Casella Paola – Strumenti di filologia pirandelliana

Casella Paola – Strumenti di filologia pirandelliana

Biblioteca Pirandelliana

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Strumenti di filologia pirandellianaPaola Casella

Strumenti di filologia pirandelliana

Complemento all’edizione critica delle Novelle per un anno
Saggi e bibliografia della critica

Longo Editore1996 – pp. 256
Prezzo di cop. Euro 25,00

Recensione di Tullio Pagano

Dickinson College – Italian Studies Faculty – Carlisle, PA – USA

da thefreelibrary.com

Il libro di Paola Casella si divide in tre parti. Nella prima l’autrice esamina i testi, finora inediti, di ventisei novelle pirandelliane, e li mette a confronto con quelli già inseriti nell’edizione critica delle Novelle per un anno diretta da Giovanni Macchia, di cui il libro in oggetto vuole costituire un “complemento.” Aver reso disponibili, grazie soprattutto ad indicazioni tratte dall’epistolario pirandelliano, un cosi gran numero di edizioni inedite, è un fatto di per se stesso della massima importanza. Se poi a questo si aggiunge l’acume critico con cui Paola Casella conduce la sua lettura “verticale” dei testi pirandelliani, per usare un termine usato da Borsellino nel suo ormai classico saggio sulla “stratigrafia” dell’Esclusa, appare chiaro fin dal principio che questo studio è destinato ad assumere un’importanza notevole per gli studiosi dell’opera pirandelliana.

La seconda parte del libro raccoglie alcuni saggi inediti di Pirandello, apparsi su varie riviste in un arco di tempo che va dal 1894 al 1926. In attesa della nuova edizione mondadoriana dei saggi, curata da Alfredo Barbina, anche questo contributo, per quanto modesto, ha la sua importanza. La terza parte, infine, contiene un saggio sulla ricezione critica dell’opera pirandelliana, cosi come fu vista dai suoi contemporanei, ed una lista, suddivisa per anno, delle recensioni apparse tra il 1893 e il 1936. Per quanto certamente non esaustiva, la “giunta” proposta da Paola Casella colma una notevole lacuna nella bibliografia critica curata da Alfredo Barbina, ritenuta strumento indispensabile per chi si occupa di studi pirandelliani.

Tra i ritrovamenti di novelle compiuti da Paola Casella, da segnalare è quello della prima edizione della novella “Matrimonio ideale,” pubblicata la prima volta nel 1905 con il titolo “Una novella che non farò,” di cui l’autrice da una lettura molto interessante, mettendola in relazione con il saggio pirandelliano sull’umorismo. Altra trouvaille importante è la prima edizione del “Marito di mia moglie,” riprodotta per intero negli apparati complementari, in quanto si discosta notevolmente dalle edizioni successive. Le varianti sono segnalate con notevole rigore filologico e messe sempre in relazione con l’edizione critica dei Meridiani Mondadori. Percorrendo il volume, non si può fare a meno di notare la sicurezza con cui Casella si muove nel “labirinto variantistico” delle novelle pirandelliane, sottolineando tendenze di fondo che fanno luce sull’evoluzione della scrittura e della poetica dello scrittore siciliano.

La seconda parte del volume è a sua volta divisa in due sezioni. La prima contiene tre recensioni giovanili di Pirandello, scritte tra il 1894 e 1898, periodo importante per l’autore siciliano, allora agli inizi della sua carriera di scrittore. Gli scritti, come spesso accade in Pirandello, contengono numerose digressioni di carattere teorico, in cui l’autore mette a fuoco la sua poetica: la sua predilezione per il genere comico-umoristico e il rifiuto delle mode letterarie contemporanee, quali il simbolismo, che portano gli scrittori ad usare uno stile falso ed artificiale. Da segnalare, nella recensione a una raccolta di novelle di Guido Fortebracci, stroncata proprio per l’eccessiva preziosità dello stile, un riferimento positivo ad una novella la cui trama ricorda per alcuni aspetti quella dell’Enrico IV. Pirandello si sofferma su questo testo, dandone un sommario piuttosto dettagliato. Tutte e tre le recensioni, comunque, dimostrano come l’attività critica fornisse al giovane scrittore un’opportunità per raffinare le proprie idee sull’arte, che egli andava sviluppando in quegli anni nell’ambito del cenacolo letterario romano in cui la figura piu importante era Francesco Capuana.

