da
Di cose un pò
Questa commedia è stata scritta da
Pirandello nel 1932, un paio di anni dopo i due capolavori Questa sera si
recita a soggetto e Come tu mi vuoi. È stata dichiaratamente
composta per Marta Abba, che, alla prima rappresentazione a Napoli, Teatro dei
Fiorentini, 4 novembre 1932, ne ha interpretato la protagonista femminile,
Donata Genzi. Donata non è solamente la protagonista, è il personaggio attorno
al quale ruota tutta la vicenda, il personaggio che incarna il problema
principale che sta a cuore al drammaturgo, e sul quale in vari modi si è
soffermato in tutte le commedie scritte negli anni Venti, dopo i Sei
personaggi in cerca d’autore: il rapporto fra l’attore e il personaggio;
fra la vita come si svolge interpretata sul palcoscenico e la vita come
attributo fondamentale dell’identità dell’interprete.
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Trovarsi,
il titolo, è il termine che utilizza proprio Donata quando, alla fine di ogni
rappresentazione, nel camerino mentre si toglie il trucco, si chiede chi sia la
persona riflessa nello specchio: e si rende conto che la domanda non ha
risposta, ovvero che le riesce impossibile trovare, dietro la maschera del
personaggio appena interpretato, una identità che sia propria.
La commedia inizia con una
discussione fra convenuti nella casa di Elisa, un’amica di Donata, presso la
quale l’attrice ha accettato di trascorrere un mese di riposo lontano dalle
scene. Il tema è la natura della sua interpretazione dei personaggi come
avviene sulla scena. Ci si chiede quale sia il carattere della donna, quali
siano i suoi reali sentimenti, e se fra i tanti corteggiatori ci siano stati
anche degli amanti. Recitare nella vita quotidiana o infondere vita reale ai
personaggi interpretati? Tutti ne riconoscono la bravura; alcuni tuttavia si
chiedono come ella possa interpretare sentimenti senza mai averne avuta
esperienza diretta; altri sostengono che per dar corpo ai sentimenti del
personaggio sulla scena non sia necessaria un’esperienza diretta, ma occorra
disporre di intuito e capacità di tradurli in comportamenti. E analogamente, a
coloro che si domandano chi sia veramente Donata, altri rispondono che non
esiste una sola Donata, ma tante, quanti sono i personaggi cui dà vita. Donata,
presa nella discussione, non sa rispondere a questi dubbi, e sente sgomento nel
profondo in quanto si rende conto che una risposta le sia necessaria, e
soprattutto le sia necessaria una identità dalla quale possano emergere
sentimenti che siano propri e non traduzione di quelli dei personaggi
interpretati. L’emergere di questi conflitti interiori la isola dal contesto, ed
ella si allontana dalla compagnia dei convenuti. A questo punto l’attrice
incontra un giovane, Elj Nielsen, che le appare dotato di grande vitalità.
Figlio di un marinaio norvegese morto in un naufragio, è marinaio egli stesso;
vive con uno zio, il conte Mola, che lo mantiene; ama la natura, il rischio,
ripudia l’intimità e la vita ordinaria della borghesia benestante. Fra i due
nasce un reciproco interesse. Donata è curiosa, vuol capire di più il senso di
una vita elementare, come quella professata dal giovane, che potrebbe
restituirle quell’identità che non riesce a trovare. Quando egli le confessa di
avere intenzione di uscire in mare con la barca nonostante il mare agitato e la
navigazione pericolosa, Donata non ha esitazione e gli chiede di portarla con
sé, attirata dall’idea di una sfida che ponga in palio la vita stessa.
Nel secondo atto si viene a sapere
che la barca ha fatto naufragio, e che i due si sono salvati per miracolo. Anzi,
Donata stava per affogare e Elj l’ha salvata portandola a riva semisvenuta.
Quindi, anziché riportarla alla casa dell’amica Elisa, egli la porta a casa
propria. Fra i due nasce un intenso amore. Quello di Elj è un amore semplice,
ardente, che si accende al solo contatto con l’amata. Quello di Donata, pur non
essendo meno intenso, è attraversato dall’immagine dei comportamenti amorosi da
lei vissuti sulla scena nell’interpretazione dei diversi personaggi; per
esempio, il semplice gesto di scompigliare affettuosamente i capelli dell’amato,
così gradito dall’uomo, in lei rievoca scene simili vissute sulla scena, e in
questo si sente quasi risucchiata dai personaggi delle commedie, mentre
quell’identità che l’amore per il giovane sembrava averle fatto ritrovare, si
affievolisce. Fra i due il discorso torna allora sul teatro: Elj vorrebbe vivere
con la donna una vita semplice, priva delle regole comportamentali della
borghesia, lasciando che la fantasia, l’improvvisazione, la ricerca siano il
loro orizzonte di riferimento; non ama il teatro, che lo considera l’esatto
contrario del suo modo di intendere la vita, e vorrebbe imporre a Donata di
abbandonarlo. Donata tuttavia non può farlo. L’identità scoperta nell’amore si
scontra con l’esigenza di sviluppare e far vivere le identità dei personaggi che
interpreta; mentre prima di incontrare Elj, Donata non era in grado di trovare
la propria identità, e viveva per rendere reali le vite dei suoi personaggi,
ora, sentendo crescere dentro di sé l’amore per una persona reale, sente anche
il sorgere di una propria identità la quale tuttavia confligge con le identità
dei propri personaggi che persistono in lei e sembra che vogliano soffocare la
sua nuova ritrovata. Il conflitto riporta nell’animo di Donata uno stato di
tensione che sembra non trovare una via d’uscita.
La via d’uscita sarà trovata nel
terzo atto. Donata torna a recitare: lo fa come una prova, mettendo a confronto
sulla scena le due identità: quella sua propria, sorta dall’amore per Elj, e
quella del personaggio scenico. Ma anche Elj dovrà affrontare una prova: dovrà
conoscere i veri problemi di Donata, che finora sembrano essergli sfuggiti, e il
modo vero di conoscere la donna è quello di sentirne la vita pulsare nel corso
della recitazione. Elj di malavoglia accetta la prova, ma non riesce e
concluderla. Prima della fine del secondo atto esce disperato. Le parole, i
comportamenti di Donata sulla scena riproducono parole e comportamenti che egli
ha vissuto con lei nelle intense giornate del loro amore; e non è tollerabile
che altri possano ricevere quelle manifestazioni d’amore che egli considera
proprie. Elj finisce per fuggire. Non intende né vuole aspettare Donata
nell’albergo. Torna nella città ligure dove avevano convissuto il loro amore. Se
Donata vuole vivere con lui dovrà lasciare il teatro e raggiungerlo. Donata a
sua volta, al termine dello spettacolo si affretta a rientrare per raccontare a
Elj di avere superato la prova e che l’identità propria è riuscita ad aver
ragione nel suo animo delle identità dei personaggi scenici, e che quindi il suo
animo è ora completamente libero. Ma Elj non c’è, se ne è andato, non l’ha
aspettata. Donata capisce che non è possibile affidare la propria identità a una
relazione nella quale l’altro capo non rappresenta un punto di sicurezza. E così
rinuncia a raggiungerlo.
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Biblioteca dei Classici Italiani
Commedia in tre atti, scritta nel luglio-agosto 1932,
dedicata a Marta Abba, che per prima la porterà in scena al Teatro dei
Fiorentini di Napoli il 4 novembre 1932. Lo stesso anno fu pubblicata nella
raccolta Maschere nude di Mondadori.
Il problema della propria identità, dolorosamente
complesso per chiunque, si complica ulteriormente nell'attrice Donata Genzi,
impegnata a dare tutta se stessa a personaggi che la sua professione le impone
di impersonare sulla scena.
Quando la giovane Nina l'accusa di non poter essere
sincera perché rappresenta con lo stesso slancio e con la stessa bravura parti
opposte, risponde: «Sono ogni volta come mi vuole la parte con la massima
sincerità». Ma proprio perché vive nei suoi personaggi, ogni volta, in ciascuna
parte, non è più lei. Vive dunque nella finzione? Lo nega animatamente: «È tutta
vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua
espressione. Non si finge più, quando ci siamo appropriati questa espressione
fino a farla diventare febbre dei nostri polsi... lagrime dei nostri occhi, o
riso della nostra bocca ... ».
Ma dopo la recita, in cui si realizza
un'identificazione così profondamente vissuta, viene il momento «veramente
orribile»: rimane «sola a mani vuote» di fronte allo specchio del suo camerino,
con la pena di «non trovarsi». Le manca una vita sua, un amore suo che la
impegni nella vita quotidiana al di là del teatro e l'aiuti a sentirsi donna, a
trovarsi.
Il grave vuoto che avverte in sé a questa
riflessione, nata dalla conversazione con gli ospiti della sua più cara amica,
nella cui casa s'era recata per riposarsi, la induce a cercare la morte
spingendo il giovane svedese Elj Nielsen a prendere con lei il mare in una notte
di grande tempesta. Nonostante l'abilità di Elj, la barca fa naufragio e il
giovane riesce a portare l'attrice in salvo a nuoto. Con lui Donata, presa dalla
sua bellezza, tenta l'esperienza dell'amore, con lo slancio proprio della sua
natura; ed Elj Nielsen, spirito avventuroso e anticonformista, sembra in grado
d'assecondarla in pieno. Con lui dovrebbe vivere in libertà una vita intensa,
lontana dal teatro al quale Donata non sa rinunciare; ma la causa del loro
dissidio non si riduce banalmente al fatto che Donata vuol continuare nel suo
lavoro di attrice: ha più profonde radici nella personalità di lei, nel suo modo
d'essere attrice e donna, di amare sulla scena e di amare nella realtà del
rapporto con Elj. Questi, quando assiste per la prima volta a una sua recita,
finisce per fuggir via disgustato, senza nemmeno capire che Donata sta recitando
male, perché è impacciata all'idea di ripetere gli atteggiamenti amorosi presi
con lui, ora che per la prima volta ha una vita «sua». Egli ritiene che Donata
si stia comportando nella scena proprio come si comporta con lui nell'intimità;
ne riconosce «ogni gesto, ogni mossa» e gli sembra un profanazione del loro
amore. Donata, da parte sua, all'uscita di Elj dal teatro, recupera la sua
sincerità e il suo slancio, recita con particolare passione e ottiene al terzo
atto un grande successo.
Nella vita Donata non può essere diversa da come è
sulla scena, non può essere snaturata. Non può rinunziare alla vita dell'arte
che addiziona alla sua esperienza individuale una più vasta e più ricca
esperienza. Elj avrebbe dovuto capirlo. Ora non le resta che continuare a
vincere sulla scena ottenendo il consenso e il plauso degli spettatori, come in
quella sera, per sé e per la sua arte. Non si riaccosterà più alla vita intesa
egoisticamente come limitazione delle proprie possibilità d'essere. Chiede di
rimanere sola, perché: «Non ci si trova alla fine che soli». La commedia si
conclude con le parole, che Donata pronuncia, dopo essersi alzata in piedi di
scatto, con le braccia aperte: «E questo è vero... E non è vero niente... Vero è
soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova».
Chi recita e chi scrive, recita o scrive la vita
degli altri, rinunciando in tutto o in parte a vivere la propria vita per
aderire a un'esistenza di livello superiore. La fiera conquista di Donata è
nell'accettazione di dedicarsi tutta alla vita dei suoi personaggi, trovando
nella creatività di questa scelta la compensazione alla mancanza di una vita
comune fuori dalle scene.
È un atteggiamento titanico, che esalta i valori
creativi dell'arte e suscita ammirazione: ma si intuisce chiaramente quanta
sofferenza alla grande attrice sarà riservata, nei momenti di pausa che anche la
più alta tensione morale reca con sé, quando sarà di nuovo in solitudine di
fronte allo specchio.
La commedia è tutta fondata sull'essere e
sull'apparire: l'essere nella vita e l'apparire in teatro come attrice dando
vita ai personaggi nati dalla fantasia creatrice del drammaturgo.
