Il trombone fa da sé con tré brevi borbottii un commento
ironico; il tamburo, da sé, senza bacchette, agitandosi come uno
staccio, crepita, in segno d'approvazione e, durante il crepitìo,
balzano ritti coi loro testoncini sguaiati i cinque birilli.
Allora i fantocci si ributtano indietro con un'altra
sghignazzata sull'«e», se la prima è stata sull'«o».
Cessano
d'un tratto, ricomponendosi negli atteggiamenti di prima, appena
l'uscio in fondo a destra s'apre ed entra esultante la Sgrida,
annunciando:
La sgricia: L'Angelo Centuno! L'Angelo Centuno!
Viene a
prendermi con tutta la sua scorta! Eccolo! Eccolo! In ginocchio
tutti! In ginocchio!
Al comando, i fantocci s'inginocchiano da sé, mentre la
grande parete di fondo s'illumina e diventa trasparente.
Si
vedranno sfilare, alate, in due file, le anime del Purgatorio in
forma d'angeli e avranno in mezzo su un cavallo bianco maestoso
l'Angelo Centuno.
Un coro sommesso di voci bianche accompagnerà la sfilata:
Con l'armi della pace,
quando tutto tace,
fede e carità,
è Dio che porta ajuto
a chi sia combattuto,
a chi ramingo va.
Quando la sfilata sta per terminare, la Sgrida si alza per
seguirla, uscendo dal secondo uscio a sinistra che rimane aperto
dopo la sua uscita.
Dietro l'ultima coppia delle anime, man mano
che procede, la parete di fondo si va facendo opaca.
Dura
ancora un poco, sempre più affievolendosi, la musica: e i
fantocci a uno a uno si rialzano e si ributtano inerti sulle
sedie.
Poco dopo dall'uscio rimasto aperto entra di
spalle Cromo con aspetti cangianti, come avviene nei sogni: in
principio, la sua faccia: poi la maschera dell'«Avventore» e il
naso del «Primo Ministro» nella «Favola del figlio cambiato».
Pare che cerchi, pur così indietreggiando per spavento, un filo
di suono di cui non riesca più a trovare la provenienza: l'ha
udito, ne è certo: gli è parso che provenisse dal pozzo là in
fondo al corridoio.
Entra intanto dal primo uscio a destra
Diamante sotto le vesti della fattucchiera «Vanno Scoma», con la maschera
sollevata sul capo; scorge Cromo e lo chiama:
Diamante: Cromo!
E, appena Cromo si volta:
Oh, e che faccia fai?
Cromo: Io? Che faccia fo?
Tu, piuttosto: sei vestita da
Vanna Scoma e hai dimenticato d'abbassarti la maschera sul
volto.
Diamante: Non mi far ridere: io, da Vanna Scoma?
Sei tu
invece vestito da «Avventore» e porti intanto il naso del
«Primo Ministro».
Io sono ancora parata da Dama di Corte e mi
sto spogliando; ma sai che temo di avere inghiottito uno spillo?
Cromo: Inghiottito? È grave!
Diamante (indicando la gola): Me lo sento qua!
Cromo: Ma scusa, ti credi davvero vestita ancora da Dama
di Corte?
Diamante: Mi sto spogliando, ti dico; e appunto,
spogliandomi...
Cromo: Ma che spogliandoti, guardati addosso, tu sei
vestita da «Vanna Scoma»!
E come quella china il capo per guardarsi l'abito, subito
con una ditata abbassandole sul volto anche la maschera:
Cromo:
E questa è la maschera!
Diamante (portandosi una mano alla gola): Oh Dio, non
posso più parlare!
Cromo: Per lo spillo? Ma sei proprio sicura d'averlo
inghiottito?
Diamante: L'ho qua! qua!
Cromo: Lo tenevi tra i denti nello spogliarti?
Diamante: Ma no! Mi pare che l'abbia inghiottito proprio
ora. E ho anzi il dubbio che fossero due.
Cromo: Spilli?
Diamante: Spilli! Spilli! Sebbene l'altro, io non so...
l'ho forse sognato! O che sia stato prima del sogno?
Il fatto è
che me lo sento qua.
Cromo: Ci sono: tu l'avrai sognato per questo: che ti
senti pungere la gola.
Scommetto che hai le tonsille
infiammate, con qualche puntina bianca.
Diamante: Può darsi. L'umido, lo strapazzo.
