«Come nembi sopra una rovina»: Pirandello e la coscienza critica della modernità

 

Di Assunta De Crescenzo

La percezione di un disagio, che è prima di tutto culturale e diviene poi anche esistenziale, la consapevolezza di una condizione di precarietà, di smarrimento, di perdita degli equilibri raggiunti e consolidati, pervadono numerosi scritti di Luigi Pirandello, e in particolare uno dei primi tra quelli saggistici, Arte e coscienza d’oggi, [1] emblematico per acutezza d’analisi e forza icastica delle immagini. «Lo spirito moderno», vi si legge, «è profondamente malato, e invoca Dio come un moribondo pentito. Mi fa bensì meraviglia che si chiami Dio quel che in fondo è bujo pesto. Ma non discutiamo».[2] Ciò è ancor più evidente, lascia intendere l’Autore, se esaminiamo il mondo dell’arte, in cui il discrimine tra genio e follia è assai sottile; vedremo allora lo spirito contorcersi, accusare i mali nei quali è costretto a dibattersi. E citando lo studio del medico e scrittore ebreo-ungherese Max Nordau – degno di rilievo, avverte Pirandello, per l’ardore argomentativo e per l’impegno, ma meno forse per «dottrina e ponderazione» – «O buon Dio», esclama, «e chi al presente non è un degenerato? Chi può vantarsi sano? In tutti noi, ove più ove meno, possono rinvenirsi i segni o le stimmate (come le chiamano gli scienziati) fisiche e intellettuali della degenerazione!».[3]

 [1] Luigi Pirandello, Arte e coscienza d’oggi, in «La Nazione letteraria» di Firenze, I, 1893, 6; in Id., Saggi, Poesie, Scritti varii (d’ora in avanti siglato in SPSV), a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, Milano, Mondadori, [1960] 1993, pp. 891- 911.

 [2] Ivi, p. 893. Una piccola chiosa: non si dirà mai abbastanza sulla religiosità pirandelliana e sulla sua complessa natura, affiorante nello Scrittore con un’intensità, sì discontinua, ma – quando presente – particolarissima e meritevole di attenzione; un’attenzione rispettosa e aperta alle numerose, contrastanti sollecitazioni della sensibilità e dell’intelligenza di Pirandello. Ci si permetta il rinvio ad Assunta De Crescenzo, Il tema della follia evangelica nella novella “Quand’ero matto…” di Luigi Pirandello, in La civile letteratura. Studi sull’Ottocento e il Novecento offerti ad Antonio Palermo, (2 vol.), vol. II, Il Novecento, Napoli, Liguori, 2002, pp. 75-119; Ead., Pirandello e il Cristianesimo. Linee di un percorso (1995-2001), «Esperienze letterarie», Anno XXVII, n. 3, Luglio – Settembre, 2002, pp. 117-134.

 [3] Ivi, p. 893. Come si vedrà, “spirito” è una parola-chiave che, con differenti sfumature di significato, tornerà insistente nelle riflessioni pirandelliane ospitate nel presente saggio.

Nel 1892, ci sembra opportuno ricordarlo, di Nordau, alias Max Simon Südfeld (1849-1923), appariva, col titolo Degenerazione, la traduzione italiana del saggio Entartung. Noto nell’ambiente dei veristi anche per il precedente scritto del 1883, Le menzogne convenzionali della nostra civiltà, Nordau aveva tentato di applicare le teorie sulla “degenerazione” formulate da Morel e Lombroso allo studio della psicologia degli artisti; come è stato notato da Giancarlo Mazzacurati, l’idea basilare di Entartung

Rappresentava [… ] quello che ormai potremmo definire un neo-darwinismo “negativo”, che è un’accettazione della fatalità biologica del “progresso”, ma anche una proiezione della tecnica e della competizione economica verso un finale apocalittico. In quel suo saggio, non solo il lavoro industriale e la vita delle metropoli (che ne è diretta conseguenza), ma perfino l’arte nuova, dall’impressionismo al simbolismo, appaiono inquinate alle radici dalle nevrosi prodotte dal rumore, dalla velocità, dall’elettricità che attraversa l’aria, ormai piena di invisibili veleni; e la fin de siècle si colora delle tinte cupe d’una fin de raceanticipando per molti tratti quella che sarà una bibbia novecentesca dell’apocalisse,Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler (1916).[4]