Secondo atto
Donata giace ferita, 20 giorni dopo il naufragio
nella notte tempestosa in cui sfida con Elj il mare in burrasca: Donata
abbraccia troppo Elj che cerca di calmarla e di non affogare insieme a lei:
come estremo tentativo la morde sulla testa (vedere riferimento al Conte
Ugolino) provocandole una ferita difficile da guarire. Restano insieme da quella
notte e scoprono il reciproco amore. Elj le chiede di sposarlo
Terzo atto
Comincia con Elj e lo zio che si trovano in albergo e
parlano della rappresentazione che si sta tenendo in teatro, nella quale Donata
è la protagonista
È evidente l'aspetto autobiografico: Donata è la
stessa Marta Abba ed Elj è l'amore che Marta cerca coniugando vita e
rappresentazione teatrale, mentre Salò rappresenta Pirandello, che così bene
dipinge il ruolo dell'attrice e la differenza dei due modi di essere.
Italo Borzi
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PERSONAGGI
Donata Genzi, attrice
Elj Nielsen
Il conte Gianfranco Mola
Elisa Arcuri
Carlo Giviero,
La marchesa Boveno
Nina, sua nipote
Salò
Volpes
Un dottore
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Enrico, cameriere di Elisa
Una cameriera
Un’altra cameriera d’albergo
Tempo presente.
Il primo e il secondo atto, in Riviera;
il terzo nella camera d’un ricco albergo in una grande città.
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1975 - Trovarsi -
Rossella Falk, Ugo Pagliai |
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Biblioteca dei Classici Italiani
A Marta Abba
Atrio della villa Arcuri in Riviera. A sinistra, la scala
scoperta, di legno, con guida, che conduce ai piani superiori. Si vede, del primo, il ballatojo su cui dànno gli usci delle
stanze sovrapposte. Sotto questo ballatojo, nel fondo, in mezzo,
l'uscio che immette nella sala da pranzo: uscio a vetri
smerigliati. A destra, appartato, un angolo, le cui pareti son
formate da scaffalature di libri, intorno alle quali corre una panconata di cuojo. Un tavolino è nel mezzo, con portafiori,
portasigarette, portacenere, ecc. Ricchi mobili moderni, da atrio.
Sono in iscena, al levarsi della tela, il cameriere Enrico e
la cameriera, presso l'entrata per ricevere gl'invitati.
Il
primo ad arrivare è Carlo Giviero, giovane maturo, vicino alla
quarantina, molto elegante, in smoking, viso pallido, di quelli
che oggi in società si sogliono definire «interessanti», bella
capigliatura nera, abbondante, bene acconciata, con la
civetteria di qualche filo d'argento, statura alta, smilzo, aria
annojata, leggermente ironica. Il Giviero è dottore di medicina;
ma, ricco, non esercita la professione, studia e scrive per
diletto saggi di psicologia molto letterarii. Appena entrato, si
sbarazza del soprabito leggero e del cappello, e domanda, ma
come se già lo sapesse, tant'è vero che s'avvia alla scala:
Giviero: Su?
Enrico: Su, sissignore.
Giviero (alla cameriera): Meglio?
La cameriera: S'è levata; scenderà per la cena.
Giviero: Bene bene.
Dalla scala, salendo: E l'ospite - la Genzi - è arrivata?
La cameriera: Sì, oggi, alle quattro.
Giviero: Col vento...
Picchia a uno degli usci sul ballatojo, apre, entra.
Enrico (alla cameriera, rimasti soli): Chi sia
poi, l'ho ancora da capire.
La cameriera: La Genzi? Come! Non l'hai mai sentita?
Enrico: Io no, mai. Che fa, canta?
La cameriera: Ma no, che canta! Recita.
Enrico: Ah. Credevo artista di canto.
Entra la marchesa Boveno con la nipote Nina. Quella, enorme,
pesante, ma vera signora: questa, una tombolina, vivace e
arguta, con due occhi che forano e il nasino ritto che fiuta e
frugola da per tutto.
Nina è afflitta e stizzita per la sua
statura da bamboccetta, più proclive ad allargarsi in formosità
da donna che ad allungarsi in flessuosità da fanciulla. La
trattano da bambina, un po' buffa, e questo la tiene in continua
irritazione. Nina vorrebbe essere una signorina «sportiva». La
nonna, anch'essa un po' buffa nella sua sapiente antichità,
sebbene spregiudicata, la comanda a bacchetta.
Tutt'e due
entrano con gli scialli, la nonna col cappello, Nina in capelli. La nonna ha l'affanno.
La marchesa Boveno: Buona sera.
A Nina:
Dài dài, Nina, sbarazzati.
Alla cameriera:
Ho voluto portarli. Tira un ventaccio!
Nina: Potevi, il tuo soltanto.
La marchesa Boveno: Anche tu, all'uscita, ti rimetterai
il tuo; senza «no no»; sì sì; e finiscila, perché comando io!
Ai camerieri:
Non c'è più estate; più stagioni! Anche il tempo è
diventato impertinente.
Botta a Nina.
Nina: Devo sentir freddo per forza...
La marchesa Boveno: Devi, sicuro, se lo fa! Ragazzine
moderne, tutte caldo. Lo sport! (Impudiche!)
Ai camerieri:Ma come? Non c'è ancora nessuno?
La cameriera: Sì, signora marchesa: su.
La marchesa Boveno: Oh Dio mio, salire? Io, le scale...
La cameriera: Ma no, se vuole, può trattenersi anche qua.
Enrico: Scenderanno tra poco per la cena.
La marchesa Boveno: Ah, bene.
Nina: È arrivata la Genzi?
La cameriera: Sì, signorina.
Nina: Oh guarda. Credevo di no.
La cameriera: Con la corsa delle quattro.
La marchesa Boveno (a Nina, deridendola): «Credevo
di no»! Perché credevi di no?
Nina: Non so... Così... Allora vado su!
La marchesa Boveno: Aspetta! Dove su, se non la
conosci?
Nina: Ma no, su dalla signora Elisa dico.
La marchesa Boveno: Ah, bene. Di' all'Elisa...
Alla cameriera:
Non sarà mica ancora a letto?
La cameriera: No, signora marchesa: s'è levata dopo
mezzogiorno.
Enrico: È anche andata alla stazione...
La marchesa Boveno: A ricevere l'amica, ho capito.
A Nina:
Bene, va' su...
Alla cameriera:
Chi c'è?
La cameriera: Il conte Mola. -
Enrico: - ed è salito adesso il signor Giviero.
La marchesa Boveno: Se c'è Mola, sono tranquilla. Be',
di' all'Elisa che aspetto qua per non fare le scale.
Nina comincia a salire, e la Marchesa va a sedere, dicendo:
La marchesa Boveno:
Una volta o l'altra, di questo passo, divento tartaruga.
Si apre sul ballatojo l'uscio per cui poc'anzi è entrato
Giviero, e il conte Mola comincia a discendere, fermando Nina
che sale. Il conte Mola è sulla cinquantina, bruno, robusto,
capelli d'argento, piccoli ma folti baffi ancora neri, forse un
po' con l'ajuto di qualche mistura, elegantissimo; dotato di una
fine assennata bonomia.
Il conte Mola: No, no, giù Nina, giù. S'aspetta tutti
giù.
Ai camerieri: Contrordine. Non sale più nessuno.
Dirà questo ancora dalla scala, sporgendosi dalla ringhiera.
I camerieri, da giù, s'inchineranno e si ritireranno per l'uscio
in fondo, ov'è la sala da pranzo.
Nina (ancora col Conte sulla scala, ma cominciando a
ridiscendere): Ma è salito Giviero...
La marchesa Boveno (da giù, udendola): Stupida!
Il conte Mola: Vedi intanto che io discendo...
Nina: Perché Giviero è salito?
La marchesa Boveno: Stuuupida!
Il conte Mola (già disceso con Nina): Queste
ragazze sono terribili, cara marchesa!
La marchesa Boveno (a Nina): Domando come fai a
pensare che il conte sia disceso perché è salito Giviero?
Nina (con aria ingenua): Ma no, io non l'ho
pensato, nonna.
Giviero è salito; il conte è disceso, dicendo
che non deve più salire nessuno...
La marchesa Boveno: E allora?
Nina: Niente, nonna. Giviero è salito; il conte è
disceso.
La marchesa Boveno: E lo ripete!
Nina: Non è così?
Il conte Mola: Sarà così; ma non c'è proprio bisogno che
tu lo dica, ragazza mia!
Pausa.
Il Conte va a prendere da un tavolino una sigaretta e
l'accende.
Nina (rimasta assorta, coi tondi occhi invagati e
nasino all'erta): Deve avere una gran paura la signora Elisa
dell'incontro di questa sera di Giviero con la Genzi.
Il conte Mola: Oh
là là!
La marchesa Boveno: Quest'altra! Sei matta?
Nina: Alla spiaggia hanno detto che Giviero aveva prima
la sua garçonnière tutta parata dei ritratti della Genzi...
Il conte Mola: Ma non s'è mai sentito dire che ne sia
stato...
Nina: - l'amante: lo dica!
La marchesa Boveno: Ma Nina!
Nina: Oh Dio, nonna, si sa!
Il conte Mola: Io avrei detto l'amico... Ma non si sa
nient'affatto: né di lui, né d'altri, del resto.
La marchesa Boveno: Uh, poi! non esageriamo:
un'attrice... amanti...
Il conte Mola: Ne avrà avuti; ma il fatto è che non s'è
mai potuto attribuirgliene uno con precisione.
La marchesa Boveno: Saprà fare, Mola, saprà fare; non
chiudiamo gli occhi! La virtù, oggi, come va vestita...
Il conte Mola (cavalleresco): Non è propriamente
un abito, marchesa!
La marchesa Boveno: Ma non dovete neppure lasciarla nuda,
caro, se volete che si difenda!
Occhiata alla Nina, che rimane impassibile come un fantoccio.
Basta. Cambiamo discorso.
Nina (dopo una pausa, sempre come un fantoccio):
La mia paura è invece un'altra: dell'incontro di Elj con la
Genzi.
La marchesa Boveno: Elj? o dov'è Elj?
Il conte Mola: Toh, guarda! Pensavo proprio a lui...
Nina (strana, come assente): Lo so.
Il conte Mola: Come fai a saperlo?
Nina (c.s.): Perché non è qua; e lei vuole
che venga.
Il conte Mola: Appunto!
Ma si figuri, marchesa, che s'è
messo in testa d'andar di sera, e con questo mare, sulla sua
lancia a vela!
La marchesa Boveno: Pazzia! Tira un vento...
Il conte Mola: E ha visto che mare?
Nina: Ma lo lasci andare! Meglio cento volte per lui che
vada sul mare, anziché venire qua!
La marchesa Boveno: Questa è matta! Farnetica! Che ti
scappa di bocca, stasera?
Guardate, Signore Iddio, come parla!
Nina (c.s. assorta): Perché vedo!
La marchesa Boveno: Che vedi? La finisci? Ma guardate che
occhi! Oh, ti scuoto io, sai! (E la scuote.)
Nina: Inutile: vedo, vedo...
Il conte Mola: Che Elj corre pericolo?
Nina: Sì.
Il conte Mola: Se va sul mare!
Nina: No, se viene qua.
Il conte Mola (scrollandosi): Ma fa' il piacere!
Facendosi alla porta in fondo e chiamando:
Ehi, Enrico!
Nina: Oh Dio, lo fa venire, nonna, lo fa venire!
Il conte Mola: Sicuro che lo faccio venire!
La marchesa Boveno: O che importa a te, se lo fa venire?
Il conte Mola: Ma l'aveva giurato, che sarebbe venuto. E
ho il permesso d'Elisa di mandarlo a chiamare.
A Enrico, che s'è presentato sulla soglia:
Fatemi il favore, Enrico...
Nina: No, no...
La marchesa Boveno: Oh insomma, la smetti, Nina?
Il conte Mola (seguitando, ad Enrico): Sì, mio
nipote. Credo sia ancora a casa. O sarà andato al Bar del Sole.
Insomma, cercatelo e ditegli a mio nome che non tardi ancora a
venire, anche così come si trova, non importa... e che avete
l'ordine di non ritornare senza di lui.
