Il “Berretto a sonagli”: Beatrice e il “Potere” femminile

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Di Angela Diana Di Francesca

Flavio Bucci - "Il berretto a sonagli" - 2009
Flavio Bucci – “Il berretto a sonagli” – 2009

Il “Berretto a sonagli” ci pone dinanzi una gamma di personaggi femminili che esemplificano diverse maniere di agire le possibilità di “potere” del proprio sesso.
Vediamo a confronto due generazioni di donne: da una parte la vecchia serva Fana e la signora Assunta; dall’altra Beatrice e Nina. In mezzo a loro, l’anomalo personaggio della Saracena, che collega, ordina, intreccia e trama; una sorta di “virago” ma con una sua precisa impostazione filosofica: non volendo essere oppressa ha imparato ad opprimere. Come i buffoni e i pazzi  ha conquistato autorità proprio avendo in sprezzo la dignità e il decoro; e come i buffoni sono accolti con benevolenza  dai re, così lei, considerata una donnaccia, è ricevuta in un salotto perbene.
Il suo potere è nell’intrigo e nella capacità di gestirlo, nella conoscenza delle debolezze altrui e nelle possibilità di ricatto che gliene derivano.
Assunta e Fana si muovono all’interno della tradizione, accettando una posizione remissiva e subalterna.
Nina, la moglie di Ciampa, apparentemente condivide questa impostazione, spostandola semplicemente su posizioni più avanzate. Il potere esercitato  da Nina si articola in moduli tradizionalmente femminili, quelli da sempre riconosciuti dagli uomini come armi di dominio della donna sull’uomo e da essi accettati psicologicamente e socialmente. In più, Ciampa confessa di amarla, cosa che aumenta il suo “potere”- potere che non impedirebbe tuttavia al marito di ucciderla, ove gli equilibri sociali risultassero turbati, mettendo a repentaglio l’onore.

Nina agisce come vuole, ma “a patto di…”: a patto cioè di salvaguardare l’ordine sociale e le apparenze. La sua è una tattica di sopravvivenza più che una strategia di potere, cionondimeno ancora oggi, in una società ben lontana da una relazione paritaria tra i due sessi, essa appare agli occhi sia dei personaggi che degli spettatori detentrice di autorità perché sa rigirare il marito con le sue “arti femminili” ottenendo affetto e considerazione (cfr.Beatrice: “Perché certe altre poi ce  n’è, che sanno prendervi con le buone e farsi mansemanse ….e queste stanno sopra a tutte…”).
In realtà però l’unica che esercita realmente potere è Beatrice: è lei che indirizza a suo piacere gli avvenimenti, prendendo decisioni, imprimendo agli eventi il corso stabilito dalla sua volontà.
Beatrice decide, non esita di fronte a niente, muove i fili dei “pupi” che ha intorno in modo lucido, moderno, razionale, anche se poi dovrà rendersi conto di quanto sia pericoloso l’alterare i pur discutibili equilibri di ognuno, il misurarsi con una “verità” che non può mai comunque essere unica e univoca per tutti.
Poiché non la cosa, ma la parola che la nomina, infrange il tabù rendendo percepibile e dunque reale l’evento (“vergogna è dirle certe cose, farle non è niente”), Beatrice è pericolosa perché “non tace”, perché riesce ad esprimere la sua rabbia, razionalizzandola in un progetto.
Perciò dovrà farsi passare per pazza, in modo che la verità possa stemperare la sua forza eversiva e l’ordine essere ristabilito, dietro la facciata di quell’ “accomodamento” caro a Pirandello che sempre svela un fondo d’angoscia.

Quasi mezzo secolo dopo, ne “L’onorevole” di Sciascia, un’altra donna che ha deciso di non scegliere il silenzio, Assunta, finirà in casa di cura per un altro genere di “onore”; vi finirà da vittima, senza provare a dare una svolta agli avvenimenti,  femminilmente appunto, mentre Beatrice si offre alla provocazione di Ciampa accettando la dimensione dionisiaca della follia, con la consapevolezza di un’eroina sconfitta soltanto a metà.
Il contatto di entrambi i personaggi con la follia è fuori da ogni aura “romantica”, ma Beatrice è tuttavia immersa in un dramma umano dove l’amore, sia pure lacerato e sporcato, è ancora elemento portante. Assunta invece, creatura di più recente passato, trae la sua necessità di follia non da un impatto con l’Eros e con la passione, ma al contrario dalla contiguità con l’estrema razionalizzazione della vita, con la programmazione, la progettualità di un’esistenza disumanizzata.
E non è strano pensare che Sciascia, che amava le coincidenze e i segnali da spargere e nascondere per essere decifrati, abbia chiamato la sua eroina “Assunta” pensandola -nella  tradizionale ripetizione del nome- come figlia di Beatrice, per tratteggiare l’evoluzione di un destino che in due epoche diverse imprigiona due donne di fronte a due diverse impossibilità di verità e giustizia.
L’entrare nella follia, presunta ma comunque agita, è per entrambe la risposta al fallimento, allo scacco del Logos.

Angela D. Di Francesca

Per gentile concessione dell’autrice

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