|
Donata, rimasta sola, si prova a piegare indietro la testa ed
esprime, con gli occhi chiusi, un dolore che forse non è
soltanto della ferita.
Rientra Elj e la sorprende in
quell'espressione.
Elj (premuroso): Ti fa male?
Donata: No. E la fasciatura.
Elj: Troppo stretta?
Donata: No: come un collare. Non ho mai potuto sentirmi
nulla al collo. - Ma tu... non volevi uscire?
Elj: Io? No, dove?
Donata: M'è parso volessi andare col Dottore... - ma sì,
va' un po' fuori!
Elj: Ma no, che dici! Vuoi che ti lasci sola?
Donata: Vedi? Resti per me, per non lasciarmi sola.
Elj: No no, per me stesso, perché non potrei più senza di
te!
Donata: Chiuso qua da venti giorni; tu che -
Elj: - non me ne sono neanche accorto! -
Donata: - ti guardavi dall'intimità, hai detto, come
dalla peste!
Elj: Perché non conoscevo ancora la tua!
Da quella degli
altri sì, per un principio, t'ho detto: per non patire
disillusioni. Da te, non c'è pericolo.
Donata: è, anche troppo presto; e siamo ancora come tu,
secondo un altro tuo principio, vorresti sempre restare
Elj: - io? come? -
Donata: - eh, ancora come estranei -
Elj: - estranei? ancora? noi due? - ma niente affatto!
Sappiamo già tutto quello che importa sapere. Basta.
Donata: Ah no, caro, non basta! Tutt'altro! Troppo poco!
Elj: Sì sì, credi! Io dico estranei nel senso di nuovi,
intendi? sempre nuovi!
Donata: E ti pare possibile?
Elj: Ma sì - sta' a sentire! Amarci tanto da non poterci
mai aspettare il male, né tu da me, né io da te.
E poi nuovi,
sempre, l'uno all'altra: che tu non sappia mai quello che ti
possa venire da me: atti, pensieri, sorprese, che so? cose
appunto che non ti pajano vere in uno come me.
Anche se in prima
non t'arrivino gradite, anche se ti sembrino strane, se escludi
assolutamente che io te l'abbia potuto far per male, ti faranno
sorridere.
E sarà sempre meglio che non averne mai più nessuna -
se mi conosci tutto, se ti conosco tutta. - Del resto io poi, ti
dico francamente... non lo so mica io, come sono...
Con un improvviso dubbio, che gli fa comicamente paura:
Se ho ingegno... Forse non ne ho...
E con te bisognerebbe averne
tanto...
Donata (ridendo): Ma no... che c'entra adesso
l'ingegno!
Elj: Non ho mai cercato di saperlo, come sono... Mai
fatta un'idea di me stesso...
Donata:, Oh Dio, saprai almeno ciò che ti piace o non ti
piace...
Elj: Tu mi piaci! Vivere mi piace!
Donata: Vivere... c'è modo e modo...
Elj: Ecco: senza saperlo: vivere... Non in mezzo agli
altri, per esempio!
Perché senti, è un fatto: quando sono solo,
sul mare, in campagna coi miei colori, insomma all'aperto -
anche se ho contrarietà o c'è rischi da affrontare - non mi
perdo, ci vado incontro, e sono lieto. - In mezzo agli altri,
invece, no: sono sempre di malumore; e non valgo più nulla. -
Non posso soffrire tutto quello che è solito.
Prende dal cavalletto una tavoletta dipinta.
Elj:
Dipingo male - grazie - lo so; ma perché non è facile, sai,
dipingere come vorrei io... le cose come appajono in certi
momenti... lo scoppio, lo scompiglio di tutti gli aspetti
consueti che hanno ridotto la vita, la natura, oh Dio, come una
moneta logora, senza più valore. Io non capisco: è come volersi
umiliare... subire...
Il solito cielo che t'ammicca con le
solite stelle, sulle solite case che ti sbadigliano con le
solite finestre, e tu che vai sul solito lastricato delle solite
strade... Ah, che soffocazione!
Ti sarà avvenuto qualche volta -
non sai come - non sai perché - di vedere all'improvviso la
vita, le cose, con occhi nuovi... - palpita tutto, a fiati di
luce - e tu, sollevata in quel momento e con l'anima tutta
spalancata in un senso di straordinario stupore... - Io vivo
così! In questo stupore!
E non voglio sapere mai nulla! - Tu,
ecco, sei per me uno stupore, come mi sei apparsa, come ti sei
gettata nel pericolo con me, come t'ho salvata, come sei ora qua
mia ... tutta, tutta uno stupore... la tua bellezza... codesti
occhi, come mi guardano ...
Le prende la testa tra le mani.
Donata: Li chiudo... sì, li chiudo davvero... se tu mi
prendi... non vedo più nulla... muojo per un momento in questa
gioja che ti prendi di me e che mi dai... Bisogna perdersi...
Elj: Nell'amore, sì! Guaj se uno cerca di salvare qualche
cosa!
Per questo, istintivamente, a un certo punto, si chiudono
gli occhi. Guaj a vederci, a vedersi... - Ma tu piangi?
Donata: No! No! Non ci badare... Nulla!
Elj: Come no! Se è un male che ti faccio senza volerlo,
sì che ci bado! Che cos'è?
Donata: Niente... Ho scoperto in me... non so...
Elj: Una sofferenza? Per causa mia?
Donata: No. Forse perché sei stato...
Non sa aggiunger altro.
Elj: Come sono stato? (Donata esita.) - Di' di';
non è male, sai, provare in principio una sofferenza.
Donata: Ah sì? Perché?
Elj: Perché guaj, gioja mia, guaj, in amore, a stabilire
rapporti sul sublime!
Una piccola sofferenza in principio è
proprio quello che ci vuole... Ma di' di', come sono stato?
Donata (dolcemente): Vuoi saperlo?
Esita ancora un po'; poi, senza attenuar la dolcezza, ma
abbassando gli occhi:
Hai pensato a te... troppo...
Elj: A me? T'è parso?
Donata (tornando a sorridere): Ma forse è
dell'uomo essere così.
Elj: Non vuoi dir come? Vedi, questo, lo vorrei proprio
sapere. Non capisco.
Donata: Basta, basta, ti prego; non ci far caso. Non
saprei dirtelo.
Elj: Hai pure detto una sofferenza!
Donata: No... ora più!
Elj: E allora? Parla! Non è bene che tenga per te,
nascosta, una cosa che... sarà bene, invece, ch'io conosca.
Donata: Può darsi che dipenda da me...
Elj: Non ti piace come io t'amo? Devi dirmelo, perché
io... io non comprendo più nulla: ardo tutto, basta che ti
tocchi!
