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PERSONAGGI
Conte Romeo Daddi
Donna Bice Daddi, sua moglie
Giorgio Vanzi, ufficiale di marina
Ginevra, sua moglie
Marchese Nicola Respi
Ai nostri giorni.
Lungo terrazzo aggettato alla casa di Giorgio Vanzi, che
sorge a sinistra e a cui s'accede per un grande uscio a vetri.
Il terrazzo ha una lunga balaustrata, su cui sono imbasati a
ugual distanza l'uno dall'altro alcuni fanali ora spenti.
Si
suppone che sotto questo terrazzo scorra un fiume, che non si
vede.
Di là dal fiume, lontana, è la dolce costa verde d'una
collina. Luogo incantevole.
Arredamento molto curato da
giardino, belle sedie a sdrajo a sinistra, sedie d'altra foggia,
un tavolino-bar e panchetti.
Mattino, sulla fine di settembre.
Al levarsi della tela Giorgio, seduto nel terrazzo, legge;
vedendo entrare Respi, si alza.
Giorgio: Oh, Respi. Bravo. Ci si rivede.
Respi: Sei sbarcato da poco.
Giorgio: Da dodici giorni. Li conto, perché purtroppo me
ne restano ormai soltanto tre.
Respi: Dopo otto mesi di crociera!
Giorgio: Quindici soli giorni di licenza. Che vuoi farci?
È la nostra vita.
Respi: Lasciar questo paradiso
Giorgio: Come un sogno: quando ci sono e quando ne son
lontano.
Respi: E la povera signora Ginevra
Giorgio: Anche lei. Ogni volta che la ritrovo. Forse è
più bello così. Almeno finché s'è giovani.
Col tempo che non ci
basta mai.
Respi: Hai ragione. Noi ne abbiamo sempre troppo per
saziarci di tutto.
Giorgio: Oh, per questo anch'io, a bordo.
Respi: È un'altra cosa. In questa nostra sazietà
Giorgio (compiendo la frase): - pigri sentimenti e
pensieri oziosi: siete come le nebbie di palude che pare vadano
a tentoni.
Respi: No, peggio, caro, peggio!
Giorgio: Siedi. Prendi qualche cosa.
Respi: No, grazie.
Giorgio: Un whisky. Te lo servo io.
Eseguisce.
Respi: Hai visto Daddi?
Giorgio (versando anche per sé): Eh, il primo -
Respi (bevendo): Lo so, appena sbarcato, corresti
in villa da lui a prendere tua moglie. Ottimo questo whisky.
Giorgio: Ancora un po' di soda?
Respi: No, basta così.
Giorgio: Ginevra fu ospite della Bice durante tutta la
villeggiatura.
Respi: Fui ospite anch'io.
Giorgio: Ah sì? Ginevra non me l'ha detto.
Respi: Per soli cinque giorni, di passaggio: ti dirò. Ma
tu allora ti trattenesti da lui?
Giorgio: Poche ore. A colazione. Ginevra era già pronta
per seguirmi.
Siamo andati in campagna da mia madre e siamo
ritornati questa mattina.
Respi: Cosicché non l'hai più rivisto?
Giorgio: Daddi? No. Perché? L'aspetto. Deve venire.
Respi: Non sai dunque nulla?
Giorgio (preoccupato dell'aria di Respi): No. Gli
è accaduto qualche cosa?
Respi (dopo una breve pausa, alzando le spalle,
aprendo le braccia): Dev'essersi impazzito.
Giorgio (stordito e quasi incredulo): Chi? Romeo?
Scherzi! Il più sereno -
Respi (interrompendolo, con intenzione): A te
parve sereno là in villa quand'arrivasti?
Giorgio (dubitando allora che si tratti di
un'impressione o d'un timore di Respi): Ma sì! serenissimo,
al solito, e così festoso! È stato sempre il più sereno e
schietto dei nostri amici, e per me, come un fratello. Ma che
gli è avvenuto?
Respi: Qualcosa, allora, dopo.
Giorgio: Dopo? Che vuoi dire?
Respi: Dopo che tu sei partito, è chiaro; se l'hai
lasciato sereno.
Giorgio: Ma tu dici allora sul serio impazzito, non così
per dire?
Respi: Sul serio.
Sporgendosi a guardarlo da vicino:
Per la moglie, tu capisci?
Giorgio (come ascoltando un'enormità): Che? Per la
moglie?
Respi: Per Donna Bice, quella santa!
Giorgio: Ah, ma allora è pazzo veramente! Ma come?
Se è
stata sempre per tutti un miracolo di concordia la loro vita
insieme!
Innamorati ancora l'uno dell'altra come il primo
giorno!
Respi: Gli dev'esser nato d'improvviso qualche sospetto,
non può essere altrimenti.
Giorgio: Su Bice? Impossibile! Questo, se mai, può essere
effetto, non causa della pazzia. Soltanto un pazzo -
Respi (seguitando la frase): - d'accordo!
d'accordo! soltanto un pazzo può sospettare d'una donna come
quella.
Il certo si è che partì anche lui dalla villa, solo, il
giorno dopo il tuo arrivo
Giorgio: - il mio arrivo? -
Respi: - Sì -
Giorgio: - e che relazione? -
Respi: - non so - se ne venne in città e cominciò a far
tali stranezze; pare, dicono, rovistare da per tutto, forzare,
fracassare i mobili della moglie -
Giorgio: - che mi dici! -
Respi: - chiamata d'urgenza, Donna Bice è accorsa e l'ha
trovato... io non ti so dire... chi l'ha visto, dice
irriconoscìbile, con certi occhi che si voltano senza sguardo,
se lo chiami; ma poi tutt'a un tratto gli s'accendono e si
mettono a fissare, prima da lontano, obliqui, attratti da certi
segni che crede di scoprire (spiegabilissimi, perché tutti,
infatti, sono costernati attorno a lui) e man mano s'avvicina
spiando, sì, ti si para di fronte, ti posa le mani sulle spalle
e ti scruta negli occhi affitto affitto con un tale acume da
farti morir dallo spavento; le labbra che gli fremono parlanti
ma senza dir nulla che si senta. Uno spavento!
