Non si sa come – Atto secondo

Non si sa come – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo


Non si sa come - Teatro Argentina, Roma, 1935    Atto Secondo

        La stessa scena del primo atto. Pomeriggio inoltrato del giorno dopo. Al levarsi della tela sono in iscena Ginevra e Bice. Apparirà dall’espressione del volto dell’una e dell’altra che il discorso tra loro è arrivato al punto più penoso. L’animo di Ginevra s’è indurito e quello di Bice invelenito.

        BICE: No, no: bisogna che mi dica, Ginevra: tu devi aver capito qualche cosa.

        GINEVRA: Ma no, cara, te l’ho detto: niente più di te.

        BICE: Non è possibile!

        GINEVRA: Non so spiegarmi proprio la tua insistenza. Che vuoi che abbia ca­pito?

        BICE: Ho quest’impressione. L’ho avuta subito.

        GINEVRA: Ah, forse perché t’ho detto (ma anche davanti a tutti e a lui stesso) che ti vuol legger dentro?

        BICE: No. Questo l’avevo capito da me; non ci vuol molto! Dico di ciò che gli è accaduto!

        GINEVRA: E non l’hai sentito? Ti par poco?

        BICE: Ma non questa cosa orribile del ragazzo: l’ha detta per scusa.

        GINEVRA: Scusa?

        BICE: Ma sì! Vuoi fingere con me di non capire adesso più nulla?

        GINEVRA: Dici «scusa»! Scusa di che?

        BICE: D’un altro delitto, recente, che senza volere deve aver commesso.

        GINEVRA: Tu supponi?

        BICE: Ma l’ha detto proprio a te, Ginevra!

        GINEVRA: A me? Che altro delitto? No!

        BICE: «Una volta! due volte!» ha detto così. «È troppo! Devo scontarlo? Lo sto scontando, impazzendo!» E tu non ci vuoi credere.

        GINEVRA: A un altro delitto, no, non ci credo.

        BICE: Che sia pazzo, io dico. Ecco: prima di tutto, vorrei saper questo: perché non vuoi? Questo, tu sola, lo dicesti subito.

        GINEVRA: Scusa, Bice, hai l’aria d’esser venuta a farmi un interrogatorio.

        BICE: No, non guardarmi male!

        GINEVRA: lo?

        BICE: Sì, tu, mi guardi come lui.

        GINEVRA: Ma che dici! Io ti guardo perché non comprendo che cosa tu voglia da me.

        BICE: Soh venuta per cercare insieme con te; perché tu m’ajuti!

        GINEVRA: Non so che ajuto possa darti io.

        BICE: Non puoi negare che per te non è pazzo.

        GINEVRA: Ah, vuoi saper questo? perché non lo credo? Quando lo dissi, non sapevo ancora veramente la storia che gli è avvenuta, di quel ragazzo.

        BICE: Più di trent’anni fa!

        GINEVRA: Può far bene impazzire.

        BICE: Dopo trent’anni? No!

        GINEVRA: È stato pure un delitto, involontario.

        BICE: Ma ha potuto tenerlo trent’anni sepolto in fondo alla coscienza. Tutt’a un tratto lo confessa. È spaventoso. Perché?

        GINEVRA: E lo vuoi sapere da me?

        BICE: Sì, quale altro delitto, Ginevra?

        GINEVRA: Mi sembra che mi guardi tu adesso, scusa, con gli occhi di lui, come se io te lo potessi dire.

        BICE: Dev’essere stato, certo, dopo la tua partenza con Giorgio; subito dopo. Sai che se ne venne qua solo.

        GINEVRA: Sì, l’ho saputo. Ma dunque vedi? Se fu dopo, che posso saperne io?

        BICE: No, perché la sciagura deve riconnettersi senza dubbio con qualche cosa avvenuta prima, prima, negli ultimi giorni là in villa.

        GINEVRA (con intenzione di ritorcere): Dopo la partenza di Respi, forse?

        BICE (comprendendo l’intenzione di Ginevra e reagendo con alterezza): Io non posso assolutamente ammettere, Ginevra, che egli abbia potuto trovare un in­centivo alla sua pazzia nella corte innocua di quel povero Respi.

        GINEVRA (dura e recisa): Hai torto a non ammetterlo.

        BICE: Ah, dunque a te pare…?

        GINEVRA: A me no, se tu lo neghi.

        BICE: Certo che lo nego! Ma mi stupisce che tu possa credere così.

        GINEVRA: Io? No.

        BICE: Che ho torto a non ammetterlo.

        GINEVRA: Ah, ma io dico per lui, che lui deve crederlo ammissibile.

        BICE: Deve? perché?

        GINEVRA: Perché ha forse bisogno, lui, di crederlo.

        BICE: Che io…?

        GINEVRA: No; che ciò che è potuto accadere a lui –

        BICE (interrompendo): Ah, dunque vedi che qualche cosa gli è accaduta? Prima l’hai negato!

        GINEVRA (irritata): Ma niente affatto, non ho interesse a negar nulla io! dico di ciò che gli è successo con quel ragazzo: per un caso, senza volerlo, in un ac­cecamento; questo dico che ha bisogno di credere! Ciò che è potuto accadere a lui in queste condizioni, può accadere a tutti; e l’ha detto!

        BICE: A chi l’ha detto?

        GINEVRA: Oh Dio, l’ha lasciato intendere in tutti i modi! Perché non è pazzo, Bice, credi a me; forse sta impazzendo; ma dice che vuol scusare, non hai in­teso? chi? prima di tutti se stesso, di quel delitto che poi ci ha confessato.

        BICE: No, non di questo soltanto!

        GINEVRA: Ma certo, anche d’un altro che può aver commesso, se vuoi te l’am­metto; e come lo vuol scusare? credendo appunto che può capitare a tutti di commettere senza volere, che so? le cose più impensate.

