Come tu mi vuoi – Personaggi, Atto primo

Come tu mi vuoi – Personaggi, Atto primo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto secondo
Atto terzo

En Español – Como tu me deseas


    Personaggi

L’Ignota
Carl Salter, scrittore
Greta, sua figlia, detta Mop
Bruno Pieri
Boffi
La zia Lena Cucchi
Lo zio Salesio Nobili<
Ines Màsperi, moglie di
Silvio Màsperi, avvocato
Barbara, sorella di Bruno
La demente
Un dottore
Un’infermiera
Quattro giovani in marsina
Un portiere

Il primo atto, a Berlino, in casa dello scrittore Carl Salter; gli altri due in una villa presso Udine; dieci anni dopo la grande guerra europea.


    Atto Primo

Come tu mi vuoi - Andrea Jonasson - 1987/88 Piccolo teatro di Milano        Salotto in casa dello scrittore Salter, addobbato con sfarzo bizzarro. Uscio in mezzo, che dà su un largo corridojo. S’intravede dirimpetto la porta d’in­gresso. Nella parete destra (nelle indicazioni, destra e sinistra sono sempre dell’attore) è un grande arco, da cui si scorge un pezzo della parete di fondo dello scrittojo.

        È notte, e così il salotto come lo scrittojo sono illuminati da certe luci velate da schermi di diverso colore che, dando un fantastico rilievo alla bizzarria dell’addobbo, gl’infondono un senso di misterioso riserbo. Al levarsi della tela si vedrà Mop su un’ampia poltrona, in un curioso pi­giama di seta, nero e fiorito d’orchidee, tutta aggruppata e rovesciata su uno dei braccioli, il volto nascosto. Pare che dorma. Piange. Ha i capelli tagliati maschilmente e la faccia (allorché la mostrerà) segnata d’un che d’ambiguo che fa ribrezzo e, insieme, di un che di tragico che turba profondamente. So­pravviene, poco dopo, dall’arco di destra, Cari Salter, eccitato e sconvolto. Ha cinquant’anni. Faccia gonfia, pallida, con occhi chiari, quasi bianchi, tra le borse annerite. Un po’ calvo alla sommità, ha poi il cranio preso da una violenza ferrigna di capelli ricci, corti. Tutto raso, avventa il tumido delle lab­bra sensualissime. È in una ricca veste da camera. Le mani in tasca.

        SALTER: È qua coi soliti. L’ho vista dalla finestra.

        Pronunziando l’ultima frase, trae inavvertitamente una mano dalla tasca. In quella mano convulsa stringe una piccola rivoltella.

        MOP (notandolo subito): Che hai lì?

        SALTER (che avrà subito rimessa in tasca la mano armata; seccato): Niente. – Bada: se li porta su, ti proibisco di restare con loro.

        MOP: E che vorresti fare?

        SALTER: Non lo so. Deve finire.

        MOP: Ma come, finire? Sei pazzo?

        SALTER: Non mi farò vedere nemmeno io. Va’ a sentire alla porta, se vien su sola. (Mop si muove per uscire sul corridoio.) Aspetta. (La trattiene, stando in orecchi.) La sento gridare.

        Si odono difatti da basso, lontane e confuse, parecchie voci, come rintronanti nel vano della scala.

        MOP: Forse li licenzia.

        SALTER: Sono tutti ubriachi. E uno li seguiva.

        MOP: Dammi codesta rivoltella!

        SALTER (scrollandosi, urtato): Ma no! Non penso mica di servirmene. L’ho… così, in tasca.

        MOP: Dammela!

        SALTER: Non mi seccare! (Le voci si fanno più vicine e più forti.) Senti?

        MOP: Si direbbe una lite.

        Corrono alla porta d’ingresso sul corridojo: l’aprono: il corridojo, per quel che se ne vede dall’uscio del salotto, è invaso violentemente da una frotta di quattro giovani imbecilli, in marsina, mezzo ubriachi tra cui l’Ignota, e Boffi che la difende. Mop e Salter si mescolano con loro, quella per trarne fuori l’Ignota, questi per respingere gl’intrusi. Nella penombra e nella confusione quei quattro giovanotti, di cui qualcuno pingue e roseo, qualcuno calvo, qualcuno coi capelli ossigenati, più donna che uomo, sembreranno mario­nette sbattute, dai gesti sguajatamente sbracciati e vani. Voceranno tutti si­multaneamente. L’Ignota è sui treni’anni, bellissima. Un po’ ebbra anche lei, non riesce ad atteggiare il volto come vorrebbe di quel fosco cipiglio che di­mostra in lei la volontà di riprendersi col disprezzo di tutto e di tutti dal di­sperato abbandono, in cui, a lasciarsi andare, si rilasserebbe la sua anima devastata dalle tempeste della vita. Sotto una mantiglia elegantissima in­dossa uno dei costumi splendidi e strani delle danze caratteristiche di sua in­venzione. Il Boffi è come fuor di posto. Bel tipo anche lui però, avventato e cocciuto, convinto che la vita non sia altro che trucco, procura sorridendo di non smarrirsi. S’è combinata una faccia mefistofelica, ma così per ridere. Maschere, tanto per darsi un’apparenza e far colpo; ma poi, tenersi al sodo, che è fatto di cose semplici e naturali. A furia di tirar su la testa quasi per non affogare, ha preso un tiro alle corde del collo, che gli fa di tanto in tanto protendere il mento e contrarre in giù gli angoli della bocca. Se ne ria ogni volta dicendo quasi tra sé: «Non scherziamo!».

        L’IGNOTA: No, basta, basta! Non voglio più! Andatevene! Così non è più scherzo!

        PRIMO GIOVANE: … l’ultima danza tra i bicchieri…

        SECONDO: … della staffa! della staffa!… «Spuma di Champagne»…

        TERZO: … e noi, tutti a coro…

        QUARTO (intonando con la lingua imbrogliata): …Clooo-dovèe-o… Cloo-dovèe-o…

        PRIMO GIOVANE: … tristi tutti, fino a morirne…

        L’IGNOTA: Lasciatemi! Lasciatemi!

