|
Elenco alfabetico delle opere teatrali, in
versione integrale, presenti nel sito
Gli anni indicano stesura/prima
rappresentazione in Italia di ogni opera. Gli asterischi ** il numero di atti. |
|
|
|
|
 |
Nel luglio del 1916, dopo il fortunato esito di Pensaci, Giacomino! Pirandello scriveva al figlio Stefano: "... La commedia 'Pensaci, Giacomino!' ha avuto una serie di repliche con esito felicissimo e correrà certo la penisola trionfalmente. Musco è entusiasta della parte... Ho preso l'impegno di scrivergli un'altra commedia per il prossimo ottobre, e spero di mantenerlo, benché il teatro, come tu sai, mi tenti poco".
E in effetti Pirandello giunse al teatro relativamente
tardi, dopo aver scritto alcuni romanzi e centinaia di novelle, e quasi
controvoglia. Tuttavia il teatro costituì, in qualche misura, lo sbocco naturale
dell'arte pirandelliana. Non solo perché all'epoca in cui Pirandello si dedicò
precipuamente alla composizione drammatica - gli anni intorno alla prima guerra
mondiale - le novelle contenevano già un impianto teatrale fatto di
intensi, quasi frenetici dialoghi; ma anche perché tutto lo sviluppo della sua
tematica artistica conteneva un elemento di teatralità.
|
|
Il concetto cardine del suo pensiero
estetico, quello di umorismo - così com'egli lo aveva
elaborato nel saggio
L'umorismo del 1908 - sfociava nel convincimento che la vita fosse una buffonata, una finzione molto simile a quella che si svolge sul palcoscenico.
Da questo punto di vista appare assai poco accettabile la tesi
esposta da Luigi Russo, secondo la quale: "Il teatro, succeduto nella
vita spirituale dell'artista quand'egli aveva in gran parte vuotato
la sua anima e dato sfogo alle sue più genuine ispirazioni, non
poteva essere che una forma divulgativa o una complicazione
intellettuale del primitivo problema artistico".
|
E'
indubbio che con il teatro Pirandello arricchisce, e quindi complica
e in qualche modo appesantisce, la sua tematica più genuina. Ma non si tratta di un mero procedimento tecnico, di una descrizione delle novelle; si tratta, piuttosto, di una chiarificazione interiore che lo conduce a una dimensione creativa nuova e più elevata, il cui perno è costituito dal rapporto tra realtà e finzione, tra persona e personaggio, tra normalità e anormalità. In questo senso, possiamo distinguere tre fasi nello sviluppo dell'opera drammatica pirandelliana. Particolarmente importante per la comprensione del primo periodo che giunge fino al 1918 e comprende commedie come
Pensaci, Giacomino!, Lumíe di Sicilia, Liolà, Il berretto a sonagli - è
Pensaci, Giacomino!. Come scrive Mario Baratto: "L'individuo che vuol far apparire delle ragioni personali, più meditate, non conformiste, accetta già, se si guardi bene, non solo di apparire, ma di essere anormale. Al tipico si sostituisce allora l'originale, lo strano...".
|
|
Da una parte l'anormale diventa una sorta di ascesso
che la società tende continuamente a riassorbire
come un male episodico: mentre esso è il prodotto
costante della sua normalità... Dall'altra la
psicologia tesa e maniaca, la pazzia latente ed
espressa, è una realtà interiore connessa a una condizione umana: l'individuo è sempre insidiato da un conflitto interiore insanabile.
Il professor Toti, il protagonista di
Pensaci, Giacomino!, è il tipico personaggio pirandelliano di questo periodo: un egocentrico piccolo borghese che non riesce ad acquistare consapevolezza storica della propria condizione. Tuttavia,
rispetto ai personaggi delle commedie più naturalistiche,
d'ambiente siciliano, entra qui un elemento dialettico: il
farsesco, il comico diventa anormale e quindi si contrappone
alla normalità dell'ambiente, mettendola radicalmente in
discussione.
La conseguenza di questo dramma è però la
frustrazione dell'individuo, la sua impotenza ad agire. Questo si nota, per esempio, nell'ambito dei rapporti sentimentali e sessuali. I personaggi pirandelliani cercano il paradosso, si assumono l'incarico di offendere a ogni costo la sensibilità morale della borghesia, ma non sperimentano mai l'amore. Si limitano a una serie di esercitazioni verbali intorno a che cosa potrebbe essere l'amore senza mai coglierlo. La seconda fase del teatro pirandelliano - che giunge fino al 1927 e comprende le maggiori opere pirandelliane, dal
Giuoco delle parti ai Sei personaggi in cerca d'autore, da Enrico Quarto a
Vestire gli ignudi - ruota intorno al problema del rapporto con la
realtà.
|
Dice Pirandello:
"La vita allora, che si aggira piccola, solita, tra queste apparenze, ci sembra quasi che non sia davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? Come portarle rispetto?".
E' su queste domande che il teatro pirandelliano prende un nuovo respiro:
esasperando cioè i conflitti tra apparenza e realtà, fra normalità e anormalità,
fra individuo e mondo esterno, che nelle commedie del primo periodo dava luogo -
per esprimerci in chiave psicoanalitica - a uno stato perenne di ansietà,
determinato dall'incapacità di interpretare tutte le percezioni che affluiscono
dal mondo esterno, nella seconda fase genera uno stato di schizofrenia. Cioè, il
personaggio pirandelliano si chiude ermeticamente in se stesso. La dialettica
tra anormalità e normalità stessa si spezza; l'anormalità diventa sistema di
vita, incurante del rapporto col mondo.
|
|
Il rapporto fra apparenza e realtà assume dimensioni tanto più tragiche quanto
più, come scrive Silvio D'Amico, "Pirandello rinnega addirittura il 'penso,
quindi sono' di Cartesio: per lui neanche pensare significa essere". Qui sarebbe lecito chiedersi: ciò non finisce col distruggere l'essenza della grande poesia tragica, la nobiltà del dolore? Ma appunto qui vuole essere l'originalità del Pirandello drammaturgo; appunto da questa impossibilità di una tragedia egli trae la più disperata delle tragedie, la sua.
|
L'ultimo periodo del teatro pirandelliano - che, da Uno, nessuno e centomila giunge sino ai Giganti della montagna
- nasce da una crisi profonda dello scrittore e della sua arte. L'individuo pirandelliano, il personaggio, scopre la sua inadeguatezza nell'affrontare la realtà;
l'isolamento soggettivistico in cui opera lo conduce continuamente allo scacco, anzi a una sconfitta che si verifica ancor prima della lotta. Nella
Favola del figlio cambiato, e ancor più nei Giganti della montagna,
la coerenza ideologica dell'arte pirandelliana si dissolve nell'ambiguità, in
una sorta di grandioso sdoppiamento: mentre si eleva l'elegia all'individualità
destinata a sparire, condannata da forze cieche e brutali che la frantumano,
entrano in gioco, come protagonisti, entità collettive, personaggi corali ai
quali spetta l'ultima parola. Nello stesso tempo, si scioglie la
contrapposizione fra arte e vita. |
|
 |
|
Con Titina,
Eduardo e Peppino De Filippo |
|
|
L'arte, come momento privilegiato, è destinata a sparire; ma forse potrà essere
sostituita dalla
creatività generale, cioè da un mondo che viva secondo ritmi e leggi di armonia
e di bellezza. Questa grande utopia è presente nelle parole con cui Stefano
Pirandello, su indicazione del padre morente, ricostruisce il finale dei
Giganti della montagna: "Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata;
ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito
non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto
come fantocci ribelli, i servi fanatici dell'arte, che non sanno parlare agli
uomini perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto
dei propri sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che
credere in se stessi".
|
Il teatro moderno e Pirandello |
dal sito del
Liceo Norberto Rosa
di Susa (TO) - link doc originale, non più raggiungibile:
qui
|
L'ultimo periodo del teatro pirandelliano - che, da Uno, nessuno e centomila giunge sino ai Giganti della montagna
- nasce da una crisi profonda dello scrittore e della sua arte. L'individuo pirandelliano, il personaggio, scopre la sua inadeguatezza nell'affrontare la realtà;
l'isolamento soggettivistico in cui opera lo conduce continuamente allo scacco, anzi a una sconfitta che si verifica ancor prima della lotta. Nella
Favola del figlio cambiato, e ancor più nei Giganti della montagna,
la coerenza ideologica dell'arte pirandelliana si dissolve nell'ambiguità, in
una sorta di grandioso sdoppiamento: mentre si eleva l'elegia all'individualità
destinata a sparire, condannata da forze cieche e brutali che la frantumano,
entrano in gioco, come protagonisti, entità collettive, personaggi corali ai
quali spetta l'ultima parola. Nello stesso tempo, si scioglie la
contrapposizione fra arte e vita. |
|
 |
|
Durante le prove de La nuova colonia,
con Marta Abba e Lamberto Picasso |
|
|
La distinzione classica tra tragedia e commedia cade, insieme alla regola delle
“tre unità”, già con Shakespeare, ma è con la seconda metà del ‘700, e più
ancora con
l’800, che il testo teatrale si configura nei termini di
dramma moderno o dramma borghese.
L’esigenza romantica di adeguare
l’arte alla vita si esercita anche nel teatro, così come la concezione di
realismo moderno si esprime anche nell’azione scenica: personaggi di
ceto medio-basso diventano cioè protagonisti di testi teatrali in cui si
|
affrontano vicende “serie e problematiche”, determinando quella “commistione
degli stili” di cui parla l’autore di Mimesis, che già con il teatro di
Molière avevamo visto affacciarsi nella forma di un ancor semplice
accostamento di stili. Il teatro di Goldoni, riformando la
Commedia dell’Arte, e ispirandosi a Molière, continua su questa strada
nell’ottica di un Teatro che trae alimento dal Mondo, come dice l’autore
veneziano.
Con il teatro ottocentesco di
Ibsen e Čechov, il dramma perde anche il suo carattere
performativo (l’hic e il nunc) e l’efficacia dialogica, proponendo
personaggi che spesso rievocano il passato o sono prigionieri di una condizione
di incomunicabilità.
Dopo Pirandello, il teatro di Bertolt Brecht (anni ’30 – ’40) assume
caratteri narrativi e didascalici ancora in contrasto con la tradizionale
valenza performativa del testo drammatico, mentre il Teatro dell’Assurdo degli
anni ’50 condivide con le innovazioni di Brecht l’effetto dello straniamento,
perseguendo però altri obiettivi: non più lo scuotimento delle coscienze e la
stimolazione dell’intelligenza storico-sociale del pubblico, bensì la libera
creazione dissacrante e demistificante del reale nei suoi riti e convenzioni, lo
“choc”, come dirà Ionesco, dello spettatore messo di fronte all’assurdità
grottesca della vita sociale. |
 |
Pirandello e la commedia tragica o
“tragicommedia”
Il teatro di Pirandello denuncia a sua
volta l’inattuabilità della distinzione tra tragedia e commedia.
