Meli Piero – Luigi Pirandello. Pagine ritrovate

Meli Piero – Luigi Pirandello. Pagine ritrovate

Biblioteca Pirandelliana

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Luigi Pirandello. Pagine ritrovatePiero Meli

Luigi Pirandello. Pagine ritrovate

Sciascia editore – 2010 – pp. 160
Prezzo di copertina, Euro 14,00

Di tanto in tanto appare qualche testo che riporta alla luce opere di Pirandello pubblicate, durante l’arco della sua vita, per la prima volta su riviste e quotidiani più o meno importanti. Anche questo testo di Meli raccoglie opere “ritrovate”: una scena del secondo atto di “Vestire gli ignudi” […], recensioni a testi di poesia e critica per lo più di amici, il racconto “Natale al polo”, e «modificazioni e varianti importanti» (p. 114) di tre novelle “I pensionati della memoria”, “Come gemelle”, “Zuccarello, distinto melodista”. Di capitolo in capitolo il materiale è presentato da Meli con un discorso puntiglioso, minuto, accurato, dal taglio storico-bibliografico, ricco di note, di informazioni e interpretazioni, teso a correggere sviste, inesattezze ed errori commessi da critici, biografi e curatori delle opere di Pirandello attraverso gli anni (ad es. Lo Vecchio-Musti, Taviani).

Di particolare interesse è un’inedita “Intervista a Pirandello” in cui non accetta di parlare di Freud quando gli viene suggerito dall’intervistatore, ma parla apertamente di amore infantile per una certa Elvira, che «potrebbe anche essere più semplicemente un’invenzione del Pirandello, un’occasionale bugia da offrire all’intervistatore; oppure, chissà, potrebbe essere davvero il primo amore, svelato in un momento di spontaneità, di sincerità» (p. 12); delle impressioni ricevute dalla lettura di Marco Polo; dei suoi sogni che allegorizzano una realtà triste e lugubre, dai quali forse origina il suo temperamento artistico di scrittore umoristicamente fantastico: «Io ho sognato una volta, da bimbo, gli amori di due crisantemi. Ho sognato che due di questi fiori così composti nella loro malinconia, si amassero sino a diventarne pazzi e ad accapigliarsi comicamente nella loro spasmodica passione. Chi sa che il mio amore e la mia arte non siano nati da quel primo sogno? Che tutta la mia arte non sia altro che un’orgia di crisantemi impazziti» (p. 15).
Infatti varie recensioni ripescate dallo studioso evidenziano che Pirandello è un vorace lettore degli scrittori e dei poeti del suo tempo, inclusi quelli stranieri che legge anche in traduzione italiana quale Walt Withman; che segue le opere sperimentali di scrittori d’ispirazione fantastica e non fantastica dandone giudizi di valore […].


Recensione di Giuseppina Amalia Spampanato

da progettoblio.com

Piero Meli, instancabile esploratore, scandagliando vecchi archivi polverosi, strappa all’oblio interessanti documenti, confermando come su Pirandello, nonostante le incessanti indagini, ci sia ancora molto da dire. Il suo lavoro, Luigi Pirandello. Pagine ritrovate, restituisce alla memoria collettiva vicende biografiche, incontri, scambi epistolari che animarono il dibattito culturale italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il testo raccoglie opere pirandelliane rimaste ai margini dei percorsi critici: interviste sconosciute; recensioni a testi poetici e critici; la stesura iniziale di una scena di Vestire gli ignudi; il racconto dimenticato Natale al Polo; modifiche e varianti di tre novelle, I pensionati della memoria, Come gemelle, Zuccarello, distinto melodista, apparse su «Le grandi firme». Un libro su Pirandello, ma non solo. Partendo dal ritrovamento di alcuni documenti inediti o dimenticati, Meli tesse la rete dei rapporti umani e professionali che ruotano attorno a Pirandello: vite che s’intrecciano, amicizie che riportano alla ribalta figure di scrittori dimenticati e il fervore culturale che anima le riviste letterarie dell’epoca.