Enrico annuisce, s'inchina ed esce.
Nina: Dio volesse che s'adìrasse per un ordine così
ridicolo!
Il conte Mola: S'adirerà senza dubbio; ma verrà, per non
darmi un dispiacere.
Credi che s'adirerà di più sapendo la
ragione per cui tu vorresti che non venisse.
Nina: Lei non sarà così ingeneroso da dirglìelo!
Il conte Mola: Glielo dirò! Glielo dirò!
Nina: Se lei glielo dice, io -
La marchesa Boveno (subito, minacciosa, come a parare
che dica): Tu?
Nina (è per piangere): Niente. Lo farò pentire.
E scappa, convulsa, nel giardino.
La marchesa Boveno: Ohi, dico...
Il conte Mola: Lasciate, marchesa! Bisogna rispettare le
grandi infelicità dei bambini. Ne sono commosso.
La marchesa Boveno: È incredibile! Non l'ho mai veduta
così!
Entrano Volpes e Salò. Il primo, sui cinquant'anni, piccolino
e baffuto, coi capelli grigi-ferruginei, a spazzola, che pare
abbiano avuto un colpo di vento di traverso; bruno, sporco, si
stira spesso con due dita il labbro inferiore grosso e pendente;
l'altro, d'uguale statura e fors'anche più piccolo, ha invece,
sotto i capelli grigi, alti ed estrosi, un'aria arguta e chiara,
giovanile; naso erto, aquilino, che dà l'impressione di non
esser messo bene a posto, per cui tiene la testa piegata
indietro e il mento in fuori, quasi a sorreggerlo senza farlo
cadere.
Volpes (salutando): Buona sera, marchesa. Caro
Gianfranco.
Salò (salutando la sola Marchesa): Marchesa...
La marchesa Boveno: Ah, giusto voi due! Fa piacere
vedervi insieme. Polo Sud - Polo Nord.
Volpes: Siamo stati sempre in ottimi rapporti...
La marchesa Boveno: ... personali, lo credo bene. Ma
quando scrivete...
Volpes: Naturale, marchesa. Io, Sud, trapassato; lui,
Nord, ultragiovine!
Al conte Mola, indicando Salò:
Ma tu non conosci?...
Il conte Mola: Non ho l'onore...
Volpes (presentando): Il conte Gianfranco
Mola. Salò.
I due si stringono la mano.
Il conte Mola: L'arte, come eterna, non dovrebbe avere
età.
Salò: Ma il guajo è che poi, come donna, ama la moda.
Alla Marchesa:
E la Genzi?
Volpes: Ah, già, la Donata?
La marchesa Boveno: Ancora non è discesa.
A Volpes:
Lei che la chiama «la Donata»...
Volpes: Oh, così per uso... tutti...
La marchesa Boveno: Ma dica, come donna... che tipo è?
Il conte Mola: Una buona figliuola, dicono.
La marchesa Boveno: Voi tacete!
Volpes: Sì... forse...
La marchesa Boveno (a Mola): Ah, ecco vedete che
dice «forse»?
Volpes: L'ho avvicinata poco, veramente... È venuta su,
da poco... Da quando io sto giù... Ma non è per questo.
Ha fama
di...
La marchesa Boveno: ... leggera?
Volpes (subito): No no! Piuttosto...
La marchesa Boveno: ... capricciosa?
Volpes: Ma non nel senso di fatua, no! Scontenta.
Inquieta.
Ecco, insomma... una donna difficile, direi... non...
non certo «amabile».
La marchesa Boveno: Ho capito. Superba, scontrosa.
Volpes: No no: scontrosa, forse; ma non superba; non per
carattere, almeno. E l'animo in lei... - come potrei dire
Salò: Permetti? La marchesa vuol sapere che tipo è «come
donna». L'errore è qui, mi scusi, marchesa.
La marchesa Boveno: O perché?
Salò: Perché un'attrice non è più definibile «come
donna».
La marchesa Boveno: Volete dire che recita anche nella
vita?
Il conte Mola: Senza volerlo, per deformazione
professionale...
Salò: Ma no, nient'affatto!
Non ho voluto dir questo.
Sarebbe allora definibilissima: «una donna che recita anche
fuori della scena». Genere esecrabile.
Io dico l'attrice, una
vera attrice, com'è la Genzi, cioè che «viva» sulla scena, e non
che «reciti» nella vita.
La marchesa Boveno: Be', sarà pure in qualche modo, nella
vita; e si potrà dir come!
Tranne che per voi una «vera» attrice
non sia più una donna!
Salò: Una no; ecco: tante donne! E per sé, forse,
nessuna.
Scende dalla scala col Giviero la signora Elisa Arcuri, sui
trent'anni, magra, capelli biondi innaturali, naso accentuato,
occhi di turchese, aria di donna molto vissuta. Sente,
scendendo, le ultime parole della Marchesa, e quelle di Salò, e
dice, salutando:
Elisa: Oh povera la mia marchesa, alle prese con questo
cattivone di Salò! Caro Volpes! E Nina?
Il conte Mola: In giardino.
Elisa: La mia Donata? Non dia ascolto a Salò, marchesa. E
la più cara e semplice creatura di questo mondo.
La marchesa Boveno: Ma mi vuoi dire - scusa - come tu
l'hai conosciuta?
Elisa: Come? Eh, da piccola; compagne di scuola!
La marchesa Boveno: Ah, ma allora... Credevo da poco
tempo...
Elisa: Amica, sì, da poco tempo. Posso dire, ritrovata.
N'avevo perduto quasi ogni memoria.
Quando cominciò a essere per
tutti «la Genzi», mi ricordai d'un tratto che avevo avuto
da piccola per compagna di scuola una di questo nome, Genzi, e
che si chiamava proprio Donata: una ragazzina timida, gracile,
sempre appartata... Tanto che non mi parve in prima ammissibile
che potesse esser lei. Le scrissi. Era lei!
M'invitò ad andarla
a trovare una sera nel suo camerino a teatro.
Si ricordava di me
anche lei, non solo, ma mi fece sovvenire di tante cose ch'io
avevo dimenticate e lei no - piccole cose d'infanzia... cose da
nulla, ingenue... Per dirvi com'è!
La marchesa Boveno: E ti s'è affezionata?
Elisa: Subito! Ma sempre in giro, capirà... ci scriviamo!
Ora l'ho invitata a passare qua da me qualche settimana, con la
promessa che non l'avrebbe vista nessuno, perché ha veramente
bisogno di riposo.
Giviero: Nostalgia...
Elisa (urtata): Che c'entra «nostalgia»? Di che?
Giviero: Dico, questa sua amicizia per voi...
Nostalgia
della sua anima bambina... della freschezza dell'infanzia
lontana...
Salò: Possibile, sì... Il piacere di ritrovarsi, con voi,
in un ricordo lontano di se stessa.
Elisa: Ma quando? ma dove? Non pensiamo più, né io né
lei, alle bambinate nostre d'allora...
Nina (che sarà rientrata dal giardino, senza farsene
accorgere): Io non la posso credere sincera.
Sorpresa di tutti.
Salò: Oh Nina! E di dove scappi fuori?
La marchesa Boveno: Ha sentenziato! Sentenzia, lei. Tutta
questa sera non ha fatto altro che sentenziare.
Salò: Ma tu hai gli occhi rossi!
Nina: Sfido! Ho pianto.
Elisa: Oh povera Nina! E chi t'ha fatto piangere?
Nina: Il conte.
Elisa: Oh cattivo!
La marchesa Boveno: Non è vero! Io, se mai, e
giustamente.
Il conte Mola: No, scusate, marchesa: se mai, la Genzi;
di cui dice d'avere una gran paura.
La marchesa Boveno: Ah, già!
Elisa: Tu, paura, Nina?
Nina: Io, no. Non ho paura di nessuno, io.
Il conte Mola: Ha paura per Elj... - che intanto mi tiene
veramente in pensiero!
Salò: Dov'è?
Il conte Mola: Non lo so! Dovrebbe essere qua. Mi promise
che sarebbe venuto...
Elisa: Ha mandato a chiamarlo?
Il conte Mola: Ma sì, da un pezzo... Non vedo ancora
nessuno...
Salò: Be', verrà...
Nina: Speriamo di no!
Elisa: Ma che paura hai, tu, Nina, per Elj della mia
povera Donata?
Nina (impronta, rivolgendosi a Giviero): Ecco, lo
dica lei, Giviero, che paura ho.
Giviero (restando, con tutti gli altri): Io? Oh
bella! E come posso saperlo? perché lo domandi a me?
Nina: Perché tutti, questa mattina alla spiaggia, hanno
detto che nessuno la conosce meglio di lei.
Giviero (prendendola in ridere): Ah, in effigie,
ho capito: la storia dei ritratti!
Qualche stupido che ha veduto
e ha voluto malignare. Fortuna che li ho ancora tutti e potrei
mostrarli!
Nessuno che abbia una dedica o una firma; ritratti in
vendita...
Nina: Ma tanti, Dio mio!
Giviero: Tanti - appunto - tanti - non uno solo - e tutti
diversi l'uno dall'altro.
Mi son serviti per uno dei miei studii
sulla mimica dei sentimenti...
Volpes: Oh guarda, non lo sapevo... Pubblicato?
Giviero: No, lasciato lì...
Elisa: E Donata lo sa?
Giviero: Ma no, come volete che lo sappia? Mai
avvicinata, mai parlato con lei.
Nina: Ma che fa, non scende?
Elisa: M'aveva promesso che sarebbe scesa; ma non so... È
arrivata molto stanca, e anche... m'è parso... turbata.
Non deve
star bene.
La marchesa Boveno: Soffre di qualche male?
Salò: Ah sì, d'un gran male, per la sua età:
insidiosissimo e irrimediabile.
Giviero (ironico): L'amore?
Salò: No. Perfettamente il contrario.
La marchesa Boveno: Come sarebbe?
Salò: È semplice, marchesa. Mancanza d'intimità.
Nina: Ecco lui, adesso!
Salò: Che, io?
Nina: Eh, nonna dice che sentenzio io! Sentenzii tu,
adesso, mi pare.
Salò: Rispondo a tua nonna che ha domandato di che male.
Il conte Mola: Vive sola?
Volpes: Ch'io sappia...
Elisa: Sì, sola, sola.
La marchesa Boveno: Non ha parenti?
Volpes: Ah sì, la madre che vive, credo, con un fratello.
Salò: Ne parla qualche volta, ma nessuno li ha mai
veduti.
Volpes: Dicono che il fratello...
Elisa: Ma sì, ma sì! Per carità, non ne parlate davanti a
lei!
Volpes: Oh, io non so neppure se sia vero! Me l'hanno
raccontato.
Elisa: È vero, è vero; e non potete immaginare quant'ella
ne abbia sofferto.
Il conte Mola: Perché, il fratello... che cosa?
Volpes: Mah! pare che sia stato il primo ad ammettere...
La marchesa Boveno (seguitando la frase): ... che
quando una si mette a far l'attrice... ma sì, via, si sa!
Elisa (risentita; poi, per cortesia, attenuando):
Che si sa? Non si sa nulla invece, creda, marchesa; proprio
nulla!
Il conte Mola: Ve lo dicevo, io...
Elisa (a Volpes, seguitando): E lei, poiché ha
parlato del fratello, dovrebbe anche raccontare il seguito di
codesta storia.
Volpes: Ma io non la so!
Elisa: Lo so io! E non me la piglio neanche tanto col
fratello, che infine, sciocco, sapendo com'è facile malignare,
parlandosi d'attrici - per metter le mani avanti a difesa del
suo stupido amor proprio maschile, ammise... sì, che le
attrici... «ma sì, perché no? anche mia sorella!» - tutto
questo, così, leggermente, in un crocchio d'amici, ridendo e
scrollando le spalle! Come Donata venne a saperlo, ne fu... oh!
ferita nel più profondo dell'anima.
Non volle più vederlo. E non
ha più riveduto d'allora in poi neanche la madre.
La marchesa Boveno: Ammiro, ma... è un'assoluta
anormalità, ne converrete!
