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Il conte Mola (trattenendolo): Aspetta! Perdio,
aspetta!
Forse ne sarà convinta lei stessa ormai, che non è
possibile nemmeno per lei. Ha voluto fare questa prova - l'ha
detto!
Elj: Sì - consigliata da voi: per farmi vedere quel che
valeva! - Ma che volete che valga quella che voi vedete lassù, a
paragone di come l'ho vista io, mia, tutta per me - quando
credevo che fosse così, soltanto per me - con la faccia che Dio
le ha data - bella - limpida - con quegli occhi nudi, smarriti e
ridenti - tutta impiastricciata ora là, come se l'è fatta - una
maschera - con quelle ciglia - e tutto quel belletto - come
una... (espressione di schifo)
- ah! - E vi par brava? vi par tanto brava davvero?
A me è parsa
un tremulo fantasma che non trovava il verso di muovere un passo
e di spiccicare una parola!
E voi ad applaudire quelle che vi
parevano tutte le sue bravure d'attrice!
A me è parsa ridicola -
tutta una smorfia - ecco quello che è parsa! per me non vale
nulla! - Ah sì, brava?
M'avete fatto assistere a una bella
prova!
Il conte Mola: Ma se ti sto dicendo che è mancata -
mancata per tutt'e due gli atti - davanti al suo pubblico!
Nessuno l'ha più riconosciuta! E stato come uno sgomento in
tutti a vederla sulla scena come se non fosse più nemmeno sicura
della sua parte, sì, sì, appunto perché sapeva che c'eri tu!
Elj: Io che mi torcevo.
Il conte Mola: Ma un'attrice, caro mio, è del suo
pubblico prima di tutti!
Ha il dovere d'essere del suo pubblico!
E non può essere soltanto tua!
Elj: E resti allora del suo pubblico!
Il conte Mola: Tranne che tu - ecco - non diventi per lei
«tutti» - «tutti» - e sai allora che vuol dir questo per te?
Elj: Io, tutti? Io sono uno!
Il conte Mola: E vuoi che lei trovi in te, che sei uno,
tutta la vita, le emozioni, le soddisfazioni che finora le ha
date l'amore del suo pubblico? Ma che puoi essere tu per lei,
pensa!
Elj: Io? Che posso essere io? E non l'hai detto tu
stesso? Se per me, questa sera è mancata davanti a tutto il suo
pubblico - ecco quello che sono per lei! - Bene: ora scelga: o
l'amore di tutto il suo pubblico, per quello che finora le ha
dato, o il mio, per quel che io le ho dato!
Il conte Mola: E non capisci che glielo può dare chiunque
- ciò che tu le hai dato - se tu ora le manchi e te ne vai?
Elj: Ah certo - chiunque - se lei vuole! - Ma pare che
lei non sia di questa opinione - se ha fatto la prova - ed ecco
- come tu dici - è mancata!
Il conte Mola: E allora perché te ne vai - se hai vinto?
- Aspetta che venga qua a dirti - che amandoti come ti ama - non
potrà più recitare.
Elj: No. Voglio che sia lei - sola - qua - a prendere la
decisione di staccarsi e che mi venga a trovare - lei - da sé -
dove l'aspetto. Non voglio che mi trovi qua umiliato di quanto
m'ha fatto soffrire, di ciò che m'ha dato a vedere - anche di
lei stessa - umiliata lassù del suo stesso sentimento per me, di
mostrarlo nel modo, Dio, nel modo stesso con cui l'ha vissuto
con me, quella stessa voce, quei gesti...
Io ne ho orrore,
orrore. Ci sono di là le mie valigie. Fammele spedire. Ma del
resto, non ne ho bisogno. Abiti cittadini.
Se non vuol venire,
dille che mi imbarco e che faccio voto di non ritornare a terra
mai più.
Via per l'uscio a sinistra.
Il conte Mola gli corre dietro.