        BICE: Che io con Respi…? No, Ginevra! Questo non è possibile che lo creda!

        GINEVRA (fredda): Bisogna che tu lo convinca.

        BICE (colpita): Ah, mi dici così?

        GINEVRA: Come vorresti che mi dicessi? Non ci vedo altro mezzo. Te lo direi.

        BICE (con sfida): E tu – tu potresti ajutarmi?

        GINEVRA (fingendo di non accorgersene): Io? a convincerlo?

        BICE (ancora più aggressiva): Sì, tu – tu! – della mia innocenza.

        GINEVRA (con aria stupita): Perché no? È curioso: me lo domandi come se avessi l’idea –

        BICE (pronta): – che tu non potresti, sì!

        GINEVRA: Ma che dici! T’abbiamo ajutata tutti qua, mi pare; ci siamo messi tutti contro di lui, e io più di tutti, l’hai visto! ci è parso non solo ingiusto ma da pazzo un simile sospetto per te.

        BICE: Ah, ora dici da pazzo? Ma se sostieni che ho torto – io, torto – a non ammettere in lui un simile sospetto! Hai detto proprio così! Vedi come ti con­traddici?

        GINEVRA (seccata): Oh insomma, che vuoi da me, Bice? lo t’ho detto, secondo i discorsi che lui fa, le mie impressioni. E non posso ajutarti in altro modo. E cosa che devi vederti tu con lui. Giorgio domani parte. Mi dispiace, capirai, che in questi due ultimi giorni di riposo (si alza) e proprio fino al momento stesso della sua partenza –

        BICE: – tu mi mandi via? –

        GINEVRA: – no, scusa, non mi sembra giusto che Giorgio sia turbato! Siete ve­nuti tutti qua, come d’assalto, appena siamo arrivati; prima Respi, con la no­tizia subito pronta –

        BICE: – poi io –

        GINEVRA: – ma sì, poi tu e poi lui: è una disgrazia, capisco, e ti compiangiamo, credi! non ti dico quanto, Giorgio; ma io, e tanto meno lui, non c’entriamo! Scusami se ti parlo così, ma tu sei tornata anche oggi, non so, quasi ad ag­gredirmi, a farmi un obbligo d’ajutarti a capire! Io non so nulla. Non ho nulla da dirti. Lasciatelo per carità partire in pace! (Entra Romeo Daddi; sembra allegro.)

        ROMEO: Ma non c’è Giorgio? Dov’è?

        BICE (alzandosi, rigida, pallidissima, convulsa): Andiamo, Romeo, andiamo!

        ROMEO: Perché? che cos’è? Son venuto a scusarmi di jeri e a salutarlo.

        GINEVRA (seccamente): Non c’è. È andato a prendere gli ordini di servizio per la partenza, e forse tarderà.

        BICE (a Romeo): Andiamo, andiamo. Lei ci manda via.

        ROMEO (a Ginevra, stordito): Tu?

        GINEVRA: No. Le ho detto che non è giusto – e sono sicura che tu lo compren­derai –

        ROMEO: – riparlare davanti a lui – ma sì ! son venuto, ti dico, a scusarmi.

        BICE (a Romeo, insorgendo con ironico dispetto): Perché comprendi tu ora –

        ROMEO (stupito a Bice): – ma Bice, che cos’è?

        BICE: Eh già: ho capito!

        GINEVRA (a Romeo): Io non so che abbia!

        BICE (a Romeo): Con lei non sei più pazzo; solo per me lo fai e non comprendi; e lei non ti dà torto; anzi dà torto a me e mi manda via!

        GINEVRA: (a Bice): Ma perché non gli dici che tu…?

        ROMEO (a Bice, aspramente): Sei venuta a farle una scena di gelosia?

        GINEVRA (subito negando, urtata): Ma no! Che dici di gelosia!

        BICE (pronta e fiera): Sì, non lo negare!

        GINEVRA (fingendo di cader dalle nuvole): Tu, di gelosia?

        BICE: Sì, sì, io t’ho accusata!

        ROMEO (subito): Sta’ zitta, sciocca!

        GINEVRA: Accusata? Non me ne sono accorta!

        BICE: Sì, che te ne sei accorta!

        GINEVRA: T’avrei cacciata via prima!

        BICE: Hai finto sempre di non capire e ti sei continuamente contraddetta!

        ROMEO (a Bice): Ti dico di star zitta!

        BICE (c.s., a Romeo): Eh già, e tu vieni ora a scusarti! Ecco qual è l’altro de­litto, di tutt’e due insieme: tu hai tradito il tuo fratello, con lei che era mia ospite! (A Ginevra:) È il tuo complice! E lui ne sta impazzendo, e tu neghi!

        GINEVRA (a Romeo, ridendo male): S’è contagiata, s’è contagiata della tua paz­zia, perché tu hai accusato lei con Respi.

        BICE: Ah lo so, vorreste che fosse vero, per insudiciare anche me, in qualche modo, della vostra colpa!

        ROMEO (premendosi le mani agli orecchi come se si sentisse fracassare la testa): Sciocca, sciocca, taci, non è colpa! non è colpa! tu non puoi capire!

        BICE: Ho capito, invece, benissimo.

        ROMEO (c.s., seguitando): – sei innocente tu! a te non potrà mai accadere! solo da pazzo t’ho potuto accusare! e lei fa bene a negare! perché non è stata colpa, no! io non ho tradito! lei non ha tradito!

        GINEVRA (a Bice, trionfante): Ecco che te lo dice lui stesso!

        BICE (con esasperazione di rabbia): Ma se già confessate!

        GINEVRA (impronta): Chi? io? Io non ho nulla da confessare!

        ROMEO (con fermezza): Nulla, è giusto, nulla che sia da confessare!

        BICE: E invece dovrebbe !

        ROMEO: A chi, sciocca? che cosa? non t’ha fatto orrore sentirmi confessare quel mio delitto da ragazzo?

