1937 – I giganti della montagna – Mito incompiuto in tre atti

I giganti della montagna – Mito incompiuto in tre atti

PremessaPersonaggi, Atto PrimoAtto SecondoAtto TerzoQuarto momento (ricostruito)

FONTE Novella «Lo storno e l’Angelo Centuno» (1910)
STESURA estate 1933
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 5 giugno 1937 – Firenze, Giardino di Boboli (Prato della Meridiana), Complesso artistico diretto da Renato Simoni (interpreti principali: Andreina Pagnani e Memo Benassi)

Approfondimenti nel sito:
Sezione Tematiche – Giorgio Strehler – Appunti di regia
Sezione Tematiche – Tesina – Pirandello e il surrealismo: “I giganti della montagna”
Sezione Novelle – Lo storno e l’Angelo Centuno
Sezione Video – I giganti della montagna – 1995
Link esterni
Opere Letterarie del 900 Italiano – I giganti della montagna

I giganti della montagna - Prima messinscena, 5 giugno 1937 – Firenze, Giardino di Boboli (Prato della Meridiana)

I giganti della montagna – Prima messinscena, 5 giugno 1937
Firenze, Giardino di Boboli (Prato della Meridiana)


    Premessa

        È l’ultimo dei miti teatrali. Pirandello ne iniziò la stesura tra il ’30 e il ’31; il primo atto, con il titolo I fantasmi, fu pubblicato nel dicembre del ’31 sulla Nuova Antologia, il secondo atto nel novembre del ’34 sulla rivista Quadrante. Pirandello non riuscì a scriver per esteso il terzo atto che fu tracciato schematicamente, su indicazione del padre morente, dal figlio Stefano. La prima rappresentazione si ebbe nel giugno del ’37 nel giardino di Boboli a Firenze.

        Una compagnia di attori, guidata dalla contessa Ilse, ha deciso di recitare un’unica grande opera La favola del figlio cambiato, e, non trovando accoglienza favorevole presso i comuni teatri, si reca alla villa degli Scalognati; si tratta di una strana villa animata da singolari prodigi, il cui regista è una specie di mago, Cotrone. Tutto può realizzarsi in questa particolare dimora; basta solo avere l’energia di una innocente convinzione: «Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. E cosa naturale. Avviene ciò che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… Tutto l’infinito che è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa». Con queste parole Cotrone invita Ilse a rimanere lì, a recitare per gli ospiti di quell’incantata dimora.

        Ilse, però, non accetta; vuole, infatti, che l’opera incida, magari anche con conflittualità, su chi ascolta. Cotrone propone allora ad Ilse di portare la sua Favola tra i giganti della montagna, potenti signori continuamente occupati in grandiose opere: costoro potrebbero inserire la rappresentazione nei festeggiamenti per un importante matrimonio. Ma i giganti, che hanno completamente abdicato alle ragioni dell’interiorità e dello spirito per correlare la loro esistenza solo a una dimensione materiale, non accettano la proposta, non hanno tempo per l’arte. Quello che possono fare è predisporre che la rappresentazione si allestisca per il popolo. Ilse, pur consapevole del pericolo di portare un’opera così ricca di sensibilità verso chi è avvolto dalla volgarità, accetta. Il popolo, non certo abituato a questo tipo di spettacolo, apostrofa rozzamente Ilse e gli attori e alla fine li uccide; e nell’epilogo, attraverso l’uccisione di Ilse, si consuma la tragedia della morte dell’arte nella società moderna.


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