Il conte Mola: Ma no, Elj!
(Chiama dalla soglia
dell'uscio:) Elj!
Si tira un po' indietro, perché sopravviene la cameriera.
Cameriera: Prego, signore: c'è qualcuno che riposa...
Il conte Mola: Domando scusa. Ma è che... Io non posso
restare qua - questa è la camera di lei...
Cameriera: Della signorina; ma se vuole, può passare di
là.
Indica la camera accanto.
Il conte Mola (come non si sapesse dar pace): Vi
ha lasciato anche la luce accesa... e le valigie...
Cameriera: Il signore è partito?
Il conte Mola: Sì, cioè... non so... forse,
momentaneamente...
Cameriera: Devo ritirare le valigie?
Il conte Mola: No, per ora... Bisogna ch'io aspetti il
ritorno della signorina...
Cameriera: E allora s'accomodi.
Il conte Mola: Non qua, no... Non posso farmi trovare
nella sua camera... L'aspetterò giù nella hall...
Cameriera: Ecco la signorina!
Entra infatti, affannata, ansiosa, Donata.
Per far presto a
rientrare in albergo non s'è neanche struccata ed ha ancora,
sotto la mantiglia, l'abito di scena.
Donata: Ah, lei conte? - Elj è di là?
E fa per dirigersi alla camera di Elj.
La cameriera si
ritira.
Il conte Mola: No, Donata... Non l'ha incontrato?
Donata: No. È sceso?
Il conte Mola: Un momento fa...
Donata: Giù? Dove? Io per far presto non mi son neppure
struccata...
Il conte Mola: Mi permetta... Per dove sarà sceso? Può
darsi che non abbia ancora lasciato l'albergo...
Che sia alla
cassa ...
Donata: Alla cassa? Perché?
Il conte Mola: Ma suppongo... Posso provare ...
Fa per andare.
Donata: No! Aspetti! Lasciare l'albergo? Vuol partire?
Il conte Mola: Sì...
Donata: Ah, le ha proprio detto che partiva?
Il conte Mola: Che tornava alla spiaggia - e che la
aspettava là...
Donata: Me?
Il conte Mola: Dice che non ha potuto resistere...
Donata: Questo lo so!
Il conte Mola: È scappato dal teatro ... io l'ho
raggiunto qua...
Donata: Ed è scappato anche di qua ... Per non vedermi
così, è vero?
Il conte Mola: Gli è intollerabile...
Donata: E io ora dovrei andarlo a raggiungere là?
Sciocco!
Vedendo comparire Elisa, seguita da Giviero:
Ah, Elisa, brava, vieni! Venga, venga avanti, Giviero!
Volevo
appunto pregare il conte di scendere giù per invitarvi a salire.
Elisa (come a spiegare, turbata, la ragione per cui,
senza invito, è salita): Abbiamo incontrato giù...
Donata: Ah, era ancora giù davvero...
Elisa: Sì - in uno stato...
Il conte Mola (a Donata, per avviarsi): Posso,
se vuole...
Donata (con forza e con sdegno): No!
(Poi,
attenuando un po'.): Scusi, vuole che lo richiami io?
Quasi tra sé, convulsa, ma volendosi vincere per orgoglio:
Sciocco... sciocco...
A Elisa:
È partito...
Giviero: Già, ce l'ha detto, scansandoci, ed è uscito...
Donata: Perché ha sofferto troppo a sentirmi recitare -
lui, sofferto, capisci? dopo che... - Ma basta! Basta! -
Sciocco... - Dite, dite qua voi al conte, che cosa è
successo al terz'atto! Vede?
Sono corsa così, ancora con l'abito
di scena; volevo essere io la prima ad annunziarglielo, felice -
Elisa: Un delirio! Un vero delirio!
Giviero: Ah! Mai stata così grande!
Il conte Mola: Ah sì? Si è dunque ripresa al terz'atto?