Nell’articolo Menzogna del sentimento dell’arte del 1890, Pirandello scrive che
i Greci “poterono serenamente contemplare ogni errore, cui deve sempre
fatalmente seguire una catastrofe. Noi sentiamo troppo, soffriamo troppo: la
nostra vita è per se stessa drammatica, però non possiamo avere la serenità di
concepire il dramma, da che noi stessi vi siamo impigliati”.
|
L’irresolubilità della sofferenza, la sua ingiustificabilità
e, al contempo, la sua costante coesistenza con la vita dell’uomo contemporaneo,
dice Pirandello, non permettono più la tragedia classica: il teatro tragico
greco, segnato dal sublime mitico e eroico, attraverso la catastrofe e la
conseguente catarsi, compiva infatti un atto purificatorio permettendo allo
spettatore di “dare conto” della vicenda tragica e tornare alla vita ricomposto
nelle sue passioni e paure. Perduta l’armonia dei Greci, che dominava la
sofferenza, l’uomo contemporaneo, invece, vive una quotidiana tragicità senza
però catarsi. La vita di ogni giorno, cioè, si muove in un gorgo di sofferenza
tanto da rimanerne irretita: sgombrato il campo da ormai impossibili sublimità
liberatorie, l’uomo consuma i suoi giorni in storie spesso banali, al di là |
|
delle talvolta apparenti eccentricità, certo dimesse per estrazione
sociale e ambiente, oscurate da una pena soffocante che strozza in gola il grido
di dolore. A chi,
poi, sarebbe ormai possibile levare tale grido? Non certo agli dèi che non
esistono più. Già con le sue prime prove teatrali,
Pirandello testimonia il superamento, da un lato del teatro antico, dall’altro
del teatro borghese a lui precedente.
La morsa, atto unico del
1910, è la storia, consueta alla commedia borghese dell’800, di un adulterio,
del cosiddetto “triangolo borghese”. Giulia e Andrea, protagonisti dell’opera,
benché la scoperta, fatta da Andrea, del tradimento di lei non sia uscita
dalle mura di casa, vivono un dramma inespresso e teso in un inarrestabile
crescendo: Andrea non deve difendere il suo onore davanti all’opinione pubblica
ignara, né dice alla moglie di sapere, ma le sue sempre più incalzanti e feroci
allusioni stringono Giulia in una morsa soffocante che la porterà al suicidio. Il dolore, quindi, in Pirandello, non
è né giustificabile nell’armonia dei Greci, né è attenuato nella malinconica
sofferenza della commedia borghese dell’800.
L’ironia tragica e l’umorismo
In un articolo del’20, Ironia,
Pirandello riflette sul suo umorismo e sul grottesco:
“…sissignori, anche una tragedia, quando si sia superato col riso il tragico attraverso il
tragico stesso, scoprendo tutto il ridicolo del serio, e perciò anche il serio
del ridicolo, può diventare una farsa. Una farsa che includa nella medesima
rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa, ma non come
elementi sopramessi, bensì come proiezione d’ombra del suo stesso corpo, goffa
ombra di ogni gesto tragico”.
|
L’umorismo pirandelliano , nel
superamento del comico attraverso il tragico, che pur continua a racchiudere il
primo, disvela, attraverso il riso, la sofferenza della vita, permettendone, non
certo la giustificazione, ma, quanto meno, una sorta di decifrazione.
Tragedia e
commedia si scambiano i ruoli in una rappresentazione dai toni talvolta
grotteschi. E’ ancora il triangolo borghese ad
essere oggetto di riscrittura denunciando i fantasmi dei convenzionalismi sui
quali poggia la società;
Del 1916 è Pensaci Giacomino!, commedia
in cui il vecchio professor Toti decide di sposare la povera ragazza Lillina,
incinta del giovane Giacomo, non solo e non tanto per bontà e pietà, quanto per
prendersi una rivalsa sulla società e lo Stato che, con i suoi magri proventi,
non gli avevano permesso di farsi una famiglia: adesso, quando Lillina resterà
vedova, lo Stato dovrà devolvere la sua pensione alla giovane. Ma il ruolo di
marito lo rivestirà Giacomino mentre il vecchio professore non si cura delle
corna che, dice, sono “segnate al passivo in precedenza! |
|
 |
|
1918 -
Prove di
Ma non è una
cosa seria |
|
|
Ma non per me: se n’andranno in
testa alla mia professione di marito, che non mi riguarda se non per
l’apparenza. Io anzi vedrò di far tanto che il marito, come marito, le abbia”.
Stessa tematica, ma esito opposto nel
Berretto a sonagli (1916) in cui Ciampa, il
marito tradito, sopporta serenamente l’adulterio fin
tanto che tutti ne sono all’oscuro, ma, di
fronte allo scandalo, pretende che la moglie sia dichiarata pazza pur di salvare
il suo “pupo”, il suo burattino che deve ricoprire il ruolo di
marito rispettabile.
|
Ne Il gioco delle parti del ’18 Leone Gala, il marito abbandonato dalla moglie, pare accettare i suoi
tradimenti in forza di un assoluto controllo razionale sui sentimenti,
svuotandosi di ogni passione nel rispetto maniacale dei ruoli, il suo e quello
dell’amante. Ma l’equilibrio così raggiunto, lo consegna ad una solitudine
fredda e disperata senza vie d’uscita.
Il Teatro dopo
il ‘21
I Sei personaggi in cerca
d’autore del ’21, Ciascuno a suo modo del ’24 e Questa sera si recita a
soggetto del ’29, costituiscono la
trilogia del Teatro nel teatro, o dei “drammi da fare”.
Nei Sei personaggi in cerca
d’autore i personaggi, rifiutati dal loro autore che non ha voluto portarne
a compimento la realizzazione, giungono inaspettati, tra lo sconcerto generale,
sulle scene di un teatro dove un capocomico sta provando con i suoi attori un
dramma proprio di Pirandello. Vivi di una vita “eterna ed immarcescibile”,
quella dell’arte, i sei personaggi chiedono, implorano dagli attori la loro
realizzazione: condannati all’incompletezza della loro trama, il Padre, la
Madre, il Figlio, la Figliastra, il Ragazzo e la Bambina sperano che gli attori
possano comprenderli e dar loro vita sulla scena. Ma personaggio ed attore non
sono mai identificabili, e il divario tra ciò che il personaggio, ormai vivo di
vita propria, una volta uscito dalle mani dell’autore, sente di essere, e ciò
che l’attore rappresenta, è incolmabile. |
|
La frantumazione dell’io in centomila, tocca qui anche la
realizzazione artistica, rendendo impossibile la messa in scena del dramma.
|
Sempre del ’21 è l’Enrico IV,
dramma della lucida pazzia di chi sa che il vero pazzo è colui che “si maschera
di ciò che gli par d’essere e non è”, e non colui che ha compreso l’assoluta
inautenticità di ogni esistenza. Ma la maschera che Enrico IV si è imposto
ricoprendo un ruolo già tracciato dalla storia e, quindi, protetto
dall’imprevedibilità del fluire della vita ancora non vissuta, non regge
all’ondata inarrestabile del bisogno di vivere: il protagonista, infine, è
travolto dalla “fame” di vita e si slancia su Frida, la figlia
della donna un tempo amata. Come per Leone Gala, così per Enrico IV il controllo
sulla vita raggiunto o a costo di un’assoluta razionalità, o con la fuga
dall’imprevedibilità della vita stessa, è destinato al fallimento: entrambi
rimangono abbandonati all’asfittica fissità della loro forma.
Il dramma Ciascuno a suo modo
vede l’intersecarsi di tre piani prospettici: quello della vita reale,
costituito dal tradimento di Amelia Moreno con il barone Aldo Nuti, ai danni del
di lei fidanzato, il pittore Giacomo La Vela che per questo si è ucciso, quello
della rappresentazione scenica della vicenda reale cui assistono i veri
protagonisti della storia sopravvissuti, e, infine, quello degli spettatori. Durante la rappresentazione cui stanno assistendo, Amelia e Aldo si levano
indignati nel vedere gli attori che li impersonificano abbracciarsi: non
può essere, dato l’odio che li anima l’uno per l’altro, ritenendosi responsabili
della morte del La Vela. |
|
 |
|
Ruggero Ruggeri
- Enrico IV |
|
|
Ma una volta sul palco, dove sono saliti per
manifestare il loro dissenso, sono come catturati dalla malìa della finzione e
si abbracciano a loro volta. L’arte, commenta uno spettatore, facendosi
interprete del pensiero dell’autore, ha anticipato la vita, l’ha prevista.
Realtà e finzione, ancora una volta nell’opera di Pirandello, si scambiano i
ruoli e mettono in crisi la rappresentazione teatrale tradizionale; l’intreccio
dei diversi piani, persone reali, attori e spettatori, porta a compimento quelle
innovazioni drammaturgiche che i Futuristi del primo novecento avevano
introdotto, infrangendo la netta distinzione tra platea e palcoscenico.
|
La terza commedia della trilogia del
teatro nel teatro, Questa sera si recita a soggetto (1929),
affronta il problematico rapporto tra attori e regista, con il coinvolgimento
del pubblico. Nel ’25 Pirandello aveva assistito,
in Germania, ad una messinscena del suo Sei personaggi, a cura del
regista tedesco di scuola espressionista Max Reinhardt, ed è proprio contro tale
tipo di regia che Pirandello si scaglia in un articolo del ’29 sulla rivista
La fiera letteraria, e nella commedia ora esaminata, attraverso
la figura del regista Hinkfuss (il dottore zoppicante?).
La regia tedesca del periodo espressionista prevedeva l’eliminazione di
qualsiasi elemento naturalistico, scenografie essenziali ed astratte, ed una
recitazione, da parte degli attori, spersonalizzata e straniante. Il testo
dell’autore, poi, perdeva valore a vantaggio della libera e soggettiva
interpretazione datagli dal regista. Pirandello, rispetto a queste posizioni,
condivideva il rifiuto per le scenografie sovraccariche ed eccessivamente
decorative, così come la libertà della messinscena attuata dal regista, ma, a
patto che quest’ultimo, sia pure ora con rappresentazioni più essenziali, ora
più dettagliate ed articolate, esprimesse lo spirito dell’opera, non lo
stravolgesse. |
|
 |
|
Parigi, gen. 1935. Compagnia Pitoeff.
Ce soir on improvise
(Questa sera si recita a soggetto). |
|
|
La “trovata” scenica non
doveva essere completamente distaccata dal testo, fine della rappresentazione,
bensì strumento interpretativo, illuminante lo spirito del testo. Agli attori,
poi, Pirandello raccomandava di “sentire interiormente, immedesimarsi nel
personaggio” .
|
La terza commedia della trilogia del
teatro nel teatro, Questa sera si recita a soggetto (1929),
affronta il problematico rapporto tra attori e regista, con il coinvolgimento
del pubblico. Nel ’25 Pirandello aveva assistito,
in Germania, ad una messinscena del suo Sei personaggi, a cura del
regista tedesco di scuola espressionista Max Reinhardt, ed è proprio contro tale
tipo di regia che Pirandello si scaglia in un articolo del ’29 sulla rivista
La fiera letteraria, e nella commedia ora esaminata, attraverso
la figura del regista Hinkfuss (il dottore zoppicante?).
