Così è (se vi pare) – Atto Secondo

Premessa e analisi
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

In English – Right you are! (If you think so)
En Español – Así es… si así te parece

Così è (se vi pare) - Atto II
Rina Morelli, Così è (se vi pare), 1974. Fotogramma RAI.

Così è (se vi pare)
Atto Secondo

Studio in casa del Consigliere Agazzi. – Mobili antichi; vecchi quadri alle pareti; uscio in fondo, con tenda; uscio laterale a sinistra, che dà nel salotto, anch’esso con tenda; a destra, un ampio camino, sulla cui mensola poggerà un grande specchio; su la scrivania, apparecchio telefonico; poi un divanetto, poltrone, seggiole, ecc.

       SCENA PRIMA

       Agazzi, Laudisi, Sirelli. Agazzi sarà in piedi presso la scrivania, col ricevitore dell’apparecchio telefonico all’orecchio. Laudisi e Sirelli, seduti, guarderanno verso di lui, in attesa.

       AGAZZI. Pronto! – Sì. – Parlo con Centuri? – Ebbene? – Sì, bravo. (Ascolterà a lungo, poi:)Ma come, scusi! possibile? (Ascolterà di nuovo a lungo, poi:) Capisco, ma mettendocisi con un po’ d’impegno… (Altra pausa lunga, poh) È proprio strano, scusi, che non si possa… (Pausa.)Capisco, sì… capisco. (Pausa.) Basta, veda un po’… A rivederla. (Poserà il ricevitore, e verrà avanti.)

       SIRELLI (ansioso). Ebbene?

       AGAZZI. Niente.

       SIRELLI. Non si trova niente?

       AGAZZI. Tutto disperso o distrutto: Municipio, archivio, stato civile.

       SIRELLI. Ma la testimonianza di qualche superstite?

       AGAZZI. Non si ha notizia di superstiti; e se pure ce ne sono, ricerche difficilissime, ormai!

       SIRELLI. Cosicché non ci resta che da credere all’uno o da credere all’altra, così, senza prove?

       AGAZZI. Purtroppo!

       LAUDISI (alzandosi). Volete seguire il mio consiglio? Credete a tutti e due.

       AGAZZI. Sì, e come –

       SIRELLI. – se l’una ti dice bianco e l’altro nero?

       LAUDISI. E allora non credete a nessuno dei due!

       SIRELLI. Tu vuoi scherzare. Mancano le prove, i dati di fatto, ma la verità, perdio, sarà da una parte o dall’altra!

       LAUDISI. I dati di fatto, già! Che vorresti desumerne?

       AGAZZI. Ma scusa! L’atto di morte della figliuola, per esempio, se la signora Frola è lei la pazza (purtroppo non si trova più, perché non si trova più nulla), ma doveva esserci; si potrebbe trovare domani; e allora – trovato quest’atto – è chiaro che avrebbe ragione lui, il genero.

       SIRELLI. Potresti negar l’evidenza, se domani quest’atto ti venisse presentato?

       LAUDISI. Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, in cui non posso figurarmi d’entrare, se non per quel tanto ch’essi me ne dicono.

       SIRELLI. Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? O pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?

       AGAZZI. È qui la questione!

       LAUDISI. Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui, il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé, ma anche per lui. Se mai, lui – dice – fu un po’ alterato di mente per soverchio amore. Ma ora, sano, sanissimo.

       SIRELLI. Ah dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la suocera?

       AGAZZI. Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegar tutto benissimo.

       LAUDISI. Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui, il genero!

       SIRELLI. E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!

       LAUDISI. E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. E non già perché codesti dati di fatto, che andate cercando, siano stati annullati – dispersi o distrutti – da un accidente qualsiasi – un incendio, un terremoto – no; ma perché li hanno annullati essi in sé, nell’animo loro, volete capirlo? creando lei a lui, o lui a lei, un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà, dove essi vivono ormai in perfetto accordo, pacificati. E non potrà essere distrutta, questa loro realtà, da nessun documento, poiché essi ci respirano dentro, la vedono, la sentono, la toccano! – Al più, per voi potrebbe servire il documento, per levarvi voi una sciocca curiosità. Vi manca, ed eccovi dannati al meraviglioso supplizio d’aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realtà, e di non poter distinguere l’uno dall’altra!

