1927 – Bellavita – Commedia in un atto

Bellavita – Commedia in un atto

FONTE Novella «L’ombra del rimorso» (1914)
STESURA 1926, prima del  17 ottobre
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 27 maggio 1927 – Milano, Teatro Eden, Compagnia Almirante-Rossone-Tofano.

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – L’ombra del rimorso

Bellavita - Teatroghiotto


    Premessa

        La stesura del breve atto unico, tratto dalla novella L’ombra del rimorso (1914), risale al 1926; la prima rappresentazione avvenne a Roma nell’aprile del ’27.

        Bellavita, un insignificante omuncolo tradito per lunghi anni dalla bella e vivace moglie, è rimasto vedovo. Se, mentre la moglie era viva, finse di non accorgersi o peggio di accettare quel tradimento, ora dopo la morte di lei, escogita una inusitata forma di vendetta; non può certo scontrarsi ad armi pari con il notaio Denora, il ricco amante della moglie: ogni tipo di contrap­posizione diretta lo vedrebbe inesorabilmente sconfitto. E allora Bellavita si farà vedere affettuosissimo nei riguardi del notaio. E vero, o non è vero che tutti e due piangono per la morte della stessa persona ? E Bellavita abbraccia singhiozzando il notaio e lo supplica di non abbandonarlo, per carità!

        Il notaio è coperto di ridicolo ed è soffocato da questa presenza ossessiva, che lo disturba molto di più di uno scontro diretto; offre, allora, pur di riacquistare la sua pace e la sua libertà, di provvedere a sue spese all’educazione di Michelino, forse figlio suo. Bellavita rifiuta la proposta; continuerà a ossequiare, a venerare l’amante della moglie e, con un abito da pompa funebre, lo seguirà, come un’ombra, l’ombra del rimorso.


    Personaggi

Bellavita, dolciere
Il Notajo Denora
L’avvocato Contento
La signora Contento, sua moglie
Lo Scrivano dello studio
Clienti dell’avvocato Contento, fra cui: il signor Giorgino

Tempo presente.


Bellavita

Commedia in un atto – 1923/1927

        La scena rappresenta un salotto tra la casa e lo studio dell’avvocato Contento. L’entrata è in fondo e dà su un corridoio. Un uscio a destra immette nella casa dell’avvocato. Due usci a sinistra: il primo, in comunicazione con la sala d’aspetto per i clienti; l’altro, con lo studio dell’avvocato. (Destra e sini­stra dell’attore.)

        Al levarsi della tela lo Scrivano, giovane, vestito poveramente ma con pretese d’eleganza, testa da vetrina da barbiere su un collo stralungo, darà passo al notajo Denora, grasso, calvo, sulla quarantina, di pelo rossiccio, faccione paonazzo, brozzoloso.

        LO SCRIVANO: S’accomodi qua, signor Notajo.

        DENORA (fosco, contenendo a stento l’orgasmo che lo divora): C’è da aspettare molto?

        LO SCRìVANO: Eh, un pochino, temo. Ma corro ad avvertire la signora. (S’avvierà verso l’uscio a destra.)

        DENORA (trattenendolo): No, lascia! Che c’entra la signora?

        LO SCRIVANO: Per tenerle compagnia.

        DENORA: Grazie tante! Posso aspettar solo.

        LO SCRIVANO: Me l’ha ordinato il signor avvocato.

        DENORA (gridando): E io te ne dispenso! (Poi, frenandosi, pentito:) Non voglio che sia incomodata la signora.

        LO SCRIVANO: No, veda, ho ragione di credere che la signora stessa…

        DENORA: …abbia piacere di tenermi compagnia?

        LO SCRIVANO: Sì, perché ha detto…

        DENORA: …che vuole ridere anche lei alle mie spalle, ho capito!

        LO SCRIVANO: No, che dice mai, signor Notajo! M’ha detto d’avvertirla subito del suo arrivo. Ma eccola qua.

        Entrerà dall’uscio a destra la signora Contento: sui trent’anni, graziosa, na­sino ritto, occhi ardenti. Lo Scrìvano si ritirerà per il primo uscio laterale a sinistra.

        LA SIG. CONTENTO: Caro Notajo, siamo dunque a questo, eh?

        DENORA: Per carità, signora, mi lasci stare, o finisce che la faccio davvero la pazzia!

        LA SIG. CONTENTO (restando): Perché? che le ho detto?

        DENORA: Niente, m’ha detto; ma la scongiuro di non farmi nessuna domanda! Pensi che se lo studio di suo marito è ora così pieno di clienti e se egli tratta adesso i più grossi affari, lo deve in gran parte a me! a me! – Se io ora chiudo il mio studio di Notajo e pianto qua tutti e me ne vado a seppellire in campagna, il danno sarà anche suo, ecco: pensi questo!

