
Dramma in tre atti - 1934
Introduzione
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L'azione
si svolge in un ambiente raffinato e lussuoso: il conte
Romeo Daddi, pur innamoratissimo della moglie,
improvvisamente in un attimo si è trovato a tradirla con
un'amica di famiglia, Ginevra, moglie del suo più caro
amico. Si trova ora circondato da un insieme di macerie:
sono stati travolti la sua volontà, il suo amore per la
moglie, la sua lealtà verso l'amico. Dove sono finiti
questi princìpi e questi sentimenti? Da dove è sorto
l'impulso irrefrenabile quanto improvviso della passione
accecante?
Queste domande angosciose assediano Romeo Daddi, che da
questo «delitto innocente», è portato a ricordarne un
altro che commise da ragazzo, uccidendo un suo coetaneo.
Riaffiora con una sconcertante precisione di particolari
l'antico delitto; ma il problema per Romeo Daddi non è
tanto il rimorso quanto l'investigazione torturante
della ricerca della responsabilità. Chi ha compiuto
quelle azioni, se non è stato certo lui a volerle? La
scissione dell'io, entità non certo unitaria e
monolitica, ritorna in questo dramma molto serrato e
convincente nelle stravolte ma lucidissime
argomentazioni del protagonista. La parte animale
dell'uomo, l'istinto vive una sua vita profonda
assolutamente non riconducibile alla ragione, alle
convenzioni, alle regole della società.
Ma per Pirandello non si può certo rimanere nell'ab isso;
la riemersione porta con sé il pesante fardello della
responsabilità che l'uomo contemporaneo non può certo
eludere.
A proposito di questo dramma Pirandello così si
esprimeva in un'intervista a M. Missiroli: « ... nel
mondo morale la coscienza si risveglia come un giudice
severissimo e intransigente nell'animo di chi ha
infranto la legge. Il delitto appartiene alla natura, ma
il momento veramente drammatico è quello della
giustizia, ed è tanto più drammatico quanto più il
tribunale è invisibile cioè nella coscienza ... ».
Maria Argenziano |
Dramma in tre atti scritto nel 1934. Ispirato dalle novelle Nel
gorgo (1913), Cinci (1932) e La realtà del sogno (1914), ed
ideato per essere interpretato dall'attore austriaco di origini
italo-albanesi Alessandro Moissi[1], che però morì il 23 marzo
1935, prima della messa in scena che avvenne con la Compagnia
Ruggero Ruggeri il 13 dicembre 1935 al Teatro Argentina di Roma.
In Non si sa come Pirandello non affronta, o almeno non
affronta fino in fondo, i consueti temi del rapporto fra realtà
e finzione, fra essere e apparire. In quest'ultimo testo portato
a termine prima della morte - il successivo, I giganti della
montagna, rimarrà incompiuto - l'argomento è quello degli
atti perpetrati senza una precisa scelta del soggetto, quasi in
sogno o in stato di improvvisa inconsapevolezza, i «delitti
innocenti», come lui li definisce. La questione riguarda pur
sempre le «maschere» che indossiamo davanti agli altri: ma qui
la materia è più inquieta e sfuggente, affonda in zone buie
dell'inconscio.
Nella solitudine di una villa avvolta dalla calura estiva, il
protagonista Romeo Daddi si è trovato, in un attimo di
incontrollabile abbandono, fra le braccia della moglie del suo
migliore amico, senza che ciò abbia inciso sui sentimenti
coniugali di entrambi. Ma il senso di colpa provocato
dall'episodio gliene risveglia un altro da tempo rimosso, legato
a un brutto gesto commesso nell'infanzia, quando causò la morte
di un ragazzo, in una lite per futili motivi. E come roso da una
fissazione, egli prende a cercare in tutti quanti lo circondano
le avvisaglie di analoghe debolezze sepolte nel fondo della
psiche.
Fin dalle prime rappresentazioni dell'opera fu sottolineata
l'incongrua sproporzione fra un trascurabile cedimento dei sensi
e un omicidio vero, seppure non previsto e non voluto. Ma a
Roberto Trifirò, che l'ha allestita con molta sottigliezza
all'Out Off di Milano, le forzature dimostrative tipiche di una
certa dialettica pirandelliana stanno a cuore fino a un certo
punto: ciò che qui gli interessa è scavare in quei febbrili
abissi della mente, penetrare in un'interiorità stravolta dove
l'insicurezza di sé e delle ragioni del proprio agire si
presenta come la condizione esistenziale dell'uomo
contemporaneo.
Calando la vicenda in un clima vagamente onirico, trasformando i
personaggi in marionette viventi dalle movenze innaturali e
dalla parlata distaccata, rarefatta, egli prova a contrastare le
tortuosità di una trama che, come spesso accade nel teatro di
Pirandello, si rivela farraginosa, oscura, improbabile. Il
tentativo riesce - e ne coglie dei risvolti psicanalitici
alquanto affascinanti - finché il testo può essere tenuto in
qualche modo a freno: poi il suo ossessivo argomentare finisce
col prendere il sopravvento, e a battersi con esso resta solo il
bravo attore-regista, mentre gli altri non paiono dotati delle
necessarie sfumature interpretative.
Trama
Quello del Conte Daddi è un delitto che tutti noi, in forma più
o meno grave abbiamo compiuto. Quante volte ci si è rimproverati
di un atto irriflesso, di cui percepivamo le conseguenze e che
pure abbiamo compiuto? E da quell'atto, sul momento senza un
preciso senso, ne sono venuti esiti che segnano la vita per
sempre. Perché l'abbiamo fatto? Chi o cosa ci ha spinto a farlo?
Non sono stato io a decidere con piena volontà eppure io ne pago
le conseguenze. Ci sono dunque due io dentro di noi ed uno é
nemico dell'altro.
Il conte Romeo Daddi, personaggio serio e rispettabile, è molto
innamorato della moglie ed è buon amico di Giorgio Vanzi, eppure
gli accade di tradire l'amicizia e la moglie con Ginevra, amica
di famiglia e moglie di Vanzi.
Non è stato, il suo, un innamoramento, di cui potrebbe anche
giustificarsi, ma un atto istintivo che, non si sa come, l'ha
portato a fare quello che ha fatto.
Avviene un doloroso chiarimento tra i protagonisti del dramma
durante il quale Romeo Daddi ricorda un altro delitto, questo sì
delitto, compiuto da ragazzo. Da una sciocca lite con un
ragazzo, come tante ne avvengono per "futili motivi", come
specifica quella legge che poi severamente ti condanna, lo aveva
colpito con una pietra uccidendolo.
Il racconto di Romeo é allucinante: il ragazzo giaceva morto con
la testa fracassata ai suoi piedi, eppure lui non si sentiva
colpevole; tutto era avvenuto come in un incubo, in una specie
di delirio dove il protagonista del fatto non era lui, che se ne
era tornato tranquillamente a casa.
Adesso, ripensandoci, anche quello che è avvenuto con Ginevra è
stato come un sogno di cui si percepisce la realtà solo quando
si torna in se stessi.
Ed ora quella situazione si è ripetuta: questo, come il primo, è
un delitto innocente, compiuto per istinto eppure, se si vuole
ricostruire qualcosa dalle macerie che si sono provocate,
bisogna tuttavia assumersene la responsabilità: si deve essere
chiamati a rispondere anche delle azioni di quell'io che talora
ci sovrasta e ci trascina.
Bisogna cercare la punizione anche se non ci si sente colpevoli:
il conte farà in modo che il suo amico Giorgio lo uccida, anche
lui senza volerlo, non si sa come.
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