        BOFFI: Via! Via! Ora basta! – Sì, bravo! – Ma basta! Ve lo dice lei stessa!

        SALTER: Fuori, fuori di casa mia!

        PRIMO GIOVANE: Ma questa non è la maniera! Dobbiamo bere!

        SECONDO: Ci ha invitato lei, non fare lo stupido!

        TERZO: Dobbiamo finire nudi!

        QUARTO: … Clooo-dovèe-o… – (Poi, a un pugno in petto:) Brutalità!

        MOP: Vergogna! Questa è un’aggressione! (Poi, a l’Ignota: abbracciandola per ripararla e tirarla dentro il salotto:) Vieni! Vieni!

        L’IGNOTA (liberandosi dall’abbraccio ed entrando nel salotto): Ma no, per ca­rità, non ci manca altro che il tuo abbraccio, adesso!

        SALTER (nel corridojo, impedendo col Boffi l’irruzione): Signori, vi caccio a revolverate!

        BOFFI (spingendoli fuori dalla porta) Via! Via! Finiamola, insomma! Via! Via!

        PRIMO GIOVANE (prima che la porta gli si chiuda in faccia): Elma, carezzina!

        SECONDO GIOVANE: Il cagnolino!

        MOP: Fanno veramente nausea!

        / quattro giovani, via. La porta è richiusa. Ma si sentono gridare ancora nella scala. Il terzo s’ostina a intonare: Clooo-dovèe-o.

        SALTER: Che volevano?

        L’IGNOTA: Al solito… Porci… M’hanno fatto tanto bere…

        SALTER: È uno scandalo! Torneranno a ribellarsi tutti gl’inquilini!

        L’IGNOTA: Cacciami via, te l’ho detto!

        MOP: Ma no, Elma!

        L’IGNOTA: Dice ch’è uno scandalo…

        SALTER: Basterebbe che non andassi più con loro!

        L’IGNOTA: E invece, me ne vado proprio con loro, guarda! Preferisco. (Si lan­cia.) Vado a raggiungerli!

        BOFFI (parandola): Signora Lucia!

        L’IGNOTA (restando): Ma chi è lei infine, si può sapere?

        SALTER: Già: com’è rimasto qua, lei?

        BOFFI: Ho difeso la signora.

        SALTER: Seguiva la comitiva: ho visto.

        L’IGNOTA: Da tante sere, come una guardia: l’ho sempre appresso.

        MOP: E non sai chi è?

        BOFFI: Ma sì che lo sa bene la signora, chi sono (tic) nooon scherziamo! (E, come per persuaderla ad arrendersi, la richiama:) Signora Lucia…

        MOP (stonata): Lucia?

        L’IGNOTA: Già – così – in tutti i toni – «Signora Lucia» – «Signora Lucia» – seguendomi, passandomi accanto –

        BOFFI: – e s’è sempre voltata! –

        L’IGNOTA: – sfido… –

        BOFFI: – perché è la signora Lucia –

        MOP: – ma no –

        BOFFI: – ma

        Sì! sobbalzando ogni volta e impallidendo –

        L’IGNOTA: – naturalmente, a sentirsi chiamare… –

        BOFFI (correggendo e perciò pigiando su la parola): – richiamare –

        L’IGNOTA (a Mop): – di notte – puoi figurarti – con quella faccia da diavolo…

        BOFFI: – trucco, signora! nessuno è veramente diavolo –

        L’IGNOTA: – lei lo fa di professione? –

        BOFFI: – ecco; di professione – come lei fa… non so che parte qua, davanti a questi signori – mentre è la signora Lucia.

        MOP: Oh, questo è un bel caso veramente!

        L’IGNOTA: Non ne ha il minimo dubbio, capisci?

        BOFFI: Mi farei tagliare tutt’e due le mani.

        SALTER: Ne ha altre due a casa di ricambio?

        BOFFI: Nossignore: queste sole: e le scommetto.

        L’IGNOTA: Ch’io sono la signora Lucia?

        BOFFI: Pieri.

        L’IGNOTA: Com’ha detto?

        BOFFI: Ma non finga di non saperlo!

        L’IGNOTA: No, non ho sentito!

        BOFFI (rivolgendosi a Salter come per denunziare e, nello stesso tempo, sfi­dare): Ho detto Pieri. E il marito della signora è qua!

        L’IGNOTA (cascando a sedere, profondamente turbata): Mio marito?

        BOFFI: Sissignora. Bruno è qua.

        L’IGNOTA: Ma che dice? Qua, dove?

        SALTER: Farnetica!

        BOFFI: Chiamato da me.

        L’IGNOTA: Lei è pazzo!

        BOFFI: È arrivato questa sera.

        SALTER: Il marito della signora è morto da quattro anni!

        L’IGNOTA (a Salter con scatto spontaneo e involontario): Ma no, questo non è vero!

        SALTER (restando): Non è vero?

        BOFFI: È qua! All’albergo Eden. A due passi.

        L’IGNOTA (a Boffi, eccitatissima): Finisca questo scherzo di parlare di mio ma­rito! Io non ho marito! Chi ha fatto venire?

        BOFFI: Ma vede come lei si turba?

        SALTER (all’Ignota): È dunque vivo ancora?

        BOFFI (rispondendo per lei): Le dico, qua a due passi! Se la signora vuole… (Si guarda attorno.) Ci sarà il telefono… L’Ignota, tutt’a un tratto, scoppia a ridere come una pazza.

        SALTER (vedendola ridere): Che storia è questa insomma?

        L’IGNOTA: Ma che ho un marito a due passi, non senti? Posso chiamarlo col te­lefono, quando voglio!