        LA SIG. CONTENTO: Non capisco perché lei mi parli così…

        DENORA: Perché vedo dall’aria con cui è entrata, che anche lei vorrebbe go­dersi lo spettacolo della mia esasperazione.

        LA SIG. CONTENTO: Ma no, lei mi giudica male, signor Notajo. Entrerà a questo punto dal secondo uscio laterale a sinistra l’avvocato Con­tento: vicino ai quarant’anni, magro, tutto gambe, con occhi chiari che si volgono continuamente di qua e di là, come se si sentisse chiamare da tutte le parti, larga bocca sorridente e salivosa, capelli grigi, piuttosto lunghi, irti a spera sulla fronte, aria tra astratta e smemorata.

        CONTENTO: Che cos’è, che cos’è, caro Notajo?

        LA SIG. CONTENTO: Io non so! Sono entrata per tenergli compagnia, come tu mi avevi detto…

        CONTENTO: Eh sì, perché purtroppo ho tanta gente di là!

        LA SIG. CONTENTO: Se n’è avuto a male.

        CONTENTO: Come, come?

        LA SIG. CONTENTO: Per un sospetto – mi scusi, caro Denora – non degno di lei.

        CONTENTO: Un sospetto? Che sospetto?

        LA SIG. CONTENTO: Che vogliamo farci beffe di lui, anche noi!

        CONTENTO: Io? beffe?

        DENORA: Non ho detto beffe!

        LA SIG. CONTENTO: Che vogliamo godere dello spettacolo…

        DENORA: Sì, che ci provate gusto anche voi, insomma, ecco!

        CONTENTO: Ma che vi mettete in testa, per amor di Dio, caro Notajo! Come po­tete immaginare di me una cosa simile?

        DENORA: Perché è naturale! naturale! Vi pare che non lo capisca? La cosa spa­ventosa è questa, che lo vedo da me il ridicolo della mia situazione; e mi met­terei a ridere anch’io, vi giuro, di qualunque altro – fosse pure mio fratello – a cui fosse capitato questo stesso mio caso! Ora, ch’io debba soffrirne, men­tre ne riderei come tutti ne ridono, è cosa… è cosa che mi sta facendo impaz­zire, ecco: impazzire!

        CONTENTO: Ma se ci sono qua io, ora, per servirvi, caro Denora; per togliervi da codesto stato d’animo che mi fa tanta pena, come a tutti coloro che vi vo­gliono bene e che vi stimano per quel galantuomo che siete! Su, su. Ho già mandato a chiamare quella pìttima per liberarvene. Sarà qui tra poco. Per non lasciarvi solo ad aspettare avevo pregato mia moglie…

        DENORA: Mi scusi tanto, signora; mi compatisca: sono come ossessionato.

        LA SIG. CONTENTO: Ma sì, comprendo benissimo.

        CONTENTO: Lasciate fare a me: vi libererò in quattro e quattr’otto. Appena sarà qui. Che diamine! Ho già dato l’ordine che sia subito introdotto. Voi vi ritire­rete di là (indicherà l’uscio a destra) con mia moglie, e gli parlerò io per come siamo intesi.

        DENORA: Il miglior collegio di Napoli: diteglielo pure!

        CONTENTO: Lasciate fare a me! Ho capito tutto. E state tranquillo. A tra poco. (Via per l’uscio da cui è entrato.)

        LA SIG. CONTENTO: Io per me credo che non si dovrebbe ammettere così subito che il figlio sia vostro. Avanzerei almeno qualche dubbio. L’ho detto a mio marito.

        DENORA: No, no! Non importa, signora! Anche se non fosse! Ammetto tutto! Accetto tutto!

        LA SIG. CONTENTO: Ma perché – voi capite – se si potesse provare che non è…

        DENORA: E come provarlo? Non è solo il padre, signora mia, a non poterlo sa­pere con certezza, neanche la madre può mai sapere di certo se il proprio fi­glio appartiene al marito o all’amante. Sono tutte presunzioni.

        LA SIG. CONTENTO: Ma dite un po’, vi somiglia?

        DENORA: Dicono. E a me pare di sì, certe volte, e certe altre di no. Non c’è da fidarsi delle somiglianze. Del resto, le dico, non voglio discutere su questo punto. Sono pronto a tutto: adozione, testamento per assicurargli l’eredità. Non ho nessuno. E non m’importa più niente! Voglio liberarmi di lui, del padre, a qualunque costo! Ma il tasto del denaro per quell’uomo non suona; e sarà inutile toccarlo. Non ha mai agito per tornaconto. Sono disperato ap­punto per questo^

        LA SIG CONTENTO: E veramente inaudito!

