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RAPPRESENTAZIONE IN TRE ATTI
STESURA settembre -
ottobre 1932
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 7 Novembre 1933 - San Remo, Teatro del Casino
Municipale, Compagnia Marta Abba (prima
rappresentazione assoluta al Teatro
dell’Odéon di Buenos Aires il 20
settembre 1933 con traduzione in
spagnolo di Homero Guglielmini col
titolo Cuando se es alguien).
In questa pagina:
Premessa (da
Biblioteca dei Classici Italiani)
Analisi di Roberto Alonge -
"Quando si è Qualcuno (e si è repressi…)"
(da danilovitale.com [non più attivo])
da
Biblioteca dei Classici Italiani
Fu composta nel '32; Pirandello in una lettera alla
figlia Lietta dichiarò di tenere moltissimo alla commedia, mostrandosi
dispiaciuto delle difficoltà di rappresentazione incontrate in Italia; infatti
la prima rappresentazione assoluta avvenne, con il titolo Cuando se es
alguien, nel settembre del '33, a Buenos Ayres. La prima italiana ebbe luogo
a San Remo nel novembre del '33.
Pirandello con lucida disperazione vi traccia il suo
stesso dramma; il dramma di un uomo, ormai molto celebre, imbalsamato dalla sua
stessa fama. Tutti lo vedono in una fisionomia rigida nella quale si sente come
raggelato. Eppure il suo cuore continua a vivere, e il maturo qualcuno si
innamora della giovanissima Veroccia, un'allegra ragazza dai capelli rossi, che,
ricambiandolo, cerca di disfarsi dell'ingombrante simulacro per ridargli gioia
di vivere e vivacità di sentire.
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Animato da questo sentimento, qualcuno compone delle
bellissime poesie, pubblicate però sotto la falsa identità di un giovane e
inesistente poeta. Con profonda amarezza, alla fine, il personaggio rientra
nella sua grigia e macabra maschera di cera, sospinto non solo da quelli che gli
stanno intorno e che lo inchiodano alla forma ma, e qui è il passaggio più
disperato del dramma, da se stesso, dalla convinzione che sarebbe un egoismo per
lui ormai vecchio legare a sé una giovanissima vita: «Tu non l'hai compreso
questo ritegno in me del pudore d'esser vecchio, per te giovine ( ... ) Eh, tu
sei viva e giovine, creatura mia; ecco, ancora così viva, che già sei mutata ‑
puoi mutare momento per momento, e io no, io non più», dice qualcuno tra sé,
rivolgendosi a Veroccia. E allora si dispone perfettamente nel calco del suo
personaggio, diventando, nell'immobilità assoluta, come di pietra, la statua
irrigidita di se stesso.
Maria Argenziano
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ANALISI di Roberto Alonge
-
"Quando si è Qualcuno (e si è repressi…)" |
Da
danilovitale.com (non più attivo)
Da ormai quarant'anni Pirandello fa parte, in maniera persino martellante, dei
cartelloni dei teatri italiani, pubblici e privati, stabili e in-stabili. E
tuttavia non c'è curiosità negli italici uomini di spettacolo (e nemmeno negli
studiosi italiani, a dire il vero). Poco studiati e poco rappresentati sono
infatti i testi dell'ultima stagione pirandelliana, quella che si svolge sotto
la costellazione di Marta Abba, e, fra questi, a Quando si è qualcuno tocca la
palma del disinteresse.
Un testo praticamente inedito per le scene, nonostante
abbia la peculiarità (che in teoria dovrebbe risultare accattivante) di essere
un'opera autobiografica, che in maniera scoperta (e quasi spudorata) dice
l'amore di Pirandello per la sua interprete. Ho dimostrato che frasi intere di
una lettera di Pirandello a Marta Abba del 1931 diventano battute di Quando si è
Qualcuno, scritto nel settembre-ottobre del '32.
Come dire che Pirandello
isola e mette da parte frammenti del suo epistolario d'amore che torneranno
buoni per i testi teatrali ancora da scrivere. L'amore scoppia nel 1925, quando Pirandello si inventa capocomico del
Teatro
d'Arte di Roma, e Marta è la sua primattrice. Pirandello ha 58 anni, e Marta ne
ha 25.
Da sei anni Pirandello ha chiuso in manicomio sua moglie, pazza al punto
di immaginare una relazione incestuosa fra il marito e la figlia Lietta. Marta
ha tre anni meno di Lietta. E' anche lei, e maggior ragione, figura filiale, e
Pirandello è da sempre sotto il segno del fantasma dell'incesto, come ha
mostrato genialmente Massimo Castri, sin da uno dei suoi primi spettacoli
pirandelliani, sin da quel Così è (se vi pare) del 1979, che parve alla critica
del tempo una provocazione inaudita, e che invece colpiva perfettamente nel
segno). Certo, è curioso che nelle lettere Pirandello chiami ogni tanto Marta
con l'appellativo di "figlia mia". Ed è parimenti curioso che, nell'inventare il
plot di Quando si è Qualcuno, abbia bisogno di immaginare una relazione fra
Qualcuno e la sorella della cognata di un suo nipote. Come dire che, in un modo
o nell'altro, è sempre un pocolino di rapporto incestuoso che dà pepe alla
situazione…
Amore contrastato e infelice, quello fra Pirandello e Marta, come sono sempre i
legami fantasmaticamente incestuosi. Forse ci fu una notte d'amore, una sola,
contrastata e infelice essa pure, nell'ottobre del '25, la misteriosa "atroce
notte passata a Como", come scrive Pirandello in una lettera a Marta. Secondo
Benito Orlani (che ha curato l'epistolario di Pirandello all'attrice), Marta si
offrì, e fu il drammaturgo a sottrarsi. Ma all'indomani i ruoli si rovesciano:
Pirandello la insegue, ed è Marta a fuggire. Per tre anni sono però costretti a
stare insieme, legati all'esperienza del Teatro d'Arte, che Mussolini finanzia,
ma non abbastanza da impedirne la chiusura, nel 1928. Pirandello sa bene che
solo il teatro può unirli. Nel teatro è nato l'amore, e nel teatro può riavvitarsi. Marta tiene Pirandello a distanza; nelle lettere gli dà del lei,
mentre lui le dà del tu.
Ma la speranza, si sa, è l'ultima a morire. Pirandello
ha fatto un sogno: guadagnare con il cinema un sacco di soldi, da poter mettere
in piedi una compagnia Pirandello-Abba senza più bisogno delle sovvenzioni di
Mussolini.
Pirandello scriverà sceneggiature per il cinema internazionale, e
forse anche Marta diventerà una stella cinematografica. Il sogno è contagioso, e
Pirandello, nell'ottobre del '28, parte per Berlino (la capitale europea del
cinema), portandosi dietro Marta (che si porta dietro la sorella Cele, a ogni
buon conto…).
Per cinque mesi il Maestro e Marta vivono a Berlino in due stanze
contigue (Marta e la sorella in una; Pirandello nell'altra), aspettando di
firmare uno straccio di contratto, a conclusione di tante trattative, che però
non arriva. Nel marzo del '29 Marta, frustrata, torna in Italia. Pirandello
persiste nel suo sogno (che durerà fino alla morte, nel '36): sarà lui a
guadagnare comunque tanti di quei soldi da poter pagare il Teatro di Marta Abba.
Così Pirandello resta a vivere a Berlino; poi vivrà per un po' a Parigi.
E' il
suo esilio volontario, la sua protesta contro il regime fascista, che non lo ha
valorizzato sufficientemente.
Ma anche la sua protesta segreta contro Marta, che
non lo vuole vicino a sé. Sta all'estero perché, in Italia, non potrebbe stare
accanto a lei. Ma sta all'estero anche per riuscire ad attrarla, almeno sui
tempi lunghi. Esalta l'aria libera dell'estero per affascinarla. La invita con
insistenza a studiare le lingue, soprattutto l'inglese, per poter recitare sulle
scene del mondo. L'Italia non merita l'arte drammaturgica di Pirandello, ma non
merita nemmeno l'arte attorica di Marta Abba. Marta è partita da Berlino da un
anno, e Pirandello le scrive, il 20 marzo del 1930:
"Qua pare che le cose si mettano molto bene. L'interesse per le cose mie cresce
sempre più. Bisogna far grandi danari. Lavorare, lavorare… I giganti della
montagna e poi un'altra diavoleria, che già mi balena… Una donna rossa, di
sogno… la felicità… con un poeta, pupazzo di pezza, che ha una moglie pazza… che
lo affoga in un pozzo. Staremo a vedere! La mia fantasia non è mai stata tanto
fertile… Ma l'anima mia è in un'ansia terribile… come in preda a un vento che
non so dove mi debba portare… Al porto della felicità? Ma quella moglie pazza…
Forse la mia morte è vicina.”
E' il primo accenno che l'epistolario ci offre della genesi di Quando si è
Qualcuno. Manca il titolo, ma c'è il "poeta", Qualcuno, definito "di pezza" (e
nell'opera teatrale è il poeta ad autodefinirsi "fantoccio"); e c'è la "donna
rossa", cioè Veroccia, che la didascalia dell'opera presenta "rossa di capelli,
nasino ritto, occhi sfavillanti, tutta un fremito", chiarissina trasfigurazione
di Marta, anche lei rossa di capelli. Ma si noti la definizione della commedia,
"un'altra diavoleria". In una lettera del 6 aprile 1930 compare il titolo: "Ne
ho pensato uno nuovo [di lavoro] che può aver per titolo Quando si è
qualcuno. Cosa strana! Ho pensato il titolo in tedesco, la prima volta: Wenn man jemand
ist". Ma poi, due giorni dopo, in una lettera dell'8 aprile 1930: "I
giganti della montagna sono qua, a mezzo, sulla mia scrivania ingombra di
carte. M'è entrato ora nella mente il diavolo di Quando si è Qualcuno…".
Ritroviamo lo
stesso termine: diavoleria e diavolo, a connotare un'opera sfrontatamente
autobiografica. Si rifletta sull'accenno alla "moglie pazza" della prima
citazione, che non viene recepita veramente in Quando si è Qualcuno, ma che
rimanda in modo del tutto trasparente alla moglie di Pirandello. Il fatto è che
c'è un risvolto diabolico in Pirandello stesso, per la sua capacità di guardare
dentro le caverne dell'inconscio.
Lo dice lui stesso, in un'altra lettera alla Abba, da Parigi, il 27 gennaio
1931, mentre parla ancora di Quando si è Qualcuno (rimasto però sempre allo
stato di abbozzo): "Io ho per mia disgrazia uno sguardo che penetra e due occhi
da diavolo. Tu me li conosci bene".
Nell'intimità dell'epistolario Pirandello
riesce a dire delle cose ardite, in qualche modo davvero impudiche. Per esempio
già in questa del 15 aprile 1930, da Berlino, proprio nel torno di giorni in cui
nasce e si solidifica l'idea di Quando si è Qualcuno: "Tutti i nemici si
morderanno le dita. Il più giovane di tutti sono sempre io, sono sempre io, e
finché campo il più giovane di tutti sarò sempre io, perché Dio me l'ha messa
nel sangue e nel cuore e nel cervello questa eterna giovinezza VERA!". Il
maiuscolo è dell'autore, e testimonia la fase di grande eccitazione del
drammaturgo.
Il tema dell'artista vecchio che però è giovane lo ritroviamo pari
pari nell'intreccio di Quando si è Qualcuno. Così grida il protagonista ai suoi
giovani interlocutori: "Non posso essere - io - più giovine di tutti voi, e aver
sentito in me ciò che in voi s'agita ancora inespresso - sentito! sentito! -
tanto da esprimerlo prima di voi - e perché nuovo, altrimenti da come ho fatto
finora?". E' la vicinanza del giovane partner femminile che porta allo scoperto
ed esalta la dimensione giovanilistica della personalità di Qualcuno (con una
ovvia trascrizione diretta del rapporto Pirandello-Abba).
Ho detto che l'idea della commedia germina nella fantasia pirandelliana già nel
marzo del 1930, ma il drammaturgo si accinge a stenderla solo nel
settembre-ottobre del 1932, cioè dopo che ha chiuso l'appartamento parigino (nel
maggio del '32), accettando di ritornare a vivere in famiglia, a Roma, con i
figli. Ritorno all'ordine; rinuncia, almeno inconscia, al sogno di vivere con
Marta. Ma Pirandello fa un esame di coscienza spietato, riconosce il suo errore
capitale; ritorna alla atroce notte di Como: Marta si è offerta, ed è stato lui
ad avere paura (forse semplicemente paura del fantasma dell'incesto, nella
misura in cui sentiva Marta come figlia-amante). Di qui lo slancio appassionato
di Veroccia che urla al suo uomo: "Io che non ti mancavo? Io che m'ero data a te
tutta - tutta - e tu lo sai - tu che non hai voluto, vile… - tu lo sai che m'ero
data a te tutta, e non hai avuto il coraggio di prendermi, di prenderti la vita
ch'io t'ho voluto dare - per te, per te che soffrivi di non averne nessuna, di
non poter più nemmeno sperare di averne". Forse, davvero, Quando si è Qualcuno
svela il mistero della atroce notte di Como, come ha ipotizzato Benito Ortolani.
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...Qualcuno secondo Giorgio Albertazzi - 2003 |
Da
danilovitale.com (non più attivo)
Il
"Qualcuno del titolo" è un grande scrittore, celebrato e ricelebrato, che
secondo alcuni esponenti della giovane critica letteraria sarebbe ormai da
imbalsamare ("un fantoccio da lasciare lì, posato a sedere davanti alla
scrivania").
Ma l'amore per la giovane Veroccia
(fantasma di Marta Abba?) spinge il grande scrittore a reinventarsi in un modo
clamoroso, come dire che l'amore è capace di vincere sull'età, sui luoghi
comuni, sul deja vu.
Il vecchio poeta diventa un giovane Werther: il plot non è tutto qui,
naturalmente, ma questo è il punto di partenza essenziale.
Lui si fa da Qualcuno, Delago, per essere amato da lei (cioè si fa
giovane, con il taglio di capelli, con il gioco).
Poi, in seguito a un equivoco, una burla che è quasi un "giallo", ritorna
Qualcuno e sa di non essere amato come tale, perchè non è persona: è un
fantoccio, è un monumento, è inerzia, è mancanza di desiderio...".
"Albertazzi, lei deve fare Quando si è Qualcuno".
Questa è la frase con la quale mi accoglieva Marta Abba ogni volta che andavo a
trovarla per parlare di Come tu mi vuoi, che avrei diretto nel 1967 con
Anna Proclemer come protagonista.
E lei, sempre, implacabile:
"Albertazzi, lei deve fare Quando
si è Qualcuno!".
All'epoca, non avevo letto il testo, per cui rispondevo genericamente che sì,
forse, ci avrei pensato.
L'ho letto molto più tardi (leggere Pirandello mi costa sempre fatica, meno
recitarlo), esattamente quando abbiamo deciso di metterlo in scena con la regia
di Massimo Castri al Teatro di Roma, come spettacolo di chiusura a coronamento
di una stagione pirandelliana del nostro Stabile, cominciata con i Quaderni
di Serafino Gubbio operatore per la regia di Andrea Liberovici, circa un
anno fa.
C'è chi dice che in questi ultimi tempi mi dedico troppo (Adriano, Peters) ad
essere un vecchio sulla scena. Il fatto è che "Qualcuno" non è
detto che sia vecchio: è celebre, osannato e "giubilato". Certo non è un
ragazzo. E certo l'amore non condiviso o
corrisposto in tempi diversi è, credo, uno dei temi di fondo del teatro di
Pirandello.
In questo caso poi, si tratta di uno struggente amore represso di un uomo maturo
per una giovane e fatale creatura.
Non ho mai avuto un rapporto disinvolto con Pirandello: la forma del suo teatro,
così chiusa nei punti e virgola, lineette, così scientificamente pensata,
artificiosa, mi sembra un ostacolo, nel senso che le freccette vanno tutte in
una direzione.
Il percorso, insomma, è obbligato. Sfuggire alla "trappola" non è facile.
Giorgio Albertazzi, Dicembre 2003
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QUANDO SI È
QUALCUNO - ATTO PRIMO |
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PERSONAGGI
***, (Qualcuno)
Giovanna, la moglie
Tito, il figlio
Valentina, la figlia
S. E. Giaffredi, l'amico
Modoni, l'editore
Cesare, il cameriere
Pietro, il nipote d'America
Natascia, sua moglie
Veroccia, sorella di Natascia
Scelzi, critico
Diana |
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2005 -
Quando si è qualcuno
Giorgio Albertazzi |
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Sàrcoli e altri due giovani delaghiani
Primo giornalista
Secondo giornalista
Commesso di una casa di dischi
Commissario di polizia
Madre superiora
Carlo, cameriere di Pietro
Due suore, ragazze e ragazzi d'un educandato
Fotografi, invitati
Due camerieri d'occasione
NOTA.
Nel testo le battute del Protagonista
sono segnate con tre asterischi |
da
Biblioteca dei Classici Italiani
Scene
1.
Studio editoriale di Pietro, editore per
diletto. Chiara stanza con pochi mobili (facilmente
smontabili e asportabili). Nella parete di fondo, un
enorme manifesto illustrato a colori, con cui è stato
lanciato americanamente il libro L'imbalconata,
liriche di Délago. Ai due lati di questo
manifesto, due ritratti ingranditi si voltano le spalle: a
destra, quello di ***: nel suo atteggiamento ormai famoso,
perché migliaja e migliaja di volte riprodotto in libri e
stampe d'ogni genere; a sinistra, quello del presunto Délago,
cioè d'un bel giovane sui vent'anni, che potrebbe anche
essere una lontana immagine giovanile di ***,
ignota a tutti e irriconoscibile.
In luogo della parete destra ci sarà a mezza
altezza un tramezzo di vetri opachi, che non arriverà fino
in fondo e servirà a separare la parte riservata di qua al
direttore da quella
(invisibile) riservata di
là ai subalterni, segretario, dattilografe, assenti perché
domenica. Nella parete sinistra, un divano, due poltrone, e
poi l'uscio comune. Nel mezzo della scena la scrivania di
Pietro. La finestra s'immagina davanti a questa scrivania,
nell'invisibile quarta parete.
2.
Ma questa volta, la quarta parete, a un certo
punto dell'atto, si vedrà: calerà cioè dall'alto un pezzo
del muro esterno della villa con due ordini di finestre; e
per dare agli spettatori la sensazione d'un improvviso
cambiamento di prospettiva, la finestra dello studio, da cui
s'affaccerà per un momento Veroccia, non sarà quella di
faccia in primo piano, ma un'altra al secondo e un po' di
lato. Per ottener questo effetto con l'opportuna rapidità,
basterà impostare subito dietro la scena che cala una comoda
scala a libro, alta non più di due metri, che sarà subito
aperta e sostenuta per l'attrice che vi monterà e che dovrà
sporgersi a quella finestra dalla cintola in sù.