Cromo: Avrai la febbre.
Diamante: Forse.
Cromo (con lo stesso tono, breve, pietoso): Crepa.
Diamante (rivoltandosi): Crepa tu!
Cromo: L'unica è di crepare, cara mia, con la vita che
stiamo facendo!
Diamante: Spilli nella veste, sì, ce n'era uno, tutto
arrugginito; ma ricordo d'averlo strappato e buttato via; non me
lo son messo tra i denti. E poi, se non son più vestita da Dama
di Corte...
Sopraggiunge a precipizio dal primo uscio a sinistra,
spiritato, Battaglia.
Battaglia: Oh Dio, ho visto! ho visto, ho visto!
Diamante: Che hai visto?
Battaglia: Nel muro di là; uno spavento!
Cromo: Ah se tu dici che «hai visto», allora è vero:
anch'io; anch'io: «ho udito»!
Diamante: Che cosa? Non mi fate spaventare! Ho la febbre!
Cromo: Là in fondo al corridoio: dove c'è il collo del
pozzo, là: una musica! una musica!
Diamante: Musica?
Cromo (prendendoli, uno per mano} Ecco, venite,
Diamante e Battaglia (a un tempo, tirandosi indietro):
- Ma no, sei matto! - Che musica?
Cromo: Bellissima! Venite con me! Musica... che paura
avete?
Vanno verso il fondo in punta di piedi.
Cromo:
Ma bisogna trovare il punto giusto. Dev'essere qua.
L'ho
sentita, c'è poco da dire. Come dall'altro mondo. Viene di fondo
a quel pozzo là, vedete?
Indica di là dal secondo uscio a sinistra.
Diamante: Ma che musica?
Cromo: Un concerto di paradiso. Ecco, aspettate.
Prima era
cosi: m'allontanavo e non lo sentivo più; mi accostavo troppo e
non lo sentivo più; poi, tutt'a un tratto, infilando giusto...
Ecco qua, fermi! Sentite? Sentite?
Si ode difatti, ma come in sordina, un blando soavissimo
concerto.
I tre, in fila, protesi, stanno ad ascoltare, in
estasi e sgomenti.
Diamante: Oh Dio, è vero!
Battaglia: Non sarà la Sgrida che suona l'organo?
Cromo: Ma che! No. Non è cosa terrena. E se ci scostiamo
d'un passo, ecco, non si sente più.
Difatti, appena si scostano, la musica cessa.
Diamante: No, ancora! ancora! sentiamo ancora!
Si rimettono al posto di prima e riodono la musica.
Cromo: Ecco: di nuovo.
Stanno un po' a sentire: poi viene avanti con gli altri due
e la musica cessa.
Battaglia: Mi sento tutto spalancare dallo spavento.
Cromo: In questa villa davvero ci si vede e ci si sente.
Battaglia: Vi dico che io ho visto! Il muro di la!
S’apriva!
Diamante: S'apriva?
Battaglia:Sì, e spuntava il cielo!
Diamante: Non era la finestra?
Battaglia: No: la finestra era di qua: chiusa. Dirimpetto
a me, non c'era finestra.
E s’è aperto: oh! Un chiaro di luna
come nessuno ha mai visto l’uguale, dietro un sedile di pietra,
lungo, con ciuffi d'erba che si stagliavano fino a poter contare
le foghe a una a una veniva quella scema vestita di rosso, che
sorride e non parla, e si sedeva su quel sedile, e poi veniva
tutto smorfioso un nanetto.
Cromo: Quaquèo?
Battaglia: - No, Quaquèo; uno davvero, con la cappa color
di tortora fino ai piedi e dondolante come una campana: e su, il
testoncino, e la faccia come di-pinta col mosto: porgeva alla
donna un cofanetto che luccicava tutto; poi scavalcava il sedile
come per andarsene, ma si nascondeva là dietro e ogni tanto
alzava la testa a spiare, malizioso, se quella cedeva alla
tentazione; ma quella - immobile - a capo chino, gli occhi
intenti e la bocca sorridente, col cofanetto li sulle mani. Ma
sai che le vedevo perfino i denti, appena, tra le labbra,
schiuse al sorriso?
Cromo: Non l'hai sognata?
Battaglia: Ma che! Visto, visto come ora sto vedendo voi
due!
Diamante: Oh Dio, Cromo, e allora lo spillo, io, temo di
averlo inghiottito davvero.