        DENORA (balzando in piedi): Inaudito! inaudito! E doveva toccare proprio a me di aver da fare con un marito di quella specie!

        LA SIG CONTENTO: «Bellavita» sarà un nomignolo, m’immagino.

        DENORA: L’invidia. Passando davanti la dolceria e vedendola sempre piena d’avventori, e la moglie come una signora là al banco, «Eh, bella vita!».

        LA SIG. CONTENTO: La gentaccia, si sa com’è. Ci sono passata anch’io, jeri, da­vanti la dolceria. Che pena! Quelle belle vetrine bianche, laccate lucide, non si riconoscono più: ingiallite, scrostate. E che malinconia, quei due veli sco­loriti, uno rosa e l’altro celeste, stesi sulle paste secche e le torte ammuffite, davanti al banco! Non ci va più nessuno. Gliela tenevate su voi, però, quella bottega?

        DENORA: Io? Ma che! Calunnia, signora! Le dico che arrivava perfino a proi­bire alla moglie d’accettare da me quel che si dice un fiore. Si pigliava i soldi del caffè, quando ci andavo con gli amici, perché, a non pigliarseli, gli sa­rebbe parso di dar troppo nell’occhio. Ma sono sicuro che ne soffriva.

        LA SIG. CONTENTO: Non so come si possa spiegare.

        DENORA: Che vuole spiegare, signora! Certe cose non si spiegano.

        LA SIG. CONTENTO: Come uno possa essere così!

        DENORA: Quando non vogliamo sapere una cosa – si fa presto – fingiamo di non saperla. – E se la finzione è più per noi stessi che per gli altri, creda pure, è proprio, proprio come se non si sapesse. – E anche pieno di gratitu­dine per me.

        LA SIG. CONTENTO: Gratitudine?

        DENORA: Sissignora. Per la difesa ch’io presi di lui contro la moglie, fin dai primi tempi del matrimonio.

        LA SIG. CONTENTO: Infermiccio, già! malandato… Non so come potè sposarlo: era anche di buona famiglia, la moglie.

        DENORA: Caduta in bassa fortuna.

        LA SIG. CONTENTO: Non so che considerazione potesse avere per lui!

        DENORA: L’accusava di poco discernimento, di poco tatto con gli avventori, anche di goffaggine.

        LA SIG. CONTENTO: …eh sì, goffo è veramente…

        DENORA: …lo dice a me? – Certe scenate! – ora capirà, presa l’abitudine d’an­dare con gli amici in quel caffè – pacifico come sono sempre stato – ne sof­frivo. Mi provai a rimettere la pace, e…

        LA SIG. CONTENTO: …prova oggi e prova domani…

        DENORA: Sventure che capitano…

        LA SIG. CONTENTO: Purtroppo. Era tanto bella! Mi pare di vederla ancora, seduta al banco, ridente e sfavillante, col nasino bianco di cipria e quello scialletto rosso di seta a lune gialle sul seno, i cerchioni d’oro agli orecchi e quelle fos­sette alle guance, quando rideva: che simpatia! (E come Denora, alla descri­zione, comincia a piangere con lo stomaco, e poi, non trovando i singhiozzi la forza di venir fuori, con un fiottar fitto del naso; e si nasconde gli occhi con una mano:) Povero Notajo, voi l’amavate veramente!

        DENORA: Sì, signora! E odio quest’uomo perché non gli è bastato avvelenarmi prima l’unico bene della mia vita, m’avvelena ora anche il dolore che provo, d’averlo perduto! E sa come me l’avvelena? Mostrandosene beato! Sì. Come se me lo desse a pascere lui, questo dolore in cui mi vede sprofondato; a suc­chiare, come una mamma il latte del suo seno al suo bambino! Guardi: sono sicuro che se ora mi vedesse queste lagrime, qua sulle guance, se le verrebbe a bere! – L’odio per questo! perché non me la lascia piangere da solo, come vorrei! Lei capisce, signora, che ho schifo, schifo a piangerla insieme con lui? Venne a trovarmi dopo il funerale, col ragazzo, per dirmi che aveva or­dinato due corone di fiori, una per me e una per lui, e che le aveva fatte col­locare sul carro, la sua e la mia, accanto. Dice che parlavano.

        LA SIG. CONTENTO (stonata): Chi parlava?

        DENORA: Quelle due corone. Così accanto. Dice che parlavano. Dovette leg­germi l’odio negli occhi. Mi si buttò addosso, arrangolando e piangendo di­speratamente, e cominciò a gridarmi che non lo abbandonassi, per carità, e avessi considerazione e pietà di lui, perché io solo potevo compatirlo, io che piangevo per la sua stessa disgrazia. Le giuro, signora, aveva, nel dirmi così, certi occhi smarriti da pazzo, che mi passò la tentazione di tirargli una spinta e mandarlo a schizzar lontano.

