I giganti della montagna – Quarto momento (ricostruito)

I giganti della montagna – Quarto momento (ricostruito)

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo
Quarto momento (ricostruito)


    Quarto momento (ricostruito)

I giganti della montagna - Prima messinscena, 5 giugno 1937 – Firenze, Giardino di Boboli (Prato della Meridiana)        Ecco l’azione del terzo atto (IV « momento ») dei Giganti della montagna, come io posso ricostruirla da quanto me ne disse mio Padre, e col senso che avrebbe dovuto avere. Questo è quanto io ne so, e l’ho esposto, purtroppo, senza la necessaria efficacia; spero però senza arbitrii. Ma non posso sapere se, all’ultimo, nella fantasia di mio Padre, che fu occupata da questi fantasmi durante tutta la penultima nottata della Sua vita, tanto che alla mattina mi disse che aveva dovuto sostenere la terribile fatica di comporre in mente tutto il terzo atto e che ora, avendo risolto ogni intoppo, sperava di poter riposare un poco, lieto d’altronde che appena guarito in pochissimi giorni avrebbe potuto trascrivere tutto ciò che aveva concepito in quelle ore; non posso sapere, dico, né nessuno potrà mai sapere se in quell’ultimo concepimento la materia non gli si fosse atteggiata altrimenti, né se Egli non avesse già trovato altri movimenti all’azione, o sensi più alti al Mito. Io seppi da Lui, quella mattina, soltanto questo: che aveva trovato un olivo saraceno. « C’è » mi disse sorridendo « un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto. » E poiché io non comprendevo bene, soggiunse: « Per tirarvi il tendone… » Cosí capii che Egli si occupava, forse da qualche giorno, a risolvere questo particolare di fatto. Era molto contento d’averlo trovato.

                                             STEFANO PIRANDELLO.

Il terzo atto doveva accadere sulla montagna, in uno spiazzo davanti una delle abitazioni dei «Giganti».

S’apriva con l’arrivo degli attori, stanchi del cammino, col carretto e in compagnia di alcuni degli Scalognati, guidati tutti da Cotrone.

L’arrivo di questi strani e inaspettati visitatori suscitava la curiosità degli abitanti (non i «Giganti», che non sarebbero mai apparsi sulla scena, ma i loro servi e le maestranze degli operaj da essi occupate nei loro grandiosi lavori), ora tutti seduti a un gran banchetto in fondo alla scena, le cui tavolate dovevano immaginarsi come sistemate di là dalla vista degli spettatori su un enorme spazio. Alcuni dei banchettanti, i piú prossimi, si sarebbero levati e fatti incontro a domandare, stupiti e attratti, come davanti a esseri piovuti da un altro pianeta; e Cotrone avrebbe manifestato a un autorevole maggiordomo il desiderio dei suoi compagni: che sono attori, e hanno tutto pronto per offrire uno spettacolo artistico di prim’ordine ai signori, in occasione delle nozze e per accrescere lustro ai festeggiamenti che si stanno svolgendo.

Sarebbe venuto fuori in questa prima scena, fra le grida e i canti d’orgia del pantagruelico banchetto e poi i balli e il clamoroso avviamento delle fontane di vino che l’avrebbero allietato, di che specie siano i divertimenti largiti al popolo dai « Giganti » e da questo popolo gustati. Sicché gli attori si sentono morire accorgendosi che costoro non hanno nozione alcuna di rappresentazioni teatrali, e peggio ancora quando si fa avanti qualcuno che ne ha sentito parlare e invoglia tutti gli altri, che è un gran divertimento, il teatro; se non che si capisce che alludono al teatro dei burattini, con le legnate in testa e sul groppone, alle buffonerie dei pagliacci, o alle esibizioni di ballerine e sciantose da caffè-concerto. Ma si confortano, mentre Cotrone, introdotto dal Maggiordomo, va a proporre la recita ai « Giganti », con la speranza, che tentano, ragionandoci, di far diventare certezza, che i signori davanti a cui dovranno recitare, non saranno, non possono essere cosí terra terra come i loro servi e operai; e anche se è dubbio che riescano a intendere tutta la bellezza della « Favola del figlio cambiato », ascolteranno garbatamente. Intanto stentano a ripararsi dalla curiosità pettegola e franca di cerimonie di tutta la plebaglia che li ha attorniati, e non vedono l’ora che Cotrone torni con la risposta.

