Providenti Elio – Pirandello impolitico

Elio Providenti – Pirandello impolitico

Biblioteca Pirandelliana

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Elio ProvidentiElio Providenti - Pirandello impolitico

Pirandello impolitico.

Dal radicalismo al Fascismo

Salerno Editrice – 2000
Collana Piccoli saggi – pp. 248
prezzo di copertina Euro 14,00

Presentazione Editore

dal sito della Salerno Editrice

L’opera. Mussolini lo definì «brutto carattere»; il figlio Stefano, a tre anni dalla morte, ne scriveva come di un «intoccabile» che «non capì mai i rapporti sociali, i doveri di convivenza, le convenienze». E sicuramente Luigi Pirandello non fu persona facile, travagliata nell’intimo e nel quotidiano da mille contraddizioni e difficoltà. Muovendosi con elegante rigore tra storia, letteratura e politica, questo volume ripercorre la parabola pirandelliana dalla giovanile fede repubblicana e radicale all’adesione al fascismo, avvenuta nel culmine della bufera seguita al delitto Matteotti. Proprio i rapporti di Pirandello con il regime, e con Mussolini in particolare, sono sempre stati un argomento scottante, evitato talora con imbarazzo. Providenti, invece, ricostruisce per la prima volta analiticamente e con ampiezza di documentazione questo aspetto della vicenda umana del drammaturgo, allo scopo di comprenderne meglio l’intera dinamica e di far luce su passaggi fondamentali quanto poco sondati della sua biografia. Seguire Pirandello nelle sue vicissitudini e nei suoi tormenti esistenziali diviene allora il mezzo per rileggere un capitolo fondamentale della storia d’Italia, dalla conclusione del processo unitario al momento del massimo consenso al fascismo, che coincise con la morte dello scrittore.

L’autore. Elio Providenti ha sempre orientato i suoi interessi storico-letterari alla ricerca dell’inedito, con ritrovamenti di carte e di corrispondenze di Luigi Pirandello, Benedetto Croce, Luigi A. Villari, Alberto Cantoni, Luigi Capuana. Ha curato, tra l’altro, l’Epistolario familiare giovanile di Pirandello (Roma 1984-1996, 3 voll.); Archeologie pirandelliane (Catania 1990); il Carteggio B. Croce-L.A. Villari (Bologna 1993); le Lettere di A.Cantoni a L.A. Villari (Roma 1993).


Recensione di Antonio Alessio

da Quaderni d’Italianistica Vol. 20, No 1-2 (1999) pp. 257-259

da jps.library.utoronto.ca

        Un Pirandello non solo politico ma addirittura fascista ha sempre costituito, si sa, una grossa spina per la critica pirandelliana. Come conciliare la sua presunta fede fascista col relativismo assoluto della sua opera? Come interpretare le sue improvvise inversioni di rotta (Aderisce al fascismo nel ’24 e tre anni dopo lacera la tessera del Partito scaraventandone a terra i pezzi con il distintivo davanti allo stesso Segretario del Partito. Appare tra gerarchi in divisa fascista o di Accademico d’Italia, nello stesso tempo non gli sfugge il grottesco delle uniformi gallonate e delle buffe adunate (C’è qualcuno che ride)? Troppo semplice e spicciativo pensare: d’umano errare nella valutazione delle cose e degli uomini, al consueto uomo capriccioso seppure geniale, o addirittura mutevole a seconda dei favori concessi o rifiutati (in questo caso il finanziamento al suo Teatro dell’Arte).

