1923 – L’altro figlio – Commedia in un atto

L’altro figlio – Commedia in un atto

FONTE Novella «L’altro figlio» (1923)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 23 novembre 1923 – Roma, Teatro Nazionale, Compagnia Raffaello e Garibalda Niccòli (in vernacolo toscano, riduzione di Ferdinando Paolieri).

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – L’altro figlio


    Premessa

L’atto unico, tratto dalla novella omonima (1902), fu rappresentato per la prima volta nel novembre del ’23 al Teatro Nazionale di Roma.

Ambientato in Sicilia ai primi del ’900, il dramma, che ha come disperato sottofondo storico l’emigrazione massiccia della povera gente del Sud, è basato sul tema della maternità, così caro a Pirandello. Una semplice popolana di una contrada siciliana, Maragrazia, soffre perché i suoi due figli, partiti per l’America e presumibilmente diventati ricchi, non si curano più di lei.

Maragrazia pateticamente tenta di richiamarli a sé promettendo loro la donazione di uno sconnesso casale. I figli, come è prevedibile, non tornano, mentre Maragrazia non vuole accettare le cure di un altro figlio che, invece, vive nello stesso paese. Non le vuole accettare, certo; quel figlio lei non l’ha desiderato, non l’ha voluto! E nato contro la sua volontà dalle violenze che è stata costretta a subire da parte di un brigante, un residuo di galera. Ora, anche se quel figlio si mostra affettuoso verso di lei, Maragrazia non può accoglierne l’affetto; e il figlio non desiderato, ma incolpevole e disposto a prendersi cura della madre, è violentemente rifiutato, mentre ancora ricercato è l’affetto degli altri due, voluti al momento della nascita, ma ora lontani, chiusi nel loro egoismo. Ma che ci può fare Maragrazia? Niente: «è il sangue che si ribella!».

 

  COSTRUZIONE DEL TESTO .   Tratto da “Dalle Novelle al Teatro” –  Edizioni scolastiche Bruno Mondadori –   A Cura di Paolo Briganti – Stampato nel 1995 – Rotolito Lombardia – Pioltello (MI)

ATTI E SCENE.  La versione teatrale del “L’altro figlio” è un atto unico, e c’è un’unica scena.

LE BATTUTE.  C’è una prevalenza del dialogo, mentre sono del tutto assenti i monologhi.

LO SPAZIO.  La scena sia nella novella che nella versione teatrale, è ambientata nel piccolo paese di Farnia, nel sud Italia. L’ambientazione nella novella, però, si sposta dalla casa di Ninfarosa a quella del medico, che si recherà poi fino alla casa di Rocco Turpia, per poi concludersi a casa del medico. Nella versione teatrale, invece, si svolge tutta davanti alla casa di Ninfarosa.

IL TEMPO.  La vicenda nella novella dura due giorni, mentre nella versione teatrale, il tutto si svolge nello stesso giorno, verso sera.

L’INTRECCIO E LA FABULA.  La vicenda è più o meno la stessa, anche se ci sono delle piccole differenze. Maragrazia si reca da Ninfarosa per chiederle, come era solita fare da 14 anni ogni volta che qualcheduno si recava in America, di scrivere una lettera per i suoi figli, partiti da 14 anni e mai più tornati. Ma questa volta Maragrazia si accorge che Ninfarosa ha fatto un po’ in fretta e le sembra di essere stata imbrogliata: così, quando incontrò il giovane medico che verso sera se ne tornava a casa, gli chiese che cosa ci fosse scritto, ma egli rispose che erano solo scarabocchi. Maragrazia gli raccontò tutta la storia e il giovane medico si promise di aiutarla il giorno seguente, cercando anche di scoprire il motivo di questa presa in giro. Maragrazia dormì sull’uscio della casa del medico, che il giorno dopo, stupito di trovarla lì, andò come promesso da Ninfarosa. Lei si giustificò dicendo che Maragrazia era pazza, poiché aveva un altro figlio, un certo Rocco Turpia, che potrebbe benissimo ospitarla, ma da cui lei non vuole andare: e aspetta piangendo il ritorno degli altri suoi due figli. Il medico si recò dall’altro figlio”, che gli confermò ciò che aveva detto Ninfarosa.
Il medico, allora, sempre più perplesso andò a chiedere delle spiegazioni alla stessa Maragrazia. Lei raccontò che in realtà il figlio non era di suo marito, ma di un’altra persona. Quando passò Garibaldi si riaprirono le carceri e tutti i malfattori uscirono e capeggiati da un certo Cola Camizzi, che prese anche il marito di Maragrazia per metterlo nella sua banda, come faceva con tutti pena la morte. Il marito tornò dopo qualche giorno, ma il giorno seguente venne ancora ripreso e Maragrazia, saputo il luogo dove si ritrovavano, si recò là. Vide che questi giocavano a bocce con le teste di uomini e in una riconobbe il suo marito. Così gridò, ma quando Cola Camizzi cercò di tapparle la bocca, tutti i compagni gli si rivoltarono contro uccidendolo. Il primo che si rivoltò contro di lui era appunto il padre di Rocco Turpia. Per questo lei non può vedere il figlio, perché le ricorda troppo il padre e quelle scene orrende. Il dottore comprendendo ciò, come promesso cominciò la lettera. Nella versione teatrale, tutto si svolge in un unico giorno: il medico arriva proprio quando Ninfarosa ha finito di scrivere e Maragrazia gli chiede subito di leggere la lettera. Scoperto l’inganno si recherà per comprare della carta da lettere nuova. Nel frattempo il medico interroga Maragrazia e successivamente Rocco Turpia, mandato a chiamare da un ragazzo. Maragrazia ritorna e spiega al medico davanti a tutti la sua terribile esperienza.


