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I Giganti della Montagna - Commedia
incompiuta in tre atti - 1932 - Scena Terza
L'arsenale delle apparizioni: vasto stamane nel mezzo della
villa con quattro usci, due di qua e due di là, come se
vi s'accedesse da due corridoi paralleli. La parete di fondo,
liscia e sgombra, diventerà ai momenti indicati trasparente, e
si vedrà allora di là, come in sogno, prima un cielo d'aurora,
corso da nuvole bianche; poi la falda della montagna in dolce
pendio, d'un tenerissimo verde, con alberi attorno a una vasca
ovale; infine (ma questo di poi, durante la seguente prova
generale della «favola del figlio cambiato») una bella marina
col porto e la torre del faro. L'interno dello stanzone è
occupato in apparenza dalle più strambe masserizie, mobili che
non sono mobili ma grossi giocattoli sciupati e impolverati;
tutto però sarà invece preparato e predisposto per comporre a un
comando in un batter d'occhio le scene della «Favola del figlio
cambiato». Si vedranno inoltre strumenti musicali, un
pianoforte, un trombone, un tamburo e cinque colossali birilli
con facce umane per capocchie. E, posati goffamente sulle sedie,
molti fantocci:
tré marinari, due sgualdrinelle, un vecchietto in finanziera
e capelluto, un'arcigna vivandiera.
Al levarsi della tela la scena apparirà rischiarata, non si
sa come ne donde, da una luce innaturale. I fantocci, posati
sulle sedie, assumeranno in questa luce parvenze umane che
faranno senso, pur scoprendosi fantocci per l'immobilità delle
loro maschere. Dal primo uscio a sinistra entrerà in atto di
fuggire Ilse, seguita dal Conte che cercherà di trattenerla.
ILSE No, voglio andar fuori, ti dico.
(Fermandosi d'un tratto sorpresa e quasi spaventata.)
Dove siamo qua?
IL CONTE (restando anche luì} Uhm! Sarà forse quello che
dicevano l'arsenale delle apparizioni.
ILSE E questa luce? Di dove viene?
IL CONTE {indicando i fantocci) Ma guarda quei là. Sono
fantocci?
ILSE Pajono veri -
IL CONTE - già, e che facciano finta di non vederci. Ma
oh, guarda, si direbbero fatti apposta per noi, per coprire i
vuoti della Compagnia: «il vecchio del pianofortino», guarda, e
quella «La Padrona del Caffè», e i tré «Marinaretti» che non
riusciamo mai a trovare.
ILSE Li avrà preparati lui.
IL CONTE Lui? E che ne sa lui?
ILSE Gli ho dato da leggere la Favola.
IL CONTE Ah. Allora si spiega. Ma, fantocci, che ce ne
facciamo? Non parlano. io non riesco ancora a capire dove siamo
capitati. E in quest'incertezza vorrei almeno sentire che tu
– (le s'appressa e fa per toccarla, timido e tenero.)
ILSE (scattando e sbuffando) Oh Dio, di dove s'uscirà?
IL CONTE Ma vorresti davvero andar fuori?
ILSE Sì si, via! via!
IL CONTE Via dove?
ILSE Non lo so, fuori, all'aperto.
IL CONTE Di notte? E notte alta; dormono tutti; vuoi
esporti a quest'ora?
ILSE Ho orrore su di quel letto.
IL CONTE Si, è orribile, capisco, così alto.
ILSE - con quell'imbottita viola, mangiata dalle tarme.
IL CONTE - ma, dopo tutto, è un letto.
ILSE Vacci a dormir tu: io non posso.
IL CONTE E tu?
ILSE C'è fuori quella panchina davanti all'entrata.
IL CONTE Ma avrai più paura, sola, fuori: su almeno
sarai con me.
ILSE Ho paura proprio di tè, caro, solo di tè, lo vuoi
capire?
IL CONTE (restando) Di me? Perché?
ILSE Perché ti conosco. E ti vedo. Mi segui come un
mendicante.
IL CONTE Non dovrei starti vicino?
ILSE Ma non cosi! guardandomi così! Mi sento tutta, non
so, come appiccicata; sì, sì, da questa tua mollezza di timidità
supplichevole. L'hai negli occhi, nelle mani.
IL CONTE (mortificato) Perché ti amo...
ILSE Grazie caro! Tu hai la specialità di pensarci,
sempre nei luoghi dove non dovresti, o quando più mi sento
morta. Il meno che posso fare è scapparmene. Mi metterei a
gridare come una pazza. Oh! bada che è un'orribile usura la tua.
IL CONTE Usura?
ILSE Usura. Usura. Ti vuoi riprendere in me tutto quello
che hai perduto?
IL CONTE Ilse! Come puoi pensare una cosa simile?
ILSE Ah! sì! Ora obbligami anche a chiedertene scusa.
IL CONTE Io? Ma che dici? Non ho perduto nulla io, non
penso d'aver perduto nulla, se ho ancora tè. La chiami usura,
questa?