        GINEVRA (sempre più impronta): Comodo, già! dopo trent’anni, già prescritto.

        ROMEO (a Bice): La senti? Lei può perfino pensare ch’io abbia aspettato la pre­scrizione.

        GINEVRA: E chi lo sa?

        ROMEO: Ma sì! Tanto sei sicura!

        GINEVRA: Il tempo pare calcolato.

        ROMEO (stupefatto; dopo una brevissima pausa): È incredibile! Per questo, vedi, Bice, per questo io posso sospettare anche di te.

        BICE (con sdegno, anzi schifo): Questa è improntitudine!

        ROMEO (subito, forte, come chi veda non compreso e falsato il senso del suo pensiero): No! No!

        GINEVRA (a Romeo): Non mi lascerai insultare in casa mia!

        BICE (c.s.): Se osi ancora negare!

        ROMEO (c.s.): No! Ti ho detto che lei ha tutto il diritto di negare!

        BICE (ironica): Sì, e di lasciarti così sospettare anche di me! che posso aver commesso anch’io il suo stesso delitto!

        GINEVRA (a Romeo): Ma che delitto, falla tacere!

        BICE: Quest’altro, che gli ha fatto rievocare il primo! Non è così? Vedi che io ho capito?

        ROMEO: No, Bice, se ti fa capir la gelosia, no! Con la gelosia, tu non potrai ca­pire!

        GINEVRA (ironica): La gelosia…

        BICE (andandole incontro con le pugna strette, rabbiosamente): Ma confessa!

        ROMEO (gridando, a Bice): Non può! non deve!

        BICE (a Romeo, quasi piangendo dall’ esasperazione): Ah devo essere io allora a confessare un delitto che non ho commesso?

        GINEVRA (in faccia a Bice, gridando): Ma neanch’io! Se tu vuoi ajutarlo, con­fessalo tu, che sei sua moglie!

        BICE: Eh già, perché lui da te non può pretenderlo: sei sua complice! – Anche la derisione?

        ROMEO: Non complice, Bice! Vittima con me! Finiscila di sospettare delitti! Non è delitto! Non sarebbe neanche per te, se l’avessi commesso! E non è da confessare, è da seppellire: si seppellisce da sé, come s’è sepolto in me, il primo, per trent’anni, non per calcolo, proprio da sé, di nascosto dalla nostra stessa coscienza che non vuole arrossirne, perché non è cosa che la riguardi, e la coscienza non deve dunque neanche saperla. Non dobbiamo saperne più nulla nemmeno noi stessi. (Indicando Ginevra:) Ecco, come lei! – La ragione per cui io sto impazzendo, è vero, lei dovrebbe saperla –

        GINEVRA: – io non so nulla –

        ROMEO (a Bice): – e dice invece che non la sa! Dovrebbe essere pure in lei questa stessa ragione d’impazzire –

        GINEVRA: – ma niente affatto! io non ne ho nessuna! –

        ROMEO (di nuovo a Bice, indicandola): – la senti? Non ne ha!

        BICE: Ma la so io, ora, Romeo! (Indica Ginevra:) La vedo!

        ROMEO: No! No, se credi che sia lei! No! E per ciò che è avvenuto a noi due!

        GINEVRA: Tu sei pazzo!

        ROMEO: A me e a lei, sì.

        BICE: Lo

        SO!

        ROMEO: Ma non come tu immagini, no! perciò ti dico che non puoi capire Senza averlo mai pensato prima! senza poterlo più pensare dopo. (Indica di nuovo Ginevra:) Ecco: così! – Vedi come te ne parlo? Come te lo posso dire?

        GINEVRA: Ripiglia a delirare.

        ROMEO: Non ha colpa, lei, Bice, e neanche io. Ma è appunto per questo. Fu quella mattina, pochi giorni fa, che tu andasti dalla villa a Perugia per com­pere.

        GINEVRA (gridando): Ma che fu? Non fu nulla! Tu ricordi; io ho tutto dimenti­cato, subito! Per me è come se tu m’avessi sorpresa un momento con mio marito! L’imbarazzo d’un attimo e basta!

        ROMEO (a Bice): Ecco, vedi? Per lei è così. Ti sei potuta infatti accorgere di nulla, tu, al tuo ritorno? Dillo! Dillo!

        BICE: No, di nulla.

        ROMEO: E neanche noi, quasi di nulla, come ciechi!

        BICE: Andai a Perugia, quella mattina, proprio per Giorgio, per il suo arrivo già annunziato.

        ROMEO: Sì, e per questo lei ha ragione! Sappiamo bene io e tu l’ansia, l’ardore, con cui lei aspettava l’arrivo imminente di Giorgio; ne parlavamo tante volte insieme…

        GINEVRA (scoppiando in una fiera commozione): E dunque, se lo sapevate, se ne parlavate, perché ora mi torturate? Io non ho amato che lui! Io non ho de­siderato che lui! Tutta la mia ansia e l’ardore sono stati per lui! Io non ti co­nosco! Tu non puoi sapere nulla di me! (A Bice:) Sta impazzendo veramente per te, Bice, per te, per te, non per me!

        BICE: Per rimorso?

        ROMEO: No, che rimorso! Non vuoi proprio intendere allora? Appunto perché senza rimorso!