La regia tedesca del periodo espressionista prevedeva l’eliminazione di
qualsiasi elemento naturalistico, scenografie essenziali ed astratte, ed una
recitazione, da parte degli attori, spersonalizzata e straniante. Il testo
dell’autore, poi, perdeva valore a vantaggio della libera e soggettiva
interpretazione datagli dal regista. Pirandello, rispetto a queste posizioni,
condivideva il rifiuto per le scenografie sovraccariche ed eccessivamente
decorative, così come la libertà della messinscena attuata dal regista, ma, a
patto che quest’ultimo, sia pure ora con rappresentazioni più essenziali, ora
più dettagliate ed articolate, esprimesse lo spirito dell’opera, non lo
stravolgesse. La trama della commedia si dipana sul
contrasto, tra attori e regista, sulla maniera di mettere in scena una novella
di Pirandello, Leonora, addio, che il regista Hinkfuss vuole
rappresentare come spettacolo a soggetto, ovvero senza copione prestabilito. Fin
dalle prime battute, dalla platea, dalla galleria, gli spettatori intervengono
chiedendo che si ponga fine alle liti che si sentono sul palcoscenico, dietro il
sipario chiuso. |
|
 |
|
Torino,
Aprile 1930
Compagnia
diretta da Guido Salvini.
Questa sera si recita a soggetto |
|
|
Il regista gioca con le scenografie, riducendo il testo della
novella, carico invece di passione e pietà, a quadri spettacolari. D’altro canto
gli attori reclamano un testo scritto da seguire, non l’improvvisazione, e
reclamano la possibilità di esprimere il loro talento e la loro passione. La
vicenda da rappresentare racconta della gelosia morbosa di Nico Verri per la
moglie Mommina di cui vuole dimenticare un passato troppo libero nella casa
della madre che amava dare facile accoglienza a giovani ufficiali. Nico Verri,
bruciato dal pensiero della vita passata di Mommina, prima che fosse sua, la
chiude in casa, impedendole di truccarsi e perfino di pettinarsi. Ma un giorno,
nel paese giunge una sorella di Mommina, venuta con una compagnia di attori per
recitare Il Trovatore. I ricordi della giovinezza spensierata riaffiorano
in lei e, mentre sta cantando alle sue due bambine la romanza Leonora, addio,
sopraffatta dalla pena, muore. L’attrice che impersona Mommina sotto la guida
del regista Hinkfuss, partecipa con tale forza alla vicenda del suo personaggio
da cadere a terra colta da malore.
|
Gli attori accorrono tutti premurosi e
l’attore brillante, rivolgendosi al regista, dice: “Ecco le conseguenze! Ma noi
non siamo qua per questo, sa! Noi siamo qua per recitare, parti scritte,
imparate a memoria. Non pretenderà mica che ogni sera uno di noi ci lasci la
pelle!”
Di contro al senso
di pietà che l’autore Pirandello esprime per il suo personaggio, e per l’attore
che in esso si è identificato, c’è la freddezza del regista che aveva presunto
di poter fare a meno dell’autore.
La
“tragedia in
tre atti” Diana e la Tuda del ’26, ripropone il tema tipico della
poetica pirandelliana consistente nel dualismo forma – vita. L’antico
mito di Pigmalione rivive qui rovesciato nella figura del giovane scultore Sirio
Dossi che sacrifica la vita, la giovane modella Tuda, alla forma, alla
perfezione eterna ed astratta dell’arte, la statua di Diana. Nel sogno di
immortalare la bellezza pura, lo scultore estenua, sottoponendola a pose
continue, la giovane Tuda, e la sposa solo per averla sempre a disposizione nel
suo atelier. A tale inumano comportamento si oppone il vecchio maestro Nono Giuncano che ripudia tutta la sua passata esistenza, spesa a rincorrere la
perfezione di statue “immobili e perfette”, fino ad arrivare a
distruggere ogni sua opera in nome della perfettibilità della vita. Ma anche il
desiderio di Giuncano è destinato al fallimento: quando Tuda, resasi conto della
sua condizione di puro strumento nelle mani dello scultore che l’ha sposata
senza mai esserle marito, gli offre il suo amore, Giuncano teme di
contaminare con il suo corpo ormai “logoro e vecchio” la bellezza e
perfezione della vita che è in lei ancora giovane. Tuda, rifiutata da entrambi
per opposte ragioni, si slancia verso la statua di Diana che l’ha immortalata
nell’arte, quasi volesse identificarsi con essa. Dossi, temendo che voglia
distruggere la ragione della sua vita di artista, minaccia di ucciderla, ma
Giuncano, che pure aveva permesso che Tuda estenuasse la sua vita per dare
alimento all’arte, ora si ribella e, prendendo Dossi alla gola, lo strangola. Il sogno di
entrambi si rivela irrealizzabile, sia quello di chi ha voluto ridurre la vita a
pura ed eterna forma perfetta, sia quello di chi ha inseguito, nella
disperazione di una vecchiaia inarrestabile, la pienezza della vita pura.
Diverso il modo di
trattare il rapporto arte – vita nella commedia Trovarsi del ’32. Pensata per Marta Abba, la figura della protagonista, Donata Genzi, è quella di
un’attrice consumata che ha deciso di votarsi all’arte superando le angustie di
un’unica esistenza possibile e vivendo, invece, la molteplicità delle
innumerevoli possibili vite date all’attore. L’arte è “l’unica possibilità di
vivere tante vite (…) Perché finzione? No. E’ tutta vita in noi. Vita che si
rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione”;
e ancora, dirà
l’attrice, “Vero è soltanto che bosogna crearsi, creare! E allora soltanto
ci si trova”. Qui l’arte non è la
forma che uccide la
vita, bensì una forma di vita più alta, molteplice e creativa.
Il Teatro di
miti
Chiudiamo questa
sintesi sull’opera teatrale di Pirandello con un cenno al teatro di miti
rappresentato dalle tre commedie La nuova colonia (1928), Lazzaro (1928) e l’incompiuto
I giganti della montagna.
L’autore che aveva
smascherato la verità attraverso la denuncia dell’inconsistenza relativistica
delle apparenze, torna ora all’Assoluto della coscienza archetipica dei miti
intesi quali verità profonde ed ancestrali del senso della vita: ne La nuova
colonia il desiderio di instaurare su un’isola vulcanica la giustizia
sociale, fallisce in un apocalittico cataclisma a cui sopravvive un unico
valore, quello della maternità.
In Lazzaro
il mito celebrato è quello della religiosità, della fede, ma non fondata su
precetti rivelati e rinuncia, bensì sulla percezione della sacralità della vita
suggellata dalla scoperta di un Dio che è l’ “eterno presente della
vita”.
L’opera incompiuta
I giganti della montagna, infine, riflette sul mito dell’arte: puro
spirito, rappresentato dal mago Cotrone, e pura materialità, rappresentata dai
giganti, sono entrambi lontani dall’arte dell’attrice dai capelli fulvi , Ilse.
|
 |
La sua rappresentazione della
Favola del figlio cambiato davanti al
popolo, pur pregna di umanissimi sentimenti, non è capita dalla folla che, con
brutale violenza, uccide Ilse, facendola a pezzi. “La tragedia della poesia in
questo brutale mondo moderno”, come Pirandello definisce questa sua
opera in una lettera a Marta Abba, si conclude con una sorta di rito dionisiaco
che, attraverso lo smembramento dell’arte, pare preludere ad un’ipotetica
rinascita.
|
Il “caos” creativo: la
rivoluzione teatrale di Pirandello |
dal sito
Il Paese Possibile -
link doc originale:
qui
Siamo nel 1921, al Teatro Valle di Roma, in data 9 maggio: il pubblico in sala
non sa ancora cosa sta per accadere, né di quale enorme portata sia l’opera che
verrà messa in scena quella sera. Fatto sta che, davanti ai loro occhi
increduli, molte persone assistono al dramma principale firmato da Luigi
Pirandello, una delle figure più importanti in campo letterario, in Italia e nel
mondo: “Sei personaggi in cerca d’autore”.
|
Questo straordinario artista, nato nei pressi dell’attuale Agrigento (chiamata
all’epoca Girgenti), viene alla luce in una casa situata nella contrada “Caos”,
curiosità che è stata da sempre ricondotta al caos
creativo di Pirandello, secondo la convinzione di un
destino stabilito. E la grandissima energia creativa
porta l’autore a scrivere opere destinate a
rivoluzionare i canoni letterari del tempo e ad
incidere in maniera profonda sul pensiero e sulla
società; titoli come “Uno, nessuno e Centomila” o
“Il fu Mattia Pascal”, unitamente ad una produzione infinita di novelle e di
romanzi, capaci di dipingere con grande maestria vizi e virtù dell’epoca e di
aprire nuovi orizzonti alla riflessione, attraverso un’incredibile analisi
psicologica dei personaggi, fanno di questo scrittore un mostro sacro della
letteratura di sempre. |
 |
Ma a questa straordinaria e smisurata produzione narrativa, Pirandello
ha aggiunto un intenso e appassionato lavoro nel settore che lo ha consacrato
definitivamente, vale a dire il teatro: e in quella che viene definita la “terza
fase” del teatro pirandelliano, si impone il lavoro “Sei personaggi in cerca
d’autore”, un dramma che incarna al massimo grado la volontà di abbattere la
“quarta parete”, vale a dire la separazione invisibile, meramente concettuale,
che separa il pubblico dal palcoscenico. L’opera in questione, infatti, è
talmente rivoluzionaria da sconcertare la gente in sala, la quale reagisce al
tutto con bordate di fischi e gridando “Manicomio! Manicomio!”.
La trama è caratterizzata dalla presenza di una compagnia teatrale intenta a
rappresentare un altro lavoro di Pirandello, “Il Giuoco delle parti”, ma che è
interrotta dall’entrata in scena di sei personaggi, i quali chiedono agli attori
di rappresentare un’altra storia, quella che riguarda loro: essi infatti
raccontano di essere stati creati e poi abbandonati da un autore.
|
Si tratta
della prima opera della trilogia “Il teatro nel teatro”, e sebbene il dramma non
sia stato un successo come consenso da parte del pubblico alla sua prima uscita,
lo è invece stato riguardo l’obiettivo di coinvolgere le persone in sala,
chiamate a partecipare allo spettacolo senza limitarsi a fruirlo
passivamente. Solo con l’edizione del 1925, in cui Pirandello si serve di una
premessa per spiegare tematiche e intenti dell’opera, questo lavoro diventa
anche un grande successo di pubblico.
La fama dell’autore siciliano diventa in breve travolgente, fino a condurlo al
massimo riconoscimento nel campo letterario, cioè l’assegnazione del
Premio Nobel nel 1934: la motivazione che si legge è: “Per il suo coraggio e
l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”.
“Sei personaggi in cerca d’autore” è la sua opera teatrale più rappresentativa,
la “summa” della sua arte, una sorta di manifesto della sua infinita creatività:
è ciò che lo proietta di forza tra i grandi maestri del ‘900, originando quella
coscienza della scomposizione e quella visione “teatrale” (e a volte
paradossale) della vita che, ancora oggi, nel linguaggio comune, si chiama
“pirandelliana”, e che sa tanto di Caos.
|
|
 |
|
Parigi, 1923 -
Sei peronaggi in cerca d'autore |
|
|
Ferdinando Morabito
|
Fasi del teatro
di Pirandello |
dal sito del
Liceo Norberto Rosa
di Susa (TO) - link doc originale, non più raggiungibile:
qui
-
L'esordio "verista" (1910-1917). La prima produzione è legata a
situazioni e modi del verismo regionale, con una precisa attenzione verso il
dialetto: appartengono a questa fase Lumie di Sicilia (1910),
Pensaci, Giacomino! (1916), Liolà (1916) e Il berretto a
sonagli (1917).