3.
L'atrio della villa, magnifico, con la scala in fondo ben
in vista che conduce ai piani superiori. L'entrata
s'immagina sul davanti, nel proscenio, cioè sotto i due
ordini delle finestre viste nel muro esterno. Ricchi ma
pochi mobili di nuovo stile, da atrio, che diano
l'impressione d'una dimora provvisoria, di stranieri
che abbiano lì per lì improvvisato una casa. (Questa
terza scena sarà già preparata dietro la prima,
perché il cambiamento delle tre scene sotto gli occhi
del pubblico dovrà essere rapidissimo.)
Al levarsi della tela sono in scena Pietro e Natascia. Pietro, intento a scrivere, e Natascia al suo ricamo, seduta
sul divano.
Pietro è sui trent'anni - capelluto e barbuto -
testa alla De Musset - fulvo e lentigginoso - si butta a
parlare con impeto e poi d'un tratto si chiude in un
silenzio d'attesa e guardingo, tanto che scappa con
gli occhi qua e là. Ma basta che Natascia alzi i suoi
a guardarlo; corre subito a baciarla e si calma.
Perché Natascia è terribilmente calma. Le pazzie che le
passano per il capo sono visibili soltanto in quel suo
ricamo, dove nessuno ci capisce nulla. Ma lei si sfoga così,
per fare poi la saggia moglietta e l'affettuosa sorellina.
Pausa.
Tutt'a un tratto si ode di là dal tramezzo di vetri
opachi il grido di ***: a cui Veroccia ha dato una forbiciata
nei capelli a tradimento.
Tutta la prima parte della scena
si svolgerà di qua e di là dal tramezzo.
***: Ma no! Sei pazza? Che hai fatto?
Veroccia (Vivacissima e irata): Ora di
qua, aspetta!
*** (ribellandosi): Ma che di
qua! Butta via codeste forbici!
Veroccia (c.s.): No! Ancora! Ancora!
***: Via, ti prego, Veroccia, guarda: tutta una
ciocca!
Veroccia: E ora l'altra di qua, lasciami fare!
Natascia (alzandosi per vedere che avviene di
là): Che cos'è? Oh Dio, gli ha tagliato i capelli!
Pietro (alzandosi a guardare anche lui): Sì,
brava, Veroccia! táglia! táglia!
*** (sempre di là): Ah no! Ah no!
Basta!
Pietro: Eh, ma non puoi mica restare così adesso,
scusa! Giù le mani, fa' vedere!
***: Ora che vengono a prendermi... - te l'immagini?
Veroccia: E apposta ti sviso! Per quelli che vengono
a prenderti!
Natascia (con un grido di viva apprensione):
Smettila, Dio, Veroccia, con quelle forbici! Vi potete
far male!
Pietro: No, dàgli, dàgli, Veroccia! Via tutta quella
canutiglia!
Veroccia: Bisognerà per forza tagliare da quest'altra
parte, adesso!
***: Lo so! Ma non tu! Lascia, taglio io!
Veroccia (pestando un piede): No! io!
io!
Natascia (entrando a prenderla di forza e
portandola di qua riluttante): Oh insomma,
Veroccia, basta! Lascialo! Vieni via!
Veroccia (appena sui vent'anni, rossa di capelli,
nasino ritto, occhi sfavillanti, tutta un fremito, venendo
avanti, trascinata, con le forbici ancora in mano):
Ma non gli taglio soltanto i capelli, lo vuoi capire?
Lo
stacco via da sé, lo libero da quella sua testa.
Pietro: - di pubblico dominio! Testa da moneta. (La
indica nel ritratto.)
Natascia: Sta per venire la moglie, siete pazzi?
i figli...
Veroccia: Appunto! Appunto! Per impedire che se lo
riportino via!
*** (di là, urtato):
Pietro, per favore, le forbici!
Pietro: Da', da', Veroccia!
Veroccia: No! Lui è capace d'accomodarseli! Debbo
tagliarglieli io!
***: Ma per forza bisogna che me li accomodi! Vuoi che
mi presenti così? Qua non c'è neppure uno specchio!
Veroccia: Ci ho piacere!
(Salta su una sedia per
guardarlo di là.) A - àh! (ride) Si sta
guardando nella vetrina!
Natascia: Portagli uno specchio, Pietro! E tu da' qua
le forbici!
Veroccia (saltando giù dalla sedia, a Pietro che
va a baciare Natascia prima di obbedire all'ordine):
No! Non t'arrischiare, Pietro! Ah, bravo, sì, bacia
Natascia.
Poi, ripresentandosi di là,
ancora con le forbici in mano: Non temere,
lascia fare a me: te li accomodo bene!
***: No! tu no!
Veroccia: Respirerai! Il capo svelto! il collo
leggero!
Entra.
***: Con garbo, per carità!
Veroccia: «Per carità» non t'avessero più a
riconoscere!
Debbo io sola sopportare che Dèlago abbia
ancora questa testa! - Ecco - fermo - su quest'altro
orecchio!
***: - piano!
Veroccia: - piano, sì, - aspetta - un altro po' -
così. - Oh, guarda, Pietro, se non sembra un altro!
Pietro: Per Dèlago, dovrebbe mostrare a dir poco
venticinque anni di meno!
Veroccia: Non è vero! Basta così!
*** (con tono d'intensa passione):
Ma mi dici perché Dio t'ha fatta così bella?
Veroccia (adirata): Smettila adesso di
far gli occhi piccoli, o te li cavo, sai!
Pestando un
piede, esasperata: E non sorridermi così!
Natascia: Basta, Veroccia! Lo tormenti troppo!
Veroccia (buttando a terra le forbici):
Mi compatisce! Mi compatisce!
Pietro: Vado a prendergli lo specchio?
E
si china a baciare Natascia prima d'andare.
Veroccia (rivenendo fuori e sorprendendolo):
E finitela di baciarvi sempre! - Che debbo fare per
scuoterlo, per scrollargli d'addosso tutta quella crosta
mortificata? Mi pare Bob, Bob che va a nascondersi sotto il
letto quando lo tosano.
***: Potessi nascondermi davvero e non farmi più
vedere da nessuno!
Pietro (ritornando con lo specchio a mano e
recandolo di là): Ecco lo specchio: toh; guàrdati.
***: Oh Dio, no! - È uno scempio! - Così non è
possibile! da', da' qua le forbici!
Veroccia (a Natascia): Nascondersi, lo
senti?
È tutto inutile! - Raccattagli le ciocche, Pietro, e
vedi di riappiccicargliele sulle tempie!
È ridicolo
pigliarsela coi capelli, se non gli basta l'animo.
***: Ridicolo, sì, ridicolo, conciarmi così! (A
Pietro:) Non posso più mostrarmi a nessuno!
Pietro: Ma no, aspetta: bisognerà accorciare anche di
dietro. Certo che così non è possibile.
Natascia: Chiama Carlo, Pietro. Non potrai farlo tu.
Pietro: Ah già! Siamo salvi: Carlo ha fatto il
barbiere. Suona, suona Natascia!
Natascia suona il
campanello.
Veroccia (a Pietro): Ma no! corri
piuttosto da un parrucchiere in città con una ciocchetta per
mostra e una cartolina illustrata del grand'uomo!
Forse
t'appronterà una parrucca in tempo che gli arrivi qua la
moglie coi figliuoli e tutto il seguito -
Si ode
bussare all'uscio.
Natascia: Avanti.
Veroccia: - a rimetterlo in trono!
Entra Carlo.
Carlo: Ha sonato?
Pietro (di là): Vieni, vieni qua,
Carlo, c'è bisogno di te!
Veroccia: Ah che idea, Natascia! Se si potesse!
Natascia: Che altro ti salta in mente adesso?
Finiscila!
Veroccia: No! Sta' a sentire! Sta' a sentire!
*** (gridando di là, adiratissimo):
Ma no! Che raso! Che raso!
Carlo: Eh, guardi, scusi: qua c'è una forbiciata...
Siamo quasi alla cute. A pareggiare...
***: E lei non pareggi, oh bella! Cerchi
d'accomodare... Il meno possibile... Un po' dietro; e qua,
da questa parte...
Veroccia (assorta nella sua idea, come se la
vedesse): Una parrucca e una maschera di cera -
mani di cera - si fa un pupazzo - si veste - sulla parrucca
gli si pianta il suo bel cappello alla moschettiera: È LUI -
là - come impagliato! - Vengono e se lo portano via! -
Tanto, a loro, non serve altro di lui, per come l'hanno
ridotto!
*** (di là, con uno scatto): E
ti pare che io non ci abbia pensato?
Carlo: Fermo, per carità! Eh, se lei fa così!
***: Basta! Basta! Avete accorciato un po' dietro?
Carlo: Sì, ma aspetti!
***: Non importa! Basta cosi! Ricresceranno subito,
appena verranno a prendermi, vedrete, con la loro bella
piega d'ali cadenti qua dietro gli orecchi.
Viene fuori.
A sulla cinquantina, ma così col capo alleggerito dai
capelli, in maglia estiva, svelto, estroso, ha l'aspetto
quasi giovanile, agile, sciolto.
Un fantoccio, sì! Ci
ho pensato anch'io, Veroccia!
Veroccia (esultante): Guardalo! Guardalo,
Natascia! Non è un altro? Giovane! - Così, così, voglio che
ti ridano gli occhi!
Carlo: Non c'è più bisogno di me?
***: No, grazie.
Pietro: È Dèlago, non c'è che dire: è Dèlago!
***: Sì, coi peli dell'altro nella schiena...
Natascia: Pare davvero ringiovanito di vent'anni!
***: Io, non Dèlago!
(A Veroccia): Ma sì, se tu vuoi, Dèlago... -
(Riattaccando): Proprio, Veroccia; ma sai
quante volte, di notte, nel mio studio - oppresso da non
poterne più: - un fantoccio, da lasciar lì posato a sedere
davanti alla scrivania, al lume della lampada: la parrucca -
la faccia, le mani di cera - gli occhi di vetro - lì -
immobile - e io, zitto zitto, come uscito da quella spoglia
- scapparmene e venirmene qua di corsa da te e poi fuggire
- fuggire - sparire!
Pietro: Sì, sì, - tutt'e quattro insieme! - partire -
benissimo!
Veroccia (battendo le mani): Facciamolo!
Facciamolo!
Pietro: Io sono già stufo di quest'avventura!
Natascia: Si ritorna tutti in America con lui! Sì!
Sì!
Veroccia: Io so formare! La maschera e le mani di
cera te le faccio io. Ti vedo!
Pietro: Oh, ma sai che così t'avrei sbagliato io
stesso con tuo fratello?
Veroccia: Non cambiar discorso, Pietro!
Pietro: Sì, guarda, Natascia, se non sembra proprio
mio padre!
Natascia: E vero, sì!
Pietro: Tal quale, la stessa testa - lo scopro adesso
che non ha più qua (accenna alle tempie) tutti quei
capelli. A Veroccia: Non sembra anche a te?
Veroccia: Ma che, no, Andrea? Tutt'altro!
***: Ah, lo chiamavi Andrea?
Pietro: Andrea, Andrea, anche lui: è la sua
specialità: tratta i vecchi come ragazzini.
Veroccia: Ma chi, vecchio? Nessuno è vecchio! Ci si
crede vecchi!
Siamo tutti come la terra, giovanissimi e
pieni di capricci.
***: Diciott'anni... (Si passa le mani sul capo.)
La sua testa... Due meno di me. Quanto insistette perché
partissi con lui.
Fu una fuga davvero, la sua, allora...
Veroccia: Come dire che la tua ora sarà per burla! Eh
lo so! Tu non l'hai nel sangue! non l'hai nel sangue!
***: Ebbi pietà dei nostri vecchi che sarebbero
rimasti soli...
Veroccia: Ecco! Pieno anche allora di grandezza e di
pietà! Ma ora basta, sai?
Mi farai il piacere d'imbottirne
il tuo fantoccio; Dèlago non ha bisogno di questa stoppa e
dev'essere spietato!
***: Fossi partito allora...
Pietro: Saresti ricco anche tu!
***: Ah, no, questo...
Pietro: Socio di mio padre - ricco per lo meno quanto
me!
***: E nessuno - te l'immagini? - nessuno - uno
qualunque tra la folla - senza più addosso gli occhi della
gente che non ti lasciano più vivere!
Veroccia: Ma va' là, che se vi mancasse questo a voi
grandi uomini!
***: Che cosa?
Pietro: Esser guardati e ammirati da tutti!
***: Grazie! Se non dovessi più vivere! Pròvati a
esser conosciuto da tutti e a voler vivere ancora!
Pietro: Ah, t'assicuro che se io fossi famoso...
***: Vorrei vederti! Con tanti specchi davanti, quanti
sono gli occhi che ti stanno a guardare.
Passa il
grand'uomo: e ti fissano - irrigiditi - e ti irrigidiscono -
richiamandoti alla tua «celebrità» - STATUA. Tu capisci?
Quando hai altro per il capo e vorresti abbandonarti un
momento a quello che pensi, a quello che senti!
Scomporti -
contorcerti, se hai un dolore dentro che ti cuoce.
Perdio,
non vuoi avere il diritto di sentirti, almeno allora, un
pover'uomo?
No - negato questo di diritto! - non puoi essere
un pover uomo - sei un grand'uomo: «Su, su, non fare quella
faccia! Ti guardano». - Ma sai che un mese fa, pochi giorni
prima che mi fosse concesso di venire qua in villa da voi
per ristorarmi un po' - (senti, senti questa!) - uscito di
casa furioso, avevo vagato tutto il giorno, lontano, non so
più dove, fuori della città: entro verso sera, dovendo pur
prendere un boccone, nella prima osteria che mi venne
davanti; ma affogato nel mio tormento, avevo così
dimenticato - ma proprio, ti giuro, proprio dimenticato -
d'essere «io», che a un certo punto, non resistendo più al
fastidio d'incontrar sempre, nel levar la testa dal piatto,
gli occhi di due giovani che mi fissavano e ridevano,
scattai in piedi gridando che, se non smettevano, avrei
tirato loro in faccia la bottiglia - e l'avevo davvero
ghermita e levata in atto di scagliarla.
Pietro (ridendo): Oh bella! Oh bella! -
E quelli?
***: Ah tu ridi? - Li vidi come scomparire dietro la
tavola. La mattina dopo mi scrissero, scusandosi.
Mi
guardavano perché non sapevano capacitarsi ch'io fossi
capitato in quella loro osteriuccia; e, avendomi
riconosciuto, se ne compiacevano senza la minima
irriverenza.
Pietro: E ti par poco?
***: Ah sì, infatti, il compenso di due scemi che si
beano di te e la soddisfazione che non puoi più nemmeno
andare a nasconderti in un'osteria! Ma che vuoi che te
n'importi, se soffri - se soffri - della tua fama? della tua
gloria?
Veroccia (impronta, quasi con ira): E
tu perché soffri?
***: Ah, mi domandi perché soffro? Proprio tu?
Se non
m'è più lecito fare, senza uno scandalo enorme, ciò che
tutti farebbero - per vivere - per vivere -per respirare!
Natascia (placida, ricamando): E vuol
dire che tu lo farai.
Pietro: - ecco, lo scandalo! - Tanto, qua tutto
diventa scandalo! - Veroccia t'ama? - È uno scandalo! - Ma
devi pur pensare che né io, né Natascia, saremmo venuti
dall'America, se non c'era qua da conoscere questo mio
famosissimo zio!
*** Sì, di cui ora vogliamo fare un fantoccio da lasciare
a chi serve, nella mia biblioteca - posato davanti la
scrivania - eh, Veroccia?
Veroccia (assorta): Sto pensando che
c'è un problema da risolvere, Bisognerebbe anche farlo
parlare.
***: Facile, cara! Non ti confondere! Si spacca dietro
e gli si ficca nello stomaco un grammofono.
Veroccia: Ah, già, benissimo. Sì sì - coi dischi da
cambiare!
***: Per ripetere ai signori visitatori -
Pietro: - agli intervistatori -
***: - tutto quello - già fissato - che ho l'obbligo
di ripetere a vita.
Non perché l'abbia detto io; perché me
l'hanno fatto dire gli altri! Cose che non mi son mai
sognato di pensare.
Pietro: Tu devi averne davvero già parecchi, di
dischi...
***: Tanti, sì. Tutto fissato, ti dico. - Perché io
ormai non debbo più pensare altro - immaginare altro -
sentire altro. - Che! - Ho pensato quello che ho pensato (secondo
loro) e basta! - Non s'ammettono di me più altre
immagini. - Ho espresso quello che ho sentito - e lì - fermo
lì - non posso più essere diverso - guaj se lo tento - non
mi riconoscono più - io non devo più muovermi dal concetto
preciso, determinato in ogni minima parte, che si son fatto
di me: là, quello, immobile, per sempre!
Pietro: Morto!
***: Se fossi morto! La dannazione è questa, che sono
vivo ancora, io!
Questo si può fare solo coi morti - e
neppure coi morti, neppure coi morti! perché ce n'è pur di
quelli, già lontani nel tempo, che hanno - beati loro! -
qualche raro appuntamento con la storia, e poi il resto
della loro vita liberi, oscuri! - basta che rispondano
all'appello e si presentino puntuali a quella data fissa per
compiere il loro atto memorabile - 12 aprile 1426 - 15
ottobre 1571 - che sa di dove vengono - che hanno fatto
prima - che faranno dopo, se in quell'atto non saranno morti
- nessuno ne sa più nulla!
E anche - morti - da quell'unico
atto - ci può essere qualcuno che venga a rimuoverli,
scoprendo qualche nuovo documento - a scomporli dall'idea
che s'è fissata di loro nella storia - e li faccia rivivere
sott'altro aspetto, faccia dir loro una parola nuova - li
riapra alla vita rimettendoli a respirare in un'altra luce!
Pietro (acceso, con fuoco): Ma scusa! Ma
scusa! E che altro ho fatto io con te, scusa! Sei un
ingrato!
***: Ah, tu l'hai fatto? Già, perché ti sei
improvvisato editore delle liriche di Dèlago!
Pietro: Eh! scusa, non è avvenuto anche a te la
stessa cosa?
Indica il manifesto a colori, illustrato.
Eccoti là - divenuto appunto un altro - Dèlago - senza
che nessuno lo sappia - Dèlago: la gloria nuova, il
segnacolo in vessillo di tutti i giovani!
***: Ah sì, Dèlago, infatti - Dèlago... - Ma non mi ha
fatto rivivere Dèlago, sai, o tu o un altro!