    Personaggi

Maragrazia
Ninfarosa
Rocco Trupía
Un giovane medico
Jaco Spina
Tino Ligreci
Le comari del vicinato: La Gialluzza, La Z’a Marassunta, La ‘gnà Tuzza La Dia, La Marinese

In Sicilia, primi del 900


L’altro figlio

Commedia in un atto – 1923

        Le ultime casupole del villaggio di Fàrnia in Sicilia, alla svoltata d’una lugu­bre stradetta che si perde nei campi. Le casupole cretose, tutte a terreno, staccate l’una dall’altra, con l’orto dietro, pigliano luce dalle vecchie porte stinte e imporrite, con un logoro scalino d’invito davanti a ciascuna. A sinistra, dirimpetto, fa corpo soltanto la casa di Ninfarosa, un poco meno vecchia e misera delle altre.

Al levarsi della tela, La Gialluzza, donnetta magra, sui trent’annì, coi capelli già biondi, ora stopposi, a crocchia; La Z’a Marassunta, vecchia sulla sessan­tina, vestita d’un abito da lutto, scolorito, di tela bambagina, e col fazzoletto nero in capo, annodato sotto il mento; La ’gnà Tuzza La Dia, sui quaranta, sempre con gli occhi a terra e la voce a lamento; La Marinese, rossa di pelo e sgargiante, seggono tutt’e quattro davanti alle porte delle loro casupole, e chi rattoppa panni, chi sceglie legumi, chi fa la calza, e insomma, tutte occupate in qualche lavoro, conversano tra loro. Jaco Spina, vecchio contadino con la berretta nera a calza in capo e in maniche di camicia, steso a pancia all’aria, appoggiata la testa su una bardella d’asino, se ne sta ad ascoltare in fondo alla viuzza, fumando la pipa. Qualche ragazzo, nero, cotto dal sole, ruzza qua e là.

LA GIALLUZZA: E alla calata del sole, quest’altra partenza!

LA ‘GNÀ TUZZA (con voce a lamento): Con la buona ventura, poverelli!

LA MARINESE: Dicono che ne partiranno più di venti!

Verrà a questo punto di tra le casupole a destra Tino Ligreci, giovane conta­dino che ha finito da poco di fare il soldato: aria spavalda, calzoni a cam­pana e berretto a barca sulle ventitré.

TINO (rivolgendosi alla Z’a Marassunta): Buona sera, Z’a Marassù. Mi sa dire se il dottore è passato di qua? So che doveva andare da Rocco Trupìa, alla casa della Colonna.

Z’A MARASSUNTA: No, figlio; di qua non è passato. Io, almeno, non l’ho visto passare.

LA MARINESE: E neppure nojaltre. Ma perché, chi sta male?

TINO: Nessuno, per grazia di Dio. Gli volevo raccomandare mia madre. (Esita un poco, guardando le Vicine, e poi dice afflitto:) E anche a voi, di darle un occhio, ogni tanto: resta sola, meschinella.

Sarà intanto venuta, da dietro la casa di Ninfarosa, Maragrazia. Ha più di settanta anni; il viso, come un fitto reticelo di rughe; gli occhi dalle palpebre rovesciate, insanguati dal continuo piangere. I pochi capelli, aridi, spartiti sul capo, le pendono in due nodicini sugli orecchi. Pare un mucchio di cenci unti e grevi, sempre gli stessi, d’estate e d’inverno, strappati e sbrindellati; senza più colore e impregnati di tutto il sudicio delle strade. Ai piedi, logore scarpacce sformate e calze turchine, di cotone grosso.

LA MARINESE (a Tino): Voi dunque partite?

TINO: Stasera, con la carovana. Ma non per San Paolo, come gli altri. Vado a Rosario di Santa Fé, io.

MARAGRAZIA (alle sue spalle): Parti anche tu?

TINO: Parto, sì, parto per non vedervi più e non sentirvi più piangere, vec­chiaccia stolida!

MARAGRAZIA (guardandolo fisso negli occhi): Per Rosario, hai detto, per Rosa­rio di Santa Fé?

TINO: Per Rosario, per Rosario. Perché mi guardate così? Vorreste cavarmi gli occhi?

