In edizione integrale con introduzioni, riassunti, analisi:

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IL TEATRO DI PIRANDELLO - 1934/1935

"NON SI SA COME"

DRAMMA IN TRE ATTI

INTRODUZIONE 1 e 2 - ARTICOLI

 

Dramma in tre atti scritto nel 1934, ispirato dalle novelle Nel gorgo (1913), Cinci (1932) e La realtà del sogno (1914).

 

Ideato per essere interpretato dall'attore austriaco di origini italo-albanesi Alessandro Moissi, che però morì il 23 marzo 1935, prima della messa in scena che avvenne con la Compagnia Ruggero Ruggeri il 13 dicembre 1935 al Teatro Argentina di Roma.
 


da Biblioteca dei Classici Italiani


L'azione si svolge in un ambiente raffinato e lussuoso: il conte Romeo Daddi, pur innamoratissimo della moglie, improvvisamente in un attimo si è trovato a tradirla con un'amica di famiglia, Ginevra, moglie del suo più caro amico.

Si trova ora circondato da un insieme di macerie: sono stati travolti la sua volontà, il suo amore per la moglie, la sua lealtà verso l'amico.

Dove sono finiti questi princìpi e questi sentimenti?

Da dove è sorto l'impulso irrefrenabile quanto improvviso della passione accecante?

Queste domande angosciose assediano Romeo Daddi, che da questo «delitto innocente», è portato a ricordarne un altro che commise da ragazzo, uccidendo un suo coetaneo.

 

Riaffiora con una sconcertante precisione di particolari l'antico delitto; ma il problema per Romeo Daddi non è tanto il rimorso quanto l'investigazione torturante della ricerca della responsabilità.

Chi ha compiuto quelle azioni, se non è stato certo lui a volerle?

La scissione dell'io, entità non certo unitaria e monolitica, ritorna in questo dramma molto serrato e convincente nelle stravolte ma lucidissime argomentazioni del protagonista.

La parte animale dell'uomo, l'istinto vive una sua vita profonda assolutamente non riconducibile alla ragione, alle convenzioni, alle regole della società.

 

Ma per Pirandello non si può certo rimanere nell'abisso; la riemersione porta con sé il pesante fardello della responsabilità che l'uomo contemporaneo non può certo eludere.

 

A proposito di questo dramma Pirandello così si esprimeva in un'intervista a M. Missiroli:

« ... nel mondo morale la coscienza si risveglia come un giudice severissimo e intransigente nell'animo di chi ha infranto la legge. Il delitto appartiene alla natura, ma il momento veramente drammatico è quello della giustizia, ed è tanto più drammatico quanto più il tribunale è invisibile cioè nella coscienza ... ».

 

Maria Argenziano

 


 

Non si sa come

INTRODUZIONE - 2

Da Mercurio Informa


Il conte Romeo Daddi nasconde nella memoria un antico delitto.

Una colpa gravissima che la mente ha astutamente rimosso per permettere alla vita di scorrere, fin quando un'altra colpa, un altro gesto terribile e non voluto, non rompe in lui il fragile equilibrio su cui si fondava la rimozione del triste evento passato.

La sensazione di non essere veramente padrone dei propri atti gli rende la vita insopportabile.

L’ idea di non poter essere più sicuro di niente e di nessuno gli fa franare il terreno sotto i piedi.

Meglio la farsa, meglio ridere di sé e delle finte certezze cui tutti si aggrappano, come naufraghi in tempesta.

Ridere come un clown delle cose certe che si sanno e che nessuno discute. Ridere per non sentire le domande che come tarli corrodono il cervello.

Di chi è la colpa di quel delitto che lui non ha mai voluto commettere?

Siamo veramente padroni dei nostri atti oppure la imprevedibilità di un singolo gesto è in grado di modificare irrimediabilmente il nostro destino?

Conosciamo veramente chi ci vive accanto?

Troppe domande senza poter dare una risposta.

Una sola certezza l’umana fallacia, il marcio che prospera annidato dentro ognuno di noi, pronto a prendere il sopravvento in un momento di debolezza.

Romeo sviluppa un desiderio morboso di cogliere in fallo le persone che lo circondano e, come Don Chisciotte con i mulini a vento, imbraccia la lancia per aprir crepe nel muro della finzione borghese.

Quella stessa finzione che gli ha permesso inspiegabilmente di vivere pacificato per tanti anni, pur avendo le mani sporche di sangue e che ora rinnega con il riso e con il pianto.

Il doppio finale.
Inizialmente l’opera faceva calare la tela su una situazione molto ambigua e sfumata, dove il protagonista sembrava conciliarsi con l’ipocrisia borghese, che pur aveva combattuto durante i tre atti.

Questa conclusione giudicata non accattivante dalla produzione e dagli attori costrinse Pirandello a riscrivere la chiusura del suo testo, fornendo un finale del quale egli stesso non si riteneva del tutto soddisfatto.

 


 

Non si sa come

Articolo di Renato Palazzi - 2004

da DelTeatro.it

 

In Non si sa come Pirandello non affronta, o almeno non affronta fino in fondo, i consueti temi del rapporto fra realtà e finzione, fra essere e apparire.

In quest'ultimo testo portato a termine prima della morte - il successivo, I giganti della montagna, rimarrà incompiuto - l'argomento è quello degli atti perpetrati senza una precisa scelta del soggetto, quasi in sogno o in stato di improvvisa inconsapevolezza, i «delitti innocenti», come lui li definisce.

La questione riguarda pur sempre le «maschere» che indossiamo davanti agli altri: ma qui la materia è più inquieta e sfuggente, affonda in zone buie dell'inconscio.
Nella solitudine di una villa avvolta dalla calura estiva, il protagonista Romeo Daddi si è trovato, in un attimo di incontrollabile abbandono, fra le braccia della moglie del suo migliore amico, senza che ciò abbia inciso sui sentimenti coniugali di entrambi.

Ma il senso di colpa provocato dall'episodio gliene risveglia un altro da tempo rimosso, legato a un brutto gesto commesso nell'infanzia, quando causò la morte di un ragazzo, in una lite per futili motivi. E come roso da una fissazione, egli prende a cercare in tutti quanti lo circondano le avvisaglie di analoghe debolezze sepolte nel fondo della psiche.
Fin dalle prime rappresentazioni dell'opera fu sottolineata l'incongrua sproporzione fra un trascurabile cedimento dei sensi e un omicidio vero, seppure non previsto e non voluto.

 

Non si sa come

Articolo di Rosalba Cannavò

Recensione Rappresentazione stagione 2010/2011 - Sicilia Teatro

da blumedia.info

 

Nell’arbitrario delle mie sensazioni non potrei non apparirti pazzo, cammino, vedo le cose attorno, le posso toccare, e dentro di me non mi viene né un pensiero, né un sentimento, come se fossero ombre. Io stesso lontano da me, come in un esilio angoscioso. E sono incerto, sospeso, volubile, come la vita”.

A parlare è il conte Romeo Daddi, interpretato dall’istrionico e intenso Sebastiano Lo Monaco, sul palcoscenico del Teatro Ambasciatori nella piéceNon si sa come” di Luigi Pirandello, per l’adattamento teatrale di Nicola Fano e la regia dello stesso Lo Monaco, nella stagione 2010- 2011 dello Stabile di Catania.


