Come tu mi vuoi – Atto secondo

Come tu mi vuoi – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto secondo
Atto terzo

En Español – Como tu me deseas


    Atto Secondo

Come tu mi vuoi - Andrea Jonasson - 1987/88 Piccolo teatro di Milano        Sala a pianterreno, chiara e luminosa, della villa Pieri.

        La parete di fondo è aperta su una loggia con balaustra di marmo, da cui si spiccano quattro esili colonne a sorreggere la copertura di vetri. Si scorge da questa loggia un delizioso paesaggio, calmo verde assolato, anch’esso di tinte chiare, riposate. Sul finire dell’atto, s’andrà velando d’ombre violacee. Nella parete di destra (dell’attore) è la scala piuttosto larga, che conduce ai piani di sopra della villa. Se ne vedono i primi gradini con una ricca guida di mezzo, rossa.

        Nella parete di sinistra è una grande porta a vetri, da cui si va nel giardino avanti alla villa.

        L’arredo è chiaro e ricco, da hall. Spicca nella parete di fondo, a destra, un grande ritratto ovale, a olio, di Lucia Pieri, com’era nell’anno che andò sposa, prima della grande guerra, in un grazioso atteggiamento, vestita d’un abito giovanile e acconciata alla moda d’allora. Sono passati quattro mesi dal primo atto. È un pomeriggio d’aprile. Al levarsi della tela si vedrà la zia Lena Cucchi nell’atto di parlare a qualcuno già nel giardino. La zia Lena è sui sessant’anni, grassa, ma solida, con un testone quasi da maschio, tutto a boccoli grigi, strani. Ha le sopracciglia nerissime, grosse e folte, e porta oc­chiali tondi, cerchiati di tartaruga. Veste di nero, maschilmente, col colletto inamidato. È franca e sbrigativa.

        ZIA LENA: Ma sì, ma sì, vieni su! Ti dico che bastano, Dio mio! – Oh, final­mente! Ma guarda che fascio… – gli cascano, anche… Basta! non stare a rac­coglierli! – A momenti spoglia tutto il giardino…

        Entra dalla porta a vetri lo zio Salesio Nobili, con un gran fascio di fiori tra le braccia. È un vecchietto smilzo, che sarebbe ancora arzillo, se non avesse la nuca e la schiena quasi ingommate. È tutto ritinto, capelli, baffetti e pap­pafico: i baffetti sono come due ditate di nerofumo, sotto il gran naso aqui­lino. L’eleganza è il primo compito e fors’anche il martirio di zio Salesio. Un colletto alto per lo meno quattro dita gli tien su il collo stralungo. Indossa un perfettissimo tait.

        ZIO SALESIO: Ecco: spiego –

        ZIA LENA: Non spiegare: posa lì! (Indica la tavola in mezzo alla scena.)

        ZIO SALESIO (posando i fiori): No, se permetti, spiego, cara cugina!

        ZIA LENA: E va bene, spiega! Io intanto dispongo i fiori. (Si mette a disporre i fiori nei vasi, qua e là, nella sala.)

        ZIO SALESIO: Non li ho mica raccolti per quelli che verranno…

        ZIA LENA: Non voglio sapere per chi li hai raccolti. Ne hai raccolti troppi: ti vo­levo dir questo soltanto!

        ZIO SALESIO: E ti spiego perché…

        ZIA LENA: Spiega spiega: tu passi tutta la tua vita a spiegare.

        ZIO SALESIO: Eh sfido! Con la poca comprensione che si ha – o piuttosto – che si vuole avere…

        ZIA LENA: Io, oggi, mi sento bene – spiega questo – e tu ti senti male.

        ZIO SALESIO: Io mi sento benissimo!

        ZIA LENA: No, caro, male!

        ZIO SALESIO: Benissimo!

        ZIA LENA: Malissimo!

        ZIO SALESIO: Mi spieghi tu allora, perché dovrei sentirmi malissimo?

        ZIA LENA: Se lo vuoi spiegato, vuol dire che non hai coscienza di quello che hai fatto!

        ZIO SALESIO: Che ho fatto?

        ZIA LENA: Oh, basta! Non seccare più! – Se Dio vuole, tutto finito oramai: si piglieranno oggi gli accordi per questo famoso notariatto…

        ZIO SALESIO (ridendo): Ma che «notariatto» che «notariatto»! Atto notorio!

        ZIA LENA: So assai io! – notorio? – direi rottorio! – e non se ne parlerà più. – Per punizione, guarda, se dovesse dipendere da me – ti farei magari un asse­gno – ma qua, con la Cia, non ti ci vorrei più.

        ZIO SALESIO: Brava! In compenso d’essermi spogliato di tutto per mia nipote.

        ZIA LENA: Quando desti in dote alla Cia la villa e le terre non ti spogliasti mica di tutto: eri ricco, allora; tanto che potesti farlo come niente.

        ZIO SALESIO: E ora che non ho più niente – via, eh? La punizione che mi me­rito.

        ZIA LENA: Ma non fraintendere! io dico, punizione di non aver avuto la stessa fede di Bruno, incrollabile, che la nostra Cia non fosse morta!

        ZIO SALESIO: Se non l’avesti più neanche tu, a un certo punto! – sì, sì, lo dicesti anche a me!

        ZIA LENA: L’avrò detto – ma non mi prestai a fare nessun atto, io, perché fosse dichiarata morta!

        ZIO SALESIO: Eh, perché non toccava a te di farlo…

        ZIA LENA: Ti dico che non l’avrei mai fatto, io! E non ci troveremmo ora in questo impiccio che urta tutti, di dover prendere gli accordi per farlo annullare! – E se penso che tutto questo l’avete fatto per la viltà di voler levare a Bruno le terre e la villa…

        ZIO SALESIO: Uh, viltà… – levare… come se fossero state sue!

        ZIA LENA: Più che sue! Due volte sue! Ricostruita di sana pianta la villa; e le terre rimesse in valore! Ma glien’avete negato il diritto…

        ZIO SALESIO: Se non l’aveva!

        ZIA LENA: Eh lo so! Con la bella scusa escogitata dalla Ines, che le riparazioni toccava farle allo Stato dopo gli accertamenti! – Io, guarda, anziché prestarmi alle manovre della Ines –

        ZIO SALESIO: Ma santo Dio, tu dimentichi che Bruno, senza più la Cia, era di­venuto per noi un estraneo, mentre Ines era pur l’altra mia nipote, per cui non avevo potuto far nulla – già ridotto povero – al tempo del suo matrimonio!

        ZIA LENA: Ah, confessi dunque d’averlo fatto per la Ines?

        ZIO SALESIO: L’ho fatto, scusa, anche per me…

        ZIA LENA: Senza sentirti rivoltare lo stomaco, a vederla così accanita perché fosse dichiarata morta la sorella!

        ZIO SALESIO: Accanita, per l’attrito con Bruno… Sei curiosa, Bruno sì m’ha compreso e scusato – e tu no!