        SALTER (a Boffi per troncare): Senta, signore, non è il momento né per me, né per lei (indica l’Ignota) di seguitare codesta buffonata!

        L’IGNOTA (a Salter, con aria di voler scherzare; ma, insieme, di sfida): No no: aspetta: e se io fossi davvero?

        SALTER: Chi?

        L’IGNOTA: Ma questa signora Lucia, che il signore riconosce in me così sicu­ramente: che avresti da dire?

        SALTER: Ho detto buffonata.

        L’IGNOTA: E la tua, – che cos’è?

        SALTER: La mia?

        L’IGNOTA: Sì. Mi conosci tu forse più di lui?

        SALTER: Io? Più che non ti conosca tu stessa, io ti conosco!

        L’IGNOTA (s’inchina): Fai questo bello sforzo! Non voglio più conoscermi da tanto tempo, io!

        SALTER: Molto comodo, per non render conto di quello che fai!

        L’IGNOTA: Al contrario, caro: indispensabile, per poter sopportare quello che gli altri mi fanno.

        BOFFI (spontaneamente): Magnifico!

        SALTER (voltandosi a lui come un cane idrofobo): Che cosa dice lei, magni­fico?

        BOFFI: Il modo come ha ribattuto. (E aggiunge con tono di commiserazione:) È quello che la vita le ha fatto!

        L’IGNOTA: Ma si figuri, se mi volessi un po’ conoscere, essere «una» un po’ anche per me (voltandosi a Salter:) ecco, questa «signora Lucia» del signore, per esempio (prende il Boffi sotto il braccio:) dica lei, se ora potrei soppor­tare di vivere qua con lui! (Lasciando il Boffi e voltandosi subito a Mop, estrosa:) Mop, di’ tu come mi chiamo!

        MOP: Elma!

        L’IGNOTA: Elma, ha inteso? nome arabo: sa che significa? acqua… acqua… (Così dicendo, agita le dita, allargando le mani, per significare la voluta in­consistenza della sua vita d’oggi. Poi, cangiando tono:) Ma mi fanno bere tanto vino! Dio, cinque coctails, Champagne… (A Mop:) Se mi dessi qualche cosa da mangiare!

        MOP: Sì, subito! Che vorresti?

        L’IGNOTA: Ma… non so… Sono bruciata!

        MOP: Corro a vedere di là…

        L’IGNOTA: Non ti confondere, cara –

        MOP: – qualche sandwich? –

        L’IGNOTA: – anche un cantuccio di pane, per mettere dentro qualche cosa e fermar la testa che mi gira.

        MOP: Sì sì; vado! (Corre via per la destra.)

        SALTER (a Boffi): Mi farà il piacere di voler capire che ha sbagliato e d’andar­sene?

        L’IGNOTA: Ma no, lascialo stare! Un mio conoscente…

        BOFFI: La signora sa che non ho sbagliato.

        L’IGNOTA: Purché però non mi chiami mio marito col telefono: questo no.

        BOFFI (risoluto): Signora, suo marito…

        SALTER (subito troncando, violentissimo): La finisca con questo marito! (E, ri­volgendosi a l’Ignota:) Tu m’hai detto ch’è morto da quattr’anni.

        BOFFI (più forte, reciso): La signora ha mentito.

        L’IGNOTA (alzandosi e andando a stringere la mano a Boffi): Grazie, signore, per questa affermazione.

        BOFFI: Ah, Dio sia ringraziato! s

        ALTER: Hai mentito?

        L’IGNOTA: Sì! (Poi, a Boffi:) Ma aspetti lei a ringraziar Dio. Io ho ringraziato lei per la soddisfazione che m’ha data affermando così forte il mio diritto a mentire, data la vita che faccio. (A Salter:) Vuoi ti dia conto delle mie men­zogne? E dallo tu a me delle tue!

        SALTER: Io non ho mai mentito!

        L’IGNOTA: Tu? Ma se non facciamo altro, tutti!

        SALTER: A te: mai!

        L’IGNOTA: Perché certe volte hai l’impudenza di dirmi…?

        SALTER (troncando, violentissimo): – basta! –

        L’IGNOTA: – mentisci a te stesso, anche con le tue schifose sincerità, perché poi non è neanche vero che sei così spaventoso. Consolati con questo: che nes­suno veramente mentisce del tutto. Tentativi di darla a bere, agli altri e a noi stessi! Quattr’anni fa, caro, può essermi morto «qualcuno», se non mio ma­rito; e qualcosa di vero, dunque, esserci – quasi come in tutte le storie che si raccontano. (A Boffi:) Ma ciò non vuol dire che mio marito sia vivo e qua – almeno per me. (Giocando a far la misteriosa, come se improvvisasse una poesia:) È il marito, al più al più – d’una che non c’è più! – Sarà un povero vedovo. Vale a dire uno – come marito – morto. Ce ne racconti un po’ la sto­ria: può essere interessante, se è venuto fin qua. Così si verrà anche a sapere qualche verità vera sul conto di questa signora Lucia, che sarei io. (A Salter:) Ascolta ascolta…

        BOFFI (deciso, facendosi avanti): Mi lasci parlare un momento con lei, signora, da solo a sola!

        L’IGNOTA: Ah no: da solo a sola no, per carità! Qua davanti a lui: mi piace che sappia – (Si sdraja.) Tanto, sa, non c’è più segreti, oggi, né pudori.

        SALTER: Come le bestie!

        L’IGNOTA: – già! – solo che le bestie, ah Dio, almeno sono natura –

        SALTER (c.s. abbozzando sempre più, con scherno): – saggezza d’istinto –

        L’IGNOTA: – mentre nell’umanità (torna a sdrajarsi) spavento, caro signore! – natura è follia: triste fino a morirne, diceva Fritz – e anche molto schifosa. Guai se non ci fosse la ragione a far da camicia di forza… (A Mop che so­pravviene con un sandwich:) Ah, brava, hai trovato? (Si tira su.) Mi scusi. (Addenta il sandwich:) Ho una fame!