 [4] Giancarlo Mazzacurati, Stagioni dell’apocalisse. Verga Pirandello Svevo, con un’Introduzione di Matteo Palumbo, Torino, Einaudi, 1998, pp. 9-10

Ebbene, al flemmatico atteggiamento del Nordau, certo di poter contare sulle soluzioni razionali offerte dalla scienza per rispondere ad ogni sorta di male, Pirandello sostituisce un totale e indefettibile scetticismo nelle cosiddette verità che la scienza propone; e al medico scrittore che sollecitava i lettori a tralasciare gli interrogativi sul principio e sul fine ultimo d’ogni cosa, Pirandello oppone la persuasione che proprio in ciò consiste la questione cruciale per l’uomo.[5]

 [5] Vd. al riguardo Mario Pomilio, La formazione critico-estetica di Pirandello, Napoli, Liguori, 1966 (poi L’Aquila, Ferri, 1960), in particolare le pp. 9-32.

La lucida e spietata diagnosi del proprio tempo raggiunge il culmine più avanti, in Arte e coscienza d’oggi, allorquando l’Autore precisa come in un’epoca di grave disgregazione etica e culturale, in cui «i termini astratti han perduto il loro valore, mancando la comune intesa, che li rendeva comprensibili», la santità, l’eroismo, che animarono i «tanti generosi della storia»,[6]artefici del vero progresso umano, che è progresso dello spirito e non vacuo sapere e ancor più vacua tecnologia, si trasformino in sterili e improponibili utopie.

 [6] Pirandello, Arte e coscienza d’oggi, cit., in SPSV, p. 903.

Ogni slancio ideale è frustrato ab initio; i più recedono dalla lotta e si pongono, loro malgrado, «alla discrezione della vita»: [7] «[… ] senz’alcun principio di dottrina e di fede, i nostri pensieri turbinano entro i fati attuosi, che stan come nembi sopra una rovina. Da ciò [… ] deriva per la massima parte il nostro malessere intellettuale».[8] I segni inequivocabili dell’«inanismo contemporaneo» sono, pertanto,

egoismo, spossatezza morale, mancanza di coraggio di fronte alle avversità, pessimismo, nausea, disgusto di se stessi, neghittagine, incapacità di volere, fantasticheria, straordinaria emotività, suggestibilità, bugiarderia incosciente, facile eccitabilità dell’imaginazione, mania d’imitare e sconfinata stima di se stessi. Esso [l’inanismo contemporaneo] s’adagia, anzi si sdraja in un concetto di determinismo fatale. [9]

«Io non so», conclude lo Scrittore, se la coscienza moderna sia veramente così democratica e scientifica come oggi comunemente si dice. Non capisco certe affermazioni astratte. A me la coscienza moderna dà l’imagine d’un sogno angoscioso attraversato da rapide larve or tristi or minacciose, d’una battaglia notturna, d’una mischia disperata, in cui s’agitino per un momento e subito scompajano, per riapparirne delle altre, mille bandiere, in cui le parti avversarie si sian confuse e mischiate, e ognuno lotti per sé, per la sua difesa, contro all’amico e contro al nemico. È in lei un continuo cozzo di voci discordi, un’agitazione continua. Mi par che tutto in lei tremi e tentenni.[10]

 [7] Ibidem.

 [8] Ivi, p. 901.

 [9] Ivi, pp. 901-902.

 [10] Ivi, p. 906.

In un altro intervento di poco successivo – siamo nel 1896 – riprende ed esplicita tali considerazioni; riportiamo il passo per intero, perché particolarmente significativo per densità concettuale e forza espressiva:

