La favola del figlio cambiato – Quadro quarto

La favola del figlio cambiato – Quadro quarto

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Musica di Gian Francesco Malipiero


    Quadro Quarto

La favola del figlio cambiato - 1956-57 - Valentina Fortunato - Piccolo Teatro di Milano        Giardino della villa sul mare, la terrazza. Ajuole, statue, sedili di marmo. Il giovine Principe è sdrajato su uno dei sedili; i due Ministri sono dietro la spalliera, che si guardano tra loro, perplessi nella contrarietà in cui si trovano. Fulgido mattino. Silenzio di paradiso.

        PRIMO MINISTRO (facendosi coraggio):

        Vostra Altezza (ma già

        possiamo quasi dire

        Vostra Maestà…

        IL SECONDO:

        Ecco, già.

        Maestà, Maestà!)

        IL PRIMO:

        Dovrebbe capire…

        IL SECONDO:

        Ecco, capire…

        IL PRIMO …capire

        che questa indolenza…

        IL PRINCIPE:

                              … di dama

        sdrajata seminuda …

        IL PRIMO (scandalizzato):

                              Oh no, che dice,

        Altezza!

        IL PRINCIPE:

                              Dico che mi godo

        questo tepore che dà

        un’ebbrezza, un’ebbrezza

        che ne vorrei morire.

        Questo veramente si chiama

        sentirsi felice.

        Il regno, non c’è modo

        di lasciarlo per ora appeso a un chiodo,

        come un mantello che mi metterò

        sulle spalle, venuta la sera?

        Non mi dite di no.

        Lasciatemi per ora

        guardare la bella riviera,

        il cielo, il mare;

        godere la prodigalità

        di questo sole, divina,

        che incoraggia alla vita.

        Qua non si muore. Basta

        non cessare d’accogliere in sé

        questo palpito continuo

        di luce, di foglie, di acqua,

        e non si muore.

        S’alza.

        Ho accolto qua tutto,

        l’aria, ogni aspetto di cose

        vicine, lontane,

        con un consentimento1

        così rapido e tenero,

        che è stato per l’anima

        come una nascita nuova

        o ritrovata da un sogno

        d’infanzia, chi sa?

        come se qua

        già fossi nato una volta, in un’altra

        vita, di cui solamente

        l’alba e null’altro

        mi possa sovvenire.

        IL PRIMO:

        Ma è, veda, che gravi

        notizie son giunte,

        Altezza; complicazioni…

        IL SECONDO:

        E ragioni

        di Stato…

        IL PRIMO:

        Il fardello

        dei re …

        IL PRINCIPE:

        Senza peso,

        per carità, senza peso!

        Quest’è saggio:

        albergare di passaggio

        nell’anima del popolo.

        IL SECONDO:

        Son già pronti i bagagli

        IL PRINCIPE:

        No, senza bagagli,

        via tutti i bagagli! A tracolla

        un tascapane

        pieno di frottole amene,

        e a braccetto una bella fanciulla

        naturale come un fiore,

        per cui nel regno,

        vedendoci passare,

        tutti possano esclamare:

        «Ecco un uomo d’ingegno

        e una donna di cuore! ».

        Non cercate, non vi travagliate,

        non c’è bisogno di nulla:

        tutto alla fine verrà come in sogno

        da sé:

        voi, ministri; ed io, re.

        IL PRIMO:

        Ma vostro padre, Altezza

        IL SECONDO:

        Il cuore ci si spezza…

        IL PRINCIPE:

        Vedo mio padre nella sua reggia

        in un fastoso deperimento.

        Addormentata nel capo ogni idea,

        nel petto ogni sentimento,

        nel fegato ogni ira,

        con gli occhi pieni di sonno si stira

        distratto sul mento

        la barbetta profumata:

        «Niente di nuovo nella giornata?».

        La voce di mio padre, per me,

        è come vedere

        uno specchio nell’ombra.

        Si turba; domanda prima all’uno e poi all’altro:

        Allibito? Allibito?

        IL PRIMO:

        Ma anche voi, Altezza, anche voi,

        delle vostre stesse parole…

        IL PRINCIPE:

        No, sono stupito

        che fossero in me,

        tante e sì giuste,

        senza ch’io lo sapessi.

        Vi siete guardati negli occhi;

        v’è parso

        che non parlassi più io,

        ma un altro; e anche a me

        è parso così; ma con questa

        gioja di liberazione.

        Ah, perdere la testa,

        non aver più la ragione!

        Canto di merlo

        in gabbia. Parole fruste.

        Inchiostro

        sparso.

        Re, col Dio

        che ci vuole.

        Dente che duole.

        E tutti dietro uno scudo.

        E mai un viso nudo,

        fino all’anima nudo,

        come vorrei vederlo;

        un sorriso, ma vostro;

        e non fatto per me;

        e come parlate

        dentro di voi; ma questo

        forse non lo sapete

        nemmeno voi stessi.

        Si muove per andare e subito torna indietro per domandare ai due Ministri sbalorditi, con estrema malizia:

        Vorrei sapere dell’acqua del mare,

        se invecchia, se muore!

        ci sarà la più giovane,

        quella che più viva si muove:

        e l’altra, quella che spuma,

        quella che stracca s’abbatte alla spiaggia,

        è forse la vecchia? Vi fa

        ridere questo pensiero

        dell’acqua bambina,

        dell’acqua vecchia del mare?

        Li guarda un po’, così sbalorditi, scoppia a ridere e se ne va.