MARAGRAZIA: No, bello, te l’invidio! perché tu, allora, li vedrai… (Ha un urto di pianto, muto; le trema il mento.) Figliucci miei! Sono là tutti e due. Di’ loro come m’hai lasciata; che non mi troveranno più, se tardano ancora a ri­tornare.

TINO: Ma sì, contateci! Appena sbarcato. Laggiù si fa presto: chiama e ri­spondi! Lasciatemi andare adesso a cercare il dottore.

MARAGRAZIA (trattenendolo con un braccio): Aspetta. Se ti dò una letterina per loro, la porterai?

TINO: Datemela!

MARAGRAZIA: Non l’ho ancora. Me la faccio scrivere subito subito da Ninfarosa, e te la porterò a casa, eh?

TINO: Sta bene, portatemela. E intanto, buon giorno a tutte. E se non doves­simo rivederci più, (si commove:) Z’a Marassù, mi benedica!

Z’A MARASSUNTA (alzandosi e facendogli il segno di croce sul capo): Tutto buono e benedetto, figlio! E per mare e per terra il Signore t’accompagni!

TINO (alle altre, col sorriso di chi non vuol parere commosso): E saluto anche vojaltre, allora! (Porgerà la mano a tutt’e tre.)

LA ‘GNÀ TUZZA: Buon viaggio, Tinù!

LAMARINESE: E buona fortuna! E ricordatevi di noi!

LA GIALLUZZA: E ritornate presto e in salute e con un sacco tanto così di denari!

TINO: Grazie, grazie. Salute e prosperità a chi resta! (Via, per la sinistra.)

Z’A MARASSUNTA: E lascia la mamma, appena tornato da soldato!

LA ‘GNÀ TUZZA: La raccomanda agli altri!

MARAGRAZIA (dopo averlo seguito con gli occhi, voltandosi alle Vicine): C’è Ninfarosa?

LA GIALLUZZA: C’è. Bussate.

LA VOCE DI NINFAROSA (dall’interno): Chi mi vuole?

MARAGRAZIA: Io, Maragrazia.

LA VOCE DI NINFAROSA: Eccomi, vengo.

Maragrazia si calerà pian piano a sedere sullo scalino davanti alla porta di Ninfarosa e, lì seduta, ascoltando la conversazione delle vicine, tentennerà il capo e piangerà.

LA GIALLUZZA: Anche Saro Scoma m’hanno detto che parte, e lascia la moglie con tre creature!

LA ‘GNÀ TUZZA (con la solita voce a lamento): E una quarta per via!

LA MARINESE (non potendone più): Gesù, con codesta voce! Che urto di nervi, comare mia! Date proprio allo stomaco! Tre e una quattro: se le hanno fatte, è segno che ci hanno provato il loro gusto e il loro piacere; e ora, pazienza; lo piangano!

JACO SPINA (rizzandosi sulla vita e posandosi le grosse mani raccolte sul petto): S’io fossi re (e sputerà), s’io fossi re, nemmeno una lettera – ma no! che dico una lettera? – nemmeno un semplice saluto farei più arrivare a Fàrnia da laggiù!

LA GIALLUZZA: Bravo zi’ Jaco Spina; e come farebbero qua le povere mamme, le spose, senza notizie e senz’ajuto?

JACO SPINA: Sì! Ne mandano assai! (E sputerà di nuovo.) Le madri a far le serve, e le spose vanno a male! Su certe case le corna le vedo crescere fino ai sette cieli! Vorrei sapere perché il male che trovano laggiù non lo dicono nelle loro lettere. Solo il bene dicono. E ogni lettera che arriva è qua per questi ragazzacci ignoranti come la chioccia: – pio, pio, pio – se li chiama e porta via tutti quanti! Non c’è più braccia a Fàrnia né per zappare né per mie­tere né per potare. Vecchi, femmine e bambini. E ho la terra, e me la vedo patire. (Mostrerà le braccia.) Con un pajo solo, che posso fare? E ne partono ancora, ne partono! Pioggia in faccia e vento alle spalle, dico io: si rompano il collo, maledetti!

A questo punto verrà fuori Ninfarosa. Bruna e colorita, dagli occhi neri e sfavillanti, dalle labbra accese, da tutto il corpo svelto e solido, spirerà un’allegra fierezza. Sul petto colmo un gran fazzoletto di cotone rosso a lune gialle; agli orecchi due grossi cerchi d’oro.

NINFAROSA: Che c’è predica oggi? Ah, voi zio Jaco Spina? È meglio, zio Jaco, se restiamo a Fàrnia noi soli! Solita, santità. La zapperemo noi donne la terra!

JACO SPINA: Voi donne per una cosa sola siete buone.

NINFAROSA: Per che cosa, zio Jaco? Dite forte.

JACO SPINA: Piangere, e un’altra cosa.

NINFAROSA: E dunque per due! Allegramente! Io non piango però, vedete?

JACO SPINA: Eh, lo so, figlia! Neppure quando ti morì il primo marito!

NINFAROSA: Già, ma se morivo prima io, zio Jaco, non avrebbe ripreso moglie, lui? Dunque! (Indicando Maragrazia:) Vedete chi piange qua per tutti?