Sono io ancora
vivo, io che penso, io che sento!
Prende tra le mani il
volto di Veroccia.
Sì: perché dal primo momento
questi occhi impertinenti si infrontarono coi miei, così,
aizzosi e incantati - (soffia fhh) -sulla
cenere - «tu vecchio? a chi vuoi darla a intendere? tu ardi!
» - e come risero allora, da vederlo io solo, queste labbra!
- Un attimo ti bastò - frugarmi appena negli occhi - per
scoprirmi vivo, di' se non è vero! E se potesti
svegliarmeli, è segno ch'erano in me - vivi, vivi -
pensieri, sentimenti che cominciai, qua, subito, a esprimere
nuovi, come in un sogno a cui non dovessi credere, se tu non
ci credevi - ci hai creduto - e ora sono, sono la mia vita!
Si ode picchiare all'uscio.
Pietro: Chi è? Avanti!
Entra Carlo.
Carlo: Ci sono due signori e una signorina.
Veroccia: Ma no! oggi è domenica, no!
Natascia: E aspettiamo in mattinata...
Veroccia: Restiamo tra noi, se dobbiamo concertare.
Pietro: Chi sono? Dove sono?
Carlo: Son qua. (Indica dietro l'uscio.)
* * * Io mi ritiro.
Fa per ritornare dietro il tramezzo
di vetri: Sono così...
Pietro: Aspetta!
Sporge prima il capo dall'uscio e poi si fa avanti Scelzi,
seguìto da Diana e da Sàrcoli. Sono giovani tutti e tre.
Scelzi è il critico più autorevole della nuova letteratura:
corpacciuto, testone, fronte a baule, occhio strabo chiuso,
per cui guarda con l'altro di traverso, voltando la faccia
chiazzata di sangue illividito; spirito arguto e fine
tuttavia, per poter un po' allargarsi a comprendere
qualcuno, deve soffrir le trafitture che gli dà il cilizio
di tutte le sue acutissime minuterie. Diana è una giovane
scrittrice avventurosa, attaccata per ora a Sàrcoli,
pittore, letterato e caricaturista.
Scelzi: Ma no, che signori! Sono io, Pietro, con
Diana e Sàrcoli!
Pietro: Ah, voi... Avanti, Scelzi, avanti! Voi siete
amici di Dèlago e miei!
Scelzi (sorpreso e deluso, scorgendo ***):
Oh! È qua lei, Maestro? (Guardando i due compagni:)
E allora...
Pietro: Allora, che? È mio zio, non lo sai? L'abbiamo
qua di nuovo in vacanza da una ventina di giorni.
Scelzi: Già, ma... (di nuovo guardando i compagni)
allora non sarà vero.
Sàrcoli: Direi che, per lo meno, non è più probabile.
Pietro: Che cosa?
Scelzi (a Sàrcoli): Hai costì il
giornale?
Sàrcoli (porgendoglielo): Sì, eccolo.
Scelzi: Esser venuti fin qua...
A questo punto Diana scoppia a ridere, non potendo più
trattenersi, specie per l'aspetto estivo del Maestro.
Sàrcoli: Oh! Finiscila, Diana!
Diana (seguitando a ridere, indica il Maestro, e
fa, più col cenno che con la voce): Lui... lui...
Sàrcoli: Che, lui? Eh, lo vediamo...
Pietro: Che ha da ridere?
Diana: No, non volevo... Scusi, Maestro, rido di
loro... come son rimasti... s'aspettavano... ed ecco lei,
invece... mi scusi, oh Dio, con un'aria... (lo
mira un po' e scoppia a ridere) ohi, ohi,
ohi... ah! ah! ah!
Pietro (urtato, balzando in piedi): Oh,
basta!
Veroccia (sdegnata): Questo, poi!
Natascia (stordita): Ma che vuol dire?
Scelzi (furioso, investendo Diana):
Smetti, bada, o ti zaffo la bocca con un pugno!
Diana (frenandosi): Sì, sì, basta,
basta... Si capisce... la gioventù... qua in vacanza...
Sàrcoli (a modo di scusa, tentando di riparare):
Gioventù! Gioventù!
Scelzi: È da imbecilli, che gioventù! Io sono una
persona seria!
Sàrcoli: No, veramente, scusa, il contrasto... -
salvando tutti i meriti del Maestro...
Pietro: Ma insomma, si può sapere che siete venuti a
far qua?
Veroccia: È incredibile!
Scelzi: Niente! A fidarsi! M'hanno assicurato che
avrei sorpreso oggi qua, nascosto da te, Dèlago!
Pietro (balzando e guardando istintivamente ***):
Dèlago?
Veroccia (smarrita): Oh bella...
Sàrcoli: Ma sì, «retour d'Amérique». E
stampato in quel giornale!
Scelzi (porgendo a Pietro il giornale):
Toh, leggi: segnalato il suo sbarco a Genova (indicando
il punto) qua, tra gli arrivi d'America!
Pietro (guardando): Col «Roma»? Ma che!
Io non ne so nulla. Chi ha potuto dare questa notizia?
Natascia (impassibile, seguitando a ricamare):
Col «Roma»?
Ma: tu hai ricevuto, proprio questa
mattina, col «Roma», una sua lettera da laggiù.
Pietro (con un viso ardente, beato, di stupore e
d'ammirazione, mostrando a Veroccia e allo zio Natascia che
così placidamente salva la situazione): E sembra
la più saggia! Guardatela! Come trova tutto con calma!
Si
china e la bacia. Poi, agli altri: Questa
mattina, appunto, una sua lettera. Figuratevi, se può essere
arrivato!
Col «Roma», eh già, appunto, col «Roma»!
Natascia (c.s.): C'era sulla busta...
stampigliato...
Sàrcoli (a Pietro): Ma c'è anche una
nota nel giornale, guarda: «Il poeta Dèlago in Italia».
E
dice che l'hanno veduto, riconosciuto...
Natascia (c.s.): E allora è qua, cercatelo!
Pietro: Eh già, nascosto a mia insaputa!
Veroccia (guardando ***): Come in un
disegno per bambini! «Trovare Dèlago.»
Sàrcoli: Voi scherzate?
Pietro: Che volete che vi dica, se lo volete qua a
tutti i costi!
Scelzi: Che! Basta guardare il sorriso soddisfatto
del Maestro...
***: ... per comprendere che Dèlago non può essere
qua. Ma perché poi «soddisfatto»?
Sàrcoli: Ah sì? Lei avrebbe piacere di veder qua
Dèlago in mezzo a noi giovani, festeggiato, esaltato?
Veroccia: Sicuro! Più che piacere, gioja! E lo
possiamo affermare noi, meglio di tutti!
Come se
festeggiaste ed esaltaste lui stesso!
Diana: Questo è bello da parte sua!
Pietro: Bello? Coerente: la pubblicazione delle
liriche di Dèlago si deve a lui!
***: No, questo è merito tuo...
Pietro: Il lancio che n'ho fatto, sì; ma il consiglio
di farmene editore, qua e non in America, me lo desti tu,
c'è poco da dire.
* * * Ma naturale...
Natascia (c.s.): È la verità.
Pietro: Io gli portai in fondo, venendo da laggiù,
cose di cui non potevo riconoscere il valore...
Veroccia (indicando ***): Fu lui!
Pietro: ... liriche d'un giovane ignoto, di sangue
nostro, che aveva saputo durare fedele laggiù, alla lingua
nostra: mi consigliò lui di stamparle, e mi convinse che
lanciarle in America non avrebbe avuto lo stesso effetto che
qua da noi.
Sàrcoli (a ***): Ma lei previde che
questa pubblicazione avrebbe acceso in noi giovani ... ?
***... tutta questa fiamma? No, - questo forse...
Sàrcoli: Ecco! Ecco! Lei non lo poteva prevedere,
dico che noi giovani avremmo trovato in lui, finalmente, la
nostra voce. Oh, non voglio dire con questo, che forse
allora non gliel'avrebbe più consigliato!
Ma era anche
umano, via, che lei non lo potesse prevedere. Eppure, sa?
che questa voce, lui Dèlago, l'abbia trovata per tutti noi
laggiù in America, nell'urto delle forze nuove, ha il suo
significato!
Pietro (seduto, cingendo con un braccio la vita di
Veroccia e posando una mano sulla spalla di Natascia):
Tu lo senti - senz'essere mai stato in America, eh? -
solo alla presenza di noi tre!
Sàrcoli: Ma sì: Russia, America, umanità che rivègeta!
- Ah, ma ora basta, però, di stare laggiù: bisogna
assolutamente che, Dèlago venga tra noi! E spetta proprio a
te di farlo venire, a qualunque costo!
Scelzi: Sì, ecco, a questo credo che tu lo debba
ormai persuadere!
Diana: Costringere! costringere!
Sàrcoli: Non deve più restare lontano! non può!
Perdio, saprà l'incendio che ha fatto divampare!
Diana: L'aspettiamo come il Messia!
Pietro: Eh, ma per tutto quest'anno...
Veroccia: Non verrà! Non verrà! Partiremo noi!
Spianteremo questa baracca, e andremo tutti a raggiungerlo
laggiù! (Dirà questo, infilando un braccio sotto
il braccio di ***.)
Scelzi: Anche lei, Maestro?
***: Io non ho veramente da raggiungere nessuno...
Scelzi: In che senso, scusi? Non sono un esaltato
come gli altri; ma che Dèlago sia proprio andato avanti a
tutti, guardi che io ci credo sul serio: avanti, da non
poterlo veramente raggiungere più nessuno della vecchia
generazione.
Questo è poco ma sicuro. Ci possiamo mettere la
pietra sopra.
Eh sì! - Io posso non ammirare in Dèlago tante
cose - e non le ammiro: tutt'altro! - ma trovo in lui un
innegabile superamento di quanto è stato fatto finora. Basta
guardare soltanto il suo «modo» - non scherziamo!
«Modo»,
dico, nel senso musicale della parola. Questo suo «modo» - e
dunque tutta la sua lirica - è nuovo: ritmo d'un respiro
nuovo (eh, perché vita che pulsa dentro altrimenti!) e fa
ormai avvertire il vostro, come un respiro a vuoto,
incoerente. Avrà sentito anche lei che questa è davvero
altra vita?
***: Ho sentito, sì, che è - è - vita...
Scelzi: ... con una voce «sua», che supera e fa
tacere ogni altra. E dunque via! A questo ci si deve ormai
rassegnare.
Rivolgendosi a Pietro: Come noi,
adesso, ad aver fatto questo viaggio inutilmente.
Oh sai che
stai lontano? Si vede che sei proprio venuto dall'altro
mondo.
Veroccia: E ci torneremo! ci torneremo!
Scelzi: Che! Storie! Persuadete Dèlago piuttosto che
lasci tutto davvero e venga qua -
Sàrcoli: - che non si può più stare ormai senza di
lui! Ce l'avevi promesso!
Perciò noi abbiamo creduto
leggendo sul giornale il suo arrivo.
Scelzi: S'era venuti - io, a intervistarlo; lui, a
fargli un disegno.
Diana: Io a bevermelo tutto con gli occhi!
Sàrcoli: E siamo corsi fin qua per i primi! Vedrai
quant'altri verranno!
Pietro: Ah no, per carità! Vi prego di smentire
subito la notizia!
Sàrcoli: Hai voglia! Fino a domani!
Diana: Si precipiteranno qua tutti!
Pietro: Metterò subito un cartellino all'entrata
della villa!
Scelzi: Non ci crederanno!
Sàrcoli: Forse, se aggiungi che hai qua ospite il
Maestro...
***: Ecco: tutti i giovani, allora...
Sàrcoli: No, scusi, Maestro: dico perché ha già fatto
l'esperienza su noi
***: ... che non ci può essere lui, se ci sono io, si
capisce.
Scelzi (salutando): Signora...
Signorina... Riverisco, Maestro... Addio, Pietro...
Anche gli altri salutano.
E Scelzi, Sàrcoli e Diana vanno
via.
Pietro, Veroccia e Natascia restano per un momento a
guardarsi tra loro, divertiti.
Pietro: Oh bella! Chi sarà stato a spacciarsi a
Genova per Dèlago?
***: Ancora un'altra impostura!
Natascia (a Pietro): Ah, non l'hai data
tu, la notizia?
Pietro: Io, no!
A ***: scrollando le spalle:
Impostura... Si deve per forza, scusa, dare a credere
che Dèlago possa arrivare da un momento all'altro
dall'America, e si deve pure inventare...
***: ... ma sì! E ne profittate bene, mi pare. E con
che gusto! Dovreste anche però non abusare tanto di me!
Veroccia: Noi? Di te?
***: Sì - dell'impossibilità in cui mi trovo di
gridare. -
Pietro: Oh, senti! Gridare! Vorresti svelare? E non
siamo stati - tutti finora d'accordo ... ?
Veroccia (insorgendo): E dici anche a
me, approfittare che non puoi svelarti?
***: No! Dico che almeno, via, non ci dovreste tanto
scherzare, davanti a me!
Veroccia: Io, scherzare? Io t'ho quasi svelato!
* * * (seguitando rivolto agli altri):
Appunto, provar questa voluttà, fin quasi di svelarmi, tanto
siete sicuri che nessuno può credermi Dèlago -
Pietro: - uh, poi, voluttà... -
***: - sì, sì, sfrontata - e per me, beffarda - come
un'incolumità che vi faccia felici di tradirmi sotto gli
occhi, di spogliarmi della mia vita per vestirne un altro!
Veroccia: Ma se io voglio, anzi, che tu sii, sii
Dèlago per tutti!
La senti tu, quest'impossibilità, perché
ci vuoi star nascosto! e ora che ti ci senti soffocare,
gridi!
Pietro: E come se poi quest'altro non fosse lui
stesso, devi dire!
***: Non è vero! Io stesso? E non hai visto? Non posso
essere «io»! Non devo essere «io»!
Veroccia: Perché non devi? Gridalo tu stesso a tutti
che Dèlago sei tu!
***: Ah si? Vuoi che lo gridi? E non capisci che
allora l'uccido?
Veroccia: Chi uccidi?
***: Dèlago!
Veroccia: E perché?
***: Ma perché io non sono il Signor Nessuno - io sono
QUALCUNO, te l'ho detto - «Io», ecco, «quale sono per
tutti», e non posso essere un altro! Se mi scopro Dèlago è
finito: diventa una mia maschera, non capisci? una maschera
di giovinezza, che mi sia messa per burla! - (Con
rabbia di passione:) Non deve essere sangue mio,
non dev'essere vita mia, non deve appartenere a me quello
che è mio; tu, tu Veroccia, viva mia, giovinezza viva mia!
No! No!
Tu devi essere di Dèlago, e non mia! Hai capito
adesso?
Agli altri: Ma voi almeno non vi
divertite a inventarlo tanto davanti a me, non me lo fate
consistere tanto, da rendermene geloso! - Sì, sì, geloso!
geloso! - Lo capite quello che fate! Avete visto? Me lo fate
aborrire!
Me l'hanno messo contro! Me lo hanno piantato
davanti, a petto! È lui il vivo! e uccide me, lui! Li avete
intesi?
«Questo è poco, ma sicuro. Ci possiamo
mettere la pietra sopra.» - Mi han seppellito! ecco,
seppellito!
L'ha lui la voce nuova - e m'ha
messo a tacere! - Ah, ma io me lo ripiglio! io me lo
ripiglio! Quello ch'è mio me lo ripiglio!
Lasciate fare a
me, e vedrete se tra poco non me lo ripiglio!
Li guarda.
Ora mi guardate, come chi dà un'occhiata contro il
sole... Ma non ve lo dico, no. Non vi dico più nulla.
Lasciate fare a me!
Si ode a questo punto come
uno squillo di tromba, glorioso.
***, udendolo, smuore
all'improvviso. Gli altri guardano sorpresi.
***:
Eccoli. Vengono a prendermi.
Veroccia: È l'automobile? Oh bella, suona così?
Pietro: Strano! M'è parso uno squillo di tromba.
*** (con amarissima ironia, immobile, con
gli occhi fermi): Sfido. Viene la gloria. Come
vuoi che s'annunzii?
Si libra alata sul petto di mia moglie,
e non può che sonare la tromba.
Pietro: Che che! Saranno altri matti che vengono a
suon di tromba per Dèlago.
Guarda, guarda dalla finestra,
Veroccia.
E fa cenno con la mano davanti a sé.
Veroccia che si troverà in fondo, si dirigerà verso il
proscenio, dove Pietro indica la finestra; e, man mano che
avanza, dall'alto calerà la facciata della villa con le
finestre in due ordini.
Ma il cenno di Pietro e la direzione
presa da Veroccia nel muoversi non corrisponderanno al punto
in cui la finestra dello studio realmente si trova nella
facciata.
Se ci son quattro finestre, due sopra e due sotto,
Veroccia si affaccerà dalla seconda a destra di quelle di
sopra, perché realmente a guardare ora la villa da fuori, lo
studio di Pietro si troverà là.
Veroccia (affacciata alla finestra, guardando in
basso). Sì, sì, proprio loro
Fa di no con la
mano alla domanda di Pietro se per loro intende i
giornalisti.
No, no. I suoi parenti.
Poi
séguita a guardare e annunzia: Ma con altri. Son
cinque. Tito è davanti. Ecco, scende l'editore, come si
chiama?
Modoni e ora un signore che non conosco.
Aspettate... Ah, sì, uh! è Sua Eccellenza Giaffredi...
Ecco ora Valentina.
E ora fanno scendere la zia.
Alza le
braccia guardando in alto per trarre un profondo sospiro,
come a beversi il cielo: Ah peccato!
Con una mattinata
di sole così bella!
Si ritrae dalla finestra.
La facciata è tirata sù.
Siamo nell'atrio della villa,
dove or ora sono entrati gli ospiti annunziati da Veroccia
alla finestra.
Saranno tutti dapprima con le spalle voltate
al pubblico, perché si suppongono entrati dal proscenio,
dove, in corrispondenza delle finestre già viste nel muro
esterno, s'immagina l'entrata della villa.
Giovanna, la
moglie, è statuaria, formosa ma rigida personificazione
della gloria ufficiale del marito: fronte bassa, austeri
occhi ovati, dalla guardatura solenne; robusto naso
imperioso; mento solidissimo; veste pomposamente di nero e
d'argento.
Valentina, la figlia, ormai sui trenta, pare
inaccostabile, come una figura calata da un quadro, dipinta
con superbo e meticoloso artificio. Ha l'aria trasognata.
Tito, il figlio, è robusto, intozzato su di sé; cupo e
bilioso; quando ha detto «papà» ha detto tutto.