        ZIA LENA: E io no! – Perché non mi lascio tirare da nessuna parte, io! E penso con la mia testa! – Bruno, sì, un estraneo – posso comprendere – e io, ridotto povero – ritornare in possesso di quello che avevo donato un giorno a mia ni­pote – sì, posso comprendere – fin qui posso comprendere – non è bello, ma è umano – l’uomo non è bello: tant’è vero che non ho voluto mai saperne –

        ZIO SALESIO (sbottando, dopo di aver tanto ingozzato): – e allora ti dico – oh! –   che neanche l’uomo di te! –

        ZIA LENA: – neanche l’uomo di me, d’accordo! –

        ZIO SALESIO: – perché sei buona, Lena, ma brutta! brutta! brutta! anche di ca­rattere brutta! – Non tieni conto che sono povero anche per aver donato!

        ZIA LENA: Sì, caro il mio Salesio! E perché ormai così povero – ti sto dicendo –   tu sì, in possesso – ma a codesta tua bella nipote Ines, che oggi ha il coraggio di ripresentarsi qua a sua sorella, io, per punirla, avrei gridato in faccia: «Ma le terre e la villa no, ora, sai! anziché a te, – guarda – io le lascio ai cani, e tu puoi leccarti le dita!». (Vedendo scendere dalla scala l’Ignota:) Ma ecco qua la nostra Cia! (Fa subito le meraviglie, perché l’Ignota, con studio che appare evidente anche a chi le è stato vicino come la zia Lena e lo zio Salesio, s’è vestita e acconciata come nel grande ritratto ovale che è appeso alla parete.) Oh, ma guarda… Dio Dio… ti sei fatta quella?

        ZIO SALESIO: Il ritratto spiccicato!

        L’IGNOTA: Venivo a confrontare. Devo recitar la commedia…

        ZIA LENA: La commedia?

        L’IGNOTA: Eh, non devono venire…? Morta, dopo dieci anni… non si sa mai… Meglio rifarsi al punto di partenza… Solo mi… (si picchia sullo stomaco, per significare che le urta.) Basta! – Chi verrà, oltre… mia sorella Ines?

        ZIA LENA: – il marito –

        L’IGNOTA: – Livio? Silvio? –

        ZIA LENA: – Silvio, Silvio –

        L’IGNOTA: – non so perché, mi s’è fissato Livio –

        ZIO SALESIO: – avvocato, sta’ attenta! –

        ZIA LENA: – a che ha da stare attenta? –

        ZIO SALESIO: – è quello che ha condotto… –

        ZIA LENA: – ma va’ là! non ci penserà più… Uomo di garbo… –

        ZIO SALESIO: – fino!

        L’IGNOTA: Sarò felicissima di conoscerlo!

        ZIA LENA: Ma lo conosci… non da cognato, certo… era amico di Bruno…

        L’IGNOTA: Eh, avrà avuti tanti amici Bruno! Non avrò mica l’obbligo, spero, di conoscerli tutti, se li conduce qua, ora che la porta si apre… – Chi altro deve venire?

        ZIA LENA: Ma – tua cognata Barbara – suppongo – se Bruno penserà di man­darla a prendere.

        ZIO SALESIO: Quella non è niente…

        ZIA LENA: Niente? Quella è stata sempre – sotto sotto – la più nemica.

        L’IGNOTA: E Boffi. Ci sarà anche Boffi?

        ZIO SALESIO: Non so se sia in città.

        L’IGNOTA: C’è, c’è. Ho detto a Bruno di far venire anche lui. Boffi lo voglio io, lo voglio io. (Guarda il ritratto e poi si guarda addosso:) Perfetto, non è vero?

        ZIO SALESIO: Sembri scesa di là!

        ZIA LENA: Sì, benché a me veramente non parve mai che quel tuo ritratto da ra­gazza ti somigliasse molto.

        L’IGNOTA: Ah no? Eppure Bruno m’ha detto ch’è stato fatto su la fotografia in­grandita…

        ZIO SALESIO: Come no! sulla fotografia –

        L’IGNOTA: – e con tutte le indicazioni date da lui al pittore –

        ZIO SALESIO: Si può veder bene adesso, se ti somiglia! Tal quale, perbacco: come ho sostenuto sempre io! Eccola qua!

        ZIA LENA: Io dicevo per gli occhi… Ma scusa, permetti: (Prende tra le mani il viso dell’Ignota e le guarda gli occhi da vicino.) Eccoli, guarda! eccoli qua, i suoi veri occhi, come li ho visti sempre io: sono questi – non sono mica quelli là!

        L’IGNOTA: Tu hai visti a Cia sempre questi occhi?

        ZIA LENA: Ma sì, questi!

        ZIO SALESIO: E non sono gli stessi?

        ZIA LENA: Ma che gli stessi! – Questi, sono gli stessi – non quelli là! – Un po’ verdi…

        ZIO SALESIO: Ma che verdi, se sono azzurri!

        L’IGNOTA (prima a Lena): Per te, verdi, (poi a zio Salesio:) per te azzurri. (E ti­rando zio Salesio davanti al ritratto:) E per Bruno, guarda, zio: grigi, tra le ciglia nere. Poi ci si sarà messo anche il pittore… «I veri occhi di Cia» – an­date ad accertarli, anche dalla prova d’un ritratto!

        ZIO SALESIO: Io non posso sbagliare. Amico fraterno di tuo padre… Tu hai gli stessi occhi di lui.

        ZIA LENA: Di lui, dice! – Quelli della Ines, sì, gli occhi di suo padre! Non que­sti! – Tu hai invece gli stessi occhi di tua madre, credi a me! – Da ragazze, cresciute insieme – cugine dello stesso nome – io e la povera Lena – figurati se non lo so! (Zio Salesio ride.) Ridi, sì, ridi!

        L’IGNOTA: Perché ride?

        ZIA LENA: Ma perché da ragazze, i giovanotti, quando ci vedevano insieme, noi due cugine –

        ZIO SALESIO: – le chiamavamo la Lena bella e la Lena brutta.

        L’IGNOTA: Non brutta, Lena!

        ZIA LENA: Cara! Protestavi proprio così, da piccina! «No, brutta, Lena!» – Per­ché questa brutta, quando la bella morì, ti fece da mamma…

        L’IGNOTA (turbandosi): Basta, Lena – per piacere.

        ZIA LENA (come sentendosi richiamata a un patto convenuto): Sì, basta, basta. – Ma questo è un passato che non ti può dolere.

        ZIO SALESIO: Le duole, si vede, se t’ha detto basta!

        ZIA LENA: Dico, non le può dolere, perché era tanto piccina: non se lo può ri­cordare. (Per concludere:) Sei il ritratto di tua madre: era proprio come te, quando morì.

        ZIO SALESIO: Io la vedo totalmente un’altra!

        ZIA LENA: Uff!

        L’IGNOTA: È proprio questa, zio, la commedia che reciterò: su come mi vedi tu e come mi vede la Lena, e su come si fa a riconoscere dopo dieci anni una scomparsa, con tutto l’esercito nemico che le dev’essere passato sopra! Senti­rai, sentirai… (Sedendo e invitando a sedere zia Lena e zio Salesio:) – Ora, però, bisogna che tutt’e due, prima, mi spieghiate bene com’è la vera situa­zione di Bruno, qua, per queste terre e la villa.