Così noi siamo rimasti nel mistero e senza Dio, voglio dir, senza guida. Abbiamo, negando, distrutto; e quindi dichiarato la nostra impotenza d’affermare, rinunziando a quel problema che è in fondo della più alta importanza per noi. La filosofia moderna ha voluto quasi esprimer la terra dal vuoto che la circonda, popolato di deliziose fantasie e di paure, per considerarla come per sé stessa esistente, piccola patria di piccoli enti, i quali dovrebbero intendere a procacciarsi quaggiù la possibile felicità, poggiando non più in cielo, ma in terra i propri ideali, senz’altro dimandare.
Ma è possibile che la domanda non sorga, se la terra rimane pur sempre circondata di cielo? E ora noi, nella nostra cecità, ci lasciamo trascinare a vivere dalla natura stessa, dall’ambiente, dall’innato costume e chi sa da quanti pregiudizii per imitazione altrui o per insindacata abitudine, da forze non riflesse mai su la coscienza e imponderate, da catene, di cui non si siano contati gli anelli né si sia finora sentito il peso, commettendo atti, dicendo parole, di cui non si considera il valore né si vede la necessità; via tutti a branco spinti e cacciati dal tempo come un armento verso l’estrema rovina, senza poterci formare con uno sforzo supremo un concetto di noi stessi, un criterio direttivo delle nostre azioni; senza intellezione alcuna delle cause che determinano il nostro cammino, e accettando, senza pensare, la vita com’essa man mano ci si rivela nei suoi effetti di giorno in giorno più tristi. E perciò, di fronte alla suprema rinunzia, i cresciuti comodi della vita, la maggior libertà, i tesori dell’arte, le nuove scoperte della scienza più non ci commuovono, né ci soddisfano né ci appagano. La nostra sete rimane tuttavia insaziata, e noi chiederemo sempre: – E poi?
[11]

 [11] Pirandello, Rinunzia, in «La Critica» di G. Monaldi, 8 febbraio 1896; in SPSV, pp. 1059-60. Così nella nota di Manlio Lo Vecchio-Musti: «La scoperta scientifica a cui accenna Pirandello è verosimilmente quella dei raggi X; la relazione del Röntgen, Un nuovo tipo di raggi, è del dicembre 1895. Alcuni concetti sono chiaramente ripresi da Arte e coscienza d’oggi. Non che Pirandello condannasse la scienza, i suoi risultati in termini di scoperte benefiche per l’umanità, e i suoi obiettivi più nobili tout court: «Non intendo con ciò, si badi, ostentare anch’io in nome dell’arte od’altra sollecitudine intellettuale, il disprezzo or  venuto di moda per la scienza. Questa poggia tanto in alto, e ha tanti titoli di benemerenza verso l’umanità, che il disprezzo ostentato da certuni non arriva neanche a toccarla. ? Ma io vorrei che ci domandassimo, che cosa in fondo la scienza, insieme con la filosofia moderna, abbia risposto e risponda al nostro spirito liberato, mercé loro, per forza di ragionate negazioni, dalle viete credenze, e rimasto quasi tra le rovine di queste e le nebbie dell’avvenire». La scienza si basa, infatti, «soltanto su fenomeni e rapporti; conosce la faccia, non il dentro delle cose; spiega sì, ma riconducendo le cose a rapporti di rapporti nello spazio e nel tempo, in riallacciamenti di leggi astratte, in meccanismi, che son poi soltanto, più o meno, teoremi di geometria. ? Ella insomma astrae la vita e quasi la distrugge per poterla anatomizzare. ? Io ritorno a un mio antico concetto, che non so se sia mai stato da altri espresso o pensato; che cioè noi non abbiamo e forse non potremo aver mai una nozione precisa della vita; bensì un sentimento, e quindi mutabile e vario. [… ] Come dunque operare, se la scienza ci manca e l’essere ci sfugge?» (Rinunzia, cit., in SPSV, pp. 1057, 1058-59).

 

Anche la storia, la grande storia, fatta di accordi internazionali, di relazioni, di diplomazia, ma anche di conflitti, di guerre fratricide, nasce da minutiae, dissidi magari apparentemente insignificanti, che tuttavia albergano nell’animo meschino degli esseri umani, i «piccoli poveri uomini feroci».[12]

 [12] Id., La patente, in «Corriere della Sera», 9 agosto 1911; in La trappola, Milano, Treves, 1915; in La rallegrata, Firenze, Bemporad, 1922. Ora in Id., Novelle per un anno, a cura e con un saggio di Pietro Gibellini, tomo I, Prefazioni e note di Novella Gazich, Firenze, Giunti, 1994, pp. 472-79; la definizione è a p. 473.