Ma Cotrone torna a riferire che purtroppo i « Giganti », se accettano la proposta di questa rappresentazione disposti a pagarla profumatamente, tuttavia non han tempo da dare a simili cose, tali e tante le cure a cui, pur in quel momento di festa, debbono attendere: la recita si faccia per il popolo, al quale è bene offrire di tanto in tanto qualche mezzo di spirituale elevazione. E il popolo acclama freneticamente per il nuovo divertimento che gli viene largito.

L’animo degli attori si divide: alcuni, con Cromo alla testa, dicono che si sentono dati in pasto alle belve, nulla c’è da fare davanti a un tale abisso d’ignoranza, meglio rinunziare all’impresa; altri, con la Contessa, prendendo ardire proprio dallo spettacolo di bestialità che avvilisce e sgomenta i primi, riaffermano che proprio dinanzi a questi ignari conviene sperimentare il potere dell’Arte, e si sentono certissimi che la bellezza della Favola ne soggiogherà le anime vergini; e v’è Spizzi, esaltato, che già si prepara a questa straordinaria rappresentazione come a un’impresa degna d’un antico cavaliere, trascinando con la vergogna dell’esempio i titubanti; mentre il Conte, disgustato e amareggiato da tanta volgarità attorno, vorrebbe almeno ripararne la Contessa.

Cotrone vede e cerca di far notare quale incolmabile distanza separi quei due mondi venuti cosí bizzarramente a contatto; quello degli attori da una parte, pei quali la voce del poeta è non soltanto l’espressione piú alta della vita, ma addirittura la sola realtà certa in cui e di cui sia possibile vivere, e dall’altra parte quello del popolo, tutto inteso, sotto la guida dei «Giganti», a opere grandiose per il possesso delle forze e delle ricchezze della Terra, e che in questa incessante e vasta fatica corale trova la norma, e in ogni conquista sulla materia raggiunge uno scopo della sua stessa vita, di cui ciascun individuo, insieme con tutti gli altri, ma anche dentro di sé, si gloria. Ma Ilse è talmente felice e pronta alla prova, che Cotrone ammette che tutto è possibile, perfino che ella vinca, cosí tutta fremente com’è.

Presto, presto, ella dice. Dove si terrà la rappresentazione? Qua stesso, davanti al popolo già raccolto per il banchetto. Basterà tendere un telone, che ripari gli attori mentre si truccano e vestono per la scena.

C’è in mezzo la scena un vecchio olivo saraceno; tra esso e la facciata viene tesa una corda, che regge il telone.

Mentre gli attori si approntano ansiosamente, disturbati di continuo da quelli che s’affacciano a spiare e ne chiamano altri, beffardi; Cotrone pensa che sarà bene dare a questo pubblico impreparato una certa informazione dello spettacolo, e va egli stesso a parlare di là dal telone. Ma subito scoppiano di là lazzi e sberleffi, urla, risate sguaiate; e il Mago rientra deluso: non gli hanno lasciato aprir bocca.

«Non s’affligga per cosí poco, noi ci siamo abituati», lo conforta agramente il caratterista Cromo. «Sentirà fra poco!»

E spiegano a Cotrone che s’è fatto beccare perché non ha pratica del pubblico: ma ora andrà uno dei loro, Cromo che già è vestito, col naso da Primo Ministro, per improvvisare questo chiarimento preparatorio: Cromo saprà accaparrarsi l’attenzione, attaccando con qualche barzelletta. S’odono infatti subito clamorose risate di consenso e applausi e incitamenti del pubblico.

L’accoglienza fatta a Cromo rinfranca un po’ gli spiriti abbattuti degli attori, per modo che Ilse, con Spizzi e Diamante, i piú accesi e infervorati, possono ribattere i timori di Cotrone, il quale ora capisce che finirà male e per l’ultima volta vorrebbe persuaderli a desistere, e accoratamente richiama loro la felicità a cui voltano le spalle: il ricordo della notte degli incanti trascorsa da essi nella villa, dove tutti i fantasmi della poesia hanno vissuto in loro cosí agevolmente, e potrebbero seguitare a vivere, solo che essi volessero tornarvi e restarvi per sempre.