Elisa: Una cosa grande! Se lei fosse rimasto... Tutto il
pubblico in piedi, frenetico!
Giviero: La vera, la vera grande vittoria!
Donata: Ma no! Ma no! Io non dico questa della scena!
Io
dico la mia, la mia vittoria su me - quello che è stato per me
alla fine -
Elisa' - il trionfo! -
Donata (subito, irritata che Elisa non la comprenda):
- no! la mia liberazione! - Rientrata nel mio camerino,
vibravo dentro, tutta, come d'una pazza risata - sì, di trionfo;
mi sono scorta per un attimo allo specchio, la testa alzata, le
mani alzate, ma perché mi pareva di stringere in pugno la vita!
E pensando a lui, che dovessi far felice anche lui, ecco, ero
corsa qua a gridargli che m'ero ritrovata alla fine. - Lei,
conte, m'aveva vista? Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare
giù, giù, dal pubblico che mi mancava - quel silenzio - quel
vuoto - sudavo sangue - il martirio! Il martirio! - E
d'improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la
liberazione!
Ho dimenticato tutto - mi sono sentita prendere,
prendere, sollevare - ho riavuto tutti i miei sensi, l'udito
perduto, mi s'è fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro - ho
riavuto la vita, ma così piena, così piena e così facile - in
una soddisfazione di tanta ebbrezza, di tanta felicità, che ho
sentito tutto accendersi, accendersi e vivere e sollevarsi con
me!
Il conte Mola: Ah, ne sono felice con lei, Donata!
veramente felice!
Elisa: Lei non può figurarsi che cosa è stato!
Giviero: La partecipazione del pubblico che s'è sentito
rapire, rapire veramente, perché ha avvertito questa liberazione
e ha riconosciuta in essa alla fine la sua attrice!
Donata: Ma no! Ancora dite dell'attrice? No! No! Io mi
son sentita felice come donna! come donna!
Felice di potere
ancora amare! Questa era la mia vittoria!
Felice che sarei corsa
qua a gridarlo a lui che aveva sofferto, non certo quanto me -
perché lassù ci sono stata io ad agonizzare per due atti, mentre
a lui è bastato scrivermi in un biglietto «non resisto più» e scapparsene dal teatro!
Quello che ho patito per due atti,
sapendo che lui era là, che mi vedeva per la prima volta e mi
riconosceva in tutti i miei atti, isolandomi dal personaggio,
trattenendomi e impedendomi d'entrare nella finzione!
Dovevo
sciogliermi, staccarmi, staccarmi da quella cosa informe,
increata, meschina, ch'era stata sua, e che non ero io, che non
ero io... una afflizione, là esposta, scoperta nel suo
sentimento, per cui non mi sarebbe stato possibile mai più
vivere sulla scena come del resto neanche nella vita! - ecco -
trovar la forza di liberazione - mi sono liberata! - ma ciò che
ho sentito in quel momento di liberazione, nel più profondo di
me stessa, è stato questo che amavo, che mi s'apriva, in quella
facilità, pieno ed intero anche l'amore; che conquistavo in
quell'improvviso superamento d'ogni angustia, in
quell'accensione di tutta l'anima non solamente la mia interezza
d'attrice, nell'arte, ma anche la mia interezza di donna, nella
vita! - Lo volevo far comprendere anche a lui ora, qua; dirgli
che a teatro - se non comprendeva questo - non doveva più
venire; e che bastava questo; non arrischiarsi più, anche per
non far correre a me il rischio di non trovarmi più nemmeno là -
oh Dio, di smarrirmi, di perdermi anche là, cosa che non m'era
mai, mai avvenuta! Ho visto l'abisso! - Ho provato un tale
avvilimento di me stessa - no, no peggio immiserimento - che m'è
apparso chiaro tutt'a un tratto che se la vita, l'amore che
sentivo per lui, dovevano ridurmi così, far provar questo, eh
no! io stessa allora, io stessa non valevo più nulla, neanche
per lui!
