103. I due compari – Novella

Novella dalla Raccolta “Tutt’e tre” (1924)

15. I due compari – 1912

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 1 dicembre 1912, poi in Le due maschere, Quattrini, Firenze 1914.

I due compari
Vincent Van Gogh, Due contadini di scavo

             Motivo di maraviglia, e anche d’invidia in tutte le contrade attorno, era il caso di Giglione e Butticè, soci da undici anni nell’affitto della vecchia masseria della Gasena. Non era mai avvenuto che padre e figlio, o due fratelli, durassero a lungo soci nell’affitto d’una terra: figurarsi poi due estranei! Eppure, tra quei due, in undici anni di società, non era mai sorto il minimo contrasto, né d’interessi né d’altro.

             Le loro famiglie erano cresciute accanto, nel cortile della masseria, in due ampie stanze a terreno dove, al tempo degli antichi massari, si rammentavano i raccolti abbondanti della terra.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Quelle due stanze non avevano finestre sulla facciata e prendevano luce soltanto dalla porta sul cortile, ch‚Äôera vasto e acciottolato, con la cisterna in mezzo, e cinto tutt‚Äôintorno da un muro alto, armato da un‚Äôirta e fitta cresta di pezzi di vetro, sfavillanti al sole. La bianchezza accecante della calce faceva sembrar quasi nero l‚Äôazzurro intenso e ardente del rettangolo di cielo su quel cortile. Vi si respirava ancora, con le tante galline che lo popolavano, e i polli d‚ÄôIndia, i capponi, i porcellini, l‚Äôaria dell‚Äôantica e ricca masseria, quantunque gi√Ļ in fondo fosse vuoto da tempo il chiuso delle pecore, e sotto la tettoja, dopo il forno, invece delle vacche ci fossero soltanto due mule e un asinello.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Vaporavano tutt‚Äôintorno dalle terre assolate vecchi odori, di tante cose sparse e seccate da anni all‚Äôaperto, e qua si mescolavano coi tepori grassi del letame, col tanfo secco delle granaglie, con quello acre della paglia bruciata e bagnata del forno. Com‚Äôebbre, in quell‚Äôonda stagnante di odori misti, ronzavano senza fine le mosche; e da lontane aje, nel silenzio dei piani, giungeva il canto di qualche gallo, a cui rispondevano, prima l‚Äôuno e poi l‚Äôaltro, o talvolta insieme, con due diverse voci, i galli del cortile. E quel ronzio e questo canto dei galli e il frusciare degli alberi non rompevano, anzi rendevano pi√Ļ attonito lo stupore della natura, non turbato mai da vicende che non fossero le solite, lentissime e sicure, su le quali gli uomini, le opere e i buoi regolavano la loro andatura.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Costantemente, per undici annate, la terra aveva risposto alle dure fatiche dei due soci. E anche le mogli pareva avessero gareggiato di fecondit√† con la terra. Desiderio degli uomini era aver figliuoli, e averli maschi, per i lavori della campagna. E cinque ne aveva dati Luna e cinque l‚Äôaltra, ajutandosi tra loro ogni volta, nei parti, amorosamente, senza dare n√© un pensiero n√© un fastidio ai mariti che non avevano tempo da perdere in queste cose. Ritornando a mezzogiorno per il desinare, o la sera per la cena, avevano trovato un figlio di pi√Ļ:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Maschio?

             E avevano approvato col capo, senz’altre parole.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Giglione non parlava quasi mai. Sempre, quando bisognava, trattando col padrone della terra o coi mercanti di citt√†, lasciava parlare il compagno. Placido e duro, col faccione tondo cotto dal sole e tutto raso, egli si stirava il lobo dell‚Äôorecchia manca e stava a sentire e a pensar le risposte di quelli; poi, se occorreva, diceva la sua: due parole e non di pi√Ļ.

             Butticè ricciuto e vivace, col perpetuo riso lucente degli occhi azzurri, mobili e maliziosi, e paroline dolci e ammiccamenti, s’adoperava ad attenuare la durezza del socio; ma il padrone o il mercante guardavano gli occhi impassibili del taciturno irremovibile, e delle maniere graziose di Butticè non solo non sapevano che farsene, ma anzi quasi s’infastidivano.

             Giglione era l’albero ben radicato; Butticè, l’uccello che gli svolazzava tra i rami cantando. Non s’era ancor potuto capire, se dello svolazzio e del canto di quell’uccello l’albero fosse, o no, contento. Se qualcuno gli domandava:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ma, insomma, voi che ne dite?

             Giglione alzava una mano e col pollice sotto il lobo e l’indice alzato sul padiglione, mostrava l’orecchia, per significare che a lui toccava sentire e che il parlare era affare del compagno.