Il conte Mola: Già, e poi... la madre... dico...
Elisa: La madre, messa al bivio, preferì di seguitare a
vivere col figlio.
Salò: Ecco, «normalmente», marchesa! In una casa
costituita «normalmente», forse dicendole: «Ti sarei d'impaccio,
carina mia»... «Tu hai certo bisogno di tutta la tua libertà ...
» Cose vere, badiamo, verissime. Non c'è da darle torto.
C'è
soltanto da negare che la «normalità» delle galline possa
intendere il volo disperato d'una gru.
La marchesa Boveno: Grazie, Salò, per le galline.
Salò: Ma no, marchesa, Dio me ne guardi, non dicevo per
lei!
La gallina è la morale comune, borghese, con tutti i suoi
preconcetti e pregiudizii.
Si giudica dalla professione:
un'attrice!
La marchesa Boveno: Ma no, caro, si giudica naturalmente
anche da ciò che si vede e che tutti sanno...
Salò: Bravo! Appunto! E quando non si sa nulla? Si
seguita a credere lo stesso, perché, comunemente, un'attrice...
Ecco il preconcetto, il pregiudizio!
La marchesa Boveno: Sarà il caso d'una rara eccezione...
Salò: Ma una vera attrice, creda marchesa, è sempre una
rara eccezione.
Quando diventa donna come tutte le altre e si fa
una vita per sé e se la vuol godere, nella misura che se ne
lascia prendere finisce d'essere attrice.
La marchesa Boveno: Come se ci fosse un'incompatibilità!
Salò: C'è! E si chiama «abnegazione», nel senso più
proprio della parola: «negare se stessa, la propria vita, la
propria persona, per darsi tutta e darla tutta ai personaggi che
rappresenta».
Invece comunemente si crede che per l'attrice
l'arte sia soltanto una scusa al malcostume.
Volpes: Permetti? Vorrei domandarti come fa una attrice a
dar vita ai suoi personaggi, se non ne ha nessuna per sé, né sa
che cosa sia: amare, per esempio, se non ha mai amato?
Salò: Ah già! Tu sei quello dell'esperienza, me ne
scordavo!
Che, per sapere, bisogna prima provare. Io so invece
che ho provato sempre soltanto ciò che m'ero prima immaginato.
La marchesa Boveno: Oh bella! Non ha mai dunque provato
una disillusione, lei?
Volpes: Ecco appunto l'esperienza!
Salò: La disillusione? Ah, grazie! Per te sono queste le
esperienze?
Volpes: I fatti - certo - non l'immaginazione!
Salò: Ma, caro mio, quando m'è arrivato qualcosa che non
m'aspettavo - da una persona - da una sensazione - io non ho
fatto nessuna esperienza; al contrario!
La marchesa Boveno: E che ha fatto?
Salò: Non ho compreso più nulla.
Tutti scoppiano a ridere, come per una battuta spiritosa;
invece Salò ha risposto sul serio; tant'è vero che rincalza:
Salò:
Sì, marchesa; appunto perché il fatto non ha risposto all'idea
che me n'ero formata. Non ho compreso più nulla.
A
Volpes: Te ne farai, al più, un'altra idea, che non sarà
più quella; finché non t'avvenga il caso favorevole che ti farà
esclamare: «Ah, ecco, è così, questo è l'amore», perché l'amore
l'avrai riconosciuto, questa volta, nell'idea che te n'eri già
formata.
Ed ecco allora la vera esperienza per te; mentre
l'altro resterà il caso contrario, la prova fallita, il
disinganno.
Ma credi sul serio, scusa, che per amare ci sia
bisogno di sapere come si ama?
La marchesa Boveno: Dio mio, saperlo non sarà come non
saperlo!
Volpes: E tutte le donne lo vogliono sapere, e come!
Salò: D'accordo! Chi ti dice di no? Ma quando una attrice
l'avrà saputo?
Siamo sempre lì: o una disillusione o proprio
quello che s'era immaginato.
Non c'è bisogno ch'ella «sappia»
l'amore per sé; basta che intuisca come lo sente il personaggio
da rappresentare.
Per lei, se lo sente, non lo vedrà mai. Il
sentimento è cieco. Chi ama, chiude gli occhi.
Nina: Ah, eccola che scende.
Si fa silenzio.
Donata Genzi appare sulla scala, in abito da
sera, e comincia a discendere.
È pallida, turbata in volto, con
una piega dolorosa nella strana bocca tragica.
Negli occhi
grandi, dalle ciglia molto lunghe, ha un che di fosco e di
smarrito.
Tutti si voltano a guardarla, alzandosi.
Elisa si
muove per accoglierla e far le presentazioni.
Elisa: Permetti, cara, che ti presenti la marchesa Boveno
- Il conte Mola (Salò, Volpes, li conosci).
Salò: Cara Donata...
Volpes: Lietissimo, signorina, d'averla tra noi...
Elisa: Carlo Giviero, tuo «studioso» ammiratore...
La marchesa Boveno: Ah già, brava, «studioso»; perché
pare abbia fatto uno studio sulle sue immagini, sa?
Donata: Ah sì? Non ne ho una sola che mi contenti...
Nina: Le ha tutte!
Giviero: Non tutte! Quasi tutte. Le più espressive.
Pausa di sopravvenuto imbarazzo.
Elisa (finendo, in quest'imbarazzo, le presentazioni):
... E Nina, nipote della marchesa.
Salò (tanto per rompere il silenzio): La terribile
Nina!
Nina (scattando, tutt'accesa in volto): Senti,
Salò, non cominciare, o me ne vado!
La marchesa Boveno (riprendendola, aspramente):
Nina!
Nina: Ma no, scusa, nonna, non voglio essere la pietra
d'affilare, se non sapete più parlare davanti a lei, come avete
fatto finora.
Elisa (con tono di lieve rimprovero): Ma che
cos'è?
Salò: Non sappiamo più parlare? Chi te l'ha detto?
Possiamo invece seguitare benissimo...
Elisa (a Donata): Si parlava naturalmente
di te...
Volpes: O piuttosto, dell'attrice in generale...
Il conte Mola: E non si diceva altro che bene...
Nina: Di lei, sì! non dell'attrice in generale.
Salò: Non è vero! Di quelle, se mai, che non sono da
considerare vere attrici, sostenevo io.
Ma del resto, tu che hai
il tupé di sbattere in faccia a tutti la verità, perché non
confessi d'aver sentenziato che per te la Donata non può essere
sincera?
La marchesa Boveno: Bravo, Salò!
Donata (a Nina, divertendocisi): Non si confonda!
È bello! Risponda, subito! Su!
Nina: Non mi confondo! Non mi confondo! È per la nonna...
La guarda, come trasecolata.
Tu approvi ... ? tal che dicevi?...
La marchesa Boveno: Che dicevo? Sono pronta a ripetere
tutto quello che ho detto ...
A Donata:
La conosco come attrice, non come donna; e volevo sapere ...
Donata (con semplicità sorridente): Se sono
sincera?
Nina (subito): No no! questo lo negavo io; e sa
perché? perché le ho visto sostenere le parti più opposte, e
tutte con lo stesso calore di verità. E allora ho pensato che
lei...
Donata: ... non possa essere ugualmente vera nelle parti
più opposte? Perché no? Io non c'entro...
Sono ogni volta come
mi vuole la parte, con la massima sincerità.
Giviero: Salò sosteneva una cosa molto interessante: che
un'attrice non ha bisogno di conoscere per propria esperienza la
vita; basta che sappia intuire quella del personaggio che deve
rappresentare.
Donata: Mi par giusto.
Nina: Veramente Salò diceva «l'amore», non la vita!
Giviero: È lo stesso!
Donata: «Chi ama, chiude gli occhi», ho inteso. Molto
grave, per me, se è così; perché io, gli occhi...
Salò: Non li chiuderete mai? È naturale! Siete attrice
per questo.
Donata: Ma no, io dico nella vita...
Salò: Sì, cara. Perché avete questo in più di tutti noi:
che potete vivere davanti a uno specchio!
Donata: Come, davanti a uno specchio?
Salò: Ma sì, guardate: se a uno di noi per caso avviene
di sorprendersi di sfuggita in uno specchio nell'atto di
piangere per il dolore più cocente, o di ridere per la gioja più
spensierata; subito il pianto o il riso ci son troncati
dall'immagine che n'abbiamo, riflessa in quello specchio.
Giviero: Verissimo! Ne può far la prova ognuno.
Basta
vedersi: non si può più né piangere né ridere. L'immagine
arresta.
Salò (a Donata): Ebbene, voi avete al contrario
questo dono: di poter vivere sulla scena, sapendovi guardata da
tutti, cioè con tanti specchi davanti, quanti sono gli occhi
degli spettatori.
Donata: Ma io non vedo gli spettatori, né penso mai che
ci sono, recitando.
Salò: Ecco: potete vivere davanti a loro, come se non ci
fossero!
E credete pure che gli occhi li chiudete anche voi,
istintivamente, nelle scene d'amore, quando v'abbandonate.
Donata: Ah sì? Io non lo so...
Salò: Senza saperlo, senza volerlo, li chiudete.
Giviero: Ho io una sua immagine così...
Donata: Con gli occhi chiusi?
Giviero: Sì, presa in gruppo, in un finale d'atto.
Salò: E se poi un giorno, nella vita, come vi auguro, vi
avverrà di chiuderli davvero, per conto vostro, mia cara amica,
ebbene voi vi copierete. Ecco tutto!
A Volpes:
Tant'è vero che non c'entra l'esperienza!
La marchesa Boveno: Però, scusate, è pure una bella
condanna, io dico, amare in pubblico, alla vista di tutti, senza
poi saperne nulla per sé!
Donata (sorridendo, mentre gli altri ridono): Ma è
pur l'unica possibilità di vivere tante vite...
La marchesa Boveno: È tutta vita in noi. Vita
che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua
espressione.
Non si finge più, quando ci siamo appropriata
questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri
polsi... lagrima dei nostri occhi, o riso della nostra bocca...
Paragoni queste tante vite che può avere un'attrice con quella
che ciascuno vive giornalmente: un'insulsaggine, spesso, che ci
opprime...
Non ci si bada, ma tutti disperdiamo ogni giorno... o
soffochiamo in noi il rigoglio di chi sa quanti germi di vita...
possibilità che sono in noi... obbligati come siamo a continue
rinunzie, a menzogne, a ipocrisie...
Evadere! Trasfigurarsi!
diventare altri!
La marchesa Boveno: E non essere mai niente per noi
stessi, Dio mio, in una «nostra» segreta vita?
Giviero: Certo, un'attrice non può più avere segreti per
nessuno.
Donata (facendosi più fosca): Perché non può?
Giviero: Eh, scusi, se lei stessa dice che sulla scena si
rivela tutta in tutte le possibilità d'essere che sono in lei,
che segreti vuole più avere? Noi la conosciamo, non solo com'è,
ma anche come potrebbe essere!
Donata: No! Solo come potrei essere, se mai! Perché,
sulla scena, non sono mai io.
Come io sono veramente, scusi,
vuol saperlo lei, se non lo so io stessa?
Giviero: Ma sì, certo!
Nina: Ha le fotografie!
Giviero: No: ho gli occhi!
A Donata:
Lei non può vedersi; mentre noi spettatori la abbiamo veduta.
Donata: Non me! Come amerei io, per esempio, la prego di
credere!
Lei vede come ama questo o quel personaggio ch'io
rappresento!
Giviero: Se lei gli dà il suo corpo, scusi! le sue labbra
per baciare... le sue braccia per abbracciare... la sua voce per
dire le parole d'amore... noi sappiamo come lei respinge o
s'abbandona... le parole nel vario tono con cui le dice... le
espressioni dei suoi occhi, della sua bocca... il suo riso... il
modo per esempio, ho notato - come carezza i capelli o li
scompone sul capo dell'uomo che le piace...
Donata: Io le dico che vivo in quei momenti la vita del
mio personaggio! Non sono io!
Giviero: Ma lei non può essere diversa, mi scusi se
insisto, perché nel personaggio è lei stessa!
