La favola del figlio cambiato – Quadro quinto



La favola del figlio cambiato – Quadro quinto

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Musica di Gian Francesco Malipiero


    Quadro Quinto

La favola del figlio cambiato - 1956-57 - Valentina Fortunato - Piccolo Teatro di MilanoLato opposto del giardino, verso l’entrata della villa. Sul davanti è il viale che porta al cancello. In fondo è una proda in pendio, con una fontanella e un sedile di marmo.

La proda è cinta da un’alta siepe, in cui si vede uno sforo.

Appare in esso, tra qualche foglia pendula, il viso della Madre, che spia. Il giovane Principe è seduto sul sedile, assorto. Poco dopo, si alza, smanioso.

 

IL PRINCIPE:

Insoddisfazione! Non trovo

più requie in alcun posto,

e più pace non ho!

Sento vicino,

accosto,

il mio destino, e non so

come ghermirlo!

Voltandosi, scorge quel volto che lo spia dallo sforo della siepe.

Che fai tu li?

chi sei?

perché mi guardi così?

 

LA MADRE:

Non posso dirlo.

 

IL PRINCIPE:

Piangi, con occhi

che ti ridono; è strano;

perché?

 

LA MADRE:

Non posso dirlo.

 

IL PRINCIPE:

Nemmeno chi sei?

 

LA MADRE:

Una donna di qui,

che aveva un tempo un figlio…

 

IL PRINCIPE:

E io gli somiglio?

 

LA MADRE:

Sì.

 

IL PRINCIPE:

Sento che con gli occhi,

guardandomi, mi tocchi

come con la mano.

 

LA MADRE:

Invidio tua madre

ch’ebbe questa fortuna.

 

IL PRINCIPE:

Mia madre? Mia madre morì:

– una bara – una cuna.

 

LA MADRE:

Morì? Tua madre?

 

IL PRINCIPE:

Sì,

come nacqui. Piansi, e lei lì muta.

Non l’ho conosciuta.

Ah, non fummo felici

né lei di morire,

né di nascere, io.

 

LA MADRE:

Oh Dio, oh Dio,

ma allora perché

l’hanno fatto?

 

IL PRINCIPE:

Che dici?

Di che

ti dài pena?

Una regina, da tanto

scomparsa dalla scena

del mondo… E questo tuo pianto

per me… Che vuol dire?

 

LA MADRE:

Ma se …

ma se non lo fecero

per darla a un’altra

la gioja d’averti…

perché?

 

IL PRINCIPE:

Tu farnetichi…

 

LA MADRE:

Almeno questo conforto

per me, qua meschina,

saperti…

 

IL PRINCIPE:

Oh bella! Tu mescoli

la tua storia e la mia…

 

LA MADRE:

È crudele! È crudele!

 

IL PRINCIPE:

T’è morto

il figlio?

 

LA MADRE:

No! non sia mai!

Ma sento che non hai

avuto mamma! Ed a me,

qua fiele, fiele

nel seno,

il latte mi si fece!

Credevo che invece

tu almeno

al seno di quella…

d’una regina…

la vita bella…

ricchezze…

la reggia…

 

IL PRINCIPE:

È il sole! Sì, colpa del sole

dev’essere, io penso.

Qua tutti si vaneggia.

Donna, non colgo senso

nelle tue parole.

Tuo figlio non è più con te?

Dov’è?

 

LA MADRE:

Mi fu rapito

in fasce, e portato, mi dissero,

in una casa di re.

 

IL PRINCIPE:

Ah, e forse – ho capito –

tu credi che possa esser io?

 

A questo punto, dalla fontana dietro alla quale si teneva nascosto, scatta addosso al Principe con un pugnale brandito «Figlio-di-re».

 

FIGLIO-DI-RE:

No! Io,

io sono il Ghe!

E tu, l’usuxxpatoghe!

 

Sta per colpirlo alla nuca; ma al grido della Madre, nel vederlo apparire, il Principe, voltandosi, può schermire il colpo e attanagliare i polsi del mostro.

IL PRINCIPE (ghermendolo):

Oh! Guarda! Tu… buffo!