       AGAZZI. Filosofia, caro, filosofia! Lo vedremo, lo vedremo adesso se non sarà possibile!

       SIRELLI. Abbiamo inteso prima l’uno, poi l’altra; mettendoli insieme, ora, di fronte, vuoi che non si scopra dove sia il fantasma, dove la realtà?

       LAUDISI. Io vi chiedo licenza di seguitare a ridere alla fine.

       AGAZZI. Va bene, va bene; vedremo chi riderà meglio alla fine. Non perdiamo tempo! (Si farà all’uscio a sinistra e chiamerà:) Amalia, signora, venite, venite qua!

       SCENA SECONDA

       Signora Amalia, Signora Sirelli, Dina, Detti.

       SIGNORA SIRELLI (a Laudisi, minacciandolo con un dito). Ancora? ancora, lei?

       SIRELLI. È incorreggibile!

       SIGNORA SIRELLI. Ma come non si lascia prendere dalla smania che è in tutti ormai, di penetrar questo mistero, che rischia di farci impazzire tutti quanti? Io non ci ho dormito stanotte!

       AGAZZI. Per carità, signora, lo lasci perdere!

       LAUDISI. Dia retta a mio cognato piuttosto, che le prepara il sonno per questa notte.

       AGAZZI. Dunque. Stabiliamo. Ecco. Voi andrete dalla signora Frola…

       AMALIA. E saremo ricevute?

       AGAZZI. Oh Dio, direi!

       DINA. È nostro dovere restituir la visita.

       AMALIA. Ma se lui non vuol permettere che la signora ne faccia e ne riceva?

       SIRELLI. Prima sì! – perché ancora nessuno sapeva niente. Ma ormai che la signora, costretta, ha parlato, spiegando a modo suo la ragione del suo ritegno –

       SIGNORA SIRELLI (seguitando). – forse avrà piacere, anzi, di parlarci della figliuola.

       DINA. È così affabile! – Ah, per me non c’è dubbio, sapete: il pazzo è lui!

       AGAZZI. Non precipitiamo, non precipitiamo il giudizio. – Dunque, statemi a sentire.(Guarderà l’orologio:) Vi tratterrete poco; un quarto d’ora, non più.

       SIRELLI (alla moglie). Per carità, sta’ attenta!

       SIGNORA SIRELLI (montando infuria). E perché dici a me?

       SIRELLI. Eh, perché se tu ti metti a parlare…

       DINA (per prevenire una lite fra i due). Un quarto d’ora, un quarto d’ora; starò attenta io.

       AGAZZI. Io arrivo alla Prefettura, e sarò qui di ritorno alle undici. Fra una ventina di minuti.

       SIRELLI (smanioso). E io?

       AGAZZI. Aspetta. (Alle donne:) Con una scusa, un poco prima, voi indurrete la signora Frola a venire qua.

       AMALIA. E che… che scusa?

       AGAZZI. Una scusa qualunque! La troverete conversando… Manca a voi? Non siete donne per nulla! C’è Dina, c’è la signora… – Entrerete, s’intende, nel salotto. (Si recherà all’uscio a sinistra e lo aprirà bene, scostando la tenda.) Quest’uscio deve restare così – bene aperto – così! per modo che di qua vi si senta parlare. – Io lascio sulla scrivania queste carte, che dovrei portare con me. È una pratica d’ufficio preparata apposta per il signor Ponza. Fingo di scordarmela, e con questo pretesto me lo conduco qua. Allora…

       SIRELLI (c. s.). Scusa, ma io, io quando devo venire?

       AGAZZI. Qualche minuto dopo le undici, tu, – quando già le signore saranno nel salotto, e io qua con lui. Vieni per prendere la tua signora. Ti fai introdurre da me. Io allora le inviterò tutte a favorire qua da noi –

       LAUDISI (subito). – e la verità sarà scoperta!

       DINA. Ma scusa, zietto, quando saranno tutt’e due di fronte…

       AGAZZI. Non gli date retta, santo Dio! Andate, andate. Non c’è tempo da perdere!

