Cotrone (come a conciliar l'attenzione, ora che viene il
punto del miracolo): Ecco, ecco...
La sgricia (seguitando): Andavano ai due fianchi dello
stradone quei soldati, e in testa, davanti a me, nel mezzo su un
cavallo bianco maestoso, il Capitano.
Mi sentii tutta riconfortare a quella vista e ringraziai Dio che
proprio in quella notte del mio viaggio avesse disposto che quei
soldati dovessero recarsi anche loro alla Favara. Ma perché cosi
in silenzio?
Giovanotti di vent'anni... una vecchia in mezzo a loro su quell'asinella... non
ne ridevano; non si sentivano
nemmeno camminare; non sollevavano neppure un po' di polvere...
Perché? Com'era?
Lo seppi, quando fu l'alba, in vista del paese.
Il Capitano si fermò sul gran cavallo bianco; aspettò ch'io con
la mia asinella lo raggiungessi.
«Sgricia, sono l'Angelo Centuno»
mi disse «e queste che t'hanno scortata fin qua sono le anime
del Purgatorio. Appena arrivata, mettiti, in regola con Dio, che
prima di mezzogiorno tu morrai.»
E scomparve con la santa
scorta.
Cotrone (subito): Ma ora viene il meglio! Quando la
sorella la vide arrivare, bianca, stralunata...
La sgricia: «Che hai?» mi gridò. E io: «Chiamami un
confessore.»
«Ti senti male?»
«Prima di mezzogiorno, morirò.»
Apre le braccia:
...E difatti...
Si china a guardar negli occhi la Contessa e le domanda:
Tu forse ti credi ancora viva?
Le fa con l'indice un segno di no davanti alla faccia.
Voce (da dietro al cipresso): Non stare a crederlo!
La vecchietta con un sorriso d'approvazione fa un segno alla
Contessa che significa: «Senti che tè lo dice?»; e così
sorridente e soddisfatta rientra nella villa.
Ilse (si volge prima verso il cipresso, poi guarda
Cotrone): Si crede morta?
Cotrone: In un altro mondo. Contessa, con tutti noi...
Ilse (turbatissima): Che mondo? E queste voci?
Cotrone: Le accolga! Non cerchi di spiegarsele! Potrei...
Il conte: Ma sono combinate?
Cotrone (al Conte): Se la ajutano a entrare in un'altra
verità, lontana dalla sua, pur così labile e mutevole..
alla Contessa:
rimanga, rimanga così lontana e si provi un po' a guardare come
questa vecchietta che ha veduto l'Angelo. Non bisogna più
ragionare. Qua si vive di questo.
Privi di tutto, ma con tutto
il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebullizione di
chimere.
Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso
soltanto nell'arbitrario in cui per disperazione ci viene di
cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto
placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire?
mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra
esistenza.
Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo aria favolosa.
Gli angeli
possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che
ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci,
risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d'ombra,
creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi
abbacinati dal troppo sole della nostra isola.
Sordità d'ombra
non possiamo soffrirne. Le figure non sono inventate da noi;
sono un desiderio dei nostri stessi occhi.
Sta in ascolto.
Ecco. La sento venire.
Grida
Maddalena!
Poi indicando
Là sul ponte.
Appare sul ponte Maria Maddalena, illuminata di rosso da una
lampadina che tiene in mano.
E giovine, fulva di capelli, di
carne dorata. Veste di rosso, alla paesana: e appare come una
fiamma.
Ilse: Oh Dio, chi è?
Cotrone: La «Dama rossa». Non tema! Di carne e d'ossa,
Contessa. Vieni, vieni. Maddalena.
E mentre Maria Maddalena s'appressa, aggiunge:
Una povera scema, che sente ma non parla; è sola, senza più
nessuno, e vaga per le campagne; gli uomini se la prendono, e
ignora fino all'ultimo ciò che pur ante volte le è avvenuto;
lascia sull'erba le sue creature. Eccola qua.