        LA SIG. CONTENTO: Non par vero! Non par vero!

        DENORA: L’ho ancora qua, vivo, nelle dita il ribrezzo di quelle sue braccia magre, sotto la stoffa pelosa dell’abito nero ritinto, quando feci per strap­parmi dalla violenza con cui volevano aggrapparmisi al collo! E io non so com’è! le cose che s’avvertono in certi momenti! e non si cancellano più! Lui che mi piange sul petto, io che mi volto verso la finestra della stanza, come per cercare uno scampo; e in quella finestra, signora, la croce delle due bac­chette arrugginite sui vetri. Tutta la tristezza di questa mia vita distrutta di vecchio scapolo la vedo in quella croce là, sui vetri sudici della finestra, su quel cielo sporco di nuvole. Ah signora, quella croce, quei vetri sudici, si­gnora, non me li posso più levare dagli occhi!

        LA SIG. CONTENTO: Ma no! via, povero Denora, calmatevi! Vedrete che mio ma­rito adesso…

        È interrotta dallo Scrivano che rientra in gran fretta dal primo uscio a sini­stra, annunziando:

        LO SCRIVANO: Eccolo qua! eccolo qua!

        DENORA (balzando in piedi): E venuto?

        LA SIG. CONTENTO: Ritiriamoci di qua, noi. (Indicherà l’uscio a destra.) Venite.

        LO SCRIVANO: Sissignora, perché l’avvocato m’ha detto di farlo passare in que­sta stanza.

        LA SIG. CONTENTO: Andiamo, andiamo.

        DENORA: L’ammazzerei! L’ammazzerei! (Via con la signora per l’uscio a de­stra. )

        Lo Scrivano uscirà dall’uscio in fondo per rientrare in iscena, poco dopo se­guito da Bellavita. – Bellavita, magrissimo, di una magrezza che incute ri­brezzo, pallido come di cera, con gli occhi fissi aguzzi spasimosi, sarà parato di strettissimo lutto, con un vecchio abito peloso, ritinto or ora di nero, e una fascia pur nera di lana, girata attorno al collo e pendente coi lunghi pèneri davanti e dietro.

        LO SCRIVANO: Accomodatevi qua, caro Bellavita. L’avvocato verrà subito. (Via per il primo uscio laterale a sinistra.)

        Bellavita resterà in piedi, immobile, spettrale, in mezzo alla stanza, per un lunghissimo tratto; poi volgerà il capo verso l’uscio da cui è uscito lo Scri­vano e sospirerà; starà ancora in piedi un altro momento; infine, di nuovo sospirando, sederà in punta in punta a una seggiola presso a un tavolinetto. Poco dopo dal secondo uscio laterale a sinistra entrerà l’avvocato Contento.

        CONTENTO: Caro Bellavita! Eccomi a voi.

        BELLAVITA (alzandosi di scatto, alla voce): Pregiatissimo signor avvocato! (Ma subito, colto da vertigine, si recherà una mano sugli occhi e si sorreggerà con l’altra al tavolinetto.)

        CONTENTO (sorreggendolo): Oh Dio, Bellavita, che è?

        BELLAVITA: Niente, signor avvocato… La gioja. Come ho sentito la voce… Mi sono alzato di furia, e… Sono tanto debole, signor avvocato! Ma niente, ora è passato.

        CONTENTO: Povero Bellavita, sì, lo vedo, siete molto deperito. Sedete, sedete.

        BELLAVITA: Prima lei, per carità!

        CONTENTO: Sì, ecco: io seggo qua. Dunque, vi ho fatto chiamare per risolvere – o meglio – per finir di risolvere una situazione, diciamo, penosa e delicata.

        BELLAVITA: Che situazione? La mia?

        CONTENTO: Eh sì, la vostra, quella del ragazzo e quella del Notajo: penosa e de­licata, caro Bellavita. La… la come si chiama… la disgrazia che avete patito… sì, dico… s’era purtroppo incaricata di risolvere codesta situazione d’un colpo – brutalmente – con un taglio netto – dolorosissimo ma – sotto un certo punto di vista – direi: chirurgico! – Voi non avete voluto… – Comunque, veniamo a noi.

        BELLAVITA: Sissignore. Perché io (si tocca la fronte con un dito) sa? anche di mente mi… mi sono un poco indebolito. Di tutto codesto discorso che lei ora ha avuto la bontà di tenermi, non ho capito nulla.

        CONTENTO: Ecco ecco. Statemi a sentire. Sarà un gran sollievo per voi, caro Bellavita. Un gran sollievo, di cui avete bisogno: lo vedo. Urgentissimo. Come del pane.