In un’intervista, rimasta sepolta a lungo nel libro di Eugenio Giovannetti, Quand’amai la prima volta. Confessioni dei più illustri contemporanei, pubblicato da Treves nel 1928, Pirandello svela il suo primo amore, conosciuto a Girgenti, a sette anni, per una certa Elvira, amica della sorella. A rendere interessante l’intervista, però, è piuttosto la preziosa rivelazione sull’origine della propria arte. L’intervistatore, associando al racconto dell’amore precoce la teoria freudiana delle nozze infantili, riporta alla mente dello scrittore le impressioni ricevute dalla descrizione in Marco Polo dei matrimoni tra i bambini morti presso i Tartari e fa affiorare, nella sua fervida fantasia, l’immagine dei crisantemi autunnali, figli di fanciulli morti. Questa lugubre «romanticheria» nasce da un sogno fatto da bambino, in cui due crisantemi, composti nella loro malinconia, si amano «sino a diventarne pazzi e ad accapigliarsi comicamente nella loro spasmodica passione» (p. 15). L’arte amaramente comica di Pirandello, «orgia di cristiani impazziti», così come lui stesso la definisce, ha origine da un trauma infantile. Quei crisantemi egli non li sognò, li vide: due adulteri «a Girgenti, nella torre adibita a morgue, accanto alla panca dov’era disteso il cadavere d’un uomo […] cercavano l’amore accanto alla morte» (p. 13). Si tratta di quella commistione profonda tra eros e thanatos, già messa in luce da Sciascia: «Sempre in Pirandello l’amore avrà questo sentore di morte. Non l’idea della morte: ma la fisica putrescente presenza della morte. O sarà intorbidito dalla pazzia. O avvelenato dalla incomprensione e dai tradimenti» (L. Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1968, p. 64).

Un particolare valore documentario rivelano le vicende legate alla commedia Vestire gli ignudi. Pirandello scrisse una sola volta sulla rivista genovese voluta da d’Annunzio, «Le opere e i giorni», nel fascicolo n. 4 del 1° giugno 1922, proprio in occasione di Vestire gli ignudi, ancora in fase di elaborazione: come anticipazione del suo lavoro, riportò una scena del secondo atto, la cui stesura, tuttora sconosciuta ai bibliografi di Pirandello, presenta notevoli varianti sceniche, espressive e didascaliche, rispetto a quella definitiva. Altra curiosità che Meli scopre sfogliando questa stessa rivista, è nella rubrica Commenti e notizie, fascicolo n. 2 del 1° aprile 1922, dove compare un anonimo resoconto su «Sei personaggi in cerca d’autore» in Inghilterra: apprendiamo così d’una seconda rappresentazione londinese di Sei personaggi(oltre a quella al Kingsway Theatre del 26-27 febbraio 1922, per la traduzione inglese di Edward Storer, ricavabile dalle notizie di Manlio Lo Vecchio-Musti e di Alessandro d’Amico), di cui è traduttrice la signora W. A. Greene, avvenuta nei primi di marzo del 1922, alla «Scene society» e della quale finora nulla si sapeva. La vicenda che maggiormente cattura l’attenzione del lettore è la vivace polemica sorta tra Pirandello e la vedova dell’amico e maestro Luigi Capuana, Adelaide Bernardini. Quest’ultima, gridando allo scandalo, scrive una lettera in cui accusa il Pirandello della commedia Vestire gli ignudi di aver plagiato la trama d’un racconto del marito, Dal taccuino di Ada, della raccolta Il braccialetto, del 1898. In effetti, il canovaccio delle due opere è lo stesso, sebbene cambino i nomi dei protagonisti e l’ambientazione, ma non si tratta di un plagio. Entrambi gli autori attingono a un fatto di cronaca risalente all’estate del 1895, quando sui giornali comparvero la lettera di addio al mondo e alcune poesie di una giovane donna che aveva tentato il suicidio. La protagonista di quel fatto realmente accaduto, cui s’ispireranno i due scrittori, con particolari in parte aderenti alla realtà, ma sempre filtrati dalla trasposizione letteraria, è Adelaide Bernardini, futura signora Capuana. A lei, maestra di scuola, venuta dall’Oriente a Roma per trovare un’occupazione e avvelenatasi per una delusione, scriverà in ospedale Luigi Capuana, dietro lo  pseudonimo di Renato, per offrirle dapprima solo un posto di copista e segretaria e poi, col tempo, il cuore (notizie che apprendiamodirettamente da una lettera di  Capuana a Corrado Guzzanti, dell’aprile del 1897). Inizialmente, Pirandello si impone di non rispondere all’accusa della Bernardini; poi rilascia un pungente intervento su «L’Epoca» del 22 novembre 1922, dichiarando di aver attinto a «documenti umani», casi della vita di cui furono testimoni «vecchi amici, tra i quali […] Lucio D’Ambra, Ugo Fleres e il maestro Saya» (p. 40). L’accusa di plagio, partita forse dalla volontà di richiamare l’attenzione sugli scritti del marito, finirà per rivoltarsi contro la stessa Bernardini, «mettendo a nudo», scrive Meli, la vita privata dei coniugi Capuana e intessendo la trama di un romanzo sentimentale, che insinuerà dubbi sui confini tra creazione artistica e realtà storica. Meli non si accontenta della superficie, scava in profondità, alla ricerca delle motivazioni che possono aver spinto la Bernardini all’accusa di plagio. Ritenendola «donna stupidissima e vana» (p. 43), Pirandello disapprovava le sue nozze con l’anziano amico e conterraneo, un ménage che avrebbe portato Capuana alla dissipazione dei propri averi e, nel 1902, a un tentativo di suicidio per disperazione. Il loro matrimonio non era altro che una delle tante rappresentazioni tragicamente umoristiche dell’esistenza, che riconferma a Pirandello quanto la vita fosse una «commediaccia buffa e atroce» (lettera a Pietro Mastri del 15 febbraio del 1903, citata a p. 43). Una farsa cui era egli stesso costretto a prendere parte consapevolmente, come quando, su invito diretto del maestro Capuana, scrisse malvolentieri due recensioni alle poesie della Bernardini: la prima, alla raccolta Nuove Intime, pubblicata su «Ariel» il 22 maggio 1898 e firmata con lo pseudonimo di Prospero; la seconda, alla raccolta Flos Animae, comparsa su «Il Marzocco», a. V, n. 27, l’8 luglio 1900 e firmata con la sigla L.P. In quest’ultima, totalmente dimenticata e strappata all’oblio da Meli, Pirandello si sforza di dissimulare la sua scarsa ammirazione per la vena artistica della Bernardini, coprendo il testo con «ovvietà, imbellettatura, se non fosse per il solito colpo d’ala, lo scatto d’orgoglio dello scrittore agrigentino, a pescare l’immancabile pagliuzza» (p. 61): una piccola critica al verso che “suona” male e che si permette persino di correggere.

