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Conclusioni – Il lanternino di Mattia Pascal (Tesi)


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La luce che crea illusione, il lanternino di Mattia Pascal – Conclusioni

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Di Simone Sudato – Le conclusioni della tesi rileggono il lanternino di Mattia Pascal alla luce della contemporaneità, tra crisi dell’identità, maschere sociali e nuove forme di illusione nell’era digitale.

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Simone Sudato

La luce che crea illusione. Il lanternino di Mattia Pascal

Tesi di laurea

Conclusioni

Conclusioni

All’inizio di questo percorso di ricerca, mi sono avvicinato all’opera di Pirandello con l’intento di approfondire la complessità della crisi identitaria e del disagio esistenziale che caratterizzano l’individuo moderno. L’analisi de Il fu Mattia Pascal si è rivelata non solo un esercizio critico, ma anche un’occasione di riflessione personale. Nel confrontarmi con le vicende di Mattia, ho riconosciuto dinamiche che oltrepassano il contesto storico del romanzo e si proiettano nella contemporaneità. Questa osservazione mi ha spinto a interrogarmi su come le tematiche pirandelliane dialoghino con le sfide odierne, in particolare con la costruzione dell’identità nell’era digitale. Le maschere sociali, la tensione tra autenticità e adattamento, il senso di estraneità che permea il protagonista, sono temi che ho percepito come profondamente attuali e che hanno guidato la mia indagine, stimolando interrogativi che vanno oltre la semplice interpretazione letteraria. Se nel romanzo la maschera sociale è legata alle convenzioni del tempo, nella società contemporanea essa assume nuove forme attraverso i social media e le tecnologie digitali.

Oggi, più che mai, ciascuno di noi si trova a gestire una molteplicità di ruoli e di immagini, spesso modellate dalle aspettative collettive e dai nuovi strumenti di comunicazione. La presenza costante dei social media, la costruzione di profili digitali e la necessità di adattarsi a contesti sempre diversi rendono la questione dell’identità personale estremamente complessa. In questo scenario, la distinzione tra ciò che si è e ciò che si mostra agli altri si fa sempre più sfumata, generando talvolta un senso di distanza tra la propria interiorità e la rappresentazione pubblica. L’opera di Pirandello, pur appartenendo a un’altra epoca, offre una chiave di lettura sorprendentemente attuale: invita a riflettere sulle dinamiche di adattamento, sulle strategie di sopravvivenza sociale e sulle difficoltà di mantenere una coerenza autentica in un mondo che richiede costanti trasformazioni.

Questo parallelismo emerge con forza se consideriamo il processo di reinvenzione identitaria: ciò che per Adriano Meis era una fuga dal passato, per noi è spesso una strategia di visibilità online. Riflettendo su questa figura ho trovato sorprendente la sua somiglianza con ciò che oggi rappresenta una pagina personale su un social network. Adriano costruisce una nuova identità, libera dai vincoli del passato, ma inevitabilmente artificiale e priva di radici autentiche. Allo stesso modo, nelle varie reti sociali, ciascuno di noi può reinventarsi, scegliendo quali aspetti di sé mostrare e quali nascondere, modellando la propria presenza in base alle aspettative degli altri. Tuttavia, questa libertà apparente si accompagna a una profonda solitudine: come Adriano, anche il profilo virtuale rischia di diventare una maschera che separa dalla realtà, impedendo relazioni autentiche e generando un senso di estraneità.

La costruzione di una nuova identità online, pur offrendo possibilità di espressione e di connessione, può trasformarsi in una prigione invisibile, dove il riconoscimento sociale diventa condizione necessaria per esistere, ma mai sufficiente per sentirsi davvero sé stessi. L’analisi di Pirandello, dunque, anticipa le dinamiche dell’identità digitale, invitando a interrogarsi sul valore e sui limiti delle nostre vite parallele nel mondo virtuale. Questa dinamica di costruzione identitaria, sia nella realtà virtuale sia nella vicenda di Adriano Meis, si intreccia profondamente con la ricerca del piacere e del consenso che caratterizza l’uomo contemporaneo. Nella società attuale, il desiderio di apparire più attraenti, di ottenere approvazione e di essere riconosciuti dagli altri sembra spesso prevalere sulla ricerca di autenticità. Anche Adriano, nel suo tentativo di reinventarsi, non si limita a sfuggire al passato, ma aspira a essere percepito in modo più piacevole e accettabile agli occhi del mondo che lo circonda. La cura dell’aspetto, la costruzione di una nuova storia personale, la scelta di ciò che mostrare e ciò che celare, rivelano un bisogno profondo di piacere e di piacersi, che tuttavia rischia di trasformarsi in una continua insoddisfazione.