        BELLAVITA: Sissignore. Non mangio, non dormo più da tanti giorni. Seduto dalla mattina alla sera su uno di quegli sgabelletti di ferro del caffè.

        CONTENTO: Dunque, sì… ecco…

        BELLAVITA: Come se non fossi più io, sa?

        CONTENTO: Lo vedo, lo vedo!

        BELLAVITA: Come se un altro m’avesse preso per le braccia e messo a sedere lì accanto a un tavolino, come un fantoccio.

        CONTENTO: Ora discorriamo…

        BELLAVITA (gli fa cenno con la mano di aspettare un po’): Abbia pazienza. Non m’arrivano.

        CONTENTO (stonato): Che cosa non v’arriva?

        BELLAVITA: Le parole, signor avvocato, se lei mi vuol parlare così subito. Sono… sono come insordito, intontito. Mi lasci riprendere un po’. Non parlo più con nessuno da tanto tempo! Ora che ho questo bene… Ah che giornate passo, signor avvocato, che giornate passo, seduto lì nel caffè, accanto al ta­volino! Sul tavolino faccio così col dito: un dito di polvere; non c’è più altro che polvere nel caffè!

        CONTENTO: Eh, paesaccio di vento, il nostro! Porta la polvere da per tutto.

        BELLAVITA: E le mosche? Mi mangiano vivo le mosche. Me le sento ronzare anche nel cervello. Alzo la mano a cacciarle, quando già se ne sono andate via. E sto seduto con le spalle al banco per non vedere, lì su quel banco, la bilancia rimasta con un peso d’ottone su uno dei piatti, dell’ultima vendita che fece la buon’anima, d’un chilo di confetti all’avvocato Giumìa. (Strizza orribilmente tutta la faccia magra per mettersi a piangere; cava un fazzoletto nero dalla tasca e se lo porta agli occhi.)

        CONTENTO: Capirete che, seguitando così, caro Bellavita, non passa un mese, ve n’andrete a raggiungere la buon’anima!

        BELLAVITA: Magari! Se non ci fosse Michelino!

        CONTENTO: Oh! – Ecco! – ci siamo. – Michelino. – Vi ho fatto chiamare…

        BELLAVITA (subito, con apprensione): – …per Michelino?

        CONTENTO: M’immagino che debba essere un gran pensiero per voi codesto ra­gazzo.

        BELLAVITA: Se lo vedeste…

        CONTENTO: Già! – rimasto ormai senza madre…

        BELLAVITA: …come s’è ridotto anche lui, povera anima di Dio, in pochi giorni… Io non so fare altro che piangere, piangere, piangere…

        CONTENTO: E dunque, benissimo! Ho da farvi una proposta, caro Bellavita.

        BELLAVITA: Una proposta? Per Michelino?

        CONTENTO: Appunto. Da parte del Notajo.

        BELLAVITA: E che proposta?

        CONTENTO: Lasciatemi dire.

        BELLAVITA: Ma scusi, ha sentito il bisogno, il signor Notajo, di ricorrere…

        CONTENTO: …io sono il suo avvocato.

        BELLAVITA: …tanto peggio!

        CONTENTO: …ah, ma m’intrometto soltanto come amico!…

        BELLAVITA: …volevo dir questo! – di ricorrere ad amici, per una proposta che riguarda Michelino? Non poteva farla a me direttamente? (Agitandosi:) Oh, Dio, signor avvocato…

        CONTENTO: Non v’allarmate, non v’allarmate prima di sapere di che cosa vo­glio parlarvi!

        BELLAVITA: Ma sissignore che m’allarmo! M’allarmo perché, se il signor No­tajo è ricorso a lei…

        CONTENTO: …ma io sono anche amico vostro…

        BELLAVITA: Grazie, signor avvocato – che amico, no! – troppo onore – lei m’è padrone! – Ma vede? io… io – ecco – appassisco – appassisco…

        CONTENTO: Ma no! ma su! che diavolo! Statemi a sentire!

        BELLAVITA: Oh Dio, mi pare che lei ora mi voglia levare anche l’aria da respi­rare…

        CONTENTO: …proponendovi il bene del vostro ragazzo?

        BELLAVITA: …a nome del signor Notajo?

        CONTENTO: Che gli ha voluto sempre un gran bene, questo non potete negarlo, e seguita a volergliene!

        BELLA VITA (con gli occhi all’improvviso ridenti di lagrime): Ah sì? ah sì? E perché allora, scusi…

        CONTENTO (parando le mani per trattenerlo): Lasciatemi dire, in nome di Dio! Il Notajo Denora vi propone di mettere il ragazzo in collegio, a Napoli.

        BELLAVITA: Il ragazzo? a Napoli?