        ZIO SALESIO (meravigliato): La situazione? E non la sai?

        L’IGNOTA (secca): Non la so.

        ZIO SALESIO: Bruno te n’avrà parlato.

        L’IGNOTA: M’ha detto… non so… di diritti negati… Ma era così impacciato… Forse perché io, a sentirne parlare…

        ZIA LENA: Eh lo so, fa anche a me un tale urto di stomaco!

        L’IGNOTA (con l’aria e il tono di chi covi un sospetto che faccia sdegno e rat­tristi): No, Lena, non per ciò che tu supponi; io ho provato urto per altro… – Se n’è andato, scrollandosi: «Oh, alla fine, non badare! Puoi anche mostrarti nuova di tutto. Meglio anzi che sappiano, ch’io non t’ho informata di nulla». Voglio essere informata invece di tutto, e bene – io – ora.

        ZIO SALESIO: Ma la situazione è chiarissima, ormai!

        ZIA LENA: Col tuo ritorno… –

        ZIO SALESIO: – tagliata di netto ogni competizione!

        ZIA LENA: Stavamo a parlare appunto di questo…

        L’IGNOTA: La dichiarazione di morte, però, non è stata ancora annullata?

        ZIA LENA: Che vai a pensare! Sarà annullata, con l’atto che si farà adesso.

        ZIO SALESIO: Sarebbe stata annullata subito, se tu avessi voluto fin da princi­pio…

        L’IGNOTA (si butta a dire con sdegno): Fin da principio… (ma si frena un mo­mento.) Non mi fate parlare! (Poi, non potendo fare a meno di esprimere ciò che sente.) Non ho voluto nulla – io – fin da principio – nulla di tutto questo!

        ZIA LENA: Sì, sì, lo sappiamo! – Doveva esserti risparmiata almeno questa ama­rezza!

        L’IGNOTA: Fosse amarezza soltanto…

        ZIA LENA: Ma, sai? ci sono interessi di mezzo…

        L’IGNOTA: Non me n’è stato detto nulla!

        ZIA LENA: Sono interessi anche tuoi…

        L’IGNOTA: Io non ho nessun interesse!

        ZIO SALESIO: Come non ne hai, scusa..?

        L’IGNOTA: No… Ah, no no! Se ci sono interessi di mezzo, vi avverto subito, io non mi presto! Ditemi, ditemi. Perché, se dovesse… Prima di tutto, andrei a levarmi di così! – (accenna all’abito che indossa.) Sarebbe indegno, inde­gno…

        ZIA LENA: Ma no… perché ti pare così?

        L’IGNOTA: Perché è così! – Quest’atto di morte è giusto! è giusto!

        ZIO SALESIO (stordito): – Come, giusto?

        L’IGNOTA: Giusto! – L’ho detto a Boffi là e anche a lui! – Siete stati dieci anni ad aspettarla. La vedeste tornare? No! Perché non tornò più? – Ci vuol tanto a immaginarla, la ragione? – Morta, morta, o come morta per la vita che aveva avuta qua prima! per ogni ricordo di questa vita che non volle più avere – è chiaro – non volle più avere – se pur rimasta in vita!

        ZIA LENA (commossa): Sì sì – hai ragione, hai ragione, figlia mia! – E io l’ho compreso bene!

        ZIO SALESIO: Anch’io, anch’io, Cia! – Ma se ora sei tornata…

        L’IGNOTA: Senza saper nulla di tutti questi contrasti qua d’interessi, e che sarei stata costretta a rappresentare questa parte che mi ripugna! Io sono venuta per lui! L’ho fatto soltanto per lui! E misi bene avanti per patto che, venendo qua, nessuno, nessuno doveva pretendere d’esser riconosciuto da me; nessun ricordo, risvegliato, né di prima, né di poi! Non volli in principio vedere neanche voi due, che pure stavate qua con lui –

        ZIO SALESIO: – sì, e difatti ci allontanammo per più d’un mese…

        L’IGNOTA (alzandosi, smaniosa): Doveva dirmelo, doveva dirmelo! Non sarei venuta!

        ZIA LENA (timida, dopo una breve pausa): Forse per delicatezza non te lo disse, perché è stata tua sorella –

        ZIO SALESIO: – dopo la scomparsa –

        ZIA LENA: – ecco che cerca di nuovo di scusarla! –

        ZIO SALESIO: – ma non la scuso – spiego – lo dice lei stessa, non senti? dopo dieci anni –

        L’IGNOTA: – chiese, con ragione, la dichiarazione di morte, perché fossero as­segnate a lei le terre e la villa – non è così?

        ZIA LENA (correggendo): No, non a lei! – perché ritornassero a lui (indica zio Salesio) che te le aveva date in dote –

        ZIO SALESIO: – non essendoci prole… –

        L’IGNOTA (con gioja, a zio Salesio): – ah, ma sono dunque ritornate a te? non sono più di Bruno? –

        ZIA LENA: – no, sono di Bruno, sono di Bruno –

        L’IGNOTA: – se c’è la dichiarazione di morte! – E ne fui tanto contenta, io, là, perché mi liberava dall’obbligo… Io non so, parve una salvezza anche a lui… (Torna a sedere.) Ma ditemi, ditemi! Come sono ancora di Bruno?

        ZIA LENA: Sì, perché Bruno oppugnò giustamente –

        ZIO SALESIO: – ecco: giustamente no! –

        ZIA LENA: – giustamente sì! –

        ZIO SALESIO: – no!

        L’IGNOTA: Ma non capisci, Lena, che io sarei felice, se fossero tornate a lui ed egli potesse ancora disporne e darle a quella?

        ZIA LENA: Ma no!

        ZIO SALESIO: Questo no! Che c’entra!

        L’IGNOTA: Sì, sì! a lei! a lei!

        ZIO SALESIO: Ma no! Io non c’entro più! Son fuori causa, io, ormai! Tagliata la testa al toro, col tuo ritorno! – Discutevamo accademicamente con Lena, prima che tu scendessi, appunto se il motivo della contesa era giusto o no! – Ti puoi figurare come rimasero qua, la villa e le terre, dopo la guerra: mace­rie, tutto devastato…

        ZIA LENA: E finché tutto rimase maceria e devastazione – capisci? – nessuno pensò a farti dichiarare morta! – L’appetito nacque, dopo che Bruno… –

        ZIO SALESIO: – eh, se parli tu… –

        ZIA LENA: – e che vorresti dire forse, che non è vero? –

        L’IGNOTA: – lascia, Lena, lascia dire a lui – voglio sapere anche la sua opi­nione.

        ZIO SALESIO: Tu hai avuto sempre giudizio per tutti, Cia – e vuoi ora veder chiaro…

        L’IGNOTA: Sì, sì, veder chiaro, veder chiaro!

        ZIO SALESIO: Dunque… (A Lena: come tra parentesi:) – permetti? (Di nuovo al­l’Ignota:) –questo è il vero punto della questione: – A chi toccavano le ripa­razióni dei danni di guerra? –

        ZIA LENA: – allo Stato! – ecco, rispondigli così e fallo contento! E così, capisci? ogni pretesa su quanto fece qua tuo marito, ricostruendoti subito la villa nella speranza che tu dovessi da un momento all’altro ritornare, fu oppugnata dal­l’altra parte. «Grazie tante» – gli dissero. – «Le riparazioni? Non possono va­lere come diritto, perché le avrebbe fatte a suo tempo lo Stato!»