JACO SPINA: Questo dipende perché la vecchia ha acqua da buttare e la butta anche dagli occhi. (Così dicendo, si alzerà, raccoglierà la bardella e se ne andrà di tra una casupola e l’altra.)

MARAGRAZIA: Due figli ho perduti, belli come il sole, e volete che non pianga?

NINFAROSA: Belli davvero, oh! E da piangerli! Nuotano nell’abbondanza laggiù, e vi lasciano morire qua, mendica!

MARAGRAZIA (alzando le spalle): Figli; come possono capirla la pena della mamma?

NINFAROSA: E io non so poi, che tante lagrime e tanta pena, quando voi stessa, a quel che dicono, li faceste scappar via per disperati.

MARAGRAZIA (dandosi un pugno sul petto e sorgendo in piedi, trasecolata): Io? Io? E chi ha potuto dirlo?

NINFAROSA: Chi sia, l’ha detto.

MARAGRAZIA: Infamità! Io? I figli miei? Io che…

Z’A MARASSUNTA: E lasciatela perdere!

LA MARINESE: Non vedete che scherza?

NINFAROSA: Scherzo, scherzo, calmatevi; e ditemi che volevate da me; avete bussato.

MARAGRAZIA: Ah, sì: la solita carità; se vuoi farmela.

NINFAROSA: Ancora una lettera?

MARAGRAZIA: Se vuoi! La porto a Tino Ligreci che parte stasera per Rosario di Santa Fé.

NINFAROSA: Ah, parte anche Tino? Buon viaggio anche a lui allora! – Presto però, mi raccomando: sto cucendo; mi manca il filo per la macchina e debbo andare a comprarlo.

MARAGRAZIA: Sì, senti: dovresti scrivere del casalino, come ti dissi l’altra volta.

NINFAROSA: Di quei quattro muretti là, di creta e canna?

MARAGRAZIA: Sì; ci ho ripensato tutta stanotte. Senti: – «Cari figli! Voi ve li ri­cordate certo questi quattro muretti ancora in piedi. Bene. La vostra mamma è disposta a farvene donazione in vita, se voi ritornate presto presto a lei».

NINFAROSA: Uh, voleranno certo, figuriamoci; se è vero che sono già ricchi! Ma la paura mia è che, col vento della corsa, lo faranno crollare, il casalino, prima di prenderne possesso. Capite?

MARAGRAZIA: Eh, figlia: vale più una pietruzza in patria, che tutto un regno fuorivia! Scrivi, scrivi. (E le porgerà il foglietto da lettere, da un soldo, con la busta dentro, che si sarà tratto intanto dal seno.)

NINFAROSA: Date qua. Rimanete a sedere lì (indicherà lo scalino) per piacere: entrando, mi sporchereste tutta la stanza. (Entrerà, col foglietto in mano, nella stanza.)

MARAGRAZIA (rimettendosi a sedere): Sì, hai ragione; rimango qua. Tu hai la casa pulita, tu. Io vado per le campagne. Mi cercherete un giorno, e mi trove­rete, là in quel casalino, mangiata dai topi.

LA VOCE DI NINFAROSA (dall’interno): Ho già scritto del casalino. Che altro vo­lete che aggiunga?

MARAGRAZIA: Ecco, sì, questo: «Cari figli! La vostra povera mamma, ora che l’inverno è alle porte, trema di freddo. Vogliate farle la carità di mandarle, non dico molto, una carta da dieci lire, per comperarsi…».

NINFAROSA (venendo fuori, già con lo scialle addosso, nell’atto di rimettere dentro la busta il foglietto ripiegato): Già scritto! Già scritto! Ecco qua! Te­nete! (Le porgerà la busta.)

MARAGRAZIA (stupita e afflitta da quella furia): Ma come? Già scritto?

NINFAROSA: Tutto; anche per le dieci lire; state tranquilla! Lasciatemi andare. (Via per la sinistra, tra la prima e la seconda casupola.)

MARAGRAZIA (c.s.y. Ma come ha fatto a scrivere così subito, senza neanche sa­pere che cosa ci voglia comprare con le dieci lire?

LAM’ARINESE: Eh, la veste! Gliel’avrete fatto scrivere una ventina di volte! Maragrazia resterà, non persuasa e perplessa, con la busta in mano. Intanto, dal fondo della stradetta che si perde nei campi, sopravverrà il giovane Me­dico.

IL MEDICO (rivolgendosi alla Gialluzza): Scusate, mi sapreste indicare dov’è la Casa della Colonna d’un certo Rocco Trupìa?

LA GIALLUZZA: E come, signor dottore; viene di lassù e non l’ha veduta?

LA MARINESE: E qua all’uscita del paese. Non può sbagliare: c’è un pezzo di co­lonna antica allo spigolo d’un muro.

IL MEDICO: Io non ho visto nessuna colonna.

Z’A MARASSUNTA: Ma perché il muro, sissignore, a fianco dello stradone è ripa­rato dai fichi d’india; e dallo stradone, chi non la sa, non la vede.