Giorgio: Ma basterebbe resistergli! Perché spavento?
Respi: Corpo! Uno che ti fissa così e ti rimuove dal
fondo della coscienza la posatura di tutta quella feccia che
ognuno ha dentro!
Entra Ginevra.
Giorgio: Respi mi sta dicendo -
Respi: Buon giorno, Ginevra:
Ginevra: Buon giorno, Respi.
Respi: Sono costernatissimo, e desidero parlare proprio
con voi.
Giorgio: Pare che Romeo Daddi sia d'un tratto impazzito.
Ginevra: Ma no! Impazzito? Come ...
vacilla appena: come impazzito?
Giorgio: È proprio da vacillarne!
Ginevra: No. Niente. Così di colpo ...
Respi: Che abisso! Che abisso! - sembra dica così.
Ginevra: Chi?
Respi: Lui, guardando negli occhi. - Che abisso!
Giorgio: L'anima di Bice, te l'immagini? Abisso, l'anima
di Bice!
Ginevra: Ah, è per lei?
Giorgio: Geloso di lei!
Respi: La vessa da dieci giorni.
Giorgio: Incredibile! Incredibile!
Respi: E lei, anziché esserne offesa, si strugge di pietà
per lui. Nessuno meglio di me può sapere -
Ginevra (interrompendolo): Vi ha forse
sorpresi a parlar soli insieme?
Respi (un po' confuso dalla strana domanda):
No. Dite, ora, ultimamente? Prima, sì, tante volte.
Giorgio (sovvenendosi, con un sorriso): Ah
già! tu -
Respi (con scatto d'esasperazione): Io, che cosa?
ho bisogno d'aria, io! di scapparmene in cima a una montagna,
non so dove!
Giorgio: Non puoi negare d'averle fatto a lungo la corte.
Respi: Senz'ottenere mai altro che un sorriso di
compatimento da lei -
Giorgio: Eh, te lo dico perché ne son certo!
Respi (seguitando la sua battuta): - con
quella serenità che viene dalla più limpida e ferma sicurezza di
sé.
Giorgio (compiaciuto): Limpida, sì.
Respi: E non s'è mai né offesa né sdegnata. M'ha
dimostrato soltanto, con la massima dolcezza, che sarebbe stata
inutile ogni mia insistenza, perché era innamorata anche lei,
tale quale come me, forse più di me, ma di suo marito; e che
essendo così, se io la amavo veramente, dovevo intendere che lei
non avrebbe potuto venir meno al suo amore; se non intendevo
questo, era segno che non la amavo; e allora, se non la amavo -
Giorgio (interrompendolo):Come la riconosco in
questo che dici!
Limpida, come l'acqua marina in certi lidi
scoscesi e difficili, così trasparente che,per quanto desiderio
si abbia d'averne nel caldo un ristoro delizioso,si prova quasi
un sacro ritegno a intorbidarla -
Ginevra: - quand'uno, senza pensarlo, non ci si trovi
dentro, tuffato.
Respi (a Giorgio): No, no, questo ritegno,
appunto questo ritegno che tu dici: io l'avevo provato sempre,
accostandomi a lei; solo nei cinque giorni maledetti trascorsi
in villa ultimamente, sopraffatto dalla passione -
Ginevra: - la bell'acqua marina... -
Respi: - sì, confesso, che forzai il mio ritegno, e fui
duramente respinto.
Ora il mio dubbio angoscioso è questo, e voi
Ginevra ch'eravate là potete, voi sola forse, levarmelo o
purtroppo confermarmelo: che del turbamento che io le cagionai
si sia accorto il marito.
Ginevra: Del turbamento no, caro Respi, tranquillatevi:
(se ci fu) fu subito sedato dopo la vostra partenza.
Respi: Ah bene.
Ginevra (con una certa sorridente perfidia):
Romeo s'accorse di tutto.
Respi: Come di tutto?
Ginevra: E anch'io, caro; ci vuol poco ad accorgersi di
queste cose; ma non ne fece alcun caso, anzi, se debbo dirvi
tutta la verità
Respi: - dite dite, ve ne prego! -
Ginevra: - non ve ne avrete a male?
Respi: - ma no, vi prego!
Ginevra: - quando Bice ce lo disse (lei meno di tutti,
posso assicurarvelo) se ne rise molto.
Respi (restandoci male): Ah, se ne rise?
Ginevra: Sì, amico mio; ma senza scherno.
Respi: E lo disse al marito lei stessa?
Ginevra: Ma sì, come una cosa che lui già sapesse da un
pezzo.
Siate certo però che seguitava a compatirvi perché
diceva: «quel povero Nicola».
Respi: Io non ho bisogno d'alcun compatimento per me,
adesso, e per lei!
Domando come si spiega tutto questo, allora,
se prima ne rise, come voi dite?
Giorgio: Ma tu sai dunque che ora Romeo è geloso di te?
Respi: Io non so nulla! Sono arrivato anch'io questa
mattina, e trovo qua questa bella notizia.
Me l'ha data Traldi,
tu lo conosci: pare che al Circolo della Racchetta non si parli
d'altro.
M'è passato per la mente che potessi averci influito
anch'io, in qualche modo; ma così, come una delle ipotesi più
assurde da non escludere in un caso di pazzia.