Intanto l’allegria suscitata da Cromo è tale e tanta da non permettere, nemmeno a lui, di raggiungere lo scopo, cioè di preparar l’animo del pubblico allo spettacolo di poesia che debbono offrirgli. Cromo rientra tutto fradicio e ruscellante d’acqua perché, per maggior divertimento, gli spettatori aizzati lo hanno annaffiato con una pompa. E di là si sta scatenando un pandemonio: chiamano fuori gli attori, perché si cominci. Che fare? Ilse, che è sola di scena all’inizio della Favola, si stacca dal marito e da Cotrone e s’avvia fuori del tendone, pronta come a un supremo sacrifizio e decisa a lottare con tutta la sua energia per imporre la parola del poeta.

A questo punto è già impostato il contrasto, ormai sul punto di scoppiare drammaticamente. Fatalmente i fanatici dell’Arte, che si reputano gli unici depositarii dello spirito, di fronte all’incomprensione e all’irrisione di quei servi saranno indotti a disprezzarli, come gente sfornita d’ogni spiritualità, e a offenderli; mentre gli altri, ugualmente fanatici, ma d’un ben diverso ideale di vita, non possono credere alle parole di quei fantocci, come sembrano loro gli attori: non perché camuffati, ma perché sentono bene che questi poveri tipi, cosí fermi in una serietà d’atti e d’accenti assurdi, si sono posti ormai, chi sa perché, addirittura fuori della vita. Fantocci: ma fantocci che perciò dovrebbero prestarsi a divertirli. E pretendono, dopo il primo sbalordimento sommerso da vasti muggiti di noja e di sguajate interrogazioni – ma chi è? ma che vuole? – pretendono che la Contessa smetta di declamare cosí ispirata quelle parole incomprensibili, e faccia loro qualche bella cantatina e un balletto. Contrariati dalla tenacia di Ilse, cominciano a infuriarsi. Dietro il telone si riflette, nell’agitazione degli altri attori e nella costernazione di Cotrone e del Conte, il dramma in cui Ilse si dibatte davanti al pubblico. La tempesta che gonfia sempre piú minacciosa s’abbatte a un tratto sulla scena improvvisata quando la Contessa si scaglia a offendere come bruti gli spettatori. Spizzi e Diamante volano al suo soccorso; il Conte vien meno; Cromo grida che ci si metta pure tutti quanti a ballare e va a esporsi per tentare cosí di stornare da Ilse l’ira scatenata del pubblico: e del pandemonio di là si scorge qualche immagine riverberata sul telone, di giganteschi gesti, enormi corpi in lotta, braccia e pugni ciclopici levati a colpire. Ma ormai è tardi. Un gran silenzio, di colpo. Rientrano gli attori portando il corpo di Ilse, spezzato come quello d’un fantoccio rotto. Ilse agonizza e muore. Spizzi e Diamante, entrati nella mischia per difenderla, sono stati sbranati: nulla piú s’è trovato dei loro corpi.

Il Conte, rinvenuto, grida sul corpo della moglie che gli uomini hanno distrutto la poesia nel mondo. Ma Cotrone comprende che non c’è da far colpa a nessuno di quel che è accaduto. Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata; ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto, come fantocci ribelli, i servi fanatici dell’Arte, che non sanno parlare agli uomini perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei proprii sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che credere in essi.

E quando si presenta, mortificatissimo, il Maggiordomo a offrire con le scuse dei « Giganti » un congruo indennizzo, induce il Conte piangente ad accettarlo. Il Conte, quasi con furore, dice che sí, accetterà: e impiegherà il prezzo di quel sangue per edificare una tomba illustre e imperitura alla sua sposa. Ma si sentirà che egli, pur piangendo e protestando i suoi nobili sensi di fedeltà alla morta Poesia, s’è a un tratto come alleggerito, come liberato da un incubo; e cosí è Cromo, con gli altri attori.

E se ne vanno, portandosi il corpo di Ilse sul carretto col quale erano venuti.


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