Borsellino Nino – Il dio di Pirandello

Borsellino Nino – Il dio di Pirandello

Biblioteca Pirandelliana

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Il dio di PirandelloNino Borsellino

Il dio di Pirandello

Sellerio Editore Palermo – 2004 – pp. 176
Collana “Nuovo Prisma” n. 51

Prezzo di copertina. Euro 14,00

Una rilettura del maestro della drammaturgia novecentesca: i tratti meno noti e consueti di Pirandello-uomo e Pirandello-artista.

dal sito dell’Editore

Est deus in Pirandello, esclamò Alberto Savinio recensendo I giganti della montagna all’indomani della messinscena dell’ultimo, incompiuto capolavoro del maestro della drammaturgia novecentesca. Lo spettacolo gli aveva lasciato quasi una sensazione di impotenza critica. Pirandello gli appariva il demiurgo di un’arte intesa «come passaggio a un mondo superiore», simile a quella di altri «traghettatori», Picasso De Chirico Stravinski, verso il porto della modernità. Forse per questo prima e meglio dei critici fu capito dagli scrittori, da Verga anzitutto, poi Alvaro, Tozzi, Bontempelli e lo stesso Savinio, mentre all’estero la sua creatività inaugurava una nuova era della scena mondiale, non solo del teatro.

Con Il dio Pirandello Borsellino ricostruisce contenuti e forme di quell’evento creativo che ora più che mai sembra esorbitare l’ambito della sua storica modernità e invadere i territori di quella postuma, reale e virtuale: della scrittura e dell’immagine. Il profilo critico-biografico che apre il libro guida all’interpretazione di tutta l’opera pirandelliana nelle varie articolazioni della sua poetica e delle sue forme. La monografia dedicata a Il fu Mattia Pascal, di cui ricorre quest’anno il centenario della pubblicazione, è un ragguaglio tematico molto articolato che annoda la trama autobiografica e strutturale del romanzo. I saggi affrontano oltre a episodi cruciali della vita dello scrittore (tra questi, gli anni berlinesi prima dell’ascesa del nazismo e l’azione in difesa del primato estetico e civile del teatro contro lo spettacolo di massa propagandato dal fascismo), una serie di motivi che popolano i testi narrativi e teatrali e più intensamente manifestano il pathos umoristico dei personaggi in cui si rispecchia anche l’insofferenza dello stesso autore per la sua maschera letteraria e sociale e la sua ricorrente volontà di «rinascere». Maschere della persona pirandelliana deformata alla sua morte tanto da un’ideologia troppo fiscale quanto da iniziative pubbliche al limite del pirandellismo più grottesco sono ridisegnate nelle sezioni conclusive ribadendo le qualità discorsive di una critica che unisce all’incisività del giudizio la fluidità del racconto.

Nino Borsellino è professore emerito dell’Università «La Sapienza» di Roma dove ha insegnato Letteratura italiana e Storia della critica letteraria. Numerosi i suoi contributi filologici e critici da Dante ai contemporanei. Ha diretto con W. Pedullà la Storia generale della letteratura italiana in 12 volumi (Federico Motta editore, Milano 1999) e con L. Felici gli aggiornamenti del Novecento della Storia della letteratura italiana Cecchi-Sapegno (Scenari di fine secolo, 2 volumi, Garzanti, Milano 2001). A Pirandello ha dedicato un’intensa pubblicistica in parte raccolta nelle varie edizioni di Ritratto e immagi di Pirandello (Laterza, Roma-Bari, ultima ristampa 2000). Ha diretto per Garzanti un’edizione commentata delle opere di Luigi Pirandello (Romanzi e Novelle, Maschere nude, Saggi) e la «Rivista di studi pirandelliani» per il Centro nazionale di Agrigento.


Recensione di Franco Ferrucci

da «Pirandelliana», Volume 1, 2007 – Rivista internazionale di studi e documenti – Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma

da LIBRAweb

È il momento di compiere una doppia consacrazione. Una riguarda Pirandello, l’autore a cui si è lungamente dedicato Nino Borsellino, e consiste nel nominarlo d’ufficio (per quanto valgono le investiture) il più grande scrittore della letteratura italiana dall’Unità in poi. In un certo senso questo riconoscimento limita l’estensione della sua grandezza, poiché Pirandello potrebbe a ragione aspirare all’Olimpo dei sommi di un’intera letteratura, là dove arrivano non più di sei o sette autori tutti in fila dietro l’imperterrito Dante che procede sempre da solo. Rimandiamo a un’altra volta l’esposizione delle ragioni di questa investitura (una scelta che privilegia Pirandello su scrittori quali d’Annunzio – certo il suo prossimo antagonista – e come Verga, e come Svevo); fidiamoci invece del nostro istinto. L’istinto ci dice che ogni volta che apriamo un suo libro, esso sembra ringiovanito dall’ultima volta che l’abbiamo letto; e anche lo scrittore, al nostro giungere, si agita nervosamente, poiché, oltre che i personaggi, egli riceve nel suo studio anche i lettori, con i quali ha un rapporto strettissimo. “Dove siete stati tutto questo tempo?” sembra chiedere, “avevo parecchie cose da dirvi!”. Tanto che, ogni volta che ci riaccostiamo a lui, scopriamo qualcosa che prima non avevamo notato, quasi che egli riscrivesse ogni volta le sue cose per attrarre la nostra attenzione; e invece c’era già tutto prima, e noi eravamo solo distratti. Così è stato, per fare un esempio, che i miei pochi interventi su Pirandello siano nati letteralmente ‘ad apertura di libro’, e a seguito della veemente aggressione che avevo ricevuta da parte dell’autore, dal quale io giungevo sempre quasi fossi in visita – diversamente da Borsellino che intrattiene con lui un rapporto familiare assiduo conterraneo; al punto che si può dire che egli sia veramente di casa, e che lo scrittore a lui dica ogni cosa e che gli faccia confidenze che egli poi decide di raccontarci.

