Pirandello Stefano – Timor sacro

Pirandello Stefano – Timor sacro

Biblioteca Pirandelliana

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Timor sacroStefano Pirandello

Timor sacro

a cura di Sarah Zappulla Muscará
Bompiani Editore – 2011 – pp. 336
Collana Narratori Italiani
Prezzo di copertina, Euro 14,00

Romanzo di tutta una vita, l’inedito “Timor sacro” di Stefano Pirandello, ripercorsa, per obliqui e misteriosi rimandi autobiografici, attraverso la narrazione di “due vite a specchio”, quella dello scrittore Simone Gei, irretito nella stesura di un’opera di esaltazione del fascismo, e quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe. Fra fedeltà alla memoria e trasfigurazione letteraria, in un sottile, turbinoso giuoco di rinvìi, ribaltamenti, sovrapposizioni, con i componenti della tormentata famiglia Pirandello e gli amici più intimi di Luigi e di Stefano, s’accampano esponenti di primo piano della politica e della cultura. In un’alchemica combinazione di storia individuale e collettiva e di artificio narrativo, il romanzo “Timor sacro” mescida vagabondaggi affabulatori con episodi realmente accaduti, lumeggiandone aspetti controversi, il consenso dilatato, la proclamazione dell’impero, la pena di morte, la figura del Boia, le leggi razziali. Dispiegandosi su un doppio registro, interiore ed esteriore, “Timor sacro” è insieme serbatoio di verità e mascheramento della realtà. Pervaso dall’ansia di un’irraggiungibile perfezione, lo scrittore Simone-Stefano consente al lettore di sorprenderlo nell’affanno della creazione. “Timor sacro” si dipana infatti lungo il resoconto dell’arduo farsi e disfarsi del romanzo per tentativi esaltanti ed esiti deludenti…


Recensione di Massimo Maugeri

da La Poesia e lo spirito

TIMOR SACRO di Stefano Pirandello 

Qualcuno lo indica già come uno dei nuovi possibili casi letterari. Un romanzo postumo, firmato da un autore che porta uno dei cognomi più celebri della storia della letteratura. Un cognome che, probabilmente, lo ha penalizzato. Non è facile, infatti, essere figli di Luigi Pirandello e portare avanti il sogno, o meglio, la “necessità” della scrittura cercando di sfuggire al fastidioso e inevitabile peso del confronto. È quello che è successo a Stefano Pirandello, primogenito di Luigi, scrittore raffinato, schivo, “costretto” a ricorrere a uno pseudonimo per pubblicare i suoi lavori senza incorrere, appunto, nel rischio di rimanere oscurato dall’ombra paterna.
Il lavoro di tutta una vita di Stefano Pirandello, cominciato negli anni Venti e riveduto più volte fino alla scomparsa dell’autore (avvenuta a Roma il 5 febbraio 1972), è un romanzo che vede la luce per la prima volta in questi giorni grazie all’impegno editoriale della Bompiani e alla cura dell’ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Catania Sarah Zappulla Muscarà (che ha già avuto il merito di dare nuovo lustro alle opere di Giuseppe Bonaviri, Ercole Patti e Sebastiano Addamo). Si intitola “Timor sacro” (Bompiani, pagg. 336, € 14,00) ed ha caratteristiche metanarrative giacché il protagonista, lo scrittore Simone Gei (alter ego dell’autore), è alle prese con la stesura di un’opera di esaltazione del fascismo. Nella narrazione, la storia di Gei si alterna a quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe.
Sono molteplici gli elementi di interesse di questo romanzo. Tra questi, come già accennato, l’aspetto metaletterario (“Timor sacro” è un romanzo sulla genesi del romanzo, dunque un metaromanzo), ma anche la natura autobiografica e i riferimenti – sebbene mascherati e trasfigurati – ai componenti della tormentata famiglia Pirandello (il padre Luigi, la madre Maria Antonietta Potulano, i fratelli Fausto e Lietta), agli amici più intimi di Luigi e di Stefano e a varie personalità di quegli anni. Non è difficile riconoscere tra le righe del libro letterati del calibro di Corrado Alvaro, Corrado Pavolini, Massimo Bontempelli, o politici come Ciano e Bottai, o scrittori come D’Annunzio, Malaparte, Alberto Savinio, Silvio D’Amico. Ma da “Timor sacro” emergono anche i risvolti inevitabili di un’epoca: la proclamazione dell’impero, la pena di morte, la figura del Boia, le leggi razziali. Su tutto, si erge il forte legame con il padre. Un legame che è totale, ma al tempo stesso tormentato. Amoroso, eppure tirannico. Non vanno peraltro dimenticati i numerosi richiami alla contemporaneità. A titolo di esempio, e con riferimento alle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia e all’esaltazione della bellezza artistica e culturale del nostro paese, va senz’altro ricordato l’episodio in cui l’albanese Selikdàr contempla nella Galleria Borghese le suggestioni coloristiche del quadro di Tiziano, “Amor sacro e amor profano”.
“Romanzo pericoloso e di tutta una vita, l’inedito Timor sacro”, – scrive nella prefazione Sarah Zappulla Muscarà – “erudito, alchemico, cui compete la dimensione dell’immaginario, come vuole Milan Kundera, ma pure della realtà, talora tragica, inesorabilmente violentata e compassionevolmente stravolta”. Romanzo che, prosegue poco dopo la Muscarà, “dell’itinerario esistenziale di Stefano ripercorre le tappe fondamentali. L’entusiasmo irredentista, la partenza per il fronte, la dura cattività, la beffa risorgimentale, il non facile reinserimento del reduce, la vicenda amorosa, l’emancipazione dal padre, la scelta definitiva dell’arte”.
Diversi, dunque, i motivi per leggere “Timor sacro”. E il fatto che questo romanzo raggiunga per la prima volta gli scaffali delle librerie, dopo quasi quarant’anni dalla morte del suo autore, conferma la veridicità del titolo dell’ultimo intenso capitolo dell’opera: “Il libro traversa la vita e va oltre”.