Donata: Sì, tu sei così. È naturale. Non stare più a
pensarci!
Non devo più pensare neanch'io; ma vivere, ora, avere
una vita mia; essere come te!
Sì, perché io finora - tu forse
non lo sai - non ho mai appartenuto a me stessa, da un canto,
pur avendo, dall'altro, appartenuto a me, troppo - sempre sola e
senz'aver mai voluto pensare a certe cose... ecco, a certe cose
che tu, tutt'a un tratto, m'hai rivelate... ma vedi? in una
maniera - non so - che ora vorrei mi fossero ancora nascoste,
perché tu...
Elj: Perché io?
Donata: Perché tu potessi di nuovo cercarle in me, ma
altrimenti.
Elj: E come?
Donata: Ah, è così difficile dirlo! Ma ora è passato, ora
è passato. E forse dev'essere così. La vita è questa.
E io non
voglio più vedere, non voglio più sentire che in te la mia vita.
Ecco, toccarla in te, così: luce dei tuoi occhi
e gli passa le mani amorose sugli occhi
sapore delle tue labbra
e gli passa leggermente le dita sulla bocca, poi
carezzandogli e scomponendogli i capelli:
Ora vivo «io»... ora amo «io»...
Tutt'a un tratto avverte quell'atto di carezzargli e
scomporgli i capelli - già notato dal Giviero nell'atto
precedente - e ritrae le mani, con orrore.
No!
Elj (stordito da quello scatto improvviso; ma non
comprendendo e volendo ancora la carezza): Perché? Ancora!
Donata: No! No!
Elj: Mi piace tanto, quando mi carezzi così i capelli o
me li scomponi sul capo...
Donata: Io? i tuoi capelli? anche altre volte?
Elj: Ma sì... Che hai?
Donata: Nulla! Non me n'ero accorta.
Elj: Ti strizzi le mani... ti vedo far certi gesti...
Donata: Gesti? Ma no! Che gesti ho fatto?
Elj: Eh, non posso mica rifarteli... Come ti sei
levata... E come ora mi stai guardando...
Donata: Oh Dio, no! no! per carità, non dirmi più nulla!
Elj (stordito più che mai, ma anche un po' divertito):
Perché? cos'è?
Donata: Non mi far pensare come sono, come mi muovo, come
ti guardo; i gesti che faccio... Non voglio vedermi!
Elj: Hai nascosto gli specchi per questo?
Donata: Sì. Conosco troppo la mia faccia; me la sono
sempre fatta, troppo fatta: ora basta! ora voglio la «mia», così
com'è, senza ch'io me la veda.
Ha ancora nelle dita l'orrore della carezza scoperta.
Sai, è... è per forza così... perché io sono stata sempre
vera... sempre vera... ma non per me... ho vissuto sempre come
di là da me stessa; e ora voglio essere «qua» - «io» - «io»
avere una vita mia, per me... devo trovarmi!
S'infosca; si esaspera.
Ecco, vedi? dico: trovarmi. È orribile! Se parlo... Dovrei non
parlare... Mi sento parlare...
Non vorrei più riconoscere la mia
voce; me ne sono tanto servita!
Vorrei parlare con una voce
nuova; ma non è possibile, perché non mi son mai fatta una voce,
mai; e prima non ci ho mai badato; ho parlato sempre con questa
mia voce. Ora non posso averne un'altra, è vero? è vero? è la
mia!
Elj: Ma certo che è la tua! Di chi vuoi che sia?
Benché
tu, tante volte, non la voce sola, ma tutta, tutta, sai - sembri
un'altra - irriconoscibile!
Sì sì, anche la voce ti cangi.
Donata: Anche la voce?
Elj: Sì, in certi momenti che forse stai pensando... a
cose che ti restano vaghe... e l'una dentro di te chiama
l'altra, e t'allontanano... Poi, tutt'a un tratto - mentre io
sto a guardare il tuo corpo, a cui certo in quel momento non
pensi più affatto - ti volti brusca a fissarmi, come
un'estranea!
Donata: Eh, se tu allora guardi il mio corpo...
Elj: E che vuoi che guardi?
Donata: ... ecco sì, vedi? quello sì mi è veramente
«estraneo» allora.
E credi che soltanto così, con quello, si può
restare, come tu dici, estranei. Io sono così poco nel mio
corpo.
Elj: E dove sei?
Donata: Quando si pensa, dove si è? Non ci si vede,
quando si parla... Sono nella vita... nelle cose che sento ...
che mi s'agitano dentro... in tutto ciò che vedo fuori - case,
strade, cielo ... tutto il mondo...
Fino al punto che, vedendomi
talvolta richiamata da certi sguardi al mio corpo, trovarmi
donna... - oh Dio, non dico che mi dispiaccia - ma mi pare una
necessità quasi odiosa in certi momenti, a cui mi viene di
ribellarmi.
Non vedo più, t'assicuro, non vedo più la ragione
ch'io debba riconoscere il mio corpo come la cosa più mia, in
cui io debba realmente consistere per gli altri. Ma sai che
arrivo a sentire per il mio corpo... ma sì, anche antipatia!
Tante volte ne avrei voluto un altro, diverso.
Elj: Ah, ma io no! io voglio questo! io amo questo! E tu
sei ingrata, se non te ne contenti.
Donata: Devi comprendere, però, che non è il corpo
soltanto...
Se la tua vita e la mia si sono unite, non ti pare
che dobbiamo pur venire a parlare tra noi di tante cose?
Elj: Ma sì! ma sì! di tutte quelle che vorrai!
Donata: Questo lasciarsi prendere dagli atti della
giornata...
Elj: Eh, ma ne troveremo tanti, aspetta! ne inventeremo
tanti - cento al giorno! - lascia fare a me!
Donata: Io dico ora - queste necessità precarie - delle
cose che si debbono fare, dire...
Arriva poi un momento... -
come questa mattina, uscita dal bagno... - sì, dev'esserci anche
questo... e quello... le cure della persona... ma a un certo
punto, cascano le braccia...
C'era tanta luce, che accecava sono
rimasta lì, inerte, a pensare...
Il bagno... Eh, altro che
bagno! Mi sono gettata nel mare, come una cieca.
Elj (spalancando le braccia): Qua ti sei gettata,
nelle mie braccia che non ti lasceranno più!
A che vuoi più
pensare adesso?
Donata: Ma anche per te - a tante cose! - della nostra
vita - come sarà... -
Elj: Programmi? Regole? No! Niente! Sarà come sarà. In
qualche modo. In tanti modi.
Donata: Ma - in tanti modi - caro, è come sono stata
finora! - E tu dici che non puoi soffrire il teatro? È strano!