        MOP: Ma guarda, la manica…

        L’IGNOTA: Strappata? Saranno stati quei cani…

        MOP: No: pare solo scucita.

        L’IGNOTA: Ma sai che stasera non m’è riuscito far cadere la bottiglia? Forse, non so, mi mettevo troppo lontana… (Così dicendo, si leva svelta svelta le scarpette e, a piedi scalzi, correndo con la leggerezza d’una ballerina sulla punta dei piedi, s’appressa al Boffi e gli tira di sotto al braccio il gibus.) Scusi, permette? (Lo fa scattare: lo posa a terra, davanti a sé, in mezzo alla scena, poi con grazia solleva fin quasi al ginocchio la veste e, reggendosi sulla punta d’un piede, alza l’altro con moto di danza, come per rovesciare una bottiglia di Champagne che le stia davanti al posto di quel gibus. Can­ticchia sottovoce, per accompagnarsi.) Tairìrarararì… tairìrarararì… (Due volte, sollevando il piede, non sfiora con la punta il gibus lì davanti.) Ecco, vedi? mi mettevo troppo lontana… (Riprende il gibus, lo richiude premendolo dal fondo sul petto e lo rida al Boffi.) Grazie. La signora Lucia, mi dispiace se questo possa offendere il marito, fa le danze al «Lari Fari», sa?

        BOFFI: E quanto più fa così, tanto più mi convinco che è lei. Ma come vuole, scusi, che non la riconosca, se l’ho vista crescere da bambina?

        L’IGNOTA: Me? proprio da bambina? Senti senti… E non sono cambiata da bambina a ora?

        BOFFI: È cambiata, certo; come si cambia tutti; ma ben poco, con tutto quello che deve aver passato!

        L’IGNOTA (dopo averlo guardato un po’): Ma sa che lei m’interessa enorme­mente? Di tutti i colori, ne ho passate. E anche adesso – guardi – tra loro due – (indica Salter e Mop:) sapesse che cose!

        SALTER (fremendo: come uno che non ne possa più): Basta! Come non ti ver­gogni?

        MOP (insorgendo, commossa): No, ha ragione: questa povera creatura… (e fa per abbracciarla.)

        L’IGNOTA (infastidita, sbarazzandosi subito dell’abbraccio): Mop, per carità!

        SALTER (a Mop, furioso, approfittando di quel moto di fastidio dell’Ignota): Lasciala in pace! E finisci di far la stupida così in pigiama! Va’ a dormire!

        MOP (tragica, facendosi incontro al padre): Tu, ti dovresti vergognare, non lei!

        L’IGNOTA (trattenendola con esasperazione stanca): Ma non ricominciate, in nome di Dio!

        SALTER: T’ho detto vattene, vattene!

        L’IGNOTA: Sì, va’, va’, cara, va’ a prepararmi, se ti riesce, un altro sandwich, eh?

        MOP: E verrai a mangiarlo di là?

        L’IGNOTA: Sì, a patto che non mi baci, sai che non posso soffrirlo! Salter scoppia a ridere ferocemente.

        MOP: Vigliacco!

        L’IGNOTA (con orgasmo, al Salter): Finiscila di ridere! (Poi, volgendosi al Boffi:) Cose che capitano a me sola! Gelosi, l’uno dell’altra!

        MOP (con strazio, supplichevole): No, Elma, non dirlo!

        L’IGNOTA: Eh, cara – magari non fosse vero – ma guardalo! (Le indica il padre. )

        SALTER (friggendo, con le mani in tasca): Bada che non riesco più a frenarmi!

        L’IGNOTA (provocante, crudele, rivolgendosi al Baffi): La moglie non vuol di­vorziare – ha mandato la figlia per staccare il padre da me – mi s’è attaccata anche la figlia (a Mop:) – sì, cara – peggio di lui, mi dispiace dirlo – perché lui almeno, vecchio, ma… (sottintende: «È uomo».)

        MOP (si fa avanti, guarda prima il padre, poi si volta a l’Ignota e lo denunzia): Ha la rivoltella in tasca per te, sai: te n’avverto.

        L’IGNOTA (voltandosi a guardare il Salter, freddamente): La rivoltella?

        SALTER (non risponde, fa un sogghigno a labbra strette, cava di tasca la rivol­tella, la va a posare sul tavolino, accanto a l’Ignota): La metto qua, a tua di­sposizione. (E ritorna al suo posto.)

        L’IGNOTA (sorridendo): Oh, grazie. Carica?

        SALTER: Carica.

        L’IGNOTA (prende l’arma e domanda): Per me, o per te?

        SALTER: Per chi vuoi tu.

        BOFFI (vedendo alzar l’arma) Ohe… (tic) noooon scherziamo!

        L’IGNOTA (abbassando l’arma e poi posandola, rivolta al Boffi): Ha capito? Tragedia. (E siede.)

        SALTER (di nuovo contenendosi a stento): Finiscila di rivolgerti a un estraneo! Parla con me! S’era fissata per questa sera la decisione. Vuoi dare a intendere d’essertene dimenticata? Ma io no, sai!

        L’IGNOTA: E come, la decisione – così? (E guarda la rivoltella.) s

        ALTER: Io sono pronto a tutto.

        L’IGNOTA (a questa risposta, scatta in piedi, pallidissima, risoluta, riprende l’arma e la punta contro il Salter): Vuoi che t’ammazzi? posso anche farlo, sai! (Si rilascia, abbassa l’arma:) Sono talmente stanca di tutto… (Gli s’ap­pressa.) Ti do, invece – guarda: un bacio, qua sulla fronte. (Lo bacia.) Eh, di’ grazie almeno… (Gli porge la rivoltella.) Tieni, caro; ammazzami tu, se vuoi.

        MOP (di scatto): No! Bada che lui lo farà davvero!