Sua
Eccellenza Giaffredi, Ministro di Stato, è sulla
cinquantina, grigio, galante ma per nulla affettato. Tratto
autorevole ma sorridente, da personaggio di riconosciuta
superiorità che non può ammettere non gli si obbedisca;
abituato a vivere nelle alte sfere della finanza e della
politica, è, qual amico di casa, protettore e
condiscendente; scusa gli umori e le bizze dei letterati,
che magari lo divertono, purché poi facciano come vuol lui.
Modoni, l'editore, è sui sessanta, grasso, con una testa
caratteristica da israelita intelligente; furbo, fa il
magnanimo, ma è rapace.
Giaffredi: Ah, ma è proprio bello qua!
Giovanna: Sì, amico mio; ma poco merito, coi soldi
che hanno...
Modoni: Molto molto ricco, eh?
Valentina: Pare...
Tito: Eh, non vi basta il lancio di «Dèdalo», per
prova di come butta via i denari?
Modoni: Già già... Ha saputo lanciarlo... C'è poco da
dire!
Giovanna: Ma com'è che non scende ancora nessuno? Non
sarà il caso di far risonare la tromba?
Giaffredi: là proprio un nipote?
Giovanna: Ma sì, figlio di un fratello!
Tito: Cosa inaudita! Lo stesso cognome...
Giaffredi: Perché inaudita?
Tito: Farsi lui - col nostro stesso cognome - editore
di questo «Dèdalo»!
Valentina: Dèlago, Tito.
Tito (correggendosi): Dèlago! Dèlago!
Valentina (irritata): Ma facci caso!
Dici sempre «Dèdalo»!
Tito: Lo faccio apposta!
Giovanna: Ancora qua, signori miei, nel mezzo di una
stanza; e nessuno che venga a dirci «s'accomodino»...
Sarà
bello, amico mio, ma a me non par l'ora di levarne i piedi.
E poi, non c'è tempo da perdere.
Su, su, andate su voi, Modoni. Il manoscritto.
Modoni: Eccolo qua!
Giovanna: Bell'affare! Certe bili ci piglio, solo a
vederlo! Via via!
A Giaffredi: Che non se ne
parli, anzi, davanti a me, per me è meglio, amico mio. Direi
cose di fuoco!
A Modoni: Fermo eh? Senza
remissioni. No, no e no!
Modoni: Ma non credete che sarebbe meglio salisse con
me anche Sua Eccellenza?
Giovanna: Voi avete col vostro contratto abbastanza
autorità, Modoni. Fatela valere, e basta!
Giaffredi: A un bisogno, se occorre, verrò su
anch'io, Modoni; ci parlerò io. O che scenda lui... Perché
non scende?
Modoni (col grosso manoscritto sulle mani, quasi
soppesandolo). Voi lo capite, Eccellenza, con
quello che so che si sta preparando, per me, rinunziare...
Il cuore mi sanguina, parola d'onore! Ma basta! Io non ho
guardato mai all'interesse.
E spero che lui lo comprenderà.
E va su per la scala.
Giaffredi: Non transigete! Non transigete! E tenete a
mente che, al caso, ci sono qua io!
Giovanna: Poverino, è vero: era tutto felice...
L'opera nuova, aspettata come la manna...
Tito: Che doveva essere il contr'altare...
Giaffredi: E questo tradimento! È incredibile!
Tito: Incredibile!
Giaffredi: Scusate, Giovanna...
Se la tira in disparte: No, io dicevo, se è così tanto ricco
e... parente, nipote... non ci sarebbe da tentare ... di
fargli buttar all'aria questa sua baracca di editore e
questo suo Dèlago ...
Giovanna: Sì, e come?
Giaffredi: Ma... penso... non potrebbe essere, per
esempio, un partito conveniente per la nostra Valentina?
Giovanna: No, Dio liberi, che dite, amico mio!
È
venuto dall'America in compagnia di due giovani bandite
russe, ripescate laggiù...
Giaffredi: Questo non vorrebbe dire... se si
potesse...
Giovanna: Come non vorrebbe dire? N'ha sposata una!
Giaffredi: Ah, n'ha sposata una...
Giovanna: E poi con questo che ha fatto; ma vi par
poco? Viene qua espressamente dall'America - eh, Tito?
Tito (appressandosi): Eh, mammà?
Giovanna: Sua Eccellenza diceva di Pietro, (piano:)
per Valentina...
Tito: Se è sposato!
Giaffredi: Non lo sapevo. Quantunque, peuh, i
matrimoni, in America...
Tito: Un divorzio? Che! innamoratissimo! Si sono
uniti... C'è anche la sorellina... Tre pazzi...
Giovanna: E poi, io gli dicevo, con questo che ha
fatto...
Tito: ... già - viene espressamente per conoscere
papà - e spunta come un fungo, editore dei giovani -
strombazzatura all'americana - pim! pam! -
Dèlago, Dèlago! - Contro papà.
Giaffredi: Ma chi è poi questo Dèlago?
Tito: Uno di laggiù - suo amico! E il bello è questo,
Eccellenza: lo mettono contro papà, e io posso provare -
provare - che è uno che ha letto papà! che copia papà!
Scende
Pietro allegramente dalla scala.
Pietro: Ah, ecco qua Tito col suo «copia papà»!
Tito: Lo copia! sì, lo copia! e t'ho detto che posso
provarlo, e indicare dove, e quante volte, punto per punto!
Valentina: Tito ha avuto la forza di leggerlo tutto -
spassionatamente.
Giovanna (come se Tito avesse fatto una cosa
incredibile): Ah sì, tu? Da vero?
Tito: Sì, io, io, e ho trovato i plagi! più di
cinque!
Giovanna (a Giaffredi): Ecco! Sentite?
E ora si dovrebbe vedere una tale enormità!
Pietro: Già! un bel caso! Ho saputo su! Che è lui,
invece, lui a imitare Dèlago adesso, nel suo nuovo libro!
Modoni è inconsolabile! Un trionfo! Un vero trionfo per
Dèlago e per me!
Giovanna: Ah, no, caro! aspettate a dire trionfo! Ci
siamo qua noi, e siamo venuti appunto per questo.
Questo suo
nuovo libro non si pubblicherà!
Pietro: Ma se non lo pubblica Modoni, lo pubblico io!
lo pubblico io!
Giaffredi (imponendosi con tutta la sua autorità,
reciso): Lei se ne guardi bene! Lei non pubblica
niente!
Pietro: Chi è lei, scusi, in casa mia?
Giaffredi: Non ci pensi nemmeno, non ci pensi
nemmeno!
Giovanna: È Sua Eccellenza Luciano Giaffredi,
Ministro di Stato!
Pietro: Onoratissimo. Ma io, sa, sono nato in
America.
Giaffredi: Ah si vede, in America.
Pietro: Ma cresciuto italiano fino al punto che ho
obbligato mia moglie e mia cognata, straniere, a imparare e
parlare la lingua nostra. E la parlano meglio di me.
Giaffredi: Russe, eh?
Pietro: Russe, sissignore. Ma niente politica, e
tutto in regola.
E io le ho detto che son nato in America,
perché intenda che per me esser Ministro di Stato...
Giaffredi: Lei ignora che io non ho bisogno di
prendere autorità dal mio titolo, per farmi custode oggi
qua, con la famiglia e col Paese, d'una fama consacrata da
tutta una generazione, e a cui non è lecito recare offesa,
nemmeno a lui stesso, (indica lassù), proprio
nel momento che la Nazione, su mia proposta, si prepara a
onorarlo, festeggiando solennemente il cinquantenario della
sua nascita.
Pietro: Ne sono lieto e orgoglioso come nipote; ma
non sarà lecito neppure a nessuno proibirgli per questo di
pubblicare, se vuole, il suo nuovo libro.
Giaffredi: Sissignore, glielo proibiamo noi, e
lecitamente, per il rispetto che abbiamo di lui e del suo
nome.
Pietro: Ah senti! Bel rispetto!
Giaffredi: Perché Egli non può perdere la testa nel
momento stesso che sta per essere incoronata.
Pietro: Incoronata? Come incoronata? Ah, l'incoronano
... ?
Giaffredi: Oh sa, non d'una retorica corona d'alloro,
come si dànno in provincia ai cantanti, o s'appendono ancora
ai monumenti.
No: d'una vera corona nobiliare, che il Paese
gli offrirà in riconoscimento della sua gloria nazionale.
Corona di conte.
Giovanna: Trasmissibile!
Pietro (freddo): ... ah... (Guarda
Tito.) Così, poi, il Conte sarai tu...
Tito: E t'assicuro che io saprò rispettare...
Pietro: Lo credo bene! Lo credo bene!
E lei,
Contessa, (e s'inchina a Giovanna) e tu, la
Contessina (e s'inchina a Valentina) a patto
che egli s'arrenda a non pubblicare quel suo nuovo libro.
Accenna
con la mano su, per fare intendere che si tratta del
manoscritto recato su dall'editore: Ho capito.
Giaffredi: Quel suo nuovo libro - perché lei lo
sappia - è stato letto, vagliato, esaminato parola per
parola da tutti i suoi amici e ammiratori più fedeli e
affezionati, che sono una schiera - e tutti l'hanno
giudicato -
Pietro: - infetto, contagiato dalla nuova ispirazione
giovanile di Dèlago - e allora défendu - benissimo
oké! oké! ollràit! (Piroetta.)
Giaffredi: Egli non deve più vaneggiare in tentativi
incoerenti, alla sua età!
Giovanna: ...e dar questo spettacolo, d'abbassarsi a
raccogliere...
Tito: ... la voce dei nemico, e a farsene eco - lui!
Giaffredi: Deve rientrare in sé! Composto nella sua
fama già stabilita e tutta ben delineata.
Se ancora qualcosa
vorrà dire dopo quello che ha detto, dev'esser lapidario -
lapidario.
Spunta in capo alla scala Veroccia, tutta accesa di
sdegno, e chiama aggrappata al parapetto.
Veroccia: Pietro! Pietro! Vieni su!
Giovanna (Voltandosi a guardare): Ma
che cos'è? Dove siamo?
Veroccia- -E una sopraffazione! Vieni su! Vieni su!
Pietro: Eccomi! Eccomi!
E si spicca per salire a
sbalzi la scala da cui scende placida e seria Natascia.
Giovanna: Ah, ma vado su anch'io, allora! Questa è
una congiura bella e buona!
Giaffredi: No, lasciate! Lasciate andar me, Giovanna!
Vado io!
Giovanna: L'hanno imprigionato! Non vedete? È levato
di cervello!
Giaffredi: State tranquilla, state tranquilla, che lo
farò io rientrare in sé! (S'avvia.)
Giovanna: Ma fatelo anche venir giù, vi prego; che si
vada via subito tutti! Io non posso più vedermi qua!
E
come Giaffredi, salita la scala, scompare,
voltandosi ai figli: La meraviglia è di lui, che viene
a consegnarsi qua, in una casa di pazzi e di nemici!
Natascia (senza scomporsi): Grazie,
zia, per l'ospitalità e le cure che gli abbiamo date.
Egli è
molto malato, se volete saperlo.
Giovanna (scrollando le spalle):
Malato... malato... Questa è stata la scusa per venirsi a
imbecillire qua!
Natascia: Non scusa. È malato davvero.
Giovanna (senza dare alcuna importanza al male):
Sì, soffre un po' di cuore...
Tito (preoccupato): Non si sarà mica
sentito male, su, adesso ... ?
Natascia: Oh, no. Di cuore, no. D'un male - terribile
- quando ripiglia a una certa età.
Valentina (urtata): Ma che male?
Natascia (placida): La giovinezza,
cugina!
Valentina: Glielo avrete attaccato voi, questo male!
Natascia (c.s.): Ah, può anche darsi, noi.
Giovanna (stupita, guardandola): Come
lo dice!
Natascia: Ma doveva anche averlo in sé, lui. Io lo
dico, come si dice la verità.
E dico anche che voi tutti -
che credete noi suoi nemici - siete voi invece, i suoi
nemici.
Giovanna: Ah noi? E avete la sfrontatezza di
affermarlo davanti a me?
Natascia: Non la sfrontatezza, il coraggio, perché è
la verità.
Voi commettete un delitto in questo momento;
vivete sopra di lui, tutti, e lo soffocate.
Giovanna: Basta! Basta!
Tito: È inaudito!
Valentina: Bisogna andar via!
Giovanna (a Tito). Va' subito su: digli
che qua mi si insulta e che, se non scende subito, io vado
via!
Tito va su anche lui.
Natascia (sempre placida): Impossibile
che scenda subito. Bisogna dargli il tempo di rivestirsi da
vecchio.
Si stava rivestendo - ma è salito il signor
Montoni...
Valentina, al «Montoni», scoppia a ridere di rabbia.
Giovanna: Modoni! Modoni! E il suo editore, e, per
vostra norma, il primo editore d'Italia!
Natascia: Sarà lecito a me, straniera, ignorare
queste cose.
Giovanna: E a noi allora cacciarvi, se volete
immischiarvi - stranieri - nelle cose nostre!
Scendono dalla scala, vociando, infuriatissimi, Modoni,
Pietro, seguiti da Giaffredi e da Tito.
Modoni: Ah, no! Ah, no! Questo non sarà mai! E
quand'è così, ecco, me lo ripiglio!
e strappa di mano a
Pietro il manoscritto.
Pietro (afferrandolo): Di prepotenza?
Ah perdio, no! Lei me lo ridà!
Modoni: Non glielo ridò! Non glielo ridò, se osa
negarmi...
Pietro: Lei me lo ridà, perché me l'ha consegnato lui
stesso!
Giaffredi: Ma sì, Modoni, ridateglielo! Tanto, non
potrà far nulla di questo manoscritto!
Tito: Non può mica pubblicarlo!
Pietro: Non posso, certo! Se lui non vuole...
Modoni: No! Lei non può, perché io ho un contratto
d'esclusività - ha capito? - per tutte le sue opere passate,
presenti e future!
Pietro: Anche col diritto di proibirgli di pubblicare
da un altro editore un libro che lei gli rifiuta?
Ah no
questo diritto, caro signore, lei non può averlo!
Modoni: Ma io non glielo rifiuto per me, che mi va
contando? Io glielo rifiuto per lui! Per il suo stesso
interesse!
Il mio sarebbe di pubblicarlo! Sono loro, i suoi
amici qua, Sua Eccellenza, la famiglia, tutti, a impormi di
non pubblicarlo, per non suscitare uno scandalo che per me
sarebbe, al contrario, quel che Dio può mandare; e lei,
americano, lo sa!
Perdio, sono una vittima e mi si fa
apparire un soperchiatore? Ecco qua a lei il manoscritto, se
lo prenda!
E lo butta sdegnato in mano a Pietro.
Giovanna: Ma che cos'è? Che cos'è avvenuto?
Giaffredi: Niente, Giovanna; ora vi dirò!
Tito (piano, alla madre per rassicurarla):
Stai tranquilla! Ottenuto.
Giaffredi (a Modoni con tono di riprensione):
Siete stato voi stesso, scusate, Modoni, a dare per
primo a noi tutti l'allarme...
Modoni: Ma sì, non lo nego, perché ho provato io
stesso sgomento, leggendo - lo confesso - e rispettoso come
sono del mio massimo autore, il mio dovere era d'avvertirne
la famiglia, gli amici...
Ma tutto questo, perdio, contro il
mio interesse!
Ora capirete che non potrei tollerare che un
altro se ne debba profittare!
Giovanna: Ah, siamo ancora dunque ... ?
Giaffredi: No!
Tito (contemporaneamente): No!
Giaffredi: Nessuno si profitterà, state sicuro,
Modoni! Lui stesso si è arreso - basta!
Non solo per noi, ma
anche per soddisfazione di tutto il Paese che gli vuol bene
e che saprà mostrarglielo!
Giovanna: Ma allora... questo manoscritto?
Pietro (fieramente): Resta qua, a me!
Affidato a me!
Giovanna (con sorpresa): Ma no! Perché?
Giaffredi: Lasciate! Ha voluto così, che qua lo
leggano... Non gli si può impedire.
La cosa non ha
importanza. Non possono far nulla...
Giovanna: Ma possono provare il gusto di mostrare a
tutti i proseliti del nuovo autore, quanto lui s'era
avvilito...
Natascia: Non abbia questa paura, signora, perché per
noi, lui non s'è per nulla avvilito...
Pietro: Brava Natascia!
Giaffredi: Per noi, invece, questo libro è il sintomo
d'una deplorevole irrequietezza, causata certo da un
momentaneo smarrimento. Soffre, non si può negare. È
indebolito.
Come gli ho posato le mani sulle spalle per
ringraziarlo, alla fine, d'essersi arreso, ho sentito
proprio - vi giuro - le sue ossa quasi lasciarsi andar giù
tutt'insieme. (Bisogna, amica mia, sorvegliargli il cuore.)
Tito: Eccolo che scende!
* * * appare sulla scala, non più come s'è visto in
principio, ma quale è naturale che tutti s'aspettino ch'egli
sia divenuto, dopo quanto s'è udito sulla scena dall'arrivo
dei parenti e dell'editore e dell'amico. Apparirà cioè come
rientrato nella sua immagine immutabile, a tutti
universalmente nota, quella che il pubblico ha già vista nel
ritratto ingrandito dello studio. E naturale apparrà anche,
che gli siano davvero ricresciuti i capelli.
L'attore si
sarà messo infatti nel frattempo una nuova parrucca; ma sarà
bene che da principio, mentre scende la scala, le ciocche
lunghe, che gli si ripiegano in forma di ali cadenti, dietro
gli orecchi, siano nascoste dentro il suo famoso cappello a
larghe tese; e questo, per la ragione che si vedrà appresso.
Tutti si moveranno verso il fondo, in silenzio e come
sospesi, mentre egli lentamente scenderà la scala, pallido e
come insordito in una rigidezza di pietra.
Quand'egli avrà
disceso tutta la scala, apparirà in cima Veroccia, con gli
occhi gonfi e rossi di pianto, e s'aggrapperà alla ringhiera
come per trattenersi e resistere a quello che prova.
L'uscita della villa s'immagina, come s'è detto, verso il
proscenio.
Giovanna (facendosi avanti): Tu sei un
po' sofferente?
Giaffredi: Ma no, ma no! adesso è passato, non è più
niente. Andiamo.
Giovanna: Aspettate. Dio, che hai fatto dei tuoi
capelli, caro?
Gli leva il cappello e gli passa la mano sui capelli,
prima da un lato e poi dall'altro e allora le ciocche ad ali
cadenti pare che ricrescano sotto le mani di lei.
Ella lo
guarda e tutti lo guardano.
Giovanna:
Ecco: così è la tua testa.
E allora, lui avanti, e tutti gli altri dietro, si
muovono con la solennità di un mortorio verso il proscenio.
