La favola del figlio cambiato – Personaggi, Quadro primo

La favola del figlio cambiato – Personaggi, Quadro primo

Premessa
Personaggi, Quadro I
Quadro II
Quadro III
Quadro IV
Quadro V

Musica di Gian Francesco Malipiero


    Personaggi

La madre
L’uomo saputo
Vanna Scoma
Il figlio di re
Il principe
La sciantosa
L’avventore
La padrona del caffè
Tre sgualdrinelle
Due ministri
Il maggiordomo
Il podesta’
Coro di monelli, marinaretti, donne, folla.


    Quadro Primo

La favola del figlio cambiato - 1956-57 - Valentina Fortunato - Piccolo Teatro di Milano        Si apre il sipario. Si vede una gran tenda nera, di là dalla quale è la vita, che la Madre, cieca nel suo dolore, non può più vedere. La tenda si potrà aprire nel mezzo e facilmente tirare quando occorrerà, ai luoghi indicati, per mostrare le scene e parti di esse, già preparate dietro, ciascuna con le luci particolari. Ora, sul fondo nero di questa grande tenda, lei sola, la Madre, che vi sta davanti, Piccola e sperduta, sarà illuminata dall’alto, da un lume quasi spettrale.

        Dopo un momento di pausa, la Madre, senza muoversi, si metterà a parlare con sconsolata umiltà.

        LA MADRE:

        Se volete ascoltare

        questa favola nuova,

        credete a questa mia veste

        di povera donna;

        ma credete di più

        a questo mio pianto di madre

        per una sciagura,

        per una sciagura –

        scoppiano dall’interno, a coro,

        risate diverse, ma tutte d’incredulità.

        La Madre, con strazio, si porta premendo le mani alla faccia;

        poi dice:

        Ne ridono tutti così:

        la gente istruita

        che pure lo vede

        che piango, e non se ne commuove;

        ne prova anzi fastidio, e:

        «Stupida! Stupida!»

        mi grida in faccia, perché

        non crede che possa esser vero

        che il figlio mio,

        la creatura mia…

        Ma voi dovete credere a me;

        vi porto le testimonianze;

        son tutte povere donne,

        povere madri come me,

        del mio vicinato,

        che ci conosciamo tutte e sappiamo

        ch’è vero –

        Le tira in catena da dietro la tenda; son tutte un po’ sbigottite e scontrose: popolane d’aspetto vario, segnate dai patimenti e dalla miseria: alcune in capelli, lisciate troppo o tutte arruffate, altre con fazzoletti in capo di vivaci colori e con scialli: due o tre con in braccio un fagotto che finge un bambino, la testa di cera.

        Ecco, venite, venite,

        non abbiate paura,

        dite davanti a tutti se non è vero

        che ci sono «le Donne» –

        IL CORO DELLE MADRI (sentendo proferire «le Donne», si agita, come se un vento orribile, da cui non sappiano come ripararsi, le investa all’improvviso, si torcono, gridano a lamento):

        Oòòh … Oòòh …

        LA MADRE:

        Ecco, vedete?

        non le possono sentire

        nemmeno nominare.

        IL CORO DELLE MADRI (Quelle che hanno un bambino, riparandolo subito sotto lo scialle, le altre seguitando ad agitarsi):

         Nooo … Nooo

        LA MADRE:

        Tant’è vero che ci sono,

        ci sono –

        Scoppiano di nuovo dall’interno risate e dalla tenda vien fuori

        L’UOMO SAPUTO:

        buffo, panciuto, con bombetta in capo,

        mazzetta in mano,

        farsetto risicato,

        calzoni a tubo e corti,

        da lasciargli scoperte le caviglie;

        si muove a modo d’un burattino

        e domanda in un inchino:

                             E chi sono?

        Dite «Donne»… Le DOOONNE… Le DOOONNE… E voi che siete?

        CORO A TANTE VOCI:

                             – Madri!

        – creature di Dio –

        – per quanto indegne

        per i peccati nostri –

        – e quelle «le Donne» –

        – che fanno a noi madri

        i malefizii –

                             – e sono

        figlie dell’inferno –

        – streghe del vento –

        – streghe della notte –

        – bestemmiando –

        – ululando –

        – sghignazzando –

        – o gemendo, gemendo

        con voci lunghe a lamento –

        – le notti d’inverno,

        le notti senza luna –

        – si chiamano dai tetti –

        – il vento le tira,

        s’aggrappano ai camini –

        rovesciano i camini

        scoperchiano i tetti –

        e tirano le tegole!