IL MEDICO: Ah, io indietro adesso, a rimangiarmi tutta quella polvere, non torno di sicuro. Fatemi il piacere, qualcuna di voi mandate uno dei vostri ragazzi ad avvertire questo Rocco Trupìa che il medico ha da parlargli.

Z’AMARASSUNTA: Per sua zia, forse? Ah poveretta! Sta peggio?

IL MEDICO: Né meglio, né peggio. Bisogna che la costringa, se occorre con la forza, a farsi portare in città all’ospedale. In casa non si può curare. Io le ho già scritto l’istanza per il sindaco.

LA GIALLUZZA (a uno dei ragazzi): Via, via tu, Calicchio; su, alla Casa della Colonna, sai? Chiama e fai venire qua lo zio Rocco Trupìa. Che il medico ha da parlargli; dirai così. Ilragazzo farà cenno di sì col capo e andrà via di corsa per la stradetta in fondo.

IL MEDICO: Grazie. Lo manderete allora a casa mia. Io vado. (Farà per svoltare la casa di Ninfarosa.)

MARAGRAZIA: Scusi, signor dottore, mi vuol fare la carità di rileggermi questa letterina?

Z’A MARASSUNTA (subito, per cercare d’impedire che il Dottore legga la lettera, a Maragrazia): Ma no! Lasciate andare, che il signor dottore ha fretta!

LA MARINESE (c.s. al Dottore): Non le dia retta; signor dottore!

IL MEDICO: Nient’affatto! Perché no? (A Maragrazia:) Date qua. (Prenderà la busta, ne trarrà fuori il foglietto; farà per leggerlo; poi guarderà la vecchia come se questa avesse voluto fargli una burla e, mentre le quattro vicine ri­dono, le domanderà:) Ma che è?

MARAGRAZIA: Non si legge bene?

IL MEDICO: Che volete che si legga? Non c’è scritto nulla!

MARAGRAZIA (sbalordita e indignata): Nulla? Come, nulla?

IL MEDICO: Quattro sgorbii, tirati giù con la penna a zig-zag. Guardate!

MARAGRAZIA: Ah, lo volevo dire io! Non ci ha scritto nulla! Oh, infamacela! E perché ingannarmi così?

IL MEDICO (alle Vicine che ridono, indignato): Ma chi è stato? E che c’è da ri­dere tanto?

Z’A MARASSUNTA: Perché alla fine l’ha scoperto!

LA ‘GNÀ TUZZA: Ce n’è voluto!

LA MARINESE: Ninfarosa, la sarta, la burla ogni volta così!

LA GIALLUZZA: Per levarsela d’attorno.

MARAGRAZIA: Ah, per questo, allora, signor dottore, i figli miei non mi rispon­dono! Non ha scritto mai nulla, neanche nelle altre lettere! Per questo! Non sanno nulla, né del mio stato, né che sto morendo per la pena di non vederli! E io li incolpavo, mentre era qua, quest’infamacela, che si è sempre burlata di me! (Si metterà a piangere.)

Z’A MARASSUNTA: Ma non per cattiveria, creda, signor dottore!

IL MEDICO (a Maragrazia): Sii, sii; non vi disperate così, adesso! Venite più tardi a casa mia, che ve la scriverò io la lettera per i vostri figli. Andate, an­date! (La spingerà amorevolmente ad andare.)

MARAGRAZIA (sempre piangendo e avviandosi dietro la casa di Ninfarosa): Oh Dio! Come si può fare un simile tradimento a una povera madre? Oh, che cosa! Che cosa! (Via.)

Ritornerà a questo punto, dalla parte donde prima era uscita, Ninfarosa: ve­dendo andar via pian piano la vecchia, e le Vicine seguirla con gli occhi, tra pentite e mortificate, domanderà:

NINFAROSA: Se n’è forse accorta?

IL MEDICO: Ah, giusto voi!

NINFAROSA: Buon giorno, signor dottore!

IL MEDICO: Ma che buon giorno! Come non vi vergognate di farvi beffe così d’una povera madre?

NINFAROSA: No, prima di rimproverarmi, mi lasci dire!

IL MEDICO: Ma che volete dire?

NINFAROSA: Che è matta, signor dottore: non stia ad affliggersene così!

IL MEDICO: E che gusto ci potete provare a ingannare una matta?

NINFAROSA: Ma no, signore: nessun gusto: proprio come si fa coi bambini, per contentarli! La pazzia, signor dottore, le è entrata nel capo, dopo la partenza di quei due figli per l’America. Non vuole ammettere che essi si siano scor­dati di lei, com’è la verità; e da anni s’ostina a mandar loro lettere e lettere. Io fingo di scrivergliele: così, due sgorbii sulla carta; quelli che partono, fin­gono di prendersele per recapitarle; e lei, poveraccia, s’illude. Ah, signor dot­tore, se dovessimo far come lei, sa che ci sarebbe qua? tutto un mare di pianto; e noi, dentro, affogate. Guardi, anch’io che le parlo: quel bel salta­martino di mio marito, ma sa che coraggio ha avuto? di mandarmi un ritratto di lui e della sua bella di laggiù, con le teste così, accoste accoste, e le mani afferrate – permette? mi dia la mano… – così! E ridono, ridono in faccia a chi li guarda: dunque, a me; se me l’hanno mandata! Ma io, la mia – guardi – mano di sarta, bianca: tante fossette, quante sono le dita! E piglio il mondo com’è!