       SIGNORA SIRELLI. Andiamo, sì, andiamo. Io neanche la saluto!

       LAUDISI. Ecco, mi saluto per lei, signora! (Si stringerà una mano con l’altra.) Buona fortuna!

       (Via Amalia, Dina e la signora Sirelli.)

       AGAZZI (a Sirelli). Andiamo anche noi, eh? Subito.

       SIRELLI. Sì, andiamo. Addio, Lamberto.

       LAUDISI. Addio, addio.

       (Agazzi e Sirelli, via.)

       SCENA TERZA

       Laudisi solo, poi il Cameriere.

       LAUDISI (Andrà un po’ in giro per lo studio, sogghignando tra sé e tentennando il capo; poi si fermerà davanti al grande specchio su la mensola del camino, guarderà la propria immagine e parlerà con essa). Oh, eccoti qua! (La saluterà con due dita, strizzando furbescamente un occhio, e sghignerà.) Eh caro! – Chi è il pazzo di noi due? (Alzerà una mano con l’indice appuntato contro la sua immagine che, a sua volta, appunterà l’indice contro di lui. Sghignerà ancora, poi:) Eh, lo so: io dico: «tu», e tu col dito indichi me. – Va’ là, che così a tu per tu, ci conosciamo bene noi due! – Il guajo è che, come ti vedo io, non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te, mi vedo e mi tocco – tu, – per come ti vedono gli altri – che diventi? – Un fantasma, caro, un fantasma! – Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa.

       (Il cameriere, entrato, resterà sbalordito a sentir le ultime parole del Laudisi allo specchio. Poi chiamerà🙂

       CAMERIERE. Signor Lamberto.

       LAUDISI. Eh?

       CAMERIERE. Ci sono due signore. La signora Cini e un’altra.

       LAUDISI. Vogliono me?

       CAMERIERE. Hanno chiesto della signora. Ho detto che si trovava a visita dalla signora Frola qua accanto, e allora…

       LAUDISI. Allora?

       CAMERIERE. Si sono guardate negli occhi; poi, hanno battuto le manine coi guanti: – «Ah sì? ah sì?» e m’hanno domandato, friggendo, se non c’era proprio nessuno in casa.

       LAUDISI. Tu avrai risposto che non c’era nessuno.

       CAMERIERE. Ho risposto che c’era lei.

       LAUDISI. Io? No. – Quello che conoscono loro, se mai!

       CAMERIERE (più che mai sbalordito). Come dice?

       LAUDISI. Ma scusa, ti pare lo stesso?

       CAMERIERE (c. s. tentando squallidamente un sorriso a bocca aperta). Non capisco.

       LAUDISI. Con chi stai parlando tu?

       CAMERIERE (basito). Come… con chi sto parlando?… Con lei…

       LAUDISI. E sei proprio sicuro che io sia lo stesso di quello che chiedono codeste signore?

       CAMERIERE. Ma… non saprei… Hanno detto il fratello della signora…

       LAUDISI. Caro! Ah… – Eh sì, allora sono io; sono io… Falle entrare, falle entrare…

       (Il cameriere si ritirerà voltandosi parecchie volte a riguardarlo come se non credesse più ai suoi occhi.)

       SCENA QUARTA

       Detto, la Signora Cini, la Signora Nenni.

       SIGNORA CINI. Permesso?

       LAUDISI. Avanti, avanti, signora.

       SIGNORA CINI. M’hanno detto che la signora non c’è. Io avevo portato con me la mia amica signora Nenni, (la presenterà: è una vecchia più goffa e smorfiosa di lei, piena anch’essa di cupida curiosità, una guardinga, sgomenta🙂 che aveva tanto desiderio di conoscere la signora –

       LAUDISI (subito). – Frola? –

       SIGNORA CINI. – no, no: sua sorella!

       LAUDISI. Oh, verrà, sarà qui tra poco. Anche la signora Frola. S’accomodino, prego (Le inviterà a sedere sul divanetto: poi introducendosi graziosamente a sedere tra loro due🙂 Permettono? Ci si può mettere seduti bene tutti e tre. C’è anche di là la signora Sirelli.