Se voi, cara
Ginevra, la escludete senz'altro, io da parte mia non posso che
esserne lieto.
Ginevra: Ah no, piano! non escludo più nulla ora, se dite
che è impazzito. Ce lo venite a dire così...
Giorgio: Già, come una cosa da nulla!
Respi: Vi dico che me n'ha informato Traldi, or è poco, a
bruciapelo. M'ha chiamato; ero ancora con le valige.
Giorgio (come colpito da un'idea): Oh,
dico, assurdo per assurdo, non sarà mica per me!
Ginevra (urtata): Ma che per te! Come ti
viene in mente?
Giorgio: Se fu subito dopo che noi siamo partiti... Dico,
assurdo per assurdo!
Ginevra (impressionata): Chi te l'ha detto?
Giorgio (indicando Respi): Lui! Se ne venne
qua a fracassare i mobili di Bice...
Ginevra: È una pazzia!
Giorgio: Se è pazzo!
Ginevra (dopo una breve pausa di riflessione):
Voglio prima vederlo.
Giorgio: Tu non ci credi? Le accoglienze così festose che
mi fece la Bice...
Ginevra (irritata): Ma non pensarlo
nemmeno! Tu sei da escludere senz'altro.
Indicando Respi:
Lui, piuttosto. Può darsi che prima, sereno, abbia riso della
vostra corte, e che poi, ripensandoci...
Giorgio: Qualcosa dev'essergli certo accaduta, che non si
sa.
Respi (a Ginevra): Voi stessa mi avete
domandato in principio se ci aveva sorpresi a parlar soli
insieme.
Ginevra (stordita): Io?
Giorgio: Sì, tu. Glielo domandasti. E la domanda fece
impressione anche a me.
Ginevra (confusa): Ah ma... perché, forse,
il sospetto, sai com'è... tante volte può nascere ripensando
d'improvviso a cose di cui prima non s'era fatto alcun caso e
che poi, sotto un'altra luce...
Giorgio: Ripensando! ma la ragione di ripensarci? ecco!
la ragione di ripensarci. Trovarla. Tu la sai?
Ginevra: Io?
Giorgio: Pare che debba saperla.
Ginevra: Ma che dici! Che vuoi che sappia io?
Giorgio: Hai detto «sorpresi a parlar soli». Ecco: «tante
volte» t’ha risposto lui. Ripensando a questo?
Tu ammetti allora
che si possa trovare in questo la ragione? Pare che per te sia
possibile supporre che la Bice
Ginevra: - ma no! -
Giorgio: - e allora, scusa! che domanda hai fatto?
Lasciamo Bice, poverina; una moglie qualsiasi, sorpresa dal
marito a parlar da sola con un amico -
Ginevra: - se sa che quest'amico fa la corte alla moglie
-
Giorgio (alludendo a Romeo): - ne ha riso,
l'hai detto tu stessa; dunque questo non l'ha fatto impazzire, è
chiaro.
«Dopo» tu dici: ci ha ripensato dopo. Perché?
Respi: Tu vuoi sapere la ragione per cui uno impazzisce?
Ginevra: Possono venire in mente tante cose d'un
tratto...
Giorgio: Mi pare impossibile, che volete che vi dica, che
Romeo Daddi, senza una ragione, con una moglie come quella... io
lo conosco da ragazzo, cresciuti insieme, e la Bice, come una
sorella! Bisogna andarli a trovare. Tu vieni?
Ginevra: Se vuoi. Ma forse... sarebbe meglio forse che
andassi prima tu solo.
Giorgio: Perché? Sei stata con loro tre mesi. Scusami,
cara, ti vedo -
Ginevra: - ma no, come mi vedi?
Giorgio: - non so, sembri irritata!
Ginevra: Io? Ma niente affatto! Irritata di che?
Giorgio: Sì, sì, te l'ho detto di che! Tu ammetti che si
possa credere sospettabile la Bice.
Ginevra: Non vorrai metterti a fare il pazzo anche tu,
adesso.
Giorgio: Che c'entra fare il pazzo?
Ginevra: Mi metti in mente cose che non penso!
Giorgio: Scusami, ho questa impressione. Sai che parlo
franco.
Ginevra: Amo anch'io Bice come una sorella, e so che -
Giorgio: - che?
Ginevra: - che è come me anche lei, niente di meno,
niente di più, tutta per suo marito.
Giorgio: E dunque perché non vuoi venire?
Ginevra: Ma sì, vengo, figurati! Mi turba -
Respi: Ecco Donna Bice.
Entra Donna Bice.
Giorgio (con affettuosa premura): Oh, Bice!
Venivo da te.
Bice (commossa, quasi per piangere): Caro
Giorgio!
Ginevra: Bice!
L'abbraccia con un fremito di pianto convulso.
Giorgio: Diceva appunto che t’ama come una sorella.
Bice (tenendola stretta a sé): Lo so,
Ginevra mia, lo so!
Respi (impacciato, come sentendosi in colpa):
Cara contessa!
Bice (anche lei imbarazzata): Per carità,
voi, Nicola -
Respi: - volete che vada?
Bice: Sta per venire; so che mi segue; è molto più calmo:
non vorrei che vi trovasse qua.
Respi: Vado senz'altro.
Bice: No, aspettate: bisognerebbe prima accertarsi che
non vi veda uscire.
Giorgio: Baderò io, baderò io, non dubitare. Vieni, Respi.
Respi saluta, e via con Giorgio.
Ginevra: Ma sospetta proprio di lui?
Bice: Di tutti, di tutti; anche di lui; ma non è un
sospetto; è una cosa così strana -
Ginevra: - che cosa?
Bice: - non ti so dire, da cui pare non ci si possa
guardare -
Ginevra: - come? ah, dice così?