La vicenda, una rivisitazione in chiave vacanziera del dramma borghese pirandelliano, è infatti ambientata su una nave da crociera. Siamo negli anni trenta, due coppie di artisti, un maturo capocomico che si fa chiamare conte per via di una antica discendenza aristocratica e una giovane ingenua cantante; l’altra coppia composta invece da due giovani e ambiziosi artisti, Giorgio e Ginevra, interpretati dai bravi Pierluigi Misasi e Maria Rosaria Carli si esibiscono sul palcoscenico della nave.

Le coppie si intrecciano tra di loro nelle parti artistiche, si scambiano i ruoli, fanno in modo che gli spettacoli a bordo del transatlantico, che fa rotta per le Americhe, siano sempre al meglio. Cantano e ballano sotto la guida registica dell’esperto conte-capocomico, un uomo che oltre all’arte ama anche filosofeggiare, nutrire l’anima oltre che il corpo di parole e musica.

Ma dietro il ‘delirio artistico’ l’uomo nasconde un passato travagliato e complesso, addirittura un omicidio. Una vicenda accaduta quando era ragazzo, a causa di un litigio.

L’offesa fattagli si rivelò fatale perché lo spinse ad afferrare una pietra ed uccidere il compagno di giochi. Un primo delitto involontario, privo di ogni consapevolezza, a cui se ne aggiunge un altro nella maturità. Quest’ultimo non è propriamente un’ offesa materiale, cioè al corpo, ma si tratta di un tradimento, quello che lo stesso fa alla moglie ed al suo migliore amico.

 

Ed è allora che Pirandello interviene:

«Un uomo si è fatta una coscienza e ci vuole così poco a stabilire che essa è fondata sul nulla. Quando ci saremo liberati della vita la più grande sorpresa è quella di pensare alle cose che ci pareva ‘ci fossero’ e invece non c’erano».

 

Ecco l’alibi, il sostegno dell’uomo pirandelliano, quella sua volontaria e fortunosa incapacità a riconoscersi artefice di ogni sua azione, come se le cose siano accadute “Non si sa come”, appunto.
Un afflato linguistico che misconosce la verità, sia quella dei fatti che della coscienza.

Quest’ultima sempre distratta,rintanata e silenziosa, tanto bistrattata e vilipesa dall’uomo moderno. Ecco perché l’artista, il capocomico Romeo, si reinventa tutto, conduce la sua vita con distacco e lontano da se stesso.

 

Tanto, poi, ribadisce lo stesso Pirandello «Le cose non sono mai come sembrano. La vita si muove, siamo niente, gli uomini lo sanno. Nulla si spiega».


Nel finale non è più tempo di parole; per ubriacarsi bisogna uscire dalle cose che si sanno, dove non c ‘è più niente di stabilito. La libertà come condanna, la vita si brucia, non si sa come, senza confine.

Ed è tra il pubblico che conclude la sua performance: scende dal palco, distrugge la quarta parete, così come voleva la strategia della ricerca teatrale pirandelliana.

Il conte/capocomico Romeo/Lo Monaco si sente a suo agio in mezzo a quella gente che lo osserva, lo giudica, lo condanna.

E’ lui l’assassino, il fedifrago, l’uomo che sino ad allora si è servito di loro, li ha ingannati con le sue maschere di cantante, saltimbanco, attore, uomo che «confonde sempre le cose, non si capisce mai se recita o dice la verità».

Ora che ‘una verità’ è svelata il mistero resta comunque.
Nessuno saprà mai perché quest’uomo, che afferma «non bisogna mai confessare ma seppellire nella coscienza» e questa donna «una donna cieca che commette un peccato» hanno tradito la moglie, il marito, il migliore amico.
Tutto accade, anche le cose più impensabili, dice Pirandello, e non se ne sa nulla, non se ne conosce il perché, non si sa come.
Dimenticare tutto, nell’abisso dell’inconscio, è - per l’Autore - la mascherata soluzione, l’unica salvezza apparente.

 

Rosalba Cannavò

 

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IL TEATRO DI PIRANDELLO - 1934/1935

"NON SI SA COME"

Prima Rappresentazione in Italia: 13 dicembre 1935 - Roma, Teatro Argentina. Compagnia Ruggero Ruggeri.
Prima rappresentazione assoluta: 19 dicembre 1934 - Teatro Nazionale di Praga, traduzione cèca di Venceslao Jiřina.

DRAMMA IN TRE ATTI

ATTO PRIMO

 

PERSONAGGI

Conte Romeo Daddi
Donna Bice Daddi, sua moglie
Giorgio Vanzi, ufficiale di marina
Ginevra, sua moglie
Marchese Nicola Respi

Ai nostri giorni.

 

 

Lungo terrazzo aggettato alla casa di Giorgio Vanzi, che sorge a sinistra e a cui s'accede per un grande uscio a vetri.

Il terrazzo ha una lunga balaustrata, su cui sono imbasati a ugual distanza l'uno dall'altro alcuni fanali ora spenti.

Si suppone che sotto questo terrazzo scorra un fiume, che non si vede.

Di là dal fiume, lontana, è la dolce costa verde d'una collina. Luogo incantevole.

Arredamento molto curato da giardino, belle sedie a sdrajo a sinistra, sedie d'altra foggia, un tavolino-bar e panchetti.

Mattino, sulla fine di settembre.

 

Al levarsi della tela Giorgio, seduto nel terrazzo, legge; vedendo entrare Respi, si alza.

 

Giorgio: Oh, Respi. Bravo. Ci si rivede.

 

Respi: Sei sbarcato da poco.

 

Giorgio: Da dodici giorni. Li conto, perché purtroppo me ne restano ormai soltanto tre.

 

Respi: Dopo otto mesi di crociera!

 

Giorgio: Quindici soli giorni di licenza. Che vuoi farci? È la nostra vita.

 

Respi: Lasciar questo paradiso

 

Giorgio: Come un sogno: quando ci sono e quando ne son lontano.

 

Respi: E la povera signora Ginevra

 

Giorgio: Anche lei. Ogni volta che la ritrovo. Forse è più bello così. Almeno finché s'è giovani.

Col tempo che non ci basta mai.

 

Respi: Hai ragione. Noi ne abbiamo sempre troppo per saziarci di tutto.

 

Giorgio: Oh, per questo anch'io, a bordo.

 

Respi: È un'altra cosa. In questa nostra sazietà

 

Giorgio (compiendo la frase): - pigri sentimenti e pensieri oziosi: siete come le nebbie di palude che pare vadano a tentoni.

 

Respi: No, peggio, caro, peggio!

 

Giorgio: Siedi. Prendi qualche cosa.

 

Respi: No, grazie.

 

Giorgio: Un whisky. Te lo servo io.

Eseguisce.

 

Respi: Hai visto Daddi?

 

Giorgio (versando anche per sé): Eh, il primo -

 

Respi (bevendo): Lo so, appena sbarcato, corresti in villa da lui a prendere tua moglie. Ottimo questo whisky.

 

Giorgio: Ancora un po' di soda?

 

Respi: No, basta così.