-
Il relativismo gnoseologico e i drammi della parte (1917-1922).
Il relativismo gnoseologico debutta sulla scena con Così è (se vi pare)
(1917); sulla stessa linea è possibile indicare anche Il piacere
dell’onestà (1917), Il giuoco delle parti e Ma non è una cosa
seria (1918) per lo smascheramento delle convenzioni e dei falsi
perbenismi e Enrico IV (1922) per la denuncia, fra pazzia e finzione,
dei "ruoli" esistenziali.
-
Il "teatro nel teatro" (1921-1930).
Questa fase, che ha inizio
con Sei personaggi in cerca d'autore (1921), è completata da
Ciascuno a suo modo (1924) e da Questa sera si recita a soggetto
(1930); la trilogia si prolunga, in un certo senso, rovesciandosi, in
un'ultima opera teatrale, I giganti della montagna, la cui
elaborazione, iniziata nel 1930, rimase incompiuta.
-
La stagione dei "miti" (1928-1936). Appartengono a questa
stagione La nuova colonia (1928), Lazzaro (1929) e I
giganti della montagna (1930), testi che Pirandello stesso definisce
"miti" per l'argomento e l'ambientazione in dimensioni favolose e senza
tempo.
Angoscia e incomunicabilità esistenziale
|
Il tema di una vita angosciosa che, in taluni casi, si
esplica nella imposssibilità di comunicazione, che sottende in modo più o meno
evidente, a tutta la produzione letteraria e maggiormente teatrale di
Pirandello, costituisce un addentellato quasi inevitabile alla dialettica
inesauribile tra vita e forma, che é alla base del relativismo gnoseologico .
La dialettica tra vita e forma
La realtà é perpetuo movimento vitale, un eterno divenire,
incessante trasformazione da uno stato all'altro, flusso continuo, incandescente
e indistinto, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da
questo flusso e assume "forma distinta e individuale" si irrigidisce e comincia,
secondo Pirandello, a morire. Così avviene per la personalità umana: noi siamo
parte indistinta nell'eterno fluire della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in
forme individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo o ci danno
gli altri o il contesto sociale, in una personalità che vogliamo coerente e
unitaria, ma che in realtà é pura illusione che scaturisce solo dal sentimento
soggettivo che noi abbiamo del mondo. Ciascuna di queste forme, secondo cui
siamo tanti individui diversi a seconda della visione di chi ci guarda, é una
costruzione fittizia, una maschera, sotto la quale non c'é un volto
definito, immutabile, ma un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne
trasformazione.
|
|
 |
|
1978 - Valeria
Moriconi - La vita che ti diedi |
|
|
Giustificazione storica alla dialettica tra vita e
forma
Questa teoria della frantumazione dell'Io in una miriade
di stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un punto di riferimento
fisso, é un dato storicamente giustificato: nella civiltà novecentesca entra in
crisi sia l'idea di una realtà oggettiva, organica, univocamente interpretabile
con gli schemi della ragione sia l'idea classica dell'individuo creatore del
proprio destino e dominatore del proprio mondo, che era rimasta alla base della
cultura della borghesia ottocentesca nel suo momento di ascesa. E' questo
infatti il periodo dell'instaurarsi del capitale monopolistico che annulla
l'iniziativa individuale, dell'espandersi della grande industria e dell'uso
delle macchine che meccanizzano l'esistenza dell'uomo. In una prima fase, questi
processi inducono a rifiutare la realtà oggettiva e a chiudersi gelosamente
nella soggettività, ma poi anche questa progressivamente finisce per sfaldarsi:
l'Io si disgrega, si smarrisce, si perde, i suoi confini si fanno labili, la sua
consistenza si sfalda e si frantuma in una serie di stati incoerenti, nel
naufragio di tutte le certezze.
|
Il teatro della tortura
Pirandello é uno degli interpreti più acuti di questi
fenomeni: la presa di coscienza di questa inconsistenza dell'Io suscita nei
personaggi pirandelliani smarrimento e dolore. L'avvertire di non essere "
nessuno", l'impossibilità di consistere un'identità provoca angoscia ed
orrore, genere un senso di solitudine tremenda. VIceversa l'individuo soffre
anche ad essere fissato dagli altri in forme in cui non può riconoscersi. L'uomo
si "vede vivere" si esamina dall'esterno come sdoppiato, nel compiere gli atti
abituali che gli impone la sua maschera e che appaiono assurdi, destituiti da un
senso. Queste forme sono sentite come trappola , come un carcere
in cui l'individuo si dibatte, lottando invano per liberarsi, tanto che Macchia
ha parlato di " stanza della tortura" come condizione tipica dei
personaggi pirandelliani: il teatro di Pirandello é tutto un seguito di stanze,
il personaggio cerca sempre una stanza, sede dei suoi vizi, dei suoi peccati
segreti, delle sue piaghe. Progressivamente diviene "stanza dell'essere"
, da cui qualcuno, l'individuo claustrato, tenta di uscire e non ce la fa. E'
una claustrofobia congenita, ossessiva, in cui il personaggio, essendosi
perduto, non avendo più nulla di proprio, non potendo raggiungere la gioia di
essere nessuno, rifiuta l'essere.E se esso esce dal carcere, invece di godere di
quell'attimo di liberazione, pensa che, dentro o fuori, per lui é lo stesso.
|
|
 |
|
1928 - Paola Borboni - La nuova colonia |
|
|
L'enorme pupazzata
La società appare come un'enorme pupazzata,una costruzione
artificiosa e fittizia che isola l'uomo dalla vita,lo impoverisce e da qui si
evince il bisogno di autenticità, di immediatezza, di spontaneità vitale.
Il personaggio pirandelliano, scomposizione della
persona romantica
Il personaggio pirandelliano è il risultato della
scomposizione della persona romantica e borghese, del frantumarsi di quella
unità psicologica e morale in un mosaico di apparenze ingannevoli e il suo
dramma è nell'aver perduto per sempre la coerenza e l'organicità di quella
protezione etica e psicologica. Tuttavia, per vivere, e cioè per rendersi
rappresentabile, per eludere la solitudine del suo essere "personaggio senza
autore",deve accettare l'umoristica realtà di una dimensione apparente e di
questa i gesti, le vicende, le reazioni.E il suo strazio è di dover denunciare
il suo vero dramma nell' unico linguaggio che gli è concesso, quello
incoerente delle parti.
|
La ragione come culmine dell'angoscia
Una delle forme della scomposizione che il personaggio
deve vivere è la ragione, la più vana e ingannevole: questa
smania razionale è il punto più alto e inesorabile del suo dolore, perchè la più
relativa e falsa, la più tipica e illusoria. Non a caso i personaggi più alti di
Pirandello sono "ragionatori", quelli ai quali, lungi dall'offrire la
soluzione e la consolazione del loro soffrire, la ragione fornisce, nella misura
spietata del paradosso, la coscienza più profonda e disperata del loro dolore,
della loro angoscia.
La ragione, che si esplica nella consapevolezza dell'inarrestabile
bisogno di vita, per cui una persona è spinta a divenire "personaggio", e nella
coscienza di vivere, è strumento di tortura, il più infelice perchè il più
umano, ed è l'elemento-culmine della disgregazione della persona e, insieme, il
tentativo più disperato della sua finzione unitaria. Conoscersi è morire:
la coscienza genera tragedie silenziose e la riflessione è fonte di dolore,così
come la riflessione determina il passaggio dall'avvertimento al sentimento del
contrario, dando vita ad un umorismo che ha in sè una venatura tragica, un riso
aggressivo, freddo, convulso, quasi torturante che mortifica ogni oscuro
desiderio di felicità.
L'umorismo, infatti, in questo senso, come strumento critico, rientra
perfettamente in questo teatro della tortura: manifestazione della "crudeltà
pirandelliana" è per l'appunto far cadere l sue creature a oggetti di riso e di
commiserazione.
|
|
 |
|
1947 - Lilla
Brignone e Gianni Santuccio
I giganti
della montagna |
|
|
Incomunicabilità: "Il forestiere della vita"
Il rifiuto della vita sociale dà luogo nell'opera pirandelliana ad una figura
ricorrente, emblematica: "il forestiere della vita", colui che ha "capito il
gioco", ha preso coscienza del carattere del tutto fittizio del meccanismo
sociale e si esclude, si isola, guardando vivere gli altri dall'esterno della
vita e dall'alto della sua superiore consapevolezza, rifiutando di assumere la
sua parte, osservando gli uomini imprigionati dalla "trappola", con un
atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà.Ancor prima di testimoniare la
frantumazione soggettiva dell'uomo, il tarlo della sua spaventosa relatività, si
ha la"disgregazione oggettiva",il corrompersi delle strutture coesive dei
rapporti umani, il violento crollare delle ipotesi storiche e sociali. L'uomo di
Pirandello sperimenta e scopre l'incomunicabilità dei suoi pensieri, la
solitudine dei suoi sentimenti, l'indifferenza ostile degli altri, la falsità
delle loro proteste di solidarietà e l'enfasi dei loro patti artificiosi.
Il linguaggio pirandelliano è segno di questa oggettiva incomunicabilità
del personaggio e, insieme, la testimonianza della sua ansia di comunicare: la
lingua è neutra e convenzionale nel lessico, cioè convenzione di una società
artificiale e provvisoria; nella sintassi tende a farsi monologo, risolvendosi
in puro grido e vano interrogativo.
La lingua in scena : dalla scrittura narrativa alla scrittura scenica
Lo scrivere bene
|
Gli studi pirandelliani dedicati all'aspetto
linguistico sono veramente pochi ma ciò è ricompensato dalla loro alta qualità a
partire da quelli di Benvenuto Torracini per arrivare a quelli di Giovanni
Nencioni e di Maria Luisa Altieri Biagi.
Pirandello propone una soluzione discreta a
proposito del problema della lingua che è apparsa ai linguisti meno importante
di altre come quelle dalle avanguardie.E' una soluzione che va verso la
sintesi di una tradizione locale non mutilata e di una dignità letteraria
consolidata ed affrancata però dal un "contegno austero".
Varie critiche sono state mosse a Pirandello per questa teoria con la quale crea
la sua lingua letteraria. Viene, infatti, detto che il suo"scrivere bene", se non è lo "scrivere bello" di
D'Annunzio, è pur sempre troppo alto e rispettoso dello stile del passato o,
viceversa, proponendosi come mimesi dello stile parlato, in realtà lo deforma
espressionisticamente fino a dare esiti trasandati, fino allo "scrivere male". Tutti i giudizi elaborati sulle opere
pirandelliane ipotizzano in forme difinitive fenomeni linguisti suscettibili a
diverse interpretazioni se rapportati alla situazione storico-linguistica
contemporanea e se correlati al significato dell'opera stessa: un'opera nella
quale le scelte linguistiche devono essere funzionali alla finalità
etico-conoscitiva.