ILSE Orribile. Insopportabile. Mi cerchi sempre negli
occhi. Non posso soffrirlo
IL CONTE Ti sento lontana: ti vorrei richiamare -
ILSE - sempre a una cosa -
IL CONTE (offeso) - no! a quella che fosti un giorno
per me -
ILSE - ah, un giorno! quando? mi sai dire in quale altra
vita? Ma davvero puoi vederla ancora in me quella che fui?
IL CONTE E non sei ancora, sempre, la mia Ilse?
ILSE Non riconosco più nemmeno la mia voce. Parlo, e la
mia voce, non so, quella degli altri, tutti i rumori, li sento
come se nell'aria, non so, non so, si fosse fatta una sordità,
per cui tutte le parole mi diventano crudeli. Risparmiamele,
per carità!
IL CONTE {dopo una pausa) Dunque è vero.
ILSE Che è vero?
IL CONTE Che sono solo. Non mi ami più.
ILSE Ma come non ti amo più, sciocco, che dici? se non
mi so più vedere senza di tè? Io ti dico, caro, di non
pretenderlo: perché lo sai. Dio mio, lo sai come m'è solo
possibile: quando non ci pensi nemmeno. Bisogna sentirlo, caro,
senza pensarci. Via, via, sii ragionevole.
IL CONTE Eh lo so che non dovrei mai pensare a me.
ILSE Dici che vuoi il bene degli altri!
IL CONTE Ma il mio anche, qualche volta! Se avessi
potuto immaginare...
ILSE Io non so più nemmeno rimpiangere nulla.
IL CONTE No, dico che il tuo sentimento...
ILSE Ma è lo stesso, sempre lo stesso!
IL CONTE No, non è vero. Prima...
ILSE Sei proprio sicuro di prima? che il mio sentimento
sarebbe durato in quelle altre condizioni? Così almeno dura,
come può. Ma non vedi dove siamo? E un miracolo se, a toccarci,
non ci sentiamo mancare sotto le mani perfino la certezza del
nostro stesso corpo.
IL CONTE È ben per questo.
ILSE Che, per questo?
IL CONTE Che vorrei almeno sentirti vicina.
ILSE E non sono qua con tè?
IL CONTE Sarà il momento. Mi sento veramente smarrito.
Non so più dove siamo ne dove si va.
ILSE Non si può più tornare indietro.
IL CONTE E non vedo più avanti una via.
ILSE Quest'uomo qua dice che inventa la verità...
IL CONTE Eh si, facile, la inventa, lui...
ILSE La verità dei sogni, dice, più vera di noi stessi.
IL CONTE Altro che sogni!
ILSE E davvero non c'è sogno, guarda, più assurdo di
questa verità: che noi siamo qua stanotte, e che questo sia
vero. Se ci pensi, se ci lasciamo prendere, è la pazzia.
IL CONTE Ho paura che ci siamo lasciati prendere già da
un pezzo noi. Cammina cammina, ci siamo arrivati. Penso
quando scendemmo per l'ultima volta la scala del nostro
palazzo, ossequiati. Avevo in braccio la Riri, poverina. Tu non
ci pensi mai, io sempre. Con tutto quel pelo bianco di seta!
ILSE Se dovessimo pensare a tutto quello che s'è
perduto!
IL CONTE Quanti lumi e doppieri in quella scala di marmo!
Eravamo, scendendo, così lieti e fidenti, che a trovar fuori il
freddo, la pioggia e tutta quella bruma nera...
ILSE (dopo una pausa) Eppure, credi che in fondo noi
abbiamo perduto ben poco, anche se materialmente era tanto. Se
la ricchezza c'è servita per comperarci questa povertà, non ci
dobbiamo avvilire.
IL CONTE E lo dici a me, Ilse? Io tè l'ho sempre detto:
tu non ti devi avvilire!
ILSE Sì, sì; ora andiamo; tu sei buono; ritorniamo su.
Forse ora potrò un po' riposare.
Escono per lo stesso uscio da cui sono entrati. Appena
usciti, i fantocci si chinano, appoggiano le mani sui ginocchi e
rompono in una sghignazzata.
I FANTOCCI - Come se le complicano, Dio come se le
complicano le cose!
- E poi finiscono per fare -
- quello che avrebbero fatto naturalmente -
- senza tante complicazioni!
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Il trombone fa da sé con tré brevi borbottii un commento
ironico; il tamburo, da sé, senza bacchette, agitandosi come uno
staccio, crepita, in segno d'approvazione e, durante il crepitìo,
balzano ritti coi loro testoncini sguaiati i cinque birilli.
Allora i fantocci si ributtano indietro con un'altra
sghignazzata sull'«e», se la prima è stata sull'«o». Cessano
d'un tratto, ricomponendosi negli atteggiamenti di prima, appena
l'uscio in fondo a destra s'apre ed entra esultante la Sgrida,
annunciando:
LA SGRICIA L'Angelo Centuno! L'Angelo Centuno! Viene a
prendermi con tutta la sua scorta! Eccolo! Eccolo! In ginocchio
tutti! In ginocchio!