La contraddizione fondamentale dei tempi moderni può essere rappresentata solo attraverso una specola particolare, privilegiata, caratterizzata da un’ineliminabile e melanconica ambivalenza, quella concettualizzata nel noto saggio su L’umorismo.[13]

 [13] Id., L’umorismo, Lanciano, Carabba, 1908; poi Firenze, Battistelli, 1920, II ed. aumentata. Rimandiamo all’edizione Garzanti del 1995, con Introduzione di Nino Borsellino e Prefazione e note di Pietro Milone, ottima per la completezza e l’articolazione dell’apparato critico-bibliografico. Non può mancare, a proposito de L’umorismo, il riferimento al prezioso studio (ormai un classico della critica) di Wladimir Krysinski, Il paradigma inquieto. Pirandello e lo spazio comparativo della modernità, trad. italiana di Corrado Donati, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1988.

Pirandello non sembra voglia escludersi dalla turba dei “disajutati”: benché non lo dichiari esplicitamente e rappresenti con tono di biasimo la situazione di«inanismo contemporaneo», egli lascia intravedere la propria fisionomia tra gli eremiti dell’esistenza, per i quali la vita appare un «inutile giuoco d’atti e parole» (e le lettere del periodo lo confermano: quelle dirette alla fidanzata Antonietta Portulano e le giovanili da Palermo e da Roma):[14] essi trascinano l’esistenza, sciolti d’ogni legame, sino a sentirsi «come estranei alla vita, disinteressati e senza curiosità»; oppressi dal «disgusto invincibile per la tanta volgarità quotidiana», dalla noia e dal tedio che l’«osservazione fredda e spassionata» dei sentimenti e delle azioni altrui ingenera negli animi.

 [14] Vd. le Lettere d’amore di Luigi ad Antonietta, a cura di Alfredo Barbina, in «Ariel», 1986, 3, pp. 213-15; le Lettere giovanili da Palermo e da Roma (1886-1889), con Introduzione e note di Elio Providenti, ivi, 1996; e inoltre Enrico Ghidetti, Pirandello: il protagonista “disajutato” [1989], in Id., Malattia, coscienza e destino. Per una mitografia del Decadentismo, Firenze, La Nuova Italia, 1993, in particolare le pp. 95-104.

«E dopo e dopo?»,[15] ci si chiede; ma non ci si può sottrarre al flusso della vita.

 [15] Id., Arte e coscienza d’oggi, cit., in SPSV, pp. 902-903.

Eppure c’è nello Scrittore un desiderio di conoscere e di capire che penetra e si fa strada attraverso la crisi. Con il suo impegno, con la sua opera, egli manifesta un’esigenza (radicata in lui sin dall’infanzia), che è anche inesausta volontà di comunicare nonostante tutto, volontà di dialogo, di scambio. Anche la partecipazione militante al Cenacolo del Fleres – quasi una realizzazione circoscritta, minore non per qualità ma per estensione, dell’ideale leopardiano di “società stretta” [16] – può rientrare in questo intento dialogico.

 [16] In merito, vd. Ezio Raimondi, Letteratura e identità nazionale, Milano, Bruno Mondadori, 1998, pp. 50 sgg.

Nel secondo discorso dedicato a Giovanni Verga (3 dicembre 1931), Pirandello si annovererà tra gli scrittori «di cose», come Dante, Machiavelli, Ariosto, Leopardi, Manzoni e lo stesso Verga; e nell’ultimo periodo di vita – Alvaro ne fu testimone – , avrebbe avvertito questo sentimento di appartenenza alla stessa famiglia letteraria, rileggendo, con fervore originario, i grandi scrittori del passato, Boccaccio e Shakespeare; e, con sempre rinnovata ammirazione, Anatole France, e i russi, soprattutto Dostoevskij, dai quali, diceva, aveva «ricevuto le impressioni più forti».[17]

 [17]  Vd. Pirandello, Giovanni Verga, Discorso alla Reale Accademia d’Italia per il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dei Malavoglia, in SPSV, pp. 391 sgg.; e Id., Intervista con Giulio Caprin per «La lettura», 1° marzo 1927, in Gaspare Giudice, Pirandello, Torino, UTET, [1963] 1960, p. 538.