Nell' analisi c'è però un rischio che dobbiamo evitare e cioè quello di
attribuire alla volontà stilistica dello scrittore scelte che alla sensibilità
dei lettori attuali della lingua si configurano come letterarie, auliche
e che effettivamente possono dirsi tale solo perchè ingiallite ed appassite
in una lingua che si evolve proprio come pirandello ha affermato:
|
|
 |
|
1949 - Piccolo
Teatro di Milano
Questa sera
si recita a soggetto |
|
|
"...la lingua nostra che a volerla cercare,
non si saprebbe dove trovarla, in realtà non esiste che nell'opera scritta
soltanto, nel campo cioè della letteratura. Un gran numero di parole, che nella lotta per
l'esistenza sarebbero cadute, hanno avuto in essa e per essa la loro forza di
resistenza; ed ora costituiscono una sovrabbondanza, che non è ricchezza, ma, come
ogni accenno, è vizio; e generano confuzione e mancanza di sicurezza nella
scelta."
|
Pirandello agisce, comunque, con notevole 'discrezione filologica'
rispetto alle proprie scelte poichè si tratta di parole autorizzate da
precedenti impieghi letterario che emergono da parlate locali come siciliano,
toscano ed anche settentrionale. Egli rimane un non-deformatore della lingua
anche se desidera una maggior scioltezza. La lingua, infatti, se deve veicolare
le idee, se deve essere funzionale alle cose, ai contenuti e alle idee, deve
evitare le soluzioni vistose e gli arabeschi preziosi del livello classico come
anche la dialetticità dello stile basso. Inoltre Pirandello è spinto in
soluzioni equilibrate, filologicamente meditate e discrete del suo 'civismo
linguistico'.
Se fino ad ora si è parlato di scelte condizionate da questo aspetto
storico-linguistico della lingua, ora occorre collegare le scelte formali dello
scrittore alle sue scelte tematiche e alla sua filosofia di vita con una
tensione a subordinare le scelte linguistiche agli scopi comunicativi della sua
opera.
L'onomastica
Emblema di tale procedimento è l'uso del nome considerato il più
innovativo dei segni linguistici ed estremamente importante per Pirandello.
Egli, diversamente da D'Annunzio, intuisce un legame necessario fra nome e
personaggio in quanto la tragedia di un personaggio comincia con il nome
che il suo autore gli ha imposto:
|
|
 |
|
1928 - Al
Teatro Manzoni di Milano
Con Sabatino
Lopez (SIAE) |
|
|
"Fileno... mi ha messo nome Fileno... le pare sul
serio che io mi possa chiamare Fileno? Imbecille, imbecille! Neppure il nome ha
saputo darmi! Io, Fileno "
ci sono personaggi con un nome analizzabile, scindibile ed emblematico della
loro predisposizione innata ad essere due o a divenire due ( doppiezza del
personaggio ) ma ma il nome può anche essere antifrastico rispetto alla perso e
alle caratteristiche fisiche del personaggio. Inoltre il legame tra nome e
personaggio stesso può anche essere esplicitato da un rapporto di tipo semantico
rispecchiando una delle caratteristiche di questo. L'importanza del nome può
essere ricavata anche dall'esistenza di una scala di esprimibilità che va dagli
innominati ( il protagonista dell' "Enrico IV") ai nominati
per intero nome e cognome
( Lamberto Laudisi ). In mezzo a questi due estremi stanno personaggi che pur
nominati sono inseriti in quel Limbo che li sottrae ad una identificazione
precisa ( La Signora Frola e Il Signor Ponza ). Infine, è sintomatico il fatto
che, quando il personaggio portatore della filosofia pirandelliana appartiene
al popolo. Pirandello stesso usa un soprannome o il solo nome
( Ciampa, Liolà ) di questi per non dargli una definizione troppo precisa e
determinante come è giusto che sia per un popolano all'interno della
letteratura. Dunque, tanti sono gli elementi che testimoniano un'attenzione
vigile di Pirandello alla lingua intesa, però, a subordinare le scelte della
verità filosofica di cui i personaggi sono portatori.
|
Le " parole - epifania "
Come il personaggio, anche la lingua è creazione e
perde la sua oggettività in quanto le parole pirandelliane diventano simboli
soggettivi per ognuno di noi.
La parola più comune ha in sè baratri insospettati per chi
sappia inserirla in quella rete di relazioni lontane che la riscratta
completamente dall'ovvio significato comunemente dato:
" Ma se è tutto qui il
male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose! ciascuno il suo mondo di
cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole che io dico metto il senso
ed il lavoro delle cose come sono dentro di me, mentre chi ascolta, inevitabilmente le
esprima con il valore che hanno in sè, del mondo ch'egli ha dentro? Crediamo di
intenderci ma non ci intendiamo mai."
Questa struttura si può ben comprendere nell'ambito
delle stesse epifanie pirandelliane le quali non avvengono mai per
sollecitazioni di elementi rari e particolari, ma sono le cose che tutti hanno
sotto gli occhi che si estraggono dalle relazioni abituali e acquistano
particolari significati.
La "medietà" linguistica
Dal tema delle parole, si può arrivare ad un punto
centrale per la definizione della lingua di Pirandello: la trasparenza e
la madietà di essa che si rivela non soltanto una scelta linguistica per
svecchiare senza avanguardismi, non soltanto una scelta civica per collaborare
alla formazione di una lingua unitaria italiana, ma è anche una scelta
epistemologica nella convinzione che tali medietà e trasparenza siano funzionali
alla trasmissione non equivoca del messaggio pirandelliano che si potrebbe
delineare come filosofico ed esistenziale.
|
|
 |
|
1924 - Milano,
con Dario Niccodemi
Prima di
Ciascuno a suo modo |
|
|
Attaverso tutto questo procedimento
viene, dunque, a crearsi di una filosofia del lontano, la cosìdetta '
filosofia del cannocchiale rovesciato' che ' fa piccole le cose grandi e
grandi le cose piccole'.
La parola in scena
Infine, quello che è il segno linguistico
linearmente disposto nel testo scritto per la lettura, diventa sinsegno
complesso e
globale che si affida al gesto, a certi elementi di
vestiario e di arredamentoe alla dislocazionestessa dei corpi degli attori sulla
scena.
Particolare per la scrittura scenica è la funzione delle
didascalie entro le quali la parola-azione e la immagine-azione si
integrano nella dimensione della scena, contribuendo insieme alla definizione
del significato del significato.
Franco Manzoni
|
La prima fase
del teatro pirandelliano |
da
Leadership medica
Tutto il teatro pirandelliano è
dominato dal sentimento del contrario come virtù storica e meta estetica.
La sua grande capacità di
risolvere la tragedia dell’esistere sta nel capovolgere le situazioni, ove
l’azione diventa dramma proprio attraverso l’umorismo, poiché l’essenza comica
consiste nella risata amara e in una coscienza critica, perlopiù ironica e
autoironica.
|
La prima fase del teatro pirandelliano è, per ambientazione e linguaggio,
prettamente siciliana: la commedia "Liolà" lo testimonia ampiamente. Nel
1916 Angelo Musco aveva recitato con successo questa pièce “campestre” in
tre atti scritta in dialetto agrigentino, definita dallo stesso Pirandello
“l’opera mia più fresca e viva”.
L’azione scenica si svolge in campagna, in una zona rurale,
in una Sicilia molto stereotipata. Il protagonista Liolà è
un contadino allegro, solare, felice di vivere ed amare le
donne. Zio Simone, già di una certa età, sinora non ha avuto
figli, nemmeno dalla giovane seconda moglie Mita: il suo
pensiero fisso va a tutti i quei beni che alla propria morte
andranno perduti. Liolà, invece, pur non sposato, é padre di
tre figli avuti da altrettante donne, le quali hanno
preferito abdicare al ruolo di madre, lasciando i pargoli a
lui. Il ricco Zio Simone si strugge per non riuscire ad
avere un erede, mentre la nipote Tuzza si è concessa
facilmente a Liolà quasi per ripicca contro Mita che quattro
anni prima gli era stata preferita come moglie di Zio
Simone.
Tuzza non vuole sposare Liolà, che è venuto a chiedere
insistentemente la sua mano, perché ha in mente di dare il
figlio, che aspetta, al vecchio Simone, il quale non vede
l’ora di riconoscerlo come suo. Tuzza, messa incinta da
Liolà, progetta l’inganno anche per avidità di danaro e
suggerisce allo zio di attribuirsi la paternità del figlio
di fronte a tutti, pensando così di avere assicurato per sé
l’avvenire e di essersi creata una posizione di tutto
riguardo all’interno di questa piccola società contadina.
Mita, malmenata da Simone, si rifugia in casa di sua zia e,
per sventare il piano di Tuzza, passa la notte amoreggiando
con Liolà per renderle la pariglia.
|
|
 |
|
1925 - Ordine
del giorno teatro D'Arte |
|
|
In tale occasione Liolà è spinto da un naturale senso di
giustizia: ristabilire la situazione nei confronti di Mita,
che risulta danneggiata senza avere commesso alcunché, e
agire contro Tuzza che si comporta in modo fraudolento e con
malizia. Dopo questa notte trascorsa con Liolà, a breve
anche Mita dichiara di essere incinta e che quello che
attende è proprio il figlio di suo marito Simone, che
perciò, al massimo della felicità, rivela alla moglie la sua
assoluta estraneità con la gravidanza di Tuzza, la quale,
sentendosi derisa, scavalcata e annullata nel suo ruolo di
futura puerpera di figlio erede, ormai fuori di sé, ferisce
Liolà, che a questo punto non intende più sposare una donna
arrivista, sempre pronta al tradimento.
|
Il personaggio di Liolà, traboccante di vita, che danza e canta, se ne va in
giro da amoroso, seducendo le donne incurante del codice d’onore, è la
caratterizzazione di un insolito ragazzo-padre, che si tiene tre figli natigli
dai suoi amori, frutto della sua vis procreatrice. Ora sarebbe addirittura pronto ad
accogliere felice il quarto, quello di Tuzza, ma ovviamente non la donna.
Durante tutto lo svolgimento della commedia Liolà appare come l’unico veramente
generoso e buono, disinteressato, al contrario degli altri, che risultano
egoisticamente chiusi nella propria piccola grettezza.
In questo clima di indagine psicologica sui personaggi, condotta dall’autore, si
rileva quale costante il tradimento e una filosofica amarezza e scetticismo nei
confronti dell’intera umanità. Ciò che si contrappone alla verità è il voler
apparire a tutti i costi nel contesto sociale. Ne consegue che ciò che si è,
spesso viene annullato da ciò che si vuole che gli altri credano di noi.
|
|
 |
|
1959 - Rosina
Anselmi e Turi Ferro - Liolà |
|
|
Tale drammatica visione del mondo, che Pirandello inserisce nei suoi personaggi,
non è, per così dire, alleviata dall’intervento del distacco umoristico. Anzi, l’ironia e il grottesco
aumentano la tragedia interiore dei sentimenti.
Insomma, solo in apparenza si ride, perché l’animo umano è, per l’autore, quasi
sempre ossessionato da materialistiche aspirazioni, arido di slanci generosi,
poco sensibile verso il popolo dei sofferenti, eticamente in decomposizione.
|
Ne è prova la commedia in due atti "A birritta cu’ i ciancianeddi",
scritto in dialetto siciliano nell’agosto del 1916, rappresentato l’anno
successivo a Roma al Teatro Nazionale, sempre da Angelo Musco, e poi tradotto in
italiano col titolo "Il berretto a sonagli", che vede sulla scena
Beatrice, moglie del cavalier Fiorica, certa che il marito la tradisca con la
giovane sposa di Ciampa, anziano scrivano e uomo di fiducia della famiglia. La
signora Beatrice decide di smascherare la presunta tresca del marito e
svergognare pubblicamente la donna.