Elj: No, sai, è il luogo: quella tetraggine - palchi,
tutte quelle poltrone - andare a rinchiudersi lì - e poi come ci
si va - tutta quella gente che vuole stare attenta - Dio mio, a
cose che si sanno non vere
Donata: - ma possibili - create - come tu puoi crearle a
te stesso!
Elj: E non si può vivere così... come in vacanza? senza
bisogno di crearsi nulla?
A caso - com'è vero - come tu sei vera
- come io sono vero - che ci viene all'improvviso di scapparcene
e piantiamo qui tutto... Questo non ti sarà mai avvenuto a
teatro!
Donata: Ma sì! come no? - di spezzare una scena e
scapparsene all'improvviso ... ? - tante volte!
Elj: Be', non importa. Andiamo lo stesso; andiamo un po'
fuori!
Donata: Ma no, come? in vestaglia?
Elj: Non importa! Siamo sulla spiaggia!
Vedo che stai
troppo a pensare; sei stata qua troppo chiusa: andiamo! andiamo!
Donata: No, no, Elj: qua - restiamo qua - bisogna
pensare, caro! - vediamo di decidere un po'...
Che vita può
essere, scusa, così a caso?
Elj: Che vita? La vita - come ti si presenta - come ti
va... - senza bagagli...
Donata: Senza bagagli? Sapessi quanti ne ho io!
Elj: E io ti propongo d'ora in poi un tascapane a
tracolla, e via!
La gente ci vede passare a braccetto: «Ecco un
uomo d'ingegno e una donna di cuore! ».
Donata: Ah, così - vagabondi - tu dici?
Elj: Ti spaventa?
Donata: Ma no: che vuoi che mi spaventi? ti dico che non
ho mai fatto altro finora! - Ma non è vita!
Per trovar la vita -
facendo così - sai che ho dovuto fare? cercarla, sentirla in
altre creature che l'avevano - oggi in una, domani in un'altra -
create dalla fantasia - a cui io ho dato la verità del mio
corpo, della mia voce.
Appunto, appunto in cento casi diversi -
come mi sono stati dati da vivere - e li ho vissuti, sulla
scena!
Tu non sai in quante situazioni mi sono trovata
Elj - ma senza esser vere! -
Donata: Ecco: ora mi trovo in una «vera» - «io», «io» - e
debbo pur vedere com'è, Dio mio! come mi ci sento dentro - «io»,
«io» - in questa vita che dev'esser «mia» finalmente! - io -
sola io - come penso, come sento dentro di me, come sono! - Mi
sono gettata come una cieca - ma non avrei mai potuto
altrimenti... Ora, guarda: tu stesso m'hai portata qua: m'hai
presa: non ho nulla da rimproverarti né da pretendere perché ho
voluto anch'io - l'ho quasi voluto io sola
Elj: - no, come? -
Donata: - tu non volevi - t'ho sfidato io - ma poi, sì,
qua volesti portarmi tu: bene, vedi? ci sono io, ora, nella tua
vita, come tu nella mia. Non possiamo restare insieme come due
estranei. Tu vuoi riprendere la tua vita
Elj: - ma con te! -
Donata: - ecco, con me... - forse a te sarà facile, se
sei così, che vuoi tutto a caso e senza regola... - ma per me
no, vedi? per me sarà tanto difficile
Elj: - e perché? -
Donata: - ma perché ora io ho - ho - la mia vita e la
voglio avere «per me» e non so come sarà, con te che sei come un
bambino che forse si spaventerà come si spaventano tanti bambini
- quando vedono le maschere.
Elj: Vorresti tornare al teatro?
Donata: Ma certo...
Elj: Ah no no! Al teatro, no!
Donata: Debbo, caro: tra dieci giorni il mio mese di
riposo sarà finito.
Elj: Ah no no: io non ti lascio più andare! No no, niente
più teatro! Hanno voglia d'aspettarti tra dieci giorni!
Donata: Ma ho i miei impegni!
Elj: Si mandano a monte!
Donata: Sì, e come?
Elj: A qualunque costo! Io non voglio saper nulla! Tu
resti a me! a me!
Ma figurati se io ti lascio più ritornare al
teatro, a dar vita ai tuoi fantocci!
Te la do io, ora, la vita,
se non hai mai vissuto; e tu a me!
Donata: Sono felice che tu mi dica così. Ma tanto più,
allora, vedi? dobbiamo parlare, vedere...
Elj: Sì, sì - prima di tutto di scioglierti da codesti
impegni -
Donata: - non è facile
Elj - non sarà impossibile! -
Donata: - impossibile no; ma son così gravi! impegni con
gli attori - tutta una compagnia - impegni coi teatri...
Elj: Ci sarà da pagare una somma ... ?
Donata: Tentare di venire a un accordo...
Elj: Ecco, ecco - questo si farà subito!
Donata: Eh sì, si dovrebbe subito: non c'è più tempo da
perdere - dieci giorni...
Elj: Subito subito! Mi dirai tu come si deve fare, perché
io non lo so!
Donata: Prima di tutto, un telegramma al mio
amministratore, perché venga qua
Elj: - ecco: fallo - ora stesso - si spedirà subito - su
su, senza perder tempo!
Donata: Ma no, Elj - aspetta! - non si può così subito!
Elj: Perché no? La risoluzione l'hai presa così, di
gettarti nella vita, e ora avanti! avanti! bisogna nuotare,
nuotare!
Donata: Ma vedi che non ho saputo? Mi sono aggrappata a
te, con gli occhi chiusi...
Elj: E resta così, aggrappata a me, con gli occhi chiusi,
se vuoi vivere! - Ti vuoi «trovare».
Ma bisogna trovarsi così
nella vita, di volta in volta, senza cercare; perché, a furia di
cercare, se alla fine riesci a trovarti, ma sai che t'avviene?
che non trovi più nulla e non puoi più vivere: bell'e morta, con
gli occhi aperti!
Donata: E allora - lasciare tutto?
Elj: Tutto, sì! Tutti i bagagli delle vesti altrui!
Donata: Ma ebbero pure la mia vita, quelle vesti!
Elj: Grazie, per vivere loro, e non tu!
Donata: Non è vero: vissi pure io, in loro, della loro
vita...
Elj: Sì: «come di là da te stessa», l'hai detto. Ora
invece sei tu, qua...
Donata: E dove sono?
Elj: Con me!
Donata: E tu chi sei?
Elj: Come, chi sono?
Donata: Non mi pare vero ancor nulla, lo vuoi capire?
Elj: Ma questo è il bello!
Donata: Vuoi che non sappia neppure come vivremo insieme?
