I personaggi Pirandelliani



I personaggi Pirandelliani

I personaggi Pirandelliani

I personaggi Pirandelliani “senza autore”, tra grottesco e convenzione

Coesistendo la narrazione come antefatto della nascita del personaggio assieme alla dimensione scenica e a una forte tendenza dialogica presente nelle sue novelle, Pirandello giunge quasi spontaneamente alla scoperta del teatro. Ciò avviene al termine di una ricerca ideologica pirandelliana, che tende a delineare un bisogno irrinunciabile, la creazione del personaggio senza autore, che gioca alla roulette del Caso e agisce in modo apparentemente del tutto autonomo. Ma quali sono le caratteristiche dei suoi personaggi? Il drammaturgo, all’interno di scelte realistiche quali la dimensione temporale e i contenuti borghesi, decide di andarli a pescare in situazioni grottesche, al limite della sofferenza umana (non tanto fisica, quanto dell’anima), uomini che non riescono a liberarsi da vincoli sociali dell’apparenza, spesso condannati alla solitudine oppure al riso beffardo dei loro compaesani. E’ questo il vero dramma del personaggio pirandelliano: l’incapacità di realizzare la propria libertà tanto sospirata, schiavi come sono dei pregiudizi sociali.

E’ quello che incontriamo in “Così è (se vi pare)”, ove l’autore analizza la realtà quotidiana, percependo l’impossibilità di raggiungere la verità dei fatti, dato che molteplici e differenti sono le interpretazioni della realtà da parte di ogni singolo personaggio. In secondo luogo appare chiaro il tema della solitudine dell’uomo, di ogni uomo, che ne fa un mondo a sé, a volte insondabile. Così è (se vi pare) si presenta drammaturgicamente come opera corale e la trama verte attorno al tentativo di una intera comunità di chiarire se la follia sia del signor Ponza o della signora Frola. Redatta nella primavera del 1917 e rappresentata per la prima volta a Milano nel 1918 al Teatro Olimpia, è una commedia che si muove attorno al tentativo di scoprire la vera identità della signora Ponza, per capire di conseguenza chi dei due sia il pazzo. Gli esponenti di spicco del piccolo centro, in cui è inserita la vicenda, si chiedono quale sia la verità. Varie ipotesi si affermano per poi essere contraddette, senza giungere ad una soluzione se non quella in cui lo spettatore coglie la relatività delle singole verità e l’incapacità umana di impossessarsi della sostanza delle cose. In un contesto borghese di provincia, dove il desiderio di conoscere come stanno i fatti conduce al pettegolezzo e alla curiosità spasmodica delle donne, la burocrazia minima del luogo giunge a definire che il Prefetto deve sapere tutto su questa contorta vicenda.

Assistiamo a un movimento incalzante di entrata e uscita di scena, di dichiarazioni di follia dell’uno verso l’altra e viceversa; anche il confronto fra il signor Ponza e la signora Frola non porta a nulla, ognuno mantiene la propria tesi. Nel terzo atto si dovrebbe giungere alla risoluzione con “l’interrogatorio” della moglie del signor Ponza

Tuttavia la verità ricercata non emerge e questa “inchiesta” rimane insoluta, senza alcuna vittoria tra i due indagati. La signora Ponza contemporaneamente resta la figlia della signora Frola e la seconda moglie del signor Ponza, così come ognuno dei due crede che sia, e a conclusione del testo dichiara: “Io sono colei che mi si crede“. Si comprende da questa affermazione il dramma della follia che la signora Ponza intendeva celare agli occhi del mondo, recitando la doppia parte per i due suoi cari, ed esistendo nella misura in cui è creduta dal marito e dalla signora Frola, così come ognuno vorrà crederla tale.

Sempre del 1917 è la commedia in tre atti “Il piacere dell’onestà”, interpretata con successo da Ruggero Ruggeri, che invece non portò sulle scene “Così è (se vi pare)”, scusandosi di non avere una compagnia adatta al testo. In realtà perché preferiva recitare un’opera in cui emergesse la sua bravura di mattatore piuttosto che una commedia corale.
Infatti “Il piacere dell’onestà” si giustappone a “Così è (se vi pare)”, perché chiaramente più vicina a un teatro tradizionale, a parti sceniche più ampie e definite per un primo attore. La vicenda tratta di un matrimonio riparatore “bianco”: Baldovino deve sposare Agata, messa incinta dal marchese Fabio, già maritato a una donna che lo tradisce.
Matrimonio per dare un nome al figlio di Agata e per consentire in futuro che la relazione tra i due continui. Considerato un fallito e un poco di buono, Baldovino appare molto adatto alla situazione; egli accetta di sposare per finta Agata, ma nel contempo decide di seguire l’onestà e un rigido codice morale. Nato il bambino, la donna non desidera più avere contatti con il marchese, il quale intende, invece, intrappolare Baldovino, che ora sente quasi antagonista nei confronti di Agata. Ma il disegno del marchese Fabio fallisce.