       C’è per noi un episodio importante nella vita del Nostro non sempre sufficientemente ricordato. Quando il 12 giugno 1926 venne chiesto a Pirandello da un giornalista di Bergamo se fosse fascista egli rispose: “Io sono fascista e non da ora; sono trent’anni che faccio il fascista” dove in quel fare il fascista egli indicherebbe chiaramente non tanto fedeltà ad un regime, a un credo specifico, a una forma fissa, quanto un atteggiamento, un’attitudine, un rapporto nei confronti della vita di ordine più esistenziale che politico. Qualora volessimo poi interpretare alla lettera quella data. dovremmo risalire al giugno del 1896 quando Mussolini non aveva ancora compiuto il tredicesimo anno. Da cui si può facilmente dedurre che il termine fascismo aveva per Pirandello un’accezione diversa da quella comunemente attribuitale. Il pur filofascista Interlandi, va ugualmente ricordato, esprimeva su L’Impero il 23 settembre 1924: “La intuizione pirandelliana della vita politica è sostanzialmente fascista (e tale era anche prima che il fascismo si definisse) in quanto nega i concetti di assoluto e afferma la vitale necessita della continua creazione di illusioni, di realtà relative” per cui, capovolgendo a questo punto la situazione, Pirandello potrebbe addirittura apparire l’ispiratore del movimento fascista!

       L’avversione di Pirandello verso la politica tout court è di solare evidenza fin dal 1912 con la novella L’imbecille, ribadita dieci anni dopo con l’atto unico. L’imbecille evidenzia la relatività e le contraddizioni di qualsivoglia partito politico nella stessa misura in cui Così è si vi pareintende coglierle nelle situazioni umane. Monarchici, repubblicani, socialisti sono inesorabilmente collocati uno accanto all’altro nel reciproco tentativo di eliminarsi a vicenda; l’eliminazione di un partito politico vale esattamente quella di un altro.

       Come entrare, allora, e più concretamente, nell’animo pirandelliano scavando nel tormentoso percorso delle sue contraddizioni nel tentativo di capire meglio le ragioni di quell’atteggiamento? Il Providenti, con questa laboriosa ricerca, ha dato, secondo noi, la risposta più esaustiva e, crediamo, definitiva sull’argomento. L’impolitico è definito “un viaggio non soltanto nella storia di un uomo, ma anche nella storia della sua generazione … , l’anno conclusivo dell’unificazione”. Come è ormai nel suo costume, Providenti parte ancora una volta dalla storia a cui dedica ben metà del libro con pagine illuminanti sull’Italia umbertina e giolittiana , quindi sull’Era fascista. Domina qui lo storico con un’inesausta documentazione, districandosi pazientemente nel vasto quanto intricato mondo politico. Nulla è trascurato. Lo spazio dedicato al Campanozzi, al Marchesani, autentiche mino-monografie, come ad altre figure minori, potrebbe sulla prima apparire eccessivo se non fosse per approfondire e ulteriormente illustrare i complessi e alternanti giochi politici che continuamente creavano nel paese sconcerto e disordine. “Dall’antica ostilità verso i governi della destra chiusi e repressivi … si era passati all’avversione per i governi della sinistra , ben poco diversi dai precedenti e più spesso impotenti e corrotti” (pg.23) sicché “per tanti giovani non rimaneva altro che l’avversione alla politica” … “La giovinezza sarà dunque all’insegna di ideali di giustizia vilipesi e di attese frustrate” … Anche Pirandello “un personaggio incapace di calcoli e vittima spesso piuttosto della propria dabbenaggine … vissuto nell’attesa sempre delusa di buon governo e d’onestà, “si troverà con gli altri, anzi in prima fila, in costante stato di rivolta. La sua adesione al fascismo si può spiegare solo in questa luce, a maggior ragione quando , “…. nel 1921 il fascismo era ancora un fenomeno sostanzialmente incognito e inclassificabile per l’ambiguità delle sue posizioni, che andavano dal rivoluzionarismo e dall’estremismo antiborghesi … all’antisocialismo del periodo … In tal modo il fascismo, privo com’era di matrici culturali e forte soltanto dei retaggi di arditismo e di aggressività, della guerra, si offriva a ogni possibile interpretazione” (pg. 117).