 

Giorgio: Ginevra fu ospite della Bice durante tutta la villeggiatura.

 

Respi: Fui ospite anch'io.

 

Giorgio: Ah sì? Ginevra non me l'ha detto.

 

Respi: Per soli cinque giorni, di passaggio: ti dirò. Ma tu allora ti trattenesti da lui?

 

Giorgio: Poche ore. A colazione. Ginevra era già pronta per seguirmi.

Siamo andati in campagna da mia madre e siamo ritornati questa mattina.

 

Respi: Cosicché non l'hai più rivisto?

 

Giorgio: Daddi? No. Perché? L'aspetto. Deve venire.

 

Respi: Non sai dunque nulla?

 

Giorgio (preoccupato dell'aria di Respi): No. Gli è accaduto qualche cosa?

 

Respi (dopo una breve pausa, alzando le spalle, aprendo le braccia): Dev'essersi impazzito.

 

Giorgio (stordito e quasi incredulo): Chi? Romeo? Scherzi! Il più sereno -

 

Respi (interrompendolo, con intenzione): A te parve sereno là in villa quand'arrivasti?

 

Giorgio (dubitando allora che si tratti di un'impressione o d'un timore di Respi): Ma sì! serenissimo, al solito, e così festoso! È stato sempre il più sereno e schietto dei nostri amici, e per me, come un fratello. Ma che gli è avvenuto?

 

Respi: Qualcosa, allora, dopo.

 

Giorgio: Dopo? Che vuoi dire?

 

Respi: Dopo che tu sei partito, è chiaro; se l'hai lasciato sereno.

 

Giorgio: Ma tu dici allora sul serio impazzito, non così per dire?

 

Respi: Sul serio.

Sporgendosi a guardarlo da vicino: Per la moglie, tu capisci?

 

Giorgio (come ascoltando un'enormità): Che? Per la moglie?

 

Respi: Per Donna Bice, quella santa!

 

Giorgio: Ah, ma allora è pazzo veramente! Ma come?

Se è stata sempre per tutti un miracolo di concordia la loro vita insieme!

Innamorati ancora l'uno dell'altra come il primo giorno!

 

Respi: Gli dev'esser nato d'improvviso qualche sospetto, non può essere altrimenti.

 

Giorgio: Su Bice? Impossibile! Questo, se mai, può essere effetto, non causa della pazzia. Soltanto un pazzo -

 

Respi (seguitando la frase): - d'accordo! d'accordo! soltanto un pazzo può sospettare d'una donna come quella.

Il certo si è che partì anche lui dalla villa, solo, il giorno dopo il tuo arrivo

 

Giorgio: - il mio arrivo? -

 

Respi: - Sì -

 

Giorgio: - e che relazione? -

 

Respi: - non so - se ne venne in città e cominciò a far tali stranezze; pare, dicono, rovistare da per tutto, forzare, fracassare i mobili della moglie -

 

Giorgio: - che mi dici! -

 

Respi: - chiamata d'urgenza, Donna Bice è accorsa e l'ha trovato... io non ti so dire... chi l'ha visto, dice irriconoscìbile, con certi occhi che si voltano senza sguardo, se lo chiami; ma poi tutt'a un tratto gli s'accendono e si mettono a fissare, prima da lontano, obliqui, attratti da certi segni che crede di scoprire (spiegabilissimi, perché tutti, infatti, sono costernati attorno a lui) e man mano s'avvicina spiando, sì, ti si para di fronte, ti posa le mani sulle spalle e ti scruta negli occhi affitto affitto con un tale acume da farti morir dallo spavento; le labbra che gli fremono parlanti ma senza dir nulla che si senta. Uno spavento!

 

Giorgio: Ma basterebbe resistergli! Perché spavento?

 

Respi: Corpo! Uno che ti fissa così e ti rimuove dal fondo della coscienza la posatura di tutta quella feccia che ognuno ha dentro!

 

Entra Ginevra.

 

Giorgio: Respi mi sta dicendo -

 

Respi: Buon giorno, Ginevra:

 

Ginevra: Buon giorno, Respi.

 

Respi: Sono costernatissimo, e desidero parlare proprio con voi.

 

Giorgio: Pare che Romeo Daddi sia d'un tratto impazzito.

 

Ginevra: Ma no! Impazzito? Come ...

vacilla appena: come impazzito?

 

Giorgio: È proprio da vacillarne!

 

Ginevra: No. Niente. Così di colpo ...

 

Respi: Che abisso! Che abisso! - sembra dica così.

 

Ginevra: Chi?

 

Respi: Lui, guardando negli occhi. - Che abisso!

 

Giorgio: L'anima di Bice, te l'immagini? Abisso, l'anima di Bice!

 

Ginevra: Ah, è per lei?

 

Giorgio: Geloso di lei!

 

Respi: La vessa da dieci giorni.

 

Giorgio: Incredibile! Incredibile!

 

Respi: E lei, anziché esserne offesa, si strugge di pietà per lui. Nessuno meglio di me può sapere -

 

Ginevra (interrompendolo): Vi ha forse sorpresi a parlar soli insieme?

 

Respi (un po' confuso dalla strana domanda): No. Dite, ora, ultimamente? Prima, sì, tante volte.

 

Giorgio (sovvenendosi, con un sorriso): Ah già! tu -

 

Respi (con scatto d'esasperazione): Io, che cosa? ho bisogno d'aria, io! di scapparmene in cima a una montagna, non so dove!

 

Giorgio: Non puoi negare d'averle fatto a lungo la corte.

 

Respi: Senz'ottenere mai altro che un sorriso di compatimento da lei -

 

Giorgio: Eh, te lo dico perché ne son certo!

 

Respi (seguitando la sua battuta): - con quella serenità che viene dalla più limpida e ferma sicurezza di sé.

 

Giorgio (compiaciuto): Limpida, sì.

 

Respi: E non s'è mai né offesa né sdegnata. M'ha dimostrato soltanto, con la massima dolcezza, che sarebbe stata inutile ogni mia insistenza, perché era innamorata anche lei, tale quale come me, forse più di me, ma di suo marito; e che essendo così, se io la amavo veramente, dovevo intendere che lei non avrebbe potuto venir meno al suo amore; se non intendevo questo, era segno che non la amavo; e allora, se non la amavo -

 

Giorgio (interrompendolo):Come la riconosco in questo che dici!

Limpida, come l'acqua marina in certi lidi scoscesi e difficili, così trasparente che,per quanto desiderio si abbia d'averne nel caldo un ristoro delizioso,si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla -

 

Ginevra: - quand'uno, senza pensarlo, non ci si trovi dentro, tuffato.

 

Respi (a Giorgio): No, no, questo ritegno, appunto questo ritegno che tu dici: io l'avevo provato sempre, accostandomi a lei; solo nei cinque giorni maledetti trascorsi in villa ultimamente, sopraffatto dalla passione -

 

Ginevra: - la bell'acqua marina... -

 

Respi: - sì, confesso, che forzai il mio ritegno, e fui duramente respinto.

Ora il mio dubbio angoscioso è questo, e voi Ginevra ch'eravate là potete, voi sola forse, levarmelo o purtroppo confermarmelo: che del turbamento che io le cagionai si sia accorto il marito.