       SIGNORA CINI. Già, ce l’ha detto il cameriere.

       LAUDISI. Tutto concertato, sa? Ah, sarà una scena di quelle, ma di quelle! Tra poco, alle undici. Qua.

       SIGNORA CINI (stordita). Concertato, scusi, che cosa?

       LAUDISI (misterioso, prima col gesto, infrontando gl’indici delle mani; poi, con la voce). L’incontro. (Gesto d’ammirazione, poi🙂 Un’idea grande!

       SIGNORA CINI. Che… che incontro?

       LAUDISI Dei due. Prima, lui entrerà qua.

       SIGNORA CINI. II signor Ponza?

       LAUDISI. Sì; e lei sarà condotta là. (Indicherà il salotto.)

       SIGNORA CINI. La signora Frola?

       LAUDISI. Sissignora. (Daccapo, prima con un gesto espressivo della mano, poi con la voce:) Ma poi, tutti e due qua, uno di fronte all’altro; e nojaltri, attorno, a vedere e sentire. Un’idea grande!

       SIGNORA CINI. Per venire a sapere? –

       LAUDISI – la verità! Ma già s’è saputa! Ora non resta più che di smascherarla.

       SIGNORA CINI (con sorpresa e vivissima ansia). Ah! s’è saputo? E chi è? Chi è dei due? chi è?

       LAUDISI. Vediamo un po’. Indovini. Lei chi dice?

       signora cini (gongolante, esitante). Ma… io… ecco…

       LAUDISI. Lei o lui? Vediamo… Indovini… Coraggio!

       SIGNORA CINI. Io… io lui dico!

       LAUDISI (la guarda un po’. Poi): È lui.

       SIGNORA CINI (gongolante). Sì? Ah! Ecco! ecco! Ma sì! Doveva, doveva esser lui!

       SIGNORA NENNI (gongolante). Lui! – Eh, tutte lo dicevamo, noi donne!

       SIGNORA CINI. E come, come s’è venuto a sapere? Son venute fuori prove, è vero? atti.

       SIGNORA NENNI. Per mezzo della questura, eh? Lo dicevamo! Non era possibile che non si venisse a scoprire per mezzo dell’autorità prefettizia!

       LAUDISI (farà segno con le mani d’accostarsi di più a lui; poi dirà loro piano, con tono di mistero, quasi pesando le sillabe): L’atto del secondo matrimonio.

       SIGNORA CINI (come ricevendo un pugno sul naso). Del secondo?

       SIGNORA NENNI (scompigliata). Come, come? Del secondo matrimonio?

       SIGNORA CINI (rinvenendo, contrariata). Ma allora… allora avrebbe ragione lui?

       LAUDISI Eh! i dati di fatto, signore mie! L’atto del secondo matrimonio – a quanto pare – parla chiaro.

       SIGNORA NENNI (quasi piangendo). Ma allora la pazza è lei!

       LAUDISI. E già! Parrebbe lei.

       SIGNORA CINI. Ma come? Prima ha detto lui e ora dice lei?

       LAUDISI. Sì. Ma perché l’atto, signora mia, questo atto del secondo matrimonio, può essere benissimo come ha assicurato la signora Frola – un atto simulato, mi spiego? – fatto per finta, con l’ajuto degli amici, per secondare la sua fissazione, che la moglie non fosse più quella, ma un’altra.

       SIGNORA CINI. Ah, ma allora un atto… così, senza valore?

       LAUDISI Cioè, cioè.. Con quel valore, signore mie, con quel valore che ognuno gli vuol dare! Non ci sono, scusino, anche le letterine che la signora Frola dice di ricevere ogni giorno dalla figliuola per mezzo del panierino, là nel cortile? Ci sono queste lettere, è vero?

       SIGNORA CINI. Sì; ebbene?

       LAUDISI. Ebbene: documenti, signora! Documenti, anche queste letterine! Ma secondo il valore che lei vuol dar loro! Viene il signor Ponza e dice che sono finte, fatte per secondare la fissazione della signora Frola.

       SIGNORA CINI. Ma allora, oh Dio, di certo non si sa niente!