        ZIO SALESIO: Le cose erano a questo punto –

        ZIA LENA: – quando è scoppiata come una bomba la notizia della tua ricom­parsa! –

        ZIO SALESIO: – caduta ogni contesa e rimesso tutto a posto!

        ZIA LENA: Puoi figurarti come restarono! erano così sicuri d’aver vinto! Pausa. L’Ignota rimane in una cupa concentrazione.

        L’IGNOTA: Se dunque questa «ricomparsa» – come tu dici – non fosse avvenuta, Bruno avrebbe perduto tutto?

        ZIO SALESIO: Certo! Tutto!

        ZIA LENA: Ottenuta, dopo gli anni prescritti, la dichiarazione di morte…

        L’IGNOTA: E Boffi sapeva tutto questo, quando venne a Berlino?

        ZIA LENA: Lo sapeva, sì! Come vuoi che non lo sapesse? È stato uno scandalo!

        ZIO SALESIO: Non s’è parlato d’altro, qua, puoi figurarti, tutto questo tempo…

        ZIA LENA: Ragioni di sentimento, da una parte: e, dall’altra, in contrasto, ra­gioni d’interesse, gravi, perché le terre sono tante, lo sai, e divenute, per le cure di tuo marito, una vera ricchezza. E i nemici avevano buon gioco, per­ché le ragioni di sentimento difese da tuo marito suscitavano facilmente lo scherno dei maligni, come se Bruno se ne volesse far bello per difendere in­vece, a torto, i suoi interessi.

        L’IGNOTA: Ah, s’è anche pensato che gli abbia potuto far comodo difendere le ragioni di sentimento, per i suoi interessi?

        ZIA LENA: I maligni! I maligni!

        ZIO SALESIO: Gli animi s’erano talmente inaspriti… Nuova pausa.

        L’IGNOTA (cupa, sempre più affondata in un sospetto che la sconvolge): Capi­sco, capisco…

        ZIA LENA (per distrarla): Ma ormai, tutto finito! – Basta! basta! – Non ne par­liamo più! – Certo, ti turba, ora, rivedere…

        L’IGNOTA (con scatto di sdegno): No – che vuoi che me n’importi! (Poi con altro tono:) Altro, mi turba… (S’infosca:) Che anche, là a Berlino…

        ZIA LENA (timida): Che cosa?

        L’IGNOTA: Niente, niente!

        ZIA LENA: Ma sono – tu vedi – formalità. Figuri morta: bisogna che riappaja viva.

        L’IGNOTA (senza badare a ciò che la zia Lena ha detto): Boffi mi disse là, che chiamò Bruno quando gli parve d’avermi riconosciuta…

        ZIA LENA: Sì – e puoi figurarti come corse!

        L’IGNOTA: Perché già qui la dichiarazione di morte era avvenuta, è vero? e con essa, la sua sconfitta nella contesa?

        ZIA LENA: No! Dio mio, che pensi?

        L’IGNOTA: Ho ragione, credi, Lena – ho ragione, ora, di pensare così!

        ZIA LENA: Ma no! Non credette mai, lui – mai, lui solo – che tu fossi morta!

        ZIO SALESIO: Quest’è vero! Quest’è vero!

        ZIA LENA: Corse a riprenderti, figurandosi proprio quelle stesse cose che tu hai dette, per spiegarsi le ragioni per cui non eri voluta più ritornare.

        L’IGNOTA (alzandosi, nervosissima): Sai dove mi trovò? Dovevo accompagnare a una clinica, di notte, con la figlia, uno che aveva tentato d’uccidersi –

        ZIA LENA: – per te?

        L’IGNOTA: – sì –

        ZIA LENA: – oh Dio! un pazzo? –

        L’IGNOTA: – non mi voleva lasciare… (scrive ancora)… – Sulla porta, mentre seguivo i portantini con la barella – me lo vedo davanti –

        ZIO SALESIO: Bruno?

        L’IGNOTA: Bruno, Bruno, sì. – Boffi era andato a prenderlo all’albergo e mi vo­leva trattenere. Gli gridai in faccia: «Pazzo!» – e che mi lasciasse andare, perché io non avevo marito, non ne avevo mai avuto, e non conoscevo affatto quel signore che mi aveva portato davanti!

        ZIO SALESIO: E lui, Bruno?

        L’IGNOTA: Me n’andai, dietro quel ferito, senza dar tempo di rispondere. Ritor­nata dopo due ore, li trovai ancora lì tutt’e due. Boffi, certo, doveva avergli detto che io… (a Lena:) – tu capisci, alle prese là con quel pazzo che aveva l’arma in tasca e m’aveva già minacciata – pur di liberarmi, per trovare uno scampo… sì, m’ero arresa… m’ero arresa ad ammettere qualche cosa… che so? – che lo conoscevo… che mi ricordavo di Filippo il giardiniere… che m’ero trovata sola nella villa… – Nel ritrovarmeli, ora, lì davanti – sicura che avevano parlato tra loro di queste mie ammissioni – negai tutto! negai tutto! dissi perché poc’anzi, forzata, l’avevo fatto; ma che non era vero niente; io non lo conoscevo affatto – non conoscevo nessuno dei due – e che dunque se n’andassero, se ne andassero, smettendo quell’insulsa commedia in cui Boffi s’ostinava – d’avermi riconosciuta –

        ZIO SALESIO: – ma anche Bruno, subito, riconosciuta! –

        L’IGNOTA: – no! che! lui no! –

        ZIO SALESIO (stupito): – no? –

        L’IGNOTA: – per questo ora dico! – No! – Me n’accorsi bene! – Lì sulla porta, quando me lo vidi davanti la prima volta – non trovò certo quella rassomi­glianza che Boffi gli aveva assicurata; dovette provare anzi una disillusione: me n’accorsi bene! (A Lena:) Tu sai com’è… – a prima giunta, cogli una ras­somiglianza – dillo a un altro – quello guarda, e non gli pare come a te – non abbiamo tutti gli stessi occhi! (Quasi tra sé:) Ecco: e allora, perché – mi do­mando – perché, se non gli parve così subito: (Poi, agli altri:) Sì, una somi­glianza doveva esserci; era innegabile e l’ammisi, non potendo farne a meno; ammisi anche che ero veneta; ma non di qua, non di qua; dissi anche di dove… Tanto dissi, tanto feci, che alla fine riuscii a persuadere l’uno e l’altro che si trattava proprio soltanto d’una rassomiglianza, anche forte, e non solo d’aspetto, anche di casi; ma di nient’altro più; e insomma che non ero io,non ero io, quella ch’egli andava cercando. – Più di così, che potevo fare? – Se non che… fu allora… io non so…

        ZIA LENA: Che ti pentisti?

        L’IGNOTA: No! – Lo stato in cui mi trovavo… (Quasi tra sé:) – Non dev’essere ora per lui una scusa! Non se ne deve approfittare! Se se n’è approfittato, per i suoi interessi…

        ZIA LENA: Ma no, perché ti tormenti così? che vuoi dire?