        L’IGNOTA: E lo faccia! Dopo tutto, quando non se ne può più… Se l’avesse lui, almeno, questo coraggio… (Ritornando al posto dov’era prima, dice, rivolta ed Boffi con un tono di sincerità desolata, che pare parli la stanchezza stessa caduta a terra:) Davvero, sa, non ne posso più… (Poi, come riprendendo fiato:) Ho una fame che non ci vedo: chiedo un pezzo di pane: mi si offre una rivoltella: lei mi chiama «Signora Lucia»: è veramente da ridere questa sera…

        SALTER (di scatto, andando di fronte al Boffi:) Io sono qua a casa mia: le in­timo d’uscire!

        BOFFI: E io non esco, perché sono qua per la signora e non per lei.

        SALTER: La signora è in casa mia, mia ospite!

        L’IGNOTA: Quest’è vero; ma posso bene invitare e trattenere, se mi piace, uno che dice di conoscermi.

        BOFFI: E poi lei tratta gli ospiti con la rivoltella in pugno?

        SALTER (rispondendoprima a l’Ignota): Non in questo momento che dobbiamo venire tra noi a una spiegazione! (Poi rivolgendosi al Boffi:) Ha capito d’an­darsene?

        BOFFI: Sì – ma con la signora!

        L’IGNOTA (alzandosi d’improvviso, risoluta): Bravo, sì – vengo con lei!

        SALTER (terribile, d’un balzo, agguantandola a un polso): Tu non esci di qua!

        L’IGNOTA (cercando di liberare con uno strappo il polso ch’egli le tiene atta­nagliato): Puoi impedirmi d’andarmene, se voglio?

        SALTER (sempre tenendola): Te l’impedisco, sì!

        L’IGNOTA: Con la forza?

        SALTER: Sì – se ti vuoi far forte del primo che capita!

        BOFFI: Io non sono il primo che capita!

        L’IGNOTA: Lasciami!

        SALTER: No!

        L’IGNOTA: Voglio andare con lui!

        BOFFI: Non userà violenza a una signora ch’io le affermo di conoscere!

        SALTER: Lei è qua un intruso. La signora non lo conosce affatto.

        BOFFI: Non mi vuol conoscere! non che non mi conosca! Io sono Boffi.

        L’IGNOTA (subito): Il fotografo?

        BOFFI (a Salter, trionfante): Vede che mi conosce?

        SALTER: Boffi? (Subito, sovvenendosi:) Ah, quello che ha scoperto –

        BOFFI: – il ritratto stereoscopico, appunto-

        SALTER: – eh sfido, allora, che lo conosce! È venuto a farne qua un’esposizione –

        MOP: – e ne abbiamo veduto insieme le riproduzioni sui giornali…

        L’IGNOTA (recisa, prendendo una risoluzione estrema: tutto per tutto): Non è vero! Io lo conosco! Io lo conosco! È un amico di mio marito! (Con un nuovo strappo, liberando il polso:) Lasciami!

        SALTER: Ma se finora ne hai riso?

        L’IGNOTA: Perché non volevo farmi riconoscere!

        BOFFI: Ecco! Ma si figura forse, signora, che suo marito non sappia?

        L’IGNOTA: No, no, non può sapere! non può sapere!

        BOFFI: Sa tutto! Si raccolsero là le testimonianze!

        L’IGNOTA (smarrita, domanda istintivamente): Là, dove?

        BOFFI: Nella villa, dove purtroppo…

        SALTER (notando lo smarrimento, con tono di sfida): Villa? Che villa? di’, di’, che villa?

        L’IGNOTA (subito, fiera): La mia! (E rivolta al Boffi:) Dica quali testimonianze si raccolsero! Le butti in faccia a questo vigliacco che s’approfitta della di­sperazione in cui m’ha trovata!

        BOFFI: Furono udite le sue grida, dal vecchio giardiniere – sa, Filippo – che è morto ora è poco –

        L’IGNOTA: Filippo, sì!

        BOFFI: Come avrebbe potuto difendersi là sola? Bastò vedere a noi tutti, al ri­torno, l’orrore delle rovine nelle nostre terre invase…

        L’IGNOTA (subito illuminandosi, come al richiamo miracoloso di un avveni­mento a cui s’è trovata davvero): – ah, l’invasione! (A Salter, trionfante:) Senti? Senti?

        SALTER (interdetto: dovendo convenirne): – sì, m’hai parlato dell’invasione… –

        L’IGNOTA (c.s.): – io sono veneta!

        BOFFI: Abbiamo avuto tutti la prova della ferocia del nemico – (Parlando a Salter con alterezza, come a rinfacciare un’infamia all’antico nemico:) Bruno Pieri, valoroso ufficiale, ritorna con l’esercito vittorioso al suo paese, e in quella villa ridotta un mucchio di macerie non trova traccia della gio­vane moglie sposata da appena un anno. –

        L’IGNOTA: Bruno…

        BOFFI: La sua Cia…

        L’IGNOTA: Mi chiamava Cia… mi chiamava Cia…

        BOFFI: Immaginò lo scempio che dovettero far di lei gli ufficiali che s’insedia­rono nella villa – e impazzì, signora, impazzi per più d’un anno! Lei non può immaginare tutte le ricerche che fece nei primi anni, supponendo che la fiu­mana dell’esercito nemico, ritirandosi in fuga, l’avesse trascinata con sé.

        L’IGNOTA: Mi trascinò con sé! mi trascinò con sé!

        SALTER (a Boffi): Ma aspetti! (Poi, come cercando nella memoria:) Io devo aver letto questa storia…

        BOFFI: Lei l’avrà letta sui giornali!

        SALTER: Ma sì – anni fa…

        BOFFI: La fece pubblicare il marito, anni fa.

        L’IGNOTA: Io certo non l’ho letta!