       LAUDISI. Come niente! come niente! Non esageriamo! Scusi, i giorni della settimana, quanti sono?

       SIGNORA CINI. Eh, sette.

       LAUDISI. Lunedì, martedì, mercoledì…

       SIGNORA CINI (invitata a seguitare) – giovedì, venerdì, sabato…

       LAUDISI. – e domenica! (Rivolgendosi all’altra:) E i mesi dell’anno?

       SIGNORA NENNI. Dodici!

       LAUDISI. Gennajo, febbrajo, marzo…

       SIGNORA CINI. Abbiamo capito! Lei vuole burlarsi di noi!

       SCENA QUINTA

       Detti e Dina.

       DINA (sopravvenendo di corsa dall’uscio in fondo). Zietto, per favore… (Si arresterà, vedendo la signora Cini🙂 Oh, signora, lei qui?

       SIGNORA CINI. Sì, ero venuta con la signora Nenni –

       LAUDISI. – che ha tanto desiderio di conoscere la signora Frola.

       SIGNORA NENNI. Ma no, scusi…

       SIGNORA CINI. Seguita a prenderci in giro! Ah, cara signorina! Ci ha tutte abburattate, sa? come quando si entra in una stazione: tàn-tàn, tàn-tàn, che non si finisce mai d’infilare scambi! Siamo stordite!

       DINA. Oh! È tanto cattivo in questo momento, anche con tutti noi! Abbiano pazienza Non ho più bisogno di niente. Vado a dire alla mamma che ci sono qua loro: basterà. – Ah zio, se la sentissi, che tesorino di vecchietta! come parla! che bontà! – E che casetta tutta in ordine, linda; ogni cosa a garbo; le tovagline bianche sui mobili… Ci ha mostrato tutte le letterine della figliuola.

       SIGNORA CINI. Già… ma… se, come ci stava dicendo il signor Laudisi…

       DINA. E che ne sa lui? Non le ha mica lette!

       SIGNORA NENNI. Non possono esser finte?

       DINA Ma che finte! Non gli diano retta! Potrebbe mai ingannarsi una madre su le espressioni della propria figliuola? L’ultima letterina, di jeri… (S’interromperà, udendo nel salotto accanto, attraverso l’uscio rimasto aperto, rumore di voci.) Ah, eccole: sono già qua, senz’altro! (Andrà all’uscio del salotto a guardare.)

       SIGNORA CINI (correndole dietro). Con lei? con la signora Frola?

       DINA. Sì, vengano, vengano. Bisogna che stiamo tutti nel salotto. Sono già le undici, zio?

       SCENA SESTA

       Detti, la Signora Amalia

       AMALIA (sopravvenendo anche lei agitata, ma dall’uscio del salotto). Se ne potrebbe ormai fare a meno! Non c’è più bisogno di prove!

       DINA Ma già! Lo penso anch’io! Ormai è inutile!

       AMALIA (salutando in fretta, dolente e in ansia, la signora Cini). Cara signora.

       SIGNORA CINI (presentando la signora Nenni). La signora Nenni, venuta con me per…

       AMALIA (salutando in fretta anche la signora Nenni). Piacere, signora. (Poi🙂 Non c’è più dubbio! È lui!

       SIGNORA CINI. È lui, è vero? è lui?

       DINA. Se si potesse impedire, prevenendo il babbo, quest’inganno alla povera signora!

       AMALIA Già! L’abbiamo condotta di là! Mi par proprio di farle un tradimento!

       LAUDISI. Ma sì! Indegno, indegno. Avete ragione! Tanto più che comincia a parermi evidente che dev’esser lei! lei di sicuro!

       AMALIA. Lei? Come! Che dici?

       LAUDISI. Lei, lei, lei.

       AMALIA. Ma va’ là!

       DINA. Siamo ormai così certe del contrario, noi!

       SIGNORA CINI e SIGNORA NENNI (gongolanti). Sì? sì, eh?

       LAUDISI. Ma appunto perché ne siete così certe vojaltre!

       DINA. Andiamo, via, andiamo di là; non vedete che lo fa apposta?

