Videoteca – Così è se vi pare – 1974

1974. RAI.
ROMOLO VALLI – Lamberto Laudisi
RINA MORELLI – La signora Frola
PAOLO STOPPA – Il signor Ponza
ROSSELLA FALK – La signora Ponza
ELSA ALBANI – La signora Amalia
FERRUCCIO DE CERESA – Il consigliere Agazzi

Regia di GIORGIO DE LULLO

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La commedia è tratta dalla novella La Signora Frola e il Signor Ponza suo genero, Milano, Treves 1917 (è nella raccolta Una giornata di Novelle per un anno). La stesura della commedia è del marzo-aprile dello stesso anno; la prima rappresentazione a Milano, al Teatro Olimpia (Compagnia Virgilio Talli) il 18 giugno 1918. Fu pubblicata a puntate su La Nuova Antologia, dal primo al 16 gennaio 1918 e, successivamente, nello stesso anno, da Treves.

        È una commedia dichiaratamente a tesi; Pirandello l’ha definita: «Parabola in tre atti». L’argomento è la verità, invano cercata concitatamente da tutti i personaggi dall’inizio alla fine, invano affermata e contraddetta in un intrecciarsi di ipotesi senza sbocco, sì da condurre naturalmente lo spettatore a considerarne la relatività. E in sostanza una farsa filosofica, sapientemente concepita, svolta in tono leggero e divertito, coinvolgendo un salotto borghese di provincia, che traduce in pettegolezzo il malsano desiderio di conoscere i fatti altrui. La satira sulla società piccolo-borghese in cui si svolge l’azione, animata da un coro di donne pettegole e curiose fino allo spasimo che hanno come punto di riferimento una grigia burocrazia di provincia, culmina con la dichiarata convinzione che l’autorità prefettizia ha il dovere dì sapere tutto sui fatti intimi delle persone (!) e di informarne i cittadini. Una delle protagoniste esclama risentita: «Il prefetto con la sua autorità potrebbe farci sapere come stanno le cose…». Una curiosità così superficiale, che si presta a una brillante satira di costume, è il motivo di fondo e fa da metafora a un nobile problema filosofico, quello, appunto, della ricerca della verità, che impegna una curiosità di ben diverso grado. C’è in questa impostazione una evidente intenzione umoristica che è ben riuscita e raggiunge il suo effetto con estrema naturalezza, ma c’è anche la volontà di sostenere che, a qualunque livello, la verità, qualunque verità, risulta contraddittoria e inconoscibile. E quanto più evidente è la differenza tra il salottiero rovello per conoscere i fatti privati degli altri e la ricerca della verità come assillo insito in ogni uomo, tanto più, per contrasto, risulta efficace la tesi che Pirandello vuol dimostrare, affidata alla consapevolezza ironica di Lamberto Laudisi che emerge dalla corale insipienza, e alla rivelazione finale della Signora Ponza, di grande effetto scenico, ideologico e umano.

        Singolare è il comportamento del Signor Ponza, di sua moglie e della suocera, Signora Frola, tale da scatenare la morbosa curiosità del gretto ambiente di provincia nel quale sono andati a vivere da poco tempo.

        La figlia nessuno l’ha mai vista, vive segregata in casa, quasi avvolta nel mistero e ha contatti con la madre, che vive sola in un’altra parte del paese (anche questo è motivo di pettegolezzo), soltanto mediante un cestino, che lei cala dalla finestra, con qualche bigliettino dentro.

        La Signora Frola, messa alle strette, dopo pietose dissimulazioni, finisce per ammettere che il Signor Ponza, dopo il terremoto in cui sono morti tutti i loro parenti, è posseduto da un amore ossessivo per la moglie, fino a impedire a lei, la madre, di vedere la propria figlia tenuta da lui chiusa in casa. Il Signor Ponza sostiene, invece, che la suocera è pazza, crede che sua figlia sia ancora viva e invece è morta, e la scambia con la sua seconda moglie; egli ha fatto ricorso alla segregazione e alla gelosia per evitarle una grande delusione. La duplice versione dei fatti, cui non si riesce a venire a capo nemmeno in un confronto diretto fra i due rende esasperata la generale curiosità, fino a pretendere che sia chiamata a testimoniare la stessa Signora Ponza, l’unica in grado di chiarire l’ossessionante dilemma. La misteriosa donna arriva col volto simbolicamente velato e alle insistenti domande risponde: «La verità? E solo questa: che io sono, sì, la figlia della Signora Frola – e la seconda moglie del Signor Ponza – sì; e per me nessuna! Nessuna! Per me io sono colei che mi si crede».

        Si indovina un dramma della follia che ella riusciva a tener nascosto a occhi indiscreti, recitando pietosamente la duplice parte per i due suoi cari. Nessuno potrà mai sapere chi dei due è pazzo. La sua esistenza è votata ad un grande sacrificio; lei per se stessa è nessuna ed esiste nella maniera in cui è creduta dal marito e dalla Signora Frola; nella maniera in cui ciascuno vorrà crederla.

        La Signora Ponza, con questa sua finale apparizione, così sapientemente preparata, così a lungo alimentata dalla curiosità comune, riesce ad apparire come simbolo della verità che ognuno può credere a suo modo e essere nello stesso tempo, il più umano dei personaggi in cui si riflette la pietà di Pirandello per la follia e per la solitudine.

        R. Simoni, dopo la «prima» mette in evidenza il grande successo che ha accolto questa commedia (L’Illustrazione Italiana, Milano, 24 giugno 1917). Rileva che l’attenzione degli spettatori converge «non sullo svolgimento di un fatto, ma sul fluttuare e rimutarsi, e smarrirsi del giudizio degli uomini attorno a questo fatto». Il che non è antiteatrale «che in fondo tutto il teatro, specialmente il teatro nel quale le passioni sono studiate e dipinte, ci mostra l’incapacità umana a ghermire con mano ferma la sostanza delle cose».

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