Se non che, dall'alto della scala, scoppia, come a
tradimento, il grido frenetico di Veroccia.
Veroccia: Viva Dèlago! Viva Dèlago!
Egli s'arresta un attimo, come colpito alla schiena, e
apre con strazio atroce, appena appena, le labbra pallide e
rigide a un sorriso di spasimo e di gioia.
Giovanna: Questa è un'improntitudine!
Giaffredi: Una tracotanza!
Veroccia (c.s.): Viva Dèlago! Viva Dèlago!
Giaffredi (a Pietro, che ride, felice):
Ma la faccia tacere!
Giovanna: Andiamo! Andiamo! Tu non metterai più piede
in questa casa!
Egli séguita ad andare verso il proscenio senza affrettarsi, con tutti
dietro, e mentre Veroccia seguita a gridare come in una convulsione, sempre più
frenetica:
«Viva Dèlago! Viva Dèlago!» aggrappata, contorta sulla
ringhiera della scala, cala lentamente la
Tela
|
QUANDO SI È QUALCUNO - ATTO SECONDO |
La biblioteca di *** nella sua casa antica.
Aria corrotta dalle vecchie stampe e da quel rigido che hanno le chiese. Senso
stagnante di solenne oppressione.
Tutte le pareti sono coperte da scaffalature di libri; e i due usci nelle due
laterali e il camino in quella di destra, (dell'attore)
prima dell'uscio, vi sono inseriti; in quella di fondo è, nel mezzo, come una
nicchia, in cui è inserito il seggiolone di *** che ha davanti un'ampia
tavola massiccia rettangolare, sovraccarica anch'essa di libri e sparsa di
carte, con una grande lampada da una parte, e dall'altra, sul davanti, una mezza
figura in marmo di *** un po' minore del vero, che rappresenta la testa e
il braccio destro che la sostiene, a pugno chiuso sulla tempia.
Davanti la scaffalatura della parete sinistra c'è un gran divano di cuojo, un
po' sciupato, e due poltrone anch'esse di cuoio, con un tavolino in mezzo; due
poltrone sono anche davanti il camino nella parete destra. Corre a tre quarti
d'altezza delle scaffalature un palco praticabile, tutt'in giro alla biblioteca
colla sua ringhiera di legno. In questo palco, tra i libri, quattro ritratti di
poeti simmetricamente disposti, due nella parete di fondo e uno in ciascuna
delle laterali, ritratti dipinti sugli sportelli, che si possono aprire, di
quattro riposti della biblioteca, ove s'immaginano conservati libri rari e
preziosi. Anche questi quattro riposti (che s'intravederanno appena,
perché gli sportelli sul palco si potranno aprire fino a un certo punto,
impediti come sono dalla ringhiera) saranno praticabili, per la ragione
che poi si vedrà. I quattro ritratti saranno quelli di Dante e dell'Ariosto,
l'uno a destra e l'altro a sinistra, sugli sportelli della parete di fondo;
quello del Foscolo sullo sportello della parete destra e quello del Leopardi su
quello della parete sinistra.
Al levarsi della tela si vedrà, in una luce molto gialla e pur soffusa di viola,
calda e densa - luce malata e soffocata - innaturale - di sogno - ***
dormire sul suo seggiolone, il braccio destro appoggiato al bracciuolo, a
sostegno della testa, nello stessissimo atteggiamento del busto sul davanti
della tavola, a sinistra. Parrà di cera: il fantoccio ideato da Veroccia, posato
lì, davanti la scrivania.
Sul palco in alto si vedranno, come uscite vive dai ritratti sui quattro
sportelli, le immagini di Dante e del Foscolo, dell'Ariosto e del Leopardi.
In un silenzio assoluto, gesticoleranno a un tempo tutte e quattro
vivacissimamente.
Foscolo, acceso, con un braccio levato e la mano aperta, fa cenno a Dante
d'incitamento a parlare per i nuovi destini d'Italia, come lui vorrebbe: ma
Dante, fosco e sdegnato, scrolla urtato le spalle e con un dito teso fa segno di
no, di no, energicamente.
Dal canto suo il Leopardi scuote sconsolato la testa di qua e di là e apre con
disperazione le braccia, come per dire che tutto è inutile e vano, mentre
l'Ariosto, con un sorriso di sapiente indulgenza, fa col capo e le braccia
all'infelice gesti d'esortazione: eh, via! sii mago a te stesso e consólati!
Questa scena durerà un momento, cioè finché non s'udrà bussare una prima volta
all'uscio della parete destra.
*** si scoterà appena, ma quanto basta per scomporre quel suo sogno di
biblioteca; e difatti le quattro immagini dei poeti subito apriranno fin dove è
possibile gli sportelli e si cacceranno dentro i riposti, richiudendoli. Si udrà
di nuovo bussare all'uscio, più forte; e allora *** si riscoterà, ma
resterà un po' incerto se abbia udito davvero bussare. In questo momento
d'incertezza, quella morbosa luce si diraderà, si farà luce di giorno, fredda e
normale:
***: Avanti.
Entra il vecchio cameriere Cesare, d'aspetto molto dignitoso, ma così
preoccupato che parla con voce velata.
Cesare: Per Vostra Eccellenza, il commesso della nuova Casa di dischi.
*** (lo guarda, sta un po' a riflettere, poi dice seccato): Ma sì,
fallo entrare.
Entra il commesso della nuova Casa di dischi con un grammofono portatile a
valigetta, in una mano, e nell'altra sei dischi nella loro busta aperta.
Il commesso: Ossequio, Maestro. Le porto il disco «I miei quattro poeti».
***: Ah, già impresso?
Il commesso: Eh, un suo disco! Sentirà (posa il grammofono sul
tavolino davanti al divano; e lo apre; e, mentre lo carica,) riuscito
a perfezione, nitido; una bellezza. La Casa - (s'era rimasti tre, mi pare?) glie
n'ha mandati sei - e se ne volesse altri... (Ha finito di caricare e ora
applica il disco.)
***: Basta uno! Basta uno! È anche troppo.
Il commesso: Ecco pronto.
Fa girare lo strumento.
Disco (con la voce di ***): Dante. (Pausa.)
Ariosto. (Pausa.) Foscolo. (Pausa.)
Leopardi. (Pausa.) Quattro nature, nelle necessità del loro
tempo, a cui debbono, anche a loro insaputa, obbedire. E se Foscolo può incitare
Dante a parlare per i nuovi destini d'Italia, come lui vorrebbe; e se Dante,
chiuso nelle sue passioni inesorabili, nega sdegnato...
***: Ah, basta! Stacchi! Stacchi! La prego!
Il commesso (staccando subito): Non l'accontenta?
***: No, la mia voce - là chiusa - che parla così da sé... Va benissimo,
non dico, ma mi è insopportabile. Lasci pure i dischi e ringrazii per me la
Casa. Chi sa che davvero non mi serviranno...
Il commesso (stordito): Come dice?
***: No, niente. Son veramente la voce di questa mia biblioteca.
Il commesso: Vedrà che andranno a ruba, Maestro! I miei ossequi.
***: A rivederla.
Il commesso s'inchina, e via col suo grammofono a valigetta.
Si presenta Cesare, al solito, molto dignitoso, ad annunciare.
Cesare: Per Vostra Eccellenza -
*** (scattando: urtato): Oh, basta, con questa mia eccellenza!
Cesare: Me l'ha ordinato la signora.
***: Da quando t'ha dato quest'ordine, la signora?
Cesare, Da poco, Eccellenza. Anzi m'ha detto, in attesa d'altro titolo.
Cosa di cui io, umilmente, da servo affezionato...
***: Va bene, va bene - chi c'è?
Cesare (col tono di prima, forse un po' più velato, ma come se nulla
fosse stato): Per Vostra Eccellenza - un gruppo di giovani.
***: Giovani - per me? - Chi sono?
Cesare: Giornalisti, hanno detto.
Scelzi (sporgendo, come nel primo atto, il capo dall'uscio): Io,
Maestro, con alcuni amici, se permette.
Nell'interno, davanti all'uscio, scoppia un frastuono di voci. Si
riconosceranno quelle di Sàrcoli e di Diana; ma più violente saranno quelle del
primo e del secondo giovine delaghiani.
Primo giovine: No, immorale! immorale!
Diana: Da ridere, via!
Sàrcoli: Bolla tutta una generazione!
Secondo giovine: E chi ha inteso poi canzonare?
*** (a Scelzi): Ma che vogliono?
Scelzi (parandosi davanti all'uscio e ammonendo verso l'interno):
Oh, a patto che finisca il bailamme!
Cesare (nel frattempo a ***): Vuole che li cacci?
***: No, aspetta.
Scelzi (agli altri che entrano, accesi):
Parlerò io.
***: Un'invasione...
Sàrcoli (buttandosi a dire con foga): Sì,
perché lei veda -
Scelzi (dandogli sulla voce): Basta, Sàrcoli!
Sàrcoli: No, con tutto il rispetto che gli si deve...
*** (a Sàrcoli): Veda che cosa?
Sàrcoli: Che non è lecito scherzare con l'entusiasmo dei giovani!
***: Io, scherzare? Non capisco. Che è accaduto?
Primo giovine: Vuol seguitare!
Secondo giovine: Ah no!
Sàrcoli: Basta! Basta!
Diana: Io ci ho gusto!
***: Va' va', Cesare.
E mentre Cesare come trasecolato nella sua dignità, va via,
rivolgendosi ai giovani: Insomma che cos'è?
Primo giovine: Siamo qua tutti sconvolti -
Sàrcoli - no, peggio: indignati!
***: Si osa parlare così davanti a me?
Secondo giovine: Indignati, sì, come per un'immoralità -
Primo giovine: - ma dici truffa all'americana, del signor Pietro -
***Pietro? Che ha fatto? ,
Primo giovine: - una truffa! una truffa!
*** (stordito): - truffa...?
Scelzi (insorgendo): Oh, finiamola, perdio, con le parole
grosse! Possibile che non ci si debba intendere nemmeno tra noi?
Diana (scoppiando a ridere all'improvviso, come nel primo atto):
Dèlago... Dèlago...
Sàrcoli: Basta, Diana, o ti caccio via!
Diana È così buffo... così buffo...
*** (andandole contro, fiero): Che cosa è buffo?
Diana: Ma anche noi, Maestro... io stessa che ci ho creduto... Io anzi
l'ammiro per questa colossale canzonatura...
***: Canzonatura? Che vuol dire? Io non so nulla!
Scelzi: Come, scusi! Non sa che suo nipote ha messo fuori stamane un
nuovo libro di Dèlago?
***: Io, no! Pietro? Che libro?
Primo giovine (in tono derisorio): «LA VOCE NUOVA»...
Sàrcoli (subito, porgendogli il libro): Eccolo: «Nuove liriche di
Dèlago»...
*** (sorpreso, con esclamazione spontanea):
Ma questo libro è mio!
Tutti (meno Scelzi, a coro): - Eh, lo sappiamo! - Ormai! -
Bella novità! - Lo sappiamo bene!
Scelzi (mostrando un fascio di bozze che ha con sé):
Ne ho qua le bozze, guardi, mandatemi una settimana prima, per il lancio!
*** (come tra sé, sbalordito): ...
pubblicato sotto il nome di Dèlago?
Primo giovine (indicandolo agli altri):
Finge di non saperlo, oh!
*** (c.s.): ... ha osato far questo ... ?
Sàrcoli: Ma perché Dèlago è lei!
Secondo giovine: Vuol nascondersi ancora?
Diana: È inutile, sa, perché ormai ce l'ha detto...
***: Chi ve l'ha detto?
Sàrcoli e gli altri (meno Scelzi):
Lui! - Lui! - Pietro! - Lui stesso!
*** (quasi tra sé): Sciocco... sciocco...
Scelzi (come a parar le voci dei compagni):
Ma no! Aspettate! - Perché io prima avevo mostrato, discutendo, queste bozze
a uno che aveva letto il manoscritto, e me lo vidi saltar su, tutt'acceso e
trionfante, a gridarmi che il libro non era di Dèlago ma di lei, e che lei lo
aveva rifiutato!
***: Rifiutato? Non è vero! Io l'avevo lasciato là -
Sàrcoli: - da Pietro? perché lo pubblicasse?
***: No! al contrario! Proibendoglielo!
Sàrcoli: Ah, sentite? - E allora è stato lui a farle il tradimento! Per
seguitare la burla!
Scelzi (gridando): Ma non è vero! Che dite! Sono stato io, a
metterlo alle strette!
***: E lui le ha confessato ... ?
Sàrcoli: Ma sì! La burla!
Scelzi (mentre gli altri, indignati, ripetono):
- La burla! La burla! (e ***: tra sé, con rabbia e amarezza
stringendo le pugna, esclama:) - Sciocco... sciocco... sciocco... (insorgendo
contro tutti)
No! Pietro non ha detto burla! Tutt'altro! Ha voluto anzi difendere il libro
e lei! Sono stato io a dimostrargli -
*** (investendolo): - che gli ha dimostrato lei?
Scelzi (furioso, picchiando la mano rovesciata sul fascio di bozze):
- che qua, queste nuove pagine, sonavano false -
***: - ah? eh si sa! ora false!
Scelzi: - no, io ancora non lo sapevo! Anche senza saperlo il trucco - il
trucco qua si scopre da sé!
***: - ma sì! certo! certo!
Scelzi: - posso farle vedere qua le notazioni che avevo già fatte! E si
ricorderà del resto, anche, di tutte le mie riserve per Dèlago!
***: Ma sì! Ma sì!
(c.s.): - Ecco - com'io gli avevo detto... burla. .. non può più essere
altro... - burla, eh già! - ora che sapete che Dèlago sono io.
Sàrcoli: E che altro può essere, scusi?
Primo giovine: Lo confessa lui stesso!
*** (investendo di nuovo Scelzi):
Le sue riserve? ah sì, le sue riserve per Dèlago? là il «modo» nuovo, nel
senso che intendeva lei? il «modo» nuovo che lei ci sentiva? - «Uh,
non scherziamo.»
- E la pietra sopra? La pietra sopra, a noi della vecchia
generazione? Una burla, eh? - Ma si sa! - Ora che Dèlago sono io.
Scelzi: Ah ma appunto sì, ora che Dèlago è lei! e qua si scopre, sa! (di
nuovo picchiando sulle bozze)
- cosa di carta - libro - manipolazione di stile! E mi permetta di
dirle, se Lei assume codesto tono con me, che questo non entra più veramente
nella moralità di noi giovani -
***: - ah, no? -
Scelzi: - no! perché per noi il poeta - lo sappia - non è più il
letterato sapiente -
Sàrcoli: - che può divertirsi a far la burla d'apparir giovine, quando
non è!
Primo giovine: Ora che sappiamo che Dèlago è lei, basta per noi!
Scelzi: Ah basta, sì! Perché per noi il poeta deve essere prima di tutto
un uomo, - vivaddio! Non carta stampata - SANGUE - PERSONA.
*** (stringendo a due mani il libro e scotendolo mentre si fa contro a
Scelzi con fierissimo sdegno): E qua non c'è un uomo? Qua non c'è sangue?
«Vita che pulsa altrimenti»; «altra vita», come lei stesso diceva? - No - più -
è vero? perché ho gli anni che ho? Gioventù è per voi numero d'anni, non
prerogativa di spirito? Questa è la vostra moralità: la più insolente
presunzione! Non posso essere - io - più giovine di tutti voi, e aver sentito in
me ciò che in voi s'agita ancora inespresso - sentito! sentito! - tanto da
esprimerlo prima di voi - e perché nuovo, altrimenti da come ho fatto finora? Ah
questo è immorale, per la vostra moralità che si sente burlata? - Ebbene, e
allora, quand'è così - sì - io v'ho burlati! burlati!
Sopravviene esultante dall'uscio a destra Modoni, seguito da due giornalisti,
e quasi nello stesso tempo, dall'uscio a sinistra, sopravvengono, eccitati
anch'essi dalla sorpresa, Tito, Giaffredi, Giovanna e Valentina. È lasciato alla
maestria del direttore il concerto di questa scena in qualche punto simultanea,
perché avverrà che i giovani da un canto, i familiari dall'altro, e quelli di
questo e di quel gruppo che di volta in volta si rivolgeranno a ***: che
sta nel mezzo, parleranno contemporaneamente.
La confusione delle voci, del resto, sarà per poco e sarà più che mai
naturale nell'animazione di tutti; basterà che nel concerto spicchino le note
essenziali.
Modoni (correndo ad abbracciare ***): Magnificamente, amico
mio! Burlati! Burlati!
Scelzi: Burlati noi, oh senti!
Modoni: Ah no, burlato io, allora!
Tito (già entrato di furia): Me n'ero accorto, io, papà!
Dicevo plagi perché non lo sapevo! (a Modoni:) Non lo sapevo!
Modoni: E chi poteva immaginarselo!
Scelzi: Io! Io, che avevo già scoperto...
Tito: Lei, quando? che erano plagi? Io dicevo plagi perché non lo sapevo!
Giaffredi (nel frattempo, già entrato, avrà detto a ***:
battendogli le mani sulle spalle): Una vera grande grande
soddisfazione!
Modoni: Di quelle che può pigliarsi lui solo!
Giovanna: E sempre lui! E sempre lui!
Sàrcoli: Ma la vera soddisfazione è la nostra!
Valentina: Io mi sento liberata da un incubo! Tuo: Eh, te lo dicevo io?
Dicevo plagi perché non lo sapevo!
Modoni (ai giovani derisoriamente): Dèlago, il poeta nuovo!
Valentina: «Dèdalo», eh, Tìto? Io me lo sognavo!
Tito: Già, in America, coi libri di papà!
Giaffredi (ai giovani): Eccovi serviti, signori miei!
Scelzi: Ah noi, no, prego! Siamo venuti qua -
Primo giornalista (interrompendolo):
Preghiamo noi, signori, preghiamo noi! Per carità, Maestro: abbiamo il giornale
in macchina -
Secondo giornalista: - in attesa della sua conferma -
Modoni: Li ho portati io. Si farà un chiasso enorme! - Vogliono
comunicare subito la notizia - ma la vogliono sapere da te -
***: Da me? Che?
Sàrcoli: Che Dèlago è una burla!
Gli altri: Ma sì, una burla! una burla!
Primo giornalista (a ***): Lei
ce lo conferma?
***: Io? E non li sentite? Lo gridano loro!
Modoni: Burlati! Burlati!
I giovani: No! nient'affatto! Burlati noi? Burlato sarà lui!
Primo giornalista (al secondo): Scappiamo! Scappiamo!
Secondo giornalista (ai giovani): Non vogliamo sapere altro!