       AMALIA. Andiamo, sì, andiamo, signore mie. (Davanti all’uscio a sinistra:) Favoriscano, prego.

       (Via la signora Cini, la signora Nenni, Amalia. Dina farà per uscire anche lei.)

       LAUDISI (chiamandola a sé). Dina!

       DINA. Non ti voglio dare ascolto! No! no!

       LAUDISI Richiudi codesto uscio, se per te ormai la prova è inutile.

       DINA. E il babbo? L’ha lasciato lui così aperto. Starà per venire con quell’altro. Se lo trovasse chiuso… Sai bene com’è, il babbo!

       LAUDISI. Ma lo persuaderete voi (tu, specialmente) che non c’era più bisogno di tenerlo aperto. Non sei convinta tu?

       DINA. Convintissima!

       LAUDISI (con un sorriso di sfida). E chiudilo allora!

       DINA. Tu vorresti pigliarti il piacere di vedermi dubitare ancora. Non chiudo. Ma solo per il babbo.

       LAUDISI (c. s.). Vuoi che lo chiuda io?

       DINA. Su la tua responsabilità!

       LAUDISI. Ma io non ho come te la certezza che il pazzo sia lui.

       DINA. E tu vieni in salotto, senti parlare la signora, come l’abbiamo sentita noi, e vedrai che non avrai più nessun dubbio neanche tu. Vieni?

       LAUDISI. Sì, vengo. E posso chiudere, sai? Su la mia responsabilità.

       DINA. Ah, vedi? Anche prima di sentirla parlare!

       LAUDISI. No, cara. Perché son sicuro che tuo padre, a quest’ora, pensa anche lui, come vojaltre, che questa prova sia inutile.

       DINA. Ne sei sicuro?

       LAUDISI. Ma sì! Sta parlando con lui! Avrà acquistato senza dubbio la certezza che la pazza è lei. (S’appresserà all’uscio risolutamente:) Chiudo.

       DINA (subito trattenendolo). No. (Poi, riprendendosi:) Scusa… se pensi così… lasciamolo aperto…

       LAUDISI (riderà al suo solito). Ah ah ah…

       DINA. Io dico per il babbo!

       LAUDISI. E il babbo dirà per voi! – Lasciamolo aperto.

       (Si sentirà sonare, nel salotto accanto, sul pianoforte, un’antica aria piena di dolce e mesta grazia, della Nina pazza per amore del Paisiello.)

       DINA. Ah, è lei… senti? suona! suona lei!

       LAUDISI La vecchietta?

       DINA. Sì, ci ha detto che la figliuola, prima, la sonava sempre, questa vecchia aria. Senti con quanta dolcezza la suona? Andiamo, andiamo. (Esciranno tutti e due per l’uscio a sinistra.)

       SCENA SETTIMA

       Agazzi, il Signor Ponza, poi Sirelli. La scena, appena usciti Laudisi e Dina, resterà vuota per un pezzo. Seguiterà dall’interno il suono del pianoforte. Il signor Ponza, entrando per l’uscio infondo col Consigliere Agazzi e udendo quella musica, si turberà profondamente; e il suo turbamento andrà man mano crescendo durante la scena.

       AGAZZI (davanti all’uscio infondo). Passi, passi, prego. (Farà entrare il signor Ponza, poi entrerà lui e si dirigerà alla scrivania per prendere le carte che avrà finto di dimenticare lassù.) Ecco, devo averle lasciate qua. S’accomodi, prego. (Il signor Ponza resterà in piedi, guardando con agitazione verso il salotto, donde verrà il suono del pianoforte.) Eccole qua, difatti (Prenderà le carte e s’appresserà al signor Ponza, sfogliandole.) È una contesa, come le dicevo, aggrovigliata, che si trascina da anni. (Si volterà anche lui a guardare verso il salotto, urtato dal suono del pianoforte.) Ma questa musica! Giusto ora! (Farà un gesto di dispetto, nel voltarsi, come per dire tra se: «Che stupide!») Chi suona? (Si farà a guardare, attraverso l’uscio, nel salotto; scorgerà al pianoforte la signora Frola, farà un atto di meraviglia.) Ah! Oh guarda!

