1917 – Il berretto a sonagli – Commedia in due atti

Il berretto a sonagli – Commedia in due atti – Premessa e Articolo

Premessa e articolo
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo

N’ Sicilianu A birritta cu’ i ciancianeddi

FONTE  Novelle «La verità» (1912) – «Certi obblighi» (1912)
STESURA agosto 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE  27 giugno 1917 In dialetto siciliano col titolo ’A birritta cu’ i cincianeddi – Roma, Teatro Nazionale, Compagnia di Angelo Musco. In italiano: 15 dicembre 1923, Teatro Morgana di Roma con la Compagnia di Gastone Monaldi.

Approfondimenti nel sito:
Sezione Tematiche – Angela Diana Di Francesca – Articolo – Il “Berretto a sonagli”: Beatrice e il “POTERE” Femminile
Sezione Tematiche – Paolo Diodato – Randone, Eduardo, Stoppa: Tre messeinscena de Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello
Sezione Novelle – La verita’
Sezione Novelle – Certi obblighi
Sezione Video – Il berretto a sonagli – 1970 – Salvo Randone
Sezione Video – Il berretto a sonagli – 1981 – Eduardo

Link esterni
Opere letterarie del 900 Italiano – Il berretto a sonagli

Il berretto a sonagli - Eduardo


   Premessa e articolo di Antonio Gramsci (1918)

   Premessa

        Commedia in due atti scritta nell’agosto 1916 in dialetto siciliano per Angelo Musco, col titolo ’A birritta cu’ i ciancianeddi derivata dalle novelle La verità (1912) e Certi obblighi (1912). Fu rappresentata dalla Compagnia di Angelo Musco a Roma, al Teatro Nazionale, il 27 giugno 1917. Nell’estate del 1918 Pirandello ne fece una versione in lingua italiana, che andò in scena a Roma il 15 dicembre 1923. Dietro suggerimento dello stesso Pirandello, Eduardo De Filippo ne fece una riduzione in dialetto napoletano, nel 1936.

        La società costringe gli individui ad apparire rispettabili, obbedendo a precisi codici di comportamento; ma, in realtà, nessuno intende infierire sulle debolezze umane, soffocare le passioni, impedire rapporti extraconiugali: tutto è permesso purché si salvino le apparenze, e ognuno possa mostrare tranquillamente «il pupo», il burattino rispettabile che s’è costruito e che gli altri gli impongono. E sostanzialmente quanto sostiene il vecchio scrivano Ciampa appena ha il sospetto che la Signora Beatrice Fiorìca intende rendere pubblica la relazione della sua giovane moglie col marito di lei, e suo superiore, Cavalier Fiorìca. Egli afferma che al mondo tutti sono «pupi»: «Perché ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori». Ma la Signora Beatrice, dominata dalla gelosia, non gli dà retta e non sembra nemmeno capire l’allusione che Ciampa sta facendo a se stesso e alle conseguenze che uno scandalo gli provocherebbe: fa una denuncia al Delegato Spanò, amico di famiglia, che invano cerca di dissuaderla, e fa cogliere in flagrante suo marito e la Signora Ciampa. L’arresto dei due amanti scatena una vera e propria tempesta in famiglia: la madre e il fratello di Beatrice la rimproverano violentemente, accusandola di non essersi resa conto delle conseguenze catastrofiche del suo atto, che provocando uno scandalo ha gettato il discredito su tutta la famiglia. E necessario correre ai ripari: il Delegato Spanò farà in modo di dimostrare che fra i due non c’è stato alcun rapporto. Il rimedio va bene a tutti meno che a Ciampa, appena sopraggiunto, il quale si dice certo che la gente non crederà a una soluzione così accomodante. A questo punto il protagonista diventa lui: accusa animosamente la Signora Beatrice, di aver agito per esercitare la sua vendetta senza pensare a lui, alla sua onorabilità, di aver preso il suo «pupo» e di averlo calpestato, di avergli imposto pubblicamente il cappello a sonagli, il ridicolo cappello da buffone e da «becco». Ora lui per riacquistare la stima degli altri sarà costretto ad ammazzare sua moglie e il Cavalier Fiorìca. Tra la costernazione generale la soluzione possibile balena proprio a lui: l’unico modo per salvare la faccia, sua, di sua moglie, del suo superiore è che la Signora Beatrice risulti pazza. Soltanto così lo scandalo sarà vanificato perché risulterà invenzione di una fòlle che s’è dovuta immediatamente ricoverare in casa di cura. Vi si tratterrà due o tre mesi, poi tornerà ritrovando tutto a posto come prima. La madre, il fratello, il Delegato amico, tutti aderiscono a questa soluzione paradossale, che, per ristabilire l’ipocrita ordine apparente, sacrifica l’unica persona che dice la verità.

