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Bice: Bene, allora senti quello che ti voglio dire. Avrai
visto che io jersera ho cercato subito di riparare; perciò ti
dicevo «con te così», eccitato com'eri, non so se ti sei
accorto: ho lasciato intendere a Giorgio, ch'ero andata io, io a
confidare a Ginevra, una cosa accaduta a me, realmente, con
Respi.
Giorgio, hai sentito, non ci crede. Ma son sicura, come
te, che Ginevra non parlerà: si sarà certo attaccata al
giuramento che io le ho gridato d'avermi fatto, per non parlare
di nulla.
Se non è stupida, dovrebbe trovar modo di venircelo a
dire per prevenirci, che Giorgio non si serva della trappola
solita, di venirci a dire che lei gli ha invece confessato
tutto. Ma questo no.
Se Giorgio viene, è già la prova che lei
non ha confessato nulla. O verrebbe soltanto per ucciderti. No,
no.
unque resta inteso - mi senti?
Romeo: Sì, ti sento. Che cosa?
Bice: Vedi che non hai inteso?
Romeo: Sì, ho inteso.
Bice: Che si tratta di me?
Romeo: Sì, di te. È possibile.
Bice: No, caro, per lui no! lui non lo crede possibile.
Bisogna farglielo credere.
Romeo: Ma non importa che lui non lo creda! Basta che sia
sicuro che lo credo io; ed è facile seguendo la via per cui mi
sono messo: inventare qualcosa che gli dia la certezza e gli
faccia toccar con mano che viceversa tu sei la colpevole e io
non sono più pazzo. Facilissimo, vedrai: se tu vuoi ajutare
così, per lui, e non neghi più.
Arriveremo a una prova di fatto,
anche per te, innegabile, e gli daremo piena soddisfazione.
Questo non ha importanza, credi. Il più grave, Bice, il più
grave è per me.
Bice: Che, per te? il dover mentire, ora che sai?
Romeo: No. Io non so nulla. Io so quello che tu mi dici.
E il resto lo immagino.
Bice: Romeo, che intendi dire?
Romeo: Che quel che c'è in noi d'umano, e che sappiamo,
Bice, è veramente il meno.
Bice: Ancora non mi vuoi credere per davvero?
Romeo: «Per davvero»! Ma che dici?
Bice: Che io...
Romeo: Ma sì, ti credo. È che tu stessa, cara, non puoi
«per davvero» sapere.
Le prende con amore le mani.
Io sto a guardarti. Sei così bella, Bice. Ora come mai. Così
mite.
Limpida, è vero, come dice Giorgio. Cari, cari occhi
sereni.
La mira intento negli occhi, e scorgendo che ella ha tutto il
suo amore ferito e dolente nei suoi, le dice:
Sì, cara, sì! Ma la felicità, guardatene! sempre qualche cosa di
troppo, cara, d'inatteso e terribile, quando ci avviene:
scoppieranno le tempie, o finirà tutto, purtroppo, cecamente, in
un fremito animalesco, o peggio, peggio, così, ti metterai a
piangere, cara, da non poterti più trattenere.
Bice: Romeo! Romeo!
Romeo: Basta, basta. Vedrai che queste lagrime ora ci
serviranno, per lui, per persuaderlo.
Bice: Sì, sì: avrò pianto, avrò gli occhi rossi per tutte
le cose orribili che m'avrai detto!
Romeo: E tu eri Bice! E io chi sa chi ero! Ora, un
momento fa, quando eravamo bambini, un momento fa, che non si
sapeva più nulla, e t’ho guardata negli occhi.
Tu sei così pura,
ma vedi, Bice, per tutti i delitti voluti, c'è la condanna della
carcere, si va in prigione.
Ma per chi non li ha voluti e li ha
commessi come me - delitti veri, quest'ultimo per cui sono
ancora qua ad attendere: aver tradito l'amico ch'era per me un
fratello, avergli preso la moglie ch'era mia ospite - ti pare
che non ci voglia una condanna? Dev'esserci! E io l'ho trovata.
Si alza.
La mia condanna dev'essere il contrario della carcere: fuori,
fuori, dove non c'è più niente di stabilito, di solido, case,
relazioni, contatti, consorzio, leggi, abitudini; più nulla: la
libertà, ecco, la libertà come condanna, l'esilio nel sogno,
come il santo nel deserto, o l'inferno del vagabondo che ruba,
che uccide - la rapina del sole, di tutto ciò che è misterioso e
fuori di noi, che non è più umano, dove la vita si brucia in un
anno o in un mese o in un giorno, non si sa come.