        L’UOMO SAPUTO:

        Tà tà tà – la tarantella –

        chi me la suona che voglio ballare?

        Ma ci vuol tanto a pensare alle gatte?

        CORO:

        Che gatte! Che gatte!

        L’UOMO SAPUTO:

        Sui tetti! Sui tetti!

        Quando sono in fregola

        fregola di febbrajo,

        che le fa spasimare.

        CORO:

        con scherno – Già… già… già…

        L’UOMO SAPUTO:

        Cinque gatti per una gatta,

        cinque, pronti, tutti attorno

        che si struggono agguattati

        di sentirla così spasimare;

        ma appena uno si muove,

        utti gli altri gli saltano addosso,

        s’azzuffano, si graffiano, si mordono,

        scappano, si rincorrono…

        CORO:

        Già… già… già…

        UNA (scoprendo alla vicina il bambino riparato sotto lo scialle):

        E sono allora le gatte che fanno sul capo ai bambini di questi scherzi? Guardate!

        LA VICINA DELL’ALTRO LATO:

        Guardate!

        L’UOMO SAPUTO:

        Che debbo guardare?

        QUELLA:

        Qua, questo codino –

        LA DONNA NEL MEZZO (premendo al seno la testa del bambino):

        No, figlio mio d’oro!

        QUELLA:

        – di capelli accatricchiati:

        lo vedete?

        Guaj se il pettine

        lo tocca,

        o la forbice

        lo taglia:

        il bambino

        ne morrebbe.

        UN’ALTRA:

        E sapete come si chiama

        questa treccina?

        la treccina delle Donne.

        LA QUARTA:

        Entrano di notte nelle case

        per la gola dei camini,

        come un fumo nero.

        Una povera madre, che sa?

        dorme, stanca della giornata;

        e quelle, chinate nel bujo,

        allungano le dita sottili

        e intreccian nel sonno al bambino

        la loro treccina;

        o gli passano appena

        sulle palpebre chiuse

        la punta gelata gelata

        di quelle dita; e il bambino

        che non sa nulla, al mattino,

        apre gli occhi:

        li ha storti!

        LA QUINTA:

        Li ha storti!

        LA QUARTA:

                             Li ha storti!

        E quella povera mamma

        si mette a gridare:

        «Oh, figlio mio! oh, figlio mio!

        che t’hanno fatto nel sonno,

        che t’hanno fatto –».

        L’UOMO SAPUTO:

                             – le Gatte?

        CORO (infuriato dalla domanda derisoria):

        Le Donne! Le Donne! Le Donne!

        E, aizzate dalle risate che scoppiano di nuovo, più alte, dall’interno, si mettono a tempestar di pugni l’Uomo saputo.

        – Vecchio imbecille!

        – Vecchio scimunito!

        – Forza!

        – Addosso!

        – Miscredente!

        – Malcreato!

        – Prendi!

        – Prendi!

        – Impara a credere!

        – Stupido!

        – Stupido!

        – Le nostre lagrime

        lo fanno ridere!

        – Ci crederai,

        quando sarai

        a ribollire nel pecione ardente!

        L’UOMO SAPUTO (che si sarà buttato a terra):

        Là! Là! Là!

        M’arrendo! M’arrendo! M’arrendo!

        E, per difendersi così da terra, dimenando le braccia, comincia a far svolazzare tutte le sottane.

         Aria! Aria! Aria!

        Gonfia la bocca e soffia, turandosi con due dita le nari:

        fhhhhhhhhhh

        a di rinchiuso la vostra onestà!

        Il Coro si scompiglia, riparandosi, gridando sghignazzando.

        UNA:

        Giù le mani, vecchiaccio scostumato!

        UN’ALTRA:

        L’onestà che troppo odora,

        tastati sulla fronte,

        senti che corna t’ha fatto spuntare!

        L’UOMO SAPUTO (ancora seduto a terra, si tasta prima sulla fronte, poi si odora le dita, e dice):

        Ma corna profumate!

        Le donne ridono, lo tirano sù, lo cacciano via, spingendolo, tra risa e schiamazzi, e vanno via con lui.

        CORO:

        Va’ via! Va’ via! Va’ via! Va’ via!

        LA MADRE (Aspetta che lo schiamazzo cessi nell’interno; poi, tentennando il capo):

        Piangono, e poi tutto,

        lagrime, lutto,

        finisce in risa e ciarle.

        Dio ci dà le pene,

        e Dio la forza

        di sopportarle.

        Giovialità:

        bella virtù, chi l’ha,

        tutto gli va bene.