 

Mentre la Madre, sempre gridando, accorre per entrare dal cancello nella villa, da dietro la fontana sopravvengono, gridando anch’essi, i due Ministri e il Maggiordomo col Podestà del luogo, che ha recato, col corriere diplomatico, l’annunzio della morte del re.

 

I MINISTRI, IL MAGGIORDOMO E IL PODESTÁ (accorrendo):

– Che cos’è?

– Che cos’è?

– Maestà!

– Maestà!

– Un attentato anche qua?

 

IL PRINCIPE:

No, niente, un tuffo

di sangue alla testa: passato!

Ecco: guardatelo!

incoronato!

è l’attentato

d’un re!

 

PRIMO MINISTRO:

Questo mostro

chi è?

 

IL PODESTÁ:

Lo zimbello del nostro

paese; vi dirò

 

IL MAGGIORDOMO:

Io lo so,

gli s’è lasciato credere…

 

IL PODESTÁ:

Ecco, una favola

che da tant’anni qua

gira tra il popolo…

 

FIGLIO-DI-RE:

Sono

ghe! Sono ghe

 

Entra la Madre, affannata dalla corsa, e si butta in ginocchio.

 

LA MADRE:

Perdono!

Perdono! Non sono

colpevole!

 

IL PODESTÁ (saltandole addosso):

Via! Via! Levatevi!

Non siete colpevole?

Le donne ciarliere…

 

IL PRINCIPE (trattenendolo):

Aspettate! Che favola?

Io voglio sapere.

 

PRIMO MINISTRO (supplichevole):

Maestà! Maestà!

 

SECONDO MINISTRO:

Non c’è tempo: si sta

per partire!

 

MAGGIORDOMO:

È arrivato l’annunzio di morte…

 

IL PRINCIPE:

… del Re?

E resta a lungo, compunto e pensieroso, nel silenzio di tutti, mentre a poco a poco il viale sottostante si va riempiendo di gente del popolo, in massima parte donne, ansiose e sgomente, entrate appresso alla Madre. Il Principe, dopo aver compianto il padre in quel silenzio, si volta ai Ministri e dice:

L’annunzio

allora, anche per me

d’andare a morire

 

LA MADRE (con un grido, dalle viscere):

No, figlio! No, figlio!

 

UNA DONNA DEL POPOLO:

Tu bello

resti qua con tua madre!

 

LE ALTRE:

È tua madre! È tua madre!

 

LA DONNA (indicando il mostro):

Ed è quello

il figlio del re!

 

LE ALTRE:

Quello! Quello!

 

LA DONNA:

E andrà quello! Tu resta

qua!

 

LE ALTRE:

Resta! Resta! Resta!

 

LA MADRE:

Qua, figlio, con me!

 

IL PRINCIPE (esilarato):

La favola è questa?

 

PRIMO MINISTRO (supplichevole):

Maestà… Maestà…

 

LA MADRE:

Non è favola!

È verità!

 

LE DONNE DEL POPOLO:

Verità! Verità!

 

LA MADRE:

Sono tua madre.

 

LE DONNE:

È tua madre! È tua madre!

 

IL PODESTÁ (investendole):

Via di qua! Via di qua! Via di qua!

 

PRIMO MINISTRO:

E voi Maestà

non date ascolto!

bisogna partire!

 

SECONDO:

Partire!

 

LE DONNE (rifacendosi avanti, a più voci)

– Le fosti cambiato!

– Cambiato con quello!

– Rubato!

– Rubato

di notte!

– Portato

lontano! Tu bello!

– E quello brutto

lasciato!

– Qua tutto

il paese lo sa!

 

PRIMO MINISTRO:

Non date ascolto, Maestà!

 

SECONDO:

Non date ascolto!

 

IL PODESTÁ (a gran voce):

È una favola!

 

LE DONNE (con voce più grande):

Verità! Verità!

 

LA MADRE (semplice e piana):

Figlio, è la verità.

Non devi andare a morire.

Mi fosti rapito;

mi sei ritornato.

Ora sei malato,

e ti debbo guarire.

 

IL PRINCIPE:

Ho rischiato,

signori Ministri,

di morire anche qua.

Non vi pare che possa bastare?