Al comando, i fantocci s'inginocchiano da sé, mentre la
grande parete di fondo s'illumina e diventa trasparente. Si
vedranno sfilare, alate, in due file, le anime del Purgatorio in
forma d'angeli e avranno in mezzo su un cavallo bianco maestoso
l'Angelo Centuno. Un coro sommesso di voci bianche accompagnerà
la sfilata:
Con l'armi della pace,
quando tutto tace,
fede e carità,
è Dio che porta ajuto
a chi sia combattuto,
a chi ramingo va.
Quando la sfilata sta per terminare, la Sgrida si alza per
seguirla, uscendo dal secondo uscio a sinistra che rimane aperto
dopo la sua uscita. Dietro l'ultima coppia delle anime, man mano
che procede, la parete di fondo si va facendo opaca. Dura
ancora un poco, sempre più affievolendosi, la musica: e i
fantocci a uno a uno si rialzano e si ributtano inerti sulle
sedie. Poco dopo dall'uscio rimasto aperto entra di
spalle Cromo con aspetti cangianti, come avviene nei sogni: in
principio, la sua faccia: poi la maschera dell'«Avventore» e il
naso del «Primo Ministro» nella «Favola del figlio cambiato».
Pare che cerchi, pur così indietreggiando per spavento, un filo
di suono di cui non riesca più a trovare la provenienza: l'ha
udito, ne è certo: gli è parso che provenisse dal pozzo là in
fondo al corridoio. Entra intanto dal primo uscio a destra
Diamante sotto le vesti della fattucchiera «Vanno Scoma», con la
maschera sollevata sul capo; scorge Cromo e lo chiama:
DIAMANTE Cromo!
E, appena Cromo si volta:
Oh, e che faccia fai?
CROMO Io? Che faccia fo? Tu, piuttosto: sei vestita da
Vanna Scoma e hai dimenticato d'abbassarti la maschera sul
volto.
DIAMANTE Non mi far ridere: io, da Vanna Scoma? Sei tu
invece vestito da «Avventore» e porti intanto il naso del
«Primo Ministro». Io sono ancora parata da Dama di Corte e mi
sto spogliando; ma sai che temo di avere inghiottito uno spillo?
CROMO Inghiottito? È grave!
DIAMANTE [indicando la gola) Me lo sento qua!
CROMO Ma scusa, ti credi davvero vestita ancora da Dama
di Corte?
DIAMANTE Mi sto spogliando, ti dico; e appunto,
spogliandomi...
CROMO Ma che spogliandoti, guardati addosso, tu sei
vestita da «Vanna Scoma»!
E come quella china il capo per guardarsi l'abito, subito
con una ditata abbassandole sul volto anche la maschera:
E questa è la maschera!
DIAMANTE [portandosi una mano alla gola) Oh Dio, non
posso più parlare!
CROMO Per lo spillo? Ma sei proprio sicura d'averlo
inghiottito?
DIAMANTE L'ho qua! qua!
CROMO Lo tenevi tra i denti nello spogliarti?
DIAMANTE Ma no! Mi pare che l'abbia inghiottito proprio
ora. E ho anzi il dubbio che fossero due.
CROMO Spilli?
DIAMANTE Spilli! Spilli! Sebbene l'altro, io non so...
l'ho forse sognato! O che sia stato prima del sogno? Il fatto è
che me lo sento qua.
CROMO Ci sono: tu l'avrai sognato per questo: che ti
senti pungere la gola. Scommetto che hai le tonsille
infiammate, con qualche puntina bianca.
DIAMANTE Può darsi. L'umido, lo strapazzo.
CROMO Avrai la febbre.
DIAMANTE Forse.
CROMO (.con lo stesso tono, breve, pietoso) Crepa.
DIAMANTE (rivoltandosi) Crepa tu!
CROMO L'unica è di crcpare, cara mia, con la vita che
stiamo facendo!
DIAMANTE Spilli nella veste, sì, ce n'era uno, tutto
arrugginito; ma ricordo d'averlo strappato e buttato via; non me
lo son messo tra i denti. E poi, se non son più vestita da Dama
di Corte...
Sopraggiunge a precipizio dal primo uscio a sinistra,
spiritato, Battaglia.
BATTAGLIA Oh Dio, ho visto! ho visto, ho visto!
DIAMANTE Che hai visto?
BATTAGLIA Nel muro di là; uno spavento!
CROMO Ah se tu dici che «hai visto», allora è vero:
anch'io; anch'io: «ho udito»!
DIAMANTE Che cosa? Non mi fate spaventare! Ho la febbre!
CROMO Là in fondo al corridoio: dove c'è il collo del
pozzo, là: una musica! una musica!
DIAMANTE Musica?
CROMO [prendendoli, uno per mano} Ecco, venite,
DIAMANTE e BATTAGLIA (a un tempo, tirandosi indietro)
- Ma no, sei matto! - Che musica?
CROMO Bellissima! Venite con me! Musica... che paura
avete?
