«Il mio Pirandello gloria del fascismo»

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L’ INEDITO dal Corriere della Sera Pagina 25 (28 luglio 2002)

Pubblichiamo l’ articolo inedito su Pirandello che Luigi Baldacci, qualche giorno prima della morte, aveva scritto per il Corriere.

Luigi Pirandello e Marta Abba, 1933. Fondo Armando Bruni/Archivio Rcs
Luigi Pirandello e Marta Abba, 1933. Fondo Armando Bruni/Archivio Rcs

Durante la tournée del 1927 in Brasile e in Argentina, per tagliar corto con le provocazioni della stampa antifascista, Pirandello avrebbe detto: «All’estero non ci sono né fascisti né antifascisti, ma siamo tutti italiani». Sia stata o no realmente pronunciata, la frase non piacque ai fascisti che ci videro l’ oscuramento di quella fede politica culminata già nella richiesta di tessera fatta nel momento di maggior difficoltà del regime, nei mesi cioè che seguirono al delitto Matteotti. C’era stato all’inizio un interesse personale – la speranza che il fascismo risolvesse i problemi del teatro italiano – ma c’ era anche nello scrittore un radicato e candido convincimento che durante la tournée negli Stati Uniti, poco prima che Matteotti fosse ucciso, lo aveva portato ad affermare che Mussolini mirava all’elevazione delle classi lavoratrici anche se non avrebbe consentito che le conquiste del proletariato avvenissero a danno della nazione. In altre parole la favola reazionaria di Menenio Agrippa, ma, per così dire, confortata dall’esperienza diretta essendogli apparsi gli americani come vittime di una «tragedia spirituale» legata a un’incorreggibile mentalità democratica (si ricordi che erano quelli gli anni ruggenti di Dos Passos): il tutto consegnato a un’intervista di Orio Vergani per L’Idea nazionale.

Interviste a Pirandello s’intitola appunto il volume edito da Rubbettino, a cura di Ivan Pupo e con prefazione di Nino Borsellino (pagine 651, euro 36,00), che mette in ordine cronologico poco meno di duecento pezzi giornalistici. Pirandello, ci ricorda Borsellino, fu lo scrittore più intervistato del nostro Novecento, ma oggi l’ utilità di un libro come questo, che assomma l’edito all’inedito, consiste soprattutto nella vastità del commento, al quale non fa peraltro difetto una precisa direzionalità, se specialmente il drammaturgo, più che il narratore, aveva capito, come nessuno prima, la funzione del giornalismo moderno; e «L’opera di Pirandello tra letteratura e industria dell’ informazione» s’ intitola il saggio introduttivo di Ivan Pupo. A chi poi ci chiedesse come esca l’autore da questa protratta auto esposizione diremmo che ne esce in un’immagine semplificata all’estremo, anche perché quello che gli preme veramente – e lo ripete di continuo – è il pubblico e non i critici. Accade così che il più intellettuale degli scrittori sia fin troppo consapevole che con gli intellettuali italiani, che gli rimproveravano di non essere né uno scrittore né un filosofo, non avrebbe mai avuto la meglio, e allora gioca al ribasso, si costruisce un’ingenuità difensiva, e quando un giornalista dell’Ora gli domanda quali siano per lui i giovani più interessanti, risponde che sono Moretti, Fracchia e Paolieri perché «hanno delle pagine piene di calore e umanità». E dato che gli intellettuali e i critici non gli consentono di celebrare il connubio tra pensiero e letteratura (non lo consentivano neppure a Leopardi), Pirandello gli oppone la scelta del fascismo che sente, per la pretesa pragmaticità politica, come un usbergo contro la loro stessa retorica: un paradosso assoluto. Sarà Telesio Interlandi, direttore del Tevere e dal ‘ 38 bieco promotore della campagna antisemita, a guardargli le spalle; ma il favore è reciproco essendo ormai chiaro che per il regime il fiore all’ occhiello da esibire all’ estero non è più D’ Annunzio, ritirato a vita privata, ma Pirandello nella sua dirompente modernità.

Baldacci Luigi

Pagina 25
(28 luglio 2002) – Corriere della Sera


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