutto. Vedi come son calmo? Di Respi lei ha negato. E di lui ho potuto sospettare anche il peg­gio. Poi, hai visto? mi sono convinto che – lui, sì, è stato un mascalzone a in­sidiarla – ma lei no, non è caduta nell’insidia. Non sarebbe stato difatti più un sogno con Respi. Una donna onesta non può cadere che in sogno.

        GINEVRA: E dunque, se in sogno, è innocente!

        GIORGIO: Zitta tu, non t’immischiare! Che c’entra adesso il sogno?

        ROMEO: Vedrai che c’entra e vedrai come fan tutto facile le donne! Non si tratta d’altro che di sogno. Io non ho parlato mai d’altro che di sogno. Delitti in sogno. Delitti innocenti; ma veri delitti. Il mio sospetto per Respi, Giorgio, quello che ora m’obbliga a confessare davanti a te la mia vergogna (perché, non so come, s’è complicato col tuo sospetto, inatteso, infondato, che – hai visto? – ha cagionato lo stupore doloroso di tutti) –

        GIORGIO: – il tuo sospetto per Respi, concludi! –

        ROMEO: – deriva dalla sua incoscienza (indica Bice e subito aggiunge, rivolto a Ginevra:) non avrai certo difficoltà ad ammettere l’incoscienza.

        GIORGIO: Lascia Ginevra! rivolgiti a me!

        ROMEO: Ma perché è andata a confessarsi anche con lei, sicura che della sua confessione d’un delitto involontario, commesso in sogno, io non avrei do­vuto avermi a male, è vero? Le hai raccontato il sogno, come prima lo avevi raccontato a me: insopportabile, Giorgio, insopportabile! un sogno, capisci ora? in cui c’eri tu!

        GIORGIO (stordito): Io?

        BICE (coprendosi subito il volto con le mani): Oh Dio!

        GIORGIO (notando il gesto e comprendendo): Ah!

        ROMEO (tradito nella sua invenzione): Vedi? vedi? è vero! è vero! (Correndoa Bice e strappandole le mani dal volto:) È vero, Bice? Di’ che è vero! Di’ che è vero! (A Giorgio:) Lo vedi che è vero? E allora… Eh già, allora, sfido! per non arrossirne davanti a te, s’è fatto giurar da Ginevra di non dirtene nulla; ma ora, ora, ecco, ho dovuto arrossirne io! Vedi le donne, come sono? dicono: un sogno! capisci? un sogno! che cos’è un sogno?

        GIORGIO: Ma appunto: nulla! Vuoi far caso d’un sogno? Se ci son potuto entrar io, che vuoi che sia? (Accostandosi con pietà a Bice:) Sii, Bice, non piangere così!

        ROMEO (trattenendolo): Ah no, ti prego! Ora che sai, capirai, non può più farmi piacere che tu me la consoli per giunta, e me la esorti a non piangere. È stato vero, non vedi? Io non me lo sono inventato!

        GIORGIO: Ma che vero, non mi far ridere! Un sogno: ci si risveglia: e subito la coscienza lo respinge!

        ROMEO: Eh già! Tanto che, come se non fosse stato nulla, potè poi accoglierti con tanta festa al tuo arrivo là in villa, l’avrai notato, eh?

        BICE (tra il pianto, senza staccar le mani, istintivamente): Ah no, questo no!

        ROMEO: Questo no. Non ci pensava più. Difatti non me ne disse nulla subito. Me lo disse dopo la tua partenza come una cosa da nulla. Sai che, franca, dice tutto! Anche di Respi m’ha detto.

        GIORGIO: Avrà fatto male a dirtelo; ma tu non puoi far caso d’un sogno come se fosse una realtà!

        ROMEO: Ah no, eh? Non c’è la realtà del sogno, nel corpo che l’ha goduto? Anch’io ho ucciso come in sogno quel ragazzo; ma quel ragazzo, lui, è morto davvero!

        GIORGIO: Qua non è morto nessuno: non è stato nulla!

        ROMEO: Nulla per te! Ma metti che tua moglie, una mattina, si svegli: è ac­canto a te e t’ha tradito – in sogno, ma t’ha tradito. – Non se ne fa un rimorso. Un sogno! Lo dimentica. La sua coscienza, come tu dici, lo respinge. Non è stato nulla. Potrebbe anche dirtelo.

        GIORGIO: No, questo no: non son cose che si dicono.

        ROMEO: Ma sì, secondo la confidenza che si ha col proprio marito, quando si è franche: secondo l’estro che può levare in certi momenti ogni ritegno di pu­dore, sì, sì, anche ridendo, sicura che tu, trattandosi d’un sogno, non puoi darci importanza – difatti, ecco, non ce la dai – ti passa un braccio attorno al collo: «Ma sai, caro, che t’ho tradito?». – «M’hai tradito?» – «Sì, in sogno, or ora.» – «Con chi?» – «Ah, con uno, non so, che poi diventava un altro, ma sì figurati, Romeo!» – Tu ne ridi: Romeo, figurati! (Indicando Bice.) Lei ha detto Giorgio.

        GIORGIO (calcando le parole): Lei ha fatto male! Non si possono far queste confessioni al marito!