Bice: E io?
Romeo: Tu, povera Ginevra?
Bice: Mi chiami Ginevra?
Romeo: No, Bice! Bice! Perdonami.
Bice: È ormai lo
stesso per te?
Romeo: No, no, hai ragione; ma potevo dire anche povero
Giorgio; sì, voi insomma.
Io debbo andarmene; non posso più
soffrire nessun contatto, vedere nessuno! Venisse! Non mi par
l'ora!
Ma tu capisci? Vedermelo davanti, ingannarlo...
Mi sorge
irresistibile il bisogno di gridargli in faccia quello che,
senza volerlo, gli ho fatto.
Bice: No!
Romeo: No, no. Salvare, salvare almeno per voi la vita.
Ma non posso che così, vedi, lasciandola, lasciandovela com'è
per voi, con tutto anche, perché no?, anche coi sogni, quelli
che si fanno comunemente e che non si possono sopportare.
Ah,
ecco. Perfetto! Un sogno, sì. Trovato anche questo.
Vedrai come
salverò tutto, sacrificandoti il meno possibile, mia povera
Bice, te che non vuoi altro!
Bice: Ma io voglio salvar te, Romeo! Ecco quello che io
voglio!
La contempla lungamente, poi dice:
Romeo: Sei troppo gracile, cara, delicata.
Bice: No, no, verrò con te! verrò con te, dovunque tu
vada!
Romeo: Verresti, lo so; ma non puoi, e non devi.
Bice: Sì, sì, potrò dovunque! a qualunque costo! anche di
morire!
Romeo: E sarebbe per me, allora, un altro delitto non
voluto, che non potrei sopportare.
Bice: Tu stai bruciando!
Romeo: Comincio.
Bice: Hai la febbre!
Romeo: Sì, forse: ma questo non è niente. Salvare a voi
la vita.
Bice: La vita? Tu mi fai morire!
Romeo: No, vedrai, la vita è sempre la stessa.
Bice: Come, la stessa?
Romeo: Si accomoda sempre da sé. Trova tante cose, a cui
prima non si bada e che poi prendono.
Si soffre molto, e poi
basta. Non ci si pensa più.
Bice: Se ti perdo...
Romeo: Non mi hai già perduto? Dico a Giorgio quello che
gli ho fatto: lo conosco: m'ammazzerà.
Bice: Ma tu non glielo dirai!.
Romeo: Ecco: e allora bisogna che mi punisca da me come
t’ho detto: dopo che l'ho tradito, dopo che avrò mentito davanti
a lui, basta! è la seconda volta, basta! basta!
Si sente picchiare all'uscio, e la voce di Ginevra chiedere:
Ginevra: Permesso?
Romeo: Ecco Ginevra! Non posso sopportarla. Dille che può
esser sicura di me.
Romeo, via.
Bice: Avanti, Ginevra.
Entra Ginevra.
Ginevra: Cara Bice!
Bice: Dimmi, dimmi!
Ginevra: Sospetta ancora. Non vuol credere che si tratti
di te.
Bice: Ma tu che gli hai detto?
Ginevra: Nulla.
Bice: Perché mi avevi giurato?
Ginevra: Sì. M'ha messa alla tortura. Ma io, ferma. Mi ci
son lasciata mettere. Ne ho approfittato, anzi.
Sì,
dimostrandogli ch'ero anche disposta a subirla.
E gli ho
lasciato sospettare tutto quello che ha voluto, le cose più
atroci: una vera tortura! me le son lasciate buttare in faccia,
fingendo di sopportare che lui le credesse, pur di non venir
meno, io, al giuramento che t’avevo fatto di tacere, capisci? E
lui ci s'è sfogato! Ah come ci s'è accanito! Ho potuto misurare
quanto odio ci sia sotto il suo amore!
Che tanto si odia, quanto
si ama!
M'ha afferrato per le braccia - devo certo averci i
lividi - scossa, fino a schiantarmi, e poi percossa, sì, ma
avevo capito che, ormai per quella via, bisognava arrivare fino
in fondo, tutto per tutto: che si pigliasse anche la
soddisfazione della mia confessione così estorta: «Sì, credimi
pure l'amante del tuo amico; ma di Bice, io, non ti dirò nulla!
