La favola del figlio cambiato – Quadro terzo

La favola del figlio cambiato – Quadro terzo

Premessa
Personaggi, Quadro I
Quadro II
Quadro III
Quadro IV
Quadro V

Musica di Gian Francesco Malipiero


    Quadro Terzo

La favola del figlio cambiato - 1956-57 - Valentina Fortunato - Piccolo Teatro di Milano        Caffeuccio a terreno. Porto di mare. Finestra in fondo aperta, da cui si scorge il porto con le alberature delle navi ormeggiate e la torretta bianca con la lanterna rossa, piccole per la lontananza. Una leggera tendina azzurra un po’ unta è alla finestra e svolazza alla brezza marina. Da fuori, lontani, arrivano suoni, canti, voci. La porta è a destra, sul davanti: e, subito dopo, una scaletta che conduce a un usciuolo a vetri con tendina verde, illuminato da dietro. Sotto la scaletta, su questa parete, è un pianoforte sgangherato, su cui pesta un vecchietto capelluto e sonnolento. Una sciantosa tutta ritinta; con sottanella a ombrello di tutti i colori, canta e balla. Il banco di mescita è dirimpetto, davanti la parete sinistra, su cui è la scaffalatura con le bottiglie dei liquori. Siede al banco una femmina di rubiconda grassezza burbera e baffuta. Buttata a terra a sedere sotto la finestra, con le gambe aperte e i piedi nudi, sporchi di sabbia bagnata e rappresa, e una giovane scema e muta, cenciosa, sempre ingravidata, non sa mai da chi; ma questa volta, sì, pare che lo sappia: dal «Figlio-di-re», per cui la chiamano ormai «La Regina». Scarmigliata, ha la faccia della voluttà, pallida, e tiene gli occhi chiusi, quando li apre, imbambolati, ride stupidamente d’un riso vano: largo e senza suono, da maschera. Attorno ai tavolini seggono gli avventori, gente del porto, qualche impiegato di dogana che viene a prendere il suo caffè e a leggere il giornale; tre sgualdrinelle; e si beve, si ciarla, si giuoca a dadi, a carte.

        Al levarsi della tela la sciantosa sta cantando questa bella canzone:

        LA SCIANTOSA:

        La mia vita è qua,

        la mia vita è là,

        trottola trottola,

        requie non ha.

        Sempre giro,

        giro,

        giro,

        giro, giro sempre più.

        Come sono?

        bianca,

        rossa,

        verde,

        nera?

        sono di tutti i colori,

        biancorossa,

        verdenera,

        giallolillarosablù.

        E finito che ha di cantare e girare, come una matta si butta sulle ginocchia di un avventore che siede solo a un tavolino.

        L’AVVENTORE (cacciandola, seccato):

        Va’ al diavolo!

        LA SCIANTOSA:

        Ne vengo!

        M’ha comandato lui

        di venire da te

        per farti compagnia.

        L’AVVENTORE:

        Tornaci, bella mia,

        e di’ che lo ringrazio;

        m’è bastato lo strazio

        ella tua melodia.

        UNA DELLE TRE SGUALDRINELLE (alle altre due):

         L’ho detto e lo mantengo:

        con due ministri, buj

        come la notte, e un maggiordomo nero,

        un Principe straniero,

        figlio di re.

        LA SECONDA:

                           L’hai visto tu, sbarcare?

        LA PRIMA:

        L’ho visto io.-

        LA TERZA:

                           Com’era?

        LA PRIMA:

        Malato.

        LE ALTRE DUE:

                           Ah sì, malato?

        LA PRIMA:

        Un visino di cera…

        Capelli biondi…

        LA SECONDA:

        Inglese?

        LA PRIMA:

        Non so di che paese.

        L’hanno mandato

        alla nostra riviera…

        LA SECONDA:

        Per cura?

        LA PRIMA:

                           Ha presa stanza

        alla villa sul mare.

        LA TERZA:

        Un principe in vacanza!

        LA PRIMA:

        Ma temo che s’annoj!

        LA SECONDA:

        Cara, s’è un Principe,

        non è per noi!

        LA TERZA (sbadigliando):

        E s’è malato poi…

        Da lontano, cadenzato, arriva un coro di monelli che dànno la baja:

        CORO DI MONELLI:

           olé, olé,

        figlio di re!

        olé, olé,

        figlio di re!

        La sciantosa, fatto il giro col piattello, si ripresenta all’avventore:

        LA SCIANTOSA:

        Da’ la mancia.