        GINEVRA (a Bice, con altro tono): Ti giuro che io, quella mattina, accompa­gnandoti fino al cancello con lui, sotto quella vampa di sole maledetto, avevo tutto quel mio ardore soltanto per Giorgio, per Giorgio, tanto da farmi venir meno, io non so, non m’era mai avvenuta una cosa simile! tutto il sangue che mi bolliva! Tu desti a lui, salendo sull’automobile – fammi dir tutto, ora, Bice, fammi dir tutto! – gli desti un bacio; e io me lo sentii vivo sulle labbra, come se mi fosse dato; e poco dopo averti veduta partire, riattraversando il giardino io e lui, tra lo stridìo di tutte quelle cicale che stordiva e tutti quei fiori come impazziti nel sole, lui mi disse non so che cosa, e io nel tentare di rispondergli avvertii che la mia voce era bassa e che egli per quella mia voce si rendeva conto del mio stato –

        ROMEO: – sì, sì – ma non io, non io – (toccandosi il petto) questo come sono ora – io com’ero, un altro, e tu qual eri, un’altra – non più noi, non più noi nel sole! Un bisogno di rientrare in villa; la stranezza di non poter più fare a meno di metterci a sedere accanto, attratti, come forzati –

        GINEVRA: – le persiane serrate; gli scuri accostati –

        ROMEO: – fu quella frescura d’ombra immobile –

        GINEVRA: – sì, l’unica sensazione che potei avere, rientrando, di cui mi ricordi; ecco, l’ebbe anche lui –

        ROMEO: – ma per forza, altrimenti non si spiegherebbe più nulla: non eravamo più due! non eravamo più noi! presi nel sole e in quel divino accecamento, tutto annullato, senza più coscienza, chi fosse lei per me, chi fossi io per lei, in quel vuoto là preparato per attrarci in un attimo –

        GINEVRA: – senza averci mai pensato, te lo giuro, né io né lui, mai, mai; così, ciechi, così, Bice, te lo giuro! È questa la cosa orribile!

        ROMEO (allibito ribattendo): No, l’indegnità nostra, che non ce la fa accettare, non ce la fa nemmeno comprendere, perché diventa subito orribile nella vita, il delitto più infame, che la coscienza inorridita respinge. A volerci restare, nella vita (a Bice), ecco, bisogna fare così, come lei (indica Ginevra) che non ne sa più nulla, e ha il coraggio di gridarmi in faccia: Non ti conosco, io non ho amato che lui, non ho desiderato che lui.

        GINEVRA (con un grido): Ma è vero! è vero!

        ROMEO: È vero, sì, è vero! Non sono stato io! Non ha desiderato me, né io lei! Io non so nulla di lei: nulla! Un gorgo che s’è aperto tra noi all’improvviso, e ci ha afferrati un attimo e travolti, e subito richiuso, senza lasciar traccia di sé. La nostra coscienza è tornata subito uguale. Non abbiamo più potuto pen­sar nulla, neppure un momento, a ciò che era accaduto; scappammo uno di qua, uno di là, storditi; appena soli, questa cosa incomprensibile, incompren­sibile: la chiusura, ferma come una pietra, della nostra coscienza; neppure un’ombra di rimorso, nulla: finito tutto; sparito; il segreto d’un attimo, se­polto per sempre: accaduto e svanito, come in un sogno; appena svegliati, alla vista di noi stessi, non più da ammettere: l’incredibile, ecco; o se no, uc­cidersi, ma non era da ammettere neanche questo, per una cosa a cui vera­mente, veramente non potevamo più credere noi stessi, non solo davanti a te, quando poco dopo ritornasti, ma anche davanti a noi stessi, l’uno lì di fronte all’altra, che potevamo guardarci in faccia; parlarci come prima, tal quale. E anche adesso! È questo, questo, non la colpa che nessuno di noi due pensò di commettere; ma il pensare che questo può accadere: che una donna onesta (indicando Ginevra), come lei è ancora da stimare, Bice, innamorata, inna­morata di suo marito, in un attimo, senza volerlo, nel sole, in questo rapi­mento del sole, per un improvviso agguato dei sensi, per la complicità miste­riosa dell’ora, del luogo, preparata incoscientemente dalla lunga attesa, cada nelle braccia di un uomo; e un minuto dopo, richiuso il gorgo, sepolto il segreto, nessun rimorso, nessun turbamento, nessuno sforzo per mentire di fronte agli altri, di fronte a se stessa. Aspettai un giorno, due, tre, non mi sen­tii neanche io rimuover nulla dentro, né in tua presenza né in presenza sua; vidi lei, ritornata subito così, qual era prima, tal quale, con te, con me –

        GINEVRA: – un solo terrore io ebbi, che ti potessi smarrire, tradire all’arrivo di Giorgio; ma quando ti vidi buttargli le braccia al collo per abbracciarlo come un fratello, mi sentii sollevare tutta, felice, e piansi di gioja come per una li­berazione: era tutto veramente finito!

        ROMEO (sconvolto al ricordo di quell’abbraccio, non potendo più resistere): No no! No no! Ah, io non posso, io non posso, come te! No no! Bisogna che trovi, io, bisogna che trovi la mia condanna! la mia condanna! la mia con­danna! (E se ne va.)

        BICE (disfatta, quasi implorando, voltandosi verso lui che se ne va): Ma ci sono anch’io qua! ci sono anch’io! ne parlate davanti a me! Non sono più niente io?

        GINEVRA (piano, affettuosa, in tono d’esortazione): Lascialo andare, Bice! Ha parlato per te! Gli passerà! Ora s’è alleggerito. Vedrai che gli passerà. Questa, vedi, questa è appunto la prova che è per te, Bice, proprio per te!

        BICE: Perché non sentite rimorso voi due?

        GINEVRA: Sì, sì, proprio questo! Vide come io accolsi mio marito; lo vedesti anche tu, con che gioja, perché io amo Giorgio, l’amo come non si può amare di più; e allora l’abisso in cui giustamente il nostro segreto è sprofon­dato per sempre l’ha attratto e gli ha travolto la ragione, pensando a te, subito a te; che forse anche tu –

        BICE (aprendo le braccia, disperata): – io ti prego di non parlare di me! –

        GINEVRA: – ah Bice, non ti sarà mai accaduto, io ti credo! ma io e lui sappiamo per prova che è possibile, e che come è stato possibile a noi, può essere a chiunque!

        BICE: A me no! a me no!