Vanno verso il fondo in punta di piedi.
Ma bisogna trovare il punto giusto. Dev'essere qua. L'ho
sentita, c'è poco da dire. Come dall'altro mondo. Viene di fondo
a quel pozzo là, vedete?
Indica di là dal secondo uscio a sinistra.
DIAMANTE Ma che musica?
CROMO Un concerto di paradiso. Ecco, aspettate. Prima era
cosi: m'allontanavo e non lo sentivo più; mi accostavo troppo e
non lo sentivo più; poi, tutt'a un tratto, infilando giusto...
Ecco qua, fermi! Sentite? Sentite?
Si ode difatti, ma come in sordina, un blando soavissimo
concerto. I tré, in fila, protesi, stanno ad ascoltare, in
estasi e sgomenti.
DIAMANTE Oh Dio, è vero!
BATTAGLIA Non sarà la Sgrida che suona l'organo?
CROMO Ma che! No. Non è cosa terrena. E se ci scostiamo
d'un passo, ecco, non si sente più.
(Difatti, appena si scostano, la musica cessa.)
DIAMANTE No, ancora! ancora! sentiamo ancora!
Si rimettono al posto di prima e riodono la musica.
CROMO Ecco: di nuovo.
Stanno un po' a sentire: poi viene avanti con gli altri due
e la musica cessa.
BATTAGLIA Mi sento tutto spalancare dallo spavento.
CROMO In questa villa davvero ci si vede e ci si sente.
BATTAGLIA Vi dico che io ho visto! Il muro di la!
S’apriva!
DIAMANTE S'apriva?
BATTAGLIA Sì, e spuntava il cielo!
DIAMANTE Non era la finestra?
BATTAGLIA No: la finestra era di qua: chiusa. Dirimpetto
a me, non c'era finestra. E s’è aperto: oh! Un chiaro di luna
come nessuno ha mai visto 1’uguale, dietro un sedile di pietra,
lungo, con ciuffi d erba che si stagliavano fino a poter contare
le foghe a una a una Veniva quella scema vestita di rosso, che
sorride e non parla, e si sedeva su quel sedile, e poi veniva
tutto smorfioso un nanetto.
CROMO Quaquèo?
BATTAGLIA - No, Quaquèo; uno davvero, con la cappa color
di tortora fino ai piedi e dondolante come una campana: e su, il
testoncino, e la faccia come di-pinta col mosto: porgeva alla
donna un cofanetto che luccicava tutto; poi scavalcava il sedile
come per andarsene, ma si nascondeva là dietro e ogni tanto
alzava la testa a spiare, malizioso, se quella cedeva alla
tentazione; ma quella - immobile - a capo chino, gli occhi
intenti e la bocca sorridente, col cofanetto li sulle mani. Ma
sai che le vedevo perfino i denti, appena, tra le labbra,
schiuse al sorriso?
CROMO Non l'hai sognata?
BATTAGLIA Ma che! Visto, visto come ora sto vedendo voi
due!
DIAMANTE Oh Dio, Cromo, e allora lo spillo, io, temo di
averlo inghiottito davvero.
CROMO (colto da un'idea improvvisa) Aspettate, aspettate
qua: ho un'idea: vado nella mia camera e torno!
(Esce dall'uscio da cui è entrato)
DIAMANTE (stordita, a Battaglia) Perché va nella sua
camera?
BATTAGLIA Non so... Tremo tutto... non ti scostare...
Oh, non ti pare che si siano mossi quei fantocci là?
DIAMANTE L'hai visti muovere?
BATTAGLIA Uno - m'è parso che si sia mosso...
DIAMANTE Ma no, stan li posati!
Rientra Cromo, esultante, come un ragazzo in vacanza.
CROMO Ecco! Mi pareva assai! Ne avevo il sospetto! Non
siamo noi, qua, veramente, non siamo noi!
BATTAGLIA Come non siamo noi?
CROMO Allegri! allegri! Non è niente! Fate silenzio.
Andate, andate a vedere anche voi nelle vostre camere e vi
convincerete!
DIAMANTE Di che? Che non siamo noi?
BATTAGLIA Che hai visto tu nella tua camera?
DIAMANTE E chi siamo allora?
CROMO Andate e vedrete! È da ridere! andate! Appena i
due escono dagli usci per cui sono prima entrati, i fantocci si
rizzano stirandosi ed esclamano:
I FANTOCCI - Uh, finalmente!
- Manco male che alla fine l'avete capita!
- Ce n'è voluto!
- Non se ne poteva più!
CROMO (stupito dapprima nel vederli rizzare, ma poi
ammettendone la ragione) Oh, voi? Ma già, sicuro; è giusto,
anche voi, perché no?
UNO DEI FANTOCCI Sgranchiamoci un po' le gambe, vuoi?
Due lo pigliano per mano e si rimettono in circolo con gli
altri. Gli strumenti musicali si rimettono a suonare da sé, uno
scordato accompagnamento al girotondo dei fantocci con Cromo:
intanto rientrano stralunati il Battaglia e Diamante. Il
Battaglia, con l'aria di non saperlo, è vestito da «Sgualdrinella»
anche lui con un cencio di cappellino in capo.