Elj: Sarai mia moglie!
Donata: Sì; ma...
Elj: Senti: un colpo di coda, come fanno i pesci, e si
cambia direzione: il mare è infinito...
Donata: Ma no... che dici?...
Elj: Dico una verità sacrosanta! Non si è considerato
abbastanza, gioja mia, che la Terra, guarda, è tanta!
Fa, levando la mano e congiungendo il pollice e l'indice in
alto, il segno d'un piccolo tondo negli spazii celesti
- tanta! Mica un granello di sabbia,
sai? come si crede. Che! Una gocciola d'acqua.
Donata: E con questo?
Elj: Acqua! Acqua! Con questo, tu dici? Con questo, i
suoi abitatori più proprii - pensa - chi vengono a essere? I
pesci!
I pesci, da cui si dovrebbe prendere regola. Dico sul
serio, sai?
Io credo che la prima ragione dell'infelicità degli
uomini, degli altri animali detti di terraferma, sia proprio
questa: che siamo una sciagurata degenerazione derivata
dall'essere, a un dato momento, rimasti sul duro, in secco.
Donata ride.
Elj:
Sì sì, è la verità, credi! Ne ebbi il lampo una volta, in un
acquario, ritrovando nell'aspetto d'ogni pesce i tratti, le
espressioni, di tante facce umane di mia conoscenza.
La marchesa Boveno, famiglia delle tinche: mio zio, famiglia degli
scorfani...
Donata (ridendo ancora): Ma via... smettila... che
ti scappa di bocca?...
Elj: Ecco, vedi? ridi... Questa è la vita... Ti ci
ritrovi? ... Un colpo di coda, e si vira altrove... Bollicine,
bollicine...
Niente: bollicine ... Se tu ora pensi che il più
proprio dei pesci è il silenzio, il silenzio! e che noi
l'abbiamo perduto, questo bene, forse per andar gridando in
tutti i modi la nostra sciagura d'essere rimasti così fuori del
nostro vero elemento! Guarda la foca, da un canto, in cui il
mostro umano e bestiale comincia anche nella voce; e guarda
dall'altro la donna! La donna è tutta dell'acqua. Tutto il suo
corpo è un'onda. Tutte le sue curve e cavità sono marine.
Una
donna, come creatura più marina che terrestre, in questa
gocciola d'acqua, non si dovrebbe mai perdere!
Con risoluzione improvvisa:
Sì, sì, ora esco davvero: vado da mio zio, per parlargli
di tutto.
È uno scorfano saggio, mio zio; e quando si tratta di
ragionare, ci vuol lui. Lo informerò di quanto abbiamo stabilito
...
Donata: Ma se non abbiamo ancora stabilito nulla ...
Elj: Come nulla? Tutto! Mandare a monte gl'impegni!
Sposarci!
Donata: Sposarci, va bene; ma prima bisognerà veder tante
cose, Elj, non così!
Anche per i miei impegni... Chi sa
quanto ci sarà da pagare!
Elj: Ci penserà lo zio!
Donata: Sì, è giusto che tu vada ora a trovare tuo
zio -
Elj: - l'ho cacciato di casa, pensa, poverino: dalla sua
stessa casa: pum! la porta in faccia.
E dorme da venti giorni
all'albergo. Appena mi vede, scorfano: un colpo di coda e cambia
direzione.
Donata: Chi sa che avrà pensato anche di me! come m'avrà
giudicata!
Elj: Non te ne curare: gli passa tutto, subito. Non ha
altri che me; ed è per me come un padre. Vado e lo porto qua.
Parleremo di tutto; e vedrai che si aggiusterà ogni cosa. - Se
vuoi vedere anche la tua amica...
Donata: Sì, ora sì...
Elj: Benissimo! Apriamo le porte! - Chiede ogni giorno di
te. È qua dirimpetto: te la chiamo.
Donata: Sì Sì.
Elj: Così, mentre io parlo con lo zio, non resterai sola.
Vado.
Elj, via.
Donata resta un momento assorta; è come smarrita;
più che smarrita, stordita.
Poi si alza; ma è perplessa; alla
fine, con una risoluzione improvvisa, strappa con una bracciata
lo scialle veneziano che nasconde il grande specchio sulla
parete sinistra, e restando con lo scialle ancora in pugno si
mira, dopo venti giorni, per la prima volta.
Immobile, a lungo,
in quell'atteggiamento, esprime dapprima maraviglia, poi quasi
sgomento; istintivamente leva l'altra mano a rialzarsi un po' da
un lato i capelli; ma riconosce il gesto teatrale e subito, con
sdegno, l'interrompe.
S'accosta, sporgendo il capo, di più in
più allo specchio, come a un'acqua, e vi si mira affitto affitto
negli occhi, quasi per leggersi dentro; ma ne ha un così gran
turbamento che se ne ritrae, quasi con paura.
In quest'atto la
sorprende Elisa.
Elisa: Donata...
Donata: Oh, cara...
Le si butta, convulsa, tra le braccia, lasciando cadere a terra
lo scialle; trema tutta.
Elisa (sorpresa, affettuosa): Donata mia, Donata
mia... che hai? tremi tutta...
Donata (senza lasciarla, stringendola anzi di più):
Ho avuto paura... ho avuto paura...
Elisa: Di me?
Donata: No! Mi sono guardata...
Elisa: Guardata? Che dici?
Donata: Sì, smarrita, là, in quello specchio! Non mi
guardavo da venti giorni.
Elisa (sbalordita): No! Perché?
Donata: Vedi?
E si china a raccattar lo scialle per buttarlo sul divano.
L'avevo nascosto con questo - e tutti gli altri!
Elisa: Ma no! Com'hai potuto fare? Non è possibile!
Donata: Non ho voluto più vedermi!
Elisa: Oh bambina! Bene, ora che ti sei veduta? Sei più
bella che mai!
Donata: Non comprendo più nulla! Non mi trovo! Non mi
trovo!
Elisa: Non ti trovi... come? con lui?
Donata: No! Non dico per lui! - Lui è così, per aria,
sparpagliato, tutto dietro alle cose...
Elisa: Ah, questo sì!
Donata: Ma è caro! tanto caro!
Elisa: E allora?
Donata: No. Io, io non mi trovo - in me stessa.
Credevo
non mi dovessi più riconoscere: (indica lo specchio)
mi sono vista dapprima - la stessa - la stessa.
Elisa: Eh, certo!
Donata: Ma poi, accostandomi, per guardarmi negli occhi,
ho avuto paura di... di essere così... non so... non so più
come!
Elisa Ma perché tutto t'è avvenuto all'improvviso, cara!