Allora si inventa un pretesto per allontanare da casa Ciampa: egli deve
riscattare dei gioielli impegnati in città, partendo subito. Il vecchio
scrivano, che notoriamente serra a casa la giovane moglie, in quest’occasione,
avendo sentore che qualcosa venga ordito alle sue spalle, la conduce a casa
della signora Beatrice, perché possa passare la notte dai Fiorica e non a casa
da sola, anche se ben rinchiusa.
|
|
 |
|
1979 - Luca ed
Eduardo de Filippo,
Arnaldo Marra -
Il berretto a sonagli |
|
|
La signora Beatrice, però, non accoglie sotto il proprio tetto quella che
considera l’amante del marito e lo scrivano non può far altro che chiudere la
moglie in casa e partire per l’incarico ricevuto.
|
Nel contempo il delegato di pubblica sicurezza Spanò viene convocato dalla
signora Beatrice, che gli firma una denuncia, e gli spiega come pensa avvengano
i convegni amorosi tra il marito e l’amante. E’ da notare che la casa di Ciampa
è attigua allo studio del cavalier Fiorica e che i due luoghi comunicano tramite
porte di solito normalmente ben serrate, ma che, se aperte, possono facilitare
incontri clandestini, senza che nessuno sospetti nulla. Scoppia lo scandalo, i
due amanti vengono arrestati, ma Spanò afferma che non emergono elementi di
flagrante adulterio, forse per riguardo al cavalier Fiorica.
Per difendere il proprio buon nome e conservare l’onore della gente Ciampa ora
dovrebbe uccidere i due amanti, ma con astuzia gli viene in mente un’altra
possibilità: la signora Beatrice, che ha combinato tutto questo pandemonio senza
considerare minimamente le conseguenze, deve farsi credere folle di gelosia,
ponendo rimedio allo scandalo grazie alla pazzia. Tutti sono d’accordo. E si farà così, per il bene comune, anche della signora Beatrice, e, nella
logica capovolta, dire la verità è sufficiente per essere ritenuti pazzi. Purché si salvino le apparenze, tutto è permesso e ognuno in società deve
mostrare il “punto” d’onore che si è costruito e che anche gli altri gli
impongono per sostenere il ruolo che lo faccia apparire rispettabile.
|
|
 |
|
1926 - Marta
Abba, Lamberto Picasso - L'amica
delle mogli |
|
|
Il tema della maschera di Ciampa vive nelle diverse sfaccettature umane come
difesa ed esigenza di decoro, necessità comportamentale pur se drammatica.
Quando questo velo cade e tutti conoscono la sua infelicità coniugale, Ciampa si
aggrappa disperatamente alla propria “parte” come unica possibilità di
sopravvivenza sociale e l’utilizzo della finta follia diviene il mezzo che
ristabilisce una condizione di normalità.
|
I personaggi
Pirandelliani "senza autore", tra grottesco e
convenzione |
|
Coesistendo la narrazione come
antefatto della nascita del personaggio assieme alla dimensione scenica e a una
forte tendenza dialogica presente nelle sue novelle, Pirandello giunge quasi
spontaneamente alla scoperta del teatro.
Ciò avviene al termine di una ricerca ideologica pirandelliana, che tende a
delineare un bisogno irrinunciabile, la creazione del personaggio senza autore,
che gioca alla roulette del Caso e agisce in modo apparentemente del
tutto autonomo. Ma quali sono le caratteristiche dei suoi personaggi? Il drammaturgo, all’interno di
scelte realistiche quali la dimensione temporale e i contenuti borghesi, decide
di andarli a pescare in situazioni grottesche, al limite della sofferenza umana
(non tanto fisica, quanto dell’anima), uomini che non riescono a liberarsi da
vincoli sociali dell’apparenza, spesso condannati alla solitudine oppure al riso
beffardo dei loro compaesani.
E’ questo il vero dramma del personaggio pirandelliano: l’incapacità di
realizzare la propria libertà tanto sospirata, schiavi come sono dei pregiudizi
sociali. |
|
 |
|
1920 - Roma,
Compagnia Ruggero Ruggeri
Tutto per
bene |
|
|
E’ quello che incontriamo in "Così è (se vi pare)", ove l’autore analizza
la realtà quotidiana, percependo l’impossibilità di raggiungere la verità dei
fatti, dato che molteplici e differenti sono le interpretazioni della realtà da
parte di ogni singolo personaggio. In secondo luogo appare chiaro il tema della
solitudine dell’uomo, di ogni uomo, che ne fa un mondo a sé, a volte
insondabile. Così è (se vi pare) si
presenta drammaturgicamente come opera corale e la trama verte attorno al
tentativo di una intera comunità di chiarire se la follia sia del signor Ponza o
della signora Frola.
|
Redatta nella primavera del 1917 e rappresentata per la prima volta a Milano nel
1918 al Teatro Olimpia, è una commedia che si muove attorno al tentativo di
scoprire la vera identità della signora Ponza, per capire di conseguenza chi dei
due sia il pazzo. Gli esponenti di spicco del piccolo centro, in cui è inserita
la vicenda, si chiedono quale sia la verità.
Varie ipotesi si affermano per poi essere contraddette, senza giungere ad una
soluzione se non quella in cui lo spettatore coglie la relatività delle singole
verità e l’incapacità umana di impossessarsi della sostanza delle cose. In un
contesto borghese di provincia, dove il desiderio di conoscere come stanno i
fatti conduce al pettegolezzo e alla curiosità spasmodica delle donne, la
burocrazia minima del luogo giunge a definire che il Prefetto deve sapere tutto
su questa contorta vicenda. Assistiamo a un movimento incalzante di entrata e uscita di scena, di
dichiarazioni di follia dell’uno verso l’altra e viceversa; anche il confronto
fra il signor Ponza e la signora Frola non porta a nulla, ognuno mantiene la
propria tesi.
|
|
 |
|
1964 - Mario
Scaccia, Enrico Maria Salerno
Così è (se
vi pare) - RAI |
|
|
Nel terzo atto si dovrebbe giungere alla risoluzione con
“l’interrogatorio” della moglie del signor Ponza
Tuttavia la verità ricercata non emerge e questa “inchiesta” rimane insoluta,
senza alcuna vittoria tra i due “indagati”. La signora Ponza
contemporaneamente resta la figlia della signora Frola e la seconda moglie del
signor Ponza, così come ognuno dei due crede che sia, e a conclusione del testo
dichiara: “Io sono colei che mi si crede“. Si comprende da questa affermazione
il dramma della follia che la signora Ponza intendeva celare agli occhi del
mondo, recitando la doppia parte per i due suoi cari, ed esistendo nella misura
in cui è creduta dal marito e dalla signora Frola, così come ognuno vorrà
crederla tale.
|
Sempre del 1917 è la commedia in tre atti "Il piacere dell’onestà",
interpretata con successo da Ruggero Ruggeri, che invece non portò sulle scene
"Così è (se vi pare)", scusandosi di non avere una compagnia adatta al
testo. In realtà perché preferiva
recitare un’opera in cui emergesse la sua bravura di mattatore piuttosto che una
commedia corale.
Infatti "Il piacere dell’onestà" si giustappone a "Così è (se vi
pare)", perché chiaramente più vicina a un teatro tradizionale, a parti
sceniche più ampie e definite per un primo attore. La vicenda tratta di un
matrimonio riparatore “bianco”: Baldovino deve sposare Agata, messa
incinta dal marchese Fabio, già maritato a una donna che lo tradisce.
Matrimonio per dare un nome al figlio di Agata e per consentire in futuro che la
relazione tra i due continui. Considerato un fallito e un poco di buono,
Baldovino appare molto adatto alla situazione; egli accetta di sposare per finta
Agata, ma nel contempo decide di seguire l’onestà e un rigido codice morale. Nato il bambino, la donna non desidera più avere contatti con il marchese, il
quale intende, invece, intrappolare Baldovino, che ora sente quasi antagonista
nei confronti di Agata. Ma il disegno del marchese Fabio fallisce. |
|
Agata, che ormai già da tempo ha compreso l’umanità e la vera indole del marito,
lo stima e intende seguire Baldovino, come una vera moglie, ovunque egli andrà.
In questi due testi drammaturgici Pirandello adombra il significato ultimo della
condizione umana, il perpetuo esilio dell’uomo dagli altri e da sé, prigioniero
delle convenzioni e incapace assolutamente di ribaltarle. Sta qui la vera natura
del dolore dei personaggi pirandelliani, che vivono una realtà illusoria e di
sconfitti.
Sembra quasi che l’autore voglia dirci che la verità non esiste, semmai vive la
sua vanificazione nella frantumazione dell’io di ogni personaggio. Ma vi è pure
una possibilità di riscatto, come in Baldovino, il quale in tutta la sua vita ha
truffato e speculato, privo di ogni freno morale e di impulso passionale.
Tuttavia la maschera che ha creato fino a un certo punto della propria
esistenza, crolla miseramente: Baldovino si trova coinvolto nell’umana energia
degli affetti e di una scelta radicale di redenzione, nell’anelito verso il
Bene.
|
I personaggi Pirandelliani
vittime delle contraddizioni |
La
drammaturgia di Pirandello si fonda sulla spontaneità del
rapporto tra situazione e condizione, persona e personaggio,
realtà e finzione scenica. Il che rese necessario un lungo
periodo di osservazione, compiuto dal drammaturgo, sugli
esseri umani e il loro comportamento.
Dall’analisi della realtà deriva l’utilizzo di eventi
grotteschi, casi apparentemente senza via d’uscita, una
folla di creature dissociate, schiave di pregiudizi e
desiderose di una libertà impossibile.
Tra i diversi lavori pirandelliani
pare emblematica di quanto si è appena detto la commedia
"Ma non è una cosa seria", rappresentata la prima volta
a Livorno nell’autunno del 1918 dalla compagnia di Emma
Gramatica.
|
Divisa in tre atti, la pièce descrive la decisione
paradossale del protagonista, Memmo Speranza, di sposarsi
per finta al fine di non correre il rischio di giungere a un
autentico matrimonio che gli avrebbe potuto creare
strascichi e complicazioni a non finire, visto che per
carattere Memmo si innamora perdutamente e, per giunta, con
molta frequenza. La scelta della “moglie” cade su una
giovane donna apparentemente insignificante e trasandata che
dirige una pensione, Gasparina. Tra i due si sancisce un patto da rispettare
assolutamente: il matrimonio sarà valido giuridicamente, ma solo per apparenza,
e in cambio Memmo offrirà alla donna tranquillità economica e una casetta in
campagna con un po’ di giardino. La decisione dell’uomo non è campata
in aria, ha una sua logica, una serie di ragionamenti
assurdi la sostiene, anche perché si è appena salvato da un
duello contro un possibile futuro ex cognato. Memmo / Don
Giovanni vede in Gasparina la risoluzione alle
proprie questioni amorose: divenire un uomo sposato alla
luce del sole sarà per lui una maggior difesa nei confronti
delle altre donne e per Gasparina un vantaggio economico e
una vita più serena e meno pesante. Il matrimonio avviene in
allegria alla presenza degli altri frequentatori della
pensione; a breve Memmo perderà la testa di nuovo per una
donna, che aveva lasciato poco prima, e si pentirà della
“pazzia” del finto matrimonio, ma per un breve periodo. Gasparina, nel contempo, conducendo un’esistenza tranquilla
e meno faticosa, diviene radiosa, quasi si trasforma, mentre
il vecchio signor Barranco, che da sempre la ama, vorrebbe
togliere Gasparina da questa situazione, invocando
l’annullamento del matrimonio perché non è stato consumato.