Bice: Sì, una cosa di cui, a sentirlo, non c'è nemmeno da
far colpa.
Ginevra: E dunque? Se non c'è da far colpa!
Bice: Com'è possibile?
Ginevra: Se lo dice lui stesso!
Bice: Ma che significa? Tu lo capisci? Mi guarda negli
occhi, con certi occhi! se tu glieli vedessi! e sorride -
Ginevra: - sorride? come sorride?
Bice: - d'una maniera, che dà i brividi; e poi domanda: -
«Nulla, più nulla, eh? Sepolto! tutto ingojato!» col tono di chi
è certo, io non so di che; ma dice che lui lo sa, lo sa; e si
mette a vaneggiare; ma poi t’accorgi che non è vero, perché si
riferisce a cose precise -
Ginevra: - come, precise? che dice?
Bice: - sì, a persone determinate -
Ginevra: - determinate? a chi?
Bice: - pare le abbia davanti; non le nomina -
Ginevra: - ma che dice?
Bice: - cose, io non le comprendo; ma è come se lui le
veda, non so, vere, ecco, vere da apparire a tutti, lampanti -
Ginevra: - che cose? -
Bice: - cose che nessuno suppone; pare le scopra, da
toccarle, là, dove nessuno le vede.
Ginevra: È proprio pazzo allora! Pazzo! Sono
allucinazioni?
Bice: È un guasto, certo, che gli s'è fatto qua!
Ginevra: Ne sei certa?
Bice: Come! Gli occhi! Gli si vede dagli occhi! E poi,
quando mai lui ha parlato così?
Dice, sì, alle volte, anche cose
che t’atterriscono da come sono tue, di pensieri che hai avuto
un momento, con una lucidità che hai l'impressione di restargli
nuda davanti, e non puoi più crederlo pazzo.
Ginevra: No, anzi, per questo, tanto più, scusa!
Bice: Perché?
Ginevra: Perché le dice! Tu non hai mai detto e nemmeno
io, né nessuno, ciò che può passare, un attimo, per la mente, o
può esserci avvenuto in segreto, senza volerlo; anche in sogno,
supponi: delitti innocenti.
Bice (con stupore e spavento): Ginevra!
Ginevra: Che cos'è?
Bice: Oh Dio!
È come se tu l'avessi sentito -
Ginevra: - io? -
Bice: - sì, parlare! Dice proprio così!
Ginevra: Delitti innocenti?
Bice: Sì, Sì.
Ginevra: E chi non ne ha commessi?
Bice (restando): La stessa domanda!
Ginevra (con dispetto): Ma è naturale,
cara, se mi porti a parlare come lui di cose di cui nessuno
parla, tranne che non sia un pazzo, o, scusami, qualcosa di
peggio; sì sì, qualcosa di peggio!
Se per lui sono «innocenti»,
perché ne parla e ti vessa? Io ne sono indignata! indignata!
Entra, con Giorgio, Romeo Daddi in tempo d'udire quest'ultima
esclamazione.
Romeo: No, cara mia, non indignartene, perché è a fine di
scusare, cara mia; soltanto a fine di sapere e di scusare.
Ginevra: Come, intanto, denunziando?
Romeo (guardando in giro con aria sospesa): Ho
denunziato?
Ginevra: Pare che sia sulla strada di scoprir segreti in
tutti!
Romeo (con aria furba e negando col dito):
Non mi conviene! ah no no! non mi conviene. Neanche per ischerzo!
Sarebbe come istituire un tribunale per i veri delitti.
Figuriamoci!
Giorgio: Quali sarebbero, questi veri delitti? Se incolpi
Bice, certo ne avrò commessi tanti anch'io.
Romeo: Ma tutti, caro!
Giorgio: Ah, meno male, se siamo tutti!
Romeo: E poi la consolazione che non se ne sa nulla, ti
par poco? Basta non lasciarsi cogliere sul fatto.
La fronte è
dura. Non ci si legge. Puoi anche fare, guardandomi, la faccia
sorridente.
Giorgio (prendendolo in parola): Perché no?
Eccotela!
Romeo: Eh, tu sì, puoi per davvero, povero Giorgio! Il
guajo è che anche gli altri possono fartela.
Ed è tanto più
orribile, pensa, in quanto può anche parer giusto a ciascuno non
credersene responsabile, capisci?
rifiutare d'assumerseli sulla
coscienza, perché non li ha voluti.
Giorgio: Se non li ha volutì!
Ginevra (riferendosi a quello che ha detto a Bice
anche lei): Ecco!
Romeo: Ma li commette! È questo! Non si sa come, li
commette.
Giorgio: E non si potrebbe con la volontà non
commetterli?
Romeo: Che parte credi che abbia la volontà nella vita?
Puoi solo servirtene nelle poche cose, appena credi di sentirle
o di saperle.
Ti ci muovi e sbatti subito contro un muro, o ti
perdi nel bujo. Che vuoi che si sappia?
Giorgio: Io so, per esempio, che tua moglie -
Romeo (come infastidito): Ma sì,
insospettabile!
Pronto, con un lustro di sfida negli occhi:
Ecco, come la tua! Ti basta? Dico come la tua!
Non so perché lei
però mi si smarrisca così sotto gli occhi appena la guardo. È
una pietà;
indicandola:
ecco, piange!
Ginevra (ribattendo, indignata): E una
crudeltà!
Giorgio (esortandola): No, su, su, Bice!
Bice (tra il pianto, indicando Romeo): È
per lui...
Romeo (a Ginevra): Senti? Dice che è per
me; crudele per me (a Bice:) è vero? Ma tu non
piangere, cara, perché forse sei la sola davvero, tu, a cui non
è mai avvenuto nulla. Sai sempre tutto tu, di te, e puoi perciò
sempre volere.