        CONTENTO: Nel primo collegio di Napoli.

        BELLAVITA (con tanto d’ocelli): E perché?

        CONTENTO: Oh bella! Per dargli una migliore educazione.

        BELLAVITA: A Napoli?

        CONTENTO: Assumendosi lui, s’intende, tutte le spese; purché voi acconsentiate a separarvene.

        BELLAVITA: Io? Ma che dice? Io, dal ragazzo?

        CONTENTO: Eh già…

        BELLAVITA: Separarmi? Signor avvocato, che dice?

        CONTENTO: È la proposta del Notajo.

        BELLAVITA: Ma scusi, perché?

        CONTENTO: Ve l’ho detto, perché.

        BELLAVITA: Ma il ragazzo qua studia; va bene a scuola; e il Notajo lo sa! Man­darlo a Napoli? E io? Ah, ma dunque non vuole più tenere conto di me il si­gnor Notajo?

        CONTENTO: Chi ve lo dice?

        BELLAVITA: Senza il ragazzo io morrei, signor avvocato! Sto morendo io, si­gnor avvocato, sto morendo di crepacuore, abbandonato così da tutti senza sapere perché! Ma che male ho fatto io al signor Notajo da essere trattato così, non solo da lui, anche da tutti i suoi amici?

        CONTENTO: Io v’ho trattato sempre bene…

        BELLAVITA: E perché non si fa più vedere al caffè?

        CONTENTO: Oh bella, perché non ha tempo.

        BELLAVITA: Non è vero, mi perdoni! prima l’aveva!

        CONTENTO: E ora non l’ha più!

        BELLAVITA: Ora che io sono rimasto così stroncato dalla disgrazia? Ma se mai qualcuno, tra me e il signor Notajo, può aver rimorso d’aver fatto male all’al­tro, quest’uno, signor avvocato, non sono certo io! E ora, per giunta, mi vor­rebbe levare il ragazzo?

        CONTENTO: Se non mi lasciate finire!

        BELLAVITA: Che vuole finire! Lei non doveva neanche provarsi a cominciare, mi scusi. Lasci sfogare me, signor avvocato! Non è vero niente, sa, non è vero niente, che gli sta a cuore l’educazione di Michelino. No! – E altro! – E io lo so, che è! – Ma come? Mi parla di spese, lui? Osa parlare di spese – a me – lui? – E quando mai ho ricorso a lui per mantenere il ragazzo come un figlio di signori? Io, coi miei soli mezzi! io! E finché campo, ci penserò sem­pre io, glielo dica! – Non posso mandarlo a Napoli. Quand’anche potessi, non vorrei. Perché mi fa dire questo da lei il signor Notajo? Ha forse creduto che gli portassi il ragazzo per averne qualche cosa?

        CONTENTO: Ma no! Non fate adesso sospetti indegni, non dico del Notajo, ma di voi stesso!

        BELLAVITA: Ma scusi, e perché, allora? Non vuole più vedere neanche il ra­gazzo? Me, da un pezzo non mi vede più! – Sospetti indegni, lei dice?

        CONTENTO: Indegni, indegni, e assurdi!

        BELLAVITA: Che assurdi, no! Ho compreso, sa? ho compreso bene che le mie visite non erano più accette al signor Notajo! Mi sono stretto, così, coi denti il cuore per non farlo gridare, e non mi sono più fatto vedere da lui. Mando dentro lo studio Michelino, e io mi metto a sedere zitto zitto nell’anticamera – sa che c’è quella bussola di panno verde con l’occhio in mezzo? là accanto. Quand’uno piange, signor avvocato, il naso gli viene di soffiarselo forte; eb­bene, sa come me lo soffio io? piano piano, per non disturbare e non farmi sentire da lui! Ma capirà che, più faccio così, e più m’intenerisco io stesso di questa mia delicatezza così male ricompensata! Non vorrei piangere e piango di più, per forza! Mi sto sfacendo, mi sto sfacendo in lagrime, io, signor av­vocato!

        CONTENTO: Alle corte, oh, alle corte! Lasciatemi dire una buona volta, caro Bellavita, ciò che debbo dirvi, e facciamola finita!

        BELLAVITA: Ecco, sissignore, parli: io sono qua.

        CONTENTO: Vorrei pregarvi, dato che non è tanto facile – come sto vedendo – la parte che debbo sostenere davanti a voi, vorrei pregarvi di fare di tutto per intendermi senza costringermi a dire troppo – ecco – e questo, per un ri­guardo a voi sopra tutto!

        BELLAVITA: A me? Per carità, non mi spaventi, signor avvocato! Mi dica subito che cos’è accaduto!

        CONTENTO: Ma non è accaduto nulla, benedett’uomo! Ciò che doveva accadere, è già beli’e accaduto, mi pare!