        ROMEO: Figurati poi quando ti senti aggiungere che quel sogno è stato così vivo, che d’un balzo (a Bice con ferocia) – di’, di’, è vero? – d’un balzo te ne sei destata. E aggiungere, per esempio: «Ti posso assicurare, caro, che tu non mi hai mai data una gioja altrettanto viva, perché questa è stata veramente, veramente, tutta intera per me sola, e tutta proprio come per mia soddisfa­zione la desideravo»… Tradimento lentissimo, insomma, assaporato tutto, in­tero fino all’ultimo. Le puoi dare uno schiaffo; la puoi buttar giù del letto con un calcio; ma il sogno resta, resta là, vivo, nel suo corpo, e tu non puoi farci nulla; è stato un sogno; lei non l’ha voluto; si può forse comandare ai sogni? – Ecco, ecco, caro Giorgio, i delitti veri, caro, i delitti veri, per cui non c’è tribunali, si commettono così. Chi li vuole? Si commettono; non si sa come. (Indica Bice, con infinito stupore e rimpianto e sdegno.) Anche lei! Anche lei! – Sì, e ora piange!

        GIORGIO: L’hai punita, mi pare, più di quanto s’è meritata, per il male com­messo –

        GINEVRA: – d’aver sognato –

        GIORGIO: – no: d’averglielo detto! Ma ora basta, via! Vuoi farmi partire tran­quillo?

        ROMEO: Volevo partire anch’io. Ma ormai –

        GIORGIO: – dove volevi andare?

        ROMEO: – No, resterò. Tutti innocenti e colpevoli. Ma se è la vita stessa così… Mi sento ormai ripagato. Posso restare nella vita di tutti così senza rimorso. Parti, parti pure tranquillo.

        GIORGIO: È già tardi, devo andare.

        GINEVRA: Bisognerà passare ancora a ritirare le maglie.

        GIORGIO: Quelle pesanti, no, non le prendo; sai che non posso sopportarle.

        ROMEO: Si viaggia male, è vero? sulle navi da guerra?

        GIORGIO: Ci s’abitua.

        ROMEO: Ah, io son sicuro che non potrei abituarmici. Lo soffro troppo io il mare.

        GIORGIO: Passa, passa con l’abitudine anche il mal di mare.

        ROMEO: Ecco, forse, con l’abitudine. Rimedii non ce n’è.

        GIORGIO: Sì, se ne spacciano. Se arrivi a suggestionarti fino al punto di sentirti sicuro che, prendendoli, non soffrirai più.

        ROMEO: Ecco, la suggestione: tutto è qui, fino al punto di non avvertire più il male. Io non so come fate, voi marinaj, se vi si guasta la bussola, o quando la bussola non era ancora inventata, a regolarvi con la stella polare, una stellina così piccola piccola, che appena si vede.

        GIORGIO: Facilissimo, caro: si calcola; questo, in marina, è elementare: si stabi­lisce il punto; c’è il sestante, ci sono le carte… La scienza, la pratica. Sapessi che strumenti di precisione si sono inventati per farci arrivare a calcolare cose ben altrimenti difficili! Oggi la scienza, caro, tutto quello che si sa, è così tanto, così tanto, che non basta la vita d’un uomo a impadronirsi vera­mente d’un sol punto dello scibile. I progressi in ogni campo sono enormi.

        ROMEO: Sì, sì, e la vita è tutta ricostruita dall’uomo, come un mondo nel mondo, creato da tutto ciò che l’uomo sente e sa.

        GIORGIO: E la vita, se ci pensi bene, se n’è talmente invalorata, che è divenuta per tutti prodigiosa; non pare quasi più umana.

        ROMEO: Sì, sì, certo, dici bene, è proprio così: con tutto ciò che l’uomo sente e sa. Prodigi, è vero, enormi.

        GIORGIO: Vorrei farti venire un momento a bordo.

        ROMEO: Ricordi che volevi facessi il marinajo con te?

        GINEVRA: Giorgio, dobbiamo andare.

        GIORGIO: Sì, eccomi. Senti, fai piuttosto un bel viaggio con Bice!

        GINEVRA: Ecco, questo dovresti fare.

        ROMEO: E saper calcolare. La scienza, la pratica. Le cose che si sanno, in­somma. La vita: attenersi alle cose certe che si sanno. Tu sei certo dottissimo. Ma le donne, le donne nella vita sono quelle che ne sanno di più. Dico, delle cose usuali. (Voltandosi a guardar Bice che seguita a piangere:) Tranne quella che sogna e poi piange. Bisogna imparare a non piangere.Dopo aver dato, con queste ultime parole, l’impressione che tutto sia finito, d’un tratto Romeo con voce diversa, come per un irresistibile richiamo della coscienza che non può accettare una tal fine, si volta a Giorgio e gli dice:

        ROMEO: Giorgio, anche lei, tua moglie, come in sogno, è stata mia. Non l’ha voluto, né io l’ho voluto. Puoi tu punirci? Giorgio, Ginevra e Bice ne restano sbalorditi. Pausa.

        BICE (ancora nello sbalordimento): Perché l’hai detto?

        ROMEO: Dovevo dirlo. Tu nel sogno, lei nel fatto.

        GIORGIO: Nel fatto. Ah, dunque è vero? Hai mentito? (E accenna di lanciarsi come una belva contro Romeo. Subito Ginevra gli si mette davanti per pa­rarlo, gridando:)

        GINEVRA: No! È pazzo! È pazzo!

        ROMEO: Non sono pazzo. Siamo innocenti.

        Giorgio con una violenta bracciata si libera da Ginevra e cava dal fodero la pistola, mentre Bice, cercando di riparar Romeo, grida a Giorgio:

        BICE: No, no, Giorgio!

        ROMEO (subito a Bice, scartandola): Lascialo fare. Giorgio spara. Grido delle due donne.

        ROMEO (abbattendosi su Bice): Anche questo è umano

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