Una attrice è di
tutti. Tanto vero - lei deve sentirlo - che s'innamorano di lei,
gli spettatori; non del personaggio!
Salò: E il più grave è questo, amica mia: che quando
creerete a voi stessa il vostro dramma, non vi vedrete più!
Donata: Io vedrò sempre! E forse è proprio questo il mio
dramma.
Giviero: Di non poter chiudere gli occhi?
Donata: Forse, davanti a un pericolo... chi sa!
Volpes: Ecco, buttarsi! buttarsi là, e addio!
Donata: Buttarsi... Ma è questo: l'orrore di... Finché si
resta così... sospesi... da potersi volgere con la mente... qua,
là... a ogni richiamo in noi d'una sensazione, d'una
impressione.. a tante immagini che un desiderio momentaneo può
accendere... o un ricordo rievocare... con quest'alitare in
noi... sì, di ricordi indistinti ... non d'atti, forse nemmeno
di aspetti... ma, appunto, di desiderii quasi prima svaniti che
sorti... cose a cui si pensa senza volerlo, quasi di nascosto da
noi stessi... sogni... pena di non essere... come dei fiori che
non han potuto sbocciare... - ecco, finché si resta così, certo
non si ha nulla; ma si ha almeno questa pienezza di libertà...
di vagare con lo spirito... di potersi immaginare in tanti
modi... Ora, compiere un atto, già non è mai tutto lo spirito
che lo compie... tutta la vita che è in noi... ma ciò che siamo
solo in quel momento... - eppure ecco che quell'atto d'un
momento - compiuto - c'imprigiona, ci ferma lì... con obblighi,
responsabilità, in quel dato modo e non più altrimenti...
E di
tanti germi che potevano creare una selva, un germe solo cade
lì, l'albero sorge lì, non potrà più muoversi di lì... tutto lì,
per sempre... Quest'orrore, ecco, io lo sto vivendo con gli
occhi bene aperti, ogni notte, e proprio davanti a uno specchio,
appena - finita la rappresentazione - vado a chiudermi nel mio
camerino per struccarmi.
Salò: Dev'essere effettivamente per voi il momento più
triste: tornare voi...
Donata: ... E non trovarmi!
La marchesa Boveno: Ma come non trovarsi, mi scusi?
perché?
Davanti a quello specchio si troverà, Dio mio, ancora
così giovine... bella ... Verranno a trovarla amici...
Donata: Sì, qualcuno, qua e là ... M'accompagnano
all'albergo ... a qualche caffè, a far quattro chiacchiere ...
Ma ne ho così poca voglia... e sono spesso così stanca...
Per
fortuna, ho tante cure e così poco tempo da badare a me...
Ma
quel momento (si volge a Elisa) ah sai, cara... è
veramente orribile...
Il teatro s'è vuotato... e tu non puoi
immaginare che squallore spaventoso...
Tutti se ne sono andati,
con qualche cosa di me viva nel ricordo - sì - e io, entrando
nel mio camerino, sono ancora accesa del respiro caldo della
folla che s'è levata ad applaudirmi un'ultima volta sulla scena.
Ma ora lì, sola, a mani vuote, in quel silenzio, davanti a quel
grande specchio sulla tavola che mi rappresenta intorno quegli
abiti vani, che pendono immobili, e me seduta in mezzo, le
spalle curve, le mani in grembo, e gli occhi aperti, aperti, a
fissarmi in quel vuoto... Non li chiuderò mai - mai!
Tutti restano per un momento in silenzio turbati.
Donata, più
turbata di tutti, lo nota; non può più trattenersi; si alza e,
provandosi a sorridere, dice a Elisa:
Donata:
Senti, cara, non ti dispiacerà...
Sarà perché sono così stanca -
devi scusarmi non mi sento proprio in condizione stasera di
restare in mezzo a voi.
Scusatemi anche voi tutti. Mi ritiro.
Si sono alzati a poco a poco tutti.
Donata s'avvia per la
scala; comincia a salire.
Elisa: Se vuoi che ti faccia portare su qualcosa...
Donata: No, grazie. Non potrei. Buona notte a tutti.
Sale tutta la scala, apre sul ballatojo l'uscio della sua
camera. E via.
Tutti restano per un momento in un
mortificato imbarazzo.
Elisa: Vi avevo tanto raccomandato di non parlare davanti
a lei...
Salò (scherzoso): Tutta colpa di Nina!
Nina: Mia?
La marchesa Boveno: Tua! tua! perché hai lasciato
intendere che stavamo parlando...
Giviero: ... di ciò che duole di più in lei, in questo
momento, a vedersi guardata...
La marchesa Boveno: ... la donna! ecco, ci siamo -
A Salò:
Caro mio, avete un bel dire «l'attrice» ... «tante vite»...
quando poi non se ne ha una propria per sé, bene o male!
Volpes: Ma se è lei a non volerla...
Il conte Mola: Ah, ma ne soffre! È così chiaro che ne
soffre!
Volpes (scrollando le spalle): Ne soffre... ne
soffre... Basterebbe che si risolvesse a far come le altre...
Elisa: E non capisce che la trattiene proprio questo? -
di fronte a ciò che tutti s'attendono? il suo stesso fratello
per il primo?
Volpes: Ma non solamente, santo Dio, perché è «come le
altre», ma perché è naturale! Allora, scusate, è puntiglio?
Salò: Sì: se tu la vuoi diminuire. Potrebbe anche essere
un diverso sentire di sé, rispetto alle altre -
Elisa: - ecco! ecco! -
Salò: - per cui «far come le altre» non le sarebbe
possibile.
Si può anche avere sdegno d'una necessità, quanto più
si riconosca comune e naturale.
Il conte Mola: Ah, ma non è allora più l'amore!
Salò: Scusate: mi pare che finora non abbiate inteso
parlare d'altro: «prova», «esperienza», «bocca per baciare»...
Giviero: Perché appunto credo che non sia questione
d'altro. Dignità, intelligenza, non escludono l'ardore del
sangue.
Anche la sua carne sarà carne, perdio! È bella, è
giovane...
Nina (con voce nuova, che stona): Perché non si
sposa?
Salò: Ecco che Nina ha risolto il problema!
Elisa: Eppure è la stessa domanda che le feci io in una
lettera, or è qualche mese.
Volpes: Ma non ci sarebbe neanche bisogno che sposasse!
Prima di tutto, non le sarebbe facile, volendo seguitare a far
l'attrice. Io per me, marito, non lo consentirei.
Né lei del
resto sarebbe disposta, credo, a rinunziare, per ridursi moglie
soltanto.
Salò: Non potrebbe!
Volpes: D'accordo!
Il conte Mola: Ma sposare un attore, per esempio?
Volpes: Con l'esperienza che si ha sul palcoscenico, dei
matrimonii tra artisti? Si sa come vanno a finire tutti quanti.
E poi una come la Genzi non lo farebbe mai.
Secondo me, abbiate
pazienza: va bene, non «come le altre»... ma c'è modo e modo...
Giviero: Questione degli occhi, non avete inteso? Non li
vuole, o non li può chiudere!
Nina: Ah! Ecco Elj finalmente! Dio sia lodato...
Entra Elj, seguito da Enrico che, attraversata la scena, esce
per l'uscio in fondo.
Elj ha ventisei anni; biondissimo, ma
bruciato dal sole, occhi chiari, aspetto esotico, veste da
spiaggia, molto sportivo.
È senza cerimonie. Brusco, e tuttavia,
sognante.
Il conte Mola (subito): Oh! C'è stato proprio
bisogno che ti si mandasse a cercare!
Elj (a Elisa): Buona sera, signora. Buona sera a
tutti.
A Gianfranco:
T'avevo pur detto, mi pare! che sarei andato prima da quello che
doveva riparare la vela.
La marchesa Boveno: Speriamo bene che non gliel'abbiano
riparata!
Elj: Mi dispiace, marchesa: è perfettamente in ordine e
già armata.
Il conte Mola: Ah ma resterà lì, per questa sera, mi
farai questo santo piacere!
Elj: Ma sì, ma sì, eccomi qua, difatti! Sono venuto e me
ne starò qua! Che vuoi di più?
Elisa: Non è grazioso per me, caro Elj, come lo dice... e
per tutti questi miei amici...
Elj: Domando scusa; ma non è per lei, signora, né per gli
amici.
Avevo detto che sarei venuto più tardi, per passare la
sera in loro compagnia; non c'era dunque bisogno che mi si
mandasse a cercare, ecco! Cenare, ho cenato.
Entra dal fondo Enrico ad annunziare:
Enrico: La signora è servita.
Elisa: Ah, bene, andiamo.
A Elj:
Vuol restare qua? vuol venire ad assistere alla nostra
cena?
Elj: Se mi permette, guarderò qua qualche libro.
Il conte Mola: Ma no! Ma no! Vieni di là con noi!
Elj: Temi che scappi?
Elisa: Sarebbe bella! Ma sì, faccia come vuole... Noi
siamo di là; quando vuol venire... Prego, marchesa...
Via tutti per l'uscio in fondo.
Enrico spegne la luce
nell'atrio, che resta in penombra; rimane illuminato l'angolo
dei libri, dove è Elj. Questi sbuffa, tentennando il capo, come
per dire: «Ma guardate un po', non son padrone di fare come mi
pare e piace!». Si volta a scorrere con gli occhi i libri nelle
scaffalature, alla fine ne prende uno, che è un album di
riproduzioni di quadri, e si butta a sedere per guardarle. Poco
dopo rientra Nina, cauta, a spiarlo.
Nina (piano): Elj...
Elj: Ah, tu?
Che vuoi? Vieni a vedere se sono ancora qua? Sono qua!
Sono qua! Digli che mangi in pace! Auff!
Nina: No; ti volevo domandare se volevi che il cameriere
ti portasse qualche liquore.
Elj: Ah... Liquore?
Ci pensa un po'.
Sì.
Nina: Se è vero che hai cenato...
Elj: Ho cenato! ho cenato! Un po' di Cognac! Ma fammi
portare da Enrico la bottiglia!
Così almeno, per dispetto, mi
ubriacherò!
Nina: Bravo, sì, subito! Ubriacati, ubriacati, ma
davvero, sai! Se t'ubriachi, è proprio quello che ci vuole!
E scappa via, in silenzio.
Elj: Perché quello che ci vuole?
Si volta; non la vede più.
Ah, se n'è andata...
Si rimette a sfogliare il libro.
È pazza...
Si rimette a sfogliare il libro.
Una volta o l'altra, finisce che l'acchiappo e la sbatto al muro
come una gatta...
Si rimette a sfogliare il libro.
Toh, guarda... pare lei, ballerinetta...
Posa sulla tavola il libro aperto; vede sulla panconata un
grammofono, di quelli a valigetta, portatile, col disco già
pronto, e lo fa sonare. Si rimette a sedere e a sfogliare il
libro mentre il grammofono suona un jazz.
A un certo punto Elj
si alza sbuffando per interrompere il grammofono.
Entra Enrico
con una bottiglia di Cognac e un bicchierino sul vassojo.
Elj (indicando il tavolino): Ah, bravo. Posa lì.
Enrico: Mi scusi se ho tardato. Sto servendo in tavola.
Elj: Oh, non t'arrischiare a dire che m'hai ajutato ad
armar la vela e a portar la lancia qua allo scalo.
Enrico: Ma che le pare! Stia tranquillo.
Badi però,
signor Elj, che non voglio responsabilità, io. - Il mare, ha
visto, si fa sempre più cattivo.
Elj: Non mi seccare anche tu col mare! Che responsabilità
vuoi avere, se nessuno saprà che m'hai ajutato?
Enrico: Ma io dico per la mia coscienza...
Elj: Va' là, non mi far ridere!
Enrico: Non voglio rimorsi. Io ho obbedito a un suo
ordine.
Ma le dico di non mettere a repentaglio la pelle, appena
suo zio se ne sarà andato a dormire.
Ride sotto il naso.
Lo so che vuol fare così... E già tenere il segreto è per me una
grossa responsabilità.
Elj: Tu non sai nulla di nulla; e il resto è affar mio.
Basta così.