Mentre ora ecco - quest'orgoglio dell'amore di tutti
venivo a darlo, qua, a uno solo - a lui! - Sì - dove? - Sciocco
- è partito!
Il conte Mola: Sciocco, sciocco, sì - non ha compreso
nulla - s'e sdegnato s'è sentito rivoltare! - Egli non
comprenderà mai in lei l'attrice, Donata - per lui non vale
nulla - me l'ha detto!
Donata: Per lui vale la donna, là... quella che si
vergognava... - eh lo so: quella lui vorrebbe - Sì, Sì, Giviero,
che si vergognava - ma proprio, sa? - di carezzargli i capelli
(sa, quel gesto notato da lei...).
Ne provai orrore io stessa -
d'essere vera, com'ero stata sempre da attrice - d'essere io
insomma - io, questa che sono! Quasi che non fossi più donna,
perché ero attrice! vera così - come sono - io, io nella vita,
come nell'arte... - Non sono qua vera?
Giviero: Ma certo, Donata!
Donata: E allora? - Se non trovo più, nella vita, me
stessa - d'essere come sono - questa! - vuol dire che nella vita
non mi troverò mai, mai - perché non è possibile trovarsi fuori
di quel sentimento che ci dà la certezza - sicura - almeno di
noi stessi!
Giviero: Ma sì, è proprio così! E perciò lei, guaj, guaj
se deroga minimamente a se stessa!
Il conte Mola (fermo, reciso): Ah no - attrice,
con lui - mai!
Elisa: E allora peggio per lui!
Il conte Mola: Certo! Peggio per lui!
Donata: E peggio anche per me.
Giviero: Ah no, per lei no, scusi! E la sua conquista di
questa sera, allora?
Se lei alla fine ha vinto in se stessa la
prova!
Donata: Ah sì, vinto - ancora una volta, vinto - e sola -
sola ancora una volta - ah ma questa volta, per sempre! per
sempre! con questa doppia paura - per la mia arte e per me - di
riaccostarmi alla vita. Basta! Basta! -
Con recisione di nauseata stanchezza:
Ma sì, basta, per carità! Lasciatemi sola, vi prego.
Ho bisogno
di trovarmi sola - di restare qua sola...
Trovarsi...
Ma sì,
ecco: Non ci si trova alla fine che soli. - Fortuna che si resta
coi nostri fantasmi, più vivi e più veri d'ogni cosa viva e
vera, in una certezza che sta a noi soli raggiungere, e che non
può mancarci!
Con scatto di fastidio insopportabile:
- Ah Dio quell'uscio con la luce di là rimasta accesa!
Il conte Mola: Vuole che vada a chiudere? Spegnerò...
Donata: Sì, mi faccia il favore...
Il Conte eseguisce.
Elisa: Tu sai che puoi chiamarmi sempre, quando vuoi...
se t'occorresse...
Donata: Grazie, cara, lo so. Buona notte. Buona notte,
Giviero. Grazie, conte, buona notte.
Il conte Mola (esitante, mortificato): Ha lasciato
di là anche le sue valigie...
Donata: Aspetterà che noi adesso, con la sua macchina,
giù, andiamo a portargliele...
Il conte Mola (stordito): Come dice?
Donata: No, conte. Verrà lei a ritirarle domani.
Scherzavo.
Il conte Mola: Ha detto che se lei non veniva, si sarebbe
imbarcato e non sarebbe ritornato a terra mai più...
Donata: Il mare...
I tre si ritirano, perplessi, afflitti.
Donata resta in mezzo
alla stanza col capo reclinato indietro e gli occhi chiusi; sta
un pezzo così; poi risolleva il capo, contrae tutta la fronte,
sempre con gli occhi chiusi, come per suggellare in sé, con la
volontà, l'accettazione del suo destino.