Primo giornalista: Modoni, pensate ai fotografi! (E
va via, col secondo giornalista.)
Scelzi (correndo loro dietro con tutti gli altri giovani): Ma no!
Dovete dire che io, io prima di tutti, avevo già scoperto il trucco...
Sàrcoli: E che noi siamo venuti qua a protestare...
Gli altri: A protestare! A protestare! (L'uscita così scomposta dei
giovani provoca nei familiari una grande risata.)
Giovanna: Sono felice! felice!
Modoni (a ***): Non ci voleva altro, amico mio!
Giaffredi: Sei magnifico! magnifico!
Tito: Come sono scappati!
Valentina: Ah Dio, che figura...
Modoni: Bisogna fare una statua a quel tuo nipote! Non poteva servirci
meglio!
Giovanna: Ah ma s'è servito bene, intanto, anche lui! Questo libro, ora,
andrà a ruba!
Modoni: Ma che, no!
Giaffredi: Si può arrestare la vendita! Fare un processo per abuso di
fiducia e appropriazione indebita!
Modoni: No, che! I «nostri» andranno a ruba, adesso, i «nostri»,
Eccellenza! Ho già dato l'ordine di rifornire tutti i libraj!
Tito: Ma col chiasso che si farà...
Modoni: Dèlago è finito, te lo dico io! finito! Non se ne venderanno
quattro copie, e finirà anche la vendita de «L'imbalconata»! Conosco il
pubblico, io. Appena saputo ch'è stata una burla...
*** (come staccandosi dal pensiero in cui è stato assorto: a
Modoni): È colpa tua.
Modoni: Mia? Che dici?
***: Tua, tua, di non aver pubblicato tu il libro.
Giaffredi (Stupito): Ma come! Non sei contento?
Giovanna (stordita addirittura): Questa poi!
*** (irruente, pur volendo contenersi):
Contento? Di che, contento? Che Dèlago sia finito?
(Li
guarda tutti): E chi era? chi era? - Contento che paja adesso una burla
ciò che prima era - era - una voce nuova, «mia», che tutti avevano ascoltata - a
cui tutti s'erano voltati - voce «viva» - «viva» - «ANCORA VIVA» - mia!
Giaffredi: Ma se non lo sapeva nessuno, scusa -
Giovanna: - che fosse tua! - Io trasecolo!
Giaffredi: Lo sapevi tu solo!
Modoni: Te l'avevano messo contro!
***: E questo io volevo!
Giaffredi: Ah sì? Che t'oscurasse?
***: Che m'oscurasse!
Giaffredi: Che fosse lui il nuovo idolo, e tu buttato a terra?
***: Lui, sì, perché «vivo»! lui! lui!
Giaffredi: Io non ti capisco più!
***: Eh lo so che voi non mi potete capire!
Modoni: Dovevo pubblicare il libro come tuo?
***: Se era mio!
Giaffredi: Perché tutti dicessero che imitavi Dèlago?
***: Ma sì! Ma sì! Questo volevo!
Giaffredi: Per finire di subissarti?
***: No! Per ripigliarmelo! Per rifar mio quello che è mio! Vita, non
burla. Sangue ancora vivo - mio! Questo io volevo!
Modoni: E come? Io non vedo...
***: Come? Lo sapevo io, come! Non svelandolo prima del tempo,
pubblicando il libro sotto il mio nome, per far dire appunto ch'era una cattiva
imitazione di Dèlago, l'eco falsa, pietosa, d'un vecchio che voleva ripetere la
voce d'un giovine, nuova, fresca, genuina, lo capite adesso che cosa io volevo?
- che s'affermasse ancora di più Dèlago, la sua giovinezza, la sua originalità
rimbalzante da quella mia cattiva copia - agile, ferma, decisa - innegabile! - E
allora, ecco, quando nessuno più l'avrebbe potuto negare, allora sì, svelarlo -
Tito: - che Dèlago eri tu?
***: - e che per male che io facessi, non imitavo nessuno o imitavo me
stesso, perché Dèlago, appunto, ero io!
Modoni: Ah, guarda! E perché non ce lo dicesti?
Giaffredi: Ah, così tu volevi far più grande la burla?
***: La burla! Ecco, la burla! Non vedete che la burla, voi! Tanto è
incredibile anche per voi ch'io possa sentirmi ancora vivo; evadere da questa
prigione di me stesso! Chiuso! Murato! E soffoco! soffoco! muojo! - Perché non
ve l'ho detto? Ecco perché! Se l'aveste saputo prima che Dèlago ero io...
Giovanna: E tuo nipote lo sapeva?
***: Ma certo che lo sapeva!
Giaffredi: Ah, e perciò ha pubblicato il libro sotto il nome di Dèlago?
***: Sciocco! Non ha capito neanche lui. Non ebbi il tempo di prevenirlo.
Ma chi si sarebbe immaginato che tu (a Modoni) dovessi riportarmi
là il manoscritto, rifiutandoti di pubblicarlo? Ed ecco che lui, a tradimento...
Lo so, lo so perché l'ha fatto! Ha inteso di liberarmi, hanno inteso di
liberarmi, senza voler capire ciò che ho pur fatto loro notare, che Dèlago,
svelato prima del tempo, sarebbe sembrato a tutti una burla.
Giovanna: Te ne stai rammaricando, come se, perduto Dèlago, tu abbia
perduto tutto! Non resti più quello che sei? con di più questa burla solenne a
tutti gli sciocchi che prima ci avevano creduto e ora non ci credono più?
***: Ah, ora lo so, non mi resta più altro, ora! Affermare anch'io che ho
voluto fare una burla!
Giaffredi: E contèntatene, caro! Che dopo tutto è una gran prova di
talento e di vitalità anche questa: creare un idolo e abbatterlo! Tu ne resti
comunque accresciuto.
Tito: Ah, ma sarebbe stato più bello come voleva far lui!
***: Non vi provate nemmeno a supporre come tutto questo mi dolga...
Valentina: Io sì! Ah, io le sapevo tutte a memoria, sai? - tutte - le
liriche di Dèlago... Quella del «Bimbo Mattino»...
Tito: E la «Passeggiata»! La
«Passeggiata»...
***: Tutte burle! Tutte burle!
Giovanna: Ah, no; senti, io per me, preferisco davvero crederle burle.
Non riesco a immaginare nemmeno che tu, alla tua età e per quello che sei, abbia
potuto scriverle sul serio. Le ammetto appena come burle; e anche come tali non
mi sembrano degne di te. Vedere che ne soffri... è inverosimile, guardate... -
ma sì, guardate che viso ha fatto... tutto scavato...
Tito: Ti senti male, papà?
*** (scattando): No! basta! basta!
Giovanna: È una cosa che mi... che mi...
Giaffredi (sottovoce): Basta, basta, Giovanna...
Pausa penosa.
Valentina: Peccato!
Tito: Eh sì, peccato!
Valentina: Eh sì, peccato!
|
Un giro di pensieri chiari e bui
Che non si rompe mai.
Non si può mai finire
D'avere il giro delle cose in noi.
Morire non si può.
E nascere neppure. In verità,
Come da sempre nati,
Come per sempre vivi, siamo qua .*** |
|
*** I versi
sono di Stefano Landi (Pirandello) |
|
Pausa penosa.
Modoni (timido): Ci sono di là ancora, amici miei (indica
l'uscio a destra), i
fotografi.
*** (scattando): Ah no, perdio! Non ci mancherebbe altro!
Mandali via!
Modoni: Abbi pazienza, caro...
Giaffredi: Li hanno portati i giornalisti...
***: Non sento ragione! Via! Via!
Modoni: Sono lì che aspettano...
***: Li hai portati tu; coi giornalisti!
Tito: E poi ormai sarà troppo tardi...
Modoni: No! Per le edizioni della sera! per le edizioni della sera! Sono
già preparati gli articoli!
***: Per strombazzare la burla?
Modoni: Ma è necessario, credi, per te - e anche per me, in questo
momento!
***: Io non ne posso più, basta! Lasciatemi in pace!
Modoni: È l'affare d'un momento! Persuadetelo voi, Eccellenza!
***: Non mi persuade nessuno! Vi dico di lasciarmi in pace!
Modoni: Ma vi figurate il can-can che adesso faranno tutti i giovani che
si son sentiti burlati? Si butteranno accaniti su tutta l'opera sua, sulla sua
fama!
Giovanna: Non gli potranno far nulla!
Modoni: Lo so! Ma bisogna prevenirli! Sgominarli! Seppellirli sotto il
ridicolo! Muovere noi, prima, all'attacco! Non perdere questa felice situazione!
Tito: Certo, attaccare, attaccheranno...
Giaffredi: E in questo momento, con ciò che si sta preparando...
Giovanna: Credete che possa far male?
Giaffredi: Sarebbe meglio che non ci fossero discussioni...
Modoni: No, no, non dico questo! Non fraintendetemi! Non dico che ci sia
da temere! Dico che non dobbiamo perdere l'occasione! Ma avvalercene! Per
uscirne accresciuti, come voi avete detto, Eccellenza!
A Tito: E tu mi segnalerai i plagi che avevi scoperti!
Tito: Sì, più di cinque! Plagi, perché non lo sapevo!
Modoni: Glieli sbatteremo in faccia! Stupidi, che non se n'erano accorti!
Mentre lui giocava quasi a carte scoperte! Lasciate fare a me che li accomodo
io! Ma tu arrenditi un momento e mettiti almeno ora nelle mie mani.
***: Tutto questo mi stomaca! Non lo capite? Mi finisce!
Giovanna: Ma ti dovrebbe, al contrario, far piacere.
Tito: No, io lo capisco...
Valentina: Anch'io...
Modoni: Va bene, perché siete giovani. Ma ora lasciate fare a me. Dite
qualche cosa voi, Eccellenza!
Giaffredi: Io comprendo che tu possa esserne addolorato; ma pensa che è,
se mai, la perdita d'un momento solo di te stesso - quest'ultimo -
***: - «Vivo» -
Giaffredi: Ma non mi far ridere! «Vivo» - Tu vivi in tutta l'opera tua!
***: Non dico l'opera! Dico «io», «vivo»!
Giaffredi: E l'opera non vive? La vorresti buttare all'aria per questo
solo momento?
Modoni: Lasciarla assaltare dalla furia di questi cani che si proveranno
ad abbatterla, a sgretolarla, per vendicarsi?
***: Se non resiste, se si sgretola, se può essere abbattuta...
Giaffredi: Ma nient'affatto! Sarà un assalto ingiusto, per vendetta;
bisognerà prevenirlo, difendersene: è tattica. Cogliere l'occasione di questa
che - sì, va bene, non è stata per te una burla - ma sei tu stesso persuaso che
converrà ormai assumerla come tale? - dunque, brandirla come un'arma - e
addosso!
Modoni: Ecco! ecco! - E a questo ho già predisposto tutta la stampa più
seria, che è con te!
Giaffredi: Sono trent'anni che lavori a comporti nell'opinione di tutti
in un'immagine di te, che tu stesso con tanta fatica hai scalpellata! Non puoi
ora volere che sia demolita!
***: Demolita... Se devo esser solo un'immagine...
Modoni: Ma vuoi negare te stesso?
***: Che vuoi che me ne importi!
Giaffredi: Come non te n'importa?
Giovanna: Ma di che vita parla poi, si può sapere?
Tito (a un tempo): Sei tutta la nostra vita, papà!
Valentina (a un tempo): Viviamo tutti di te!
*** (sopraffatto): E va bene, va bene, e allora i fotografi, i
giornalisti...
Modoni (esultante, correndo subito all'uscio a destra a chiamare i
fotografi) Subito! Subito!
*** (seguitando, esausto): ... e la burla, e la tattica e
l'immagine di me scalpellata
abbandona le braccia: eccola qua! Chiamateli! Ma che facciano presto
Giovanna (come tra sé): Lo vorrei proprio sapere, che altra
vita vorrebbe...
***: Ma no, niente, cara, più nessuna: ecco, questa, che è vostra -
Giovanna: - ma anche la tua! -
***: - Sì: scalpellata.
A Giaffredi: Come hai detto bene! - Ecco: così? Sono bene impostato?
Sono già entrati, al richiamo di Modoni, tre fotografi con le loro macchine
una a mano e le altre due sui treppiedi, e gli apparecchi per il lampo di
magnesio.
Modoni: Prima, una, lui solo. Scostiamoci, scostiamoci!
Primo fotografo: Così in piedi? Non sarebbe meglio ... ?
Modoni: No; la prima, così, in piedi. Poi l'altra a tavolino. Bisogna che
abbi pazienza, caro. Sono tanti giornali! La terza, tra Sua Eccellenza e me.
Giaffredi: No no, lasciate! Io per me lo posso risparmiare!
Modoni: Ma no, Eccellenza! Per carità, lasciatemi fare, ché so bene che
cosa faccio!
A ***: E a me che sono il tuo fedele editore, non la vuoi
dare questa soddisfazione? questo onore? La quarta sarà poi con la famiglia.
Giovanna: Eh, sarà pieno di fumo qua dentro, prima che s'arrivi a noi!
*** (già sotto la mira dei fotografi, che, impostate le macchine e
aggiustate le lenti e prese le misure, stanno per far scattare il lampo di
magnesio):
E allora saremo tutti, cara (si distrae, e fa un ampio gesto col braccio),
come tra i lampi (lampo)
e le nubi dell'Olimpo.
I fotografi: Oh Dio, s'è mosso! Peccato! Ha alzato il braccio proprio nel
momento dello scatto!
***: Eh già, scusate, è vero!
Modoni: Mi dispiace, caro, rimettiti a posto. Ti muovi proprio quando non
devi...
***: Sì, hai ragione. Io non mi devo più muovere.
Giovanna: Ah, ma non è possibile, badate, con tutto questo fumo!
Primo fotografo: Non c'è una presa qua vicino, scusi?
Tito: Sì sì, qua, accanto all'uscio!
Primo fotografo: Ah, benissimo, allora! Ho di là una lampada. Basterà. E
non si farà più fumo. Va', va' a prenderla!
Il secondo fotografo va a prendere la lampada e, mentre la scena prosegue,
insieme con gli altri due preparerà l'attacco.
***: Ma fatene una sola e basta, per favore! Basterà una! Ce ne sono già
tante da riprodurre!
Giaffredi: Sì, sì, basterà una! basterà una, Modoni.
Giovanna: È troppo stanco. Risparmiatelo! Una sola.
Piano a Giaffredi: E forse non converrebbe neppure - guardatelo -
Parrà un cadavere...
Giaffredi (piano, a Giovanna). Sì, sono veramente
costernato. (Entra Cesare.)
Cesare: Permesso? Per Vostra Eccellenza - c'è di nuovo il commesso della
nuova Casa di dischi.
***: Ah bene! Anche lui...
Modoni (seccato): Ma che vuole?
***: Ma sì, fallo entrare! Anche lui!
Il commesso (entrando, ancora col suo grammofono a valigetta in mano):
Scusi, Maestro, sono forse importuno...
***: No: libero ingresso, libero ingresso; si faccia avanti! Può entrare
chi vuole!
Il commesso: Mi manda la Casa... Si vorrebbe profittare di questa grande
occasione, se permette, per il lancio del nuovo disco...
***: Ma sì, profitti, profitti! Profittino tutti!
Il commesso: Ho con me il fotografo: ma vedo che qua ce ne sono già tre.
Vorrei prenderla mentre con la famiglia e gli amici sta ascoltando...
***: No! Guardi! (Va a sedere, risoluto, sul suo seggiolone.)
Qua. Io mi metto qua - come posato davanti la scrivania. Ha il suo grammofono?
Il commesso: Sì, l'ho portato...
Modoni: Ma che vuoi fare?
***: Lasciami fare!
Ai fotografi: Ecco, così. Bravi, con questa bella lampada che acceca!
Siete pronti?
A Modoni: Per uno scrittore, caro, - quella al tavolino - è
di prammatica, e sempre la migliore. Ecco: nel mio solito atteggiamento: così.
Aspettate!
A Tito, senza scomporsi dall'atteggiamento: Tito, prendi il
grammofono.
Tito (facendosi dare il grammofono dal commesso):
Ecco, papà. (E gli s'avvicina.)
Dove?
***: Dietro.
Tito: Come dietro?
*** (senza scomporsi): Spaccami dietro.
Tito: Papà, che dici?
***: Spaccami dietro, e allogami nello stomaco il grammofono. Così parlo.
E voi tutti mi state a sentire.
Modoni: Oh bella! Oh bella!
Giovanna: Ah, scherza...
Tutti si provano a ridere, ma ridono male.
Tito: Ancora stavo a sentire che voleva...
I fotografi: Fermi! Fermi! Pronti! Ecco fatto!
*** (levandosi): Ah, finalmente! Ora basta!
Giovanna: Sì si, basta! Non bisogna più affaticarlo! Basta, basta.
Andiamo via!
Tito (al commesso): Scusi, sa; ma lo vede, non è proprio possibile
...
Commesso: Peccato, con quest'occasione... la Casa... Ma pazienza ... Sarà
per un'altra volta!
Modoni (ai fotografi): Su su, andiamo, noi! Via subito:
bisogna tirar le copie e distribuirle a tutti i giomali.
Primo fotografo: Aspetti, stacco la presa...
Modoni (ai familiari): Io torno più
tardi. (Via coi fotografi e il commesso.)
Giaffredi: Vado via anch'io.
Giovanna: Ma no, aspettate, amico mio, vorrei dirvi...
Cesare (entrando): Permesso? Per Vostra Eccellenza - suo
nipote, con la signora e la signorina.
Giovanna (scattando): Ah no! Questo poi no! Basta di
costoro in casa nostra ormai! Tu non li riceverai!
*** (fermo, contenendosi): Io li riceverò. Voi uscirete...
Giovanna: Ah, ci mandi via per loro?
***: Dico, se voi non volete riceverli. (A Cesare:)
E tu li farai entrare.
Giovanna: Ma non dovresti tu!
Tito: È suo nipote, mammà...
Valentina: Non li posso soffrire nemmeno io!
Giaffredi: Calma, calma...
Giovanna: Dovrebbe comprendere che io lo dicevo per lui... Anche per lo
stato in cui si trova... Venite, venite di qua, amico mio...
Via tutt'e quattro per l'uscio a sinistra.