             Il segreto di quel loro accordo era nell’impegno che ciascuno dei due aveva sempre messo di non farsi mai sorpassare dall’altro in nulla.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Nati e cresciuti insieme nelle lontane alture dei Gallotti sopra Montaperto, erano stati rivali accaniti fino al giorno che i padri, per impedire che anch‚Äôessi come quasi tutti i giovani della borgata prendessero la via dell‚ÄôAmerica, li avevano accasati appena di ritorno dal servizio militare. Riavvicinati dalle mogli, tra loro cugine, per non danneggiarsi a vicenda ora che avevan famiglia, s‚Äôerano appajati, cangiando in emulazione l‚Äôantica rivalit√†. Pronti sempre a qualunque fatica, ciascuno dei due cercava d‚Äôesonerare il compagno delle pi√Ļ gravose; e compenso era a entrambi la soddisfazione di sentirsi pari in tutto e l‚Äôuno degno dell‚Äôaltro.

             Ora, per la sesta volta era incinta la moglie di Butticè. Si aspettava il parto di giorno in giorno. Giglione, due mesi avanti, aveva avuto una femmina; e la sera, nel cortile, mentre le due donne al lume della lucerna a olio raccoglievano le rozze scodelle di terracotta, ove i figliuoli avevano mangiato la minestra, lanciava di sfuggita qualche obliquo sguardo di diffidenza ai fianchi poderosi della moglie del socio, che avrebbe potuto sbilanciar le sorti finora eguali.

             Finalmente una mattina prima che rompesse l’alba, l’incinta fu colta dalle doglie. Butticè corse a picchiare alla porta accanto, la comare fu pronta in un momento; e i due uomini sotto il cielo ancora stellato, con le zappe in collo, s’avviarono per la costa.

             Non passò un’ora che a Giglione parve di sentire la voce del maggiore dei figliuoli, che chiamava dal portone del cortile. Butticè, che lavorava poco discosto, domandò:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Non ti pare che abbiano chiamato?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Cos√¨ pare, ‚Äď rispose Giglione; e, ponendosi le mani attorno alla bocca, diede la voce:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Ao√≤h!

             Butticè lascio la zappa e si lanciò di corsa su per l’erta. Giglione gli tenne dietro, correndo anche lui, a fatica.

             Trovarono su nel cortile una gran confusione: dietro la porta socchiusa della stanza di Butticè s’affollavano i ragazzi, reggendo a stento e strascicando per terra bracciate di ruvida biancheria, lenzuola, tovaglie, sottane, camice, che la moglie di Giglione, sporgendo il capo scarmigliato e le mani tremanti e insanguinate, strappava loro di furia.

             Il parto era avvenuto. Un maschio. Ma la puerpera perdeva sangue, perdeva sangue in spaventosa abbondanza, e non c’era verso d’arrestarlo. Bisognava correr subito al paese di Favara per un medico.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Buttic√®, alla vista della moglie in quello stato, rest√≤; ma quasi pi√Ļ stizzito che addolorato. Tanto che, come Giglione lo trasse fuori e lo alz√≤ su le braccia a dosso della mula e gli diede in mano la fune della cavezza, gridandogli:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Scappa! ‚Äď adirato da quella violenza, gli rispose col viso sbiancato e senza muoversi:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† E se non volessi scappare?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Scappa, in nome di Dio! Dici sul serio?

             E Giglione spinse a due mani per di dietro la mula e le allungò un calcio.

             Tre ore dopo, Butticè ritornò col medico. Appena entrato nel cortile, alla vista del socio e della comare e di tutti i ragazzi, lì muti e abbattuti ad aspettarlo, comprese ch’era finita. Lo aveva immaginato; aveva preveduto quella scena al suo arrivo. Provò una fiera irritazione; avvilimento e rabbia. Gli occhi ilari gli lucevano di follia.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Come siete belli tutti! ‚Äď disse; e scavalc√≤ dalla mula e s‚Äôarrest√≤ davanti la soglia della sua stanza.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Stesa lunga sul letto, come se non le fosse restato nelle vene neppure una goccia di sangue, sua moglie era l√¨, pi√Ļ rigida e pi√Ļ bianca del marmo. La mir√≤ un pezzo, quasi che, cos√¨ lunga, cos√¨ tesa, cos√¨ bianca, non la riconoscesse pi√Ļ: poi varc√≤ la soglia, s‚Äôaccost√≤ alla morta, e le domand√≤ in un tono quasi derisorio:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Che hai fatto?

             Giglione, entrato zitto zitto nella stanza con la moglie e col medico, alzò una mano e glie la posò su la spalla in atto di commiserazione. Ma Butticè si scrollò con un fremito animalesco, gridandogli:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Non mi toccare! ‚Äď E usc√¨ nel cortile.