        SALTER (a l’Ignota): La tua è tutta un’impostura! (A Boffi:) Debbo anche sa­perne qualche cosa… ma sì, di certe supposizioni di un mio amico dottore – psichiatra – a Vienna… (Voltandosi di nuovo a l’Ignota, con sprezzo:) Tu stai mescolando i tuoi casi con codesta storia, e la vorresti far passare per tua?

        BOFFI: Ma se è appunto lei, la signora!

        SALTER (ancora più sprezzante): Tu?

        L’IGNOTA (placidissima): L’afferma lui, non senti? che mi conosce da bam­bina.

        BOFFI: E non posso sbagliare!

        L’IGNOTA: Mentre tu mi conosci da pochi mesi soltanto.

        SALTER (forte, convulso, con schianto): Io ho distrutto per te la mia vita!

        L’IGNOTA: Per la tua pazzia – non per me.

        SALTER: Ma chi m’ha fatto perdere la testa?

        L’IGNOTA: Io? L’hai voluta perdere tu, accostandoti a me.

        SALTER: Per le tue tentazioni!

        L’IGNOTA: Eh, caro mio, il mio mestiere di donna, a cui la vita m’ha ridotta. Non hai sentito ciò che mi è stato fatto? s

        ALTER: Smetti una buona volta di valerti dell’inganno in cui s’ostina a persi­stere codesto signore!

        BOFFI: Io non m’inganno nient’affatto!

        L’IGNOTA: E figurati se io non me ne valgo! (A Boffi:) Lei, questa sera, è man­dato veramente dal cielo per me! Il mio salvatore. Mi faccia il piacere di par­larmi di me bambina. Ero così tanto un’altra, che mi pare, se ci penso, di so­gnare.

        BOFFI: Ma a tutti ormai pare così, la vita di prima, signora Cia!

        L’IGNOTA: Ah, mi chiama Cia anche lei? Cia, tutti? Credevo lui solo… Pec­cato!

        SALTER (non contenendo più l’orgasmo): Bada che non puoi levarmi di mezzo così, dopo avermi preso come m’hai preso!

        L’IGNOTA: Io, preso?

        SALTER: Tu.

        L’IGNOTA: Ti sei lasciato prendere? Avresti dovuto guardartene! – Sì, in un certo senso, è vero. Ma tu m’hai ingannata.

        SALTER: Io?

        L’IGNOTA: Ingannata: t’avevo preso soltanto come un buffone; e sei diventato insoffribile: insoffribile!

        SALTER: Perché non vuoi avere pietà di me?

        L’IGNOTA (come trasecolata): Io? Hai il coraggio di dirlo? Ne ho avuta, tanta! E tua figlia è testimonia… (A Boffi:) Sa, uno scrittore di fama…

        SALTER (subito per troncare): Ti proibisco di parlare di me!

        L’IGNOTA: E perché metti avanti allora la tua vita distrutta?

        SALTER: Perché abbia paura, se ora pensi davvero di disfarti di me, così.

        L’IGNOTA: Io, paura?

        SALTER: Paura, sì.

        L’IGNOTA: Non ne ho mai avute, di queste paure.

        SALTER: E ora devi averla!

        L’IGNOTA: Perché hai la rivoltella in tasca? – Guarda: io me ne vado con que­sto signore: Cia, a spasso, come da bambina. Tu cavi di tasca la rivoltella e m’ammazzi: come per uno scherzo. – Proviamo? s

        ALTER (fremendo): Non mi cimentare!

        L’IGNOTA: Io ci sto. (A Boffi, prendendolo sotto il braccio:) Andiamo.

        Salter cava di tasca la rivoltella.

        BOFFI (subito mettendosi in mezzo): No, così no, signora!

        L’IGNOTA: Sono stata in mezzo alla guerra! Mi lasci ammazzare! Poi dovrebbe ammazzarsi anche lui – e non ne ha il coraggio!

        SALTER: L’ho – e tu sai bene che l’ho!

        L’IGNOTA (a Boffi): Stia a sentire: avrei potuto buttarlo in un canto così col piede, come uno straccio per terra…

        SALTER: Io non sono un buffone!

        L’IGNOTA: Che faccia! (A Mop:) Di’ tu, Mop, se non è vero che s’è diviso da tua madre perché lo rimbrottava sempre di non essere serio abbastanza per la sua reputazione di scrittore.

        MOP: Sì, è vero.

        L’IGNOTA: Sconcezze, sa, da non credersi, smorfie davanti alla gente che ve­niva a visitarlo: «Scusatemi, signori, ma io non posso esser serio con mia moglie davanti, che – guardate – cova come una chioccia la mia fama!».

        SALTER (esasperato): Non potevo esser serio! Non potevo esser serio! (A Boffi:) È spaventoso, signore, come basti una cosa di queste, una scioc­chezza magari, che si dica così per ridere, di passata – vede? – si fissa in un concetto – per sempre – sono quello, e non posso esser altro – bollato – un buffone !

        L’IGNOTA: Puoi negare che facevi proprio il buffone quando t’ho conosciuto in mezzo a quegli altri?

        SALTER (interrompendo con orgasmo): Ma perché avevo dentro il tormento di una vita impossibile!

        L’IGNOTA (a Boffi): Li caccia via, ora, gli altri – ha visto? – indignato; e rim­brotta lui me, adesso, che gli comprometto la riputazione! È diventato sua moglie! (Accanendosi:) Dovrei io rendertela possibile, la vita, è vero? Io, con tua figlia che… – ah Dio! (Si copre la faccia con le mani, per schifo, esasperazione, disperazione:) – non mi fate parlare! non mi fate parlare!

        MOP (subito, accorrendo a lei, atterrita che dica): No, no, Elma! Per carità!

        L’IGNOTA (quasi con un ruggito, respingendola): Levati – Voglio dirlo!

        MOP: Che cosa?

        L’IGNOTA: Quello che m’avete fatto!

        MOP: Io?