».
Bice: E lui?
Ginevra: È rimasto. Era la voce della verità, perché è
proprio vero che io non sono mai stata l'amante di tuo marito.
Bice: E allora?
Ginevra: Questo valse a freddargli l'ira. Restò scosso da
quel mio coraggio e dal disprezzo vero per tutti i vituperii che
m'aveva scagliato in faccia; il sospetto per me però gli è
rimasto, non gli è passato, capisco che non gli è ancora
passato; ma sai perché? per te! perché non vuol credere che si
possa trattare di te!
Bice (quasi tra sé): Povero Giorgio...
Ginevra: Ah sì, bello! tu dici povero Giorgio; e io ho
dovuto sopportar questo, alla vigilia della sua partenza - ah
che notte! - tra le menzogne, le offese più infami, anche le
percosse, sì, strappate proprio da me - tutto questo per lui,
per salvar lui!
Bice: Tu dici Giorgio?
Ginevra: No: dico tuo marito!
Bice: Ma Ginevra...
Ginevra: Tuo marito! Tuo marito che ha parlato! che ha
compromesso anche te! che vuol far impazzire tutti con lui! -
a
pensato almeno che cosa deve dire ora a Giorgio?
Bice: Giorgio dov'è?
Ginevra: Per fortuna è stato chiamato di nuovo, non so
per quali altri ordini. Ma verrà.
Bice: Ti troverà qui.
Ginevra: E si raffermerà certo nel sospetto. Mi caccerà
malamente. Non importa.
Bisogna seguir la via. Io sono qua in
tua difesa.
Bice: Così tu fai tutto per gli altri. Sei diventata la
vittima.
Ginevra: No, cara, la vera vittima sei tu. Ma lo dobbiamo
tutti alla sua pazzia.
Dov'è intanto, che non si vede? È bene
che sappia a che punto stanno le cose. C'è da fidarsi di lui?
Bice: Poco.
Ginevra: Come, poco?
Bice: Dice che puoi esser sicura di lui. Ma fa certi
discorsi!
Ginevra: Ancora?
Bice: Vuole andarsene.
Ginevra: Dove?
Bice: Io non so; dice che ha trovato la sua condanna; e
sembra deciso.
Ginevra: A che?
Bice: A partire; ma prima a salvare voi due, dice,
Giorgio e te.
Ginevra: Già, ma come? te l'ha detto?
Bice: No, ma ha trovato anche questo, dice, e che tu puoi
star sicura; l'ha detto adesso.
L'importante per lui è partire.
Vuole andarsene.
Ginevra: E tu lascialo andare! Forse sarebbe meglio, se
seguita così a tormentarti e a far pazzie, chiuderlo!
Bice: Ah, sì, il manicomio come la carcere: tutto il
contrario di quello che lui vuole per sé: la libertà, come
condanna!
Ginevra: Comodo anche questo: vuole la libertà? bella
condanna!
Bice: No, come dice lui, no! Per non essere più costretto
a mentire.
Ginevra: E chi l'ha costretto? Lui stesso perché ha
voluto parlare. Posso parlargli io? Chiamalo!
Bice: Non so se voglia venire.
Ginevra: Chiamalo, che gli farà bene.
Bice (aprendo l'uscio e chiamando): Romeo,
c'è Ginevra che ti vuol parlare.
Entra Romeo.
Romeo: No, basta, Ginevra, ti prego.
Ginevra: Che altra pazzia vuoi fare? andartene?
Romeo (a Bice): Hai già parlato? Lasciatemi
fare, per carità. Non è più tempo di parlare.
Ginevra: Ah bello che tu lo dica a me! Non avessi tu mai
cominciato!
Il male, caro mio, non è tanto quando ci avviene di
farle, certe cose (tu dici: non si sa come), quanto di parlarne.
Romeo: Già, perché tu vuoi aver lasciata ancora la
libertà d'ubriacarti. Io no! Basta!
Ginevra: Io, ubriacarmi? io non mi sono mai ubriacata.
Romeo: Non dico di vino.
Ginevra: E di che allora?
Romeo: Ma lo sai bene di che! Lo sappiamo tutti! È una
continua ubriacatura.
E fuori, a sorreggerci, ci sono le cose
che si sanno.
Ma hai un bel fabbricare il tuo mondo, cara mia;
viene un terremoto e ti manda all'aria tutte le tue costruzioni.