             Allora i figliuoli gli si fecero attorno, piangendo. Egli si chinò a cingerli con le braccia, come un fascio da prendere e buttar via:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Che ci fate pi√Ļ qua, vojaltri, ancora vivi? Giglione, su la soglia della stanza, disse:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ai tuoi figliuoli non ci pensare. Ora mia moglie far√† conto di averne dodici, invece di sei; e dar√† latte al tuo piccolo, e avr√† cura di te come di me.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Buttic√®, ancora curvo sui figliuoli, gli lanci√≤ da sotto in su uno sguardo, che balen√≤ come una lama di coltello. Gli parve che il socio lo volesse pestare con la sua generosit√†, appena caduto sotto quell‚Äôingiustizia della sorte; e senza neppur guardare un‚Äôultima volta la morta, quasi che anche lei, quella mattina, a tradimento, avesse voluto diminuirlo, avvilirlo, annichilirlo, scapp√≤ via, scostando i figli, scostando tutti, via gi√Ļ per la campagna, e and√≤ a rintanarsi sotto un carrubo, lontano, come una bestia ferita a morte.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Stette l√¨ due giorni e due notti. Sul far della seconda notte, si sent√¨ chiamare a lungo dal socio prima dall‚Äôalto, poi a mano a mano pi√Ļ da presso, per i sentieri della campagna, tra gli alberi; sent√¨ anche i passi di lui; altri passi, forse dei ragazzi; trattenne il fiato e, quando i passi e le voci s‚Äôallontanarono, godette di non essere stato scoperto. Levando per√≤ gli occhi intravide da uno sforo nel fogliame, ferma in cielo la luna e si sent√¨ guardato da essa, avvertendo nella coscienza oscura come un rimescolio, tra di dispetto e di sgomento.

             Pensò allora di risalire alla villa. Certo, il cadavere della moglie era stato, a quell’ora, portato via. Il socio lo voleva su, per fargli vedere che la moglie s’era attaccato al seno il piccino e come faceva da madre agli altri orfani. La carità. Poi, finito come ogni sera di mangiar la minestra, nel cortile, al lume della lucerna a olio:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Buona notte, compare. Noi ce n‚Äôandiamo a letto.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†E si sarebbe chiuso con la moglie e con tutta la sua famiglia intatta, l√† nella sua stanza; mentre lui sarebbe rimasto fuori, nel cortile, solo, scompagnato, coi suoi orfani. Ah, no, perdio! Questa soddisfazione non gliel’avrebbe data, all‚Äôantico rivale.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†Risal√¨ alla villa, la mattina all‚Äôalba. Ispido, con la faccia scavata, le occhiaje livide, gli occhi da pazzo, svegli√≤ i figliuoli; ordin√≤ ai pi√Ļ grandi che lo ajutassero a raccogliere la roba e a caricarla su la mula.

             Giglione, al rumore, uscì dalla stanza accanto; stette un pezzo a guardare, poi gli domandò:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Che fai?

             Butticè stava a legare per terra un grosso fagotto di panni; si rizzò su la vita, gli piantò gli occhi in faccia e rispose:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Me ne vado.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Dove te ne vai? Sei pazzo? ‚Äď replic√≤ quello.

             Butticè non rispose; si ridiede a legare per terra il fagotto. E allora Giglione riprese:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď Ma perch√©? Tu hai la pena, lo so, e nessuno te la vuol levare. Ma quanto al resto… tu e i tuoi figliuoli, qua…

             Butticè tornò a rizzarsi su la vita; si pose un dito su la bocca:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Zitto. Me ne devo andare.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Ma perch√©?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Per niente. Me ne devo andare.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Cos√¨, su due piedi? Senza neanche fare i conti?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Li faremo. Ora me ne devo andare.

             Quando la roba fu caricata su la mula e su l’asino, che appartenevano a lui, disse al socio:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Va‚Äô a prendermi la creatura. Giglione giunse le mani:

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Ma sei impazzito davvero? L‚Äôha al petto mia moglie. Vuoi che muoja?

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Muoja! Me ne devo andare.

             Giglione andò di corsa a prendere il neonato e, con la faccia voltata, glielo porse.

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Tieni. Vattene! Non voglio pi√Ļ vederti!

¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†‚Äď ¬†¬† Tu? ‚Äď disse allora con un ghigno Buttic√®. ‚Äď E figurati io!

             Cacciò avanti l’asino e la mula, e s’avviò coi cinque figliuoli dietro, e in braccio il piccino, a cui ancora dalla boccuccia paonazza pendeva una goccia di latte.

Indice della Raccolta Tutt’e tre
01 –¬†Tutt’e tre¬†– 1913
02 –¬†L’ombra del rimorso¬†– 1914
03 –¬†Il bottone della palandrana¬†– 1913
04 –¬†Marsina stretta¬†– 1904
05 –¬†Il marito di mia moglie¬†– 1903
06 –¬†La maestrina Boccarm√®¬†– 1899
07 –¬†Acqua e l√¨¬†– 1897
08 –¬†Come gemelle¬†– 1903
09 – Filo d’aria¬†– 1914
10 РUn matrimonio ideale Р1914
11 РRitorno Р1923
12 РTu ridi Р1912
13 – Un po’ di vino¬†– 1923
14 РLa liberazione del re Р1914
15 РI due compari Р1912

¬Ľ¬Ľ Elenchi di tutte le novelle
¬Ľ¬Ľ¬†Elenco delle raccolte

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