        L’IGNOTA (quasi farneticando): Tu – tutti – non ne posso più – questa è vita da pazzi – io n’ho fino alla gola – mi si rompe lo stomaco – vino, vino – pazzi che ridono – l’inferno scatenato – specchi bicchieri bottiglie – una ridda, la vertigine – chi strepita, chi balla – s’aggrovigliano nudi – tutti i vizi impa­stati – non c’è più legge di natura – più nulla – solo l’oscenità arrabbiata di non potersi soddisfare – (acchiappando Boffi per un braccio e indicandogli Mop:) – guardi, guardi se quella è più una faccia umana! – e lui, là, (indica Salter:) – con quella faccia da morto, e tutti i vizi che gli vèrmicano negli occhi! – e io vestita così – e lei che vuol parere un diavolo – questa casa – ma qua, come dovunque – tutta la città – è la pazzia, la pazzia! (Di nuovo, indicando Mop:) – Arriva. – Io non ne so nulla. Di sera, ero al «Lari-fari». Chi sa che scena col padre! Ha uno sgraffio qua, dalla fronte alla guancia – (le acchiappa la faccia e la mostra a Boffi:) – guardi bene, ne porta ancora il segno!

        SALTER: Ma non fui io!

        MOP: Me lo feci da me – non ci vuol credere!

        L’IGNOTA: Io non so nulla: non c’ero! – Torno qua, ubriaca: per forza! rovescio col piede le bottiglie e poi me le bevo – faccio «Spuma di Champagne» (mo­strando l’abito:) – vede? – è la mia danza più famosa – per forza, dunque, ubriaca ogni sera! – Non vedo neppure, quella sera, chi mi prende e mi porta a letto.

        MOP (quasi saltandole addosso, tutta un fremito, per impedirle che seguiti a dire): Elma, te ne scongiuro, basta!

        L’IGNOTA (mentre la respinge di nuovo): No, lasciami dire! – Lui se n’era an­dato fuori…

        MOP (tenendosi aggrappata a lei): Ma che vuoi dire? Sei pazza?

        L’IGNOTA (staccandosela d’addosso e buttandola sulla poltrona, dove Mop torna ad aggrupparsi con la faccia nascosta): Eh sì, lo so! Le pazze soltanto hanno il privilegio di poterle urlare – chiare – davanti a tutti – certe cose! (A Boffi, indicandogli Salter che sorride:) – Guardi, ride… come rise la mattina dopo, quando volle sapere…

        SALTER: Ma perché è strano che tu –

        L’IGNOTA: – dia importanza a ciò che per voi non è niente? – Tutto è come niente, qua! (Indicando a Salter la figlia con la faccia nascosta:) Ma intanto lei – guarda là!

        SALTER: È il rimorso d’aver tradito chi l’ha mandata qua…

        MOP (scattando in piedi e gridando convulsa): No! Perché non è giusto! Non è giusto!

        L’IGNOTA (a Boffi): Lo proclamano, capisce? come un diritto! Lei li accusa; gridano che non è giusto! – Io ho bisogno di scapparmene di qua – via da tutti, via da tutti – anche da me stessa – via – via – via – non posso più es­sere così – questa –

        BOFFI: – ma sta a lei, signora, di riprendere la sua vita! –

        L’IGNOTA: – la mia vita? – quale? –

        SALTER (con scherno feroce): – ma da signora Lucia – con tuo marito – te ne sei già dimenticata? –

        L’IGNOTA (fierissima a Salter): – non me ne sono dimenticata! (A Boffi, con altro piglio:) Quest’uomo cerca ancora, dopo dieci anni, la sua moglie?

        SALTER: – la sua Cia –

        BOFFI (a l’Ignota con fermezza): – sì, signora – (poi a Salter, sfidando lo scherno:) la sua Cia – (poi di nuovo, a l’Ignota): – nonostante la guerra di chi ha avuto tutto l’interesse di farla ormai ritenere come morta, dopo dieci anni –

        SALTER (subito, diabolico): – chi? – chi ha avuto quest’interesse? – tu dovresti saperlo! – su, dillo! dillo!

        L’IGNOTA (c.s.): Io non so nulla! – Io domando appunto a lui, come la può credere viva, se non gli è più ritornata?

        BOFFI: Ma perché suppone che, dopo quanto le dev’essere accaduto –

        L’IGNOTA: – quella che lui va cercando non ci può essere più! –

        BOFFI: – no signora! – suppone che lei non sia più ritornata per questo – ap­punto – temendo che non possa più essere per lui la stessa, dopo quanto è accaduto –

        L’IGNOTA: – e crede dunque davvero che possa più essere la stessa?

        BOFFI: – perché no, signora, se lei vuole? –

        L’IGNOTA: – dopo dieci anni, la stessa? – dopo tutto quello che le dev’essere accaduto, la stessa? – È pazzo! – E la prova è che non gli è più ritornata.

        BOFFI: Ma io dico, se lei ora vuole, signora…

        L’IGNOTA: Voglio? – sì, fuggire da me stessa, voglio – non avere più un ri­cordo di nulla, di nulla – vuotarmi di tutta la vita – ecco, guardi: corpo – es­sere soltanto questo corpo – lei dice che è suo? che le somiglia? – io non mi sento più – io non mi voglio più – non conosco più nulla e non mi conosco – mi batte il cuore, e non lo so – respiro e non lo so – non so più di vivere – un corpo, un corpo senza nome in attesa che qualcuno se lo prenda! – Eb­bene, sì: se mi ricrea lui, se glie la rida lui un’anima, a questo corpo che è della sua Cia – se lo prenda, se lo prenda, e vi metta dentro i suoi ricordi – i suoi – una vita bella, una vita bella – una vita nuova – io sono disperata!

        BOFFI (risolutamente): Signora, io corro subito a chiamarlo!

        SALTER: Lei non chiama nessuno a casa mia!