LAGIALLUZZA: Te beata, Ninfarò!

NINFAROSA: Beata? E una virtù che potete avere anche voi. Chi l’ha, gli va tutto bene.

Z’A MARASSUNTA: Eh, tu sei vispa!

NINFAROSA: E Voi siete tardive! Ma dite pure di me: tanto, lo sapete, m’entra da un orecchio e m’esce dall’altro.

IL MEDICO: Avrete da vivere, voi. Mentre quella poveretta, invece…

NINFAROSA: Ma che! Quella? Avrebbe da vivere anche lei, ih! bella seduta e servita in bocca. Se volesse. Non vuole. Lo domandi qua a tutte quante.

LE VICINE: Sì, sì! È vero!

NINFAROSA: In casa del figlio!

IL MEDICO: Ma come! Ha un altro figlio?

LA MARINESE: Sissignore, quel Rocco Trupìa appunto, con cui lei vuol parlare.

IL MEDICO: Ah, sì? È allora sorella di quell’altra matta che non vuol farsi por­tare all’ospedale?

LA GIALLUZZA: No, cognata, signor dottore.

NINFAROSA: Ma guaj a chi glielo dice! Non vuol sentirne parlare; né del figlio, né dei parenti del figlio dal lato paterno.

IL MEDICO: L’avrà forse trattata male, questo figlio!

NINFAROSA: Non credo. Ma eccolo qua Rocco Trupìa: può domandarlo a lui.

Difatti Rocco Trupìa sarà apparso dal fondo della stradetta, col ragazzo che è andato a chiamarlo, e verrà avanti col passo pesante dei contadini, curvo sulle gambe larghe, ad arco, e una mano alla schiena. E rosso di pelo, pal­lido, e col viso sparso di lentiggini. Gli occhi cavi gli guizzano a tratti di torvi sguardi sfuggenti. S’appresserà al Medico, spingendosi un po’ indietro sulla fronte la berretta nera, a calza, in segno di saluto.

ROCCO: Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da darmi?

IL MEDICO: Vi volevo dire di vostra zia.

ROCCO: Di portarla all’ospedale? Vossignoria non ci pensi e la lasci morire quieta nel suo letto.

IL MEDICO: Al solito, come a tutti, vi sembra un disonore condurla a guarire all’ospedale.

ROCCO (agitando le mani congiunte): Ma che guarire, padrone mio! I poveri all’ospedale non guariscono. E morrebbe disperata, senza più il conforto della sua roba attorno. Né lei ci andrebbe, né io ce la porterei, neppure se mi des­sero cent’onze. M’ha fatto da madre, quella zia, si figuri!

IL MEDICO: A proposito di vostra madre…

ROCCO (troncando fosco): Signor dottore, ha da darmi altri comandi? Sono pronto a servirla. Ma se vossignoria mi vuol parlare di mia madre, le chiedo licenza: me ne torno al lavoro. (Farà per avviarsi.)

IL MEDICO (trattenendolo): Aspettate! So che non manca per voi!

ROCCO (di scatto): Vuol venire a casa mia, qua, a due passi? Casa da poverelli; ma se fa il medico, chi sa quant’altre ne avrà vedute. Le vorrei mostrare il letto pronto sempre per quella… buona vecchia; è mia madre; non posso chiamarla altrimenti! Può domandare a queste buone vicine se non è vero che, sempre, a mia moglie e ai miei figli, ho comandato di rispettare quella vecchia come la Madonna sull’altare (accennerà, così dicendo, il segno della Croce, e aggiungerà piano:) che neanche son degno di nominarla. Vorrei sa­pere che cosa le ho fatto, a questa madre, perché debba svergognarmi così davanti a tutto il paese! Sono cresciuto, fin dalla nascita, coi parenti di mio padre; perché lei nemmeno il primo colostro per sfogo del suo petto mi volle dare; eppure, sempre come mamma l’ho considerata; e quando dico mamma, io, per me (si strappa improvvisamente dal capo la berretta e s’inginocchia) ecco come intendo, signor dottore! perché per me la mamma è santa! (Si rialza.) Appena quei suoi figliacci partirono per l’America, corsi subito da lei per portarmela a casa, dove sarebbe stata la padrona mia e di tutti. Nossignori. Deve far la mendica per il paese, deve dar questo spettacolo alla gente e que­st’onta a me! Signor dottore, le giuro che se qualcuno di quei suoi figliacci torna a Fàrnia, io l’ammazzo per quest’onta e per tutto il veleno che da quat­tordici anni sto ingozzando per loro, lo ammazzo, com’è vero che sto par­lando con lei in presenza di queste buone donne e di questi innocenti! (Alte­rato in viso e con gli occhi iniettati di sangue, si forbirà la bocca schiumosa col braccio. )

IL MEDICO: Eh, ma ecco perché vostra madre non vuol venirsene a stare con voi! per codesto odio che avete verso i vostri fratelli!