*** (a Cesare): Falli entrare.
*** davanti alla grande tavola, come a sostenersi, con le due braccia
dietro appoggiate, pare che aspetti l'ultimo colpo che lo finisca. A significare
che la vita non è più dentro di lui ormai, ma può solo averla davanti, e che
comprende e sa già tutto ciò che Veroccia specialmente e anche Natascia e Pietro
vengono a dirgli e che l'accoglie e lo accetta come giusto da parte loro:
insomma, che può soltanto lasciarli parlare e non più rispondere orinai; la
scena, tra lui là muto angosciosamente e inerte e gli altri accesi e agitati
davanti a lui, si svolgerà come se realmente questi altri parlassero come egli
pensa che debbano parlargli e si muovessero com'egli pensa che si debbano
muovere: se Pietro si giustifica, se Veroccia lo investe e gli grida il suo
sdegno e piange e si convelle, se Natascia esprime placida lo strazio di lui e
di tutti; tutto gli è chiaro, comprensibile, ma orinai come staccato e remoto da
lui.
Veroccia (andandogli incontro, con un giornale aperto in mano):
L'hai dichiarato tu davvero - tu, a tutti - che è stata una burla?
Lo guarda. Egli è là immobile: ma come se avesse parlato o fatto cenno di no
col capo, ella domanda: Ah no? Dici di no? È stampato qua!
Gli mostra il giornale. Poi c.s.: No? - Gli altri, eh? Tutti qua - hanno
gridato gli altri - gridato - decretato, e ora stampato. Tu no! Lo avevi detto
solo a me, tu, come una minaccia o un timore che si sono avverati per colpa
nostra, è vero? E ora basta! Ora non hai
più altro da dire.
Esasperata, agli altri: Mi :guarda! Mi guarda! Non parla!
A lui: Non puoi più fare altro che guardarmi? Eh lo so!
Agli altri: Non può più far altro: s'è arreso! ha accettato il decreto!
Pietro: Io sono venuto qua per dirti...
Natascia: Ma lo sa, Pietro, zitto! Non vedi che lo sa? E può fors'anche
aggiungere che ci ha difesi.
Veroccia: Di che, difesi?
Pietro: D'averlo voluto far vivere?
Veroccia: Ma è questa appunto la nostra colpa per lui, non vedi?
Natascia: No, non per lui!
Veroccia: Per lui sì! Anche per lui, se si è arreso!
Natascia: Non bisogna essere ingiusti, Veroccia. Era colpa per gli altri,
non per lui.
Si rivolge a lui: E tu ci hai difesi, non è vero? Quantunque nessuno qua,
forse, ci ha veramente accusati, se è vero ciò che è stampato in quel giornale,
che noi -
a
Pietro:
cioè, tu - hai reso loro un gran servizio.
Pietro: Io, a loro? Ah no! A loro, no! Io ho voluto renderlo a lui il
servizio, facendo che se lo pigliasse Dèlago almeno, il libro che loro non
avevano permesso che fosse pubblicato come suo. E forse avevano ragione, perché
il libro è di Dèlago, di Dèlago!
Veroccia: Sì, come una burla!
Pietro: Ah, ma perché lui non ha saputo farlo valere contro quel branco
di stupidi che io mi son battuti davanti a sassate come tanti cani che
abbajavano!
Natascia: Ma forse avrà fatto così anche lui, anche se ora non te lo
dice.
Veroccia: E perché non lo dice? Perché non lo dice?
Natascia: Perché gli duole; dovrebbe rimproverarci e non vuole... Questo
era un libro per te, Veroccia; ma lui ne aveva tanti, tanti altri... anche suoi,
cara, da difendere. E qua tutti - vecchi, giovani - gridavano burla...
Veroccia: E tu, allora, burla, è vero? Io, allora, una burla! T'ero
dunque servita per questo io? E allora tu avevi soltanto burlato, con me?
burlato, è vero? I giovani che ti mancavano... I vecchi che ti mancavano... Ma
che doveva importartene, se ti restavo io? se avevi me? Io che non ti mancavo?
Io che m'ero data a te tutta - tutta - e tu lo sai - tu che non hai voluto,
vile... - tu lo sai che m'ero data a te tutta, e non hai avuto il coraggio di
prendermi, di prenderti la vita ch'io t'ho voluto dare - per te, per te che
soffrivi di non averne nessuna, di non poter più nemmeno sperare di averne.
L'hai avuta da me e hai accettato che dicessero burla? Ah, vile... vile...
vile...
E Veroccia scoppia in un pianto convulso, di sdegno e di pena.
Natascia (la lascia piangere un po'; poi, l'esorta):
Basta, basta, cara, non piangere più... Io credo che non avrei neppur
bisogno di danzar come Sàlome. Ti voglio tanto bene, cara, che potrei andare di
là, placidissima, e portarti su un piatto la testa di quella sua vecchia moglie.
Ma è inutile, non vedi? Egli è là immobile, ormai.
Veroccia (balzando in piedi): Sì, sì, è la sua condanna! Senza più
vita là. Lasciamolo! Andiamo via! Andiamo via!
E se li trascina via con sé, senza più nemmeno voltarsi a guardarlo.
Ora che è rimasto solo sì - ***: può parlare. E si mette a parlare con
tenerezza infinita a Veroccia, come se fosse ancora là presente.
***: Eh, lo so... ma perché tu mi vedevi... tu mi volevi ancora vivo,
come te... Ed eri pronta a tutto... E ora mi rinfacci il male che non t'ho
fatto... Ma io non dovevo fartelo, perché non ero più vivo come te, io, viva
giovinezza mia fuori di me, del mio spirito e nel tuo corpo; non nel mio, non
nel mio ch'era già vecchio... Tu non l'hai compreso questo ritegno in me del
pudore d'esser vecchio, per te giovine. E questa cosa atroce che ai vecchi
avviene, tu non la sai: uno specchio - scoprircisi d'improvviso - e la
desolazione di vedersi che uccide ogni volta lo stupore di non ricordarsene più
- e la vergogna dentro, la vergogna allora, come d'una oscenità, di sentirsi,
con quell'aspetto di vecchio, il cuore ancora giovine e caldo. Eh, tu sei viva e
giovine, creatura mia; ecco, ancora così viva, che già sei mutata - puoi mutare
tu, momento per momento, e io no, io non più. Non hai pensato che non era più
possibile per me, che anch'io fossi ancora vivo così... Ti sei preso, cara, di
me l'ultimo momento vivo; ma pénsaci! pénsaci! come te ne saresti consolata?
solo col dirti che quest'ultimo momento non era quello d'un vecchio qualunque,
ma d'uno che era QUALCUNO - qualcuno a cui tutti i momenti, tutti, uno dopo
l'altro, tanti -.tanti - quelli di tutta una vita, eran serviti per divenire
appunto QUALCUNO -qualcuno che non può più vivere, cara, non può, se non per
soffrime.
Pausa; e poi, più cupo e solenne: QUALCUNO, VIVO, NESSUNO LO VEDE
Pausa.
Tu mi hai potuto vedere perché per te non ero qualcuno; ma uno che volevi vivo,
come staccato da me, nel tuo momento: ed io TUTTO QUAL ERO, io QUALCUNO, che ero
diventato? eh, un fantoccio per te; a cui potesti perfino tagliare i capelli;
tant'è vero che tu vivo come QUALCUNO non mi vedesti mai; e non mi potevi
vedere: mi domandavi perfino stizzita: «Perché ne soffri?». Ora lo sai perché ne
soffro: e non t'importa più di saperlo. Mi hai visto finalmente QUALCUNO; e per
te NON SONO PIÙ VIVO.
S'è già fatto bujo gradatamente: d'un tratto, l'ultimo barlume si spegne, e
prima che egli accenda la lampada sulla tavola, che farà nella biblioteca un
lume spettrale, quasi simile a quello del principio dell'atto, le quattro
immagini dei poeti saranno di nuovo sul palco, ma questa volta in una austera
rigidità di statue.
Egli intanto si sarà mosso lentamente per rimpostarsi, rigido anche lui, e in
piedi, davanti la scrivania, cominciando a dire nel bujo:
Veramente, quando si è QUALCUNO, bisogna che al momento giusto (luce)
si decreti la propria morte, e si resti chiusi - così - a guardia di se
stessi.
Tela
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QUANDO SI È QUALCUNO - ATTO TERZO |
Vasto giardino della villa, ove *** ha passato
l'estate, ormai per finire.
Gli alberi, pini e cipressi,
sono ai lati, con altre piante, oleandri, allori. Nel mezzo
è lo spiazzo davanti la villa, che si vede in fondo. Lo
spiazzo ha nel centro una platea di marmo con tre sedili,
uno nel mezzo in forma di sedia curule, due staccati ai
lati, leggermente curvi, di modo che tutti e tre formino
quasi un semicerchio. Dietro ai due sedili laterali può
esserci una bassa spalliera di bossi.
La villa in fondo è
bianca. Ha in mezzo un'ampia entrata a vetri, e due finestre
ad arco per lato, che si vedranno tutte e quattro
illuminate, come se a pianterreno ci fosse un lungo atrio
rettangolare. Tra queste finestre dell'atrio a pianterreno e
quelle a primo piano ci sarà almeno un metro d'altezza, per
dar posto a una epigrafe che poi vi figurerà come incisa lì
per lì, ma che, naturalmente, già vi sarà, nascosta da
soprammessi listelli di carta dello stesso colore della
facciata, i quali, scorrendo a tratti, tirati da dietro, scopriranno le parole a mano a mano che *** le pronunzierà. La facciata della villa sarà fatta di telaj rientranti, in
modo da potersi restringere e, nello stesso tempo, abbassare
da su, allorché, tirata lentamente da dietro e scorrendo su
due guide leggermente convergenti verso il fondo del
palcoscenico, s'allontanerà; mentre nel mezzo dello spiazzo
si solleverà fino a un metro e venti d'altezza la statua,
poco dopo che *** si sarà seduto sulla sedia curule, la
quale dovrà essere ben fissata su una piattaforma che farà
da piedestallo, rivestita tutt'intorno da una tela
bianca che, via via che la statua si solleva, emergerà di
sotto il palcoscenico.
Al levarsi della tela nel giardino sarà ancora
luce di crepuscolo, che a mano a mano s'affievolirà; sicché
alla fine dell'atto sarà già sera e s'avrà allora, nel
silenzio, una chiara arcana soffusione d'albore lunare.
Davanti all'entrata a vetri della villa illuminata, ora si
vede un gruppo di invitati e i due giornalisti del secondo
atto che, non avendo trovato posto nell'atrio (e
forse i due giornalisti, per qualche loro fine
professionale, non han voluto trovarlo), stanno
intenti a guardare di là.
Si sente, confusa, la voce di S.
E. Giaffredi che fa il discorso per il cinquantenario della
nascita del poeta e il conferimento del titolo di conte; e
di tratto in tratto il suono degli applausi che
l'interrompono.
Sul davanti sono Tito, Cesare e due
camerieri d'occasione.
Tito (parlando in fretta):
È già annunziato l'arrivo; ma non entrerà di qua; tutto
predisposto; voi state bene attenti alla tromba che
darà uno squillo, appena
l'automobile si fermerà al cancello di là, e accorrete -
Cesare (attaccando subito): - due di
qua e due di là col portinajo, e c'inchineremo: è già
inteso.
Per il portinajo s'è trovata la mazza.
Tito: Ah, bene bene.
Fa per rientrare nella villa; ma aggiunge: Oh, v'avverto, d'ora in poi,
non più «Sua Eccellenza», ma «Sua Eccellenza il signor
Conte».
Cesare: Non dubiti, signor Conte. Anche di questo ci
aveva già avvertiti la signora Contessa.
Tito: Ah, bene bene.
Si staccano, dal gruppo sull'entrata, i due giornalisti e
vengono incontro a Tito che va verso la villa, dove
scoppiano ancora applausi.
Primo giornalista: Per piacere, se ci volesse...
Tito: Non hanno trovato posto? Vengano con me!
Primo giornalista: No, siamo rimasti fuori apposta -
Secondo giornalista: - per raccogliere notizie da
qualcuno della famiglia... Se lei volesse darcele...
Tito: Ma io non posso; vedono: ho da dare gli ordini:
è annunziato l'arrivo del Principe.
Pareva non potesse
venire, e invece...
Primo giornalista: Ah, benissimo! Così la festa
attingerà i supremi onori!
Secondo giornalista: Peccato che S. E. Giaffredi
abbia già cominciato il discorso...
Tito: Mirabile! Mirabile! Hanno ascoltato?
Primo giornalista: È già tutto composto in tipografia
fin da stamattina. Forse un po' troppo polemico...
Tito: Ma questo è il suo stile! (Applausi.)
Sentono, sentono, che consensi! E che sala!
Secondo giornalista: Già, s'è visto! Un parterre
des rois...
Tito: Mi permettano, devo andare...
Primo giornalista: Ci dispiace...
Sopravviene dalla villa Valentina, con un gran mazzo di
fiori.
Valentina: Tito, Tito, io non so più come porgere
questo mazzo a Sua Altezza sull'entrata, se ora entra dalla
porta riservata!
Tito: E domandalo a mammà, santo cielo! che vuoi che
sappia io? Glielo porgerai quando sarà entrato!
Primo giornalista (a Valentina): Se ci
potesse far lei il piacere, signorina...
Tito: Ma no, scusino, allora resterò io! Che vogliono
sapere?
Valentina: La nota degli invitati?
Primo giornalista: Questa l'abbiamo!
Secondo giornalista: Per i festeggiamenti ci sono di
là i nostri colleghi...
Tito: E allora, scusino! in questo momento...
Primo giornalista (a Valentina):
Qualche notizia del loro Padre nell'intimità...
Secondo giornalista: Sarebbe preziosa! Se ne sa così
poco…
Primo giornalista: Sarà contento, figuriamoci, di
questi onori?
Tito: Contento? C'è voluta tutta la forza di
persuasione di mammà e l'autorità di S. E. Giaffredi per
farglieli accettare!
Ci ha fatto sudar sette camìce! E siamo
ancora qua tutti in ambascia...
Valentina: Ah, ma non bisogna credere che, in fondo,
a conoscerlo bene, quando si sia arreso, non li gradisca.
Io
direi anzi che li gradisce molto.
Tito: No, per dire com'è!
Primo giornalista: Refrattario, sì sì; questo lo
sappiamo!
Tito: Credano che, in questo, il merito di mammà è
inapprezzabile - dico se la sua fama s'è consolidata ormai
come in un blocco di marmo. Noi figli lo sappiamo bene!
Valentina: Ah sì, mammà ha fatto tanto...
È come un
bambino, lui, nella vita, incapace perfino di comprarsi da
sé un fazzoletto. Tutto il suo gusto è d'osservare.
Tito: Sì, questo sì! Si può giurare che anche lì, in
questo momento, lui osserva.
Pare che sia uno svagato e non
veda mai nulla. Io non so come faccia!
Mammà s'arrabbia: ma
come! non hai visto questo? non hai visto quest'altro? Che!
Non ha visto nulla; ma ha notato, invece, lui solo, di
tutti, certe cose che, quando ce le dice, ci fanno
strabiliare.
Ti ricordi dell'osservazione di come faceva
sotto sotto con le dita quella signora?
Ce lo rifece, e in
quel gesto da nulla c'era tutta - viva - quella signora! E
noi siamo rimasti tutti a bocca aperta!
Primo giornalista (prendendo appunti):
Ah, questo è molto molto interessante!
Secondo giornalista (c.s. ):
Interessantissimo!
Tito (a Cesare): Ma Cesare, figliuolo
mio, non startene lì così: manda almeno di là per ora
codesti due camerieri, che si trovino pronti!
Cesare: Subito, signor Conte!
Ai due
camerieri: Andate, andate. Qua baderò io.
I due camerieri d'occasione vanno, girando da destra la
villa.
Tito (ai due giornalisti): E vado ora
anch'io, mi scusino: non posso trattenermi oltre.
Vieni,
vieni via anche tu, Valentina; così si pensa come ti
regolerai per i fiori.
Primo giornalista (avvicinandosi con l'altro, a
Cesare): Ci
dica lei, ora, qualche altra cosa.
Cesare: Io? Che posso dire io?
Secondo giornalista: Via, sia buono! Non c'è
grand'uomo per il proprio cameriere. Lei lo serve da molti
anni?
Cesare: Da diciotto; ma non ho proprio nulla da dir
loro.
Primo giornalista: Ci dica almeno se lo veste lei...
Cesare: Il signor Conte s'è sempre vestito da sé.
Secondo giornalista: Ah, questo è utile a sapersi.
E
lei non l'ha mai sorpreso, per caso... che so... in qualche
momento, quando la mattina gli reca il caffè...
Cesare: Il signor Conte è così riservato e composto,
che quando io entro dopo averne ottenuto il permesso, lo
trovo che ha finito anche di rassettarsi i capelli sul capo.
Primo giornalista: Ah, è anche questo interessante a
sapersi!
Secondo giornalista: Non dorme dunque con nessun
aggeggio sul capo per conservarsi la piega dei capelli?
Cesare: Nessun aggeggio. Piega naturale. E prego lor
signori di non rivolgermi altre domande. Non risponderei.
I due giornalisti, preso l'appunto, fanno per ritornare
all'entrata della villa, quando dalla sinistra di essa
sopravvengono Veroccia e un Commissario di Polizia che cerca
d'impedirle il passo.
Commissario: No: glielo dico io che lei non entra
senza biglietto d'invito.
Veroccia: E io le ho detto che non voglio entrare!
Commissario: Ma come non vuole entrare, se entra?
Fa per prenderla per un braccio, Cesare e anche i due
giornalisti s'avvicinano.
Veroccia (schermendosi): Lei si tenga a
distanza!
Cesare (al Commissario): La
signorina è parente di Sua Eccellenza!
Veroccia: Non sono parente.
Cesare: Ma sì, Sua Eccellenza il signor Conte...
Primo giornalista: Cognata del nipote.
Cesare: Americana...
Veroccia: Non sono americana.
Secondo giornalista: La signorina è russa.
Commissario: Ah, russa? Figuriamoci! Le sue carte?
Veroccia (indicando la borsetta): Le ho
qua. Già vistate per la partenza.
Cesare (a Veroccia, piano):
È il Commissario, sa?
Primo giornalista: Possiamo assicurarle, signor
Commissario, che la signorina noi la conosciamo: è veramente
cognata d'un nipote...
Cesare: ... ma sì, di Sua Eccellenza il signor
Conte...
Commissario: E perché allora non ha il biglietto
d'invito?
Secondo giornalista: Ma appunto per questo!
Commissario (a Veroccia): Mi tengo a
distanza? No, sa! Ho io l'ordine, invece, di tenere a
distanza gli altri.
Veroccia: E io sono felicissima che un Commissario di
polizia abbia l'ordine ormai di tenere a distanza da lui una
come me.
Secondo giornalista: È anche per l'alta
personalità che deve arrivare...
Commissario: Che vuol dire, scusi, «una come lei»?
Veroccia: Ma sì, una da tenere appunto a distanza da
lui, per sempre, come ogni cosa viva!