Guarda, pensavo proprio a questo di là.
Ginevra: Ti pare il momento di stare a pensare a queste
cose? il terremoto -
Romeo: Eh, cara, quando te ne avvengono due, che ti
schiacciano, che ti seppelliscono sotto la macerie?
Fuggi,
impazzisci soltanto all'idea di rimetterti chiuso in una casa.
Ginevra: Ma anche all'aperto, caro, ti si può aprir sotto
la terra e inghiottirti!
Romeo: E allora, addio! Vedi che non c'è scampo? Tutti i
tuoi calcoli falliscono; non c'è nulla che resista!
Ti vuoi
opporre? A chi t’opponi? Spiegare? Che ti spieghi? Non si spiega
nulla!
Le leggi morali: non so se per te ci siano; pare che non
ci siano; ma per me ci sono; io sto soffrendo per questo; non
sono un ebete, non sono un cinico, non sono un bruto; sono un
uomo, e le leggi morali sono umane, e crediamo anche divine; ma
Dio è più grande assai di queste leggi come noi ce le facciamo
«morali», se può fare avvenire i terremoti. Io non ho voluto
uccidere; io non ho voluto tradire!
Bice: Forse non hai saputo sorvegliarti!
Romeo: Già! Non ho saputo prevenire il terremoto!
Non è
umano, cara, prevenirlo; ed è divino farlo avvenire, come
accecare gli uomini, ogni volta, perché la vita nasca; e che
tutte le costruzioni crollino perché la vita si muova! Noi siamo
uomini, niente! Tutta la nostra sapienza, niente!
Tutto ciò che
ci avviene: la nostra nascita, i nostri casi, il nostro destino:
com'è? Non sappiamo mai come!
Oltre la vita umana, costruita da
noi, c'è il mondo, il mistero eterno del mondo; e le nostre
leggi morali - se uno può saperle - ciò ch'è bene, ciò ch'è male
- ce ne facciamo responsabili noi - ma se uno può saperle, è Dio
solo.
Io sto soffrendo così, e non posso, non posso, so che in
questo momento non posso spiegarmelo in alcun modo; faccio come
la mia sofferenza mi comanda.
Perché volete costringermi a
pensare umanamente? io so che tutto questo non è umano, che ciò
che c'è d'umano in noi è il meno; c'è Dio, che è per conto di
noi tutti, e non possiamo saper come!
Sento che Egli vuole ora
così la mia condanna: sì, forse perché non ho saputo
sorvegliarmi.
Ma due volte, due volte io non ho voluto le mie
colpe e le ho commesse; sono stato sorpreso; l'ha voluto Dio per
punirmi; io non l'ho voluto; ma mi punirò come Lui vuole.
Ginevra (dopo una pausa, sordamente): Io
non mi sento colpevole.
Romeo: Neppure di non averti saputo sorvegliare?
Ginevra: Sarà accaduto. Io non voglio saperne più nulla.
Tu non amerai Bice. Io amo Giorgio.
Finiscila una volta e per sempre di ricordarlo! Ora salva Giorgio! E salva anche te!
Romeo: Io non mi posso salvare con una menzogna. Mi dici
anche che non amo Bice?
Bice: No, sono io, sono io, Romeo; te lo dico io, io, di
servirti di me!
Romeo (a Ginevra): È veramente incoscienza,
la più sorda e la più cieca, la tua!
Vuoi che ti dimostri che io
amo Bice e che il mio amore e il mio rispetto m'impongono di non
servirmi di lei per salvar te?
Io per me posso denunziarmi, non
ho più bisogno di salvarmi come te, io; mi denunzierò, e ti
denunzierò.
Ginevra (gridando): No! No! Per Giorgio!
Bice (contemporaneamente): Per Giorgio,
Romeo!
Romeo (seguitando la sua battuta): Gli dirò
perché è stato, e com'è stato!
Bice: Devi farlo per Giorgio, Romeo! Giorgio è veramente
innocente!
Romeo: E tu non sei veramente innocente?
Bice: Sì, e perciò per me puoi, Romeo, se te lo dico io,
se lo voglio io, per te e per Giorgio, e anche per Ginevra, sì
anche per te, Ginevra; se soffri a mentire, pensa che non mi
offendi, ecco! per me puoi farlo, e per Giorgio lo devi, lo
devi!