        L’IGNOTA (facendo per correre allo scrittoio accanto): Lo chiamo io!

        SALTER (subito, trattenendola): No. Aspetta. Vado io. Lo chiamo io. E ve­dremo… (Corre allo scrittoio.)

        L’IGNOTA (perplessa, stordita): Chiama? Chi chiama?

        BOFFI: Che vuol fare?

        MOP (che s’è voltata, a guardare che cosa faccia il padre di là, a questo punto dà un grido d’orrore): No! (E accorre, mentre di là rintrona un colpo di rivoltella.) Papà! Papà! Ah Dio! Ah Dio!

        BOFFI (accorrendo): È stramazzato!

        LMGNOTA: S’è ucciso!

        Si odono ora di là le voci ansiose di tutt’e tre attorno al corpo di Salter che s’è ferito al petto; prima l’osservano; poi lo sollevano da terra per ada­giarlo su un divano.

        MOP: Al cuore! Al cuore!

        BOFFI: Ma no! Non è morto! Il cuore è illeso!

        MOP: Ah – guardi – il sangue dalla bocca!

        BOFFI: È toccato il polmone!

        L’IGNOTA: Gli sollevi, gli sollevi un po’ la testa!

        MOP: No, piano: io! Papà! Papà!

        BOFFI: Bisogna sollevarlo! portarlo là sul divano! M’ajutino; m’ajutino!

        MOP: Piano! Piano!

        BOFFI: Lei di qua! Ecco: così…

        MOP: Mop, la tua Mop, papà… Qua, qua… così, piano, la testa… Quel cuscino, quel cuscino…

        L’IGNOTA: Bisogna chiamare un medico, subito!

        BOFFI: Andrò io, andrò io…

        MOP: Di’, di’… Che. vuoi dire, papà? (A l’Ignota): – Guarda te!

        L’IGNOTA: Non è grave… Non sarà grave… Ma subito, il medico…

        MOP (a Boffi): Sì, il medico: guardi, c’è qua, nella stessa casa! – Ma ecco, suonano, battono alla porta… Si ode, difatti, sonare e battere alla porta.

        BOFFI (accorrendo): Ecco ecco, apro io…

        L’IGNOTA (rientrando dietro a Boffi): Il medico è qua, al piano di sotto! Boffi ha aperto la porta. Entra un gigantesco portiere gallonato, tipicamente tedesco, tutto rabbuffato e furioso.

        PORTIERE: Che cos’è? Che cos’è stato? Ma quando si finirà insomma in questa casa? Anche colpi d’arma da fuoco?

        L’IGNOTA: Sì, sì, guardi, c’è di là il signor Salter… S’è ferito!

        PORTIERE: S’è ferito? Come? Ferito da sé?

        BOFFI: Sì, al petto, da sé – gravemente!

        L’IGNOTA: Vada subito a chiamar giù, per piacere, il dottor Schutz!

        PORTIERE: Il dottor Schutz a quest’ora dormirà!

        BOFFI: E lei lo svegli!

        L’IGNOTA: Sì, sì, per carità! Bisogna dargli ajuto subito!

        PORTIERE: Io non sveglio nessuno! Loro mettono in rivoluzione la casa! Biso­gna che questa storia finisca!

        BOFFI: Vado io, vado io a chiamarlo!

        PORTIERE (pronto, ghermendolo): Lei non esce di qua, se c’è un ferito!

        BOFFI (liberando, con uno strappo, il braccio): Lei è pazzo!

        PORTIERE: Pazzi sono lor signori! Ci sono i regolamenti delle case! Lor signori vivono tra le stoffe soprammesse; io conosco i muri, le scale conosco, e il regolamento della casa, e faccio la denunzia! Dov’è il ferito? Di là? È grave?

        BOFFI: Ma sì, sì, grave! Bisogna soccorrerlo!

        PORTIERE: Ma io dico, se è così grave…

        MOP (sopravvenendo di là): Ecco, sì, sarà forse meglio trasportarlo in una cli­nica… Qua non abbiamo nessuno!

        PORTIERE: Ecco, appunto, fuori, fuori di qua: in una clinica… Posso chiamare per il trasporto.

        MOP: Sì, subito, per piacere, chiami, chiami per il trasporto. Mop ritorna presso il padre, e il portiere se ne va via brontolando.

        BOFFI: Ma come? così, qua, senza nessuno?

        L’IGNOTA, Si vive così. Di notte, nessuno. E i portieri sono i padroni delle case.

        BOFFI: Lei venga adesso con me, signora.

        MOP (chiamando, dallo scrittojo): Elma, Elma, vieni qua!

        L’IGNOTA: No, dove vuole che vada, ora?

        BOFFI: Ma signora Lucia…

        MOP (comparendo, sotto l’arco): Elma!

        L’IGNOTA: Mi chiama Elma, sente?

        BOFFI: Vado io allora a chiamar lui!

        MOP: Non penserai mica d’andartene –

        BOFFI: – dopo che l’ha minacciata tutta la sera? –

        MOP: – ma appunto perché se ne voleva andare!

        BOFFI (prendendola per un braccio): Tornerò qua con lui, signora Lucia; e son sicuro che appena lei lo vedrà…

        MOP (venendola a prendere per l’altro braccio): Vieni, vieni, Elma: ti chiama, ti chiama: vuole te! (Boffi si scrolla, urtato, e va via risolutamente.)

        L’IGNOTA (a Mop): Va’, va’: ora vengo…

        MOP (si muove, incerta: si volta): Tu te n’andrai…

        L’IGNOTA: No, vengo, vengo… Va’, non lo lasciar solo… (Mop va. Rimasta sola, l’Ignota si preme a lungo le mani sulla faccia; poi, di scatto, se le stacca per passarsele sulle tempie, una di qua, una di là, come a sorreg­gersi la testa, levata disperatamente, e chiude gli occhi per dire:) Un corpo senza nome! senza nome!

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