Massimo Maugeri


Recensione di Luisa Gasbarri

da Sololibri.net

TIMOR SACRO – Stefano Pirandello

Ci sono libri fatti di personaggi, storie, atmosfere. E poi ci sono libri fatti di libri. Libri autoreferenziali che si concentrano ostinatamente su se stessi, sul loro farsi (o disfarsi), svelando spesso, nel loro costruirsi progressivo, una gioia epifanica, quasi liberatrice, come sfoghi troppo a lungo covati, rimandati. Altri tradiscono invece tutte le perplessità più ingenerose di un problematico offrirsi, e con manieristica determinazione si smontano sotto i nostri occhi isterici e metamorfici quanto liquide geometrie. I testi che sono testimonianza viva di un divenire sofferto delineano il ponte faticosamente tracciato dal pensiero astratto alla concreta forma artistica fissata per sempre.

Che cosa sono i libri in fondo? Congegni malevoli che ci prosciugano con austera ingordigia o naturali propaggini del nostro essere? Sogni rivestiti di parole o bisogni messi a nudo sulla carta? O semplicemente l’insieme infinito delle interpretazioni cui ambiguamente si prestano? In quest’ultimo caso non apparterrebbero dunque a chi li scrive, ma a chi li legge soltanto. Nel Novecento furono interrogativi che accomunarono un Mallarmé a un Sartre, il formalismo russo agli audaci sperimentalismi delle avanguardie. Si può infatti fare a meno dell’opera d’arte, quando, pur urgendo in noi l’istanza espressiva, lo slancio creativo, si paventa che i mezzi a disposizione non corrispondano, per loro intrinseca debolezza, alla possibilità di un atto artistico compiuto? E come superare gli scarti tra la vita indisciplinata e la forma – gabbia leibniziana fatta di irreggimentate parole messe in fila – se non restando circoscritti alla claustrofobia di quest’ultima, dal momento che solo alla Letteratura è dato d’interrogare di continuo se stessa, trasfigurando il movimento dell’essere negli infiniti rimandi intertestuali tra le opere che le appartengono? Va quindi da sé che esistono libri difficili da scrivere, portarti dentro per anni, che rappresentano alla fine, per quanto inclassificabili e mobili ancora, certo non romanzi ordinari ma coraggiose, talora crudeli rese dei conti, spudorati bilanci filosofici e letterari. Tali libri sono talora difficili persino da leggere: la loro filigrana è un sovrapporsi di snodi cruciali, di scelte sofferte viranti in metanarrativa, di percorsi imboccati a ritroso nel nome della Kristeva più audace, che esalta il potere del frammento proprio laddove il contesto non è più un tutto, ma il luogo dove meglio ogni scheggia assume il suo valore catartico, corrosivo, celebrativo.

Stefano Pirandello doveva liberarsi di un peso: il confronto ineludibile con un padre famoso, un genio assoluto. La sfida lo portò ad affrontare i suoi ostinati demoni, in particolare quello della genesi complessa di un libro che sarebbe stato la ‘summa’ di una vita: qui l’autore, la sua proiezione nello scrittore-attante, poi il protagonista del romanzo cui egli si sta dedicando – nella duplice dimensione di modello reale e invenzione fittizia -, le costellazione familiari di entrambi (ci sono padri, madri, figli, mogli…) entrano in scena insieme, convulsamente catturati in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, quando agli intellettuali si chiedeva di omaggiare il regime redigendo libri ispirati a una sorta di ‘realismo fascista’. E il libro paradossalmente arriva a esistere, mentre lo leggiamo, pur nel suo recalcitrante, continuo negarsi. Autobiografico e reticente. Oscuro e (im)potente. Consapevolmente destinato ai lettori più forti e smaliziati.