Per questo consiglia alla donna di far visita a Memmo e di
invitarlo nella casetta in campagna, dove il signor Barranco
gli esporrà la soluzione da lui escogitata, e cioè la
libertà per Gasparina di tornare nubile.
|
|
 |
|
2004 - Paola
Quattrini
Ma non è una
cosa seria |
|
|
|
A questo appuntamento Memmo non mancherà e capirà subito di
non desiderare affatto l’annullamento delle nozze, anzi
scoprirà di essersi innamorato veramente di Gasparina che
ora è diventata affascinante, amabile, ridente negli occhi.
Le donne precedenti gli appaiono vanesie e superficiali, non
fanno più per lui e desidera con tutto se stesso Gasparina,
che da tempo lo ama in silenzio ed aveva accettato il
matrimonio più che per interesse con la speranza di
trasformare la loro unione in una cosa seria e duratura.
Questa commedia, iniziata nell’assurdo, termina con un lieto
fine: le presunte follie amorose pertanto si mutano in amore
verso una donna che alle qualità fisiche associa anche
quelle di bontà d’animo e onestà. Ma, nonostante il finale,
Memmo rimane nel novero delle persone alla ricerca di sé,
con un inevitabile destino di sofferenza, è della schiera di
chi è prigioniero delle convenzionalità della società
borghese, un’anima ribelle che si consuma all’interno di
limiti sociali precostituiti. |
|
 |
|
1999 - Arnoldo
Foà, Giada Desideri
Diana e la
tuda |
|
|
Tutto questo appare ancor più evidente
nel personaggio di Leone Gala della commedia "Il gioco
delle parti". Anche lui è uno sconfitto dalla vita, da
uomo sensibile subisce la tragedia dell’esistere. Tuttavia
dopo il disinganno, dopo il naufragio dei suoi sogni e delle
sue aspirazioni, che si concretizza nel fallimento
coniugale, dopo aver capito il gioco che gli è toccato in
sorte, Leone si difende e si rende conto che esiste una
possibile via d’uscita nel diventare, contro la propria
indole, a sua volta disumano, uccidendo i sentimenti,
rallegrandosi delle pene altrui, cercando di vivere senza
passioni, ma con una sorridente disperazione.
E’ infatti il tema del matrimonio, della separazione di
comune accordo, della finzione agli occhi altrui ad essere
il motore de "Il gioco delle parti". Oltre a Leone, gli
altri vertici del triangolo amoroso sono sua moglie Silia e
l’amante di lei, Guido Venanzi. Da intellettuale ironico,
apparentemente distaccato e superiore, senza scandali ha
lasciato, per volere di lei, l’appartamento alla moglie,
portandosi via solo i libri a lui cari e gli arnesi di
cucina, elementi primari dell’arte culinaria di cui si
diletta.
Silia, la moglie interiormente infelice e tormentata, non
sopporta più il carattere di Leone, la sua presenza
composta, anche nei confronti del suo amante Guido. Nei
patti della separazione vi è anche l’accordo che Leone ogni
sera passi da casa per informarsi sulle possibili novità.
Una sera, mentre viene fatto salire apposta da Silia per
farlo ritrovare a faccia a faccia con Guido, imbarazzato e
inetto, al contrario Leone mostra di non essere scalfito
dalla presenza dell’amante e in quest’occasione espone la
propria filosofia di vita imperniata sul superamento delle
passioni, sulla razionalità che vince tutto grazie a una
corazza-scudo nei confronti della vita: ogni sentimento,
accadimento o persona va svuotato o ridotto a puro
ragionamento, compensando questo vuoto con un giocattolo
buffo, la filosofia e la cucina nel suo caso, pensando così
di aver raggiunto un equilibrio interiore invidiabile.
Così come un uovo che la vita ti getta contro, se non sei
pronto a prenderlo, si disintegra per terra o addosso a te,
mentre se lo afferri con le mani, puoi fargli un buchino e
bertelo, e il guscio che ti resta è come il concetto, ci
giochi un po’, poi, frantumandolo, lo getti via. Silia entra
in scena, recando per l’appunto un guscio d’uovo per il
marito, il quale a sua volta lo porge ridendo all’amante,
perché non è Leone ad averlo bevuto.
I nervi di Silia non reggono all’indifferenza apparente del
marito e, sportasi dalla finestra, getta il guscio tentando
di colpire con l’uovo vuoto il marito sul portone. Ma ciò
non accade: colpisce un giovane che fa parte di un gruppo di
ubriachi, i quali credono di trovarsi sotto casa della
mondana Pepita e interpretano il lancio del guscio come un
invito a salire. Mentre irrompono in casa di Silia, lei
viene folgorata da un’idea. Dopo aver chiuso a chiave Guido,
che non deve apparire in quanto amante, accoglie i quattro,
si fa dare il biglietto da visita da uno di loro, mentre gli
altri inquilini la soccorrono, attirati dal frastuono. Ma la
donna ormai è stata oltraggiata, anche se il marchese
Miglioriti, quello del biglietto da visita, rinsavito, si
scusa con lei che però non intende ragioni.
|
Il piano di Silia prevede che
il marito si esponga in un duello con il marchese
per il disonore arrecato alla moglie. L’indomani Silia narra l’accaduto a Leone, che la loda per la sua
accortezza di aver serrato l’amante e mostra l’intendimento
di difenderla come lei desidera. Pare non tirarsi indietro,
anzi incarica Guido di fargli da secondo, mentre la notizia
si sparge in tutta la città. Per questo Leone, sicuro di sé,
ha dato a Guido un mandato tassativo, senza possibilità di
riconciliazione. Il marchese Miglioriti, oltre a tirare bene
di scherma, ha un’ottima mira con la pistola, elementi che
non dovrebbero lasciare scampo al povero Leone, che mostra
un’estrema tranquillità di fronte al pericolo. Tuttavia la
mattina del duello Leone se la dorme: il medico e i suoi
padrini giungono in casa, ma lui, alle richieste pressanti
di vestirsi per il duello, afferma che non intende cadere in
questo tranello preparatogli ad hoc, e che nel gioco delle
parti spetta a Guido difendere l’onore della propria donna.
Così nel duello l’amante troverà la morte, mentre Silia e
Leone riprenderanno a vivere ciascuno nella propria
infelicità. In ogni caso soprattutto per Leone, che si crede
una persona lucida e che presume di aver capito il gioco, è
una sconfitta, perché forse non ha compreso che lui stesso è
una parte di un gioco freddo e disperato.
Alla fine è proprio il marito filosofo la vera vittima,
poiché si era illuso di avere la meglio con la ragione,
mentre la sua ricerca di esistere si trasforma in una
rovinosa caduta nel vacuo abisso dell’inconsistenza.
|
|
|
Ordine
cronologico delle prime rappresentazioni Italiane |
|
1910 |
|
|
|
1 |
TITOLO
La morsa
FONTE
nel 1897 uscirà una novella dal titolo «La paura» sullo stesso soggetto
STESURA
novembre
1892 - Titolo originario: L’epilogo ("scene drammatiche”)
PRIMA RAPPRESENTAZIONE
9
dicembre - Roma,
Teatro Metastasio,
Compagnia del «Teatro minimo» diretta da
Nino Martoglio |
|
|
|
2 |
TITOLO
Lumíe di Sicilia
FONTE Novella
«Lumíe di Sicilia» 1900
STESURA
1910?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 9 dicembre
- Roma, Teatro Metastasio, Compagnia del
«Teatro minimo» diretta da Nino
Martoglio |
|
|
|
|
|
1913 |
|
|
|
3 |
TITOLO
Il dovere del medico
FONTE «Il gancio» 1902, poi intitolato «Il
dovere del medico»
STESURA 1911
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 20 giugno - Roma,
Sala Umberto I, Compagnia del «Teatro per tutti” diretta da Lucio d’Ambra e
Achille Vitti |
|
|
|
|
|
1915 |
|
|
|
|
|
|
|
4 |
TITOLO
Se non così (La ragione degli altri)
FONTE Novella «Il nido»
1895
STESURA fine
1895
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19 aprile
- Milano, Teatro Manzoni, Compagnia
stabile milanese diretta da Marco Praga
(prim’attrice Irma Gramatica).
|
|
|
|
5 |
TITOLO
Cecè
STESURA luglio 1913
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 14
dicembre - Roma, Teatro Orfeo, Compagnia
del «Teatro a sezioni» di Ignazio Mascalchi e Arturo Falconi.
|
|
|
|
|
|
1916 |
|
|
|
6 |
TITOLO
Pensaci, Giacomino!
FONTE Novella «Pensaci,
Giacomino!» (1910)
STESURA febbraio - marzo 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 10 luglio
- Roma, Teatro Nazionale, Compagnia di
Angelo Musco
(in dialetto siciliano).
|
|
|
|
7 |
TITOLO
Liolà
FONTE Capitolo IV de Il fu
Mattia Pascal
(1904) - Novella «La mosca» (1904)
STESURA agosto - settembre 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 4 novembre
- Roma, Teatro Argentina, Compagnia di
Angelo Musco, in dialetto siciliano.
|
|
|
|
|
|
1917 |
|
|
|
8 |
TITOLO Così è (se vi
pare)
FONTE Novella «La
signora Frola e il signor Ponza suo
genero» (1917)
STESURA marzo - aprile 1917
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 18 giugno
- Milano, Teatro Olimpia, Compagnia di
Virgilio Talli con la Melato e Betrone.
|
|
|
|
9 |
TITOLO
Il berretto a sonagli
FONTE Novelle «La
verità» (1912) - «Certi obblighi»
(1912)
STESURA agosto
1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 27 giugno
In dialetto siciliano col titolo ’A
birritta cu’ i cincianeddi - Roma,
Teatro Nazionale, Compagnia di Angelo
Musco.