 

PRIMO MINISTRO:

Ma Vostra Maestà

 

SECONDO:

… vorrà dare

importanza a una burla?

 

IL PRINCIPE:

Una burla?

la voce del popolo ch’urla

– non avete sentito? –

che è quello il figlio del re?

 

LE DONNE:

Quello! Quello! Quello!

 

IL PRINCIPE (rivolgendosi a «Figlio-di-re»):

Altezza reale, alla gogna

qua da tant’anni esposto,

fate conto che a costo

del vostro misfatto

m’abbiate qua morto.

Ecco, io piglio

il vostro posto!

E, da umile figlio

di questa povera donna,

vi chiedo perdono del torto

che v’è stato fatto.

Signori Ministri,

non mi guardate con occhi sinistri:

Eccovi il Re!

 

TUTTI (tranne i Ministri, il Maggiordomo e il Podestà):

Viva il Re! Viva il Re!

Olé, Olé!

Olé, Olé!

Viva il Re! Viva il Re!

 

I MINISTRI, IL MAGGIORDOMO, IL PODESTÁ:

Eresia! Eresia!

Cacciateli via!

Chiudete il cancello!

Eresia! Eresia!

 

IL PRINCIPE:

Credete a me,

non importa che sia

questa o quella persona:

importa la corona!

Cangiate questa di carta e vetraglia

in una d’oro e di gemme di vaglia,

il mantelletto in un manto

e il re da burla diventa sul serio,

a cui voi v’inchinate.

Non c’è bisogno d’altro, soltanto

che lo crediate.

 

PRIMO MINISTRO:

Ma come vuole, Vostra Maestà,

che possiamo…

 

IL PRINCIPE:

Che cosa? Credere?

Si può sempre! Si può tutto!

 

MAGGIORDOMO:

Ma questo, no, perché sappiamo

che non è vero!

 

IL PRINCIPE:

Ma niente è vero,

e vero può essere tutto;

basta crederlo per un momento,

e poi non più, e poi di nuovo,

e poi sempre, o per sempre mai più.

La verità la sa Dio solo.

Quella degli uomini è a patto

che tale la credano, quale

la sentono. Oggi così,

domani altrimenti. Credete,

credete che questa

vi può convenire assai più della mia.

Io, ora, la so,

la mia verità.

Ero piccolo qua,

con questa madre, nato a questo sole;

povero, ma che importa?

con quest’amore di madre

e questo cielo e questo mare

e la salute e la gioja

di vivere la mia,

la «mia» vera vita per me!

Davanti a questo mare, a questo cielo

vedo anche le case

sollevarsi a un respiro di sollievo!

e ogni casa, per umile che sia,

diventa una reggia del sole!

Veder tutto ai miei piedi?

Preferisco sentire

qualcosa sopra di me!

Pigliatevi, portatevi

lontano il vostro re!

Ora bisogna ch’io trovi

nel calore carnale

di quest’amore di madre,

nell’odore di questa tua veste,

madre,

 

LA MADRE:

sì, figlio, sì;

 

IL PRINCIPE:

e della tua casa,

 

LA MADRE:

sì, figlio,

 

IL PRINCIPE:

nel sapore dei cibi

che mi darai a mangiare

 

LA MADRE:

sì, sì;

 

IL PRINCIPE:

il sentimento perduto

della tua naturale umiltà.

Vado a tuffar le mani

in quella fontana!

Voglio che la vita

si rifaccia in me nuova

come un’erba d’aprile!

Via la nebbia amara, e quel fumo,

quel fumo forato da lampade,

architetture di ferro,

forni, carbone, città

affaccendate da cure

cieche e meschine,

formicaj! formicaj!

Ho perduto l’amore che avevo

della mia sconsolata tristezza!

Ora son pieno di quest’ebbrezza

di sole d’azzurro di verde di mare!

Signori Ministri,

il vostro re l’avete.

Lo porge loro.

Al popolo:

Eccolo! Fategli onore!

Morto il Re, viva il Re!

 

TUTTI:

Viva il Re! Viva il Re!

 

Il Principe, mentre tutti gridano e ridono, butta le braccia al collo della madre.

 

LA MADRE:

Figlio mio! Figlio mio!

Fine


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