        L’AVVENTORE (con una manata):

        Va’ via!

        Intanto la padrona del caffeuccio, udendo il coro dei monelli che s’approssima, scende dal banco e va a urtare col piede «La Regina» che dorme per terra.

        LA PADRONA:

        Su, pancia,

        su,

        su,

        fuori di qua!

        LA PRIMA DELLE SGUALDRINELLE:

        E lasciala stare,

        che male ti fa?

        LA PADRONA:

        Non la voglio qua da me,

        sei contenta?

        LA SECONDA:

        Sempre col ventre pieno,

        vergogna!

        LA TERZA:

        Ma un po’ di carità,

        se non per lei per il suo stato almeno!

        L’AVVENTORE:

        iNe fa uno e s’addormenta;

        prima di fare l’altro se lo sogna.

        LA PADRONA:

        Su, su, ti dico! su,

        sacco d’umanità!

        Tirata sù, «La Regina» si guarda in giro, sbattendo gli occhi, e mostra a tutti il suo largo e vano riso da scema. Gli avventorì la burlano:

        GLI AVVENTORI:

        – Chi è stato, di’? chi è stato?

        – Chi te l’ha fatto il guajo?

        – Certo un soldato!

        – O un marinajo!

        – Nemmeno lei lo sa!

        LA PADRONA:

        No, chi è stato,

        questa volta lo sa bene!

        eccolo qua,

        che viene.

        Il coro dei monelli è già davanti la porta.

        CORO DI MONELLI:

           Olé’ olé,

        figlio di re!

        Olé, olé,

        figlio di re!

        Tutti nel caffeuccio scoppiano in una lunga strepitosa risata, come, zampettando sulle gambe sbieche stirate e tutto in preda a una continua convulsione di nervi, che non gli lascia fermo  un momento alcun membro, appare sulla soglia «Figlio-di-re» con una corona di cartone dorato di traverso sul capo e un mantelletto sulle spalle: mostro allegro, esultante, che stenta a parlare.

        FIGLIO-DI-RE:

        Agghivato pe mmaghe è un ghan legno,

                           pfum-pfum,

                           pfum-pfum,

                           pfum-pfum

                           bandieghe,

                           catene,

                           pennacchio di fumo,

                           pfum-pfum,

                           pfum-pfum

                           pottaghmi co quetta coghona

                           e quetta gheghina a mmio ghegno,

        tira a sé «La Regina»

        sedeghe su xxrhono!

        Ogni verso è accolto dagli avventori con risate e applausi, a cui rispondono da fuori le grida dei monelli. Entrano intanto, a frotte, alcuni marinaretti stranieri, agitando i berretti e gridando:

        MARINARETTI:

        Trinchevàine! Trinchevàine!

        Mit Froilàine! Mit Froilàine!

        Le sgualdrinelle si lanciano nelle loro braccia, e «Figlio di re» li addita agli avventori, beato e festante:

        FIGLIO-DI-RE:

        Ecco! Ecco!

        UN AVVENTORE:

                           Chi sono? Chi sono?

        FIGLIO-DI-RE:

        Maghinaghi de mmio ghegno!

        Maghinaghi de mmio ghegno!

        facendosi loro innanzi e indicando la corona che porta in capo:

        Maghinaghi de mmio ghegno,

        salutate il voxxrho ghe!

        I marinaj ridono con gli avventori, mentre la sciantosa fa subito attaccare al vecchietto la nuova canzone per i nuovi venuti:

        LA SCIANTOSA:

        Marinaretti che terra toccate,

        sempre trovate le belle figliole…

        Ma la padrona non ne può più, manda a gambe all’aria il vecchietto e dà un urtone alle spalle alla sciantosa, poi sifa in mezzo, gridando:

        LA PADRONA:

        Basta!

        Basta!

        Basta!

        Basta!

        Non do spettacoli

        in casa mia!

        ricacciando «La Regina»

        E tu intanto, via,

        via col tuo re!

        FIGLIO-DI-RE (rivoltandosi feroce):

        Ghispetta la coghona!

        L’AVVENTORE (interponendosi):

        Via, padrona,

        siate buona,

        e tutti gli altri del caffé ripetono:

        buona,

        buona,

        e l’Avventore riprende:

        Via, padrona,

        e ancora gli altri:

        buona,

        buona.

        e di nuovo l’Avventore:

        Lasciateci onorare

        la nuova dinastia;

        ma diteci chi è

        questo novello re!