Ha sempre cosi,
sulle labbra e negli occhi il sorriso del piacere che si prende
e che da. Viene quasi ogni notte a trovare rifugio da noi, nella
villa. Va', va', Maddalena.
Maria Maddalena, sempre col suo sorriso, dolce sulle labbra
ma quasi velato di pena negli occhi, china più volte il capo, ed
entra nella villa.
Ilse:E questa villa di chi è?
Cotrone:Nostra e di nessuno. Degli Spiriti.
Il conte: Come, degli Spiriti?
Cotrone: Sì. La villa ha fama d'essere abitata dagli
Spiriti.
E fu perciò abbandonata dagli antichi padroni, che per
terrore scapparono anche dall'isola, ora è gran tempo.
Ilse: Voi non credete agli Spiriti...
Cotrone: Come no? Li creiamo!
Ilse: Ah, li create...
Cotrone: Perdoni, Contessa, non m'aspettavo da lei che mi
dovesse dire così.
Non è possibile che non ci creda anche lei,
come noi. Voi attori date corpo ai fantasmi perché vivano - e
vivono!
Noi facciamo al contrario: dei nostri corpi, fantasmi: e
li facciamo ugualmente vivere.
I fantasmi... non c'è mica
bisogno d'andarli a cercare lontano: basta farli uscire da noi
stessi.
Lei si disse larva di quella che fu?
Ilse: Eh, più di così...
Cotrone: Ecco. Quella che fu. Basta farla uscir fuori.
Crede che non le viva ancora dentro?
Non vive forse il fantasma
del giovine che s'uccise per lei? Lei lo ha in sé.
Ilse: In me...
Cotrone: E io potrei farglielo apparire. Guardi, è là
dentro.
Indica la villa.
Ilse (alzandosi, con raccapriccio): No!
Cotrone: Eccolo!
Appare sulla soglia della villa Spizzi che s'è camuffato da
giovane poeta, a somiglianzà di quello che s'uccise per la
Contessa, servendosi del vestiario trovato nello strambo
guardaroba della villa per le apparizioni: sulle spalle un
mantello nero, di quelli che un tempo si portavano sul frak;
attorno al collo una sciarpa bianca, di seta; in capo, il gibus.
Tiene nascosta nelle mani che reggono da dentro con elegante
rigonfio i due lembi del mantello, una lanterna elettrica che
gl'illumina il volto da sotto in su, spettralmente.
La Contessa,
appena lo vede, da un grido e si rovescia sulla panca,
nascondendo la faccia.
Spizzi (accorrendo a lei): Ma no. Ilse. Dio mio... Ho
voluto fare uno scherzo...
Il conte: Ah, tu! Spizzi! È Spizzi, Ilse…
Cotrone: Uscito da sé, per farsi vedere come un fantasma
Il conte (adirato): Ma che dice lei ancora?
Cotrone: La verità!
Spizzi: Io ho scherzato!
Cotrone: E io ho sempre inventate le verità, caro signore!
e alla gente è parso sempre che dicessi bugie.
Non si da mai il
caso di dirla, la verità, come quando la s'inventa. Ecco la
prova!
Indica Spizzi
Scherzato? Lei ha obbedito! Le maschere non si scelgono a caso.
Ed ecco altre prove... altre prove...
Rientrano in scena dalla porta della villa camuffati e
ciascuno variamente illuminato dalla propria lanterna colorata
nascosta in mano, Diamante, il Battaglia, il Lumachi e Cromo,
secondo la presentazione che ne farà Cotrone.
Tutti gli altri li
seguiranno.
Cotrone:
Lei (prendendo per mano Diamante)
si intende, parata da Contessa...
al Conte:Copriva lei forse, signor Conte, qualche carica a corte?
Il conte (stonato): Io no, perché?