        L’IGNOTA (abbattendosi): Stanca, ah Lena, ero così stanca… e disperata, dispe­rata come non m’ero mai sentita tanto finora… perduta, finita… con la nausea di quella vita, da non poterne più… senza più sapere dove andare, che fare… in quella notte tremenda che mi pareva tenesse la vita come sospesa in un abisso d’angoscia…

        ZIA LENA (commossa): Povera figlia mia!

        L’IGNOTA: … egli si mise a parlare della sua Cia… com’era… che cosa era stata per lui, nell’anno che l’aveva avuta… con una pena così sconsolata, che, a sentirlo parlare… ora lì così solo… sconsolata com’ero anch’io, senza più una speranza di bene… mi misi a piangere, a piangere… non pensando che le mie lagrime… lagrime per me, per la mia desolazione… potevano essere interpre­tate da lui come un segno, invece, che mi fossi pentita d’aver tanto negato… – il mio corpo era lì, come una prova anch’esso ch’io fossi la sua Cia… – glielo lasciai abbracciare, serrare, serrare al petto fino a togliermi il respiro… Ma non lo feci per altro, io… e sono venuta qua con lui, soltanto per questo – facendoglielo bene intendere e promettere – che doveva essere solo per que­sto… che sarei venuta qua come da una morte – solo per lui – solo per lui!

        ZIA LENA: – sì, sì – tagliata, finita, la tua vita di prima – te lo lessi così bene negli occhi, appena potei rivederti…

        L’IGNOTA: Mi riconoscesti anche tu, subito?

        ZIA LENA: No, figlia – neanch’io, subito!

        L’IGNOTA: Ah, nemmeno tu?

        ZIO SALESIO: E nemmeno io! Ma si spiega! Dopo tanti anni…

        ZIA LENA: Ma no, che dici, gli anni? Al contrario! Se ci avessi fatto caso, avrei dovuto anzi provare una sorpresa, per gli anni – pare che per lei non siano passati… No: fu… non so, l’aria, il portamento… e anche la voce, un po’…

        L’IGNOTA: Notasti una differenza nella voce?

        ZIA LENA: Sì – mi parve…

        L’IGNOTA: Anche Boffi! – Me lo disse dopo… L’unica cosa che notò! (Pausa.) È strano che lui… (allude a Bruno) – l’avrà certo notato anche lui! – non me l’ha detto… (Quasi tra sé, rialzandosi:) Sto ricollegando adesso tante impres­sioni…

        ZIA LENA: Ora faccio il verso a Salesio: cara, si spiega: fuori, tanto tempo, a parlare una lingua diversa… Ma poi l’animo cangiato, sopratutto… Mi dicesti: «Lena…» – così – con la voce spenta… e io ci sentii… ci sentii proprio la morte in quella tua voce, di tutto ciò ch’era stato… e che in te, di proposito, non c’era più nulla – e che se io t’avessi ricordato una cosa… la cosa in te prima più viva… tu saresti rimasta… ecco, come sei ora… senza volerla più ricordare… senza forse poterla più ricordare…

        L’IGNOTA (infatti tutta assorta in sé, non ha badato alle parole di Lena, e ora dice): Io sto pensando… zio

        SALESIO: Non dovresti pensare più a nulla, ormai!

        L’IGNOTA (sempre quasi tra sé): Ecco, sì! Così s’approfittò prima: mi disse che la scusa c’era – e forte – per non vederla…

        ZIA LENA: Dici Ines?

        L’IGNOTA: No, dico questo doppio giuoco che lui sta facendo. M’ero dapprima assolutamente rifiutata di venire qua, sapendo… –

        ZIA LENA: – ciò che Ines t’aveva fatto?

        L’IGNOTA: Ma no! io ignoravo tutto; e ti sto dicendo che questa, anzi, fu la scusa che trovò, per persuadermi a venire: che non l’avrei veduta – la ragione che avrei avuta davanti a tutti per non vederla, capisci? Ma ecco che ora si serve di ciò che Ines ha fatto – di questa dichiarazione di morte sollecitata da lei – per costringermi, invece, a Vederla!

        ZIA LENA: Devi però pensare che non l’ha mica voluta lui, questa contesa, con tua sorella!

        ZIO SALESIO: Te ne stai qua chiusa da quattro mesi!

        L’IGNOTA: E, forse, calcolato anche questo!

        ZIA LENA (stordita): Calcolato?

        L’IGNOTA: Ci metterei le mani sul fuoco!

        ZIO SALESIO: Che vuoi dire?

        L’IGNOTA: Che voglio dire? (Si frena.) Perfetto, perfetto, tutto il suo giuoco! Anche questo suo farsi vedere adesso sulle spine!

        ZIO SALESIO: Ma no! ma no! Sei ingiusta, Cia! Te lo dico io!

        ZIA LENA: Sembri ingiusta anche a me!

        L’IGNOTA: Perché voi non potete sapere!

        ZIO SALESIO: E allora ti dico che non sai neanche tu – scusa – o non vuoi sapere – che ha tutta la ragione di sentirsi così sulle spine… Ha rispettato troppo il tuo sentimento… Devi pur considerare tutta la curiosità che s’è accesa per questa tua riapparizione dopo dieci anni; e tutto… tutto il fermento di questa curiosità in questi quattro mesi di tua clausura… – quel che se ne pensa… quel che se ne dice…

        L’IGNOTA: Me l’immagino… eh – me l’immagino… (A Lena, ammiccando:) I «maligni»?

        ZIO SALESIO: Sì, c’è stata la contesa, dicono; ma non voler poi vedere nemmeno la sorella, i parenti stessi del marito… – dicono.

        L’IGNOTA: Tutto contro di me? E chi sa che altro! eh, chi sa che altro, della mia vita là… Sapranno tutto! Il Boffi…

        ZIO SALESIO: No, ah lui no, lui no – guarda che lui anzi –

        ZIA LENA: – t’ha sempre difesa, sempre – mi consta!

        L’IGNOTA: Ma dove mi trovò… ciò che facevo… l’avrà pur detto! Più si sarà re­presso per non dire, e più con gli occhi, coi gesti, con quel suo tic, avrà la­sciato intendere, chi sa che cose… Avranno chiesto informazioni… Che ho fatto la ballerina… questo si sa? si dice?

        ZIA LENA: Infamie!

        L’IGNOTA: No, che infamie, Lena – è vero – è vero – la ballerina… e peggio! Tutto quello che ho fatto tu non te lo puoi neppure immaginare. La ballerina, anzi, titolo d’onore – sì, perché le inventavo io le mie danze, e anche le musi­che e i costumi… No: peggio! peggio!

        ZIA LENA: E… lui, lo sa?

        L’IGNOTA: Bruno? Altroché! Anche di questo «peggio» saranno informati, non è vero? Eh su, zio Salesio, di’, di’ ! Si sa? si dice?

        ZIO SALESIO: Ne dicono tante.

        L’IGNOTA: E diranno anche allora che lui è passato sopra a tutto perché gli ser­vivo qua?

        ZIA LENA: No! No!

        L’IGNOTA: Zitta tu!