Cromo (colto da un'idea improvvisa): Aspettate, aspettate
qua: ho un'idea: vado nella mia camera e torno!
Esce dall'uscio da cui è entrato.
Diamante (stordita, a Battaglia): Perché va nella sua
camera?
Battaglia: Non so... Tremo tutto... non ti scostare...
Oh, non ti pare che si siano mossi quei fantocci là?
Diamante: L'hai visti muovere?
Battaglia: Uno - m'è parso che si sia mosso...
Diamante: Ma no, stan li posati!
Rientra Cromo, esultante, come un ragazzo in vacanza.
Cromo: Ecco! Mi pareva assai! Ne avevo il sospetto! Non
siamo noi, qua, veramente, non siamo noi!
Battaglia: Come non siamo noi?
Cromo: Allegri! allegri! Non è niente! Fate silenzio.
Andate, andate a vedere anche voi nelle vostre camere e vi
convincerete!
Diamante: Di che? Che non siamo noi?
Battaglia: Che hai visto tu nella tua camera?
Diamante: E chi siamo allora?
Cromo: Andate e vedrete! È da ridere! andate!
Appena i
due escono dagli usci per cui sono prima entrati, i fantocci si
rizzano stirandosi ed esclamano:
I Fantocci: - Uh, finalmente!
- Manco male che alla fine l'avete capita!
- Ce n'è voluto!
- Non se ne poteva più!
Cromo (stupito dapprima nel vederli rizzare, ma poi
ammettendone la ragione): Oh, voi? Ma già, sicuro; è giusto,
anche voi, perché no?
Uno dei fantocci: Sgranchiamoci un po' le gambe, vuoi?
Due lo pigliano per mano e si rimettono in circolo con gli
altri.
Gli strumenti musicali si rimettono a suonare da sé, uno
scordato accompagnamento al girotondo dei fantocci con Cromo:
intanto rientrano stralunati il Battaglia e Diamante.
Il
Battaglia, con l'aria di non saperlo, è vestito da «Sgualdrinella»
anche lui con un cencio di cappellino in capo.
Diamante: Impazzisco! Ma allora - questo (si tocca
il corpo) - non è il mio corpo? Eppure me lo tocco!
Battaglia: Ti sei vista di là anche tu?
Diamante: (indicando i fantocci): E tutti questi, levati
in piedi, oh Dio, dove siamo, io gri..
Cromo (mettendole subito una mano sulla bocca): Sta'
zitta! Che gridi?
Ho trovato anch'io il mio corpo di là, che sta
dormendo magnificamente. Noi ci siamo svegliati fuori, capite?
Diamante: Come fuori? di che?
Cromo: Fuori di noi! Stiamo sognando! Avete capito?
Siamo
noi stessi, ma in sogno, fuori del nostro corpo che dorme di là!
Diamante: E sei sicuro che i nostri corpi di là respirano
ancora e non sono morti?
Cromo: Che morti! Il mio ronfa! Beato come un porco! A
pancia all'aria! E il petto, su e giù, come un màntice!
Battaglia (afflitto, dolendosi): A bocca aperta, il mio
che ha dormito sempre come un angiolino!
Uno dei fantocci (sghignazzando): Come un angiolino,
bello!
Un altro: Con la bava che gli fila da un lato!
Battaglia (indicando, spaurito, i fantocci): Ma questo?
Cromo: E nel sogno, anche loro, non capite?
E tu sei
diventato una sgualdrinella, non ti vedi? Eccoti un marinaretto,
toh, abbraccialo!
Lo butta tra le braccia d'uno dei fantocci vestito da
marinajo.
Balliamo! balliamo! Nel sogno, allegramente!
Nuova musica degli strumenti.
Ballano, ma con mosse strane,
angolose, quali possono esser concesse a fantocci che si piegano
male.
Sopravviene dal primo uscio a sinistra Spizzi, che si fa
largo tra le coppie danzanti per passare. Ha in mano una corda.
Spizzi:Largo! Largo! Lasciatemi passare!
Cromo: Oh, Spizzi! Anche tu! Che hai in mano? Dove vai?
Spizzi: Lasciami! Non resisto più! La faccio finita!
Cromo: Come finita? Con questa corda?
E gli solleva il braccio che regge la corda.
Tutti, alla vista di quella corda, scoppiano a ridere. E allora Cromo
gli grida:
Cromo:
Sciocco, tè lo stai sognando, che ti impicchi! T'impicchi in
sogno!