Cotrone (indicando l'abito di Diamante): Perché è
propriamente un abito di Dama di Corte...
volgendosi a Battaglia:
E lei, come una tartaruga nella scaglia, s'è trovato a casa in
quest'abito di vecchia bacchettona.
Indicando ora il Lumachì che s'è messa addosso una pelle
d'asino con la testa di cartone: E lei ha pensato all'asino che le manca...
Poi, andando a stringere la mano a Cromo:
E lei s'è camuffato da Pascià, mi congratulo: si vede che ha
buon cuore...
Il conte: Ma ch'è questa carnevalata?
Cromo: C'è là dentro (indica la villa) tutto un
arsenale per le apparizioni!
Lumachì: Bisogna vedere che costumi! Non ne ha di più un
vestiarista!
Cotrone: E ciascuno è andato a prendersi la maschera che
più gli s'addiceva!
Spizzi:Ma no, io l'ho fatto...
Il conte (irritato): Per uno scherzo? (Indicando
l'abito che ha indossato) Ti pare il modo di scherzare travestito così?
Ilse: Ha obbedito...
Il conte: A chi?
Ilse (indicando Cotrone): A lui che fa il mago, non hai
inteso?
Cotrone:No, Contessa...
Ilse: Stia zitto, lo so! - Lei, inventa la verità?
Cotrone: Non ho mai fatto altro in vita mia! Senza
volerlo, Contessa. Tutte quelle verità che la coscienza rifiuta.
Le faccio venir fuori dal segreto dei sensi, o a seconda, le più
spaventose, dalle caverne dell'istinto.
Ne inventai tante al
paese, che me ne dovetti scappare, perseguitato dagli scandali.
Mi provo ora qua a dissolverle in fantasmi, in evanescenze.
Ombre che passano.
Con questi miei amici m'ingegno di sfumare
sotto diffusi chiarori anche la realtà di fuori, versando, come
in fiocchi di nubi colorate, l'anima, dentro la notte che sogna.
Cromo: Come un fuoco d'artifizio?
Cotrone: Ma senza spari. Incanti silenziosi.
La gente
sciocca n'ha paura e si tiene lontana; e così noi restiamo qua
padroni. Padroni di niente e di tutto.
Cromo: E di che vivete?
Cotrone: Così. Di niente e di tutto.
Doccia: Non si può aver tutto, se non quando non si ha più
niente.
Cromo (al Conte): Ah, senti? Quest'è proprio il caso nostro!
Dunque noi abbiamo tutto?
Cotrone: Eh, no, perché vorreste avere ancora qualche
cosa. Quando davvero non vorrete più niente, allora si.
Mara-Mara: Senza letto si può dormire...
Cromo: ...male...
Mara-Mara: ...ma si dorme!
Doccia: Chi ti può impedire il sonno, quando Dio che ti
vuoi sano tè lo manda, come una grazia, con la stanchezza?
Allora dormi, anche senza letto!
Cotrone: E ci vuoi la fame, eh Quaquèo? perché un tozzo di
pane ti dia la gioia del mangiare, come non tè la potranno mai
dare, sazio o disappetente, tutti i cibi più prelibati.
Quaquèo sorridendo e assentendo col capo, fa con la mano sul
petto il gesto dei bambini quando vogliono mostrare che gustano
qualcosa.
Doccia: E solo quando non hai più casa, tutto il mondo
diventa tuo.
Vai e vai, poi t'abbandoni tra l'erba al silenzio
dei cieli; e sei tutto e sei niente... e sei niente e sei tutto.
Cotrone: Ecco come parlano i mendicanti, gente sopraffina,
Contessa, e di gusti rari, che han potuto ridursi alla
condizione di squisito privilegio, che è la mendicità. Non c'è
mendicanti mediocri.
I mediocri son tutti sennati e
risparmiatori. Doccia è il nostro banchiere. Accumulò per
trent'anni quel soldo di più con cui gli uomini importunati si
pagano il lusso della carità, ed è venuto qua ad offrirlo alla
libertà dei sogni. Paga tutto lui.