Nella sua attenta ricerca, Meli riesuma il contributo di Pirandello a due importanti riviste: la «Rassegna Siciliana di Storia, Letteratura e Arte» e «Roma letteraria». Sulla prima interviene con una poesia, La pioggia benefica, dedicata a Raffaele Grisolia, con varianti e aggiunte a Intermezzo lieto, VI, di Mal Giocondo (mai rilevate, ma solo citate tra le «prime stampe» da Lo Vecchio-Musti) e con due recensioni: una a un libro di Note critiche di Andrea Maurici, l’altra a Canti e prose ritmiche di Eugenio Colosi. Sulla seconda rivista compare un racconto sconosciuto, Natale al Polo, in cui uomini di lingue e nazioni diverse, idealmente abbracciati dallo stesso silenzio polare e uniti dalla «dolce e universale poesia» (p. 87) del Natale, sono lo spunto per rievocare la fanciullezza e la terra lontana, fino a una conclusione che ha l’intonazione di una preghiera. Sempre su «Roma letteraria» Pirandello scrive due recensioni tralasciate dai bibliografi: una del 10 luglio 1897, per il volume di poesie, Musa Crociata, del messinese Edoardo Giacomo Boner; l’altra del 15 novembre 1983 al libro di versi A me i bimbi! di Giuseppe Mantica. Scritti che permettono di recuperare la memoria di autori dimenticati, dei quali la scrupolosa ricerca di Meli propone anche una bibliografia essenziale, utile a chi volesse approfondirne lo studio. L’obiettivo principale del Meli è porre nuovi interrogativi metodologici, insinuare il dubbio sulla presunta lezione definitiva di alcune opere, gettando così le premesse per approfondire l’indagine di scritti negletti. Il lavoro meticoloso, dal taglio storico-biografico, dell’autore si riflette nel ricco apparato di note, dove informazioni e ipotesi interpretative, persuasive nel loro acume, rettificano inesattezze, correggono sviste, svelano testi inediti, nella selva intricata e spesso depistante dei biografi, critici e curatori delle opere pirandelliane.

Giuseppina Amalia Spampanato


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