Sei come uno specchio.
Ginevra: Come un'acqua marina, ha detto Giorgio, tersa e
trasparente.
Romeo: Ecco, vedi? anche Giorgio. Tranne forse qualche
volta che t’ho troppo seccata...
Bice: Ma no, mai! Lo sai bene!
Romeo: Oltre, eh, oltre quello che tu stessa sai! È là
che si comincia, cara, e dove ci si smarrisce! dove non si sa
più!
Ginevra (con fiera asseveranza): Bice non
si è mai smarrita!
Romeo (di scatto, indicando a Bice Ginevra):
Là, ecco, impara, come mi guarda fiera in faccia Ginevra,
lei sì davvero insospettabile, tutta, tutta fin nei minimi più
riposti pensieri, di suo marito.
Ginevra (guardandolo quasi con odio): Tu
parli come un pazzo; ma non è vero; io non ti credo!
Giorgio: Già! Fin dal primo momento -
Ginevra: - ecco, lui è testimonio!
Giorgio: - l'ha presa così -
Romeo: - e se n'è indignata, naturalmente!
Bice (quasi tra sé): Come se capisca...
Ginevra (subito cogliendo l'osservazione di Bice):
E tu no? vuol leggerti dentro, non vedi? E ti mette alla
tortura.
Romeo: No, questo no: ti ho mai torto un capello?
Ginevra: Tu non sei pazzo; lo fai!
Romeo (smorendo in una strana e inattesa tristezza):
Vorrei farlo per davvero, Ginevra!
Sarebbe così comodo,
sotto la maschera; ma non la reggo; me la levo.
Ginevra (aggressiva): E che fai allora? che
dici? Guardi negli occhi? Guarda me! Io posso guardare anche te!
Sì, innamorata, fin nei minimi più riposti pensieri, di mio
marito. Che hai da dirmi?
Romeo: t’ammiro
Giorgio (stordito): Che c'entra questo?
Romeo: L'ammiro, Giorgio. È per farmi rientrare in me. Un
buon metodo.
Cimentarmi, per mettermi alla prova che non sono
pazzo.
Giorgio: Sì, ho detto anch'io difatti che ti si doveva
resistere.
Romeo: Ecco. Fate bene. Resistermi.
Per la difesa delle
leggi sociali, in questa nostra vita civile. Ma vi dico che io
voglio scusare, scusare; non ho altro fine che questo; se no,
non mi resterebbe più altro che andarmi a costituire.
Giorgio: Nientemeno!
Romeo: Fortuna, che tutta la vita è così! Non si sa come!
E la volontà non ci può nulla! - Vorrei sapere chi ha detto che
sono pazzo. Io no di certo. Io penso ora così, perché vedo:
vedo.
Giorgio: Che vedi?
Romeo: Ciò che normalmente, quelli che sono savii, non
sanno o non vogliono vedere.
Giorgio: Ma eri così savio anche tu, mio caro Romeo, fino
a pochi giorni fa!
Romeo (con leggerezza): Eh, perché ancora
non vedevo! Ora vedo.
Ma non ne faccio colpa a nessuno,
credetemi. - È proprio peggio vestirsi così pesante, perché poi
si suda.
Giorgio (stordito con le altre). Si suda?
Che dici?
Romeo (staccando, con serietà piena di rimpianto e di
ammirazione): Tu hai detto, Giorgio, una bella
sentenza: la vita è a patto di credere; non di sapere.
Giorgio (sbalordito): Io ho detto così?
Romeo (senza far caso dello sbalordimento di Giorgio):
Non l'hai detto?
Scusami; me lo son figurato, perché un marinajo deve pensare così.
Giorgio: Un marinajo? Perché?
Romeo: Perché conoscersi è morire.
Giorgio: E un marinajo non può conoscersi?
Romeo: Un marinajo crede.
Giorgio: Ah sì, per grazia di Dio, io credo.
Romeo: E io sudo, sudo: l'ho detto a casa, a Filippo, di
non prepararmi un abito così pesante;
a Bice: ma
tu sai com'è... - Così, sempre, caro Giorgio: si scade alla fine
nelle banalità più solite.
Le cose che si fanno, che tutti sanno
-
Voltandosi a Ginevra:
Senza rancore, Ginevra.
E va a sedere, appartato, sulla balaustrata del terrazzo.
Giorgio (piano a Bice e a Ginevra): Ma non
connette!
Bice (triste, avvilita): Fa così; si mette
a parlare tutt'a un tratto, senza nesso, di cose ovvie.
Ginevra: Lo facciamo tutti, se pensiamo d'improvviso o
avvertiamo una cosa diversa o casuale.
Forse lui sì, lo fa
apposta per frastornare.
Pausa.
Bice (costernata): Che guarda?
Romeo (che nel silenzio ha inteso):
Quest'incanto qua, cara.
M'immagino sul tramonto. A lasciarsene
prendere. Addio coscienza. Si naviga.
Giorgio: Sì, è bello.
Romeo: E il mare può anche essere un catino, se non ne
scorgi più i limiti.
Pare impossibile che ci siano sciagurati
che han bisogno di vino o di droghe per annegare in paradisi
artificiali, quando si vive così poco nella così detta coscienza
- (ecco ti spiego come ora vedo) - continuamente rapiti fuori di
noi da tutto il vago delle nostre impressioni, ebbrezze di sole
in primavera, stupore di arcani silenzii, spettacoli di cielo,
di mari, e le rondini, anche dentro di noi, di pensieri
guizzanti, gli sbalzi a volo da un ricordo all'altro, al minimo
richiamo fuggevole d'una sensazione.