Così come accade nei social network, dove la ricerca di like e approvazione può diventare una trappola, anche per Adriano la nuova identità si rivela incapace di colmare il vuoto interiore. Questa riflessione apre un interrogativo sul senso ultimo della costruzione del sé: se il piacere e il riconoscimento sociale sono mete effimere, forse la vera sfida consiste nell’accettare la propria imperfezione e nel cercare un equilibrio tra il desiderio di essere accolti e la necessità di restare fedeli a sé stessi (proprio come Mattia accetta alla fine la sua condizione di morto per la società). Questa tensione tra autenticità e adattamento si riflette anche nella qualità delle relazioni che costruiamo nel mondo digitale. Se osserviamo con attenzione la natura dei legami che si creano online, emerge una fragilità intrinseca che spesso impedisce la trasformazione di queste connessioni in rapporti autentici e duraturi. In altre parole, il conflitto tra il desiderio di essere sé stessi e la necessità di piacere agli altri si manifesta non solo nella costruzione dell’identità, ma anche nei rapporti che intrecciamo online.

La comunicazione multimediale, per quanto immediata e apparentemente coinvolgente, tende a rimanere confinata in uno spazio virtuale, dove l’incontro reale viene rimandato o addirittura evitato. Questa distanza può lasciare ferite profonde: relazioni che sembrano promettenti si dissolvono improvvisamente, lasciando dietro di sé un senso di smarrimento e incompiutezza. Riflettendo sul comportamento di Adriano Meis, mi sembra che si possa cogliere un parallelo significativo con queste dinamiche contemporanee. Nel momento in cui Adriano decide di allontanarsi da Adriana senza spiegazioni, scegliendo di sparire dalla sua vita inscenando un suicidio, si comporta in modo sorprendentemente simile a ciò che oggi viene definito “ghosting”. La sua fuga, motivata dall’impossibilità di vivere una relazione autentica, non è accompagnata da un confronto diretto, ma si traduce in una scomparsa improvvisa che lascia Adriana senza risposte. Questa scelta, seppur dettata da ragioni profonde, produce una ferita emotiva che ricorda quella vissuta da chi, oggi, vede svanire un legame virtuale senza alcuna spiegazione. A mio avviso, Pirandello anticipa la vulnerabilità delle relazioni mediate, mostrando come l’assenza di genuinità e di coraggio nel confronto possa generare solitudine e dolore, sia nel romanzo che nella società contemporanea iperconnessa. Dopo aver analizzato le relazioni e l’identità, è interessante soffermarsi sui simboli che compaiono nel romanzo e vengono utilizzati per esprimere questa tensione. Una delle immagini simboliche che rafforza il parallelo tra Pirandello e la contemporaneità è lo specchio, unico confidente di Adriano Meis: «non potendo con altri, mi consigliai di nuovo con lo specchio».[119] Davanti a esso, il protagonista cerca conferma della sua nuova identità, ma ciò che vede è un riflesso estraneo, incapace di colmare il vuoto interiore.

[119] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal (G. Mazzacurati, a cura di), Torino, Einaudi, 2014, p.180

«Vedi Adriana che lo specchio ha parlato»120 esclama la signorina Caporale quando Adriano annuncia di voler ricorrere a un’operazione all’occhio. Egli finge che la decisione sia dettata da motivi di salute, ma in realtà desidera modificare il proprio aspetto per liberarsi di un tratto che lo lega al passato ma soprattutto perché desidera apparire più gradevole, più coerente con la nuova vita e soprattutto per piacere alla donna di cui è innamorato. Questo gesto denuncia una verità amara: il desiderio di adattarsi agli sguardi esterni soffoca la spontaneità e la libertà di essere sé stessi. Lo specchio, in questo senso, può essere paragonato allo schermo di un cellulare: entrambi riflettono un’immagine che non è mai neutra, ma costruita. Come Adriano si misura con il proprio riflesso, così noi contempliamo la versione digitale di noi stessi, ritoccando dettagli e scegliendo cosa mostrare, inventando delle vite mai realmente vissute.