Si reca presso l'uscio
a premere il bottone elettrico che accende sulla tavola la
lampada dal paralume violaceo, e spegne il lampadario del
soffitto; poi va verso la grande specchiera alla sua sinistra e
accende le due lampadine ai lati, e si siede per struccarsi; ma
prima si guarda un po' allo specchio. Nell'atto di sollevare una
mano per staccarsi da un occhio il lungo ciglio finto si
sovviene della battuta della commedia che segnò poc'anzi nel
teatro l'inizio della sua liberazione.
«Coi deboli non si può essere pietosi. E allora, cacciala,
cacciala via! »
Tra sé, come non contenta del tono con cui ha detto la
seconda frase:
No.
Si prova a ripeterla con tono più sdegnoso e d'impero:
«Cacciala via! Cacciala via! È lei stessa, lo vedi? a volermi
crudele! - Ma vi pare che lui possa esitare, tra me e voi? - So,
signora, so la vostra grande nobiltà, la levigatura che ne ... »
(arresto di memoria.) No, com'è?
(Come
ripassandosi ora la parte, senz'alcun tono): «che ne viene»
sì «ai vostri atti e ai vostri modi così semplici e pur così
soffusi e misurati ... » no, non è misurati, «governati» ecco
«governati» - ma sarebbe meglio misurati -«misurati da tanta
superbia».
Tutto questo ripassato a memoria e non recitato.
Ora,
riprendendo a recitare e pigliando inavvertitamente dalla
specchiera un ritratto, perché ha bisogno per la parte di farsi
vento con un ventaglio che non ha:
«Non volete insomma andar via?».
Ma d'un colpo arresta il movimento di sventagliarsi, perché
s'accorge che è quello il ritratto di Elj; lo guarda un po'
turbata, e poi lo sbatte capovolto sul fianco della specchiera;
si butta indietro sulla spalliera bassa della seggiola e col
capo così rovesciato, ridente d'un riso di sfida, grida al suo
fantasma d'arte:
E allora, prendimi! prendimi!
Perché durante tutta questa azione di Donata dacché s'è
seduta davanti alla specchiera, e le battute che ha recitate o
s'è ripassate, la scena, dietro di lei, si sarà a poco a poco
come dilatata: l'arco dell'alcova si sarà schiuso in mezzo e
allargato da una parte e dall'altra, lasciando in mezzo un vano
in penombra come d'una sala di teatro, di cui quell'arco così
allargato venga a figurare come il boccascena d'un palcoscenico
illusorio, che del resto è il palcoscenico stesso dove si sta
recitando; ma illuminato ora da una luce innaturale di visione:
la visione che Donata ne ha, tanto che vi saranno già sorti
quando ella rovescerà indietro il capo e tenderà le braccia
gridando:
«E allora, prendimi! prendimi! »
gli altri personaggi della scena evocata; da dietro il
divano, un uomo e una donna, tutt'e due giovani: lui bello,
forte, bruno, in smoking; lei nobile, un po' appassita, molto
bionda, in abito di società; resteranno un po' discosti,
immobili, come fantasmi; lui, al richiamo di Donata, accorrerà
alla destra di lei; e lei col braccio destro gli cingerà la
vita; ma poi, riflettendo, dirà tra sé:
No: lei era di là...
E allora, come se il movimento fosse pensato da Donata, la
donna, rimasta dietro il divano, si sposterà da sinistra verso
destra; e contemporaneamente Donata farà passare l'uomo dietro
la sua sedia per cingerlo col suo braccio sinistro.
Ecco: così! -
Rivolgendosi alla donna:
Non volete andar via?
Si alza, gridando all'uomo:
Abbracciami!
Ma com'egli fa per abbracciarla, la donna si nasconde gli occhi
con le mani, e Donata scoppia a ridere.
Ah ah ah - guarda, guarda - si nasconde gli occhi! si
nasconde gli occhi!