Pare ch'io ti stia ad
ascoltare, e chi sa come ti vedo; t’ascolto, ti rispondo, sono
con te, ma dentro di me, anche altrove, nell'arbitrario delle
mie sensazioni che non potrei comunicarti senz'apparirti
veramente pazzo.
Cammino, mi vedo le cose attorno, le posso
toccare, tocco, e non me ne viene più né un pensiero né un
sentimento, forse neppure più una sensazione; le guardo e,
dentro di me, i miei stessi pensieri, i miei stessi sentimenti,
sono come ombre lontane; io stesso, lontano da me, perduto come
in un esilio angoscioso.
E puoi dire allora ch'io sto vivendo
una vita cosciente? E ancora sono sveglio! E quando dormo?
Metà
della vita si dorme. E poi è sempre così: tutto incerto,
sospeso, volubile; vacilla tutto; la volubilità della vita non
rispetta neanche i muri fermi delle case nelle strade.
E quando
credi d'esserti fatta una coscienza e hai stabilito che ogni
cosa è così o così, ci vuol così poco a farti riconoscere che
questa tua coscienza era fondata su nulla, perché le cose,
quelle che tu credi più certe, possono esser altre da quelle che
credi; basta farti sapere una cosa, il tuo animo cangia d'un
tratto, addio coscienza, diventa subito un'altra, e hai un bel
tenerti fermo a tutte le tue certezze di prima; dove sono?
Io
credo che quando ci saremo liberati della vita, forse la più
grande sorpresa che ci aspetterà sarà quella delle cose che non
c'erano, che ci pareva ci fossero e non c'erano: suoni, colori;
e tutto ciò che vi sentimmo, e tutto ciò che vi pensammo, e ce
n'affliggemmo tanto o ne gioimmo tanto: tutto era niente; e la
morte, questo niente della vita, come c'era apparsa; lo
spegnersi di questo lume illusorio, caldo, sonoro e colorato,
per migrare forse verso altre misteriose illusioni.
Giorgio: t’ascolto, sbalordito. Ma come? Tu, Romeo -
Romeo: - io, si, ti maravigli? e tu, Giorgio, qua su
questo terrazzo, non hai il ricordo di qualche tramonto in cui
sei rimasto in dubbio che non fosse più vero quanto ti
circondava?
Giorgio: Sì, spesso; e con questo?
Romeo: Senza conseguenze?
Giorgio: No, che conseguenze?
Romeo: Eh, quando tutto t’è come non vero attorno, quello
che fai può anche sembrarti non vero.
Giorgio: No, caro, perché se fai tanto di muoverti in
quei momenti -
Romeo: - sai subito, già! e ti muovi perché già sai.
Ma
se l'incanto ti prende così forte, che non puoi più sapere
quello che fai? Avviene! Avviene! Non sei più tu; non sai
nemmeno dove sei, con chi sei; una donna è con te, su cui non
hai mai fatto alcun pensiero; ma chi sa quanta gioja t'aveva
dato la sola vista del suo corpo, vederla muovere, sentirla
ridere, parlare.
Non te l'eri mai detto, non l'avevi mai neppur
pensato. Tutto fuori della tua coscienza.
Un piacere soltanto
per la vista, soltanto per l'udito.
Giorgio: Tu stai parlando adesso della Bice?
Romeo: No, no, tu sei un altro adesso; ti trasfiguro
nella mia mente in un altro adesso, in un altro che le dice: «Ma
voi non sapete come tutto il vostro corpo nel muoversi, e voi
stessa nei gesti che fate involontariamente, date torto, date
torto alle parole savie che dite!». - «Io? ma perché anche il
mio corpo ama, mio povero Nicola; non voi, ma ama!»
Bice: Ricomincia, Dio, ricomincia!
Romeo: No, cara; è perché veramente può avvenire così, se
non è mai avvenuto.
Bice (con doloroso risentimento): Sai che
m'è avvenuto; e che io -
Giorgio (ribellandosi per lei): - ne ha
riso con te!
Bice: - no, io non ne ho riso -
Romeo: - sì, sì, ne hai riso, ne hai riso! -
Ginevra (indignata): - non è vero! Meno di
noi due, se mai! Tu ne hai riso!
Romeo: - io sì, eh altro!
Riattaccando, quasi con feroce godimento:
Però la gioja d'un corpo che s'è svegliato da sé, fremente, in
segreto?
Tu non ne hai coscienza. È lui, da sé, il tuo corpo,
che s'è svegliato: come un albero!
Tu hai solo una letizia
leggera, quasi di foglie, improvvisa, non sai perché, che ti fa
ridere di nulla, o una tenerezza che ti fa anche piangere di
nulla
Bice (sgomenta): - io? -
Romeo: - sì, cara: e allora basta un momento!
A Giorgio:
Uno le prende le mani così (prende le mani a Bice)
- la mossa è stata forse troppo brusca - lei le vuol
respingere; ma ecco, fa solo il gesto dolce di restituirmele, e
chiude gli occhi, tutto il viso le si chiude nell'abbandono -
Bice (quasi atterrita): - ma no, io?
quando? -
Romeo (gridando): - è il momento che non
puoi più sapere, cara!
Sa lui solo, ora, il corpo che non è più
suo, e si muove da sé, certissimo, come chi ruba, in un attimo
cieco.
E poi non è più nulla.
Ginevra (balzando in piedi, convulsa di sdegno):
Io non posso sentirlo parlare così!
Romeo (subito: con perfidia): Di
Bice, eh?
Giorgio: Ma Romeo!
Romeo (subito anche a lui): Per scusare!
L'incoscienza!
Ginevra (fremente): Ma chi ne parla? È una
vergogna!