 

Ginevra: Del turbamento no, caro Respi, tranquillatevi: (se ci fu) fu subito sedato dopo la vostra partenza.

 

Respi: Ah bene.

 

Ginevra (con una certa sorridente perfidia): Romeo s'accorse di tutto.

 

Respi: Come di tutto?

 

Ginevra: E anch'io, caro; ci vuol poco ad accorgersi di queste cose; ma non ne fece alcun caso, anzi, se debbo dirvi tutta la verità

 

Respi: - dite dite, ve ne prego! -

 

Ginevra: - non ve ne avrete a male?

 

Respi: - ma no, vi prego!

 

Ginevra: - quando Bice ce lo disse (lei meno di tutti, posso assicurarvelo) se ne rise molto.

 

Respi (restandoci male): Ah, se ne rise?

 

Ginevra: Sì, amico mio; ma senza scherno.

 

Respi: E lo disse al marito lei stessa?

 

Ginevra: Ma sì, come una cosa che lui già sapesse da un pezzo.

 

Siate certo però che seguitava a compatirvi perché diceva: «quel povero Nicola».

 

Respi: Io non ho bisogno d'alcun compatimento per me, adesso, e per lei!

Domando come si spiega tutto questo, allora, se prima ne rise, come voi dite?

 

Giorgio: Ma tu sai dunque che ora Romeo è geloso di te?

 

Respi: Io non so nulla! Sono arrivato anch'io questa mattina, e trovo qua questa bella notizia.

Me l'ha data Traldi, tu lo conosci: pare che al Circolo della Racchetta non si parli d'altro.

M'è passato per la mente che potessi averci influito anch'io, in qualche modo; ma così, come una delle ipotesi più assurde da non escludere in un caso di pazzia.

Se voi, cara Ginevra, la escludete senz'altro, io da parte mia non posso che esserne lieto.

 

Ginevra: Ah no, piano! non escludo più nulla ora, se dite che è impazzito. Ce lo venite a dire così...

 

Giorgio: Già, come una cosa da nulla!

 

Respi: Vi dico che me n'ha informato Traldi, or è poco, a bruciapelo. M'ha chiamato; ero ancora con le valige.

 

Giorgio (come colpito da un'idea): Oh, dico, assurdo per assurdo, non sarà mica per me!

 

Ginevra (urtata): Ma che per te! Come ti viene in mente?

 

Giorgio: Se fu subito dopo che noi siamo partiti... Dico, assurdo per assurdo!

 

Ginevra (impressionata): Chi te l'ha detto?

 

Giorgio (indicando Respi): Lui! Se ne venne qua a fracassare i mobili di Bice...

 

Ginevra: È una pazzia!

 

Giorgio: Se è pazzo!

 

Ginevra (dopo una breve pausa di riflessione): Voglio prima vederlo.

 

Giorgio: Tu non ci credi? Le accoglienze così festose che mi fece la Bice...

 

Ginevra (irritata): Ma non pensarlo nemmeno! Tu sei da escludere senz'altro.

Indicando Respi: Lui, piuttosto. Può darsi che prima, sereno, abbia riso della vostra corte, e che poi, ripensandoci...

 

Giorgio: Qualcosa dev'essergli certo accaduta, che non si sa.

 

Respi (a Ginevra): Voi stessa mi avete domandato in principio se ci aveva sorpresi a parlar soli insieme.

 

Ginevra (stordita): Io?

 

Giorgio: Sì, tu. Glielo domandasti. E la domanda fece impressione anche a me.

 

Ginevra (confusa): Ah ma... perché, forse, il sospetto, sai com'è... tante volte può nascere ripensando d'improvviso a cose di cui prima non s'era fatto alcun caso e che poi, sotto un'altra luce...

 

Giorgio: Ripensando! ma la ragione di ripensarci? ecco! la ragione di ripensarci. Trovarla. Tu la sai?

 

Ginevra: Io?

 

Giorgio: Pare che debba saperla.

 

Ginevra: Ma che dici! Che vuoi che sappia io?

 

Giorgio: Hai detto «sorpresi a parlar soli». Ecco: «tante volte» t’ha risposto lui. Ripensando a questo?

Tu ammetti allora che si possa trovare in questo la ragione? Pare che per te sia possibile supporre che la Bice

 

Ginevra: - ma no! -

 

Giorgio: - e allora, scusa! che domanda hai fatto?

Lasciamo Bice, poverina; una moglie qualsiasi, sorpresa dal marito a parlar da sola con un amico -

 

Ginevra: - se sa che quest'amico fa la corte alla moglie -

 

Giorgio (alludendo a Romeo): - ne ha riso, l'hai detto tu stessa; dunque questo non l'ha fatto impazzire, è chiaro.

«Dopo» tu dici: ci ha ripensato dopo. Perché?

 

Respi: Tu vuoi sapere la ragione per cui uno impazzisce?

 

Ginevra: Possono venire in mente tante cose d'un tratto...

 

Giorgio: Mi pare impossibile, che volete che vi dica, che Romeo Daddi, senza una ragione, con una moglie come quella... io lo conosco da ragazzo, cresciuti insieme, e la Bice, come una sorella! Bisogna andarli a trovare. Tu vieni?

 

Ginevra: Se vuoi. Ma forse... sarebbe meglio forse che andassi prima tu solo.

 

Giorgio: Perché? Sei stata con loro tre mesi. Scusami, cara, ti vedo -

 

Ginevra: - ma no, come mi vedi?

 

Giorgio: - non so, sembri irritata!

 

Ginevra: Io? Ma niente affatto! Irritata di che?

 

Giorgio: Sì, sì, te l'ho detto di che! Tu ammetti che si possa credere sospettabile la Bice.

 

Ginevra: Non vorrai metterti a fare il pazzo anche tu, adesso.

 

Giorgio: Che c'entra fare il pazzo?

 

Ginevra: Mi metti in mente cose che non penso!

 

Giorgio: Scusami, ho questa impressione. Sai che parlo franco.

 

Ginevra: Amo anch'io Bice come una sorella, e so che -

 

Giorgio: - che?

 

Ginevra: - che è come me anche lei, niente di meno, niente di più, tutta per suo marito.

 

Giorgio: E dunque perché non vuoi venire?

 

Ginevra: Ma sì, vengo, figurati! Mi turba -

 

Respi: Ecco Donna Bice.

 

Entra Donna Bice.

 

Giorgio (con affettuosa premura): Oh, Bice! Venivo da te.

 

Bice (commossa, quasi per piangere): Caro Giorgio!

 

Ginevra: Bice!

L'abbraccia con un fremito di pianto convulso.

 

Giorgio: Diceva appunto che t’ama come una sorella.

 

Bice (tenendola stretta a sé): Lo so, Ginevra mia, lo so!

 

Respi (impacciato, come sentendosi in colpa): Cara contessa!

 

Bice (anche lei imbarazzata): Per carità, voi, Nicola -

 

Respi: - volete che vada?

 

Bice: Sta per venire; so che mi segue; è molto più calmo: non vorrei che vi trovasse qua.

 

Respi: Vado senz'altro.

 

Bice: No, aspettate: bisognerebbe prima accertarsi che non vi veda uscire.