Enrico: Almeno, signor Elj, non beva troppo...
Elj: Ti puoi pur portare la bottiglia.
Enrico: Oh sa? me la riporto davvero! (Via, col
vassojo e la bottiglia.)
Elj: Guarda un po'...
Donata ridiscende dalla scala. Pare un'altra, tanta è la sua
facoltà di trasformarsi tutta. Ha un grazioso impermeabile verde
e una cuffia di cerato dello stesso colore, una sciarpa al collo
di seta azzurra, e stivalini.
L'atrio è ancora in penombra.
Scorge l'angolo dei libri illuminato e vi si dirige.
Elj non si
scompone; non alza nemmeno il capo a guardarla.
Donata resta un
pezzo a mirarlo, prima stupita, poi stizzita da quella
indifferenza. Alla fine domanda:
Donata: Sono ancora di là?
Elj (c.s.): Sì. A tavola.
Pausa.
Donata: E... lei forse aspetta?
Elj: Che finiscano! - Spero non si tratterranno a lungo a
conversare dopo cena, visto che quella che aspettavano non è
arrivata...
Donata: Ah, lei sa che non è arrivata.
Elj: Suppongo. Li ho visti tutti mogi mogi andare di
là... Non so nulla, io. Non m'interesso.
Donata: Non sa neppure come si chiami?
Elj: Chi?
Donata: Quella che doveva arrivare ...
Elj: Ah, non so... un'attrice, mi pare ... Non ho potuto
mai soffrire il teatro, io, s'immagini...
Mi tengono qua, in
cattura, sa? Perché mio zio, sissignori, ha preso sul serio la
sua parte di tutore...
Stasera il mare è grosso... Rida, sì,
rida... è da ridere... Teme che vada sulla mia lancia a vela...
Donata: E non vuole? Rido, scusi, perché, a immaginarla
sotto tutela...
Elj: Ma che tutela, no, più: sono maggiorenne. È che gli
voglio bene. Mi ha mandato a prendere e vuole che stia qua.
Di
tanto in tanto mi manda una certa ragazzina con certi occhi da
basilisco...
Ah, ma forse questa volta ha mandato lei ... ?
Donata: No, stia tranquillo, io non vengo di là.
Elj: Scusi, credevo... È veramente d'un ridicolo così
esasperante...
Donata: Forse però, se c'è qualche pericolo...
Elj: C'è! Sicuro che c'è! Ma questo anzi è il bello! E
allora che? le regate d'acqua dolce, col grecalino in poppa?
Grazie tante! Non mi compravo la lancia!
Io ho il sangue di mio
padre, marinajo svedese, morto in mare a ventisei anni!
Donata: Deve averlo appena conosciuto...
Elj: Non l'ho conosciuto affatto! Sono nato due mesi dopo
il suo naufragio.
E mia madre aspettò giusto fino al punto di
mettermi al mondo, e non un minuto di più, per andare a
raggiungerlo.
Mi pare che questo dica tutto; se mio zio fosse
capace di comprenderlo...
Donata: Fratello della sua mamma?
Elj: M'ha cresciuto lui, qua in Italia. Non conosco che
lui. Ma io sono svedese: Elj Nielsen. Ora basta!
Sono arrabbiato
con me, creda, non con lui; per la mia buaggine che mi fa
sottostare a questo ridicolo, pur di non dargli un dispiacere.
Donata: Non amerà lo sport suo zio?
Elj: Ma nemmeno io, lo sport! Lo detesto, così come è
fatto: trucco, mania o speculazione.
Mi voglio conservare gli
occhi nuovi, io, ha capito? E sto con la natura. Mi guardo da
ogni intimità, come dalla peste.
Non voglio disillusioni. Voglio
che anche gli altri mi restino nuovi. Tutto nuovo.
Il bello per
me è l'improvviso... ciò che non par vero... le sorprese
continue che vengono...
Se considero una cosa da vicino e sto a
pensarci, addio!
Vivere in società? domandare perché uno ha
detto o fatto una tal cosa? È da crepare.
Io voglio restare
estraneo: estraneo.
E nossignori, il gusto di tenermi qua a
suffumigio, a bagnomaria, a ballare soffocato su una pentola che
bolle...
Donata: ... quando sarebbe invece così bello affrontare
il pericolo sul mare tempestoso... - Andiamo!
Mi porti sulla sua
lancia a vela!
Elj (restando): Che?
Donata: Non vuole più?
Elj: Ma chi è lei, scusi?
Donata: Ha bisogno di sapere chi sono? Allora domanda
anche lei come gli altri?
Se vuole restare estraneo! Anch'io,
estranea... Andiamo!
Elj: Ah, lei forse è l'attrice che doveva arrivare?
Donata: Non sa neppure il mio nome! Tanto meglio! La
sfido a imbarcarsi con me sulla sua lancia a vela!
Elj: Ma no, aspetti, signora.
Donata: Non sono signora.
Elj: Signorina...
Donata: Non abbia paura che su me la parola possa
arrossire: lo può dir forte, senza esitare: signorina!
Elj: Signorina...
Donata: Così!
Elj: Ma lei è qua ospite...
Donata: Sì, della mia amica.
Elj: Mi parrebbe di mancare...
Donata: I sono padrona di me!
Elj: Ma almeno prevenire...
Donata: Ha paura?
Elj: Io posso aver coraggio per me; ma paura per lei...
Donata: La dispenso d'aver paura per me: sono io a
volerlo.
Metto alla prova le sue parole: che per lei il bello è
l'improvviso, ciò che non par vero: ebbene: eccomi, andiamo!
Rientra a questo punto Nina, che ha ascoltato le ultime
parole.
Nina: Elj! Ma come, tu vai?
Elj: Non mi seccare!
Nina (a Donata): Con lei? Lei è di nuovo discesa?
Donata: Sì. Ero andata sua riposare. Non mi è stato
possibile. Ho bisogno d'andar fuori, vado al mare...
Nina: No, Elj! Va cercando il pericolo... l'ha detto!
Donata: Appunto, il pericolo!
Nina: ... per chiudere gli occhi?
Donata (a Elj): La faccia tacere!
Elj: Sì, vada! vada! La faccio tacere! M'aspetti un po'
fuori, vengo subito!
Donata esce.
Subito Elj prende Nina per il capo; glielo
rovescia; le suggella la bocca con un violento lunghissimo
bacio; e fugge.
Nina resta tramortita, come folgorata dal bacio;
le si piegano le gambe; casca a sedere sulla panca, convulsa,
avvampata, felice, senza potere articolar suono; poi geme, come
una che rivenga a galla:
Nina: Oh Dio... oh Dio...
E accenna di riprendersi, con grande affanno; vorrebbe
levarsi, non può; alla fine dà un gran grido; si leva, e
correndo verso l'uscio in ondo:
Ajuto! ajuto! Venite! correte! Sono scappati! Tutt'e due...
E cade tra le braccia dei primi che accorrono, sorpresi,
storditi, interrogando a soggetto, in gran confusione.
Camera d'un ricco albergo
in una grande città. Alcova in fondo, con l'arco ornato da una
tenda damascata che nasconde il letto. Vi s'accede salendo uno
scalino. Davanti, è come un salotto, con un gran divano in
mezzo, tavola di stile, poltrone... Sulla tavola, una grande
lampada guarnita di un paralume violaceo. Nella parete sinistra
è l'uscio comune. In quella destra, l'uscio che mette in
comunicazione con la camera accanto, occupata da Elj.
Questa
scena deve essere in forte contrasto con le due precedenti:
cupa, pesante, sovraccarica di densi colori, quanto gaje,
leggere e luminose erano le altre.
Al levarsi della tela, la
scena è al bujo, vuota.
Poco dopo, si sente aprire da fuori
l'uscio a sinistra. Entra Elj, che preme accanto all'uscio uno
dei bottoni elettrici; sbaglia; s'accende soltanto il
lume violaceo sulla tavola, che rischiara appena, lugubremente,
la scena.
Elj appare col cappello in capo, in smoking e ancora
col soprabito nero addosso; attraversa la scena, pallido,
alterato, nervosissimo; va ad aprire l'uscio della sua camera,
che è quasi dirimpetto; entra, lasciandolo aperto: fa lume di là
nella sua camera; e questo lume si riverbererà fortemente sulla
scena attraverso l'uscio aperto.
Breve pausa.
Si sente picchiare
ripetutamente all'uscio di sinistra.
Elj, che non s'è tolto
ancora il cappello e il soprabito, si fa all'uscio della sua
camera e grida:
Elj: Avanti! (E alla cameriera d'albergo che si
presenta): Che volete?
Cameriera: La signorina è tornata?
Elj: No! Lo vedete bene che non è tornata.
Cameriera: Ah, scusi. Credevo che il teatro fosse finito.
Elj: Non è ancora finito.
Cameriera: Bene bene. Apparecchierò più tardi. Scusi.
Fa per uscire; s'imbatte nel conte Mola che sopravviene in
abito da sera, anche lui agitato e in ansia. La cameriera si
scansa; dà luce alla camera ed esce, richiudendo l'uscio.
Elj: Non dirmi nulla, per carità!
Il conte Mola: Ma si scappa così dal teatro?
Elj: Non resistevo più!
Il conte Mola: Potevi almeno aspettare la fine del second'atto,
che si chiudesse il sipario!
Elj: Non resistevo più, ti dico!
Il conte Mola: L'uscita d'uno spettatore, proprio in quel
momento! col gelo che s'era diffuso in sala...
Mi son sentito i
brividi alla schiena!
Elj: Ah, tu, i brividi?
Il conte Mola: Dico per la tua uscita! Potevi almeno non
fartene accorgere! Chi sa che sarà accaduto...
Elj: La mia uscita... chi se n'è accorto?
Il conte Mola: Ma tutti! E tu non sai com'è il teatro in
certi momenti... basta un niente, il minimo rumore!
E lei, ora?
Il terz'atto sarà finito. Ti aspetterà...
Elj: Le ho mandato un biglietto.
Il conte Mola: Che biglietto?
Elj: Che non resistevo più e che l'aspettavo qua. Ma non
la posso più nemmeno aspettare! Non posso più rivederla.
Me ne
vado. Le dirai tu che sono partito.
Il conte Mola: Che? Vorresti partire?
Elj: Ora stesso - torno al mare - in macchina.
Il conte Mola: Ah no! Intanto la macchina non te la
lascio portar via.
Elj: Va bene, prenderò il treno.
Il conte Mola: Oh insomma, vuoi smetterla una buona volta
con codesta furia?
Elj: Non posso sopportare nemmeno l'idea di rivederla, lo
vuoi capire?
E me ne vado perché non mi trovi qua! - Se c'è una
corsa di notte, la prendo; se no, domattina.
Il conte Mola: Ma vorresti partire così, senza dirle
nulla?
Elj: Le dirai tu che l'aspetto là - quando avrà
riacquistato la sua faccia - quand'avrà finito di dare a vedere
a tutti -
Il conte Mola: Ma che dici? Sei pazzo? Non hai visto che
le è accaduto?
Elj: Perché avrà provato vergogna lei stessa...
Il conte Mola: Un disastro! Un disastro!
Elj: Dio! come si fa? com'ha potuto fare una cosa simile?
- mostrarsi fin nella più stretta intimità - com'era stata con
me! - Sotto gli occhi di tutti! - Ho riconosciuto ogni gesto,
ogni mossa!
Il conte Mola: Ma no! Che hai riconosciuto? - Tutt'altro!
Elj: Come tutt'altro! Che vuoi saperne tu?
Il conte Mola: Io l'ho vista prima! com'era prima, in
questa stessa scena d'amore!
Elj: Vuoi far conoscere a me quel suo modo particolare di
guardare nel dir certe cose? e di sorridere, nell'atto di... ?
che non è nemmeno un sorriso, ma la dolcezza di un'implorazione?
Il conte Mola: E non hai visto che non poteva più dir
nulla? né guardare, né sorridere? Una pena!
Elj: Perché io ero là, sfido! Io che ormai sapevo - io
solo!
Il conte Mola: Ma che tu solo! Tutti!