È per questo! In una maniera così inopinata!
Ora vedrai che, a
poco a poco...
Donata: Sì sì, sarà per questo, sarà per questo...
Elisa: Ma certo che è per questo! Ora vedrai...
Donata (con altro tono, un po' vergognosa): Tu
m'hai scusata?
Elisa: Io? E di che? Tu non avevi e non hai da dar conto
a nessuno di ciò che t'è piaciuto fare.
Rischiasti di morire!
Nello stato in cui eri
Donata: - no: fu come una follia che mi prese lì per lì -
Elisa: - era inevitabile, io lo compresi così bene; non
potevi più rimanere in quello stato. - Bene: l'hai fatto - ti
sei buttata - e io t'approvo. - Ma ora dimmi, ora dimmi cara:
non sei contenta?
È un così caro giovane - bello forte - un po'
selvaggio - un po' strano - ma sei l'invidia di tante, sai? di
tutte le ragazze e anche di tutte le signore della spiaggia,
sì... E non deve perciò stupirti lo scandalo che è scoppiato.
Donata: Ah sì, scandalo? Eh già, certo...
Elisa: Perché non s'era potuto mai dir nulla di te, ora
si vendicano, capisci?
Come se avessi fatto chi sa che cosa
enorme - enorme - a confronto di quello che si sa di tante
altre, che naturalmente si mostrano le più indignate: è da
ridere!
Io t'ho difesa contro tutti. Ma guarda un po', come se
non avessi più diritto, perché te l'eri sempre vietato!
Sciocchezze, sciocchezze, di cui non ti devi curare.
Donata: E non so poi perché tanto scandalo, se ci
sposiamo...
Elisa: Ah sì? Vi sposerete? E non me lo dicevi ancora?
Eh, ma allora benissimo!
Guarda, vorrei scappare a gridarlo in
faccia a tutti! Ne sono felice, proprio felice! La cosa più
normale, allora!
Siete già d'accordo su questo?
Donata: L'ha proposto lui stesso. È andato a parlarne
allo zio.
Elisa: Ma non lascerai mica il teatro, no? Sarebbe un
peccato!
Donata: Pare di sì. È contrario. Non vuol saperne.
Elisa: Ma a te non sarebbe possibile!
Donata: Io ancora non so. Ho tutti i miei impegni, da cui
non sarà facile sciogliermi. Ma non sono soltanto gl'impegni...
Elisa: Eh, lo capisco! Se si tratta di questo...
Donata: Non c'ero preparata neanch'io. Me l'ha detto:
poco fa. Io non gliel'avevo nemmeno chiesto.
Lo feci - tu
intendi - soltanto per... volevo liberarmi.., ma sì, fors'anche
della vita! - Quello che ho provato in questi giorni... È
inverosimile! - Io dico che, da soli, o di nascosto dentro di
noi, anche in presenza degli altri, siamo pazzi. - Io, figurati
- provare anche una spavalda soddisfazione d'averlo potuto fare
alla fine - sì, sì - una soddisfazione come per un'inferiorità
superata, anche per la mia professione d'attrice - e anche verso
le altre donne.
E appunto verso le altre donne (quelle che tu mi
dici le più indignate) ho provato a mettermi... così - non
ridere - sul mento - negli occhi - la sfida, come
un'improntitudine che ormai non dovessi più lasciare - come una
già del tutto spregiudicata, che accetta la posizione... sì, di
donna che ha accolto l'amore fuori d'ogni legalità, ammettendo
ormai come niente che tutti possano credere che sì, avendolo
fatto una volta... farlo ancora, come tutte le altre...
E
questo, capisci, pur sentendomi d'averla data vinta a chi se
l'aspettava... e d'esser venuta meno così... - No no, non era
inevitabile, come tu dici! - E poi, per non provarci in fondo -
ti giuro alcun piacere; anzi, se debbo dirti, una vera
sofferenza; forse... sì, con questa sola soddisfazione, di
sentirla come una cosa che la donna deve fare per quietare in
lei un uomo - e di provare, dopo, anch'io questa quiete, grande,
per un attimo, senza più pensare, per non turbarmela, a ciò che
m'è costata, compensandomene con la gratitudine tenera e un po'
vergognosa ch'egli mi dimostra.
Questa, mi immagino, è l'unica
cosa che possa veramente stabilire il legame. L'affetto...
Su
tutto il resto, chiudere gli occhi, per riaprirli soltanto in
questo affetto riconoscente; e salvare tutto così.
Elisa: Eh, ma gli uomini adesso, cara, pretendono che
debba essere la donna, invece, a restar grata a loro, del
piacere che loro le danno.
Donata: Loro?
Elisa: Perché la donna è divenuta così stupida d'averlo
dato loro a vedere - sì sì - fino al punto che ne hanno ormai
acquistato la più profonda convinzione - e si fanno anche
pregare!
Donata: Ma non è vero!
Elisa: Che, non è vero? Eh, capisco che tu devi attendere
che nasca per te ancora bene - l'amore...
Donata: Ma sì, io l'amo!
Elisa: Ma non ancora «con lui».
Quando amerai con lui -
allo stesso modo e allo stesso tempo che lui - sarà un'altra
cosa... vedrai...
Donata (levandosi, turbata): Io so per ora che, in
certi momenti, come me lo vedo davanti - lì - così sicuro in
quel suo corpo agile e pronto - (Sì, è bello! ma tutto lì, ma
tutto lì! mentre io ... in quei momenti, vedi? se mi
s'accosta... non so, io lo odio!
Elisa (sorridendo): No! che dici!
Donata: Sì, sì! Perché non posso essere nelle sue braccia
una cosa soltanto sua... un corpo - là - e nient'altro, che
diventa suo... Mi sento tutta sconvolgere - provo anche ribrezzo
di me stessa...
Se è questa tutta la vita che m'aspettavo! Vuoi
che sia in questo tutta la mia vita?
Elisa: Ma no, certo! Perciò ti dico che non devi lasciare
il teatro!
Donata: No no, non penso adesso al teatro! Vedessi almeno
come sarà...
Elisa: È troppo presto!
Donata: Sì, certo, è troppo presto...
Elisa: Bisogna che t'intenda con lui...
Donata: Sfugge, sfugge - non può fermarsi un momento a
pensare... Ed io...
S'interrompe, perché ritorna col pensiero a ciò che Elisa ha
detto prima.
Sì, forse è vero quello che tu dici.
Vorrei anch'io difatti in
quei momenti sentire il contrario - non d'essere io, là, una
cosa sua, ma che fosse lui, invece lui, mio! - Non è; non è
perché io non sono nulla, sento che non sono nulla in quel
momento con lui; e provo allora una sfiducia che mi gela, che
m'avvilisce e mortifica; come se in fondo fossi stata spinta da
una curiosità che m'abbia forzata a vincermi, o dal bisogno di
provare anch'io...