Romeo: Ci si ricompone subito, difatti! Non è più nulla!
Cangiando, con disperata intensità::
Ma che volete, allora, me lo dite? Se non accettate questa
scusa, che volete?
La condanna? la condanna? Tu sbalordisci,
Giorgio, che parlo ora così? Ma è troppo! è troppo! Una volta,
due volte!
Sono delitti, allora, sono delitti da scontare! Io li
sto scontando così, impazzendoci!
Giorgio (stordito, quasi con paura): Che
delitti?
Romeo: Veri delitti! Io ho ucciso! Lo vuoi sapere? Ho
ucciso!
Giorgio: Tu, ucciso?
Romeo: Sì, sì, ucciso, ucciso - come in sogno, ma
veramente ucciso! Ora è prescritto. Sono più di trent'anni.
Giorgio: Eri allora un ragazzo!
Romeo: Sì, un ragazzo.
Giorgio: Ma dici sul serio?
Bice: Delira!
Romeo (subito a Bice): No, è vero!
Poi, a Giorgio
E tu del resto devi saperlo!
Giorgio (trasecolato): Io non so nulla!
Romeo: Delitto innocente. Come un sogno che ritorna. Tu
capisci adesso, Ginevra?
È per questo ritorno! Ritorno d'un
sogno sepolto. Rimasto sogno per tanti anni, anche per me!
A Giorgio:
Non ricordi, nella nostra infanzia, di quel ragazzo di campagna
che fu trovato morto all'alba, con la testa sfragellata, che
tutto il sobborgo corse a vederlo, e tu volevi che corressi
anch'io e io non volli?
Giorgio (con stupore atterrito): Fosti tu?
Romeo: Io. E non si seppe mai chi l'avesse ucciso. Non lo
seppi più nemmeno io, subito dopo averlo ucciso. Capisci?
Questo
è orribile, e può avvenire! è avvenuto! Non sai come! Figùrati,
per una lucertola.
Giorgio (sovvenendosi): Ah sì, sul lastrone
- quella lucertola!
Romeo: Sì, ma anche perché ero non so in che animo,
quella sera, per quella strada di campagna, in salita.
Ti
ricordi di Fox?
Giorgio: Sì, il cane che avevi allora in campagna.
Romeo: Era con me. Avevo sotto braccio i libri di scuola
stretti nella cinghia.
Non avevo trovato in casa mia madre, né
nessuno; e avevo attraversato il sobborgo per salire sul poggio,
in campagna. Vedo tutto. Non volevo pensare. Volevo esser lieto.
Sai i ciottoli che gli asinelli alle volte si prendono tra gli
zoccoli e li fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si
fermano, stanno? Diedi un colpo a uno con la punta della scarpa:
godi, vola! - L'erba che spunta sulle prode o a piè delle muricce, certi lunghi fili d'avena impennacchiati che fa piacere
brucare: tutti i pennacchietti ti restano a mazzo nelle dita; si
gettano addosso a qualcuno, e quanti se ne attaccano, tanti
mariti (se è una donna) prenderà, e tante mogli se un uomo. Io
feci la prova su Fox. Sette mogli.
Ma Fox, vecchio stupido,
chiuse gli occhi e rimase, senza capir lo scherzo, con quelle
sette mogli addosso.
Per dirti com'ero.
Ma a un certo punto non
ebbi più voglia d'andare avanti. Mi sentii stanco e seccato.
Mi
tirai a sedere sulla muriccia a manca della strada, e di là mi
misi a guardare nel cielo la luna che cominciava appena ad
avvivarsi d'un pallido oro nel verde del crepuscolo.
La vedevo e
non la vedevo, come le cose che mi vagavano nella mente e l'una
cangiava nell'altra e tutte mi allontanavano sempre più dal mio
corpo lì seduto inerte, che non me lo sentivo più; la mia stessa
mano, se l'avessi veduta, posata sul ginocchio, mi sarebbe
sembrata quella d'un estraneo; non ero più nel mio corpo, ma
nelle cose che vedevo e non vedevo, il cielo morente, la luna
che s'accendeva e là quelle masse cupe d'alberi che si
stagliavano nell'aria fatta vana, e la terra sola, nera, zappata
da poco, da cui esalava ancora quel senso d'umido corrotto
nell'afa delle ultime giornate d'ottobre, ancora di sole caldo.
Giorgio: Sì, fu d'ottobre, ora ricordo bene, fu infatti
d'ottobre.
Romeo: Ho tutto vivo qua, preciso; vedo tutto come se ci
fossi ancora.
A un tratto, tutto assorto come ero, chi sa che
cosa mi passò per le carni, stolzai, e istintivamente alzai la
mano a un orecchio. Sento stridere una risatina da sotto la
muriccia.
Un ragazzo della campagna s'era nascosto là sotto,
dalla parte della campagna.
Aveva strappato e brucato anche lui
un lungo filo d'avena, gli aveva fatto un cappio in cima e,
zitto zitto, con esso alzando il braccio aveva tentato
d'accappiarmi l'orecchio.
ppena mi voltai risentito, subito col
dito m'accennò di tacere e tese il filo d'avena lungo la muriccia, dove tra una pietra e l'altra spuntava il musetto
d'una lucertola, a cui con quel cappio egli dava la caccia.
Mi
voltai a guardare, ansioso.
La bestiola, senz'accorgersene,
aveva infilato da sé il capo nel cappio lì appostato; ma ancora
era poco, bisognava aspettare che lo sporgesse un po' di più, e
poteva darsi che invece lo ritraesse, se la mano che reggeva il
filo d'avena tremolava e le faceva avvertire l'insidia.
Forse
era sul punto d'assaettarsi per evadere da quel rifugio divenuto
una prigione.