Spizzi (svincolandosi e correndo verso il secondo uscio
a destra, da cui scomparirà): Sì, si, ora vedrete, se
m'impicco in sogno!
Cromo: Poveretto! L'amore della Contessa!
Sopravvengono in grande ansia e sgomenti, dai primi usci di
destra e di sinistra, Lumachi e Sacerdote.
Lumachi: Oh Dio, Spizzi s'impicca!
Sacerdote: Spizzi s'impicca! s'impicca!
Cromo: Ma no! Ma no! Ve lo state sognando anche voi!
Battaglia: Spizzi dorme nel suo letto.
Diamante: E anche voi, se andate a vedervi!
Lumachi: Ma che dormire! Eccolo! È là, che s'è impiccato
davvero! Guardate!
La parete di fondo si rifa trasparente, e si vedrà Spizzi che
pende da un albero, impiccato.
Tutti levano un urlo di
raccapriccio e si precipitano verso il fondo.
La scena s'oscura
d'un tratto e nel bufo, mentre gli attori come immagini di
sogno scompaiono, s'ode la sghignazzata dei fantocci che tornano
alle loro seggiole, immobili.
Si rifà la luce e, tranne quei
fantocci negli atteggiamenti di prima, sulla scena non ci sarà
nessuno.
Poco dopo, dal primo uscio a sinistra entreranno la
Contessa, Cotrone e il Conte.
Ilse: L'ho visto: l'ho visto, le dico, appeso a un albero
qua dietro la villa!
Cotrone: Ma se non ci son alberi dietro la villa!
Ilse: Come non ci sono? Attorno a una vasca!
Cotrone: Nessuna vasca. Contessa; può andare a vedere.
Ilse (al marito): Possibile? L'hai visto anche tu!
Il conte: Anch'io, si.
Cotrone: Stia tranquilla, Contessa. È la villa. Si mette
tutta cosi ogni notte da sé in musica e in sogno.
E i sogni, a
nostra insaputa, vivono fuori di noi, per come ci riesce di
farli, incoerenti.
Ci vogliono i poeti per dar coerenza ai
sogni.
Ecco il signor Spizzi, lo vede? in carne e ossa, che
certo è stato il primo a sognare d'essersi impiccato.
E’ entrato infatti dal primo uscio a sinistra Spizzi tutto
rannuvolato.
Alle parole di Cotrone si scuote, stupito e
offeso:
Spizzi: Come lo sa?
Cotrone: Ma lo sappiamo tutti, caro.
Spizzi (alla Contessa): Anche tu?
Ilse: Si, l'ho sognato anch'io.
Il conte: E anch'io.
Spizzi: Tutti? Com'è possibile?
Cotrone: E chiaro che lei non può aver segreti per
nessuno, nemmeno quando sogna.
E poi, spiegavo alla Contessa che
questa è anche una prerogativa della nostra villa.
Sempre, con
la luna, tutto comincia a farsi di sogno sulla terra, come se la
vita se n'andasse e non rimanesse una larva malinconica nel
ricordo. Escono allora i sogni, e quelli appassionati pigliano
qualche volta la risoluzione di passarsi una corda attorno al
collo e appendersi a un albero immaginario.
Caro giovanotto,
ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosciamo quasi
sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disillusi in noi
stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver
abbaiato a un'ombra.
Spizzi: No, è la dannazione delle parole che vado
ripetendo da due anni, col sentimento che ci mise dentro chi le
scrisse!
Ilse: Ma sono rivolte a una madre quelle parole!
Spizzi: Grazie, lo so! Ma chi le scrisse, le scrisse per
tè, e non ti considerava certo una madre!
Cotrone: Signori miei, a proposito della colpa che lui
ora da alle parole della sua parte, ecco: l'alba è vicina, e io
vi promisi jersera che vi avrei comunicato l'idea che m'è venuta
per voi: dove potreste andare a rappresentar la vostra «Favola
del figlio cambiato»; se proprio non volete rimanere qua con
noi.
Dunque sappiate che si celebra oggi, con una festa di
nozze colossale, l'unione delle due famiglie dette dei giganti
della montagna.
Il conte (piccolino e perciò smarrito, alzando un
braccio): Giganti?
Cotrone: Non propriamente giganti, signor Conte, sono
detti così, perché gente d'alta e potente corporatura, che
stanno sulla montagna che c'è vicina. Io vi propongo di
presentarvi a loro. Noi v'accompagneremo.