        GINEVRA: Ma io non sono da meno di te, Bice, e lui sta impazzendo! Perché vuoi negargli di pensare che qualche volta, ritornando a casa, trovandoti sola con un suo amico –

        BICE: – ma che dici! questa è pazzia! Io? –

        GINEVRA: – in un attimo! –

        BICE (smarrita nello stupore): – e potrebbe essere un conforto per lui supporre che anch’io…? –

        GINEVRA: – no, no, è per spiegarti appunto la sua pazzia! il bisogno che ha di pensarlo, allo stesso modo che potè accadere a lui e a me; e che tu possa per­ciò chiudere in te, così limpida, senza mentire neanche a te stessa, lo stesso segreto ch’io chiudo in me e nascondo senza mentire a mio marito. Questo pensiero, vedi? appunto questo pensiero gli è entrato in mente! –

        BICE (sopraffatta dallo sgomento e cominciando ad ammetterlo): – ma come è possibile! come è possibile! –

        GINEVRA: – sì, sì, ha cominciato a rodergli il cervello, nel vederti aliena, lieta, amorosa con lui, com’io sono con mio marito; s’è messo a pensare: «Eppure questa donna che ora è così con suo marito, è stata per un momento tra le mie braccia; e forse anche mia moglie dunque, per un momento…». – Ah, zitta, Bice! zitta per carità! S’è sentita di là la voce di Giorgio.

        GIORGIO (dall’interno): Ginevra! Ginevra!

        GINEVRA (quasi insieme): Giorgio! Eccomi!

        E un’altra: voce, volto, animo: un’altra. Stupore di Bice, che, alla sùbita tra­sformazione di Ginevra, quasi annichilita, si convince. Entra Giorgio.

        GIORGIO: Ah! sei qua con Bice?

        GINEVRA (quasi in un ilare vaneggiamento): Sì, Bice… Bice sa che è l’ultimo giorno perché tu domani parti…

        BICE (sì alza, e con voce quasi spenta): Vado.

        GINEVRA: No!

        GIORGIO (simultaneamente): Nient’affatto!

        GINEVRA (seguitando): – non dicevo per questo!

        BICE: Devo andare, lo sai; ma dovevo anche venire –

        GINEVRA (pronta): – per salutare Giorgio, certo!

        GIORGIO: Ma c’è ancora tempo per salutare! c’è ancora tutto domani! parto domani sera. – E Romeo?

        BICE: Non so… Era qua, poco fa, forse tornerà, dovrà salutarti anche lui…

        GIORGIO: Si sarà calmato, spero.

        BICE (subito): Sì sì.

        GIORGIO: Ma chi avrebbe mai potuto immaginare! Sono ancora tutto sconvolto di ciò che ci ha rivelato jeri.

        BICE: Sì sì, s’è calmato. Non ci pensare più.

        GIORGIO: Vuoi che non ci pensi per non guastarmi quest’ultimo giorno che passo intero qua con Ginevra? (Passa un braccio attorno al collo di Gine­vra.) Si sta così poco insieme.

        GINEVRA: Ora avrai sbrigato tutto, spero!

        GIORGIO: Sì, tutto; e starò con te, non mi moverò più di casa fino a domani sera. Sei contenta? (A Bice:) Con questa benedetta vita di marinaj… E con lei poi che, come vedi…

        GINEVRA (interrompendolo): Basta, Giorgio…

        GIORGIO: Sì, basta, basta. C’è questo almeno nella vita, e guaj se non ci fosse! che ci fa dimenticare di tutto. E vedrai anche tu, Bice, vedrai che dimentiche­rai tutto anche tu, quello che ora stai soffrendo, appena questo turbamento, che non può essere che momentaneo, di Romeo, passerà. Io non so come gli è potuto venire in mente di rievocare –

        BICE (troncando): Lasciami andare, Giorgio. Sì, spero anch’io che gli passerà. Ti lascio con Ginevra.

        GINEVRA: Ma no, cara!

        BICE: Ti sono grata di ciò che m’hai detto. Ho compreso tutto. Basta vederti così con Giorgio, e mi è ora tutto così chiaro.

        GIORGIO: Che cosa?

        BICE: Niente. La ragione, Giorgio, la ragione perché lui – sì – può sospettare di me.

        GIORGIO: Non capisco. Non sei stata sempre così amorosa tu con lui?

        BICE: Sì, ma mi sono comportata male con Respi, sai? Forse perché non gli davo importanza, mi sono… sì, mi sono compiaciuta della sua corte…

        GIORGIO: Oh va’ là, per ridere!

        BICE: Ti dico che io non ne ho riso. No no. O ne ho riso male, quasi senten­domene offendere. Era per me, non so, un tenero calore che credevo di poter chiamare ancora amicizia, pur sapendo che non era; e forse mi son fidata troppo di Romeo, del suo riderne; perché non credetti di doverlo tenere come un segreto per me sola.

        GIORGIO: Ma non gli può durare un simile sospetto: è ridicolo! Tanto più che sei stata franca con lui: gliel’hai detto!

        BICE: Forse non dovevo dirglielo. Mentre io, proprio in quei giorni, patii l’ag­gressione di Respi, Romeo fu testimonio dell’ansia, dell’ardore con cui Gine­vra aspettò tutto il tempo il tuo arrivo –

        GINEVRA (guardandola ferma negli occhi): – ne fosti testimonia anche tu –

        BICE: – sì, cara, chi lo può negare? ti vedo bene come sei con lui! Mi sento come annichilita.

        GIORGIO: Oh poi!

        BICE: Ma sì, Giorgio. Non dovevo dirgliene nulla. Sono stata una sciocca. Do­vevo mettere a posto Respi, come ho fatto. Ma dare a lui, anzi, l’impressione –

        GIORGIO: – di che cosa? –

        BICE: – è, pare, l’unico modo d’ajutarlo, Giorgio; che si possano commettere delitti senza volerlo –

        GIORGIO (strabiliato): – che tu con Respi…? oh dico, non vorrai impazzire anche tu?