E svincolandosi da lui:
Lasciami, stupido! Non capisci che non ti provoco io? Provoca
lei; e se non se ne va, non so fin dove son capace d'arrivare
sotto i suoi occhi!
Alla donna:
Ecco, vedete? Non vi basta? Sono io a non volere; lui è
pronto ad amarmi sotto i vostri stessi occhi!
Vi assicuro,
signora, che tutto quanto avviene è conseguenza delle vostre
tante virtù.
Non l'ho scelto io, vostro marito. M'ha scelta lui.
Io posso essermene compiaciuta appena un momento.
Sì,
l'ammetto. Ma bisogna anche tener conto delle circostanze.
Lui
era il solo che destasse un certo interesse tra noi donne.
Eravamo troppe, e annojate; e così pochi gli uomini; e
lui il più gradevole.
Ora che lui tra tutte scegliesse me, certo
mi fece piacere. Ma poi basta!
Poi mi saresti sembrato per lo
meno importuno. Un uomo intelligente queste cose le capisce.
V'assicuro che veramente il mio cuore non s'era mai per nulla
interessato a lui.
Foste voi, proprio voi così superiore,
e la vostra apprensione, a dargli credito ai miei occhi.
Eh, se
voi n'eravate gelosa! Gelosa di me «non calcolata» nel vostro
rango...
E io mi sono allora impegnata con me stessa - per
puntiglio - sì, e benché stimassi che per lui non ne valeva la
pena - a dimostrarvi che avevate ragione d'aver paura di me.
E
diedi subito fuoco; subito; come una «capace di tutto».
Non
sarei stata così; ma a furia di dirmelo, di leggerlo a
tutti negli occhi, specialmente nei vostri, che volete? l'avete
fatto credere a me stessa alla fine, che sono veramente «capace
di tutto».
Murata, murata, senza via di scampo; in questo
concetto che tutti si son fatto di me.
«Capace di tutto.» Anche
di rubare, perché no? Stupida, se non n'avessi profittato!
Non
dico rubare... benché, per il gusto di giocare... sapete che ho
lasciato perfino che sotto gli occhi mi s'esaminassero prima le
carte? «Eh con te non si sa mai!»... e io, sorridere... Sì,
capace di barare...
È spaventoso, perché allora una cosa -
capirete - farla o non farla...
E poi anche di questo nasce un
certo orgoglio - ma sì, quello del diavolo - che provoca sulle
labbra, specialmente a noi donne, un certo sorriso di
compiacenza, come tutto ciò che comincia a diventare spudorato.
Ecco: spudorato: ci siamo: Guardatemi! - Non volete andare?
Bene. Restate. Siamo qua due donne.
Che potete voi dare a
quest'uomo? Parlate! Muovetevi! Mostrate! Badate che io vi
strappo l'abito addosso!
Sono così sicura di lui, vedete, che
posso disprezzarvi in sua presenza come voglio!
Voi siete una
povera, povera miserabile creatura; e io vi vinco! guardatemi!
io posso avere tutto l'amore che voglio - e darlo! - io, tutto
l'amore! e a me l'amore di tutti! di tutti!
La visione d'un tratto sparisce, come colpita da quest'ultimo
grido, che subito Donata avverte in contrasto col suo caso.
La
scena si restringe d'un colpo e si spegne tutta, tranne che
nella lampada violacea e nelle due lampadine ai lati della
specchiera. Questo restringimento e spegnimento avverrà nel
mentre che una lontana eco di insistentissimi applausi verrà di
là agli orecchi di Donata, che sarà caduta a sedere su una
poltrona presso la lampada violacea, con le braccia rilassate e
le mani vuote, ma la testa alzata, come a cogliere con un vano
sorriso sconsolato l'eco di quegli applausi.
Si alza di scatto e
dice, aprendo le braccia:
E questo è vero...
E non è vero niente...
Vero è soltanto che
bisogna crearsi, creare!
E allora soltanto, ci si trova.
TELA
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