Bisognerà saperli
prendere. L'opera a cui si sono messi lassù, l'esercizio
continuo della forza, il coraggio che han dovuto farsi contro
tutti i rischi e pericoli d'una immane impresa, scavi e
fondazioni, deduzioni d'acque per bacini montani, fabbriche,
strade, colture agricole, non han soltanto sviluppato
enormemente i loro muscoli, li hanno resi naturalmente anche
duri di mente e un po' bestiali. Gonfiati dalla vittoria offrono
però facilmente il manico per cui prenderli: l'orgoglio:
lisciato a dovere, fa presto a diventar tenero e malleabile.
Lasciate fare a me per questo; e voi pensate intanto ai casi
vostri.
Per me, portarvi sulla montagna alle nozze di Urna di
Dormo e Lopardo d'Arcifa, non è nulla; chiederemo anche una
grossa somma, perché più grossa la chiederemo e più
importanza acquisterà ai loro occhi la nostra offerta; ma ora il
problema da risolvere è un altro. Come farete voi a
rappresentare la Favola?
Spizzi: Non hanno un teatro lassù i giganti?
Cotrone: Non è per il teatro. Un teatro si fa presto a
metterlo su dovunque.
Io penso al lavoro che volete
rappresentare. Ho letto tutta questa notte, fino a poco fa coi
miei amici, la vostra «Favola del figlio cambiato». Ohi dico, ci
vuole un bei coraggio, signor Conte, a sostenere che avete tutto
quanto v'occorre e che non ne lasciate fuori nulla: siete appena
otto, e ci vuol tutto un popolo per rappresentarla.
Il conte: Sì, ci manca il comparsame.
Cotrone: Ma che comparsame, ci vuol altro! Parlano tutti!
Il conte: I personaggi principali ci siamo.
Cotrone: La difficoltà non è dei personaggi principali.
Ciò che importa soprattutto è la magia; creare voglio dire,
l'attrazione della favola.
Ilse: Questo sì.
Cotrone: E come fate a crearla? Vi manca tutto! Un'opera
corale...
Mi spiego bene adesso, signor Conte, come lei ci abbia
rimesso tutto il suo patrimonio.
Leggendola, mi sono sentito
rapire.
È fatta proprio per vivere qua, Contessa, in mezzo a noi
che crediamo alla realtà dei fantasmi più che a quella dei
corpi.
Il conte (accennando ai fantocci sulle seggiole):
Abbiamo già visto quei fantocci là preparati...
Cotrone: Ah sì, di già? Hanno fatto presto. Non sapevo.
Il conte (stordito): Come non lo sapeva? Non li ha
preparati lei?
Cotrone: Io no. Ma è semplice. Man mano che io su
leggevo, essi si preparavano qua, da sé.
Ilse: Da sé? E come?
Cotrone: Vi ho pur detto che la villa è abitata dagli
spiriti, signori miei.
Non ve l'ho mica detto per ischerzo.
Noi qui non ci stupiamo più di nulla.
L'orgoglio umano è
veramente imbecille, scusate. Vivono di vita naturale sulla
terra, signor Conte, altri esseri di cui nello stato normale noi
uomini non possiamo aver percezione, ma solo per difetto nostro,
dei cinque nostri limitatissimi sensi. Ecco che, a volte, in
condizioni anormali, questi esseri ci si rivelano e ci riempiono
di spavento.
Sfido: non ne avevamo supposto l'esistenza!
Abitanti della terra non umani, signori miei, spiriti della
natura, di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi,
invisibili, nelle rocce, nei boschi, nell'aria, nell'acqua, nel
fuoco: lo sapevano bene gli antichi: e il popolo l'ha sempre
saputo; lo sappiamo bene noi qua, che siamo in gara con loro e
spesso li vinciamo, assoggettandoli a dare ai nostri prodigi,
col loro concorso, un senso che essi ignorano o di cui non si
curano.
Se lei Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti del
naturale e del possibile, l'avverto che lei qua non comprenderà
mai nulla. Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio.
A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da
sé. Basta che una cosa sia in noi ben viva, e si rappresenta da
sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero
avvento d'ogni nascita necessaria.
Al più al più, noi agevoliamo
con qualche mezzo la nascita. Quei fantocci là, per esempio.