Elisa: Non è niente - questo - credi! - Sì, lo capisco...
Ma aspetta, aspetta...
Non c'è stata in te l'attesa... la
preparazione... E non hai ancora tanta confidenza con lui, da
poterti difendere.
Donata: Come, difendermi?
Elisa: Imparerai! imparerai! In principio è così! - Lo
costringerai intanto a fermarsi - questo sì - e a cercare con
te, d'accordo, - senza sfuggire - una maniera di vivere che ti
contenti. È così buono, in fondo, come un fanciullo...
Donata: Sì, e così estroso...
Elisa: Se ti ama poi tanto e ti vuole sposare...
Donata: Eh sì, forse sono io... che vuoi che ti dica...
Ma credevo, capisci? che appena entrata in una vita mia, subito
mi si sarebbe chiarito tutto; che sarei uscita, intendo,
dall'incerto in cui vagavo prima. Ma che! Non è vero! È peggio!
E in questa incertezza, vedi? contribuisce a tenermi anche lui
che mi dice che dev'esser così... tutt'a caso, come vien
viene... i fatti della giornata...
Elisa: Eh già... la vita, com'è...
Donata: Anche tu dici così? Ma allora è vero!
Elisa: Che, vero?
Donata: Questo mio smarrimento allora è naturale:
quest'ansia...
Non c'è veramente, non ci può essere nulla di
certo... La volontà, sì, la volontà di farcela, una vita, il
bisogno di farla consistere in qualche modo, com'è possibile...
- eh sì, com'è possibile, perché non dipende più da noi
soltanto, ci sono gli altri - i casi - le condizioni - e chi ci
sta più vicino - che possono contrariarci, ostacolarci - non sei
più tu sola, in mezzo a tutto questo increato che vuol crearsi e
non ci riesce - non sei più libera!
E allora... allora dove la
vita è creata liberamente, è là invece, nel teatro!
Ecco perché
mi ci sono sempre trovata subito, sicura - là sì! E il vago,
l'incerto che sentivo prima, non dipendevano dal
non avere io ancora una vita mia: ma che! no! è peggio, è peggio
averla!
Non comprendi più nulla, se t'abbandoni ad essa
perdutamente. Riapri gli occhi, e se non vuoi lasciarti andare a
tutto ciò che è solito, che diventa abitudine, solco, monotonia
che non ha più colore, sapore, allora è tutto incerto di nuovo,
instabile; ma con questo: che non sei più come prima; che ti sei
legata, compromessa con ciò che hai fatto, e in cui è così
difficile impossibile trovarti tutta intera, sicura. - Lo
comprendevo anche prima; ma ora lo so, lo so per prova!
Dimmi,
dimmi almeno di lui... che almeno sappia di lui qualche cosa che
ancora non so.
Elisa: Sai che non ha altri parenti all'infuori dello
zio...
Donata: Sì, questo lo so. E questo zio?
Elisa: Lo vedesti da me.
Donata: Sì, il conte Mola - -
Elisa: - un vero signore, perfetto gentiluomo -
Donata: - Elj dipende da lui?
Elisa: Sono stati sempre insieme, come padre e figlio.
Donata: È figlio d'una sorella di lui, lo so, morta
giovane.
Elisa: Ecco, sì. Ma in che rapporti stiano propriamente
tra loro, non saprei dirtelo.
Credo però che Elj debba avere
anche del suo, dalla parte materna, la dote... Sono - almeno,
hanno fama - di molto agiati.
Donata: Vorrei saperlo, perché - tu comprendi - se Elj
dipendesse da lui -
Elisa: - ah, ma lui farà sempre tutto quello che vorrà il
nipote!
Donata: Tu l'hai più veduto?
Elisa: Sì; e c'è stato anzi qualche urto tra noi. È
molto irritato, capirai!
Donata: Contro di me?
Elisa: Non contro di te propriamente; contro di lui: è
stato messo alla porta ... E poi, per lo scandalo...
Un uomo
come lui... tutto appuntato con gli spilli ... martire delle
forme... L'ha offeso il modo...
Ma son sicura che per te...
Donata: Sai se, per caso, non avesse qualche idea per il
nipote?
Elisa: Ah sì, credo... Ma a proposito! Tu non sai quello
che fece Elj alla Nina, quella sera? sai, quella ragazzina...
Donata: ... che non mi credeva sincera?
Elisa: Sì, quella. Ah, una delle sue! Proprio feroce,
sai!
Donata: Non so nulla! Che fece?
Elisa: Ma sì... pare che, per farla tacere, le abbia
detto o fatto... non si sa bene che cosa ... parla di
«suggello»... «patto suggellato»... e si preme con le mani la
bocca ...
Noi la trovammo lì boccheggiante, che gridava ajuto,
soffocata...
Donata: Ah sì?
Elisa: Puoi immaginarti, poverina, innamorata di lui come
una gatta. Ne è come impazzita... sì, sì tuttora...
Donata: E tu sai che lo zio avrebbe veduto bene...?
Elisa: Sì, suppongo - d'accordo con la nonna... sai,
quella vecchia, la marchesa Boveno...
Ah, è furibonda! la
marchesa è furibonda!
Donata: Sarà andata a gridar vendetta allo zio?
Elisa: Eh, figurati!
Donata: Ci sarà di mezzo allora anche questa ragazzina -
ora - per lo zio
Elisa: Ma no; che vuoi che sia! non è cosa a cui si possa
dare importanza! Una ragazzata! Il conte è seccato per le
conseguenze che ha portato... lo scombussolamento momentaneo di
quella poverina...
Si ode a questo punto dall'interno la voce del conte Mola.
Il conte Mola: Permesso?
Elisa: Ah, eccolo! Vuoi che vada?
Donata: Aspetta un po'. - Avanti!
Il conte Mola (entrando, forzandosi di vincere
l'imbarazzo): Buon giorno, Donata... Cara Elisa ...
Donata: Buon giorno ...
Elisa: Caro conte...
Donata: S'accomodi...
Il conte Mola: Grazie.
Donata: Ed Elj?
Il conte Mola: Elj... ecco se mi permette, questa volta,
gli ho reso la pariglia: ho lasciato io lui fuori, per poter
parlare posatamente...
Elisa (alzandosi): Allora io ti lascio, Donata...
Il conte Mola (alzandosi subito anche lui): No, io
avrei caro, invece, che lei restasse, Elisa...
Elisa: Ma se avete da parlare... io non so...