 

Giorgio: Baderò io, baderò io, non dubitare. Vieni, Respi.

 

Respi saluta, e via con Giorgio.

 

Ginevra: Ma sospetta proprio di lui?

 

Bice: Di tutti, di tutti; anche di lui; ma non è un sospetto; è una cosa così strana -

 

Ginevra: - che cosa?

 

Bice: - non ti so dire, da cui pare non ci si possa guardare -

 

Ginevra: - come? ah, dice così?

 

Bice: Sì, una cosa di cui, a sentirlo, non c'è nemmeno da far colpa.

 

Ginevra: E dunque? Se non c'è da far colpa!

 

Bice: Com'è possibile?

 

Ginevra: Se lo dice lui stesso!

 

Bice: Ma che significa? Tu lo capisci? Mi guarda negli occhi, con certi occhi! se tu glieli vedessi! e sorride -

 

Ginevra: - sorride? come sorride?

 

Bice: - d'una maniera, che dà i brividi; e poi domanda: - «Nulla, più nulla, eh? Sepolto! tutto ingojato!» col tono di chi è certo, io non so di che; ma dice che lui lo sa, lo sa; e si mette a vaneggiare; ma poi t’accorgi che non è vero, perché si riferisce a cose precise -

 

Ginevra: - come, precise? che dice?

 

Bice: - sì, a persone determinate -

 

Ginevra: - determinate? a chi?

 

Bice: - pare le abbia davanti; non le nomina -

 

Ginevra: - ma che dice?

 

Bice: - cose, io non le comprendo; ma è come se lui le veda, non so, vere, ecco, vere da apparire a tutti, lampanti -

 

Ginevra: - che cose? -

 

Bice: - cose che nessuno suppone; pare le scopra, da toccarle, là, dove nessuno le vede.

 

Ginevra: È proprio pazzo allora! Pazzo! Sono allucinazioni?

 

Bice: È un guasto, certo, che gli s'è fatto qua!

 

Ginevra: Ne sei certa?

 

Bice: Come! Gli occhi! Gli si vede dagli occhi! E poi, quando mai lui ha parlato così?

Dice, sì, alle volte, anche cose che t’atterriscono da come sono tue, di pensieri che hai avuto un momento, con una lucidità che hai l'impressione di restargli nuda davanti, e non puoi più crederlo pazzo.

 

Ginevra: No, anzi, per questo, tanto più, scusa!

 

Bice: Perché?

 

Ginevra: Perché le dice! Tu non hai mai detto e nemmeno io, né nessuno, ciò che può passare, un attimo, per la mente, o può esserci avvenuto in segreto, senza volerlo; anche in sogno, supponi: delitti innocenti.

 

Bice (con stupore e spavento): Ginevra!

 

Ginevra: Che cos'è?

 

Bice: Oh Dio! È come se tu l'avessi sentito -

 

Ginevra: - io? -

 

Bice: - sì, parlare! Dice proprio così!

 

Ginevra: Delitti innocenti?

 

Bice: Sì, Sì.

 

Ginevra: E chi non ne ha commessi?

 

Bice (restando): La stessa domanda!

 

Ginevra (con dispetto): Ma è naturale, cara, se mi porti a parlare come lui di cose di cui nessuno parla, tranne che non sia un pazzo, o, scusami, qualcosa di peggio; sì sì, qualcosa di peggio!

Se per lui sono «innocenti», perché ne parla e ti vessa? Io ne sono indignata! indignata!

 

Entra, con Giorgio, Romeo Daddi in tempo d'udire quest'ultima esclamazione.

 

Romeo: No, cara mia, non indignartene, perché è a fine di scusare, cara mia; soltanto a fine di sapere e di scusare.

 

Ginevra: Come, intanto, denunziando?

 

Romeo (guardando in giro con aria sospesa): Ho denunziato?

 

Ginevra: Pare che sia sulla strada di scoprir segreti in tutti!

 

Romeo (con aria furba e negando col dito): Non mi conviene! ah no no! non mi conviene. Neanche per ischerzo!

Sarebbe come istituire un tribunale per i veri delitti. Figuriamoci!

 

Giorgio: Quali sarebbero, questi veri delitti? Se incolpi Bice, certo ne avrò commessi tanti anch'io.

 

Romeo: Ma tutti, caro!

 

Giorgio: Ah, meno male, se siamo tutti!

 

Romeo: E poi la consolazione che non se ne sa nulla, ti par poco? Basta non lasciarsi cogliere sul fatto.

La fronte è dura. Non ci si legge. Puoi anche fare, guardandomi, la faccia sorridente.

 

Giorgio (prendendolo in parola): Perché no? Eccotela!

 

Romeo: Eh, tu sì, puoi per davvero, povero Giorgio! Il guajo è che anche gli altri possono fartela.

Ed è tanto più orribile, pensa, in quanto può anche parer giusto a ciascuno non credersene responsabile, capisci?

rifiutare d'assumerseli sulla coscienza, perché non li ha voluti.

 

Giorgio: Se non li ha volutì!

 

Ginevra (riferendosi a quello che ha detto a Bice anche lei): Ecco!

 

Romeo: Ma li commette! È questo! Non si sa come, li commette.

 

Giorgio: E non si potrebbe con la volontà non commetterli?

 

Romeo: Che parte credi che abbia la volontà nella vita?

Puoi solo servirtene nelle poche cose, appena credi di sentirle o di saperle.

Ti ci muovi e sbatti subito contro un muro, o ti perdi nel bujo. Che vuoi che si sappia?

 

Giorgio: Io so, per esempio, che tua moglie -

 

Romeo (come infastidito): Ma sì, insospettabile!

Pronto, con un lustro di sfida negli occhi: Ecco, come la tua! Ti basta? Dico come la tua!

Non so perché lei però mi si smarrisca così sotto gli occhi appena la guardo. È una pietà;

indicandola: ecco, piange!

 

Ginevra (ribattendo, indignata): E una crudeltà!

 

Giorgio (esortandola): No, su, su, Bice!

 

Bice (tra il pianto, indicando Romeo): È per lui...

 

Romeo (a Ginevra): Senti? Dice che è per me; crudele per me (a Bice:) è vero? Ma tu non piangere, cara, perché forse sei la sola davvero, tu, a cui non è mai avvenuto nulla. Sai sempre tutto tu, di te, e puoi perciò sempre volere.

Sei come uno specchio.

 

Ginevra: Come un'acqua marina, ha detto Giorgio, tersa e trasparente.

 

Romeo: Ecco, vedi? anche Giorgio. Tranne forse qualche volta che t’ho troppo seccata...

 

Bice: Ma no, mai! Lo sai bene!

 

Romeo: Oltre, eh, oltre quello che tu stessa sai! È là che si comincia, cara, e dove ci si smarrisce! dove non si sa più!

 

Ginevra (con fiera asseveranza): Bice non si è mai smarrita!

 

Romeo (di scatto, indicando a Bice Ginevra): Là, ecco, impara, come mi guarda fiera in faccia Ginevra, lei sì davvero insospettabile, tutta, tutta fin nei minimi più riposti pensieri, di suo marito.

 

Ginevra (guardandolo quasi con odio): Tu parli come un pazzo; ma non è vero; io non ti credo!