        BELLAVITA: La disgrazia, lei dice?

        CONTENTO: Appunto! E dovreste mettervi ormai il cuore in pace!

        BELLAVITA: E come, signor avvocato?

        CONTENTO: Ma sì, farci la croce, e non parlarne più!

        BELLAVITA: Io? la croce?

        CONTENTO: Non dico mica di non piangere più, per vostro conto, la moglie che v’è morta. Piangetela quanto vi pare! Dico per la vostra… – come debbo chiamarla? – re… remissione, ecco, remissione che ha dell’inverosimile, caro Bellavita, nei vostri rapporti col Notajo.

        BELLAVITA: Remissione?

        CONTENTO: Sì, ma che pesa; pesa come un incubo, rendetevene conto!

        BELLAVITA: Che vuol dire remissione, scusi? Non capisco.

        CONTENTO: Cercate di capirmi, santo Dio!

        BELLAVITA: Che gli ho portato sempre rispetto?

        CONTENTO: Ecco, già! troppo!

        BELLAVITA: Troppo rispetto?

        CONTENTO: E che vogliate seguitare a portargliene!

        BELLAVITA: Non vuole più?

        CONTENTO: Non vuole più!

        BELLAVITA: Gli pesa? A lui?

        CONTENTO: Ma sì, perché il legame, capirete, sussisteva, ed era sopportabile, caro Bellavita, finché era viva la buon’anima di vostra moglie; ma ora che purtroppo vostra moglie non c’è più – abbiate pazienza! – volete che il No­tajo seguiti a rimanere legato a voi dal dolore comune, dal lutto comune per la perdita di lei?

        BELLAVITA: E perché no?

        CONTENTO: Ma è ridicolo, scusate!

        BELLAVITA: Ridicolo?

        CONTENTO: Ridicolo! Ridicolo! Non so come voi stesso non ve ne accorgiate!

        BELLAVITA: E gli pesa? A lui?

        CONTENTO: Se la morte ha sciolto il legame, caro Bellavita! Cercate di com­prendere! – Il dolore, se il Notajo lo ha (e lo ha!):…

        BELLAVITA: …ah, lo ha?

        CONTENTO: …ma sì che lo ha! lo ha! – e il lutto, se vuole portarlo (e lo porta, nel cuore) – non c’è più ragione, siamo giusti, che lo abbia e lo porti in co­mune con voi!

        BELLAVITA: Perché teme il ridicolo? Ho capito! Io lo rispetto, e lui teme il ridicolo! Lui che per più di dieci anni mi ha reso lo zimbello di tutto il paese, ora teme il ridicolo. – Lui!

        CONTENTO: Capirete, certe situazioni…

        BELLAVITA: Capisco, capisco. E non può immaginarsi quanto me ne dispiaccia, signor avvocato! – Ah! vuole disfarsi per questo di me e di Michelino?

        CONTENTO: Ma non disfarsi!

        BELLAVITA: Allontanarsi: allontanare il ragazzo, a Napoli; e io – passargli ac­canto, fingere di non vederlo o di non conoscerlo più, è vero? perché la gente non rida se gli faccio di cappello… – Ho capito, ho capito. – Bene, signor av­vocato: gli dica, la prego, che quanto ad andare a trovarlo a casa io non andrò più a trovarlo, né solo né col ragazzo; va bene? – Ma quanto a rispettarlo, eh! quanto a rispettarlo – mi dispiace – ma non posso farne a meno, glielo dica.

        CONTENTO: Come sarebbe a dire?

        BELLAVITA: Eh, rispettarlo. Me lo può forse proibire? L’ho sempre rispettato, quando il rispetto poteva costarmi avvilimento e mortificazione; e vuole che ora, proprio ora, così d’un tratto, non lo rispetti più? Non è possibile, signor avvocato! – Per forza, sempre, lo rispetterò: glielo dica.

        CONTENTO: Ah come allora, per dispetto?

        BELLAVITA: No, che dispetto! Mi scusi: me l’insegna lui, ora, il mezzo di ven­dicarmi, e vuole che io non me ne approfitti?

        A questo punto, dall’uscio a destra irrompe su le furie il Notajo Denora, se­guito dalla signora Contento.

        DENORA: Ah tu vuoi dunque vendicarti così?

        BELLAVITA: Io no, signor Notajo! Non l’ho mai voluto, io!

        DENORA: L’hai detto or ora all’avvocato!

        BELLAVITA: Ma perché lo vuole lei ora, signor Notajo! Io voglio rispettarla, com’ho sempre fatto; e nient’altro!

        DENORA: Per vendicarti, ora, però!

        BELLAVITA: Nossignore! Per me è rispetto! Lo fa diventare lei ora una vendetta, perché vorrebbe impedirmelo!