Donata: Se il conte stesso desidera che tu rimanga...
Il conte Mola: Sì, lo desidero; sapevo che lei era qua;
me lo disse Elj; mi sono appunto affrettato a venire, per
trovarla ancora qua...
Elisa: Ah... bene... allora (a Donata) se anche tu
vuoi...
Donata: Ma sì, figurati, resta! Io però tengo a dir
subito che tutto questo...
Si alza smaniosa; si passa le mani sulla faccia.
Dio mio, no...
scoppia a ridere
non potete immaginare come tutto questo mi sa di teatro...
Elisa: Oh bella!
Donata (sempre ridendo, male, convulsa): Ma sì...
Una scena preparata, a tre, con Elj lasciato fuori... Debbo
mettermi qua?... Là? che posa debbo prendere? mi metterò a
recitare... forse un pochino meglio di voi, scusate...
Il conte Mola (imbarazzatissimo): Ma no...
perché... perché le pare così? ...
Elisa (guardando il Conte e ridendo con Donata, per
contagio): Sì sì... curioso... come l'hai detto... anche a
me, anche a me, ora, sta facendo quest'effetto ... Ma guarda che
idea!... Forse perché è teatrale anche la vita, cara!
Donata: Eh no, scusate! - Allora, il teatro! Almeno là si
è sicuri che tutto avverrà come deve avvenire, sino alla fine...
No, conte, mi scusi! Per me è grave, è grave! C'è di mezzo la
mia vita; sono ora qua viva, io, in uno stato che lei può bene
immaginarsi... So quello che ho fatto - guardi - non pretendo
nulla.
Se a lei ha recato dispiacere; se lei aveva altre idee
per suo nipote e non approva - ecco - la prego, lasci la
posatezza, tutto il suo garbo - io non sono in grado di
sopportare più nulla; ho bisogno in questo momento di sapere a
che attenermi. - Lei è contrario? Lo dica!
Il conte Mola: Ma io... ecco...
Donata: È contrario. - Sta bene. - Mi risponda: Elj ha
bisogno del suo consenso?
Il conte Mola: Ma no... io...
Donata: Mi risponda, mi risponda - sì - no - per carità!
Elisa: Ma no, aspetta, Donata, così non è possibile...
Il conte Mola: Io non sarei affatto contrario, se...
Donata: Se...? dica, la prego! Le ripeto che ho bisogno
di sapere!
Il conte Mola: Se non me ne lascia il tempo, scusi...
Elisa: Calma, calma, cara... Siediti qua, accanto a me...
Prego, conte...
Il conte Mola: Mi dispiace ora veramente d'aver lasciato
fuori Elj.
Elj sporge a questo punto il capo dall'uscio; ma il Conte non
se n'accorge e prosegue:
Il conte Mola:
se questo ha potuto dar l'impressione...
Elisa (scorgendolo): Eccolo qua Elj! Come il
diavolo!
Elj (entrando d'un balzo): Che diavolo! Come
l'Angelo Salvatore!
Allo zio:
Vedi? te l'avevo detto io?
Il conte Mola (alzandosi, adirato): Ah, ma io
posso parlare apertamente anche davanti a te, sai!
Elj: E sì parla! sfogati! buttami in faccia tutto quello
che vuoi!
Il conte Mola: Volevo risparmiare a lei (indica Donata)
di farle conoscere la mia riprovazione, la mia indignazione per
il tuo modo d'agire!
Donata: Ma quello che Elj ha fatto, l'ho voluto anch'io!
Elj: No, aspetta! Ha detto che non te la voleva far
conoscere!
Allo zio:
Be', e ora che gliel'hai fatta conoscere?
Il conte Mola (a Donata): La mia riprovazione è
soltanto per lui.
Elj: Perché t'ho portata qua! Tu non potevi neanche
volerlo: non davi più segno di vita! - E lui è così offeso
perché chiusi anche a lui la porta in faccia - non è vero?
Donata: Ma ad andare sulla lancia lo sfidai io: lui non
voleva!
Il conte Mola: Ah no no, mi scusi, Donata: è proprio per
questo! lui non doveva accettare la sua sfida, approfittare
dello stato in cui lei si trovava!
Donata: Ma non poteva saperlo, Elj, il mio stato...
Elj (con impeto): Era così bello! così coraggioso!
divino! Tu non ne sei pentita!
Non ne sei pentita! Non ne puoi
essere pentita!
Donata: No, Elj, no!
Elj: Non mancherai a te stessa! Non mi mancherai! Non mi
mancherai!
Donata: No! no! - ma dobbiamo ora vedere
Elj: - niente vedere! ci sposeremo! tu sei mia! - Lui è
così irritato anche per ciò che feci prima.
Il conte Mola: Ah, indegno, indegno quello che hai fatto!
Donata: Questa complicazione, veramente...
Elj: Ma no, che complicazione!
Allo zio:
Oh, basta ora con quello che ho fatto! Le ho dato quello che
voleva, per levarmela d'attorno! Finiamola!
Mi volete mandare
all'ergastolo per un bacio a una ragazzina che non si voleva
levare di mezzo?
Elisa (non potendo trattenersi dal riderne): Ah,
fu un bacio?
Il conte Mola: Non ne rida anche lei, Elisa, la prego...
Elj (a Donata): Lì per lì, capisci? non trovando
altro modo... mi seccava... bene: un bacio - affar finito!
Il conte Mola (fremendo): Lasciamo andare,
lasciamo andare! Non ti permetto d'aggiungere la derisione!
Donata (a Elj, per fargli intendere le ragioni dello
zio): Il conte sarà amico della marchesa...
Il conte Mola: Da tanti anni, molto amico, Donata. Non si
fa così! La vita non è una burla, e tanto meno una follia.
Io
sono vivamente costernato anche per lei, cara Donata... mi
consenta che la chiami così...
Donata: Ma sì, ma sì; io la ringrazio anzi...
Elj (cercando d'abbracciare lo zio): È
tanto buono, te l'ho detto...
Il conte Mola (respingendolo, risentitissimo): Ma
no, lasciami, ti prego! Io non sarò sempre il tuo zimbello!
A Donata:
Mi faccia il piacere, Donata... Io non posso proprio davanti a
lui...
Elj: Bene bene, sta' tranquillo, parla a tuo agio: me ne
rivado - ecco - me ne rivado!
Ma non la pigliare ancora così,
per carità! E sopra tutto, non me la umiliare, non me la
umiliare...
Via.
Il conte Mola: È pazzo! È pazzo!
Elisa: È così... (a Donata:) tu hai detto bene:
«estroso»...
Il conte Mola (raffibbiando, convinto): È
pazzo!