        Pirandello dunque come massimo scrittore italiano nel tempo che viene dopo Leopardi: quel Leopardi che è stato il suo filosofo, oltre che il suo poeta, visto senza Leopardi Ciaula non avrebbe scoperto la luna né Copernico sarebbe stato evocato ne Il fu Mattia Pascal. I due nostri scrittori universali degli ultimi due secoli si danno idealmente la mano sopra la confusa età che li separa; ed entrambi si protendono verso di noi come coloro che ci hanno tramandato le parole più vicine alle verità. Sulla modernità curiosamente astrale dello scrittore siciliano ha parole importanti Borsellino nel suo ultimo libro Il dio di Pirandello e qui veniamo alla seconda identificazione collettiva…«Si dice “pirandelliano” uno stato d’animo che introduce dubbi psicologici sulla nostra identità, o incertezze conoscitive che mettono in crisi l’evidenza stessa dei fati». Pirandello, sempre secondo Borsellino, è “un classico anomalo”, la cui creatività è “illimitata”, e la cui poetica si può sintetizzare nella nozione tutta pirandelliana di umorismo, e la sua forma teatrale o narrativa si può definire tragicommedia perenne “dentro l’inseparabilità dell’esperienza quotidiana”. Da qui il “valore d’uso”, sottolineato da Borsellino, della sua opera, il suo “carattere di reversibilità e alienabilità”, da qui l’avanguardismo vitalistico che la percorre da cima a fondo; senza mai, se posso aggiungere, che venga persa la lezione estetica e morale dei classici che venivano frantumati e macinati dalle altre avanguardie; tanto che si può davvero definire Pirandello come l’inviato dei classici nel mondo moderno, il loro prosecutore di verità e di certezze, le quali – bisogna pagare il prezzo alla modernità – si tramutano a poco a poco in incertezze lasciando inalterata la nozione classica: non si può negare la realtà solo perché essa si presenta come infinitamente interpretabile. Dice Borsellino: «La sua sperimentazione, […], a differenza della sperimentazione d’avanguardia, non è programmatica e neppure esclusiva […] L’avanguardia pirandelliana procede anche all’indietro tra avanzate imprevedibili e ritorni forse prevedibili. Non è un’avanguardia storica, come il futurismo, circoscritta nel tempo della modernità. È una proiezione della sua creatività». E quindi egli è classico e moderno al tempo stesso, evitando l’impasse del post-moderno e delle sue stanchezze, visto che Pirandello è calato nella stessa incandescente materia che ispirò gli altri grandi del secolo apocalittico.

        Pensiamo alle liste che ci inseguono dai nostri anni giovanili: Proust Joyce Musil Kafka Mann, e notiamo che in queste liste assai spesso non troviamo il nome di Pirandello. Solo un provincialismo a rovescio può spiegare questa assenza. In che cosa egli non sarebbe alla loro altezza? Come sperimentalista non è inferiore a loro, e neppure come filosofo, e come ampiezza di vita descritta li supera tutti, e di molto. «Non c’è scrittore italiano e straniero del Novecento – ammonisce Borsellino – che possa vantare un dominio della creatività paragonabile a quello di Luigi Pirandello», e le cose stanno veramente così. Qui, potremmo dire, risiede Pirandello; qui è la sua «religione della vita», per dirla con Borsellino; e qui sta la verità della constatazione di Savinio: est deus in Pirandello, donde il titolo del libro. La vita per Pirandello è come il deus praesens atque absconditus della tradizione religiosa, anche se la vita da lui rappresentata, e anche in questo modo piena di fedeltà ai classici, si arresta ai confini dell’indicibile: che cosa mangino i suoi personaggi, che cosa facciano a letto, quante volte vadano in bagno, non lo sapremo mai, e ciò fa parte del contratto che egli ha stipulato con noi: non si mangia in sala e, se dovete andare alla toletta, non fatevi notare e cercate di tornare presto; altrettanto farò io e altrettanto faranno i miei personaggi. Non diversamente avrebbero pensato Manzoni e Leopardi. L’homo fictus di cui parlava Forster (l’uomo che non va mai in bagno) domina ancora le nostre rappresentazioni artistiche, se si eccettua il memorabile capitolo dell’Ulisse, mentre, quanto al cibo, la polentina che appare su un tavolo d’osteria de I promessi sposi è uno dei pochi menu che ci è stato presentato in un secolo e mezzo. A parte, naturalmente, l’‘altra’ letteratura, quella dialettale, non solo per il cibo ma per tutte le funzioni corporali. Per fortuna ci pensa la vita a soddisfare i desideri e a garantire la riproduzione della specie. In questo Pirandello non fa eccezione, e i suoi “sei personaggi” abitano la scena, come Oreste, Elettra, Agamennone, nell’aura sacra del mito.