Elj: Ah sì? Quel finir di guardare, quasi per non veder
le parole?
Il conte Mola: Ma sì! Ma sì!
Elj: E quel sorridere, come di bambina che s'imbeve
davanti all'acqua e para le mani, come quando io la volevo
prendere?
Il conte Mola: Ma questa commedia, caro, è stata il suo
maggior successo durante tutta l'annata...
Elj: E allora tutti sanno che è cosi? che fa così? - Ma
se io posso provare - assicurare, assicurare - che non sapeva
nulla - hai capito? - nulla! - Prima, allora, era una finzione?
- O fors'anche dopo, con me...? Ma no!
Ora sapeva, ora sapeva, e
perché sapeva, era così tutta, come trattenuta, a dire... a
fare...
La vergogna ch'io la stessi a vedere... lì, così... a
mostrare a tutti ciò che io solo potevo dire che aveva veramente
saputo con me... E che vorrebbe ora? farlo accettare anche a me?
di mostrarsi così? come d'essere di tutti? Grazie!
Io mi
vergogno per lei, se lei non se ne vergogna! Io non posso
ammetterla, questa finzione!
E tanto peggio, se per lei è come
vero! Io me ne vado! me ne vado!
Mi parrebbe davvero allora di
riprendermela, come dopo ch'è stata di tutti! Grazie! Grazie! -
Dille quello che sento, quello che provo - e che per me non è
possibile! - Resti qua di tutti!
Fa per andare.
Il conte Mola (trattenendolo): Aspetta! Perdio,
aspetta!
Forse ne sarà convinta lei stessa ormai, che non è
possibile nemmeno per lei. Ha voluto fare questa prova - l'ha
detto!
Elj: Sì - consigliata da voi: per farmi vedere quel che
valeva! - Ma che volete che valga quella che voi vedete lassù, a
paragone di come l'ho vista io, mia, tutta per me - quando
credevo che fosse così, soltanto per me - con la faccia che Dio
le ha data - bella - limpida - con quegli occhi nudi, smarriti e
ridenti - tutta impiastricciata ora là, come se l'è fatta - una
maschera - con quelle ciglia - e tutto quel belletto - come
una... (espressione di schifo)
- ah! - E vi par brava? vi par tanto brava davvero?
A me è parsa
un tremulo fantasma che non trovava il verso di muovere un passo
e di spiccicare una parola!
E voi ad applaudire quelle che vi
parevano tutte le sue bravure d'attrice!
A me è parsa ridicola -
tutta una smorfia - ecco quello che è parsa! per me non vale
nulla! - Ah sì, brava?
M'avete fatto assistere a una bella
prova!
Il conte Mola: Ma se ti sto dicendo che è mancata -
mancata per tutt'e due gli atti - davanti al suo pubblico!
Nessuno l'ha più riconosciuta! E stato come uno sgomento in
tutti a vederla sulla scena come se non fosse più nemmeno sicura
della sua parte, sì, sì, appunto perché sapeva che c'eri tu!
Elj: Io che mi torcevo.
Il conte Mola: Ma un'attrice, caro mio, è del suo
pubblico prima di tutti!
Ha il dovere d'essere del suo pubblico!
E non può essere soltanto tua!
Elj: E resti allora del suo pubblico!
Il conte Mola: Tranne che tu - ecco - non diventi per lei
«tutti» - «tutti» - e sai allora che vuol dir questo per te?
Elj: Io, tutti? Io sono uno!
Il conte Mola: E vuoi che lei trovi in te, che sei uno,
tutta la vita, le emozioni, le soddisfazioni che finora le ha
date l'amore del suo pubblico? Ma che puoi essere tu per lei,
pensa!
Elj: Io? Che posso essere io? E non l'hai detto tu
stesso? Se per me, questa sera è mancata davanti a tutto il suo
pubblico - ecco quello che sono per lei! - Bene: ora scelga: o
l'amore di tutto il suo pubblico, per quello che finora le ha
dato, o il mio, per quel che io le ho dato!
Il conte Mola: E non capisci che glielo può dare chiunque
- ciò che tu le hai dato - se tu ora le manchi e te ne vai?
Elj: Ah certo - chiunque - se lei vuole! - Ma pare che
lei non sia di questa opinione - se ha fatto la prova - ed ecco
- come tu dici - è mancata!
Il conte Mola: E allora perché te ne vai - se hai vinto?
- Aspetta che venga qua a dirti - che amandoti come ti ama - non
potrà più recitare.
Elj: No. Voglio che sia lei - sola - qua - a prendere la
decisione di staccarsi e che mi venga a trovare - lei - da sé -
dove l'aspetto. Non voglio che mi trovi qua umiliato di quanto
m'ha fatto soffrire, di ciò che m'ha dato a vedere - anche di
lei stessa - umiliata lassù del suo stesso sentimento per me, di
mostrarlo nel modo, Dio, nel modo stesso con cui l'ha vissuto
con me, quella stessa voce, quei gesti...
Io ne ho orrore,
orrore. Ci sono di là le mie valigie. Fammele spedire. Ma del
resto, non ne ho bisogno. Abiti cittadini.
Se non vuol venire,
dille che mi imbarco e che faccio voto di non ritornare a terra
mai più.
Via per l'uscio a sinistra.
Il conte Mola gli corre dietro.
Il conte Mola: Ma no, Elj!
(Chiama dalla soglia
dell'uscio:) Elj!
Si tira un po' indietro, perché sopravviene la cameriera.
Cameriera: Prego, signore: c'è qualcuno che riposa...
Il conte Mola: Domando scusa. Ma è che... Io non posso
restare qua - questa è la camera di lei...
Cameriera: Della signorina; ma se vuole, può passare di
là.
Indica la camera accanto.
Il conte Mola (come non si sapesse dar pace): Vi
ha lasciato anche la luce accesa... e le valigie...
Cameriera: Il signore è partito?
Il conte Mola: Sì, cioè... non so... forse,
momentaneamente...
Cameriera: Devo ritirare le valigie?
Il conte Mola: No, per ora... Bisogna ch'io aspetti il
ritorno della signorina...
Cameriera: E allora s'accomodi.
Il conte Mola: Non qua, no... Non posso farmi trovare
nella sua camera... L'aspetterò giù nella hall...
Cameriera: Ecco la signorina!
Entra infatti, affannata, ansiosa, Donata. Per far presto a
rientrare in albergo non s'è neanche struccata ed ha ancora,
sotto la mantiglia, l'abito di scena.
Donata: Ah, lei conte? - Elj è di là?
E fa per dirigersi alla camera di Elj.
La cameriera si
ritira.
Il conte Mola: No, Donata... Non l'ha incontrato?
Donata: No. È sceso?
Il conte Mola: Un momento fa...
Donata: Giù? Dove? Io per far presto non mi son neppure
struccata...
Il conte Mola: Mi permetta... Per dove sarà sceso? Può
darsi che non abbia ancora lasciato l'albergo...
Che sia alla
cassa ...
Donata: Alla cassa? Perché?
Il conte Mola: Ma suppongo... Posso provare ...
Fa per andare.
Donata: No! Aspetti! Lasciare l'albergo? Vuol partire?
Il conte Mola: Sì...
Donata: Ah, le ha proprio detto che partiva?
Il conte Mola: Che tornava alla spiaggia - e che la
aspettava là...
Donata: Me?
Il conte Mola: Dice che non ha potuto resistere...
Donata: Questo lo so!
Il conte Mola: È scappato dal teatro ... io l'ho
raggiunto qua...
Donata: Ed è scappato anche di qua ... Per non vedermi
così, è vero?
Il conte Mola: Gli è intollerabile...
Donata: E io ora dovrei andarlo a raggiungere là?
Sciocco!
Vedendo comparire Elisa, seguita da Giviero:
Ah, Elisa, brava, vieni! Venga, venga avanti, Giviero!
Volevo
appunto pregare il conte di scendere giù per invitarvi a salire.
Elisa (come a spiegare, turbata, la ragione per cui,
senza invito, è salita): Abbiamo incontrato giù...
Donata: Ah, era ancora giù davvero...
Elisa: Sì - in uno stato...
Il conte Mola (a Donata, per avviarsi): Posso,
se vuole...
Donata (con forza e con sdegno): No!
(Poi,
attenuando un po'.): Scusi, vuole che lo richiami io?
Quasi tra sé, convulsa, ma volendosi vincere per orgoglio:
Sciocco... sciocco...
A Elisa:
È partito...
Giviero: Già, ce l'ha detto, scansandoci, ed è uscito...
Donata: Perché ha sofferto troppo a sentirmi recitare -
lui, sofferto, capisci? dopo che... - Ma basta! Basta! -
Sciocco... - Dite, dite qua voi al conte, che cosa è
successo al terz'atto! Vede?
Sono corsa così, ancora con l'abito
di scena; volevo essere io la prima ad annunziarglielo, felice -
Elisa: Un delirio! Un vero delirio!
Giviero: Ah! Mai stata così grande!
Il conte Mola: Ah sì? Si è dunque ripresa al terz'atto?
Elisa: Una cosa grande! Se lei fosse rimasto... Tutto il
pubblico in piedi, frenetico!
Giviero: La vera, la vera grande vittoria!
Donata: Ma no! Ma no! Io non dico questa della scena!
Io
dico la mia, la mia vittoria su me - quello che è stato per me
alla fine -
Elisa' - il trionfo! -
Donata (subito, irritata che Elisa non la comprenda):
- no! la mia liberazione! - Rientrata nel mio camerino,
vibravo dentro, tutta, come d'una pazza risata - sì, di trionfo;
mi sono scorta per un attimo allo specchio, la testa alzata, le
mani alzate, ma perché mi pareva di stringere in pugno la vita!
E pensando a lui, che dovessi far felice anche lui, ecco, ero
corsa qua a gridargli che m'ero ritrovata alla fine. - Lei,
conte, m'aveva vista? Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare
giù, giù, dal pubblico che mi mancava - quel silenzio - quel
vuoto - sudavo sangue - il martirio! Il martirio! - E
d'improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la
liberazione!
Ho dimenticato tutto - mi sono sentita prendere,
prendere, sollevare - ho riavuto tutti i miei sensi, l'udito
perduto, mi s'è fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro - ho
riavuto la vita, ma così piena, così piena e così facile - in
una soddisfazione di tanta ebbrezza, di tanta felicità, che ho
sentito tutto accendersi, accendersi e vivere e sollevarsi con
me!
Il conte Mola: Ah, ne sono felice con lei, Donata!
veramente felice!
Elisa: Lei non può figurarsi che cosa è stato!
Giviero: La partecipazione del pubblico che s'è sentito
rapire, rapire veramente, perché ha avvertito questa liberazione
e ha riconosciuta in essa alla fine la sua attrice!
Donata: Ma no! Ancora dite dell'attrice? No! No! Io mi
son sentita felice come donna! come donna!
Felice di potere
ancora amare! Questa era la mia vittoria!
Felice che sarei corsa
qua a gridarlo a lui che aveva sofferto, non certo quanto me -
perché lassù ci sono stata io ad agonizzare per due atti, mentre
a lui è bastato scrivermi in un biglietto «non resisto più» e scapparsene dal teatro!
Quello che ho patito per due atti,
sapendo che lui era là, che mi vedeva per la prima volta e mi
riconosceva in tutti i miei atti, isolandomi dal personaggio,
trattenendomi e impedendomi d'entrare nella finzione!