DIAMANTE Impazzisco! Ma allora - questo (si tocca
il corpo)
- non è il mio corpo? Eppure me lo tocco!
BATTAGLIA Ti sei vista di là anche tu?
DIAMANTE (indicando i fantocci) E tutti questi, levati
in piedi, oh Dio, dove siamo, io gri..
CROMO (mettendole subito una mano sulla bocca) Sta'
zitta! Che gridi? Ho trovato anch'io il mio corpo di là, che sta
dormendo magnificamente. Noi ci siamo svegliati fuori, capite?
DIAMANTE Come fuori? di che?
CROMO Fuori di noi! Stiamo sognando! Avete capito? Siamo
noi stessi, ma in sogno, fuori del nostro corpo che dorme di là!
DIAMANTE E sei sicuro che i nostri corpi di là respirano
ancora e non sono morti?
CROMO Che morti! Il mio ronfa! Beato come un porco! A
pancia all'aria! E il petto, su e giù, come un màntice!
BATTAGLIA (afflitto, dolendosi) A bocca aperta, il mio
che ha dormito sempre come un angiolino!
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UNO DEI FANTOCCI (sghignazzando) Come un angiolino,
bello!
UN ALTRO Con la bava che gli fila da un lato!
BATTAGLIA {indicando, spaurito, i fantocci) Ma questo?
CROMO E nel sogno, anche loro, non capite? E tu sei
diventato una sgualdrinella, non ti vedi? Eccoti un marinaretto,
toh, abbraccialo!
Lo butta tra le braccia d'uno dei fantocci vestito da
marinajo.
Balliamo! balliamo! Nel sogno, allegramente!
Nuova musica degli strumenti. Ballano, ma con mosse strane,
angolose, quali possono esser concesse a fantocci che si piegano
male. Sopravviene dal primo uscio a sinistra Spizzi, che si fa
largo tra le coppie danzanti per passare. Ha in mano una corda.
SPIZZI Largo! Largo! Lasciatemi passare!
CROMO Oh, Spizzi! Anche tu! Che hai in mano? Dove vai?
SPIZZI Lasciami! Non resisto più! La faccio finita!
CROMO Come finita? Con questa corda?
E gli solleva il braccio che regge la corda. Tutti, alla
vista di quella corda, scoppiano a ridere. E allora Cromo gli
grida:
Sciocco, tè lo stai sognando, che ti impicchi! T'impicchi in
sogno!
SPIZZI (svincolandosi e correndo verso il secondo uscio
a destra, da cui scomparirà) Sì, si, ora vedrete, se
m'impicco in sogno!
CROMO Poveretto! L'amore della Contessa!
Sopravvengono in grande ansia e sgomenti, dai primi usci di
destra e di sinistra, Lumachi e Sacerdote:
LUMACHI Oh Dio, Spizzi s'impicca!
SACERDOTE Spizzi s'impicca! s'impicca!
CROMO Ma no! Ma no! Ve lo state sognando anche voi!
BATTAGLIA Spizzi dorme nel suo letto.
DIAMANTE E anche voi, se andate a vedervi!
LUMACHI Ma che dormire! Eccolo! È là, che s'è impiccato
davvero! Guardate!
La parete di fondo si rifa trasparente, e si vedrà Spizzi che
pende da un albero, impiccato. Tutti levano un urlo di
raccapriccio e si precipitano verso il fondo. La scena s'oscura
d'un tratto e nel bufo, mentre gli attori come immagini di
sogno scompaiono, s'ode la sghignazzata dei fantocci che tornano
alle loro seggiole, immobili. Si rifà la luce e, tranne quei
fantocci negli atteggiamenti di prima, sulla scena non ci sarà
nessuno. Poco dopo, dal primo uscio a sinistra entreranno la
Contessa, Cotrone e il Conte.
ILSE L'ho visto: l'ho visto, le dico, appeso a un albero
qua dietro la villa!
COTRONE Ma se non ci son alberi dietro la villa!
ILSE Come non ci sono? Attorno a una vasca!
COTRONE Nessuna vasca. Contessa; può andare a vedere.
ILSE (al marito) Possibile? L'hai visto anche tu!
IL CONTE Anch'io, si.
COTRONE Stia tranquilla, Contessa. È la villa. Si mette
tutta cosi ogni notte da sé in musica e in sogno. E i sogni, a
nostra insaputa, vivono fuori di noi, per come ci riesce di
farli, incoerenti. Ci vogliono i poeti per dar coerenza ai
sogni. Ecco il signor Spizzi, lo vede? in carne e ossa, che
certo è stato il primo a sognare d'essersi impiccato.
E’ entrato infatti dal primo uscio a sinistra Spizzi tutto
rannuvolato. Alle parole di Cotrone si scuote, stupito e
offeso:
SPIZZI Come lo sa?