Agata, che ormai già da tempo ha compreso l’umanità e la vera indole del marito, lo stima e intende seguire Baldovino, come una vera moglie, ovunque egli andrà. In questi due testi drammaturgici Pirandello adombra il significato ultimo della condizione umana, il perpetuo esilio dell’uomo dagli altri e da sé, prigioniero delle convenzioni e incapace assolutamente di ribaltarle. Sta qui la vera natura del dolore dei personaggi pirandelliani, che vivono una realtà illusoria e di sconfitti.
Sembra quasi che l’autore voglia dirci che la verità non esiste, semmai vive la sua vanificazione nella frantumazione dell’io di ogni personaggio. Ma vi è pure una possibilità di riscatto, come in Baldovino, il quale in tutta la sua vita ha truffato e speculato, privo di ogni freno morale e di impulso passionale.
Tuttavia la maschera che ha creato fino a un certo punto della propria esistenza, crolla miseramente: Baldovino si trova coinvolto nell’umana energia degli affetti e di una scelta radicale di redenzione, nell’anelito verso il Bene.


 

I personaggi Pirandelliani vittime delle contraddizioni

La drammaturgia di Pirandello si fonda sulla spontaneità del rapporto tra situazione e condizione, persona e personaggio, realtà e finzione scenica. Il che rese necessario un lungo periodo di osservazione, compiuto dal drammaturgo, sugli esseri umani e il loro comportamento. Dall’analisi della realtà deriva l’utilizzo di eventi grotteschi, casi apparentemente senza via d’uscita, una folla di creature dissociate, schiave di pregiudizi e desiderose di una libertà impossibile.

Tra i diversi lavori pirandelliani pare emblematica di quanto si è appena detto la commedia “Ma non è una cosa seria”, rappresentata la prima volta a Livorno nell’autunno del 1918 dalla compagnia di Emma Gramatica.

Divisa in tre atti, la pièce descrive la decisione paradossale del protagonista, Memmo Speranza, di sposarsi per finta al fine di non correre il rischio di giungere a un autentico matrimonio che gli avrebbe potuto creare strascichi e complicazioni a non finire, visto che per carattere Memmo si innamora perdutamente e, per giunta, con molta frequenza. La scelta della “moglie” cade su una giovane donna apparentemente insignificante e trasandata che dirige una pensione, Gasparina. Tra i due si sancisce un patto da rispettare assolutamente: il matrimonio sarà valido giuridicamente, ma solo per apparenza, e in cambio Memmo offrirà alla donna tranquillità economica e una casetta in campagna con un po’ di giardino. La decisione dell’uomo non è campata in aria, ha una sua logica, una serie di ragionamenti assurdi la sostiene, anche perché si è appena salvato da un duello contro un possibile futuro ex cognato. Memmo / Don Giovanni vede in Gasparina la risoluzione alle proprie questioni amorose: divenire un uomo sposato alla luce del sole sarà per lui una maggior difesa nei confronti delle altre donne e per Gasparina un vantaggio economico e una vita più serena e meno pesante. Il matrimonio avviene in allegria alla presenza degli altri frequentatori della pensione; a breve Memmo perderà la testa di nuovo per una donna, che aveva lasciato poco prima, e si pentirà della “pazzia” del finto matrimonio, ma per un breve periodo. Gasparina, nel contempo, conducendo un’esistenza tranquilla e meno faticosa, diviene radiosa, quasi si trasforma, mentre il vecchio signor Barranco, che da sempre la ama, vorrebbe togliere Gasparina da questa situazione, invocando l’annullamento del matrimonio perché non è stato consumato. Per questo consiglia alla donna di far visita a Memmo e di invitarlo nella casetta in campagna, dove il signor Barranco gli esporrà la soluzione da lui escogitata, e cioè la libertà per Gasparina di tornare nubile. A questo appuntamento Memmo non mancherà e capirà subito di non desiderare affatto l’annullamento delle nozze, anzi scoprirà di essersi innamorato veramente di Gasparina che ora è diventata affascinante, amabile, ridente negli occhi.