 

Giorgio: Già! Fin dal primo momento -

 

Ginevra: - ecco, lui è testimonio!

 

Giorgio: - l'ha presa così -

 

Romeo: - e se n'è indignata, naturalmente!

 

Bice (quasi tra sé): Come se capisca...

 

Ginevra (subito cogliendo l'osservazione di Bice): E tu no? vuol leggerti dentro, non vedi? E ti mette alla tortura.

 

Romeo: No, questo no: ti ho mai torto un capello?

 

Ginevra: Tu non sei pazzo; lo fai!

 

Romeo (smorendo in una strana e inattesa tristezza): Vorrei farlo per davvero, Ginevra!

Sarebbe così comodo, sotto la maschera; ma non la reggo; me la levo.

 

Ginevra (aggressiva): E che fai allora? che dici? Guardi negli occhi? Guarda me! Io posso guardare anche te!

Sì, innamorata, fin nei minimi più riposti pensieri, di mio marito. Che hai da dirmi?

 

Romeo: t’ammiro

 

Giorgio (stordito): Che c'entra questo?

 

Romeo: L'ammiro, Giorgio. È per farmi rientrare in me. Un buon metodo.

Cimentarmi, per mettermi alla prova che non sono pazzo.

 

Giorgio: Sì, ho detto anch'io difatti che ti si doveva resistere.

 

Romeo: Ecco. Fate bene. Resistermi.

Per la difesa delle leggi sociali, in questa nostra vita civile. Ma vi dico che io voglio scusare, scusare; non ho altro fine che questo; se no, non mi resterebbe più altro che andarmi a costituire.

 

Giorgio: Nientemeno!

 

Romeo: Fortuna, che tutta la vita è così! Non si sa come! E la volontà non ci può nulla! - Vorrei sapere chi ha detto che sono pazzo. Io no di certo. Io penso ora così, perché vedo: vedo.

 

Giorgio: Che vedi?

 

Romeo: Ciò che normalmente, quelli che sono savii, non sanno o non vogliono vedere.

 

Giorgio: Ma eri così savio anche tu, mio caro Romeo, fino a pochi giorni fa!

 

Romeo (con leggerezza): Eh, perché ancora non vedevo! Ora vedo.

Ma non ne faccio colpa a nessuno, credetemi. - È proprio peggio vestirsi così pesante, perché poi si suda.

 

Giorgio (stordito con le altre). Si suda? Che dici?

 

Romeo (staccando, con serietà piena di rimpianto e di ammirazione): Tu hai detto, Giorgio, una bella sentenza: la vita è a patto di credere; non di sapere.

 

Giorgio (sbalordito): Io ho detto così?

 

Romeo (senza far caso dello sbalordimento di Giorgio): Non l'hai detto?

Scusami; me lo son figurato, perché un marinajo deve pensare così.

 

Giorgio: Un marinajo? Perché?

 

Romeo: Perché conoscersi è morire.

 

Giorgio: E un marinajo non può conoscersi?

 

Romeo: Un marinajo crede.

 

Giorgio: Ah sì, per grazia di Dio, io credo.

 

Romeo: E io sudo, sudo: l'ho detto a casa, a Filippo, di non prepararmi un abito così pesante;

a Bice: ma tu sai com'è... - Così, sempre, caro Giorgio: si scade alla fine nelle banalità più solite.

Le cose che si fanno, che tutti sanno -

Voltandosi a Ginevra: Senza rancore, Ginevra.

 

E va a sedere, appartato, sulla balaustrata del terrazzo.

 

Giorgio (piano a Bice e a Ginevra): Ma non connette!

 

Bice (triste, avvilita): Fa così; si mette a parlare tutt'a un tratto, senza nesso, di cose ovvie.

 

Ginevra: Lo facciamo tutti, se pensiamo d'improvviso o avvertiamo una cosa diversa o casuale.

Forse lui sì, lo fa apposta per frastornare.

 

Pausa.

 

Bice (costernata): Che guarda?

 

Romeo (che nel silenzio ha inteso): Quest'incanto qua, cara.

M'immagino sul tramonto. A lasciarsene prendere. Addio coscienza. Si naviga.

 

Giorgio: Sì, è bello.

 

Romeo: E il mare può anche essere un catino, se non ne scorgi più i limiti.

Pare impossibile che ci siano sciagurati che han bisogno di vino o di droghe per annegare in paradisi artificiali, quando si vive così poco nella così detta coscienza - (ecco ti spiego come ora vedo) - continuamente rapiti fuori di noi da tutto il vago delle nostre impressioni, ebbrezze di sole in primavera, stupore di arcani silenzii, spettacoli di cielo, di mari, e le rondini, anche dentro di noi, di pensieri guizzanti, gli sbalzi a volo da un ricordo all'altro, al minimo richiamo fuggevole d'una sensazione.

Pare ch'io ti stia ad ascoltare, e chi sa come ti vedo; t’ascolto, ti rispondo, sono con te, ma dentro di me, anche altrove, nell'arbitrario delle mie sensazioni che non potrei comunicarti senz'apparirti veramente pazzo.

Cammino, mi vedo le cose attorno, le posso toccare, tocco, e non me ne viene più né un pensiero né un sentimento, forse neppure più una sensazione; le guardo e, dentro di me, i miei stessi pensieri, i miei stessi sentimenti, sono come ombre lontane; io stesso, lontano da me, perduto come in un esilio angoscioso.

E puoi dire allora ch'io sto vivendo una vita cosciente? E ancora sono sveglio! E quando dormo?

Metà della vita si dorme. E poi è sempre così: tutto incerto, sospeso, volubile; vacilla tutto; la volubilità della vita non rispetta neanche i muri fermi delle case nelle strade.

E quando credi d'esserti fatta una coscienza e hai stabilito che ogni cosa è così o così, ci vuol così poco a farti riconoscere che questa tua coscienza era fondata su nulla, perché le cose, quelle che tu credi più certe, possono esser altre da quelle che credi; basta farti sapere una cosa, il tuo animo cangia d'un tratto, addio coscienza, diventa subito un'altra, e hai un bel tenerti fermo a tutte le tue certezze di prima; dove sono?

Io credo che quando ci saremo liberati della vita, forse la più grande sorpresa che ci aspetterà sarà quella delle cose che non c'erano, che ci pareva ci fossero e non c'erano: suoni, colori; e tutto ciò che vi sentimmo, e tutto ciò che vi pensammo, e ce n'affliggemmo tanto o ne gioimmo tanto: tutto era niente; e la morte, questo niente della vita, come c'era apparsa; lo spegnersi di questo lume illusorio, caldo, sonoro e colorato, per migrare forse verso altre misteriose illusioni.

 

Giorgio: t’ascolto, sbalordito. Ma come? Tu, Romeo -

 

Romeo: - io, si, ti maravigli? e tu, Giorgio, qua su questo terrazzo, non hai il ricordo di qualche tramonto in cui sei rimasto in dubbio che non fosse più vero quanto ti circondava?

 

Giorgio: Sì, spesso; e con questo?

 

Romeo: Senza conseguenze?

 

Giorgio: No, che conseguenze?

 

Romeo: Eh, quando tutto t’è come non vero attorno, quello che fai può anche sembrarti non vero.