La seconda sezione contiene invece scritti teorici pubblicati sul Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini, tra il 1925 e il 1926. I saggi coincidono quindi con un momento cruciale della vita di Pirandello. Sono questi gli anni infatti in cui Pirandello aderisce al Fascismo, e in cui appaiono i saggi di Tilgher sulla filosofia pirandelliana, che tanta influenza avranno sia sulla critica che sull’autore stesso. Ed infatti i saggi fanno luce su entrambi gli aspetti del pensiero pirandelliano. “Il guardaroba dell’eloquenza,” in particolare, sviluppa un parallelo interessante tra i “retori” in campo letterario e quelli politici. Questi ultimi tendono ad analizzare i fatti quotidiani alla luce di concetti “astratti” quali, ad esempio, la lotta di classe. Il “vero” uomo politico, invece, analizza i fatti sempre in modo pragmatico, immergendosi per così dire in essi. Da una parte avremmo un’opera politica (e letteraria) viva, in cui Vita e Forma (il binomio caro a Tilgher) si compenetrano felicemente, dando luogo a soluzioni politiche e letterarie vincenti. Nell’opera dei “retori” invece, sia politici che letterari, la vita, cioè il fatto reale, contingente, si verrebbe a cristallizzare nell’astrattezza di una forma, senza trovare una vera soluzione né artistica né politica. Il saggio pirandelliano ricicla nella prima parte nozioni già sviluppate nel saggio sull’umorismo, ma contiene anche nuove ed importanti considerazioni di ordine politico, che rispecchiano l’ideologia fascista che l’autore aveva abbracciato coscientemente in quegli anni. Il guardaroba dell’eloquenza infatti diventa, nella seconda parte del saggio, una metafora per l’ideologia socialista, colpevole di applicare, come il retore fa nel campo letterario, le dottrine del marxismo – ritenute dal Siciliano forme ormai morte – alla realtà politica contemporanea, che invece avrebbe bisogno di quel vitalismo pragmatista che secondo l’autore era caratteristico di Mussolini.

Il saggio più bello della serie, forse perché di tono scherzoso pur nel suo intento polemico, mi è parso “La fiera della sapienza,” in cui Pirandello difende la sua spontaneità poetica, per questo aspetto simile ai bambini, contro quei critici che tendevano a leggere le sue opere in chiave quasi esclusivamente filosofica. Tutti e tre i saggi riproposti nel volume riconfermano la tecnica tipica di Pirandello, che tendeva sempre a riciclare idee e talvolta interi paragrafi di saggi precedenti. Lo stesso succede anche in questi articoli degli anni venti, come mostra Paola Casella nelle sue note, che rimandano con precisione a saggi scritti da Pirandello quindici o venti anni prima.

La terza parte del libro Paola Casella raccoglie un gran numero di recensioni critiche dell’opera di Pirandello. Un lavoro di notevole importanza, in quanto le bibliografie critiche pirandelliane riportano pochissime recensioni pubblicate prima della metà degli anni dieci, quando Pirandello comincia ad assumere una fama notevole, grazie soprattutto alle sue opere teatrali. Il paziente lavoro di ricerca dell’autrice, condotto sui periodici dell’epoca, rivela invece che già a partire dagli inizi della sua carriera letteraria Pirandello era recensito frequentemente da giornali e riviste talvolta assai autorevoli, quali La Nuova Antologia e Il Marzocco. Dopo la pubblicazione del Fu Mattia Pascal, Pirandello viene indicato come uno dei principali novellieri italiani, e gli studi critici si intensificano sempre più. L’attenzione dei critici verte in modo dominante sull’aspetto “umoristico” della sua opera narrativa, anche se la definizione di umorismo appare spesso confusa, almeno finchè Pirandello stesso non la chiarirà nel suo famoso saggio del 1908. Sara proprio la pubblicazione dell’Umorismo ad attirare contro Pirandello le critiche più dure, a partire da quella di Croce. Sempre più spesso, dopo questa data, l’opera di Pirandello verrà accusata di eccessiva schematicità nell’applicazione delle teorie umoristiche, che determinerebbero un ripetersi continuo delle stesse soluzioni narrative. Ma la ragione più profonda per cui critici maggiori, quali Borgese, si levano contro Pirandello e la mancanza di “idealità” che scaturisce dal corrosivo umorismo dello scrittore siciliano. Il romanzo, assai atteso dalla critica, I vecchi e i giovani, pubblicato alla vigilia della seconda guerra mondiale, è condannato dalla maggior parte dei critici contemporanei per l’eccessivo pessimismo o scetticismo, due aggettivi che contrastano fortemente con il clima di revival nazionalistico di quegli anni. Una simile accoglienza sarà riservata ai Quaderni di Serafino Gubbio, del 1916. Per quanto la “Giunta alla bibliografia critica pirandelliana” proposta dall’autrice arrivi fino al 1936, l’analisi della ricezione critica compiuta da Paola Caselli si ferma al 1916, anno in cui Pirandello comincia a dedicarsi più intensamente all’attività teatrale, che lo forzerà a limitare notevolmente la sua attività novellistica, che come sappiamo era da lui prediletta.

Vorrei concludere questa breve nota sottolineando da una parte il grande valore filologico del volume qui recensito, dall’altra incoraggiando anche coloro che per la filologia non hanno molta simpatia a leggere il volume di Paola Casella, ed in particolare i saggi che accompagnano gli apparati complementari: vi troveranno osservazioni e spunti critici estremamente interessanti, a dimostrazione che la buona critica letteraria non può mai prescindere da una solida base semantica e filologica.

Tullio Pagano, Dickinson College


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