Ginevra: Ecco Giorgio!
Giorgio è entrato alle ultime parole di Bice.
Giorgio: Che devi per me?
Romeo (calmissimo): Pare - dicono almeno
tutt'e due - confessare, poiché sospetti.
Giorgio: No! Bice non ha detto confessare - l'ho sentita
entrando - ha detto: «se soffri a mentire».
Bice: Sì - «pensa che non mi offendi» - gli ho detto;
perché io mi sento innocente, Giorgio, lo sai! è la verità!
Giorgio: Sì, e lui non ti vuol credere, lo so.
Romeo: Posso soffrirne.
Giorgio: Ne soffrirai. Ma questo non è mentire; al
contrario!
Hai espresso, mi pare, anche troppo apertamente il
tuo sospetto! Hai fatto anzi uno scandalo, con Respi.
Romeo: Tanto più posso soffrire, ora, perché sospetti, a
doverti confessare come t’ho detto - la mia vergogna.
Giorgio: Sì, m'hai detto così, jeri. Ma anche questo, ti
faccio osservare, non è mentire. Confessare non è mentire.
Romeo: È mentire, perché finora ho parlato davanti a te
soltanto di Respi.
Giorgio: Ah, sospetti anche d'altri?
Romeo: Ho sospettato anche di te.
Giorgio: Di me?
Romeo: Sì, di te. E la mia vergogna è certa.
Giorgio: Come, certa! Se tu sospetti di me, sei veramente
pazzo!
Romeo: E tu, scusa? Non sei venuto qua, perché sospetti
di me?
Giorgio: Io posso sospettare di te, per quanto mi
ripugni, perché mia moglie è stata con te tre mesi, tua ospite,
e per tutti i discorsi strambi che fai da due giorni; ma tu non
hai motivo di sospettare di me! Ora sì menti!
È un concerto fra
voi tre? E soffri a mentire, ora sì!
Romeo: Lasciami dire! E vedrai che ho motivo! Ti
spiegherò tutto. Vedi come son calmo?
Di Respi lei ha negato. E
di lui ho potuto sospettare anche il peggio.
Poi, hai visto? mi
sono convinto che - lui, sì, è stato un mascalzone a insidiarla
- ma lei no, non è caduta nell'insidia.
Non sarebbe stato
difatti più un sogno con Respi. Una donna onesta non può cadere
che in sogno.
Ginevra: E dunque, se in sogno, è innocente!
Giorgio: Zitta tu, non t’immischiare! Che c'entra adesso
il sogno?
Romeo: Vedrai che c'entra e vedrai come fan tutto facile
le donne! Non si tratta d'altro che di sogno.
Io non ho parlato
mai d'altro che di sogno. Delitti in sogno. Delitti innocenti;
ma veri delitti.
Il mio sospetto per Respi, Giorgio, quello che
ora m'obbliga a confessare davanti a te la mia vergogna (perché,
non so come, s'è complicato col tuo sospetto, inatteso,
infondato, che - hai visto? - ha cagionato lo stupore doloroso
di tutti) -
Giorgio: - il tuo sospetto per Respi, concludi! -
Romeo: - deriva dalla sua incoscienza
indica Bice e subito aggiunge, rivolto a Ginevra:
non avrai certo difficoltà ad ammettere l'incoscienza.
Giorgio: Lascia Ginevra! rivolgiti a me!
Romeo: Ma perché è andata a confessarsi anche con lei,
sicura che della sua confessione d'un delitto involontario,
commesso in sogno, io non avrei dovuto avermi a male, è vero?
Le
hai raccontato il sogno, come prima lo avevi raccontato a me:
insopportabile, Giorgio, insopportabile! un sogno, capisci ora?
in cui c'eri tu!
Giorgio (stordito): Io?
Bice (coprendosi subito il volto con le mani): Oh
Dio!
Giorgio (notando il gesto e comprendendo): Ah!
Romeo (tradito nella sua invenzione): Vedi? vedi?
è vero! è vero!
Correndo a Bice e strappandole le mani dal volto:
È vero, Bice? Di' che è vero! Di' che è vero!
A Giorgio:
Lo vedi che è vero? E allora... Eh già, allora, sfido! per non
arrossirne davanti a te, s'è fatto giurar da Ginevra di non
dirtene nulla; ma ora, ora, ecco, ho dovuto arrossirne io! Vedi
le donne, come sono? dicono: un sogno! capisci? un sogno! che
cos'è un sogno?