 

Giorgio: No, caro, perché se fai tanto di muoverti in quei momenti -

 

Romeo: - sai subito, già! e ti muovi perché già sai.

Ma se l'incanto ti prende così forte, che non puoi più sapere quello che fai? Avviene! Avviene! Non sei più tu; non sai nemmeno dove sei, con chi sei; una donna è con te, su cui non hai mai fatto alcun pensiero; ma chi sa quanta gioja t'aveva dato la sola vista del suo corpo, vederla muovere, sentirla ridere, parlare.

Non te l'eri mai detto, non l'avevi mai neppur pensato. Tutto fuori della tua coscienza.

Un piacere soltanto per la vista, soltanto per l'udito.

 

Giorgio: Tu stai parlando adesso della Bice?

 

Romeo: No, no, tu sei un altro adesso; ti trasfiguro nella mia mente in un altro adesso, in un altro che le dice: «Ma voi non sapete come tutto il vostro corpo nel muoversi, e voi stessa nei gesti che fate involontariamente, date torto, date torto alle parole savie che dite!». - «Io? ma perché anche il mio corpo ama, mio povero Nicola; non voi, ma ama!»

 

Bice: Ricomincia, Dio, ricomincia!

 

Romeo: No, cara; è perché veramente può avvenire così, se non è mai avvenuto.

 

Bice (con doloroso risentimento): Sai che m'è avvenuto; e che io -

 

Giorgio (ribellandosi per lei): - ne ha riso con te!

 

Bice: - no, io non ne ho riso -

 

Romeo: - sì, sì, ne hai riso, ne hai riso! -

 

Ginevra (indignata): - non è vero! Meno di noi due, se mai! Tu ne hai riso!

 

Romeo: - io sì, eh altro!

Riattaccando, quasi con feroce godimento: Però la gioja d'un corpo che s'è svegliato da sé, fremente, in segreto?

Tu non ne hai coscienza. È lui, da sé, il tuo corpo, che s'è svegliato: come un albero!

Tu hai solo una letizia leggera, quasi di foglie, improvvisa, non sai perché, che ti fa ridere di nulla, o una tenerezza che ti fa anche piangere di nulla

 

Bice (sgomenta): - io? -

Romeo: - sì, cara: e allora basta un momento!

A Giorgio: Uno le prende le mani così (prende le mani a Bice) - la mossa è stata forse troppo brusca - lei le vuol respingere; ma ecco, fa solo il gesto dolce di restituirmele, e chiude gli occhi, tutto il viso le si chiude nell'abbandono -

 

Bice (quasi atterrita): - ma no, io? quando? -

 

Romeo (gridando): - è il momento che non puoi più sapere, cara!

Sa lui solo, ora, il corpo che non è più suo, e si muove da sé, certissimo, come chi ruba, in un attimo cieco.

E poi non è più nulla.

 

Ginevra (balzando in piedi, convulsa di sdegno): Io non posso sentirlo parlare così!

 

Romeo (subito: con perfidia): Di Bice, eh?

 

Giorgio: Ma Romeo!

 

Romeo (subito anche a lui): Per scusare! L'incoscienza!

 

Ginevra (fremente): Ma chi ne parla? È una vergogna!

 

Romeo: Ci si ricompone subito, difatti! Non è più nulla!

Cangiando, con disperata intensità:: Ma che volete, allora, me lo dite? Se non accettate questa scusa, che volete?

La condanna? la condanna? Tu sbalordisci, Giorgio, che parlo ora così? Ma è troppo! è troppo! Una volta, due volte!

Sono delitti, allora, sono delitti da scontare! Io li sto scontando così, impazzendoci!

 

Giorgio (stordito, quasi con paura): Che delitti?

 

Romeo: Veri delitti! Io ho ucciso! Lo vuoi sapere? Ho ucciso!

 

Giorgio: Tu, ucciso?

 

Romeo: Sì, sì, ucciso, ucciso - come in sogno, ma veramente ucciso! Ora è prescritto. Sono più di trent'anni.

 

Giorgio: Eri allora un ragazzo!

 

Romeo: Sì, un ragazzo.

 

Giorgio: Ma dici sul serio?

 

Bice: Delira!

 

Romeo (subito a Bice): No, è vero!

Poi, a Giorgio E tu del resto devi saperlo!

 

Giorgio (trasecolato): Io non so nulla!

 

Romeo: Delitto innocente. Come un sogno che ritorna. Tu capisci adesso, Ginevra?

È per questo ritorno! Ritorno d'un sogno sepolto. Rimasto sogno per tanti anni, anche per me!

A Giorgio: Non ricordi, nella nostra infanzia, di quel ragazzo di campagna che fu trovato morto all'alba, con la testa sfragellata, che tutto il sobborgo corse a vederlo, e tu volevi che corressi anch'io e io non volli?

 

Giorgio (con stupore atterrito): Fosti tu?

 

Romeo: Io. E non si seppe mai chi l'avesse ucciso. Non lo seppi più nemmeno io, subito dopo averlo ucciso. Capisci?

Questo è orribile, e può avvenire! è avvenuto! Non sai come! Figùrati, per una lucertola.

 

Giorgio (sovvenendosi): Ah sì, sul lastrone - quella lucertola!

 

Romeo: Sì, ma anche perché ero non so in che animo, quella sera, per quella strada di campagna, in salita.

Ti ricordi di Fox?

 

Giorgio: Sì, il cane che avevi allora in campagna.

 

Romeo: Era con me. Avevo sotto braccio i libri di scuola stretti nella cinghia.

Non avevo trovato in casa mia madre, né nessuno; e avevo attraversato il sobborgo per salire sul poggio, in campagna. Vedo tutto. Non volevo pensare. Volevo esser lieto.

Sai i ciottoli che gli asinelli alle volte si prendono tra gli zoccoli e li fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si fermano, stanno? Diedi un colpo a uno con la punta della scarpa: godi, vola! - L'erba che spunta sulle prode o a piè delle muricce, certi lunghi fili d'avena impennacchiati che fa piacere brucare: tutti i pennacchietti ti restano a mazzo nelle dita; si gettano addosso a qualcuno, e quanti se ne attaccano, tanti mariti (se è una donna) prenderà, e tante mogli se un uomo. Io feci la prova su Fox. Sette mogli.

Ma Fox, vecchio stupido, chiuse gli occhi e rimase, senza capir lo scherzo, con quelle sette mogli addosso.

Per dirti com'ero.

Ma a un certo punto non ebbi più voglia d'andare avanti. Mi sentii stanco e seccato.

Mi tirai a sedere sulla muriccia a manca della strada, e di là mi misi a guardare nel cielo la luna che cominciava appena ad avvivarsi d'un pallido oro nel verde del crepuscolo.

La vedevo e non la vedevo, come le cose che mi vagavano nella mente e l'una cangiava nell'altra e tutte mi allontanavano sempre più dal mio corpo lì seduto inerte, che non me lo sentivo più; la mia stessa mano, se l'avessi veduta, posata sul ginocchio, mi sarebbe sembrata quella d'un estraneo; non ero più nel mio corpo, ma nelle cose che vedevo e non vedevo, il cielo morente, la luna che s'accendeva e là quelle masse cupe d'alberi che si stagliavano nell'aria fatta vana, e la terra sola, nera, zappata da poco, da cui esalava ancora quel senso d'umido corrotto nell'afa delle ultime giornate d'ottobre, ancora di sole caldo.