Dovevo
sciogliermi, staccarmi, staccarmi da quella cosa informe,
increata, meschina, ch'era stata sua, e che non ero io, che non
ero io... una afflizione, là esposta, scoperta nel suo
sentimento, per cui non mi sarebbe stato possibile mai più
vivere sulla scena come del resto neanche nella vita! - ecco -
trovar la forza di liberazione - mi sono liberata! - ma ciò che
ho sentito in quel momento di liberazione, nel più profondo di
me stessa, è stato questo che amavo, che mi s'apriva, in quella
facilità, pieno ed intero anche l'amore; che conquistavo in
quell'improvviso superamento d'ogni angustia, in
quell'accensione di tutta l'anima non solamente la mia interezza
d'attrice, nell'arte, ma anche la mia interezza di donna, nella
vita! - Lo volevo far comprendere anche a lui ora, qua; dirgli
che a teatro - se non comprendeva questo - non doveva più
venire; e che bastava questo; non arrischiarsi più, anche per
non far correre a me il rischio di non trovarmi più nemmeno là -
oh Dio, di smarrirmi, di perdermi anche là, cosa che non m'era
mai, mai avvenuta! Ho visto l'abisso! - Ho provato un tale
avvilimento di me stessa - no, no peggio immiserimento - che m'è
apparso chiaro tutt'a un tratto che se la vita, l'amore che
sentivo per lui, dovevano ridurmi così, far provar questo, eh
no! io stessa allora, io stessa non valevo più nulla, neanche
per lui!
Mentre ora ecco - quest'orgoglio dell'amore di tutti
venivo a darlo, qua, a uno solo - a lui! - Sì - dove? - Sciocco
- è partito!
Il conte Mola: Sciocco, sciocco, sì - non ha compreso
nulla - s'e sdegnato s'è sentito rivoltare! - Egli non
comprenderà mai in lei l'attrice, Donata - per lui non vale
nulla - me l'ha detto!
Donata: Per lui vale la donna, là... quella che si
vergognava... - eh lo so: quella lui vorrebbe - Sì, Sì, Giviero,
che si vergognava - ma proprio, sa? - di carezzargli i capelli
(sa, quel gesto notato da lei...).
Ne provai orrore io stessa -
d'essere vera, com'ero stata sempre da attrice - d'essere io
insomma - io, questa che sono! Quasi che non fossi più donna,
perché ero attrice! vera così - come sono - io, io nella vita,
come nell'arte... - Non sono qua vera?
Giviero: Ma certo, Donata!
Donata: E allora? - Se non trovo più, nella vita, me
stessa - d'essere come sono - questa! - vuol dire che nella vita
non mi troverò mai, mai - perché non è possibile trovarsi fuori
di quel sentimento che ci dà la certezza - sicura - almeno di
noi stessi!
Giviero: Ma sì, è proprio così! E perciò lei, guaj, guaj
se deroga minimamente a se stessa!
Il conte Mola (fermo, reciso): Ah no - attrice,
con lui - mai!
Elisa: E allora peggio per lui!
Il conte Mola: Certo! Peggio per lui!
Donata: E peggio anche per me.
Giviero: Ah no, per lei no, scusi! E la sua conquista di
questa sera, allora?
Se lei alla fine ha vinto in se stessa la
prova!
Donata: Ah sì, vinto - ancora una volta, vinto - e sola -
sola ancora una volta - ah ma questa volta, per sempre! per
sempre! con questa doppia paura - per la mia arte e per me - di
riaccostarmi alla vita. Basta! Basta! -
Con recisione di nauseata stanchezza:
Ma sì, basta, per carità! Lasciatemi sola, vi prego.
Ho bisogno
di trovarmi sola - di restare qua sola...
Trovarsi...
Ma sì,
ecco: Non ci si trova alla fine che soli. - Fortuna che si resta
coi nostri fantasmi, più vivi e più veri d'ogni cosa viva e
vera, in una certezza che sta a noi soli raggiungere, e che non
può mancarci!
Con scatto di fastidio insopportabile:
- Ah Dio quell'uscio con la luce di là rimasta accesa!
Il conte Mola: Vuole che vada a chiudere? Spegnerò...
Donata: Sì, mi faccia il favore...
Il Conte eseguisce.
Elisa: Tu sai che puoi chiamarmi sempre, quando vuoi...
se t'occorresse...
Donata: Grazie, cara, lo so. Buona notte. Buona notte,
Giviero. Grazie, conte, buona notte.
Il conte Mola (esitante, mortificato): Ha lasciato
di là anche le sue valigie...
Donata: Aspetterà che noi adesso, con la sua macchina,
giù, andiamo a portargliele...
Il conte Mola (stordito): Come dice?
Donata: No, conte. Verrà lei a ritirarle domani.
Scherzavo.
Il conte Mola: Ha detto che se lei non veniva, si sarebbe
imbarcato e non sarebbe ritornato a terra mai più...
Donata: Il mare...
I tre si ritirano, perplessi, afflitti.
Donata resta in mezzo
alla stanza col capo reclinato indietro e gli occhi chiusi; sta
un pezzo così; poi risolleva il capo, contrae tutta la fronte,
sempre con gli occhi chiusi, come per suggellare in sé, con la
volontà, l'accettazione del suo destino. Si reca presso l'uscio
a premere il bottone elettrico che accende sulla tavola la
lampada dal paralume violaceo, e spegne il lampadario del
soffitto; poi va verso la grande specchiera alla sua sinistra e
accende le due lampadine ai lati, e si siede per struccarsi; ma
prima si guarda un po' allo specchio. Nell'atto di sollevare una
mano per staccarsi da un occhio il lungo ciglio finto si
sovviene della battuta della commedia che segnò poc'anzi nel
teatro l'inizio della sua liberazione.
«Coi deboli non si può essere pietosi. E allora, cacciala,
cacciala via! »
Tra sé, come non contenta del tono con cui ha detto la
seconda frase:
No.
Si prova a ripeterla con tono più sdegnoso e d'impero:
«Cacciala via! Cacciala via! È lei stessa, lo vedi? a volermi
crudele! - Ma vi pare che lui possa esitare, tra me e voi? - So,
signora, so la vostra grande nobiltà, la levigatura che ne ... »
(arresto di memoria.) No, com'è?
(Come
ripassandosi ora la parte, senz'alcun tono): «che ne viene»
sì «ai vostri atti e ai vostri modi così semplici e pur così
soffusi e misurati ... » no, non è misurati, «governati» ecco
«governati» - ma sarebbe meglio misurati -«misurati da tanta
superbia».
Tutto questo ripassato a memoria e non recitato. Ora,
riprendendo a recitare e pigliando inavvertitamente dalla
specchiera un ritratto, perché ha bisogno per la parte di farsi
vento con un ventaglio che non ha:
«Non volete insomma andar via?».
Ma d'un colpo arresta il movimento di sventagliarsi, perché
s'accorge che è quello il ritratto di Elj; lo guarda un po'
turbata, e poi lo sbatte capovolto sul fianco della specchiera;
si butta indietro sulla spalliera bassa della seggiola e col
capo così rovesciato, ridente d'un riso di sfida, grida al suo
fantasma d'arte:
E allora, prendimi! prendimi!
Perché durante tutta questa azione di Donata dacché s'è
seduta davanti alla specchiera, e le battute che ha recitate o
s'è ripassate, la scena, dietro di lei, si sarà a poco a poco
come dilatata: l'arco dell'alcova si sarà schiuso in mezzo e
allargato da una parte e dall'altra, lasciando in mezzo un vano
in penombra come d'una sala di teatro, di cui quell'arco così
allargato venga a figurare come il boccascena d'un palcoscenico
illusorio, che del resto è il palcoscenico stesso dove si sta
recitando; ma illuminato ora da una luce innaturale di visione:
la visione che Donata ne ha, tanto che vi saranno già sorti
quando ella rovescerà indietro il capo e tenderà le braccia
gridando:
«E allora, prendimi! prendimi! »
gli altri personaggi della scena evocata; da dietro il
divano, un uomo e una donna, tutt'e due giovani: lui bello,
forte, bruno, in smoking; lei nobile, un po' appassita, molto
bionda, in abito di società; resteranno un po' discosti,
immobili, come fantasmi; lui, al richiamo di Donata, accorrerà
alla destra di lei; e lei col braccio destro gli cingerà la
vita; ma poi, riflettendo, dirà tra sé:
No: lei era di là...
E allora, come se il movimento fosse pensato da Donata, la
donna, rimasta dietro il divano, si sposterà da sinistra verso
destra; e contemporaneamente Donata farà passare l'uomo dietro
la sua sedia per cingerlo col suo braccio sinistro.
Ecco: così! -
Rivolgendosi alla donna:
Non volete andar via?
Si alza, gridando all'uomo:
Abbracciami!
Ma com'egli fa per abbracciarla, la donna si nasconde gli occhi
con le mani, e Donata scoppia a ridere.
Ah ah ah - guarda, guarda - si nasconde gli occhi! si
nasconde gli occhi!
E svincolandosi da lui:
Lasciami, stupido! Non capisci che non ti provoco io? Provoca
lei; e se non se ne va, non so fin dove son capace d'arrivare
sotto i suoi occhi!
Alla donna:
Ecco, vedete? Non vi basta? Sono io a non volere; lui è
pronto ad amarmi sotto i vostri stessi occhi!
Vi assicuro,
signora, che tutto quanto avviene è conseguenza delle vostre
tante virtù.
Non l'ho scelto io, vostro marito. M'ha scelta lui.
Io posso essermene compiaciuta appena un momento.
Sì,
l'ammetto. Ma bisogna anche tener conto delle circostanze.
Lui
era il solo che destasse un certo interesse tra noi donne.
Eravamo troppe, e annojate; e così pochi gli uomini; e
lui il più gradevole.
Ora che lui tra tutte scegliesse me, certo
mi fece piacere. Ma poi basta!
Poi mi saresti sembrato per lo
meno importuno. Un uomo intelligente queste cose le capisce.
V'assicuro che veramente il mio cuore non s'era mai per nulla
interessato a lui.
Foste voi, proprio voi così superiore,
e la vostra apprensione, a dargli credito ai miei occhi.
Eh, se
voi n'eravate gelosa! Gelosa di me «non calcolata» nel vostro
rango...
E io mi sono allora impegnata con me stessa - per
puntiglio - sì, e benché stimassi che per lui non ne valeva la
pena - a dimostrarvi che avevate ragione d'aver paura di me.
E
diedi subito fuoco; subito; come una «capace di tutto».
Non
sarei stata così; ma a furia di dirmelo, di leggerlo a
tutti negli occhi, specialmente nei vostri, che volete? l'avete
fatto credere a me stessa alla fine, che sono veramente «capace
di tutto».
Murata, murata, senza via di scampo; in questo
concetto che tutti si son fatto di me.
«Capace di tutto.» Anche
di rubare, perché no? Stupida, se non n'avessi profittato!
Non
dico rubare... benché, per il gusto di giocare... sapete che ho
lasciato perfino che sotto gli occhi mi s'esaminassero prima le
carte? «Eh con te non si sa mai!»... e io, sorridere... Sì,
capace di barare...
È spaventoso, perché allora una cosa -
capirete - farla o non farla...
E poi anche di questo nasce un
certo orgoglio - ma sì, quello del diavolo - che provoca sulle
labbra, specialmente a noi donne, un certo sorriso di
compiacenza, come tutto ciò che comincia a diventare spudorato.
Ecco: spudorato: ci siamo: Guardatemi! - Non volete andare?
Bene. Restate. Siamo qua due donne.
Che potete voi dare a
quest'uomo? Parlate! Muovetevi! Mostrate! Badate che io vi
strappo l'abito addosso!
Sono così sicura di lui, vedete, che
posso disprezzarvi in sua presenza come voglio!
Voi siete una
povera, povera miserabile creatura; e io vi vinco! guardatemi!
io posso avere tutto l'amore che voglio - e darlo! - io, tutto
l'amore! e a me l'amore di tutti! di tutti!
La visione d'un tratto sparisce, come colpita da quest'ultimo
grido, che subito Donata avverte in contrasto col suo caso.
La
scena si restringe d'un colpo e si spegne tutta, tranne che
nella lampada violacea e nelle due lampadine ai lati della
specchiera. Questo restringimento e spegnimento avverrà nel
mentre che una lontana eco di insistentissimi applausi verrà di
là agli orecchi di Donata, che sarà caduta a sedere su una
poltrona presso la lampada violacea, con le braccia rilassate e
le mani vuote, ma la testa alzata, come a cogliere con un vano
sorriso sconsolato l'eco di quegli applausi.
Si alza di scatto e
dice, aprendo le braccia:
E questo è vero...
E non è vero niente...
Vero è soltanto che
bisogna crearsi, creare!
E allora soltanto, ci si trova.
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