        ZIA LENA: Chi vuoi che l’abbia mai detto! Nemmeno pensato!

        L’IGNOTA: Io, intanto, lo sto pensando… Di’ la verità, zio Salesio – lo dicono?

        ZIO SALESIO: Sì… lo dicono.

        L’IGNOTA (a Lena): Lo vedi?

        ZIA LENA: Chi l’ha detto?

        ZIO SALESIO: Chi sia, l’ha detto…

        L’IGNOTA: Posso, posso bene figurarmi i sospetti che si fanno sul mio e sul suo conto. Ah, tutto insudiciato, ora, tutto insudiciato da questo intrico sporco d’interessi…

        ZIA LENA: Non ne ha colpa Bruno…

        L’IGNOTA: Dico, di come appare ora a me, tutto, se posso pensare che lo fece… Si ode da sinistra, sulla ghiaja del giardino, lo strisciare delle gomme di un’automobile.

        ZIO SALESIO (riscotendosi): Ah ecco, saranno loro!

        L’IGNOTA (riavendosi d’un tratto, con atteggiamento di sfida): Sì sì – subito, subito…

        ZIA LENA: Ma così presto?

        ZIO SALESIO (guardando nel giardino): No, è Bruno.

        ZIA LENA: Eh, mi pareva… Avevano detto per le sei…

        ZIO SALESIO: C’è anche Boffi, c’è anche Boffi.

        ZIA LENA: Vedi che Bruno l’ha portato? Pausa tenuta.

        L’IGNOTA: Che fanno?

        ZIA LENA: Bruno sta a leggere una lettera.

        L’IGNOTA: Una lettera?

        ZIO SALESIO: Sì, gliel’ha data il portiere.

        ZIA LENA: Oh, e che fa? Boffi riparte con quella lettera…

        L’IGNOTA: No – zio Salesio, corri, richiamalo. Voglio che venga qua!

        ZIO SALESIO (uscendo nel giardino): Bruno, Boffi… qua, qua… Sì, anche lei, Boffi… qua!

        Entrano Bruno e Boffi, seguiti da zio Salesio. Bruno è sui trentacinque anni. Ha l’aria molto costernata ed è in preda ad un’ansia nervosa che gli scolori­sce il viso e lo rende in ogni sguardo, in ogni mossa, inquieto e impaziente.

        BRUNO: Che vuoi da Boffi, ora? Lascialo andare, per piacere!

        BOFFI: Buona sera, signora. Sì, è meglio ch’io scappi subito.

        BRUNO (incalzando): Subito, subito! E impedisci a ogni costo –

        L’IGNOTA: – che cosa?

        BOFFI: È arrivata un’altra lettera –

        L’IGNOTA: – di lui? ancora?

        BOFFI: S’approfitta, signora, di non esser morto; e si vendica!

        L’IGNOTA: Ma che dice?

        BRUNO (a Boffi, impaziente): Va’, va’, per favore; non perder tempo!

        L’IGNOTA! (prima a Boffi): No, aspetti! (Poi a Bruno:) Voglio sapere. Dammi codesta lettera!

        BRUNO: Ma non è nulla, la lettera! Fosse soltanto la lettera! (Rivolgendosi a zia Lena e a zio Salesio:) Per piacere, Lena; e anche tu, zio Salesio… (Accenna a entrambi la scala.)

        ZIA LENA: Ah, sì, subito! zio

        SALESIO: Andiamo, andiamo… Via tutti e due, su per la scala.

        L’IGNOTA: Perché? Che c’è?

        BRUNO: Proprio oggi! Proprio oggi! Diventa una persecuzione inaudita!

        L’IGNOTA: Che ha scritto?

        BRUNO: Scritto? Altro che scritto! – È partito! – Viene!

        L’IGNOTA: Lui, qua?

        BRUNO: Qua, qua – e non lui solo!

        L’IGNOTA: Anche la figlia?

        BRUNO: Ma no, che figlia! – A smascherarti, dice!

        L’IGNOTA: Smascherarmi?

        BOFFI: Al solito! – Sa, quella minaccia che fece…

        L’IGNOTA: Quale minaccia? Non ricordo…

        BOFFI: … quando disse d’aver letto sui giornali…?

        L’IGNOTA – ah sì – la storia… –

        BOFFI: – ricorda che parlò d’un suo amico dottore, di Vienna?

        BRUNO: È andato a Vienna! Scrive da Vienna! (Le mostra la lettera senza dar­gliela.) Ecco, guarda!

        L’IGNOTA: Andato – a far che?

        BRUNO: Incredibile! Incredibile!

        BOFFI: Giuoca l’ultima carta: tutto per tutto!

        L’IGNOTA: Ma che dice insomma in questa lettera?

        BRUNO: Non te lo sto dicendo? Annunzia per questa sera il suo arrivo qua, con una ricoverata – demente – e il medico che l’accompagna.

        L’IGNOTA: Ah, sì, ora ricordo… E porta quella ricoverata?

        BRUNO: Sì – dicendo d’aver le prove…

        L’IGNOTA (fissandolo): Prove? – Prove di che?

        BRUNO: Ma che è quella – che è quella – e non tu!

        BOFFI: E la porta qua!

        BRUNO: La porta qua – hai capito, adesso?

        L’IGNOTA (impassibile, sempre fissando Bruno): Qua? – E come fa a portarla?

        BRUNO: Ha scritto, parecchie volte, a te, a me – forse s’è fatto male a non ri­spondergli –

        L’IGNOTA: – ma a me non parlò affatto di questa minaccia!

        BRUNO: Ne parlò a me – e m’invitò anzi ad andare a Vienna a vedere quella ri­coverata –

        L’IGNOTA (maravigliata e sempre vigile): – ah sì? –

        BRUNO (irritandosi, nel vedersi così vigilato): – sì, sì, – e a parlare con questo medico dell’ospizio, suo amico, che ora viene con lui!

        L’IGNOTA (sempre fissandolo, come se soltanto il contegno di lui le facesse im­pressione): Perché non me n’hai detto nulla?

        BRUNO: Dovevo dirlo proprio a te, ch’ero stato invitato ad andare a Vienna a vedere un’altra…?

        BOFFI: Rispondergli, per lo meno (anche per dargli del pazzo) dovevi, dovevi!

        BRUNO: Sapendo che lo faceva per un modo di vendicarsi di’ lei…?

        L’IGNOTA (quasi sillabando): Io t’avrei consigliato d’andare.

        BOFFI (subito): Ecco, vedi? – Glielo consigliai anch’io, signora!

        BRUNO (più che più irritato): Ma a far che? a vedere una povera scema che ride, svanita, con una faccia…?

        L’IGNOTA: Come lo sai?

        BOFFI: Ha mandato a me il ritratto! Fortuna che non gli è venuta l’idea di ri­volgersi all’autorità!

        L’IGNOTA: E lei ha questo ritratto?

        BOFFI: Sì. Non l’ho qua con me… – Creda, non era da farne alcun caso, nem­meno per ombra… Io stavo per rispondergli… ma lui (indicando Bruno) di fronte all’ingiunzione…

        L’IGNOTA: Che ingiunzione?