Lo so da me, non
dubiti... E non voglio difatti accostarmi.
A
Cesare: Gli avevo detto che non volevo entrare.
Commissario: E allora che vuole?
Veroccia: Niente. Vedere soltanto...
Cesare (ínterpretando): Ah, se sua
sorella e il cognato sono in sala?
Veroccia: No. Non credo che siano ancora arrivati. Né
sanno, del resto, ch'io sia qua.
Volevo, prima di partire,
vederlo soltanto da lontano, senza farmi vedere. Ma ora non
voglio più nemmeno questo.
Vedo che ci sono là tanti...
Indica quelli che sono a gruppo a guardare dall'entrata.
Primo giornalista (a Cesare): Ah, ma se
vuole, potreste farli scostare...
Cesare: Certo! Ne avrei anzi l'ordine della signora
Contessa, sua zia.
Veroccia: Non è mia zia.
Cesare (al Commissario): Vada, vada
pure, signor Commissario, se lei deve stare di là.
Commissario: Garantiscono loro per la signorina?
Cesare: Garantisco io.
Secondo giornalista: E anche noi, signor Commissario.
Commissario: Sta bene.
E va, per dove è venuto.
Nuovi applausi nella sala.
Veroccia: Gli fanno il discorso funebre?
Primo giornalista (ridendo): Ah,
giustissimo: funebre.
Cesare (molto dignitoso):
Funebre? No. Perché? Parla Sua Eccellenza Giaffredi.
Secondo giornalista: Per il conferimento del titolo
di Conte.
Cesare: Festa solenne.
Primo giornalista: S'aspetta il Principe: Sua
Altezza.
Secondo giornalista: Vedesse che sala!
Primo giornalista (a Cesare): Fate,
fate scostare quella gente... (Cesare va).
Veroccia (facendo un gesto come per impedirlo,
dice appena): No...
E resta perplessa, combattuta tra il desiderio di
rivederlo e quello di andarsene.
Gl'invitati del gruppo
sull'entrata a cui Cesare intanto si rivolge, non si fan
punto pregare e vengono avanti.
Alcuni andranno a sedere sui
curvi sedili laterali, mentre Veroccia si fa, guardinga, a
osservare dall'entrata sgombra.
Primo invitato: Ma sì! Ma sì! Volentieri.
Secondo invitato: Non finisce più!
Primo giornalista (contemporaneamente a Veroccia):
Ecco, vada, vada, signorina...
Terzo invitato: Fortuna che siamo rimasti
fuori! Con questo caldo, là dentro... Parla bene, ma è lungo
oh!
Quarto invitato: Qua almeno si respira!
Fumiamo. (Offre al terzo una sigaretta.)
Primo giornalista (al secondo): Ah! non
s'è pensato a chiedere ai figli che ripercussione ha avuto
in famiglia la scoperta di quest'ultima avventura! Vedi?
Vedi come se lo guarda?
Secondo giornalista: Ma dunque è proprio vero?
Primo giornalista: Eh, non ti basta vederla? Esclusa
dalla festa... come messa alla porta...
E non hai veduto
lui, là dentro, com'è?
Secondo giornalista: Già. Pare un morto...
'è già
tutta una leggenda su quest'amore, che aveva per nido la
villa del nipote...
Con la sorella consenziente... Lei sarà
appena maggiorenne...
Primo giornalista: Ma sì, e poi russe...
Secondo giornalista: ... della moglie, andata a
sorprenderli...
Primo giornalista: No, a questo non ci credo... La
moglie, caro mio... lasciamo andare...
Quella che interessa
veramente è lei! (Indica Veroccia.) Che
capitolo per un biografo! E che documento sarebbe, guarda, a
fissarla così, davanti quell'entrata... tenuta lontana...
Secondo giornalista: Peccato che non ci sia più
luce...
Primo giornalista: Guardala! Guardala! Stringe le
pugna, con le braccia incrociate sul petto...
Secondo giornalista: Sì sì, pare che voglia gridare
qualcosa...
Primo giornalista: Se si potesse ancora parlarle...
Secondo giornalista: Avviciniamoci...
Primo giornalista: No, se t'accosti ora, se ne
scapperà...
Secondo giornalista: Partiranno domani...
Primo giornalista: Pensa: erano per lei tutte quelle
liriche di Dèlago... che, hanno un bel dire, erano belle...
Secondo giornalista: Finite così...
S'avvicinano il terzo e il quarto invitato che saranno
stati anch'essì a guardare Veroccia, parlando tra loro.
Terzo invitato (indicandola): Chi è,
scusino? Loro lo sanno?
Primo giornalista Mah...
Quarto invitato: Un'ammiratrice?
Secondo giornalista: Forse qualcosa di più.
Terzo invitato: Pare una straniera.
Quarto invitato: Come, qualcosa di più?
Secondo giornalista: Eh, la guardi!
Terzo invitato: Dio, grida, che fa? si copre gli
occhi!
Veroccia viene avanti, tremante, convulsa.
Veroccia: È morto! È morto!
Primo giornalista (costernatissimo): Ma
no, che dice, signorina?
Secondo giornalista: Morto? Possibile?
E con gli altri fa per accorrere alla scala; ma
sopravviene di là, ad arrestarli, un fragoroso scoppio
d'applausi che segna la fine, del discorso del Giaffredi.
Terzo invitato: Eh no, applaudono...
Quarto invitato: Sarà finito il discorso...
Veroccia: Io vi dico che è morto. Nessuno se
n'accorge. L'ho visto io, come ha chiuso gli occhi.
Primo giornalista: Sì, è certo sfinito...
Terzo invitato: E così tutto vestito di bianco...
Primo giornalista: Questa è la sua civetteria:
sempre, d'estate... Qua è come un cigno.
Quarto invitato: Sarà. Ma con quella faccia, anche
così tutta sbiancata - la signorina ha ragione - fa
un'impressione...
Secondo giornalista: Di cigno, appunto...
Primo giornalista: ... che abbia già finito, però, il
suo ultimo canto. Dev'esser sul serio malato.
Terzo invitato: E tutte queste emozioni...
Primo giornalista (con mestizia maliziosa, rivolto
a Veroccia): Eh, forse non delle feste
soltanto...
Secondo giornalista: Quando si è qualcuno...
Veroccia: Si muore.
Squillo di tromba, di là dalla villa.
Tutti (meno Veroccia, accorrendo a guardare
dall'entrata): Ah, ecco il Principe! Ecco il
Principe!
Scoppiano di nuovo nella sala applausi fragorosi per
salutare l'entrata del Principe.
Sopravvengono, dal lato
sinistro della villa, Pietro e Natascia.
Pietro (appressandosi, fosco, a Veroccia).
Ah, sei qua! T'abbiamo cercata dappertutto...
Natascia: Te l'avevo detto: sapeva che dovevamo
venire...
Pietro: Mi sarei fatto tagliar le mani, che non
potevi esser qua!
Natascia: Vedi che la conosco meglio di te...
Pietro: Bene! L'hai veduto?
Veroccia (più col cenno che con la voce):
Sì.
Pietro: E lui?
Natascia: Che, lui? Non si sarà certo lasciata vedere
da lui.
Applausi ancora nella villa.
Veroccia: È lontano. Non è più in grado di udir
nulla; né di vedere nessuno.
Pietro: Io e Natascia vogliamo soltanto salutarlo e
andarcene.
Veroccia: Non vi udrà, non vi vedrà. A ogni modo, non
ditegli più nulla di me: ve lo proibisco! ch'io sia stata
qua...
Pietro: E se domandasse?
Veroccia: Non domanderà.
S'avvia per uscire da dove è entrata.
Ma allo svolto
della villa è impedita dal sopravvenire affannoso della
Madre Superiora e di due suore, seguite da una
rappresentanza di ragazze e ragazzi dell'educandato: almeno
otto, quattro maschi e quattro femmine, in uniforme, di
quelle solite dei collegi di suore.
Madre Superiora (affannatissima): Su
su, l'avevo detto io che saremmo arrivate in ritardo...
Ai
ragazzi: Voi restate qua in giardino per ora.
Quieti, mi raccomando!
Alle suore: e noi
entriamo!
Entra con le due suore nella villa, pregando gli invitati
e i giornalisti di dar passo.
Le ragazze e i ragazzi, appena
lasciati senza sorveglianza, ancora eccitati dalla corsa
scomposta con cui sono arrivati, si sbandano
vivacissimamente nel giardino.
Primo ragazzo (battendo le mani): Uh,
bello qua!
Secondo: Sarà nostro, anche il portiere con la mazza!
Terzo: Qua faremo la palestra poi!
Quarto: No, di là, la palestra! Qua la ricreazione! E
annaffieremo con le trombe!
Prima ragazza: Perché ha la mazza il portiere?
La più grande: Fermi tutti! Composti! Per dartela in
testa!
Seconda ragazza (correndo, a sedere su uno
dei due sedili laterali, seguita dai maschi): Qua
ci si mette seduti bene! Oh!
Ma non tutti! C'è l'altro, là!
Primo (afferrando il secondo che s'è già seduto):
Tu va' di là; è lo stesso!
Secondo (schermendosi): No! Qua ho
preso posto io! Va' tu di là!
Ma l'altro lo strappa e si
azzuffano.
La grande: Via, via tutti! Sì, litigate adesso!
Correte! Lo dirò alla Superiora!
Primo giornalista (vedendo venire ***:
dall'atrio): Sst! Eccolo! Eccolo che viene!
Tutti i ragazzi nel giardino, e il giornalista stesso che
ha dato l'annunzio e l'altro giornalista ed i quattro
invitati all'apparire di *** vestito di
bianco, restano come fissati nei loro atteggiamenti - anche
se scomposti - irrigiditi ad ammirarlo balordamente.
Anche
Pietro e Natascia restano immobili, ma dolorosamente
impressionati dall'aspetto di lui. Veroccia sarà già andata
via.
*** (sceso nel giardino, fermandosi tra
l'immobilità di tutti, guardando prima quella dei ragazzi,
poi quella degli altri e infine quella di Pietro, e parlando
con una voce ormai gelida): Anche voi così...
Tutti così... anche tu...
Pietro: Ma io... perché ti sto vedendo...
Natascia (accostandoglisi, a bassa voce, ma
vibratissima): Muoviti tu! Muoviti!
Fa' una
carezza a questi ragazzi! Ròtolati con loro per terra!
Pietro (c.s.): Lascia qua tutto! Ti basterebbe
fare adesso al cospetto di tutti una pazzia!
Natascia: Ma fredda!
Pietro: E poi partire con noi! Verremo a prenderti
domattina!
*** (dopo una pausa, staccato):
Non posso.
Natascia: Hai paura?
***: Di che, paura?
Natascia: Di finire!
***: Non è paura. Necessità.
Natascia: Per gli altri? Pietà degli altri? E allora
Veroccia?
***: No. Necessità mia. Senza pietà. E anche tedio di
tutto. Peso.
Sopravviene dalla villa Tito con un'ansia angustiosa.
Tito: Oh Dio, papà... (Vedendo Pietro e Natascia:)
Ah, siete qua voi?
Pietro: Ce ne andiamo...
Tito (seguitando, rivolto al padre):
... Sua Altezza ha finito di parlare con Giaffredi, e a
momenti se ne andrà...
*** (indicando Pietro e Natascia):
Li ho salutati.
Tito (c.s.): ... potevi dopo! rientra, rientra
subito!
*** si muove per rientrare; davanti all'entrata si
volta e alza un braccio a salutare ancora, ma appena, Pietro
e Natascia e forse anche un'altra che non c'è più. Natascia
lo intende e gli dice:
Natascia: Sì, anche lei. Glielo dirò.
Tito: Fate male, fate male, signori miei, a restare
tutti così davanti a lui, a guardarlo come lo guardate, con
gli occhi così fissi addosso... Io, figlio, lo so! Ve lo
dico perché lo so.
Natascia: Tu, figlio, certo: e gli si moverà sciolto
attorno anche il cameriere che lo serve.
Secondo giornalista: Eh già. Gli altri... Il
rispetto... l'ammirazione...
Natascia: Tutte cose che uccidono. E anche davanti a
un oggetto di qualcuno ucciso così, anche davanti a te, se
ti riconoscono come suo figlio, tanti si fermano a
guardarti. Quando una vita si ferma... o è stata dagli altri
fermata...
Primo giornalista: Conseguenze della fama. Perciò si
resta!
Natascia: E non si vive più.
Tito (irritatissimo): Ma chi te l'ha
detto? Chi te l'ha detto?
Terzo invitato: Vive ancora, mi pare! E come!
Primo invitato: Per grazia di Dio!
Secondo invitato: Onorato, nell'ammirazione di
tutti!
Quarto invitato: Venerato dalla famiglia, dal Paese!
Primo invitato: Tant'alto che nessuno lo può
più toccare!
Terzo invitato: Che si può volere di più?
Quarto invitato: Ma scusi, questa villa è di lui?
Tito: No no; apparteneva alla sua grande amica...
Secondo giornalista: ... la Principessa, già, morta
ora è poco...
Tito: Chi sa che gioja avrebbe avuto, per quanto
l'amava, se avesse potuto assistere a tutti questi onori...
La villa però l'ha lasciata nel testamento all'educandato.
Primo giornalista: Ah, perciò ci son qua questi
ragazzi?
Tito: Sì. Però con l'obbligo, però con l'obbligo che
l'educandato prenda il nome di papà.
Secondo giornalista: Anche il paese nativo, dicono,
ha fatto istanza...
Tito: Sì sì, e ha già avuto concesso di prendere il
nome di papà.
Terzo invitato: Eccolo che riviene con tutti.
Primo giornalista: Già. Il Principe se ne sarà
andato.
*** tra Giaffredi e la Madre Superiora, Giovanna,
Valentina, e una folla di invitati tra quelli che sono
rimasti dopo la partenza del Principe che ha segnato
veramente la fine delle onoranze, vengono nel giardino dove
la luce del giorno già declinata comincia a farsi lunare.
Di
tratto in tratto durante la scena seguente scatterà qualche
lampo dei fotografi, che bisognerà ottenere con altro mezzo
da quello del magnesio, per impedire che la scena si riempia
di fumo.
Giaffredi: Ah, è stato veramente di un'amabilità che
non avrebbe potuto essere maggiore!
Giovanna: Peccato che non gli s'è potuto dire quanti
abitanti!
Tito: Il paese nativo di papà? L'ha chiesto? Io lo
sapevo!
Primo giornalista: Venticinquemila.
Tito: No, quasi: ventiquattro mila settecento
cinquanta tre.
Giovanna (irritata a Valentina): Eh,
hai visto? Lui che lo sa bene, se ne stava qua!
Noi gli
abbiamo detto che prima erano press'a poco diciottomila.
Valentina: Però abbiamo aggiunto che certo da allora
dovevano esser cresciuti...
Madre Superiora: Ha chiesto anche a me quante
educande... e io sono stata felice di rispondergli che, come
il paese nativo, anche il mio educandato sarebbe stato
orgoglioso di prendere d'ora in poi un nome tanto glorioso.
Suora, su, i ragazzi: presentiamo al signor Conte i ragazzi.
Una piccola rappresentanza, per non disturbare.
Le due suore stentano un po' a raccogliere le ragazze e i
ragazzi dell'educandato tra la folla degli invitati.
Tito: Papà li ha visti poco fa.
Madre Superiora: Ho già detto loro in presenza di chi
si troveranno.
Giovanna: Lei, Madre, potrà prendere possesso della
villa tra due o tre giorni al massimo...
Madre Superiora: Ma no: con tutto il loro comodo.
Valentina: Ci siamo trattenuti fin'ora per queste
onoranze...
Giovanna: È già tutto pronto per lo sgombero.
Madre Superiora: Ma la Principessa, sant'anima, ha
lasciato detto che finché Sua Eccellenza avesse voluto
restare...
E poi dovremo riadattare tutto qua... Ah, ecco i
ragazzi!
Le due suore li dispongono in due file davanti
a ***.
Madre Superiora: Bene, che v'ho detto? L'inchino.
Mentre i ragazzi s'inchinano, scatta un lampo di
magnesio, e i ragazzi sussultano.
Valentina: Poverini, si sono spaventati...
Giovanna: Ah, sono d'ambo i sessi?
Madre Superiora: Sì, signora Contessa. Due reparti.
Reparto maschile, reparto femminile.
Giaffredi (a ***): Tu dovresti
dir loro qualche cosa...
Giovanna: Sarebbe molto grazioso da parte tua...
Madre Superiora: Oh, la gratitudine nostra allora...
no non osavo pregarla ...
Valentina: Se non sei molto affaticato...
Giaffredi: Due parole...
Madre Superiora: Resterebbero indelebili, come
scolpite nell'animo nostro ...
Giovanna: Pròvati, caro... Due parole...
Tito: Silenzio! Silenzio! (Si fa un gran silenzio.)
Natascia (in quel silenzio, con un tono di
profondo rammarico, come se non sapesse credere a quanto ha
veduto e udito):
Per questo... per questo...
restare per questo...
Giovanna: Ma che dice?
Tito: Silenzio!
*** è davanti la sedia curule sulla platea di
marmo.
Tutti si fanno intenti a lui; i giornalisti si
tengono pronti a segnare quanto egli dirà.
Qualche altro
lampo dei fotografi.
Poi immobilità assoluta.
Allora egli si
metterà a parlare con voce gelida e chiara, pausando, come
per trovare in sé a mano a mano la forza estrema di
scalpellare le parole che diventano di pietra, incidendosi
in forma d'epigrafe sulla facciata della villa alle sue
spalle, via via che le pronuncia.
***: PUERIZIA
ARCANA FAVOLA DI RICORDI
OMBRA CHI A TE S'AVVICINA
OMBRA
CHI DA TE S'ALLONTANA
Nessuno s'accorge del prodigio delle parole incise.
Il
silenzio non deve essere più rotto.
Tutti faranno con
l'espressione del volto e con le mani e con i cenni del capo
segni d'ammirazione e di compiacimento.
Poi Giovanna e
Valentina si chineranno verso le ragazze e i ragazzi
dell'educandato per portarseli dentro la villa e inviteranno
tutti a rientrare, mentre Tito fa segno di lasciare
il padre là solo un momento nel giardino.
Pietro e Natascia
se ne andranno svoltando a sinistra della villa.
Quando
tutti se ne saranno andati, egli sederà sulla sedia curule,
e allora, dentro quel chiaro albore lunare, comincerà
lentissimamente il doppio movimento della facciata della
villa che s'allontana restringendosi a mano a mano, e,
contemporaneamente, della sedia curule che comincia a
elevarsi con lui nel suo solito atteggiamento, irrigidito,
divenuto la statua di se stesso.
Tutto questo, in un
silenzio che parrà di secoli.
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