Giorgio: Ma appunto: nulla! Vuoi far caso d'un sogno? Se
ci son potuto entrar io, che vuoi che sia?
Accostandosi con pietà a Bice:
Su, Bice, non piangere così!
Romeo (trattenendolo): Ah no, ti prego!
Ora che
sai, capirai, non può più farmi piacere che tu me la consoli per
giunta, e me la esorti a non piangere.
È stato vero, non vedi?
Io non me lo sono inventato!
Giorgio: Ma che vero, non mi far ridere! Un sogno: ci si
risveglia: e subito la coscienza lo respinge!
Romeo: Eh già!
Tanto che, come se non fosse stato nulla,
poté poi accoglierti con tanta festa al tuo arrivo là in villa,
l'avrai notato, eh?
Bice (tra il pianto, senza staccar le mani,
istintivamente): Ah no, questo no!
Romeo: Questo no. Non ci pensava più. Difatti non me ne
disse nulla subito.
Me lo disse dopo la tua partenza come una
cosa da nulla. Sai che, franca, dice tutto! Anche di Respi m'ha
detto.
Giorgio: Avrà fatto male a dirtelo; ma tu non puoi far
caso d'un sogno come se fosse una realtà!
Romeo: Ah no, eh? Non c'è la realtà del sogno, nel corpo
che l'ha goduto?
Anch'io ho ucciso come in sogno quel ragazzo;
ma quel ragazzo, lui, è morto davvero!
Giorgio: Qua non è morto nessuno: non è stato nulla!
Romeo: Nulla per te! Ma metti che tua moglie, una
mattina, si svegli: è accanto a te e t’ha tradito - in sogno, ma
t’ha tradito. - Non se ne fa un rimorso. Un sogno! Lo dimentica.
La sua coscienza, come tu dici, lo respinge. Non è stato nulla.
Potrebbe anche dirtelo.
Giorgio: No, questo no: non son cose che si dicono.
Romeo: Ma sì, secondo la confidenza che si ha col proprio
marito, quando si è franche: secondo l'estro che può levare in
certi momenti ogni ritegno di pudore, sì, sì, anche ridendo,
sicura che tu, trattandosi d'un sogno, non puoi darci importanza
- difatti, ecco, non ce la dài - ti passa un braccio attorno al
collo: «Ma sai, caro, che t’ho tradito?». - «M'hai tradito?» -
«Sì, in sogno, or ora.» - «Con chi?» - «Ah, con uno, non so, che
poi diventava un altro, ma sì figùrati, Romeo!» - Tu ne ridi:
Romeo, figùrati!
Indicando Bice.
Lei ha detto Giorgio.
Giorgio (calcando le parole): Lei ha fatto male!
Non si possono far queste confessioni al marito!
Romeo: Figùrati poi quando ti senti aggiungere che quel
sogno è stato così vivo, che d'un balzo -
a Bice conferocita:
- di', di', è vero? - d'un balzo te ne sei destata.
E
aggiungere, per esempio: «Ti posso assicurare, caro, che
tu non mi hai mai data una gioja altrettanto viva, perché questa
è stata veramente, veramente, tutta intera per me sola, e tutta
proprio come per mia soddisfazione la desideravo»... Tradimento
lentissimo, insomma, assaporato tutto, intero fino all'ultimo.
Le puoi dare uno schiaffo; la puoi buttar giù del letto con un
calcio; ma il sogno resta, resta là, vivo, nel suo corpo, e tu
non puoi farci nulla; è stato un sogno; lei non l'ha voluto; si
può forse comandare ai sogni? - Ecco, ecco, caro Giorgio, i
delitti veri, caro, i delitti veri, per cui non c'è tribunali,
si commettono così. Chi li vuole? Si commettono; non si sa come.
Indica Bice, con infinito stupore e rimpianto e sdegno.
Anche lei! Anche lei! - Sì, e ora piange!
Giorgio: L'hai punita, mi pare, più di quanto s'è
meritata, per il male commesso
Ginevra: - d'aver sognato -
Giorgio: - no: d'averglielo detto! Ma ora basta, via!
Vuoi farmi partire tranquillo?
Romeo: Volevo partire anch'io. Ma ormai -
Giorgio: - dove volevi andare?