        Ma questo casto e rivoluzionario siciliano era anche un terrificante artigiano, un lavoratore senza tregua, come ci testimonia il lungo saggio di Borsellino che ripercorre la vicenda di composizione e rielaborazione de Il fu Mattia Pascal, un saggio che mi appare come lo scritto conclusivo su quest’opera che apre un’epoca e sulla mitografia del personaggio che l’accompagna e che la guida. Così come mi hanno molto colpito le osservazioni sulla fase terminale e mitica del teatro di Pirandello e sulla crisi del teatro nel mondo moderno. In realtà, non si tratta di una conclusione ma di una rivendicazione, poiché tutta l’opera di Pirandello, e fin dagli esordi, è sotto il segno della crisi dei rapporti tra l’io e il mondo e fra l’io e l’io, e la sua esperienza umana non fa eccezione alla regola. Anche la sua adesione al fascismo va forse interpretata all’interno di una crisi dei rapporti umani, e su questo argomento tanto spinoso e pressoché intrattabile le pagine su Pirandello e la politica non potrebbero essere più assennate e convincenti. Pirandello fascista! Al confronto, un Heidegger nazista sembra quasi normale. Ma non bisogna cercare razionalità nelle scelte politiche autoritarie degli scrittori, che a me sembrano simili alle tifoserie degli stadi, obbedienti a una logica dell’assurdo. Pirandello avrebbe potuto scrivere un racconto di humor nero su se stesso fascista, e altrettanto avrebbe potuto fare Bertold Brecht su di sé stalinista. È possibile che le idee politiche di uno scrittore non abbiano poi molta importanza, a meno che non diventino croniche. Ma Pirandello le espresse una sola volta, e tutt’al più fu un caso di morbillo.

        Come vedete, si va da uno scomparto all’altro di questo libro come si percorre un edificio a più piani abitato da un solo inquilino che ha varie occupazioni e vari interessi. All’interno di un rifugio dell’edificio mi sono particolarmente commosso e, se posso confessarlo, quasi identificato. Si tratta del saggio Rinascere, ultima utopia, pubblicato nel 2000, ma a me ignoto fino al suo recupero in volume; e la mia puntualizzazione ha un carattere autoassolutorio che pre ciserò. Detto in breve, il tema di questo saggio è che «il personaggio vive e muore, ma anche rinasce». Rinasce nella vita e rinasce nell’arte; e anzi il rinascere postremo nel tempo è l’ultima utopia concessa al genere umano. Quando lessi queste pagine avevo appena consegnato all’editore il romanzo dal titolo Se davvero fossi nata (è una donna che racconta), nel quale la speranza di rinascita è, accanto all’amore, tema predominante. Si noti che questa donna è un’artista, e alla fine la sua speranza di rinascita attraverso l’amore troverà la via della catarsi creativa – come, se mi consentite lo spropositato paragone, avviene ai personaggi dello stesso Pirandello, oltre che a Pirandello in quanto personaggio-autore. La mia protagonista afferma all’inizio che «più volte, nei dormiveglia dell’alba, sognai di rinascere dalla mia persona »; e più avanti: «Quando nasciamo non siamo altro che abbozzi! Lo imparai una volta assistendo a un parto e vidi dispiegata tutta la violenza della vita. Bisognava rinascere per rimediare a un tale abuso». E in chiusura, mentre è nel momento creativo: «Una creatura si arroventava dentro di me. Ora sapevo che cosa fosse attendere un figlio. Non l’avrei visto in viso, non gli avrei accarezzato i capelli, non l’avrei atteso nei suoi ritorni a casa. Ma avevo un privilegio: saremmo nati insieme! Anche lui mi metteva al mondo».

        Io credo nel destino, come afferma più volte l’eroina del mio libro. Aver letto queste pagine di Borsellino dopo aver finito di scrivere, e non un giorno prima, mi ha infuso una fervida serenità. Piccoli e grandi, lavoriamo tutti alla stessa cosa, ma bisogna realizzarla da soli; così come tutti facciamo parte della stessa vita, ma ogni singola vita è imparagonabile. La vita, questa protagonista assoluta dell’opera di Pirandello, vuole che ognuno s’arrangi individualmente per giungere a una comune verità. E nella vita per fortuna c’è anche posto per un’amicizia come quella tra me e Borsellino.

Franco Ferrucci – 2007


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