        IL PRIMO:

        Ohè, dico, gli ha dato

        di volta il cervello?

        IL SECONDO:

        Direi che piuttosto

        con quel girarrosto

        di finto rovello

        di noi s’è beffato.

        IL PRIMO:

        O fors’anche ha voluto…

        Sopravviene il Maggiordomo.

        IL MAGGIORDOMO:

          Eccellenze, il mio saluto.

        IL SECONDO:

        Comprendo e non comprendo.

        IL PRIMO (al Maggiordomo):

        Siamo a un bivio tremendo:

        Partire – morire,

        Restare – abdicare.

        IL MAGGIORDOMO:

        Comprendo e non comprendo.

        IL PRIMO:

        Chiaro e tondo,

        chiaro e tondo,

        il medico ha parlato:

        «Se voi, Eccellenze,

        all’esigenze

        del caso v’arrendete,

        per mia quiete

        dichiaro che più non rispondo

        della vita del Principe ammalato».

        IL SECONDO:

        Intanto,

        lo schianto

        del trono è imminente lassù;

        il re, scampato

        a un attentato,

        non so che guasto

        al sangue n’ha avuto,

        e ancora vivo

        ai vermi in pasto

        par sia caduto.

        Bisogna partire,

        partire!

        IL PRIMO:

        Scrivo, riscrivo,

        qua privo

        d’ajuto…

        IL SECONDO:

        Nessuno più

        risponde.

        IL PRIMO:

        Il finimondo

        è lassù.

        IL SECONDO:

        Saccheggi!

        IL PRIMO:

        Incendii!

        IL SECONDO:

        Scioperi e tumulti

        e ribellati tutti

        a ogni legge degli uomini e di Dio!

        IL PRIMO (al Maggiordomo):

        In tanto scompiglio,

        il vostro consiglio?

        MAGGIORDOMO:

        Ah, se volete il mio:

        restare!

        IL SECONDO:

        E allora, abdicare? abdicare?

        MAGGIORDOMO:

        Se partire è morire…

        Ma – attendete –

        forse partire bisogna;

        di là

        c’è una donna;

        delira o sogna,

        non so; pare una strega

        vi prega

        che la vogliate ascoltare.

        Va a prendere Vanna Scoma per introdurla alla presenza dei due Ministri.

        IL PRIMO:

        Una donna?

        IL SECONDO:

        Chi sarà?

        Rientra il Maggiordomo con Vanna Scoma, tutta scombujata.

        IL PRIMO:

        Parlate, chi siete?

        VANNA SCOMA:

        Ho veduto.

        IL PRIMO:

        Veduto?

        IL SECONDO:

        Che,

        veduto?

        VANNA SCOMA:

        Il vostro re.

        MAGGIORDOMO:

        Vaneggia.

        IL PRIMO:

        Come?

        IL SECONDO:

        Dove?

        MAGGIORDOMO:

        Scorto

        da lontano?

        toccato con la mano?

        VANNA SCOMA:

        Morto.

        Nella sua reggia.

        IL PRIMO:

        Ma questa donna chi è?

        IL SECONDO:

        Il vostro nome!

        MAGGIORDOMO:

        E le prove!

        VANNA SCOMA:

        Il mio nome?

        Qua tutti lo sanno.

        Le prove? Vi dico: ho veduto.

        Presto saprete che non v’inganno.

        Veduto tutto:

        la reggia in lutto,

        il Re disteso

        sul catafalco.

        La faccia spenta gli s’è allargata

        in un sudore di cera,

        e qua nel solco sotto lo zigomo

        gli s’è franata.

        Vi han sopra steso, a nasconderla,

        un velo nero.

        Lo vedo! Lo vedo!

        Il mascellare coi denti

        sta per scoprirsi, e sgomenti

        gli alabardieri

        lo sbirciano,

        sull’attenti,

        tra i ceri,

        attorno al catafalco.

        Signori sparuti, in marsina, con trame

        d’argento, e dame

        basite si guardano tra loro

        sotto il palco

        tutt’in giro,

        dei velluti a frange d’oro.

        A questo segno mi crederete.

        Se al Principe volete

        salvare il regno,

        accorrete! accorrete!

        A questo punto si sente crescere tutt’intorno alla villa un mormorio confuso difolla, come un vasto brusìo d’alveare.

        PRIMO MINISTRO (costernato):

        Che è questo fermento

        di folla attorno alla villa?

        IL SECONDO:

        S’è sparsa a tradimento

        la notizia?

        VANNA SCOMA:

        Non sono stata io!

        MAGGIORDOMO:

        Mormorio, mormorio,

        stia tranquilla,

        Eccellenza: la vita dei re

        è sempre in mezzo alle favole; e qua

        una ne è nata

        (fors’anche da questa megera)

        che la villa circonda,

        come fa l’onda inquieta

        un’isola di pace. Leggera

        brezza, chiacchiera infondata…

        IL SECONDO:

        Eh, tanto leggera non pare…

        È come un fragore di mare…

        Udite? Udite?

        IL PRIMO (a Vanna Scoma):

        Che intrico

        è questo? che favola

        è nata? Parlate!

        VANNA SCOMA:

                              Non parlo!

        Vi dico:

        partite!

        IL PRIMO:

        Ma il principe dov’è?

        Bisogna andare a cercarlo,

        a cercarlo!

        MAGGIORDOMO:

        A diporto

        sarà nella villa…

        IL PRIMO:

        Se il Re

        sta per morire, o è già morto,

        bisogna partire, partire…


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