        M’hanno lasciata qua sola.

        Quello che le Donne

        hanno fatto a me,

        nessuno lo può credere.

        Cosa, cosa che non c’è la parola

        per dirla; cosa che una madre non può,

        senza impazzire,

        sopportare.

        Ma non m’hanno levato la ragione.

        La mia, non è più vita;

        sono come insordita,

        insordita

        dalla disperazione;

        ma non sono impazzita.

        Vedendo rientrare due di quelle sue vicine:

        Ah, voi due almeno

        siete ritornate.

        Dite com’era il figlio mio,

        il figlio mio che mi fu cambiato.

        Cambiato,

        cambiato dalle Donne:

        in fasce cambiato,

        una notte, mentre dormivo,

        sento un vagito, mi sveglio,

        tasto al bujo, sul letto, al mio fianco:

        non c’è;

        da dove m’arriva quel pianto?

        da sé,

        n fasce, non poteva

        muoversi il mio bambino;

        non è vero? non è vero?

        L’UNA:

        Vero! Vero!

        L’ALTRA:

                             Bambino di sei mesi,

        come poteva?

        LA MADRE:

                             Quando lo presi –

        buttato – là – sotto il letto…

        Dall’interno

        UNA VOCE:

        Caduto! Caduto!

        LA MADRE:

                             Eh! lo so!

        Così dicono: caduto.

        L’UNA:

        Ma come, caduto? Può dirlo

        chi non lo vide

        là sotto il letto,

        come fu trovato.

        LA MADRE:

        Ecco, ecco. Ditelo voi

        come fu trovato! Voi che accorreste

        le prime alle mie grida:

        come fu trovato?

        L’ALTRA:

        Voltato.

        L’UNA:

                             Voltato, coi piedini verso la testata.

        L’ALTRA:

        Le fasce intatte,

        avvolte strette

        attorno le gambette.

        L’UNA:

        Ed annodate con la cordellina.

        L’ALTRA:

        Perfette.

        L’UNA:

                             Dunque, preso,

        preso con le mani, d’accanto

        alla madre, e messo per dispetto,

        là sotto al letto.

        L’ALTRA:

        Ma fosse stato dispetto soltanto!

        LA MADRE:

        Quando lo presi …

        L’UNA:

                             Che pianto!

        L’ALTRA:

                             Era un altro!

        Scoppiano, ancora una volta, più alte che mai, le risa dall’interno. Le due donne si voltano e gridano:

        Non era più quello! – Non era più quello!

        Lo possiamo giurare!

        Questo grido sarà in mezzo alle risa.

        LA MADRE:

        aspetterà che quelle risa cessino. E allora dirà:

         Nessuno vuol capire

        che se seguito a dire

        che il figlio mio mi fu cambiato,

        anche a costo d’udire

        sempre queste risa, e di vedere

        compatita così la mia sventura –

        Dio mio, se io ragiono,

        se non sono impazzita,

        se queste donne e le altre non sono

        impazzite come me,

        è segno che deve esser vero

        e che devo, devo esser creduta!

        Anche Dio non si vede e si crede!

        E chi ora ride

        certo non vide

        il mio bambino com’era.

        Ditelo voi che lo sapete:

        com’era? com’era?

        L’UNA:

        Ah, bello! bello! Biondo

        come l’oro.

        L’ALTRA:

                             Come un Gesù

        bambino, di cera.

        L’UNA:

        Ecco, sì, proprio il Bambinello

        Gesù, che si vede

        la notte di Natale,

        sopra l’altare,

        dormire nel cestello

        di seta celeste,

        con la manina

        sotto la guancia.

        L’ALTRA:

        Così!

        L’UNA:

        Così!

        LA MADRE:

        E quello che presi da terra,

        di sotto al letto, com’era?

        L’UNA:

        Ah! brutto! brutto!

        L’ALTRA:

        E tutto nero!

        L’UNA:

        Povera creatura!

        Come un sole, quello,

        bello in carne, tutto vivo;

        e questo invece

        patito patito,

        un capino straziato

        d’uccellino malato,

        che faceva ribrezzo

        a vedere e a toccare.

        LA MADRE:

        Non lo potei vedere,

        non lo potei toccare,

        lo porsi a loro e mi misi a gridare,

        a gridare, a gridare,

        come una pazza a gridare,

        scappando nel vento,

        scappando nella notte.

        Si fa bujo d’un tratto. Nel bujo si sente gridare con voce che s’allontana:

        Figlio mio!

        Figlio mio!


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Elenco opere teatrali

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