Mario Pomilio, a proposito della concezione pirandelliana dell’arte e della vita, ha osservato: «[… ] l’eccezionale risorsa di Pirandello consisté nell’aver subito intuito che la sua strada di scrittore [… ] passava proprio attraverso» il «crollo delle strutture positivistiche» e dei «moduli sperimentali o naturalistici», «ricavandone una poetica della ‘vita nuda’, della ‘natura senz’ordine, almeno apparente, irta di contradizioni’, e facendone la sua forza».[18]

 [18]  Pomilio, La formazione critico-estetica di Pirandello, cit., p. 39.

Sulla medesima linea si collocano le conclusioni di Leone de Castris: «Nessuno più di Pirandello ha scavato fino alle conseguenze estreme nella patologia immedicata della coscienza moderna, ma nessuno più di lui ha sofferto la responsabilità della storia».[19]

 [19]  Arcangelo Leone de Castris, Storia di Pirandello, Roma-Bari, Laterza, [1962] 1989, p. 13. Per ulteriori approfondimenti, rinviamo a Pirandello e la cultura del suo tempo, a cura di Stefano Milioto e Riccardo Scrivano, Milano, Mursia, 1984; e, almeno, agli studi di Claudio Vicentini, L’estetica di Pirandello, ivi, [1970] 1985; e di Renato Barilli, da ultimo raccolti in Pirandello. Una rivoluzione culturale, ivi, 1986.

Comunicare, o averne l’intenzione, vuol dire farsi «allievi della vita», come avrebbe dichiarato Pirandello nel discorso di Stoccolma, al consesso degli Accademici di Svezia per l’assegnazione del Nobel (10 dicembre 1934), in risposta all’acclamazione corale: «Sono stato un buon allievo; un buon allievo non alla scuola, ma nella vita; un buon allievo che ha cominciato raccogliendo con un’intera buona fede tutto ciò che apprendeva… L’attenzione continua, e l’intima serietà con le quali seguii questo insegnamento, sono testimonianza di un umile e amoroso rispetto» e di un’«innocenza» [20] nei confronti della vita, con tutte le sue amarezze e sofferenze.

 [20]  Citato in Giudice, Pirandello, cit., p. 532.

Per sua diretta ammissione non era un bibliofilo: ciò che contava per lui era soprattutto lo “spirito” di un libro, cioè il suo significato più profondo e riposto, nel quale si riflette lo spirito dell’autore, la sua volontà, la sua immaginazione, i suoi sentimenti, idealità e tendenze, ovvero il centro della sua vita interiore. L’arte può anche farsi anticipatrice dei germi nuovi, proiettandosi in avanti, prefigurando il futuro; o farsi interprete dei tempi caotici, penetrando tuttavia a tal punto nella realtà da non essere decifrabile, riconoscibile ai contemporanei. Di qui, la necessità di perseverare fiduciosi, «lavorando nell’ombra con la tenace e vigile pazienza dei forti, ribelli segretamente a tutte le tirannie del tempo, alle idee comuni, che formano quasi l’atmosfera morale e intellettuale di esso».[21]

 [21]  Pirandello, Un critico fantastico, in «Nuova Antologia», 16 marzo 1905, col titolo Alberto Cantoni, come introduzione alla prima puntata del romanzo L’illustrissimo; poi, come secondo saggio, nella raccolta Arte e scienza, Roma, W. Modes, Libraio-Editore, 1908; in SPSV, p. 387.

L’affermazione dello Scrittore testé riportata testimonia, a nostro giudizio, l’adesione di Pirandello ad un’etica del lavoro intellettuale che si basa su «serietà, altezza e nobiltà d’intenti»,[22] qualità che Pirandello apprezzava in Verga e in ogni grande scrittore.

 [22]  Pirandello, Giovanni Verga, Discorso di Catania, 2 settembre 1920, tenuto al Teatro Massimo Vincenzo Bellini per l’ottantesimo compleanno del Verga; in SPSV, p. 409.