        DENORA: Se non lo voglio più!

        BELLAVITA: Lei non lo vuole più, ma io glielo voglio portare, scusi!

        DENORA: Ah sì?

        BELLAVITA: Mi dica lei come farei a non portarglielo più! Gliel’ho sempre por­tato…

        DENORA (fremendo): Ti prendo a calci, sai, Bellavita!

        BELLAVITA: Forza, signor Notajo. Me li dia; me li piglio!

        DENORA: Bada, Bellavita, che te li do davvero!

        BELLAVITA: Me li dia, me li dia! Le dico che me li piglio, e la ringrazio per giunta!

        DENORA: Ah sì, mascalzone? (E gli si lancia contro, furente.) E allora tieni! tieni! tieni! Pezzo di canaglia!

        CONTENTO (parandolo): No, per carità! Che fate, Notajo!

        BELLAVITA: Forza! forza! Me li lasci dare! Me li piglio! Non vado cercando altro! E non basta qui, anche per la strada me li deve dare! Forza! Calci! E lo ringrazierò, pubblicamente!

        DENORA (levando il bastone): Levatemelo davanti, per la Madonna, o l’ac­coppo! l’accoppo!

        Escono dal primo uscio a sinistra, attratti dalle grida sette o otto dei clienti dell’avvocato Contento, tra cui il signor Giorgino. i

        CLIENTI: Che cos’è? che cos’è? – Che avviene? – Il Notajo? – Con Bellavita?

        IL SIG. GIORGINO (premuroso, a Bellavita): Ti piglia a calci?

        BELLAVITA: Sì, vede? perché voglio rispettarlo, mi piglia a calci!

        DENORA: Non è vero! Vendicarsi vuole! vendicarsi!

        BELLAVITA: E di che? Di tutto il bene che gli ho sempre voluto? Testimonii tutti, se non è vero!

        DENORA: Sì, sì, ma è stata appunto questa la tua vendetta, cane!

        BELLAVITA: Il bene che le ho voluto, per tutto il male che m’ha fatto?

        DENORA: Sì, sì! M’hai tutto insozzato col tuo bene!

        BELLAVITA: Per il ridicolo che gliene è venuto? – Ah che sollievo! Ah che sol­lievo, signori miei! Posso ridere! posso ridere! Ho pianto tanto! Ora posso ri­dere! Ridere e far ridere tutti con me del pianto che ho fatto finora per questo ingrato! Ah, che sollievo! i

        CLIENTI: Ma perché? – Che dice? – È impazzito?

        BELLAVITA: La vendetta, la vendetta nuova di quanti siamo mariti ingannati! Non capite? C’è anche lei, qua, signor Giorgino? Tutti scoppiano a ridere.

        IL SIG. GIORGINO: Io, che dici?

        BELLAVITA: Sì, venga, venga avanti! Anche lei! Venga, signor Giorgino!

        IL SIG. GIORGINO: lo? c’entro io, mascalzone?

        BELLAVITA: Eh via, signor Giorgino, lo sanno tutti!

        IL SIG. GIORGINO (furente, scagliandosi): Sanno? Che sanno? Pezzo di farabutto!

        BELLAVITA: Eh via! Non faccia finta di non saperlo! Sente? Ridono tutti! E lo sa anche lei, via! Cervo! cervo come me! Ma non ne faccia caso, che non è niente! Si vuole vendicare? – Veneri, veneri, si metta a venerare, a incensare davanti a tutti, l’amante di sua moglie; ecco, guardi come faccio io qua col signor Notajo: guardi, guardi! Così! Riverenze, scappellate – così!

        DENORA (furibondo): Smettila, smettila, Bellavita, o t’ammazzo! (Si scaglia, ma è trattenuto.)

        BELLAVITA: Sì, sì, m’ammazzi, m’ammazzi! Riverenze, scappellate!

        DENORA (divincolandosi): Lasciatemi! lasciatemene andare, o l’ammazzo dav­vero! (Lasciato, Denora se ne scappa tra le risate generali.)

        BELLAVITA: Ecco, vedete, se ne scappa! Ridete, ridete! Così, tra la baja di tutti! E ora gli corro dietro; e per tutte le strade, inchini, riverenze, scappellate, fino a non dargli più un momento di requie! Vado dal sarto! Mi ordino un abito da pompa funebre, da fare epoca, e su, dritto impalato dietro a lui, a scortarlo a due passi di distanza! Si ferma; mi fermo. Prosegue; proseguo. Lui il corpo, ed io l’ombra! L’ombra del suo rimorso! Di professione! Lasciatemi passare! Esce, buttando indietro questo o quello, tra i lazzi e le rìsa di tutti.

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