       La seconda tesi sostenuta dal Providenti è che “L’itinerario al fascismo di un radicale individualista, di un antigiolittiano viscerale quale Pirandello fu, passa necessariamente per la prima guerra mondiale. È lì, nell’adesione a una guerra creduta l’ultima del Risorgimento, combattuta per l’interposta persona del figlio Stefano … è lì, nella continuità delle tradizioni garibaldine, che egli manifesta una fede silenziosa, scevra da pronunciamenti politici, in un fervido rapporto con i compagni di suo figlio … Siamo al crocevia del XX secolo che, nel ripudio delle certezze ottocentesche, supplisce alla mancanza di esse con l’esaltazione del successo e dell’azione … e inventa le avanguardie, si chiamino esse futurismo, espressionismo astrattismo o altri -ismi, tutte riconducibili al fondo irrazionale e volontaristico dei tempi nuovi” (pg.109). Non Pirandello politico, fascista dunque, ma semmai impolitico, illuso, ingenuo, malaccorto.

       Così si spiegherebbe la sua inverosimile difesa di Mussolini dopo il delitto Matteotti. “Alla viltà di chi fino a ieri aveva brigato col potere e che ora si dileguava fiutando la tempesta, a questo Pirandello reagiva contrapponendovi il suo sdegno anarcoide e solitario” (pg.132). Oltretutto “l’adesione di Pirandello al fascismo. d’impronta tilgheriana, rientrava nella normalità di un diffuso consenso” (pg.128) … e ….. tutti vedevano come un passaggio obbligato la cura fascista … tranne alcune eccezioni tra i socialisti e tra le organizzazioni operaie e contadine” (pg. 123). Né mancavano d’altronde simpatie oltre confine: ….. Chamberlain e Churchill [erano] estimatori dell’ordine da lui riportato” (pg.185).

       Sarà col placarsi del “furore dei sentimenti” che Pirandello capirà il vuoto del fascismo. “Dentro questo regime non c’è proprio nulla. E forse questa è la sua fortuna, o almeno la garanzia della sua durata, Perché, non avendo dentro più nulla, ognuno può riempirlo di ciò che vuole, come certi tubi vuoti che non cascano mai appunto perché vuoti” (pg.202) Allora ….. la sua avversione al fascismo diventerà stabile, motivata dall’arroganza e dall’arrivismo dei suoi esponenti, senza tuttavia mai interrompere quel filo sottile che lo legava a Mussolini, “come testimonierebbe la corrispondenza con Marta Abba, (pg.135) … Un rapporto, dunque, “di odi et amori tra l’antico pessimismo nei confronti della politica e il machiavellismo della fedeltà al mito” (pg.153).

       Ugualmente interessante quanto sorprendente è l’ultimo capitolo per l’accenno alla possibilità di un ritorno (?) di Pirandello alla fede religiosa. In una lettera del 10 gennaio 1935 scrive infatti a don Giuseppe De Luca “Sono contento di essermi incontrato con Lei e spero che la vedrò ancora. Io ho una fede in Dio, non so se vera per Lei, prete, ma fermissima. alla quale ho dovuto ubbidire, offrire dolorose rinunzie.”

       Questa dichiarazione, svincolata da ogni religiosità confessionale e suggeritagli dalle sue antiche radici deistiche e laiche non era diversa da quella che del pari qualche tempo dopo, l’11 maggio 1935 faceva al Mignosi: “mi basta, dentro il mio cuore, sapere che non ho mai voluto nulla per me dal mio lavoro, e che sono stato uno strumento puro, credo, nelle mani di Qualcuno sopra di me e di tutti. Il resto non ha importanza.” Il volume si conclude con la storia tragicomica della traslazione delle ceneri di Pirandello da Roma ad Agrigento. La serietà delle precedenti indagini del Providenti trovano ancora una volta conferma in questa nuova ricerca che per ampiezza di visione e novità di approccio non esitiamo a considerare fondamentale nella critica pirandelliana.

 Antonio Alessio – Cardiff

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