Amicissimi – Audiolibro – Legge Valter Zanardi

Amicissimi audiolibro
Amicissimi, da Il Pirandello novelliere, spettacolo della della compagnia Il Vello D’Oro, Bari 2015.

Da Youtube

Legge Valter Zanardi

Prima pubblicazione: La Riviera ligure, n. 42, ottobre 1902,
poi in Bianche e nere, Renzo Streglio e C. Editori, Torino, 1904.

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            Gigi Mear, in pipistrello quella mattina (eh, con la tramontana, dopo i quaranta non ci si scherza più!), il fazzoletto da collo tirato su e rinvoltato con cura fin sotto il naso, un pajo di grossi guanti inglesi alle mani; ben pasciuto, liscio e rubicondo, aspettava sul Lungo Tevere de’ Mellini il tram per Porta Pia, che doveva lasciarlo, come tutti i giorni, in Via Pastrengo, innanzi alla Corte dei Conti, ove era impiegato.

             Conte di nascita, ma purtroppo senza più né contea né contanti, Gigi Mear aveva nella beata incoscienza dell’infanzia manifestato al padre il nobile proposito d’entrare in quell’ufficio dello Stato credendo allora ingenuamente che fosse una Corte, in cui ogni conte avesse il diritto d’entrare.

             È noto a tutti ormai che i tram non passano mai, quando sono aspettati. Piuttosto si fermano a mezza via per interruzione di corrente, o preferiscono d’investire un carro o di schiacciare magari un pover’uomo. Bella comodità, non pertanto, tutto sommato.

             Quella mattina intanto tirava la tramontana, gelida, tagliente, e Gigi Mear pestava i piedi guardando l’acqua aggricciata del fiume, che pareva sentisse un gran freddo anch’esso, poverino, lì, come in camicia, tra quelle dighe rigide, scialbe, della nuova arginatura.

             Come Dio volle, dindìn, dindìn: ecco il tram. E Gigi Mear si disponeva a montarvi senza farlo fermare, quando, dal nuovo Ponte Cavour, si sentì chiamare a gran voce:

             –   Gigin! Gigin!

             E vide un signore che gli correva incontro gestendo come un telegrafo ad asta. Il tram se la filò. In compenso, Gigi Mear ebbe la consolazione di trovarsi tra le braccia d’uno sconosciuto, suo intimo amico, a giudicarne dalla violenza con cui si sentiva baciato, là, là, sul fazzoletto di seta che gli copriva la bocca.

             – T’ho riconosciuto subito, sai, Gigin! Subito! Ma che vedo? Già venerando? Ih, ih, tutto bianco! E non ti vergogni? Un altro bacio, permetti, Gigione mio? per la tua santa canizie! Stavi qua fermo – mi pareva che stessi ad aspettarmi. Quando t’ho visto alzar le braccia per montare su quel demonio, m’è parso un tradimento, m’è parso!

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