       PONZA (appressandogli, convulso). In nome di Dio, è lei? suona lei?

       AGAZZI. Sì, sua suocera! E come suona bene!

       PONZA. Ma come? Se la sono portata qua, di nuovo? E la fanno sonare?

       AGAZZI Non vedo che male possa esserci!

       PONZA. Ma no, per carità! Questa musica, no! È quella che sonava la sua figliuola!

       AGAZZI. Ah, forse le fa male sentirla sonare?

       PONZA. Ma non a me! Fa male a lei! Un male incalcolabile! Ho pur detto a lei, signor Consigliere, e alle signore le condizioni di quella povera disgraziata –

       AGAZZI (procurando di calmarlo nell’agitazione sempre crescente). – sì, sì… ma veda –

       PONZA (seguitando). – che dev’essere lasciata in pace! che non può ricever visite, né farne! So io solo, so io solo come si deve trattare con lei! La rovinano! la rovinano!

       AGAZZI. Ma no, perché? Le mie donne sapranno bene anche loro… (S’interromperà improvvisamente al cessare della musica nel salotto, da cui verrà ora un coro d’approvazioni.) Ecco, guardi… può ascoltare…

       (Dall’interno giungeranno, spiccatamente, queste battute di dialogo:)

       DINA. Ma lei suona ancora benissimo, signora!

       SIGNORA FROLA. Io? Eh, la mia Lina! dovrebbero sentire la mia Lina, come la suona!

       PONZA (fremendo, strizzandosi le mani). La sua Lina! Sente? Dice la sua Lina!

       AGAZZI Eh già, la sua figliuola.

       PONZA. Ma dice suonai dice suonai

       (Di nuovo, dall’interno, spiccatamente🙂

       SIGNORA FROLA. Eh no, non può più sonare, da allora! E forse è questo il suo maggior dolore, poverina!

       AGAZZI. Mi sembra naturale… La crede ancora viva…

       PONZA. Ma non le si deve far dire così! Non deve… non deve dirlo… Ha sentito? Da allora… Ha detto, da allora!. Per quel pianoforte, certo! Lei non sa! Per il pianoforte della povera morta!

       (Sopravverrà a questo punto Sirelli, il quale, udendo le ultime parole del Ponza e notandone l’estrema esasperazione, resterà come basito. Agazzi, anche lui sbigottito, gli farà cenno d’appressarsi.)

       AGAZZI. Ti prego, fai venire qua le signore!

       (Sirelli, tenendosi al largo, si farà all’uscio a sinistra e chiamerà le signore.)

       PONZA. Le signore? Qua? No, no! Piuttosto…

       SCENA OTTAVA

       La Signora Frola, la Signora Amalia, la Signora Sirelli, Dina, la signora Cini, la Signora Nenni, Laudisi, Detti. Le signore, al cenno di Sirelli pieno di sbigottimento, entreranno sgomente. La signora Frola, scorgendo il genero in quello stato d’orgasmo, tutt’un fremito quasi animalesco, ne avrà terrore. Investita da lui con estrema violenza durante la scena seguente, farà alle signore, di tratto in tratto, con gli occhi, cenni espressivi di intelligenza. La scena si svolgerà rapida e concitatissima.           

       PONZA. Lei, qua? Qua di nuovo? Che è venuta a fare?

       SIGNORA FROLA. Ero venuta, abbi pazienza…

       PONZA. È venuta qua a dire ancora… Che ha detto? che ha detto a codeste signore?

       SIGNORA FROLA. Niente, ti giuro! Niente!

       PONZA. Niente? Come niente? Ho sentito io! Ha sentito con me questo signore! (Indicherà Agazzi.) Lei ha detto suona! Chi suona? Lina suona? Lei lo sa bene che è morta da quattro anni la sua figliuola!

       SIGNORA FROLA. Ma sì, caro! Calmati! sì! sì!

       PONZA. «E non può più sonare da allora!» Sfido che non può più sonare da allora! Come vuole che suoni, se è morta?

       SIGNORA FROLA. Ecco! certo! E non l’ho detto io, signore mie? L’ho detto, che non può più, da allora. Se è morta!