        Entra all’improvviso, fosca come una bufera, Vanna Scoma. Tutti si scostano, facendo silenzio.

        VANNA SCOMA:

        Chi è? La follia

        d’una ignorante. La cerco. Dov’è?

        Non voglio che si dia

        di quanto è avvenuto,

        di quanto potrebbe avvenire,

        la colpa a me!

        LA PADRONA:

        Non siete andata ogni notte a vedere

        il suo figliuolo alla reggia?

        VANNA SCOMA:

        Per quietarla!

        LA PADRONA:

        No, per frodarla!

        «Come cresce? com’è?»

        «Cresce bene, col re, ch’è un piacere,

        come ci gioca, come lo vezzeggia.»

        E questo sciagurato,

        intanto eccolo qua,

        cresciuto

        come un bruto, zimbello

        d’ogni monello.

        IL CORO DEI MONELLI (davanti alla porta):

        Olé, olé,

        figlio di re!

        olé, olé,

        figlio di re!

        LA PADRONA:

        Eccoli, li sentite?

        VANNA SCOMA:

        Perché voi non capite!

        Fu sapiente carità la mia.

        LA PADRONA:

        Pretesto di scrocco,

        ecco quello che fu.

        L’AVVENTORE:

        Brava, padrona,

        pretesto di scrocco!

        VANNA SCOMA (prima all’una, poi all’altro):

        Sciocca! Sciocca! – Sciocco

        anche tu!

        Feci dipendere il bene di quello

        dal bene di questo,

        e voi dite pretesto

        di scrocco,

        la carità mia!

        Non è colpa mia

        se poi questo è cresciuto

        com’un allocco

        o com’un bruto!

        LA PADRONA:

        E se ognuno lo burla

        con quella corona?

        Se dietro gli s’urla

        ch’è figlio di re?

        VANNA SCOMA:

        Doveva la Madre

        sapere

        tacere.

        LA SCIANTOSA (che guarda dalla porta):

        Eccola!

        vien di corsa!

        LA PADRONA:

        Anche lei qua da me?

        LA SCIANTOSA:

        Oh Dio, pare morsa

        dalla tarantola! Fa

        con le braccia così – così – così…

        agita in aria le braccia.

        LA PADRONA (urlando):

        Via tutti! Via tutti!

        Fuori di qui!

        Non voglio scandali,

        non voglio ambasce

        nel mio caffè!

        Entra, seguita da alcune donne del popolo, la Madre delirante.

        LA MADRE:

        È arrivato! è arrivato

        il figlio mio, malato,

        il figlio mio che in fasce

        mi fu cambiato!

        È arrivato! è arrivato!

        L’AVVENTORE:

        Il figlio vostro? E questo

        allora che cos’è?

        non basta che ve l’abbiano

        incoronato re?

        LA MADRE:

        No, non è questo, no!

        questo mi fu lasciato!

        Pallido, come un morto,

        questa mattina all’alba,

        nel porto,

        il figlio mio,

        il figlio mio,

        guardate,

        eccoli i marinaj,

        me l’han portato loro,

        questa mattina all’alba,

        sopra una nave tutt’argento e oro!

        È il figlio mio, non è

        un Principe straniero!

        Dicono c’ha bisogno

        di sole. Non è vero.

        Ha bisogno di me,

        della sua mamma,

        e non lo sa!

        Qualcuno in sogno

        gli ha certo parlato,

        ed è venuto qua

        malato.

        Andate a dirglielo, voi marinaj

        andate a dirglielo ch’io sono qua,

        io, la sua mamma

        che lo guarirà!

        Poi, rivolgendosi al mostro incoronato:

        E tu, a casa! a casa!

        FIGLIO-DI-RE (rivoltandosi, comico e brutale):

        No!

        Io sono il ghe!

        E questa la gheghina!

        Tutti di nuovo scoppiano a ridere.

        L’AVVENTORE:

        Vero, verissimo,

        Signori, ormai

        nessun di noi

        lo potrà più negare.

        E dunque a voi,

        Maestà,

        a voi, Regina,

        devotamente,

        ognun di noi

        s’inchina!

        Inchino grottesco di tutti, tranne della Madre e di Vanna Scoma, e «Figlio-dire» e «La Regina» a braccetto escono. Mentre il buffo corteo sfila:

        VANNA SCOMA (dice alla Madre):

        Non attentarti a dire

        al Principe arrivato

        quello che hai detto qua:

        Bada – è malato –

        te lo farò morire.


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