COTRONE Ma lo sappiamo tutti, caro.
SPIZZI (alla Contessa) Anche tu?
ILSE Si, l'ho sognato anch'io.
IL CONTE E anch'io.
SPIZZI Tutti? Com'è possibile?
COTRONE E chiaro che lei non può aver segreti per
nessuno, nemmeno quando sogna. E poi, spiegavo alla Contessa che
questa è anche una prerogativa della nostra villa. Sempre, con
la luna, tutto comincia a farsi di sogno sulla terra, come se la
vita se n'andasse e non rimanesse una larva malinconica nel
ricordo. Escono allora i sogni, e quelli appassionati pigliano
qualche volta la risoluzione di passarsi una corda attorno al
collo e appendersi a un albero immaginario. Caro giovanotto,
ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosciamo quasi
sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disillusi in noi
stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver
abbaiato a un'ombra.
SPIZZI No, è la dannazione delle parole che vado
ripetendo da due anni, col sentimento che ci mise dentro chi le
scrisse!
ILSE Ma sono rivolte a una madre quelle parole!
SPIZZI Grazie, lo so! Ma chi le scrisse, le scrisse per
tè, e non ti considerava certo una madre!
COTRONE Signori miei, a proposito della colpa che lui
ora da alle parole della sua parte, ecco: l'alba è vicina, e io
vi promisi jersera che vi avrei comunicato l'idea che m'è venuta
per voi: dove potreste andare a rappresentar la vostra «Favola
del figlio cambiato»; se proprio non volete rimanere qua con
noi. Dunque sappiate che si celebra oggi, con una festa di
nozze colossale, l'unione delle due famiglie dette dei giganti
della montagna.
IL CONTE (piccolino e perciò smarrito, alzando un
braccio} Giganti?
COTRONE Non propriamente giganti, signor Conte, sono
detti così, perché gente d'alta e potente corporatura, che
stanno sulla montagna che c'è vicina. Io vi propongo di
presentarvi a loro. Noi v'accompagneremo. Bisognerà saperli
prendere. L'opera a cui si sono messi lassù, l'esercizio
continuo della forza, il coraggio che han dovuto farsi contro
tutti i rischi e pericoli d'una immane impresa, scavi e
fondazioni, deduzioni d'acque per bacini montani, fabbriche,
strade, colture agricole, non han soltanto sviluppato
enormemente i loro muscoli, li hanno resi naturalmente anche
duri di mente e un po' bestiali. Gonfiati dalla vittoria offrono
però facilmente il manico per cui prenderli: l'orgoglio:
lisciato a dovere, fa presto a diventar tenero e malleabile.
Lasciate fare a me per questo; e voi pensate intanto ai casi
vostri. Per me, portarvi sulla montagna alle nozze di Urna di
Dormo e Lopardo d'Arcifa, non è nulla; chiederemo anche una
grossa somma, perché più grossa la chiederemo e più
importanza acquisterà ai loro occhi la nostra offerta; ma ora il
problema da risolvere è un altro. Come farete voi a
rappresentare la Favola?
SPIZZI Non hanno un teatro lassù i giganti?
COTRONE Non è per il teatro. Un teatro si fa presto a
metterlo su dovunque. Io penso al lavoro che volete
rappresentare. Ho letto tutta questa notte, fino a poco fa coi
miei amici, la vostra «Favola del figlio cambiato». Ohi dico, ci
vuole un bei coraggio, signor Conte, a sostenere che avete tutto
quanto v'occorre e che non ne lasciate fuori nulla: siete appena
otto, e ci vuol tutto un popolo per rappresentarla.
IL CONTE Sì, ci manca il comparsame.
COTRONE Ma che comparsame, ci vuol altro! Parlano tutti!
IL CONTE I personaggi principali ci siamo.
COTRONE La difficoltà non è dei personaggi principali.
Ciò che importa soprattutto è la magia; creare voglio dire,
l'attrazione della favola.
ILSE Questo sì.
COTRONE E come fate a crearla? Vi manca tutto! Un'opera
corale... Mi spiego bene adesso, signor Conte, come lei ci abbia
rimesso tutto il suo patrimonio. Leggendola, mi sono sentito
rapire. È fatta proprio per vivere qua, Contessa, in mezzo a noi
che crediamo alla realtà dei fantasmi più che a quella dei
corpi.
IL CONTE (accennando ai fantocci sulle seggiole)
Abbiamo già visto quei fantocci là preparati...
COTRONE Ah sì, di già? Hanno fatto presto. Non sapevo.
IL CONTE (stordito) Come non lo sapeva? Non li ha
preparati lei?
COTRONE Io no. Ma è semplice. Man mano che io su
leggevo, essi si preparavano qua, da sé.
ILSE Da sé? E come?
COTRONE Vi ho pur detto che la villa è abitata dagli
spiriti, signori miei. Non ve l'ho mica detto per ischerzo.