        BICE: – no, lui solo, per ora, ne sta impazzendo…

        GINEVRA (tornando a guardarla ferma negli occhi): Non sono cose che si pos­sano fare di proposito, Bice, volendolo! Allora sì diventano veramente de­litti.

        BICE: Sì, sì, hai ragione, l’impossibile, l’incomprensibile, l’inconfessabile: ci vuol questo per lui, per ajutarlo, la cosa più inverosimile, che so! che io e tu, Giorgio –

        GINEVRA: – ecco, proprio questo, per esempio –

        GIORGIO (stordito): – ma che dite?

        BICE (eccitata, estrosa, per istintivo bisogno di vendetta): – presi in un gorgo di follia, Giorgio, in un attimo d’assoluto accecamento: questo! questo! come lui potè uccidere quel ragazzo! ha bisogno di questo lui! Ma sarebbe anche più inverosimile con Respi! Non dovevo, non dovevo riderne! Ma lasciar­glielo sospettare. Lo sospetta ancora, per fortuna! Io sono una sciocca a mo­strarmene afflitta, ad averne paura. Se voglio ajutarlo, devo lasciargli crede­re-

        GIORGIO: – che cosa? l’assurdo? che io con te…? –

        BICE: – l’assurdo, sì, l’assurdo, Giorgio! che questa cosa impossibile sia potuta avvenirmi, senza ch’io sappia come, tanto da non sentirne alcun rimorso –

        GINEVRA (c.s.): – questo sopra tutto! –

        GIORGIO (a Ginevra, trasecolato): – ma sei stata tu a suggerirle una simile enormità –

        BICE (subito c.s.): – no! no! l’ho capita io ora, in un lampo! L’hai sentito anche tu, com’egli ora vede: che le cose più impossibili, più impensate, ac­cadono, e non se ne sa nulla, i veri delitti, chiusi, sepolti dentro; la fronte è dura; non ci si legge. Io non devo abbassare più il capo davanti a lui come una colpevole. Non è colpa, se non s’è voluto. È quello che lui sostiene. L’incoscienza. Se lui ha ucciso, non è vero, Ginevra? (A Giorgio:) E non hai inteso anche tu, che non me ne farebbe una colpa? Come potrebbe, con un’e­sperienza come la sua? Sì, sì, bisogna, bisogna che io l’ajuti così!

        GIORGIO: Ma come, mentendo?

        BICE: Mentendo, se a me per disgrazia non è accaduto mai nulla!

        GIORGIO (severo e minaccioso): Se tu tenti di fare una cosa simile, io te l’im­pedirò!

        GINEVRA (istintivamente): No! tu…

        GIORGIO: Io! io!

        BICE: Tu non devi immischiarti.

        GIORGIO: E invece m’immischierò; gli dirò tutto; che vuoi mentire per ajutarlo, dandogli a credere una cosa non vera!

        BICE (dopo una pausa, fredda, ambigua, voltando il capo a guardarlo): Che ne sai tu?

        GIORGIO (stupito): Come, che ne so io? Stai finendo di dirlo tu stessa!

        BICE: Ma perché proprio a te non posso confessarla, Giorgio!

        GIORGIO: Proprio a me? che significa?

        BICE: Ginevra lo sa. E sono sicura che non lo confiderà mai a nessuno. Tu puoi stare tranquillo, Giorgio, partirtene tranquillo. Dirò io tutto a lui, tutto quello che debbo dirgli per mettergli l’animo in pace. Lasciami fare. Ginevra m’ha ajutata a comprendere tante cose.

        GIORGIO (risentito, sentendosi escluso): Ah, se sei venuta a dirle cose che io non debbo sapere! (e s’avvia per rientrare in casa.)

        GINEVRA (per trattenerlo): Ma abbiamo finito!

        BICE: lo vado!

        GIORGIO: Non voglio saper nulla! Non voglio sapere più nulla! (Giorgio, via.)

        BICE (dopo una pausa, lentamente): È da sbalordire, come tu puoi essere così, davanti a lui; io non potrei, non potrei…

        GINEVRA (affettuosa, commossa, riconoscente): Ma sì, anche tu, Bice, anche tu! Siamo donne, noi, e difendiamo a qualunque costo la vita. Loro sono uomini, e si fanno di tutto un caso di coscienza per travagliarsene lo spirito. Se lasciassero in pace la vita, sanarsi da sé, dove ci ha ferito; risolvere da sé, anche le cose orribili che ci può dare! Pensa quante, e noi le sopportiamo! Loro non potrebbero. Ne impazzisce lui! Io amo Giorgio, Bice! Lo vedi? lo vedi come l’amo? Sii misericordiosa! Comprendi! Comprendi, anche se lui, facendo così, tormentandoti, dimostra di non amarti! Non lo fa certo per me! Mi rovina! Mi uccide!

        BICE: Lui ha coscienza.

        GINEVRA: Rovina tutti! Uccide tutti! Pensa se Giorgio, per questa sua pazzia, venisse a scoprire! Sei venuta a scoprirlo tu, e Dio sa come t’ha ferito, ma vedi? tu che sei donna, tu sopporti e vuoi salvare, tu che lo ami, la sua e la tua stessa vita! Io quella di Giorgio e la mia, sì, anche la mia! – Oh Dio! chi è? Respi?

        BICE: Viene a proposito!

        Si sono udite dall’interno, infatti, parole concitate, confuse, di Respi e di Giorgio. Entrano Respi e Giorgio.

        RESPI: No, no, meglio se è qui, meglio se è qui!

        BICE: Sì, meglio, Respi, che vi trovi qui.

        GIORGIO (seguitando nella sua azione di volerlo mandar via): Ma nient’affatto! Tu devi andare!

        RESPI (eccitatissimo, esasperato): No! A una spiegazione, chiara, esplicita – definitiva – bisogna pur venire!