Luisa Gasbarri


Recensione di Salvatore Ferlita

da la Repubblica – del 12 ottobre 2011

QUEL ‘TIMOR SACRO’ DEL GIOVANE PIRANDELLO

Romanzo esorcistico sin dal titolo, “Timor sacro” (Bompiani) di Stefano Pirandello: una sorta di atto apotropaico della scrittura, talismano d’ inchiostro con cui tenere a bada lo spirito beffardo del padre, don Luigi. Da oggi in libreria, per le cure di Sarah Zappulla Muscarà, il romanzo inedito del figlio del drammaturgo agrigentino agglutina in sé rancori, idiosincrasie, frustrazioni, lacerazioni e risentimenti, improvvisi slanci affettivi e disperate ribellioni, in un impasto tumultuoso e spiazzante. È l’ opera di cui si sospettava l’ esistenza, a petto di un rapporto, quello tra il padre famoso e il figlio che con lui condivide la passione per la scrittura, degno di un romanzo di Federigo Tozzi. Una sorta di rivalsa e insieme risarcimento, per uno che era talmente soggiogato dal talento paterno da firmarsi con lo pseudonimo di Stefano Landi. Ma che adesso, nella condizione postuma, finalmente si libera di quella corazza nominale, per appropriarsi definitivamente del vero cognome. “Timor sacro” è infatti la declinazione letteraria del legame tormentato tra figlio e padre, che non risparmia di certo passaggi spietati, affondi autobiografici che riguardano la figura del genitore, posseduto dal demone della scrittura, che attinge a piene mani al serbatoio famigliare, come da un cilindro magico e insieme perverso. Un figlio votato, quasi consacrato al padre, che però registra sovente scatti di indignazione, mascherando recriminazioni, censurando empiti edipici. Il romanzo in questione è l’ opera di tutta una vita: ad esso lavorò Stefano sino alla fine dei suoi giorni, facendone una sorta di laboratorio della scrittura e insieme di stanza della tortura. Anche perché, e questo è il secondo aspetto che affascina, “Timor sacro” si configura alla stregua di un metaromanzo, ossia di un’ opera all’ interno della quale l’ autore riflette continuamente sulle ragioni della sua ispirazione, dannato a una sorta di transumanza dei generi, in uno sforzo di riscrittura continua, di ripensamenti. Ma procediamo con ordine: la trama racconta della parabola esistenziale di Simone Gei, alter ego di Stefano Pirandello, scrittore tormentato al quale viene commissionato dal regime un romanzo sulle vicende di un ragazzo albanese, Selikdar Vrioni, che vuole lasciare a tutti i costi la sua patria, ossia l’ Albania, per trovare rifugio nell’ Italia fascista. Gli ingredienti, dunque: uno scrittore alle prese con la sua opera e con un padre invasivo, la vicenda di un perseguitato, sullo sfondo della guerra in Albania, il ventennio, e a ritroso, il Risorgimento italiano. A fare da contorno, figure quali Savinio, Alvaro, Bontempelli, allineati accanto a Pavolini, Bottai, Balbo, Ciano e Interlandi. Romanzo dunque attraversato, alla stregua di un filo elettrico, da continue scariche: quelle politico-ideologiche, quelle famigliari, e soprattutto lo scrutinio e il rovello metaletterario. Forse troppa carne al fuoco, in un’ opera per la quale l’ autore non ha scritto la parola fine, quasi condannandolo alla condizione postuma, ideale per uno come Stefano Pirandello. Una sorta di ricapitolazione, nella quale il consenso al regime, la proclamazione dell’ Impero, la pena di morte, le leggi razziali, la figura del boia, quella paterna, sagoma demoniaca, si agglutinano. Il tutto, declinato seguendo un doppio registro, quello di un’ interiorità lacerata e sanguinante, e quello esteriore, che riguarda un frangente storico che ha segnato dolorosamente il nostro passato e che allunga minacciosamente la sua ombra sino al nostro presente. Attenzione: “Timor sacro” è solo la conferma di un buon talento, quello di Stefano appunto, cui si deve il romanzo “Il muro di casa”, firmato però con lo pseudonimo, pubblicato da Bompiani e vincitore negli anni Trenta del premio Viareggio: firmandosi Landi, va ricordato, Stefano aveva composto una commedia intitolata, guarda caso, “Un padre ci vuole”: «Quanto di vero in questa affermazione?» chiosava maligno Alberto Savinio in “Maupassant e l’ altro”. Per poi continuare: «Stefano Landi è, come tutti sanno, il figlio di Luigi Pirandello». Qui Savinio sfiora la vera crudeltà: quel “come tutti sanno” infatti risuona oggi alla stregua di un beffardo scacco del destino, il tiro allo sberleffo di un “Caso-Caos”(Pirandello maior docet ), la rivincita di un cognome troppo ingombrante per potersene liberare definitivene. E come il ritorno del rimosso, eccoci dunque Stefano Pirandello quale autore di questo romanzo che si può leggere anche come una sorta di involontaria riflessione saggistica sulla genesi di un’ opera, e che attraverso mascheramenti e laceranti verità, consegna al lettore di oggi un tassello fondamentale del tragico mosaico della più nota e tormentata famiglia del Novecento letterario italiano. Ma configurandosi anche alla stregua di un romanzo civile e politico della nostra storia.

Salvatore Ferlita


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