Noi qui non ci stupiamo più di nulla. L'orgoglio umano è
veramente imbecille, scusate. Vivono di vita naturale sulla
terra, signor Conte, altri esseri di cui nello stato normale noi
uomini non possiamo aver percezione, ma solo per difetto nostro,
dei cinque nostri limitatissimi sensi. Ecco che, a volte, in
condizioni anormali, questi esseri ci si rivelano e ci riempiono
di spavento. Sfido: non ne avevamo supposto l'esistenza!
Abitanti della terra non umani, signori miei, spiriti della
natura, di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi,
invisibili, nelle rocce, nei boschi, nell'aria, nell'acqua, nel
fuoco: lo sapevano bene gli antichi: e il popolo l'ha sempre
saputo; lo sappiamo bene noi qua, che siamo in gara con loro e
spesso li vinciamo, assoggettandoli a dare ai nostri prodigi,
col loro concorso, un senso che essi ignorano o di cui non si
curano. Se lei Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti del
naturale e del possibile, l'avverto che lei qua non comprenderà
mai nulla. Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio.
A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da
sé. Basta che una cosa sia in noi ben viva, e si rappresenta da
sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero
avvento d'ogni nascita necessaria. Al più al più, noi agevoliamo
con qualche mezzo la nascita. Quei fantocci là, per esempio. Se
lo spirito dei personaggi ch'essi rappresentano s'incorpora in
loro, lei vedrà quei fantocci muoversi e parlare. E il miracolo
vero non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà sempre la
fantasia del poeta in cui quei personaggi son nati, vivi, così
vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente.
Tradurli in realtà fittizia sulla scena è ciò che si fa
comunemente nei teatri. Il vostro ufficio.
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SPIZZI Ah, lei ci mette allora a paro di quei suoi
fantocci là?
COTRONE Non a paro no, mi perdoni; un po' più sotto,
amico mio.
SPIZZI Anche più sotto?
COTRONE Se nei fantocci s'incorpora lo spirito del
personaggio, scusi, tanto da farli muovere e parlare...
SPIZZI Sarei curioso di veder questo miracolo!
COTRONE Ah, lei sarebbe «curioso»? Ma sa, non si vedono
per «curiosità» questi miracoli. Bisogna crederci, amico mio,
come ci credono i bambini. Il vostro poeta ha immaginato una
Madre che crede le sia stato cambiato in fasce il figlio da
quelle streghe della notte, streghe del vento, che il popolo
chiama «Le Donne». La gente istruita ne ride, si sa; e forse
anche voi; e invece io vi dico che ci sono davvero: sissignori,
«Le Donne»! Le notti d'inverno tempestose, tante volte noi qua
le abbiamo sentite gridare, con voci squarciate, fuggendo col
vento, da queste parti. Ecco, volendo le possiamo anche evocare.
Entrano di notte nelle case
per la gola dei camini
come un fumo nero.
Una povera mamma che sa?
dorme stanca della giornata;
e quelle, chinate nel bujo,
allungano le dita sottili...
ILSE {meravigliata) Ah, lei sa già perfino i versi a
memoria?
COTRONE Perfino? Ma noi possiamo rappresentarle ora
stesso la favola da cima a fondo, Contessa, per fare una prova
di tutti quegli elementi di cui avete bisogno voi, non noi. Si
provi, Contessa, si provi un momento a vivere la sua parte di
Madre, e glielo faccio vedere, per darle un saggio. Quando le fu
cambiato il figlio?
ILSE Quando, dice, nella favola?
COTRONE Eh, già, dove altrimenti?
ILSE
Una notte, mentre dormivo,
sento un vagito, mi sveglio,
tasto nel bujo, sul letto, al mio fianco:
non c'è; di dove m'arriva quel pianto?
da sé, in fasce, non poteva
muoversi il mio bambino -
COTRONE E perché si ferma? Vada oltre, domandi, domandi,
com'è nel testo:
«Non è vero? non è vero?».
Non ha finito di proferir la domanda, che la scena, abbuiata per
un attimo, s'illumina come per un tocco magico, d'una nuova luce
d'apparizione, e la Contessa si trova ai due lati, vive, le Due
Vicine popolane, come nel primo quadro della "Favola del figlio
cambiato", le quali subito rispondono:
L'UNA Vero! Vero!
L'ALTRABambino di sei- mesi, come poteva?
ILSE {le guarda, le ascolta, e si spaventa con Spizzi e
il Conte che indietreggiano) Oh Dio, queste?
SPIZZI Da dove sono apparse?
IL CONTE Com'è possibile?
COTRONE (gridando alla Contessa) Prosegua! Prosegua! Di
che si stupisce? Le ha attratte lei! Non rompa l'incanto e non
chieda spiegazioni! Dica: - Quando lo presi...
ILSE (obbedendo, stordita) Quando lo presi buttato - là
- sotto il letto -
dall'alto, non si sa donde, una voce derisoria, potente,
grida:
- Caduto! Caduto!
La Contessa atterrita con gli altri guarda in alto.
COTRONE (subito) Non si smarrisca! È nel testo!
Prosegua!