 

Giorgio: Sì, fu d'ottobre, ora ricordo bene, fu infatti d'ottobre.

 

Romeo: Ho tutto vivo qua, preciso; vedo tutto come se ci fossi ancora.

A un tratto, tutto assorto come ero, chi sa che cosa mi passò per le carni, stolzai, e istintivamente alzai la mano a un orecchio. Sento stridere una risatina da sotto la muriccia.

Un ragazzo della campagna s'era nascosto là sotto, dalla parte della campagna.

Aveva strappato e brucato anche lui un lungo filo d'avena, gli aveva fatto un cappio in cima e, zitto zitto, con esso alzando il braccio aveva tentato d'accappiarmi l'orecchio.

ppena mi voltai risentito, subito col dito m'accennò di tacere e tese il filo d'avena lungo la muriccia, dove tra una pietra e l'altra spuntava il musetto d'una lucertola, a cui con quel cappio egli dava la caccia.

Mi voltai a guardare, ansioso.

La bestiola, senz'accorgersene, aveva infilato da sé il capo nel cappio lì appostato; ma ancora era poco, bisognava aspettare che lo sporgesse un po' di più, e poteva darsi che invece lo ritraesse, se la mano che reggeva il filo d'avena tremolava e le faceva avvertire l'insidia.

Forse era sul punto d'assaettarsi per evadere da quel rifugio divenuto una prigione.

Attenti a dare a tempo la stratta; questione d'un attimo. Eccola!

E la lucertola guizzò come un pesciolino in cima a quel filo d'avena.

Saltai giù irresistibilmente dalla muriccia; ma quello, forse temendo che volessi impadronirmi della bestiola, roteò più volte in aria il braccio e poi la sbatté con ferocia su un lastrone che si trovava lì tra gli sterpi.

- No! - gridai; troppo tardi: la lucertola giaceva immobile su quel lastrone col bianco della pancia al lume della luna.

Ne provai un'ira grandissima.

Avevo voluto anch'io che quella povera bestiola fosse presa, preso anch'io per un momento da quell'istinto della caccia che è in tutti agguattato; ma ucciderla così, senza prima vederla da vicino, negli occhietti vivi acuti fino allo spasimo, nel palpito dei fianchi, nel fremito di tutto il verde corpicciuolo; no, era stato stupido e vile.

E avventai con tutta la forza un pugno in petto a quel ragazzo, mandandolo a ruzzolare in terra, tanto più lontano quanto più lui, così tutto squilibrato indietro, tentò di riprendersi per non cadere.

Caduto, si rizzò inferocito, ghermì un toffo di terra e me lo scagliò in faccia; ne restai accecato e con quel senso d'umido in bocca che più mi seppe di sfregio e m'imbestialì. Presi anch'io di quella terra e la scagliai.

Il duello si fece subito accanito.

Ma lui era più svelto e più bravo, e mi veniva sempre più addosso, avanzando, con quei toffi di terra che, se non ferivano, percotevano sordi e duri e, sgretolandosi, erano come una grandinata da per tutto in petto sulla faccia tra i capelli agli orecchi e fin dentro le scarpe; soffocato, non sapendo più come ripararmi e difendermi, furibondo mi voltai, spiccai un salto e col braccio alzato strappai una pietra dalla muriccia.

Qualcuno di là si ritrasse, sarà stato Fox.

Scagliata la pietra, d'un tratto - io non so come - da che tutto prima mi sbalzava davanti agli occhi, quelle masse d'alberi, in cielo la luna come uno striscio di luce, ora più nulla, non si moveva più nulla, il tempo stesso e tutte le cose pareva si fossero fermati in uno stupore attonito intorno a quel ragazzo traboccato a terra.

Ancora ansante, col cuore in gola, mirai esterrefatto, addossato alla muriccia, quell'incredibile immobilità silenziosa della campagna sotto la luna, quel ragazzo che vi giaceva con la faccia mezzo nascosta nella terra, e sentii crescere in me, formidabile, il senso d'una solitudine eterna, da cui dovevo subito fuggire. Non ero stato io; io non l'avevo voluto; non ne sapevo nulla.

E proprio come se m'appressassi per curiosità, mossi un passo e poi un altro, e mi chinai a guardare.

Il ragazzo aveva la testa sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero e una gamba un po' scoperta -

 

Giorgio: - Sì sì, lo vidi, lo vidi anch'io così! un po' scoperta -

 

Romeo: - tra il calzone che s'era ritirato e la calza di cotone.

Morto, come da sempre.

E tutto restava lì, come un sogno, da cui dovevo svegliarmi per andar via in tempo.

Lì, come un sogno, quella lucertola arrovesciata sul lastrone, con la pancia alla luna e il filo d'avena che le pendeva ancora dal collo.

Io me ne andavo col mio fagotto di libri di nuovo sotto il braccio e Fox dietro, che anche lui non sapeva nulla.

E a mano a mano che m'allontanavo, discendendo dal poggio, divenivo, sempre più, così stranamente sicuro, che non m'affrettavo nemmeno. Arrivai alla piazzetta deserta, dove avevano costruito da poco il grande ospedale, ricorderai -

 

Giorgio: - Sì, Sì.

 

Romeo: C'era anche lì la luna; mi parve un'altra, se ora li rischiarava, senza saper nulla, la bianca facciata dell'ospedale. Ed ecco la via del sobborgo, come prima.

Arrivai a casa; non c'era ancora nessuno; mia madre non era ancora rientrata.

Non dovevo dunque dirle neppure dov'ero stato.

Ero stato là in casa ad aspettarla. Ecco.

E questo, che sarebbe stato vero per mia madre, era diventato subito vero anche per me.

Chiuso tutto. Sepolto. Non ero stato io.

Cercai con terrore gli occhi di Fox. Dormiva. Non era stato nulla. Io non l'avevo voluto.

Un sogno lasciato lassù, sotto la luna.

 

Bice, che ha ascoltato piangendo in silenzio il racconto, ha uno scoppio convulso e fugge via, sostenuta da Giorgio, nell'interno della casa.

 

Romeo: Dimmi tu, Ginevra, fu delitto?

 

Ginevra (turbata, commossa, piangente): No, no sciocco, fai piangere anche me; se non l'hai voluto!

 

Romeo Ma l'ho commesso! È stato il primo!

 

Ginevra: Finiscila! Non devi averne rimorso! Io amo mio marito!

 

Romeo: Ma son due! È troppo! Sto impazzendo! Ho bisogno di credere che può accadere a tutti! a tutti!

 

Ginevra: Sì, anche a Bice! Sta' zitto!

 

Rientra Giorgio, chiamando:

 

Giorgio: Romeo, vieni! Bice si sente male! Ti vuole!

 

Romeo: Eccomi.

Si avvia verso l'interno della casa.

 

Giorgio (fermando un momento Ginevra, impressionato): Che cos'è?

 

Ginevra: Niente. È orribile. La povera Bice.

TELA

 

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Atto secondo

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