        BOFFI: Contenuta in quella lettera a me…

        L’IGNOTA: Io non so nulla… Vengo a sapere tutto adesso – Ed ero pure in di­ritto di sapere! – Ritratto… ingiunzione… che ingiunzione?

        BOFFI: Lei capisce, signora – non ricevendo da lui nessuna risposta e certo so­spettando che lui, come marito, dopo aver riconosciuto lei, avesse tutto l’inte­resse a non far venir fuori adesso un’altra – s’è rivolto a me – (e fortuna, ri­peto, che ha pensato a me fotografo, mandando quella fotografia – poteva pensare di metterci di mezzo l’autorità) – con l’ingiunzione di mostrare ad altri parenti della scomparsa (se c’erano) quella fotografia, per il riconosci­mento; e ancora l’invito che qualcuno di questi parenti andasse…

        BRUNO: Un accanimento!

        BOFFI: Siamo rimasti, tanto io che lui, perplessi, naturalmente… Sa, l’invio di questo ritratto è cosa di pochi giorni… Mostrarlo ai parenti? Una parola, con questa storia di mezzo… Fare un viaggio fino a Vienna…? Anch’io, sì, pro­pendevo… per troncar subito… là, di presenza…

        BRUNO: Partire… partire… facile a dirlo… Come? di nascosto?

        L’IGNOTA: Perché, di nascosto?

        BRUNO: Facendolo sapere a tutti allora? Qua basta un cenno, e si sa tutto! Non si fa altro che guardare a noi e parlare di noi…

        L’IGNOTA: E così… – non dirmi nulla – non rispondere – non muoversi…

        BRUNO: Ti sto dicendo perché…

        L’IGNOTA: Come lo struzzo che nasconde il capo nella sabbia…

        BOFFI: Certo, partendo, avresti impedito…

        BRUNO: Dovevo anche prevedere che partissero loro?

        BOFFI: No, non dico questo – era imprevedibile! – e poi, così, subito…

        L’IGNOTA: Ma com’ha potuto ottenere, domando io, che quel medico…?

        BOFFI: Lo dice in questa lettera arrivata ora! Ha denari, si vede, da buttar via. Ha convinto il medico, suo amico. Viaggiano in quattro – lui, il medico, la ricoverata e un’infermiera. – L’ha convinto che qui s’ha tutto l’interesse di non venire a scoprire… e che la vista dei luoghi… chi sa! potrebbe risvegliare in quella disgraziata… Il gusto, forse, di poter fare, gratis, un viaggio in Ita­lia…

        BRUNO: Ma è per vendicarsi!

        BOFFI: Io dico, il medico! Per lui si sa… non lo fa per altro! Che prove poi pos­sano avere…

        Pausa. Restano, per un momento, tutti e tre, incerti, come sospesi. L’Ignota studia Bruno; poi esce a domandargli:

        L’IGNOTA: E tu?

        BRUNO: Che, io?

        L’IGNOTA: Ti vedo tutto in ansia, sgomento…

        BRUNO: Ma no… Io voglio…

        L’IGNOTA: Che vuoi?

        BRUNO: Voglio… voglio… che posso volere ora, così…? Dimmelo tu! Mandavo intanto Boffi a informarsi con che corsa potrebbero arrivare…

        L’IGNOTA: Ah – e poi?

        BRUNO: Sei curiosa! Impedire almeno che sopraggiungano qua, mentre ci sa­ranno quegli altri!

        L’IGNOTA: Impedire… – e a che scopo? Se sono partiti e debbono arrivare, o prima o poi… Ti vedo così…

        BRUNO: Come mi vedi? Mi vedi in pensiero!

        L’IGNOTA: No, caro: come uno che s’aspetti di vedersi crollare addosso la casa, o mancare il terreno sotto i piedi.

        BRUNO: Ma ti par niente che piombino qua, in presenza di quelli, con presunte prove, che debbono almeno ritenere in qualche modo attendibili, suppongo, se quel dottore s’è potuto muovere con la ricoverata?

        L’IGNOTA: Ah, ecco dunque: tu temi di queste prove?

        BOFFI: Ma no, signora! – che quelli si possano approfittare –

        L’IGNOTA: – di che? – di queste prove? –

        BOFFI: – ma anche d’un dubbio che potrebbe nascere in loro, sì… di fronte a queste prove –

        L’IGNOTA: – che non sia io – ma quella?

        BRUNO: Ma non perché possa nascere davvero, capisci? no! Per loro conve­nienza!

        L’IGNOTA (ironica): Ah – che vogliano giocare – tu dici – su questo dubbio, per i loro interessi?

        BOFFI: Eh già! Lei non crede?

        L’IGNOTA: Ma questo – se l’impedisce oggi – non potrà impedirlo domani. È un giuoco che potranno far sempre, anche se oggi mi riconosceranno. Domani, volendo ammettere di proposito come valide quelle prove… Tu dici per loro convenienza? No! Volendo credere a quella – scusi, Boffi – per loro sarebbe peggio.

        BRUNO: Come, peggio?

        L’IGNOTA: Ma sì – la riconoscerebbero in base a quelle prove, ammesse come indiscutibili – mentre qua ci sono io, senza prove – io – e basta; che potreb­bero, volendo, escludere a prima vista.

        BOFFI (nella sua certezza): Mi par difficile!

        L’IGNOTA: Eh, quando si vuole… Prove, io non ne ho.

        BOFFI: Ma non ce n’è bisogno!

        L’IGNOTA: Non ce n’è bisogno? Facilissimo, invece, dubitarne, caro Boffi! Guardi, potrei cominciare io a dirle tutte le ragioni che avrei di dubitarne. Io io, di me stessa; vedendo lui così… (Voltandosi, con violento urto di sdegno a Bruno:) Ma pensa che tu – comunque – non perderesti mai nulla!

        BRUNO: Io? Che dici?

        L’IGNOTA: Intendo, di ciò che più ti preoccupa in questo momento.

        BRUNO: Ma no! ma no! ma no! mi preoccupa in questo momento lo scandalo che nascerà, inevitabilmente! S’è già dato tanto pretesto a ciarle con la vita che abbiamo fatto qui, quattro mesi appartati…

        L’IGNOTA: Te ne lamenti?

        BRUNO: No! Ma ora vedi…

        BOFFI: Quest’è vero!

        L’IGNOTA: Nella peggiore ipotesi, caro, rassicurati: tu – ecco – ti saresti ingan­nato.

        BRUNO: Ingannato – ma che dici?

        L’IGNOTA: Che fossi io! – là, come Boffi; e qua, come Lena, come zio Salesio… Vedi che sei in buona compagnia! E non perderesti nulla – perché l’inganno te l’avrei fatto io «con la mia impostura», come verrà ora a sostenere quell’al­tro! (Ride.)

        BOFFI: Ma sì! Dopo tutto, meglio prenderla a ridere.

        L’IGNOTA: Forse. Ma forse a lui in questo momento riesce difficile – ridere… Perché lo sa bene, lui, che se lo volle fare, e non glielo feci io, l’inganno!

        BRUNO: Farnetichi? – Ma di che inganno mi parli? Sei pazza? Quale inganno? Che tu sei Cia?