ILSE (lasciandosi prendere dal prodigio) Eh, lo so!
Così dicono: caduto.
L'UNA Ma come caduto? Può dirlo chi non lo vide là
sotto il letto, come fu trovato.
ILSE Ecco, ecco: ditelo voi come fu trovato, voi che
accorreste le prime alle mie grida: come fu trovato?
L’UNA
Voltato.
L’ALTRA
Coi piedini verso la testata.
L’UNA
Le fasce intatte, avvolte strette attorno alle gambette.
L’ALTRA
Ed annodate con la cordellina...
L’UNA
Perfette.
L’ALTRA
Dunque preso, preso con le mani, d'accanto alla madre, e messo
per dispetto là sotto il letto.
L’UNA
Ma fosse stato dispetto soltanto!
ILSE
Quando lo presi…
L'UNA
Che pianto!
Scoppiano dall'interno, tutt'intorno, grandi risa di
incredulità. Le Due Vicine si voltano e gridano, come a pararle:
Era un altro!
Non era più quello!
Lo possiamo giurare!
Si rifà un attimo di bufo, riempito ancora dalle risate che
d'un subito cessano al ritomo della luce di prima. Si presentano
dai varii usci Cromo, Diamante, Battaglia, Lumachi, Sacerdote.
Entrando, parlano un po' tutti insieme.
CROMO Come? Come? Si recita? Si prova?
DIAMANTE Io non posso! Mi fa male la gola!
LUMACHI Ah, Spizzi, caro! Dio sia lodato!
BATTAGLIA e SACERDOTE Cos'è? Cos'è?
COTRONE Lei ha recitato, Contessa, con due immagini
uscite vive, direttamente, dalla fantasia del suo poeta!
ILSE Dove sono andate?
COTRONE Sparite!
CROMO Di chi parlate?
BATTAGLIA Cos'è successo?
IL CONTE Ci sono apparse le Due Vicine del primo quadro
della Favola!
DIAMANTE Apparse? Come apparse!
IL CONTE Qua, qua, d'improvviso, e si son messe a
recitare con lei
indica la Contessa.
CROMO Noi abbiamo sentito le risate!
SPIZZI Son tutti trucchi e combinazioni, signori! Non ci
lasciamo abbagliare come allocchi noi stessi che siamo del
mestiere!
COTRONE Ah no, caro, se dice così, lei non è del
mestiere! Lei da importanza a un'altra cosa che le preme di più!
Se fosse del mestiere, si lascerebbe abbagliare, lei stesso per
il primo, perché appunto questo è il vero segno che si è del
mestiere! Impari dai bambini, le ho detto, che fanno il gioco e
poi ci credono e lo vivono come vero!
SPIZZI Ma noi non siamo bambini!
COTRONE Se siamo stati una volta, bambini possiamo
esserlo sempre! E difatti è rimasto anche lei sbalordito, appena
quelle due immagini sono apparse qua!
CROMO Ma come sono apparse? come sono apparse?
COTRONE A tempo! E hanno detto a tempo ciò che dovevano
dire; non vi basta? Tutto il resto, come siano apparse e se
siano vere o no, non ha nessuna importanza! Io le ho voluto dare
un saggio, Contessa, che la sua Favola può vivere soltanto qua;
ma lei vuol seguitare a portarla in mezzo agli uomini, e sia!
Fuori di qua io però non ho più potere di valermi in suo
servizio altro che dei miei compagni, e li metto con me stesso a
sua disposizione.
Si ode, a questo punto, potentissimo da fuori, il frastuono
della cavalcata dei Giganti della Montagna che scendono al paese
per la celebrazione delle nozze di Urna di Dòmio e Lopardo
d'Arcifa, con musiche e grida quasi selvagge. Ne tremano i muri
della villa. Irrompono sulla scena eccitatissimi Quaquèo,
Doccia, Mara-Mara, La Sgricia, Milordino, Maddalena.
QUAQUÈO Ecco i giganti! Ecco i giganti!
MILORDINO Scendono dalla montagna!
MARA-MARA Tutti a cavallo! Parati a festa!
QUAQUÈO Sentite? Sentite? Pajono i rè del mondo!
MILORDINO Vanno alla chiesa per la consacrazione delle
nozze!
DIAMANTE Andiamo, andiamo a vedere!
COTRONE (arrestando con voce imperiosa e potente
tutti gli accorrenti dietro l'invito di Diamante) No!
Nessuno si muova! Nessuno si faccia vedere, se dobbiamo andar su
a proporre la recita! Restiamo qua tutti a concertare la prova!
IL CONTE (tirandosi a parte la Contessa) Ma tu non hai
paura, Ilse? Li senti?
SPIZZI (atterrito, accostandosi) Tremano i muri!
CROMO (accostandosi anche lui atterrito) Pare la
cavalcata d'un'orda di selvaggi!
DIAMANTE Io ho paura! ho paura!
Tutti restano ad ascoltare con l'animo sospeso dallo
sgomento, mentre le musiche e il frastuono si vanno
allontanando.
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