Le donne precedenti gli appaiono vanesie e superficiali, non fanno più per lui e desidera con tutto se stesso Gasparina, che da tempo lo ama in silenzio ed aveva accettato il matrimonio più che per interesse con la speranza di trasformare la loro unione in una cosa seria e duratura. Questa commedia, iniziata nell’assurdo, termina con un lieto fine: le presunte follie amorose pertanto si mutano in amore verso una donna che alle qualità fisiche associa anche quelle di bontà d’animo e onestà. Ma, nonostante il finale, Memmo rimane nel novero delle persone alla ricerca di sé, con un inevitabile destino di sofferenza, è della schiera di chi è prigioniero delle convenzionalità della società borghese, un’anima ribelle che si consuma all’interno di limiti sociali precostituiti.Tutto questo appare ancor più evidente nel personaggio di Leone Gala della commedia “Il gioco delle parti”. Anche lui è uno sconfitto dalla vita, da uomo sensibile subisce la tragedia dell’esistere. Tuttavia dopo il disinganno, dopo il naufragio dei suoi sogni e delle sue aspirazioni, che si concretizza nel fallimento coniugale, dopo aver capito il gioco che gli è toccato in sorte, Leone si difende e si rende conto che esiste una possibile via d’uscita nel diventare, contro la propria indole, a sua volta disumano, uccidendo i sentimenti, rallegrandosi delle pene altrui, cercando di vivere senza passioni, ma con una sorridente disperazione.
E’ infatti il tema del matrimonio, della separazione di comune accordo, della finzione agli occhi altrui ad essere il motore de “Il gioco delle parti”. Oltre a Leone, gli altri vertici del triangolo amoroso sono sua moglie Silia e l’amante di lei, Guido Venanzi. Da intellettuale ironico, apparentemente distaccato e superiore, senza scandali ha lasciato, per volere di lei, l’appartamento alla moglie, portandosi via solo i libri a lui cari e gli arnesi di cucina, elementi primari dell’arte culinaria di cui si diletta.
Silia, la moglie interiormente infelice e tormentata, non sopporta più il carattere di Leone, la sua presenza composta, anche nei confronti del suo amante Guido. Nei patti della separazione vi è anche l’accordo che Leone ogni sera passi da casa per informarsi sulle possibili novità. Una sera, mentre viene fatto salire apposta da Silia per farlo ritrovare a faccia a faccia con Guido, imbarazzato e inetto, al contrario Leone mostra di non essere scalfito dalla presenza dell’amante e in quest’occasione espone la propria filosofia di vita imperniata sul superamento delle passioni, sulla razionalità che vince tutto grazie a una corazza-scudo nei confronti della vita: ogni sentimento, accadimento o persona va svuotato o ridotto a puro ragionamento, compensando questo vuoto con un giocattolo buffo, la filosofia e la cucina nel suo caso, pensando così di aver raggiunto un equilibrio interiore invidiabile.
Così come un uovo che la vita ti getta contro, se non sei pronto a prenderlo, si disintegra per terra o addosso a te, mentre se lo afferri con le mani, puoi fargli un buchino e bertelo, e il guscio che ti resta è come il concetto, ci giochi un po’, poi, frantumandolo, lo getti via. Silia entra in scena, recando per l’appunto un guscio d’uovo per il marito, il quale a sua volta lo porge ridendo all’amante, perché non è Leone ad averlo bevuto.

I nervi di Silia non reggono all’indifferenza apparente del marito e, sportasi dalla finestra, getta il guscio tentando di colpire con l’uovo vuoto il marito sul portone. Ma ciò non accade: colpisce un giovane che fa parte di un gruppo di ubriachi, i quali credono di trovarsi sotto casa della mondana Pepita e interpretano il lancio del guscio come un invito a salire. Mentre irrompono in casa di Silia, lei viene folgorata da un’idea. Dopo aver chiuso a chiave Guido, che non deve apparire in quanto amante, accoglie i quattro, si fa dare il biglietto da visita da uno di loro, mentre gli altri inquilini la soccorrono, attirati dal frastuono. Ma la donna ormai è stata oltraggiata, anche se il marchese Miglioriti, quello del biglietto da visita, rinsavito, si scusa con lei che però non intende ragioni. Il piano di Silia prevede che il marito si esponga in un duello con il marchese per il disonore arrecato alla moglie. L’indomani Silia narra l’accaduto a Leone, che la loda per la sua accortezza di aver serrato l’amante e mostra l’intendimento di difenderla come lei desidera. Pare non tirarsi indietro, anzi incarica Guido di fargli da secondo, mentre la notizia si sparge in tutta la città. Per questo Leone, sicuro di sé, ha dato a Guido un mandato tassativo, senza possibilità di riconciliazione. Il marchese Miglioriti, oltre a tirare bene di scherma, ha un’ottima mira con la pistola, elementi che non dovrebbero lasciare scampo al povero Leone, che mostra un’estrema tranquillità di fronte al pericolo. Tuttavia la mattina del duello Leone se la dorme: il medico e i suoi padrini giungono in casa, ma lui, alle richieste pressanti di vestirsi per il duello, afferma che non intende cadere in questo tranello preparatogli ad hoc, e che nel gioco delle parti spetta a Guido difendere l’onore della propria donna. Così nel duello l’amante troverà la morte, mentre Silia e Leone riprenderanno a vivere ciascuno nella propria infelicità. In ogni caso soprattutto per Leone, che si crede una persona lucida e che presume di aver capito il gioco, è una sconfitta, perché forse non ha compreso che lui stesso è una parte di un gioco freddo e disperato.
Alla fine è proprio il marito filosofo la vera vittima, poiché si era illuso di avere la meglio con la ragione, mentre la sua ricerca di esistere si trasforma in una rovinosa caduta nel vacuo abisso dell’inconsistenza.

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