Doccia: Eh, ma se non ci andate piano...
Cotrone: Fa l'avaro, perché duri di più.
Gli altri scalognati (ridendo): È vero! È vero!
Cotrone: Potevo essere anch'io, forse, un grand'uomo,
Contessa. Mi sono dimesso.
Dimesso da tutto: decoro, onore,
dignità, virtù, cose tutte che le bestie, per grazia di Dio,
ignorano nella loro beata innocenza. Liberata da tutti questi
impacci, ecco che l'anima ci resta grande come l'aria, piena di
sole o di nuvole, aperta a tutti i lampi, abbandonata a tutti i
venti, superflua e misteriosa materia di prodigi che ci solleva
e disperde in favolose lontananze. Guardiamo alla terra, che
tristezza!
C'è forse qualcuno laggiù che s'illude di star
vivendo la nostra vita; ma non è vero.
Nessuno di noi è nel
corpo che l'altro ci vede; ma nell'anima che parla chi sa da
dove; nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza, con questo
buffo nome di Cotrone... e lui, di Doccia... e lui, di Quaquèo...
Un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel
suo corpo e nel suo nome. Facciamo i fantasmi.
Tutti quelli che
ci passano per la mente. Alcuni sono obbligati.
Ecco, per
esempio quello della Scozzese con l'ombrellino (indica
Mara-Mara)
O quello del Nano con la cappa turchina.
Quaquèo fà cenno che è suo attributo particolare.
Cotrone:
Specialità della villa. Gli altri son tutti di nostra fantasia.
Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i
loro giucchi, la maraviglia ch'è in noi la rovesciamo sulle cose
con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare.
Non è più un
gioco, ma una realtà maravigliosa in cui viviamo, alienati da
tutto, fino agli eccessi della demenza.
Ebbene, signori, vi dico
come si diceva un tempo ai pellegrini: sciogliete i calzari e
deponete il bordone.
Siete arrivati alla vostra mèta. Da anni
aspettavo qua gente come voi per far vivere altri fantasmi che
ho in mente.
Ma rappresenteremo anche la vostra «Favola del
figlio cambiato», come un prodigio che s'appaghi di sé, senza
più chiedere niente a nessuno.
Ilse: Qua?
Cotrone: Solo per noi.
Cromo: C'invita a restare qua per sempre, non senti?
Cotrone: Ma si! Che andate più cercando in mezzo agli
uomini? Non vedete che n'avete avuto?
Quaquèo e Milordino: Restate, si! Qua con noi! Qua con
noi!
Doccia: Oh! Son otto!
Lumachi: Io per me ci sto!
Battaglia: II posto è bello...
Ilse: Vuoi dire che andrò io sola, a leggere, se non più a
rappresentare la Favola.
Spizzi: Ma no, Ilse - resti chi vuole - io ti seguirò
sempre!
Diamante: Anch'io!
al Conte: Puoi sempre contare su me!
Cotrone: Comprendo che la Contessa non può rinunziare alla
sua missione.
Ilse: Fino all'ultimo.
Cotrone: Non vuole neanche lei che l'opera viva per se
stessa - come potrebbe soltanto qua.
Ilse: Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli
uomini!
Cotrone: Povera opera! Come il poeta non ebbe da lei
l'amore, così l'opera non avrà dagli uomini la gloria. Ma basta.
Ora è tardi e sarà bene andare a riposare. Poiché la Contessa
rifiuta, ho un'idea; ve la proporrò domani all'alba.
Il conte: Che idea?
Cotrone: Domani all'alba, signor Conte.
Il giorno è
abbagliato; la notte è dei sogni e solo i crepuscoli sono
chiaroveggenti per gli uomini.
L'alba, per l'avvenire; il
tramonto, per il passato.
Alza un braccio per indicare l'entrata della villa.
A domani!
TELA