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Teatro - 1934

Non si sa come

Introduzione e trama

Atto primo

Atto secondo

Atto terzo

Pirandello - Teatro - Indice

INTRODUZIONE

CRONOLOGIA

 Atti unici

●●  DUE atti

●●●  tre atti

1892 ●

La morsa

1895 ●●●

La ragione degli altri

1906 ●●●

Tutto Per bene

1910 ●

Versione Inglese

Lumie di Sicilia

1911 ●

Il dovere del medico

1913 ●

Cecè

1916 ●

All'uscita

1916 ●●●

Liolà

1916 ●●●

Pensaci Giacomino!

1917 ●●●

Il Piacere Dell'Onestà

1917 ●●●

L'Innesto

1917 ●●●

Versione Inglese

Cosi è (se vi pare)

1917 ●

La patente

1918 ●●●

Ma non è una cosa seria

1918 ●●

Il berretto a sonagli

1918 ●●●

Il giuoco delle parti

1919 ●●●

Come prima, maglio di prima

1919 ●●●

L'uomo, la bestia e la virtù

1920 ●●●

La signora Morli, uno e due

1921 ●●●

Versione Inglese

Versione Spagnola

Sei personaggi in cerca d'autore

1922 ●●●

Versione Inglese

Versione Spagnola

Enrico IV

1922 ●●●

Vestire gli ignudi

1922 ●

L'imbecille

1923 ●●●

La vita che ti diedi

1923 ●

L'altro figlio

1923 ●  

Versione Spagnola

L'uomo dal fiore in bocca

1924 ●●

Ciascuno a suo modo

1925 ●

La giara

1925 ●

Sagra del signore della nave

1926 ●●●

L'amica delle mogli

1926 ●●●

Diana e la tuda

1928 ●

Bellavita

1928 - Mito ●●●

La nuova colonia

1928 - Mito ●●●●●

Scamandro

1929 - Mito ●●●

Lazzaro

1929 - ●●●

O di uno o di nessuno

1929 ●

Sogno (ma forse no)

1930 ●●●

Questa sera si recita a soggetto

1932 ●●●

Quando si è qualcuno

1932 ●●●

Trovarsi

1932 ●●●

I giganti della montagna

1934 ●●●

Non si sa come

 

 

 

teatro  - 1934 - Non si sa come - commedia in tre atti

personaggi ed introduzione

 

PERSONAGGI

 

 Conte Romeo Daddi

Donna Bice Daddi, sua moglie

Giorgio Vanzi, ufficiale di marina

Ginevra, sua moglie

Marchese Nicola respi

 

Introduzione

 

Dramma in tre atti scritto nel 1934. Ispirato dalle novelle Nel gorgo (1913), Cinci (1932) e La realtà del sogno (1914), ed ideato per essere interpretato dall'attore austriaco di origini italo-albanesi Alessandro Moissi[1], che però morì il 23 marzo 1935, prima della messa in scena che avvenne con la Compagnia Ruggero Ruggeri il 13 dicembre 1935 al Teatro Argentina di Roma.

L'azione si svolge in un ambiente raffinato e lussuoso: il conte Romeo Daddi, pur innamoratissimo della moglie, improvvisamente in un attimo si è trovato a tradirla con un'amica di famiglia, Ginevra, moglie del suo più caro amico. Si trova ora circondato da un insieme di macerie: sono stati travolti la sua volontà, il suo amore per la moglie, la sua lealtà verso l'amico. Dove sono finiti questi princìpi e questi sentimenti? Da dove è sorto l'impulso irrefrenabile quanto improvviso della passione accecante?

Queste domande angosciose assediano Romeo Daddi, che da questo «delitto innocente», è portato a ricordarne un altro che commise da ragazzo, uccidendo un suo coetaneo. Riaffiora con una sconcertante precisione di particolari l'antico delitto; ma il problema per Romeo Daddi non è tanto il rimorso quanto l'investigazione torturante della ricerca della responsabilità. Chi ha compiuto quelle azioni, se non è stato certo lui a volerle? La scissione dell'io, entità non certo unitaria e monolitica, ritorna in questo dramma molto serrato e convincente nelle stravolte ma lucidissime argomentazioni del protagonista. La parte animale dell'uomo, l'istinto vive una sua vita profonda assolutamente non riconducibile alla ragione, alle convenzioni, alle regole della società.

Ma per Pirandello non si può certo rimanere nell'abisso; la riemersione porta con sé il pesante fardello della responsabilità che l'uomo contemporaneo non può certo eludere.

A proposito di questo dramma Pirandello così si esprimeva in un'intervista a M. Missiroli: « ... nel mondo morale la coscienza si risveglia come un giudice severissimo e intransigente nell'animo di chi ha infranto la legge. Il delitto appartiene alla natura, ma il momento veramente drammatico è quello della giustizia, ed è tanto più drammatico quanto più il tribunale è invisibile cioè nella coscienza ... ».