        Nella risata finale di Ciampa «di rabbia, di selvaggio piacere, di disperazione» c’è tutta la tragedia di questo vecchio che, per conservarsi la moglie giovane, è stato costretto a qualunque compromesso. In quella «orribile risata» sulla quale cala la tela culmina l’amaro umorismo di Pirandello sulle assurde contraddizioni della vita, che la commedia ha posto in evidenza con grande efficacia.


 Articolo

Antonio Gramsci – «A’ birritta ccu li ciancianeddi» di Pirandello all’Alfieri – da L’Avanti! del 27 febbraio 1918

È una parentesi nel teatro di Luigi Pirandello, un episodio, un abbozzo. Rientra nel suo genere, è prodotto autentico del temperamento personalissimo dell’autore, ma non è stata elaborata, e rifinita come le altre commedie. Lo spunto stesso ridiventa comune. Nelle altre commedie il motivo non esce certo dalle esperienze del passato, siano esse intellettuali, siano sentimentali, ma l’autore svecchia il motivo antico, lo presenta rivestito di peculiarità caratteristiche, i personaggi sono suoi, della sua fantasia, le parole che dicono hanno una vita nuova, di stile e di passione. In questi due atti c’è poca intensità: la dimostrazione soverchia l’azione, la diluisce, la svanisce. «A’ berritta ccu li ciancianeddi» continua la serie delle altre commedie, è un residuo delle altre commedie: continua la rappresentazione esemplificata delle contraddizioni tra l’essere e il voler essere, tra l’apparenza e la realtà, tra l’immagine e il vero, che hanno avuto due momenti drammatici nel Così è (se vi pare) e nel Piacere dell’onestà. Ma in questi due atti il sofisma, il paradosso non acquista pregio nel dialogo, non suscita dramma originale: qualche battuta, qualche piccola scena, la vita è solo nell’interprete in Angelo Museo, che riesce a far superare il tedio delle lunghe parlate non più interessanti spesso di quelle del più melenso scrittore di teatro.

C’è qui il marito tradito, marito vecchio, brutto e innamorato, che non vuole diventare lo zimbello del paese, che non vuole sul suo capo la berretta coi sonagli della beffa, dello scherno. Egli sopporta il tradimento per conservare la donna, poiché è sicuro del segreto. Teorizza lo sdoppiamento dell’uomo in quanto intimità e in quanto termine di relazione sociale: vuole il rispetto umano, vuole la tranquillità. Il segreto viene propalato con uno scandalo clamoroso. La moglie viene colta in flagrante adulterio. Un tranello è stato teso dalla moglie gelosa dell’adultero, e l’arresto dei due colpevoli rovinerà l’esistenza di don Nuccio, se egli non riesce a far credere che si tratta di una pazzia, che l’accusatrice è stata una pazza. Così si chiudono i due atti: il marito becco pone un dilemma: o la strage dei due colpevoli sua, moglie e l’amante, o la finzione della pazzia nell’accusatrice nella donna gelosa che non ha pensato che a se stessa e ha rovinato un quarto innocente. E don Nuccio ottiene questa finzione indirettamente, facendo esasperare la donna, traendola a urlare, a inveire incompostamente goffamente contro di lui, facendosi chiamare becco dalla signora che diventa una furia, che perde la sua apparenza civile e lascia senza freni la vena di follia che esiste in ogni umano.

La commedia si impernia tutta su Angelo Museo, che riesce colla sua comicità misurata, fluida nel lungo discorso, ossessionata, irresistibilmente trascinatrice nel momento culminante a destare l’interesse degli spettatori, che si raccoglie nei due atti per dilatarsi ed espandersi nella risata finale.

Antonio Gramsci (27 febbraio 1918)

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