Elisa: Non mi spaventi la mia Donata...
Donata: Ma no, io, figurati... se è per questo... Anzi,
che sia così...
Il conte Mola: Io non dico che per un momento non possa
anche piacere; ma credano che vivere con lui...
Io l'ho lasciato
fare finora...
Elisa: Questa è un po' colpa sua...
Il conte Mola: Ma non c'è verso, amica mia, di dominarlo
con la ragione vede?
Si riesce appena con un po' d'affetto, se
egli lo sente... sì, dico, per il freno che lui stesso riesce a
imporsi per non spaventare e non tenere in continuo palpito chi
gli vuol bene!
Elisa: Eh, però questo è anche bello!
Il conte Mola: Sì, questo l'ha, perché è di natura
affettuosa.
Elisa: Dunque vede...
Il conte Mola: Ora io ecco, dico...
esita, a Donata:
- mi permette?
Donata: Ma sì, ma sì, mi dica!
Il conte Mola: Ecco: un conto, io dico, è la sua vita, la
vita d'un giovanotto, come finora l'ha avuta - sempre facile e
così purtroppo fuori dell'ordinario... tutta grilli... (creda,
non si tiene! non si tiene!)... un capriccio dopo l'altro... mai
conti da fare, mai conti da rendere... e senz'alcun senso di
responsabilità (ignora tutto, non conosce neppure i limiti delle
sue sostanze, quantunque, debbo dirlo - senza vizii e schietto -
non abbia mai sperperato troppo) (i suoi capricci sono
pericolosi sopra tutto per la sua incolumità)...
Ecco, con una
vita così... e la facilità con cui crede... (e s'inganna!
s'inganna!) di aver trovato in lei tutt'a un tratto la compagna
ideale, la compagna voglio dire di tutte le sue stravaganze,
delle sue pazzie, capisce (io non riesco forse a esprimere la
mia costernazione ...).
Donata: Comprendo, comprendo ciò che lei vuol dire: la
mia vita lei non crede ch'io la possa affidare a lui, così,
cecamente?
Il conte Mola: No, ecco, dico: un altro conto è la sua
vita, Donata! la sua vita che è preziosa... che non le sarà
stata certo mai facile...
Donata (fosca, recisa): No - mai.
E si alza, come non potendo più contenere un'ambascia che le
fa impeto dentro.
Il conte Mola: Lo credo bene! Chi sa che le deve essere
costata!
Difficoltà d'ogni genere, lotte, amarezze - per
arrivare dov'è arrivata!
Donata: Ah sì sì - difatti - arrivata! Ma sa fin dove,
conte ... arrivata?
Fino al punto di gettarla via - là... - Se
non era lui che mi salvava ...
Elisa (colpita dal subitaneo alteramento di Donata):
Ma no, cara, che dici?
Donata: Sì - proprio così - se vuoi saperlo!
Non so bene
ciò che avvenne in me in quel momento di terrore, sbattuta nel
mare - quella morte urlante - liquida e di piombo - so che
chiusi gli occhi proprio per morire. - A questo, ecco, a questo,
conte, ero arrivata!
Il conte Mola: Difatti, sì, ricordo, ce ne disse lei
stessa qualcosa, quella sera; e forse quanto ci disse - è
niente! - Ma deve pur tener conto - mi pare - che dopo tutto
però - sì, dico - lei ha vinto!
Donata: Dopo tutto - sì: ma è così appunto, sa, quando si
vince come ho voluto vincere io.
Il prezzo della mia vittoria -
a me, donna - qua, nelle mie mani, sa che cosa è parso? io,
donna, come l'ho sentito?
Come un insulto - sì! Io donna, io
donna, dico! Perché, a me donna, sarebbe stato anche facile, sa,
far vincere l'attrice - e facile, allora, facile anche per me,
la vita! - bastava insudiciarla, questa vittoria, anche un poco,
non molto, con lodi che andavano all'attrice, perché la donna le
aveva procacciate.
Non aver mai potuto tollerare questa
confusione - della donna e dell'attrice - l'aver voluto salvare
l'orgoglio dell'attrice che vuol vincere sola, per quel che vale
- questa presunzione di credere che quanto c'era in me di nuovo,
di vivo nella mia arte, questo soltanto e nient'altro mi dovesse
bastare per vincere... - ho vinto, sì, ho vinto sola - oh, sola
come in cima a una montagna, nel gelo... - mi sveglio, apro gli
occhi in mezzo a un silenzio e a una luce che non conosco, e a
cose che per me non hanno senso... - che donna sono più? com'è?
com'è? che sento? dove mi trovo? che ho nelle mani, che non ho
più nemmeno la forza di sollevarle? quest'orgoglio d'aver vinto?
sì, come un macigno, buono soltanto da legarmelo al collo per
affogare: ecco tutto, quando non se ne può più!
Vi giuro che si
pensa alla fine, si pensa se ne valeva la pena! Bisogna che la
dia alla fine qualche cosa la vita, la dia, la dia... - io ho
dato tutto me stessa... sempre, senza mai pensare a me... - e
vedermi trattata come se non dovessi sentir nulla, come se fossi
di marmo... o con certe impudenze... cose, sa? di quelle che
torcono le visceri dentro, come una fune; ... e notti, notti, a
piangere lagrime di sangue, senza veder più la ragione di star
perdendo così gli anni migliori della vita... senza un conforto,
senza una gioja...
Ho vinto, sì, ho vinto... ma eccomi, così...
Non ne posso più, non ne posso più...
Elisa (commossa, andando a lei, come ad accoglierla in
sé): Cara! Cara! Lo vedi! Lo vedi quello che vale la tua
vita?
Il conte Mola: Tutta la sua arte... quel che l'è
costata... queste lagrime... tanta nobiltà... - Egli non ne sa
nulla!
Donata (risolvendosi): Sì, questo è giusto:
bisogna che egli lo sappia.
Elisa (incalzando): Non ti conosce! Non t'ha mai
veduta.
Il conte Mola (c.s.): Eh già! - quella che lei
veramente è - quello che vale una vita come la sua! - Appunto
questo volevo dire! Ecco! Bisogna che egli sappia che valore ha,
il dono che lei gliene vuol fare!
Elisa (c.s.): Sì, sì, anche per lui, Donata! Non
puoi abbandonargliela così, come se non ti fosse costata nulla!
Donata (rigida, fissando gli occhi nel vuoto): E
anche per me. Sì.
Dev'essere una prova - anche per me. Ne ho
bisogno io stessa.
Sento ora che ne ho bisogno io stessa.
Elisa: Una prova? Che vuoi dire?
Donata: Sì. Se io - io - posso avere anche una vita.
TELA
|