        L’IGNOTA: Cia, sì, – ah, bene assodato questo, ora – stai tranquillo! (Indica il ri­tratto:) Quella! Eh, più di così? (Ride di nuovo.) Lei mi è testimonio, Boffi, che feci di tutto, io, perché non cadesse vittima d’una possibile, sospettata – e dichiarata, dichiarata – «impostura». – Ma non importa! Eccomi qua. Sono pronta a risponderne. Soltanto per me, però, badiamo! Non più per te, ormai. Eh, perché mi sono ingannata anch’io, sai?

        BRUNO: Tu? su che?

        L’IGNOTA: Sul tuo conto – sapessi quanto! (Voltandosi a Boffi:) Vada vada, Boffi – non per correre a un riparo che sarebbe inutile. Io debbo parlare con Bruno. Veda anzi se sarà possibile che sopraggiungano, mentre saranno qua quegli altri – meglio! meglio!

        BRUNO: Che vorresti fare?

        L’IGNOTA: Lo vedrai!

        BRUNO: Dovrebbero esser qua a momenti…

        L’IGNOTA: Sono pronta, ti dico. Basteranno tra noi poche parole. Tu forse non potrai intendermi. Non importa! – Non temere, non temere che giochino loro! Non giocheranno! Il gioco lo farò io! lo farò io! Già me ne sento tutta presa! E sarà per tutti – anche per me stessa – un terribile gioco! (A Boffi:) Vada! Vada!

        BOFFI: Allora, se arrivano, li porto qua?

        L’IGNOTA: Sì sì, li porti qua, li porti qua! Perché è inutile – (Di nuovo a Boffi per mandarlo via subito:) Vada! (E seguiterà con foga di lucidissima esaspe­razione, andato via Boffi per la porta che conduce al giardino:) inutile, inu­tile: debbono aver sempre ragione i fatti! terra terra! Con l’anima ti puoi le­vare un momento, uscir fuori, su da tutto quello che di più orribile t’aveva potuto far provare la sorte: sì, vola, ricrea in te una vita; quando te ne senti tutta piena – giù – devi scendere, devi scendere, a riurtare nei fatti che te la sconciano, te la pestano, te la insudiciano, te la schiacciano – gl’interessi, gli attriti, le contese… Tu sai bene che ignoravo tutto, ma non importa! Ti voglio dir questo soltanto. Sono stata qua con te quattro mesi. (Lo afferra, per un braccio e se lo mette davanti.) – Guardami! Qua negli occhi – dentro! – Non hanno più veduto per me, questi occhi; non sono stati più miei, neppure per vedere me stessa! Sono stati così – così – nei tuoi – sempre – perché nascesse in loro, da questi tuoi, l’aspetto mio stesso, come tu mi vedevi! l’aspetto di tutte le cose, di tutta la vita, come tu la vedevi! – Sono venuta qua; mi sono data tutta a te, tutta; t’ho detto: «Sono qua, sono tua; in me non c’è nulla, più nulla di mio: fammi tu, fammi tu, come tu mi vuoi! – M’hai aspettata per dieci anni? Fai conto che non sia stato nulla! Eccomi di nuovo a te; ma non per me più, non per tutto ciò che quella può aver passato nella sua vita; no, no; nessun ricordo più, dei suoi, nessuno: dammi tu i tuoi, i tuoi, tutti quelli che tu hai serbati di lei come fu allora per te! Ora ridiventeranno vivi in me, vivi di tutta quella tua vita, di quel tuo amore, di tutte le prime gioje che ti diede!». E quante volte non t’ho domandato: – «così?… così?» – beandomi della gioja che in te rinasceva dal mio corpo che la sentiva come te!

        BRUNO (com’ebbro): Cia! Cia!

        L’IGNOTA (impedendo l’abbraccio, com’ebbra anche lei, ma dell’orgoglio d’aver saputo crearsi così): Sì – io, Cia! – io, sono Cia! – io sola! – io! io! – non quella (indica il ritratto:) che fu, e – come – forse non lo seppe nem­meno lei stessa, allora – oggi così, domani come i casi della vita la facevano… Essere? essere è niente! essere è farsi! E io mi sono fatta quella! – Non ne hai compreso nulla, tu!

        BRUNO: Sì, sì che ho compreso!

        L’IGNOTA: Che hai compreso? Ma se ho sentito, se ho sentito le tue mani cer­carmi qua…(indica, senza precisare, un punto del suo corpo un po’ più su del fianco:)… io non so… qualche segno che sapevi di dover trovare… Non l’hai trovato? – E per quel segno che non hai più trovato, o per un altro: io non sono Cia, è vero? io non posso esser Cia? – M’è sparito! – ecco – ti dico così: m’è sparito! – Che puoi tu dire in contrario? – Non ho voluto più averlo; e ho fatto di tutto per farlo sparire. Sì, sì! Perché sapevo – m’ero accorta – che anche prima, tu, me lo cercavi – non è vero?

        BRUNO: Sì!

        L’IGNOTA: Vedi? Ecco! E per impedire che altri me lo potesse trovare, lo feci sparire! Ma tu ora ti spaventi al pensiero che Ines, da sorella, in confidenza, e anche la Lena che porta gli occhiali, me lo vogliano ritrovare, questo segno, per una constatazione legale in piena regola; e che non vogliano credere a ciò che t’ho detto. – «Ah! Sparito? È grave! Un tal segno! Come sparito?» – Si vorrà interpellare la scienza! – Tanto più, signori miei, che forse questa po­vera ricoverata che ora arriverà – eh, tutto è possibile! – potrà anche darsi che ce l’abbia davvero, lei quel segno! Lei sì, e io no! – Sarebbe il colmo! La più schiacciante delle prove! Povero Bruno, povero Bruno, così preoccupato di queste prove e documenti che potranno essere presentati! – Rasserenati! Io sono Cia – nuova! – Tu vuoi tante cose! Io non ho voluto nulla, venendo – nulla – nemmeno vivere per me – respirare quest’aria, per me – toccare una cosa col senso che m’appartenesse! A te che per dieci anni credevo avessi aspettato innamorato la tua donna, te l’ho ridata viva – sì, per rivivere an­ch’io – dopo tanta nausea e tanta ignominia – una vita pura! Ed è così vero questo, che in faccia a tutti, contro ogni prova, e anche contro te, sì, contro te, se sarai costretto a disconoscermi per salvare i tuoi interessi – in faccia a tutti avrò il coraggio di gridare che Cia sono io – io – perché quella (indica il ritratto) non può più essere viva così – altro che in me! Si ode di nuovo lo strisciare delle ruote gommate di un’automobile sulla ghiaja del giardino.

        BRUNO (con ansia di sgomento): Eccoli qua! Eccoli qua! Sono arrivati…

        L’IGNOTA: Lascia fare a me! – Ricevili tu! Non posso più ora presentarmi così! Ridiscendo subito. (S’avvia di fretta per la scala; ne sale i primi scalini.)

        BRUNO (quasi supplice): Cia…

        L’IGNOTA (fermandosi, voltandosi, placidissima e col tono con cui s’afferma una cosa ormai indiscutibile): Sì – eh – Cia.

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