ROCCO: Odio? io? Ora sì, odio, ma quand’erano qua, prima dei miei stessi figli mi stavano nel cuore e li rispettavo come fratelli maggiori; mentre loro, al contrario, due Caini per me. Non lavoravano, e lavoravo io per tutti; veni­vano a dirmi che non avevano da cucinare la sera; che la mamma se ne sa­rebbe andata a letto digiuna, e io davo; s’ubriacavano, scialacquavano con le donnacce, e io davo; quando partirono per l’America, mi svenai per loro: glielo possono dire tutti in paese.

LE VICINE: – È vero! è vero, poveretto! – Il pane di bocca si levò per darlo a loro!

IL MEDICO: E allora perché?

ROCCO (con un ghigno): Perché? Perché mia madre dice che non sono suo fi­glio!

IL MEDICO (stupito): Come, non siete suo figlio?

ROCCO: Signor dottore, se lo faccia spiegare dalle donne qua. Io non ho tempo da perdere: gli uomini mi aspettano di là con le mule cariche di concime. Debbo lavorare e – guardi – mi sono tutto rimescolato. Bacio le mani. (E se n’andrà, come era venuto, curvo, con le gambe ad arco, e una mano alla schiena, per la stradetta infondo.)

NINFAROSA: Ha ragione, pover’uomo! Brutto, sempre ingrugnato, pare dagli occhi che debba avere tanto cattivo dentro, e non è vero!

LA ’GNà TOZZA: Lavoratore, poi!

LA MARINESE: Ah, per questo; lavoro, moglie e figliuoli; non conosce altro. E non apre mai bocca con nessuno.

LAGIALLUZZA: Ha in affitto, là alla Casa della Colonna, una bella chiusa che gli rende bene.

Z’A MARASSUNTA: Potrebbe stare davvero come una regina quella vecchia matta! Ma eccola qua che torna piangendo.

Maragrazia ricomparirà da dietro la casa di Ninfarosa, con un altro foglietto da lettere in mano.

MARAGRAZIA: Ho comperato la carta per la lettera, se vossignoria me la vuol fare.

IL MEDICO: Sì, ve la farò; ma ho parlato intanto con vostro figlio. Dite un po’: perché m’avete nascosto che ne avevate qua un altro?

MARAGRAZIA (con terrore): No, no, per carità, non me ne parli! non me ne parli; sudo freddo, signor dottore, se lei mi parla di questo figlio! Non me ne parli!

IL MEDICO: Ma perché? Che v’ha fatto? Dite su!

MARAGRAZIA: Niente, m’ha fatto. Niente, signor dottore; ah, questo debbo dirlo, in coscienza: mai niente!

NINFAROSA (che sarà andata a prendere una seggiola, porgendola ed medico): Ecco, intanto, segga, signor dottore; sarà stanco, di stare in piedi.

IL MEDICO (sedendo): Ah, sì, grazie: sono stanco davvero. (A Maragrazia:) Dunque? Se non v’ha fatto niente…

MARAGRAZIA: Tremo tutta, mi vede? Non posso proprio parlarne: perché quello, signor dottore, non è figlio mio!

IL MEDICO: Ma come non è? che dite? siete stolida o matta davvero? Non l’a­vete fatto voi?

MARAGRAZIA: Sissignore, io. E sono stolida, forse. Matta, no. Dio volesse! non penerei più tanto. Ma certe cose vossignoria non può saperle, perché ancora è ragazzo. Io ho i capelli bianchi; sto a penare da tanto tempo, io; e ne ho viste! Cose ho viste, che lei non si può neanche immaginare!

IL MEDICO: Che avete visto, insomma? parlate.

MARAGRAZIA: Lei avrà letto forse nei libri, che tanti e tant’anni fa, città e cam­pagne si ribellarono a ogni legge degli uomini e di Dio!

IL MEDICO: Volete dire al tempo della rivoluzione?