Ma né lo specchio né lo schermo restituiscono verità: entrambi offrono un’illsione di controllo che nasconde la fragilità e il bisogno profondo di essere riconosciuti per ciò che siamo, non per ciò che sembriamo, perfetto esempio contemporaneo del sentimento del contrario. A questa riflessione si aggiunge il tema del flusso, rappresentato dall’acqua, che permette di cogliere un’altra analogia con il mondo digitale. Il suo scorrere incessante, il fluire «nero e silente […] vi riflettevano i lumi dei loro fanali, tremolanti come serpentelli di fuoco»,121 richiama il flusso continuo di contenuti che attraversa le nostre vite: uno streaming che non si arresta mai, che trascina in una dimensione liquida, dove ogni immagine è provvisoria e ogni identità mutevole. Come l’acqua riflette senza mai restituire una forma stabile, così lo schermo rimanda una versione di noi stessi filtrata e instabile. L’autore sembra anticipare questa condizione: un mondo in cui tutto scorre, tutto cambia, la sfida più grande resta quella di non smarrire la propria autenticità nel flusso interminabile delle apparenze. Chiudendo il cerchio dei simboli, il lanternino di Paleari offre una metafora potente per comprendere la nostra percezione filtrata dalla tecnologia. Il lanternino che illumina solo un piccolo cerchio, lasciando tutto il resto nell’ombra, è metafora della percezione limitata e illusoria dell’uomo.

È possibile accostarlo allo smartphone: entrambi proiettano una luce parziale e filtrata, che dà l’impressione di vedere il mondo mentre confina in una bolla di contenuti selezionati da un algoritmo. Come il lanternino colora la realtà secondo il vetro che gli fornisce l’illusione, così il telefonino attraverso i filtri e gli algoritmi plasma ciò che vediamo. Fuori da quella luce resta il buio, proprio come fuori dallo schermo resta la vita reale, che spesso ignoriamo. Pirandello, con questa immagine, sembra anticipare la condizione digitale: una luce che rassicura, ma che non libera, perché dietro la luminosità artificiale si nasconde la stessa fragilità e lo stesso bisogno di senso. Se c’è un insegnamento che emerge da questo percorso, è che la domanda sull’identità rimane sempre aperta, sospesa tra le molteplici possibilità offerte dalla modernità e i limiti imposti dalla realtà. Pirandello, attraverso la vicenda di Mattia Pascal, mostra come ogni tentativo di definire l’identità sia destinato a rimanere parziale e provvisorio. Più che offrire risposte definitive, il romanzo invita a confrontarsi con il dubbio e ad accettare la complessità della ricerca di sé, riconoscendo che il percorso verso l’autenticità è fatto di continue domande e di inevitabili contraddizioni.

Non è un caso che Mattia scelga di affidare la sua esperienza alla scrittura: il racconto diventa per lui uno spazio di riflessione, in cui dare voce alle proprie incertezze e accogliere la pluralità delle sue identità. In questo gesto si riflette la consapevolezza che la narrazione, più che fissare una verità, permette di abitare il dubbio e di accettare la complessità dell’esistenza. In un contesto in cui le maschere si moltiplicano e la distinzione tra essere e apparire si fa sempre più sottile, forse la vera sfida consiste nel mantenere uno sguardo critico e consapevole sulle trasformazioni che ci attraversano. La letteratura, in questo senso, si conferma uno spazio privilegiato per interrogarsi, per mettere in discussione le certezze e per accogliere la complessità dell’esperienza umana. In definitiva, forse il valore più autentico di questo percorso sta proprio nella capacità di continuare a porsi domande, senza mai smettere di cercare.

Bibliografia
Luperini, Pirandello, Laterza, Roma-Bari 1999
Macchia, Pirandello o la stanza della tortura, Mondadori, Milano 1982
Patrizi, Pirandello e l’Umorismo, Lithos Editrice, Roma 1997
Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di G. Mazzacurati, Einaudi, Torino 2009
Pirandello, L’Umorismo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992
Salvaggio, Nuovi studi pirandelliani. Presentazione de «Il fu Mattia Pascal», Pellegrini Editore, Cosenza 2019
Ferrario, L’occhio di Mattia Pascal. Poetica e estetica in Pirandello, Bulzoni Editore, Roma 1978
Borsellino, Ritratto di Pirandello, Laterza, Bari 1983
Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Roma 2008
Di Monaco, Generazioni a confronto nella letteratura italiana, Marco Valerio, Torino 2006

Capitolo III – Umorismo, il linguaggio dell’apparenza

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