È una riflessione, quest’ultima, che non contraddice «la qualità consapevolmente orientata della denuncia pirandelliana [… ]. Pur se non l’autorizzi una prospettiva sicura di valori», ha sottolineato Arcangelo Leone de Castris, «esiste un implicito dover essere nel cammino dell’uomo pirandelliano, una ricerca sempre vana e sempre delusa, e tuttavia tendenzialmente più forte della negazione e della sconfitta».[23]

 [23]  Leone de Castris, Storia di Pirandello, cit., p. 18.

Allo Scrittore stava a cuore, infatti, un’unica, «semplicissima» cosa: «la coscienza di aver fatto umilmente e nobilmente il proprio dovere»,[24] come confidava a Marta Abba in alcuni luoghi, dai toni vibranti e al contempo austeri, delle lettere a lei destinate. Il lavoro, la scrittura, dunque, erano «l’unica sua salvezza»;[25] e questo lo diceva «uno che per lo spirito» aveva «combattuto tutta la vita e che per lo spirito seguitava ancora a combattere e a soffrire».

 [24]  Pirandello, Lettera a Marta Abba dell’8 agosto 1930, in Pirandello. Lettere a Marta Abba (1925-1936), a cura di Benito Ortolani, Milano, Mondadori («I Meridiani»), 1995, p. 538.

 [25]  Id., Lettera del 28 dicembre 1930, ivi, p. 576.

Se il corpo muore, si confidava l’Autore, lo spirito sopravvive come soffio vitale, respiro dell’anima, luce della mente, con le sue fantasie e i suoi ideali più elevati che nell’arte prendono forma, conseguendo finalmente la pienezza della realizzazione: «[… ] Bisogna abituarsi al pensiero d’una non lontana morte. Morte del corpo. Lo spirito non muore».[26]

 [26]  Id., Lettera del 26 marzo 1932, ivi, p. 957.

«Solo lo spirito», dunque, «in qualche momento sublime, può levarsi a un volo rapidissimo, comprensivo, avvolgente, e accogliere in sé tutta la vita. È l’epopea d’un attimo!», aveva affermato l’Autore in un articolo del 1906.[27]

 [27]  Id., La vita che non viviamo, «Il Momento», Torino, 28 gennaio 1906; in Sarah Zappulla Muscarà, Pirandello in guanti gialli (con scritti sconosciuti o rari e mai raccolti in volume di Luigi Pirandello), Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1983, p. 299.

La letteratura, allora, trascendendo le contingenze storiche, si rivela il luogo privilegiato e insostituibile in cui si dà voce allo spirito, che – nel contesto di queste riflessioni pirandelliane – equivale anche a una fonte di conoscenza: una conoscenza “olistica”, cioè immediata, essenziale, sintetica, non surrogabile da nessun’altra attività dell’intelletto; né tantomeno raggiungibile dalla scienza, incapace di fondare un nuovo statuto gnoseologico ed etico della realtà.
Si può essere presenti in modo muto e contemplativo; oppure, come sosteneva Pirandello, si può accedere alla “presenza” attraverso la parola, attraverso il dialogo sovranazionale tra i grandi spiriti “sinceri” d’ogni luogo e tempo: in questo senso la letteratura è insostituibile, attraversa e supera i tempi e la crisi; sa cogliere l’unità nella differenza e, perciò, sa “comprendere” la condizione umana: «[… ] forse non c’è oggi sulla terra uno spirito che più comprenda della vita e tanta ne sappia accogliere in sé, quanto il mio; [… ] questo spirito [… ] oggi vive sulla terra per comprenderne tutta la vita e dare agli altri il modo d’intenderla e di concepirla».[28]

 [28]  Id., Lettera a Marta Abba del 26 luglio 1931, in Pirandello. Lettere a Marta Abba, cit., p. 824.

La letteratura e la critica sono gli unici luoghi nei quali è possibile realizzare un raccordo tra il sostrato «meccanicistico e positivo»[29] del pensiero di Pirandello e «l’esigenza spiritualistica e finalistica»[30] pur presente nel suo orizzonte intellettuale: insieme con lui crediamo che nell’arte, nella sua forza transitiva e unificante, nell’impegno gratuito della volontà, si possa ancora oggi intravedere la speranza di un risarcimento, forse un bagliore di verità.

 [29]  Leone de Castris, Storia di Pirandello, cit., p. 10.

 [30] Ibidem.

Assunta De Crescenzo

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