        GINEVRA: Ma non qua, non ora, Respi! Risparmiatelo! Egli domani parte!

        GIORGIO: Ma no, non è per questo! E perché io non posso permettere –

        BICE (interrompendolo): Tu non c’entri, Giorgio!

        GIORGIO: No, no, in casa mia, sotto i miei occhi no! (A Respi:) E io ti prego d’andartene e di lasciare in pace in casa mia Bice! (A Bice:) E se tu poi –

        GINEVRA (a Bice, simultaneamente): – sì, sì, per carità, Bice! Comprenderai che alla sua presenza –

        GIORGIO: – vuoi che assista a una simile pazzia? e che la permetta? No!

        RESPI: Ma è necessario!

        BICE (arrendendosi): Sì, Giorgio, vado, vado.

        GIORGIO (voltandosi aspro a Respi): Che è necessario? che tu revini…?

        RESPI: No! Anzi, al contrario! Spiegare –

        GIORGIO (interrompendolo): Lo spiegherai a lui!

        RESPI: A lui non è possibile. Aggredisce, mi provoca in tutti i modi –

        GIORGIO (sorpreso e costernato): T’ha provocato?

        RESPI: Sì, ora, al Circolo, e sono venuto qua da te apposta! perché gli faccia intendere, come puoi tu solo –

        GIORGIO (alzando le braccia, spazientito): – io! io! io! –

        GINEVRA: – è sul punto di partire!

        RESPI: Ma io non posso, perdio! lasciarmi ancora provocare così, davanti a tutti, con la derisione! Rompergli in faccia? Se egli non si cura più del ri­spetto in cui dev’esser tenuta una donna… Bisogna che ti metta di mezzo tu, Vanzi, credi, è necessario. Io vi ho detto jeri qua tutto. Ma vedete che è pro­prio per me?

        BICE: No, no, non è per voi, Respi!

        RESPI: M’ha aggredito! come non è per me?

        BICE: Ma la colpa è mia. Non dovevo dir nulla. Riconosco il mio torto.

        RESPI: Io non sapevo di trovarvi qua, Bice! Ma è bene che ora diciate tutto anche voi, e che sia finita. O altrimenti io non rispondo più di me! (Entra di furia Romeo Daddi.)

        ROMEO (diretto a Respi): Ah sei qua?

        GIORGIO (cercando subito di trattenerlo): Romeo!

        GINEVRA (quasi tra sé): Oh Dio mio!

        BICE: Per carità, Romeo!

        ROMEO (svincolandosi dai tre che lo attorniano): Lasciatemi!

        RESPI (facendosi avanti): Bada che la mia sopportazione –

        ROMEO: E avanti, paladino…

        GIORGIO (facendosi subito in mezzo): Finitela, insomma, in casa mia! (A Romeo): Non sarai venuto qua ad aggredirlo!

        ROMEO: E no! Se viene a farsi riparo delle donne!

        RESPI: Quello che tu fai è indegno!

        ROMEO: Ah sì? Quello che faccio io? Perché tu le difendi le donne?

        RESPI (a Giorgio): Ah senti! faccio quello che ogni uomo d’onore –

        ROMEO (interrompendolo, con un ghigno): Ma sì, d’onore! (A Bice:) Ti di­fende, lui! Ti va difendendo da per tutto!

        RESPI: E non dovrei farlo?

        GINEVRA (piano, esasperata, a Respi): Ma non lo cimentate!

        ROMEO (seguitando, a Respi): Eh altro! È il tuo dovere d’uomo d’onore! (A Bice:) Che non gli hai concesso nulla tu, nemmeno un bacio, è vero? (Con furba domanda repentina:) Forse un bacio sì?

        BICE (supplice): Ma Romeo!

        GIORGIO: È veramente incredibile!

        ROMEO (rispondendo all’ esclamazione di Giorgio come per tranquillarlo): No, no, nemmeno un bacio! È la verità! (Alludendo a Respi:) E la fa sapere a tutti, lui; e questo non gli pare indegno!

        RESPI: Se tu sospetti e l’accusi innocente!

        ROMEO: Io, già! Mentre tu l’insidii, Fassedii, vieni a insidiarla, a sorprenderla in casa mia, sotto il mio stesso tetto; questo è d’uomo d’onore?

        RESPI: Ma lei m’ha respinto!

        ROMEO: Affar suo! Lascia star lei! Io dico tu, tu non puoi negare d’averla insi­diata! È vero questo, sì o no? E poi, che io la sospetti, ti pare indegno?

        GIORGIO: No, è indegno che tu non la creda!

        ROMEO: Io la credo! Dico lui, lui, che agisce da mascalzone!

        RESPI (non potendone più): Oh, infine, sono pronto a rispondertene!

        ROMEO (prendendolo per il petto): Come me ne rispondi? Non hai agito da mascalzone?

        GIORGIO (separandoli): Ma via! Basta! Che volete fare?

        RESPI (esasperato, additando Romeo, a Giorgio): Ma lo vedi? lo vedi?

        GINEVRA (a Bice): Bisogna finirla! Pòrtatelo via!

        BICE (subito, a Romeo, forte): Io vado, io vado, Romeo!