Se
lo spirito dei personaggi ch'essi rappresentano s'incorpora in
loro, lei vedrà quei fantocci muoversi e parlare.
E il miracolo
vero non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà sempre la
fantasia del poeta in cui quei personaggi son nati, vivi, così
vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente.
Tradurli in realtà fittizia sulla scena è ciò che si fa
comunemente nei teatri. Il vostro ufficio.
Spizzi: Ah, lei ci mette allora a paro di quei suoi
fantocci là?
Cotrone: Non a paro no, mi perdoni; un po' più sotto,
amico mio.
Spizzi: Anche più sotto?
Cotrone: Se nei fantocci s'incorpora lo spirito del
personaggio, scusi, tanto da farli muovere e parlare...
Spizzi:Sarei curioso di veder questo miracolo!
Cotrone: Ah, lei sarebbe «curioso»? Ma sa, non si vedono
per «curiosità» questi miracoli.
Bisogna crederci, amico mio,
come ci credono i bambini. Il vostro poeta ha immaginato una
Madre che crede le sia stato cambiato in fasce il figlio da
quelle streghe della notte, streghe del vento, che il popolo
chiama «Le Donne».
La gente istruita ne ride, si sa; e forse
anche voi; e invece io vi dico che ci sono davvero: sissignori,
«Le Donne»!
Le notti d'inverno tempestose, tante volte noi qua
le abbiamo sentite gridare, con voci squarciate, fuggendo col
vento, da queste parti. Ecco, volendo le possiamo anche evocare.
Entrano di notte nelle case
per la gola dei camini
come un fumo nero.
Una povera mamma che sa?
dorme stanca della giornata;
e quelle, chinate nel bujo,
allungano le dita sottili...
Ilse (meravigliata): Ah, lei sa già perfino i versi a
memoria?
Cotrone: Perfino? Ma noi possiamo rappresentarle ora
stesso la favola da cima a fondo, Contessa, per fare una prova
di tutti quegli elementi di cui avete bisogno voi, non noi.
Si
provi, Contessa, si provi un momento a vivere la sua parte di
Madre, e glielo faccio vedere, per darle un saggio.
Quando le fu
cambiato il figlio?
Ilse: Quando, dice, nella favola?
Cotrone: Eh, già, dove altrimenti?
Ilse:
Una notte, mentre dormivo,
sento un vagito, mi sveglio,
tasto nel bujo, sul letto, al mio fianco:
non c'è; di dove m'arriva quel pianto?
da sé, in fasce, non poteva
muoversi il mio bambino -
Cotrone: E perché si ferma? Vada oltre, domandi, domandi,
com'è nel testo:
«Non è vero? non è vero?».
Non ha finito di proferir la domanda, che la scena, abbuiata per un attimo,
s'illumina come per un tocco magico, d'una nuova luce d'apparizione, e la
Contessa si trova ai due lati, vive, le Due Vicine popolane, come nel primo
quadro della "Favola del figlio cambiato", le quali subito rispondono:
L'una: Vero! Vero!
L'altra: Bambino di sei- mesi, come poteva?
Ilse (le guarda, le ascolta, e si spaventa con Spizzi e
il Conte che indietreggiano): Oh Dio, queste?
Spizzi: Da dove sono apparse?
Il conte: Com'è possibile?
Cotrone (gridando alla Contessa): Prosegua! Prosegua! Di
che si stupisce? Le ha attratte lei!
Non rompa l'incanto e non
chieda spiegazioni! Dica: - Quando lo presi...
Ilse (obbedendo, stordita): Quando lo presi buttato - là
- sotto il letto -
dall'alto, non si sa donde, una voce derisoria, potente, grida: - Caduto! Caduto!
La Contessa atterrita con gli altri guarda in alto.
Cotrone (subito): Non si smarrisca! È nel testo!
Prosegua!
Ilse (lasciandosi prendere dal prodigio): Eh, lo so!
Così dicono: caduto.
L'una: Ma come caduto? Può dirlo chi non lo vide là
sotto il letto, come fu trovato.
Ilse: Ecco, ecco: ditelo voi come fu trovato, voi che
accorreste le prime alle mie grida: come fu trovato?
L'una:
Voltato.
L’altra:
Coi piedini verso la testata.
L'una:
Le fasce intatte, avvolte strette attorno alle gambette.
L’altra:
Ed annodate con la cordellina...
L'una:
Perfette.