MARAGRAZIA: Allora, sissignore. Furono aperte, signorino mio, tutte le carceri di tutti i paesi. E si figuri che ira di Dio si scatenò da per tutto! I peggiori ladri, i peggiori assassini; bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena! Tra gli altri, uno: un certo Cola Camizzi. Il più feroce di tutti. Capo brigante. Ammazzava le povere creature di Dio, così, per piacere, come fossero mosche; per provare la polvere – diceva – per vedere se la carabina era parata bene. Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti. Passò per Fàrnia. S’era già formata una banda di contadini; ma non era contento; ne vo­leva altri; e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo. Io ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliuoli che ora sono laggiù in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto, che mio marito, sant’anima, te­neva a mezzadria. Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui, mio marito, a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un morto; non pareva più lui; non poteva parlare; con gli occhi pieni di quello che aveva veduto; e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò che era stato costretto a fare. Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto, come me lo vidi davanti così! – «Mino mio, che hai fatto?» gli gridai, (san­t’anima!) – Non poteva parlare. – «Te ne sei scappato? E se ora ti riafferrano? T’ammazzeranno!» – Il cuore, il cuore mi parlava. Ma egli – zitto – seduto vicino al fuoco; sempre con le mani nascoste, così, sotto la giacca; gli occhi che guardavano e non vedevano; disse soltanto: – «Meglio morto!». – Non disse altro. Stette tre giorni nascosto; al quarto uscì. Eravamo poverelli; biso­gnava che lavorasse. Uscì per lavorare. Venne la sera. Non tornò. Aspettai, aspettai. Ah Dio! Ma già lo sapevo: me l’ero immaginato! Pure pensavo: – «Chi sa, forse non l’hanno ammazzato; forse se lo sono soltanto ripreso!». – Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel fondo di Montelusa, ch’era dei Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una pazza. C’erano, dal Pozzetto, più di sei miglia di strada. Era una giornata di vento, signorino mio, come non ne ho più viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero vendetta agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta strappata com’ero, ed esso mi portò: gridavo più di lui! Volai. Ci avrò messo appena un’ora ad arrivare al convento, che stava lassù, lassù, tra tante pioppe nere. C’era, allato al convento, un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola, mezzo nascosta – ricordo ancora – da un ceppo di capperi radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare più forte. Bussai, bussai; non mi volevano aprire. Ma tanto bussai, che finalmente mi aprirono. Ah, che vidi! In mano… in mano… quegli assassini… (Come soffo­cata dall’orrore, le mancherà la voce per proseguire; leverà una mano e l’a­giterà come se volesse lanciare una cosa.)

IL MEDICO (allibito): Ebbene?

MARAGRAZIA: Giocavano… là, in quel cortile… alle bocce… ma con teste d’uo­mini… nere, piene di terra… le tenevano acciuffate per i capelli… e, una, quella di mio marito, la teneva lui, Cola Camizzi, e me la mostrò. (Getta un formidabile grido, e si nasconde la faccia.) Ne tremarono tutti, quegli assas­sini; tanto che, come Cola Camizzi mi mise le mani alla gola per farmi tacere, uno di loro gli saltò addosso, furioso, e allora, quattro, cinque, dieci, pren­dendo ardire da quello, gli s’avventarono addosso, se lo presero in mezzo, come tanti cani. Erano sazii; stanchi anche loro della tirannia feroce di quel mostro; ed ebbi la soddisfazione di vederlo scannato lì, sotto i miei occhi, dai suoi stessi compagni!

LE VICINE (a una voce, tutte): – Bene! Bene! Scannato! – Assassino! – Laccio di forca! – La vendetta di Dio!

IL MEDICO (dopo una pausa): Ma questo vostro figlio?

MARAGRAZIA: Aspetti. Quello che prima si ribellò; quello che prese le mie di­fese, si chiamava Marco Trupìa.

IL MEDICO: Ah! Dunque, questo Rocco…

MARAGRAZIA: Suo figlio. Ma pensi, signor dottore, se io potevo esser la moglie di quell’uomo, dopo quanto avevo visto! Mi prese per forza; mi tenne legata tre mesi, imbavagliata, perché gridavo; appena mi s’accostava, lo mordevo. Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo, e lo richiuse in galera, dove morì poco dopo. Ma mi lasciò madre. Le giuro che mi sarei strappata le vi­scere per non mettere al mondo questo figlio! Sentivo che non me lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo pensiero che avrei dovuto attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza. Fui per morire. Mia madre, sant’anima, non me lo fece neanche vedere: lo portarono via dai parenti di lui, che lo alleva­rono. Ora, non le pare, signor dottore, ch’io possa dire davvero che non è fi­glio mio?

IL MEDICO: Già; ma che colpa ne ha lui?

MARAGRAZIA: Nessuna! E quando mai, difatti, le mie labbra hanno detto male di lui? Mai, signor dottore! Anzi… Ma che posso farci, se appena lo vedo, anche da lontano, sono tutt’un tremito? È tal quale suo padre, finanche nella voce! Non sono io: il sangue si ribella! (Gli mostra timidamente il foglietto.) Se vossignoria mi volesse far la carità che m’ha promessa…

IL MEDICO (alzandosi): Ah, sì. Venite, venite, con me, a casa mia.

Z’A MARASSUNTA: Giovasse, poveretta!

MARAGRAZIA (subito, aggressiva): Gioverà, gioverà! Perché per causa sua (in­dica Ninfarosa) i figliolini miei non sono ancora ritornati!

IL MEDICO: Su, su, andiamo!

MARAGRAZIA (subito): Eccomi, sissignore! Una bella lettera, lunga, lunga… (E mettendosi a seguire il medico, con le mani giunte, come pregando:) «Cari figli: La mammuccia vostra…»

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