        ROMEO (staccandosi, con un maligno riso, indicando Respi): Mi sfida! Si mette a mia disposizione! Io ho tutto il diritto di darti del mascalzone, perché tu hai voluto, voluto, con ostinazione, con persecuzione insidiarmi la moglie, indurmi per conseguenza al sospetto, no? a pensare che – non ora, non ora in villa, perché lo so, lei t’ha respinto – ma prima, prima – dura da un anno la tua corte – in un momento d’assenza, d’incoscienza, che so! lei abbia potuto – no, no! non è stato! va bene! – ma è pur possibile, oh Dio, lo sappiamo tutti! è pur possibile! – e che un simile pensiero mi sia entrato in mente, non è colpa tua? – (D’un tratto smarrito, interrompendo l’invettiva, ricredendosi impensatamente, con stupore di tutti:) Ma no! no! non è vero! scusami! non è vero! non è colpa tua. – (Voltandosi a Ginevra:) Vedi che non posso tenere la maschera, Ginevra? (A Respi:) Colpa tua è soltanto d’averlo voluto! Il so­spetto non mi viene da te e nemmeno da lei. (Indica Bice.) Io anzi t’invidio, t’invidio, Respi, non ti lodo, ma t’invidio! Non t’è mai avvenuto nulla che tu non volessi! Tu vuoi! Tu sai! Sei così sicuro di te! Anche quando sei solo, non è vero? quando non ti vedi, sempre sicuro di quello che fai! Le sai tutte, beato te, le tue mascalzonate! Non t’offendere! non t’offendere! Quest’è umano, quest’è umano! Ne hai coscienza! È tutto il resto che non si spiega! Tu puoi compiacertene o fartene rimorso, beato te! sei da invidiare per questo! dopo aver tentato di tradirmi, fare un duello con me e infilzarmi o cacciarmi una palla in fronte o in petto, e farti questo gran rimorso! (Gli prende la testa e lo bacia in fronte.) Toh! bravo! Fai il male, sapendo di farlo, tu! Io no, io no! E Bice è come te – lei nel bene, e tu nel male! Sei un solido, magnifico mascalzone, come lei una dolce, purissima colomba! E anche tu, Giorgio, un brav’uomo che sa, sa tutto quello che fa, anche le piccole marachelle, che non son colpe, durante le lunghe assenze –

        GIORGIO (ridendo): Oh, io non le ho mai nascoste a mia moglie; la dovrei sti­mar stupida altrimenti, da non supporre che stando così a lungo lontano… Si farebbe un cattivo concetto di me!

        ROMEO: Mentre una donna, eh? deve sapere aspettare! ed è una colpa gravis­sima, se non sa aspettare!

        GIORGIO (turbandosi d’un tratto): Che c’entra adesso…?

        ROMEO (subito): No, no! Dico quello ch’è stabilito che non si discute nem­meno!

        GIORGIO: Tu seguiti a parlare a vanvera, è vero?

        ROMEO: Ma sì, da pazzo!

        GIORGIO: Perché altrimenti non comprenderei come ti possa venire in mente di parlar di Ginevra, adesso.

        ROMEO: Ma no, che dici! io, di Ginevra? io parlo delle cose che si sanno,come si sono stabilite, che le donne, in generale –

        GIORGIO (interrompendo, reciso): La donna è un’altra cosa!

        ROMEO: Ma sì, non si discute!

        GIORGIO: Pareva che tu lo volessi discutere!

        ROMEO: Ma no! D’accordo! Io volevo appunto affermare questa bellezza di so­lidità – là – delle cose stabilite, che tutti sanno e, anche se non sanno, accet­tano – là – perché si sono stabilite. Un cieco, non vede la luna, ma sa che c’è. Tutti sanno che in cielo c’è la luna; e che sulla terra ci sono i boschi. Cre­diamo, almeno, di saperlo! Ma poi tutt’a un tratto ci accorgiamo di non averlo mai saputo veramente, quando ne abbiamo un sentimento vero, così raro, che ce ne crea d’improvviso, misteriosamente, la realtà; e la scopriamo allora, la luna, il bosco, la luna che è «quella», ora sì, «la luna» (indica la luna che è sorta) «il bosco», quello! che non han più nulla da vedere con la luna e col bosco degli altri, come comunemente si sa che ci sono, l’una in cielo e l’altro in questa o in quella parte della terra. Ah, eccola, è questa la Luna! Se ne ha una volta sola il sentimento vero! E tanti non lo hanno mai, e vivono delle cose che si sanno, senza nessuna vera realtà per loro. E tanti che lo hanno avuto una volta, cercano di riaverlo, e non lo trovano più. E questa – questa dei sentimenti veri – misteriosi – la vera vita – che non si sa come si crei in un attimo, e ti rapisca, e ti può anche far commettere delitti che tu non sai, terribili, e non se ne sa più nulla, passato quell’attimo, estinto il mistero. Le cose che si sanno non significano allora più nulla.

        S’è fatta sera, una chiara sera dilagata d’un misterioso azzurro lunare; si sono accesi i fanali sulla balaustrata, con lampade anch’esse d’una tinta az­zurra; e per l’aria e il tono con cui Romeo Daddi ha parlato, tutti son rimasti come presi in un incanto angoscioso. Lunga pausa. Tutt’a un tratto Giorgio, come se in quell’incanto si fosse maturato il sospetto, si alza e dice a Romeo:

        GIORGIO: Tu, Romeo, domani mi dirai. Tutti restano, voltandosi a guardarlo stupiti. Un’altra pausa.

        ROMEO (incerto): Io?

        GINEVRA (incerta): Che cosa?

        BICE: No, che vuoi che ti dica, Giorgio?

        GINEVRA: Romeo può parlarti ora stesso.

        GIORGIO (pronto, cupo, fermo, rude): Tu, zitta! Devo prima parlare con te.

        BICE (risoluta, non meno ferma): Ginevra non ti può dir nulla.

        GIORGIO: Vedremo!

        BICE (a Ginevra come se tra loro ci fosse un’ intesa): Io son sicura di te, Gine­vra! Bada che tu m’hai giurato!

        GIORGIO (severo): Io non ti credo, Bice! Non lo crede neanche lui, tuo marito. Crede a Respi. Noi ne parleremo domani, Romeo.

        ROMEO (lentamente, come dopo una profonda trafittura): Io non potrei che dirti, Giorgio, la mia vergogna.

        GIORGIO: Mi dirai domani. O forse non ci sarà più bisogno che tu mi dica. Vi prego tutti d’andare.

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