In italiano: 15
dicembre 1923, Teatro Morgana di Roma
con la Compagnia di Gastone Monaldi. |
|
|
|
10 |
TITOLO
La giara
FONTE Novella «La giara»
(1909)
STESURA
ottobre? 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 9 luglio -
Roma, Teatro Nazionale, Compagnia di
Angelo Musco in dialetto siciliano col
titolo ’A giarra.
|
|
|
|
11 |
TITOLO
Il piacere
dell'onestà
FONTE Novella «Tirocinio»
(1905)
STESURA aprile - maggio 1917
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 27 novembre -
Torino, Teatro Carignano, Compagnia di Ruggero Ruggeri.
|
|
|
|
|
|
1918 |
|
|
|
12 |
TITOLO
Ma non è una cosa seria
FONTE Novelle «La signora Speranza» (1902)
- «Non è una
cosa seria» (1910)
STESURA agosto? 1917 - febbraio 1918
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 22
novembre - Livorno, Teatro Rossini,
Compagnia di Emma Gramatica, con la Emma
Gramatica (Gasparina), Camillo
Pilotto (Memmo Speranza) e Aristide
Arista (Barranco).
|
|
|
|
13 |
TITOLO Il
giuoco delle parti
FONTE Novella «Quando s’è capito il
giuoco» (1913)
STESURA luglio - settembre
1918
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 6 dicembre - Roma,
Teatro Quirino, Compagnia di Ruggero Ruggeri, con la prim’attrice Vera Vergani
|
|
|
|
|
|
1919 |
|
|
|
14 |
TITOLO
L’innesto
STESURA settembre - ottobre 1917
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 29
gennaio - Milano, Teatro Manzoni,
Compagnia di Virginio Talli.
|
|
|
|
15 |
TITOLO
La patente (prima
in siciliano, poi in italiano)
FONTE Novella «La
patente» (1911)
STESURA dicembre 1917? - In italiano
dicembre 1917 - gennaio 1918
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19
febbraio - in siciliano - Roma,
Teatro Argentina, Compagnia del «Teatro
Mediterraneo» diretta da Nino Martoglio,
col titolo ’A patenti. Torino 23
marzo 1918 al Teatro Alfieri con la
compagnia di Angelo Musco.
|
|
|
|
16 |
TITOLO
L’uomo, la bestia e la
virtù
FONTE Novella «Richiamo all’obbligo»
(1906)
STESURA gennaio-febbraio 1919
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 2 maggio -
Milano, Teatro Olimpia, Compagnia
Antonio Gandusio.
|
|
|
|
1920 |
|
|
|
17 |
TITOLO
Tutto per
bene
FONTE Novella «Tutto per bene»
(1906)
STESURA 1918 - 1920
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 2 marzo - Roma,
Teatro Quirino, Compagnia di Ruggero Ruggeri
|
|
|
|
18 |
TITOLO
Come prima,
meglio di prima
FONTE Novella «La veglia»
(1904)
STESURA ottobre? 1919
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 24 marzo
- Venezia, Teatro Goldoni, Compagnia Ferrero-Celli-Paoli.
|
|
|
|
19 |
TITOLO La
Signora Morli, una e due
FONTE Novelle «Stefano Giogli uno e due»
(1909) - «La morta e
la viva» (1910)
STESURA estate -
autunno? 1920
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 12 novembre -
Roma, Teatro Argentina, Compagnia di
Emma Gramatica
|
|
|
|
|
|
1921 |
|
|
|
20 |
TITOLO
Sei personaggi in cerca d’autore
FONTE Novelle «Personaggi» (1906)
- «La tragedia di un personaggio» (1911)
- «Colloqui coi
personaggi» (1915)
STESURA ottobre
1920 -
gennaio 1921
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 10 maggio
- Roma,
Teatro Valle, Compagnia Dario Niccodemi,
interpreti Vera Vergani e Luigi
Almirante.
|
|
|
|
|
|
1922 |
|
|
|
21 |
TITOLO
Enrico IV
STESURA settembre - novembre 1921
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 24
febbraio - Milano, Teatro Manzoni,
Compagnia Ruggero Ruggeri.
|
|
|
|
22 |
TITOLO
All’uscita
STESURA aprile 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 29 settembre -
Roma, Teatro Argentina, Compagnia
Lamberto Picasso.
|
|
|
|
23 |
TITOLO
L’imbecille
FONTE Novella «L’imbecille»
(1912)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 10
ottobre - Roma, Teatro Quirino,
compagnia Alfredo Sainati.
|
|
|
|
24 |
TITOLO
Vestire gli
ignudi
STESURA aprile-maggio 1922
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 14 novembre -
Roma, Teatro Quirino, Compagnia Maria
Melato e Annibale Betrone.
|
|
|
|
|
|
1923 |
|
|
|
25 |
TITOLO
L’uomo dal fiore in bocca
FONTE Novella «Caffè
notturno» (1918) poi intitolato «La morte
addosso» (1923)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 21 febbraio -
Roma, Teatro degli Indipendenti,
Compagnia degli «Indipendenti» diretta
da Anton Giulio Bragaglia.
|
|
|
|
26 |
TITOLO
La vita che
ti diedi
FONTE Novelle «La camera in attesa» (1916)
- «I pensionati
della memoria» (1911)
STESURA gennaio -
febbraio 1923
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 12
ottobre - Roma, Teatro Quirino,
Compagnia Alda Borelli.
|
|
|
|
27 |
TITOLO
L’altro
figlio
FONTE Novella «L’altro
figlio» (1905)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 23 novembre -
Roma, Teatro Nazionale, Compagnia
Raffaello e Garibalda Niccòli (in
vernacolo toscano, riduzione di
Ferdinando Paolieri).
|
|
|
|
|
|
1924 |
|
|
|
28 |
TITOLO
Ciascuno a suo modo
FONTE Da un episodio
del romanzo Si gira...
STESURA aprile -
maggio?
1923
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 22 maggio
- Milano, Teatro dei Filodrammatici,
Compagnia Niccodemi (interpreti Vera
Vergani e Luigi Cimara.
|
|
|
|
|
|
1925 |
|
|
|
** |
TITOLO
La giara
FONTE Novella «La giara»
(1909)
STESURA traduzione 1925
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 30 marzo -
Roma.
|
|
|
|
29 |
TITOLO
Sagra del
Signore della nave
FONTE Novella «Il Signore della Nave»
(1916)
STESURA estate
1924
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 4 aprile - Roma, Teatro Odescalchi,
Compagnia del «Teatro d’Arte»,
direzione Luigi Pirandello.
|
|
|
|
|
|
1927 |
|
|
|
30 |
TITOLO
Diana e la Tuda
FONTE Novella «La
trappola» in «Corriere della Sera»,
22 maggio 1912
STESURA
ottobre 1925 - agosto 1926
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 11 gennaio
- Milano, Teatro Eden, Compagnia
Pirandello (prima attrice Marta Abba,
già rappresentata nel ’26 in prima
assoluta a Zurigo).
|
|
|
|
31 |
TITOLO
L’amica
delle mogli
FONTE Novella «L’amica
delle mogli» (1894)
STESURA agosto 1926
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 20 aprile
- Roma, Teatro Argentina, Compagnia
Pirandello (prima attrice Marta Abba).
|
|
|
|
32 |
TITOLO
Bellavita
FONTE Novella «L’ombra del rimorso» (1914)
STESURA 1926, prima del 17 ottobre
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 27 maggio - Milano, Teatro Eden,
Compagnia Almirante-Rossone-Tofano.
|
|
|
|
|
|
1928 |
|
|
|
33 |
TITOLO
Scamandro
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19 febbraio -
Firenze, Teatro dell’Accademia dei
Fidenti, interpretazione del Gruppo
Accademico, musica di scena di Fernando
Liuzzi.
|
|
|
|
34 |
TITOLO
La nuova colonia
FONTE Trama nel romanzo Suo
marito
STESURA maggio 1926 - giugno 1928
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 24 marzo - Roma, Teatro Argentina,
Compagnia Pirandello (interpreti Marta Abba e Lamberto Picasso).
|
|
|
|
|
|
1929 |
|
|
|
35 |
TITOLO
O di uno o di nessuno
FONTE Novella «O di uno o di nessuno» (1912
e 1925)
STESURA aprile
-
maggio 1929
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 4 novembre - Torino, Teatro di Torino,
Compagnia Almirante-Rissone-Tofano.
|
|
|
|
36 |
TITOLO
Lazzaro
STESURA febbraio - aprile? 1928
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 7 dicembre -
Torino, Teatro di Torino, Compagnia
Marta Abba; prima rappresentazione
assoluta il 9 luglio 1929 al Royal
Theater di Huddersfield nella traduzione
inglese di C.K. Scott Moncrieff.
|
|
|
|
|
|
1930 |
|
|
|
37 |
TITOLO
Come tu mi vuoi
STESURA luglio - novembre 1929
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 18 febbraio -
Milano, Teatro dei Filodrammatici,
Compagnia Marta Abba.
|
|
|
|
38 |
TITOLO
Questa sera si recita a soggetto
FONTE Novella «Leonora addio!» (1910)
STESURA fine
1928 -
inizio
1929
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 14 aprile - Torino, Teatro di Torino,
Compagnia appositamente costituita
diretta da Guido Salvini.
Prima
rappresentazione assoluta a Koenisberg
il 25 gennaio 1930, tradotta in tedesco
da Harry Kahn col titolo Heute Abend
wird aus dem Stegreif gespielt.
|
|
|
|
|
|
1932 |
|
|
|
39 |
TITOLO
Trovarsi
STESURA luglio -
agosto
1932
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 4 novembre - Napoli,
Teatro dei Fiorentini,
Compagnia Marta Abba.
|
|
|
|
|
|
1933 |
|
|
|
40 |
TITOLO
Quando si è qualcuno
STESURA settembre -
ottobre 1932
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 7 Novembre - San Remo, Teatro del Casino
Municipale, Compagnia Marta Abba (prima
rappresentazione assoluta al Teatro
dell’Odéon di Buenos Aires il 20
settembre 1933 con traduzione in
spagnolo di Homero Guglielmini col
titolo Cuando se es alguien).
|
|
|
|
|
|
1934 |
|
|
|
41 |
TITOLO
La favola
del figlio cambiato
|
|
|
|
|
|
1935 |
|
|
|
42 |
TITOLO
Non si sa come
FONTE Novelle «Nel gorgo» (1913)
- «Cinci» (1932) - «La realtà
del sogno» (1914)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 13 dicembre -
Roma, Teatro Argentina, Compagnia
Ruggero Ruggeri (fu rappresentata per la
prima volta al Teatro Nazionale di Praga
il 19 dicembre 1934 con traduzione cèca
di Venceslao Jiřina.
|
|
|
|
|
|
1936 |
|
|
|
43 |
TITOLO
Sogno
(ma forse no)
STESURA dicembre
1928 -
gennaio 1929
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 11 gennaio - Trasmissione radiofonica,
Ente Italiano Audizioni Radiofoniche.
10 dicembre 1937 - Genova, Giardino
d’Italia, Filodrammatica del Gruppo
Universitario di Genova .
Prima
rappresentazione assoluta al Teatro Nacional di Lisboa il 22 settembre 1931,
su traduzione portoghese di Caetano de
Abreu Beirão col titolo Sonho (mas
talvez não). |
|
|
|
|
|
1937 |
|
|
|
44 |
TITOLO
I giganti
della montagna
FONTE Novella «Lo storno e l’Angelo Centuno» (1910)
STESURA estate 1933
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 5 giugno -
Firenze, Giardino di Boboli (Prato della
Meridiana), Complesso artistico diretto
da Renato Simoni (interpreti principali:
Andreina Pagnani e Memo Benassi).
|
|
|
Se vuoi
contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole
essere citati a
pirandelloweb@gmail.com
If you want to
contribute, send your material, specifying if and how to be named at
pirandelloweb@gmail.com
Il contenuto di queste pagine
proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui
abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e
relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti
inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro
materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.
|