Maria Argenziano

 

In Non si sa come Pirandello non affronta, o almeno non affronta fino in fondo, i consueti temi del rapporto fra realtà e finzione, fra essere e apparire. In quest'ultimo testo portato a termine prima della morte - il successivo, I giganti della montagna, rimarrà incompiuto - l'argomento è quello degli atti perpetrati senza una precisa scelta del soggetto, quasi in sogno o in stato di improvvisa inconsapevolezza, i «delitti innocenti», come lui li definisce. La questione riguarda pur sempre le «maschere» che indossiamo davanti agli altri: ma qui la materia è più inquieta e sfuggente, affonda in zone buie dell'inconscio.

Nella solitudine di una villa avvolta dalla calura estiva, il protagonista Romeo Daddi si è trovato, in un attimo di incontrollabile abbandono, fra le braccia della moglie del suo migliore amico, senza che ciò abbia inciso sui sentimenti coniugali di entrambi. Ma il senso di colpa provocato dall'episodio gliene risveglia un altro da tempo rimosso, legato a un brutto gesto commesso nell'infanzia, quando causò la morte di un ragazzo, in una lite per futili motivi. E come roso da una fissazione, egli prende a cercare in tutti quanti lo circondano le avvisaglie di analoghe debolezze sepolte nel fondo della psiche.

Fin dalle prime rappresentazioni dell'opera fu sottolineata l'incongrua sproporzione fra un trascurabile cedimento dei sensi e un omicidio vero, seppure non previsto e non voluto. Ma a Roberto Trifirò, che l'ha allestita con molta sottigliezza all'Out Off di Milano, le forzature dimostrative tipiche di una certa dialettica pirandelliana stanno a cuore fino a un certo punto: ciò che qui gli interessa è scavare in quei febbrili abissi della mente, penetrare in un'interiorità stravolta dove l'insicurezza di sé e delle ragioni del proprio agire si presenta come la condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo.

Calando la vicenda in un clima vagamente onirico, trasformando i personaggi in marionette viventi dalle movenze innaturali e dalla parlata distaccata, rarefatta, egli prova a contrastare le tortuosità di una trama che, come spesso accade nel teatro di Pirandello, si rivela farraginosa, oscura, improbabile. Il tentativo riesce - e ne coglie dei risvolti psicanalitici alquanto affascinanti - finché il testo può essere tenuto in qualche modo a freno: poi il suo ossessivo argomentare finisce col prendere il sopravvento, e a battersi con esso resta solo il bravo attore-regista, mentre gli altri non paiono dotati delle necessarie sfumature interpretative.

Inizio pagina

 

 

Trama
Quello del Conte Daddi è un delitto che tutti noi, in forma più o meno grave abbiamo compiuto. Quante volte ci si è rimproverati di un atto irriflesso, di cui percepivamo le conseguenze e che pure abbiamo compiuto? E da quell'atto, sul momento senza un preciso senso, ne sono venuti esiti che segnano la vita per sempre. Perché l'abbiamo fatto? Chi o cosa ci ha spinto a farlo? Non sono stato io a decidere con piena volontà eppure io ne pago le conseguenze. Ci sono dunque due io dentro di noi ed uno é nemico dell'altro.

Il conte Romeo Daddi, personaggio serio e rispettabile, è molto innamorato della moglie ed è buon amico di Giorgio Vanzi, eppure gli accade di tradire l'amicizia e la moglie con Ginevra, amica di famiglia e moglie di Vanzi.

Non è stato, il suo, un innamoramento, di cui potrebbe anche giustificarsi, ma un atto istintivo che, non si sa come, l'ha portato a fare quello che ha fatto.

Avviene un doloroso chiarimento tra i protagonisti del dramma durante il quale Romeo Daddi ricorda un altro delitto, questo sì delitto, compiuto da ragazzo. Da una sciocca lite con un ragazzo, come tante ne avvengono per "futili motivi", come specifica quella legge che poi severamente ti condanna, lo aveva colpito con una pietra uccidendolo.

Il racconto di Romeo é allucinante: il ragazzo giaceva morto con la testa fracassata ai suoi piedi, eppure lui non si sentiva colpevole; tutto era avvenuto come in un incubo, in una specie di delirio dove il protagonista del fatto non era lui, che se ne era tornato tranquillamente a casa.

Adesso, ripensandoci, anche quello che è avvenuto con Ginevra è stato come un sogno di cui si percepisce la realtà solo quando si torna in se stessi.

Ed ora quella situazione si è ripetuta: questo, come il primo, è un delitto innocente, compiuto per istinto eppure, se si vuole ricostruire qualcosa dalle macerie che si sono provocate, bisogna tuttavia assumersene la responsabilità: si deve essere chiamati a rispondere anche delle azioni di quell'io che talora ci sovrasta e ci trascina.

Bisogna cercare la punizione anche se non ci si sente colpevoli: il conte farà in modo che il suo amico Giorgio lo uccida, anche lui senza volerlo, non si sa come.

 

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