       PONZA. E perché pensa ancora a quel pianoforte, dunque?

       SIGNORA FROLA. Io? no; non ci penso più! non ci penso più!

       PONZA. L’ho sfasciato io! E lei lo sa! Quando la sua figliuola è morta! Per non farlo toccare a quest’altra, che del resto non sa sonare! Lei lo sa che non suona quest’altra.

       SIGNORA FROLA. Ma se non sa sonare! certo!

       PONZA. E come si chiamava, si chiamava Lina, è vero? la sua figliuola. Ora dica qua come si chiama la mia seconda moglie! Lo dica qua a tutti, perché lei lo sa bene! – Come si chiama?

       SIGNORA FROLA. Giulia! Giulia si chiama! Sì, sì, è proprio vero, signori; si chiama Giulia!

       PONZA. Giulia, dunque, non Lina! E non cerchi di ammiccare intanto, dicendo che si chiama Giulia!

       SIGNORA FROLA. Io? no! Non ho ammiccato!

       PONZA. Me ne sono accorto! Ha ammiccato! Me ne sono accorto bene! Lei vuol rovinarmi! Vuol dare a intendere a questi signori che io voglia tenermi ancora tutta per me la sua figliuola, come se non fosse morta. (Romperà in spaventosi singhiozzi.) Come se non fosse morta!

       SIGNORA FROLA (subito con infinita tenerezza e umiltà, accorrendo a lui). Io? Ma no, no, figliuolo mio caro! Calmati, per carità! Io non ho detto mai questo… È vero? è vero, signore?

       AMALIA, SIGNORA SIRELLI, DINA. Ma sì! sì! – Non l’ha mai detto! – Ha detto sempre che è morta!

       SIGNORA FROLA. È vero? Che è morta, ho detto! Come no? E che tu sei tanto buono con me! (Alle signore:) È vero? è vero? Io, rovinarti? Io, comprometterti?

       PONZA (rizzandosi, terribile). Ma va cercando intanto nelle case degli altri il pianoforte, per farci le sonatine della sua figliuola, e va dicendo che Lina le suona così, e meglio di così!

       SIGNORA FROLA. No, è stato… l’ho fatto… tanto… tanto per provare…

       PONZA. Lei non può! Lei non deve! Come le può venire in mente di sonare ancora ciò che sonava la sua figliuola morta?

       SIGNORA FROLA. Hai ragione, sì, ah poverino… poverino! (intenerita, si metterà a piangere.) Non lo farò più! non lo farò più!

       PONZA (investendola terribilmente da vicino). Vada! vada via! vada via!

       SIGNORA FROLA. Sì… sì., vado, vado… Oh Dio! (Farà cenni supplichevoli a tutti, arretrando, d’aver riguardo al genero, e si ritirerà piangendo.)

       SCENA NONA

       Detti, meno la Signora Frola.

       Resteranno tutti compresi di pietà e di terrore, a mirare il signor Ponza. Ma subito, questi, appena uscita la suocera, cangiato, calmo, riprendendo la sua aria normale, dirà semplicemente:

       PONZA. Chiedo scusa a lor signori di questo triste spettacolo che ho dovuto dar loro per rimediare al male che, senza volerlo, senza saperlo, con la loro pietà, fanno a questa infelice.

       AGAZZI (sbalordito come tutti gli altri). Ma come? Lei ha finto?

       PONZA. Per forza, signori! E non intendono che l’unico mezzo è questo, per tenerla nella sua illusione? che io le gridi così la verità, come se fosse una mia pazzia? Mi perdonino, e mi permettano: bisogna che io corra ora da lei. (Via di fretta per l’uscio comune. Resteranno tutti, di nuovo, sbalorditi, in silenzio, a guardarsi tra loro.)

       LAUDISI (facendosi in mezzo). Ed ecco, signori, scoperta la verità! (Scoppierà a ridere):Ah! ah! ah! ah!

Tela

1917 – Così è (se vi pare) – Parabola in tre atti
Premessa e analisi
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

In English – Right you are! (If you think so)
En Español – Así es… si así te parece

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
collabora@pirandelloweb.com

ShakespeareItalia

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Skip to content