Attenti a dare a tempo la stratta; questione d'un
attimo. Eccola!
E la lucertola guizzò come un pesciolino in cima
a quel filo d'avena.
Saltai giù irresistibilmente dalla muriccia;
ma quello, forse temendo che volessi impadronirmi della
bestiola, roteò più volte in aria il braccio e poi la sbatté con
ferocia su un lastrone che si trovava lì tra gli sterpi.
- No! -
gridai; troppo tardi: la lucertola giaceva immobile su quel
lastrone col bianco della pancia al lume della luna.
Ne provai
un'ira grandissima.
Avevo voluto anch'io che quella povera
bestiola fosse presa, preso anch'io per un momento da
quell'istinto della caccia che è in tutti agguattato; ma
ucciderla così, senza prima vederla da vicino, negli occhietti
vivi acuti fino allo spasimo, nel palpito dei fianchi, nel
fremito di tutto il verde corpicciuolo; no, era stato stupido e
vile.
E avventai con tutta la forza un pugno in petto a quel
ragazzo, mandandolo a ruzzolare in terra, tanto più lontano
quanto più lui, così tutto squilibrato indietro, tentò di
riprendersi per non cadere.
Caduto, si rizzò inferocito, ghermì
un toffo di terra e me lo scagliò in faccia; ne restai accecato
e con quel senso d'umido in bocca che più mi seppe di sfregio e
m'imbestialì. Presi anch'io di quella terra e la scagliai.
Il
duello si fece subito accanito.
Ma lui era più svelto e più
bravo, e mi veniva sempre più addosso, avanzando, con quei toffi
di terra che, se non ferivano, percotevano sordi e duri e,
sgretolandosi, erano come una grandinata da per tutto in petto
sulla faccia tra i capelli agli orecchi e fin dentro le scarpe;
soffocato, non sapendo più come ripararmi e difendermi,
furibondo mi voltai, spiccai un salto e col braccio alzato
strappai una pietra dalla muriccia.
Qualcuno di là si ritrasse,
sarà stato Fox.
Scagliata la pietra, d'un tratto - io non so
come - da che tutto prima mi sbalzava davanti agli occhi, quelle
masse d'alberi, in cielo la luna come uno striscio di luce, ora
più nulla, non si moveva più nulla, il tempo stesso e tutte le
cose pareva si fossero fermati in uno stupore attonito intorno a
quel ragazzo traboccato a terra.
Ancora ansante, col cuore in
gola, mirai esterrefatto, addossato alla muriccia,
quell'incredibile immobilità silenziosa della campagna sotto la
luna, quel ragazzo che vi giaceva con la faccia mezzo nascosta
nella terra, e sentii crescere in me, formidabile, il senso
d'una solitudine eterna, da cui dovevo subito fuggire. Non ero
stato io; io non l'avevo voluto; non ne sapevo nulla.
E proprio
come se m'appressassi per curiosità, mossi un passo e poi un
altro, e mi chinai a guardare.
Il ragazzo aveva la testa sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero e una gamba
un po' scoperta -
Giorgio: - Sì sì, lo vidi, lo vidi anch'io così! un po'
scoperta -
Romeo: - tra il calzone che s'era ritirato e la calza di
cotone.
Morto, come da sempre.
E tutto restava lì, come un
sogno, da cui dovevo svegliarmi per andar via in tempo.
Lì, come
un sogno, quella lucertola arrovesciata sul lastrone, con la
pancia alla luna e il filo d'avena che le pendeva ancora dal
collo.
Io me ne andavo col mio fagotto di libri di nuovo sotto
il braccio e Fox dietro, che anche lui non sapeva nulla.
E a
mano a mano che m'allontanavo, discendendo dal poggio, divenivo,
sempre più, così stranamente sicuro, che non m'affrettavo
nemmeno. Arrivai alla piazzetta deserta, dove avevano costruito
da poco il grande ospedale, ricorderai -
Giorgio: - Sì, Sì.
Romeo: C'era anche lì la luna; mi parve un'altra, se ora
li rischiarava, senza saper nulla, la bianca facciata
dell'ospedale. Ed ecco la via del sobborgo, come prima.
Arrivai
a casa; non c'era ancora nessuno; mia madre non era ancora
rientrata.
Non dovevo dunque dirle neppure dov'ero stato.
Ero
stato là in casa ad aspettarla. Ecco.
E questo, che sarebbe
stato vero per mia madre, era diventato subito vero anche per
me.
Chiuso tutto. Sepolto. Non ero stato io.
Cercai con terrore
gli occhi di Fox. Dormiva. Non era stato nulla. Io non l'avevo
voluto.
Un sogno lasciato lassù, sotto la luna.
Bice, che ha ascoltato piangendo in silenzio il racconto, ha
uno scoppio convulso e fugge via, sostenuta da Giorgio,
nell'interno della casa.
Romeo:
Dimmi tu, Ginevra, fu delitto?
Ginevra (turbata, commossa, piangente): No,
no sciocco, fai piangere anche me; se non l'hai voluto!
Romeo Ma l'ho commesso! È stato il primo!
Ginevra: Finiscila! Non devi averne rimorso! Io amo mio
marito!
Romeo: Ma son due! È troppo! Sto impazzendo! Ho bisogno
di credere che può accadere a tutti! a tutti!
Ginevra: Sì, anche a Bice! Sta' zitto!
Rientra Giorgio, chiamando:
Giorgio: Romeo, vieni! Bice si sente male! Ti vuole!
Romeo: Eccomi.
Si avvia verso l'interno della casa.
Giorgio (fermando un momento Ginevra, impressionato):
Che cos'è?
Ginevra: Niente. È orribile. La povera Bice.
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