L’altra:
Dunque preso, preso con le mani, d'accanto alla madre, e messo
per dispetto là sotto il letto.
L'una:
Ma fosse stato dispetto soltanto!
Ilse:
Quando lo presi…
L'una:
Che pianto!
Scoppiano dall'interno, tutt'intorno, grandi risa di
incredulità.
Le Due Vicine si voltano e gridano, come a pararle:
Era un altro!
Non era più quello!
Lo possiamo giurare!
Si rifà un attimo di bufo, riempito ancora dalle risate che
d'un subito cessano al ritomo della luce di prima.
Si presentano
dai varii usci Cromo, Diamante, Battaglia, Lumachi, Sacerdote.
Entrando, parlano un po' tutti insieme.
Cromo: Come? Come? Si recita? Si prova?
Diamante: Io non posso! Mi fa male la gola!
Lumachi: Ah, Spizzi, caro! Dio sia lodato!
Battaglia e Sacerdote: Cos'è? Cos'è?
Cotrone: Lei ha recitato, Contessa, con due immagini
uscite vive, direttamente, dalla fantasia del suo poeta!
Ilse: Dove sono andate?
Cotrone: Sparite!
Cromo: Di chi parlate?
Battaglia: Cos'è successo?
Il conte: Ci sono apparse le Due Vicine del primo quadro
della Favola!
Diamante: Apparse? Come apparse!
Il conte: Qua, qua, d'improvviso, e si son messe a
recitare con lei
indica la Contessa.
Cromo: Noi abbiamo sentito le risate!
Spizzi: Son tutti trucchi e combinazioni, signori!
Non ci
lasciamo abbagliare come allocchi noi stessi che siamo del
mestiere!
Cotrone: Ah no, caro, se dice così, lei non è del
mestiere! Lei da importanza a un'altra cosa che le preme di più!
Se fosse del mestiere, si lascerebbe abbagliare, lei stesso per
il primo, perché appunto questo è il vero segno che si è del
mestiere! Impari dai bambini, le ho detto, che fanno il gioco e
poi ci credono e lo vivono come vero!
Spizzi: Ma noi non siamo bambini!
Cotrone: Se siamo stati una volta, bambini possiamo
esserlo sempre!
E difatti è rimasto anche lei sbalordito, appena
quelle due immagini sono apparse qua!
Cromo: Ma come sono apparse? come sono apparse?
Cotrone: A tempo! E hanno detto a tempo ciò che dovevano
dire; non vi basta?
Tutto il resto, come siano apparse e se
siano vere o no, non ha nessuna importanza!
Io le ho voluto dare
un saggio, Contessa, che la sua Favola può vivere soltanto qua;
ma lei vuol seguitare a portarla in mezzo agli uomini, e sia!
Fuori di qua io però non ho più potere di valermi in suo
servizio altro che dei miei compagni, e li metto con me stesso a
sua disposizione.
Si ode, a questo punto, potentissimo da fuori, il frastuono
della cavalcata dei Giganti della Montagna che scendono al paese
per la celebrazione delle nozze di Urna di Dòmio e Lopardo
d'Arcifa, con musiche e grida quasi selvagge.
Ne tremano i muri
della villa.
Irrompono sulla scena eccitatissimi Quaquèo,
Doccia, Mara-Mara, La Sgricia, Milordino, Maddalena.
Quaquèo: Ecco i giganti! Ecco i giganti!
Milordino: Scendono dalla montagna!
Mara-Mara: Tutti a cavallo! Parati a festa!
Quaquèo: Sentite? Sentite? Pajono i rè del mondo!
Milordino: Vanno alla chiesa per la consacrazione delle
nozze!
Diamante:Andiamo, andiamo a vedere!
Cotrone (arrestando con voce imperiosa e potente
tutti gli accorrenti dietro l'invito di Diamante): No!
Nessuno si muova!
Nessuno si faccia vedere, se dobbiamo andar su
a proporre la recita! Restiamo qua tutti a concertare la prova!
Il conte (tirandosi a parte la Contessa): Ma tu non hai
paura, Ilse? Li senti?
Spizzi (atterrito, accostandosi): Tremano i muri!
Cromo (accostandosi anche lui atterrito): Pare la
cavalcata d'un'orda di selvaggi!
Diamante: Io ho paura! ho paura!
Tutti restano ad ascoltare con l'animo sospeso dallo
sgomento, mentre le musiche e il frastuono si vanno
allontanando.
TELA