Romeo: - No, resterò. Tutti innocenti e colpevoli. Ma se
è la vita stessa così... Mi sento ormai ripagato.
Posso restare
nella vita di tutti così senza rimorso. Parti, parti pure
tranquillo.
Giorgio: È già tardi, devo andare.
Ginevra: Bisognerà passare ancora a ritirare le maglie.
Giorgio: Quelle pesanti, no, non le prendo; sai che non
posso sopportarle.
Romeo: Si viaggia male, è vero? sulle navi da guerra?
Giorgio: Ci s'abitua.
Romeo: Ah, io son sicuro che non potrei abituarmici. Lo
soffro troppo io il mare.
Giorgio: Passa, passa con l'abitudine anche il mal di
mare.
Romeo: Ecco, forse, con l'abitudine. Rimedii non ce n'è.
Giorgio: Sì, se ne spacciano. Se arrivi a suggestionarti
fino al punto di sentirti sicuro che, prendendoli, non soffrirai
più.
Romeo: Ecco, la suggestione: tutto è qui, fino al punto
di non avvertire più il male.
Io non so come fate, voi marinaj,
se vi si guasta la bussola, o quando la bussola non era ancora
inventata, a regolarvi con la stella polare, una stellina così
piccola piccola, che appena si vede.
Giorgio: Facilissimo, caro: si calcola; questo, in
marina, è elementare: si stabilisce il punto; c'è il sestante,
ci sono le carte... La scienza, la pratica.
Sapessi che
strumenti di precisione si sono inventati per farci arrivare a
calcolare cose ben altrimenti difficili!
Oggi la scienza, caro,
tutto quello che si sa, è così tanto, così tanto, che non basta
la vita d'un uomo a impadronirsi veramente d'un sol punto dello
scibile. I progressi in ogni campo sono enormi.
Romeo: Sì, sì, e la vita è tutta ricostruita dall'uomo,
come un mondo nel mondo , creato da
tutto ciò che l'uomo sente e
sa.
Giorgio: E la vita, se ci pensi bene, se n'è talmente invalorata, che è divenuta per tutti prodigiosa; non pare quasi
più umana.
Romeo: Sì, sì, certo, dici bene, è proprio così: con
tutto ciò che l'uomo sente e sa. Prodigi, è vero, enormi -
Giorgio: Vorrei farti venire un momento a bordo.
Romeo: Ricordi che volevi facessi il marinajo con te?
Ginevra: Giorgio, dobbiamo andare.
Giorgio: Sì, eccomi. Senti, fai piuttosto un bel viaggio
con Bice!
Ginevra: Ecco, questo dovresti fare.
Romeo: E saper calcolare. La scienza, la pratica. Le cose
che si sanno, insomma.
La vita: attenersi alle cose certe che si
sanno. Tu sei certo dottissimo.
Ma le donne, le donne nella vita
sono quelle che ne sanno di più. Dico, delle cose usuali.
Voltandosi a guardar Bice che seguita a piangere:
Tranne quella che sogna e poi piange.
Bisogna imparare a non
piangere.
Dopo aver dato, con queste ultime parole, l'impressione che
tutto sia finito, d'un tratto Romeo con voce diversa, come per
un irresistibile richiamo della coscienza che non può accettare
una tal fine, si volta a Giorgio e gli dice:
Romeo: Giorgio, anche lei, tua moglie, come in sogno, è
stata mia. Non l'ha voluto, né io l'ho voluto. Puoi tu punirci?
Giorgio, Ginevra e Bice ne restano sbalorditi.
Pausa.
Bice (ancora nello sbalordimento): Perché
l'hai detto?
Romeo: Dovevo dirlo. Tu nel sogno, lei nel fatto.
Giorgio: Nel fatto. Ah, dunque è vero? Hai mentito?
E accenna di lanciarsi come una belva contro Romeo.
Subito
Ginevra gli si mette davanti per pararlo, gridando.
Ginevra: No! è, pazzo! È
pazzo!
Romeo: Non sono pazzo. Siamo innocenti.
Giorgio con una violenta bracciata si libera da Ginevra e
cava dal fodero la pistola, mentre Bice, cercando di riparar
Romeo, grida a Giorgio:
Bice: No, no, Giorgio!
Romeo (subito a Bice, scartandola):
Lascialo fare.
Giorgio spara. Grido delle due donne.
Romeo (abbattendosi su Bice): Anche questo
è umano.
TELA |