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Questa sera si recita a soggetto
Appunti da una regia
di
Peppino Patroni Griffi
Queste note riguardano un modo di vedere Pirandello del tutto nuovo, non
seguendo gli abusati parametri coi quali si affronta il nostro autore - uno
nessuno e centomila, la camera della tortura, Pirandello e il suo doppio, il
pirandellismo dalla cui esagerata capziosità scaturisce una sorta di moralismo
alla rovescia - no, niente di tutto ciò, sa di muffa, e se dovessimo ancora
sentircene legati vorrebbe dire che il nostro autore sarebbe già' bello e morto:
invece oggi egli e' chiarissimo, lucido e brillante e persino divertente, molto
divertente.
Se c'e' un torto che e' stato fatto a Pirandello, e' la seriosità con cui e'
stato rappresentato, rivestito dalle intonazioni più lamentose, imbottito di
intenzioni riparatrici del mal fatto, bagnato da un piangersi addosso
insostenibile, cancellando spesso e volentieri tutto quanto c'e' di cinico, di
beffardo, di antipatetico in ogni personaggio.
I suoi eroi sono quasi sempre negativi mentre i nostri attori cercano di
salvarli con goffe interpretazioni di fronte alle quali, (citando Wilde) bisogna
essere senza cuore per non scoppiare dal ridere.
Ancora una volta, io mi pongo davanti a un suo testo come davanti a una novità
della quale non esiste storia, travolto da una sorprendente ragione di fare
teatro e di quello che te ne da l'irresistibile voglia. Alla grande.
Scrivere una commedia che non si scrive, raccontare una storia che non si
racconta, rappresentare delle scene che non si rappresentano, eppure trovarcisi
dentro e nel bel mezzo ritrovarsi fuori, spiazzati, vedendosi crollare intorno
tutto quanto s'era costruito...ebbene ancora oggi ci troviamo di fronte a un
capolavoro che il tempo non e' riuscito (e non riuscirà) ad appannare, il più
alto gioco al massacro col teatro che Pirandello abbia concepito.
Gli attori non sono più attori ma si sentono tutti personaggi del dramma che si
sono impegnati a rappresentare, quindi a rivestire con proprie parole (che
devono nascere dall'interno della costruzione del personaggio come già lo stanno
interpretando - v. Konstantin Stanislawskij) gesti e azioni che devono compiere sulla
scena, eppure, nessuno e' d'accordo come l'altro stia conducendo il proprio
personaggio, per cui ogni attore non fa che uscire ed entrare dal suo
personaggio per confutare gli altri, sebbene abbiano dichiarato di non essere
più degli attori ma soltanto i personaggi che ormai li posseggono.
Allora ti accorgi che forse la commedia e' questa: il vestirsi del proprio abile
e divertito racconto di svelare la macchina dell' interpretazione, giocando su
due tavoli da gioco in contemporanea. (Che non si tratti di un torneo di scacchi
giocato tra Diderot e Stanislawskij ?).
Invece, alla fine, resti abbacinato da una delle più tragiche scene di teatro
che autore abbia potuto concepire, di straziante bellezza, l'autopsia del
sentimento della gelosia scritta col bisturi, e non basta, la commedia si chiude
con un inno al teatro (in questo caso, dovuto alle circostanze, esemplificato
nella rappresentazione d'un melodramma verdiano in un teatro lirico), all'alto
senso di purificazione che il Teatro regala attraverso la sua illusione
rappresentativa alle tragiche storie dell'uomo che altrimenti resterebbero sotto
terra. ("La vita , o la si vive o la si scrive" disse Pirandello).
La Sicilia! 1929.
Siamo in piena repubblica di Weimar, al centro della
rivoluzione culturale dell'epoca, da dove e' partito Gropius e sta nascendo
Brecht e con lui Kurt Weill.
Pirandello si trova in Germania e là scrive la sua
commedia. Egli ha avvertito tutto quanto gli sta intorno. La descrizione del
cabaret e della sua cantante in questa sedicente città' di provincia, non ci fa
intravedere una Lotte Lenya? Egli non sa strapparsi dalle radici isolane dentro
di se', ma sente che il mondo della cultura e' la' e cerca di raggiungerlo.
Anche la costruzione della commedia ne risente: potrebbe essere la
esemplificazione di un cabaret tedesco dell'epoca fatta da un genio italiano!
La Sicilia e' stata da lui ormai assorbita, e' rimasta una qualità dell'anima
che egli può trasmettere solo in qualche personaggio, se ha bisogno che il
dramma oscuro e malcelato scoppi, e scoppi violento.
E gli attori tra il
pubblico, sia nella sala del teatro che nel suo ridotto, sono una bizzarria o
una trovata? No, sono una necessita. Perché gli attori sono ormai personaggi
vestiti e truccati come tali, e come tali, riconoscibili dal pubblico, e hanno
bisogno di questo confronto per essere simili e diversi, per riaffermare una
duplicità che e' l'essenza del teatro.
Non e' la commedia il montaggio e lo
smontaggio continuo della macchina teatrale dalla scena ai personaggi? Cosi in
questo happening gli attori devono essere visibilmente truccati (ho messo
l'azzurro anche sulle palpebre degli ufficiali dell'aviazione, gli occhi
fortemente segnati dal lapis), perché al loro rivolgersi irritati agli
spettatori:
"Cos'hanno da guardare loro, non siamo simili a loro?", gli
spettatori restino turbati e privi di risposta (come restano), dato che e' una
risposta difficile più di quello che sembri, che può risolversi solo in qualche
battuta più o meno spiritosa (come avviene) ma solo alle spalle del personaggio
quando si e' allontanato.
Eppure ho visto i miei attori, tornare indietro e
affrontare il malcapitato spettatore col linguaggio e l'espressione d'essere del
personaggio che rappresentano.
Uno dei protagonisti dello spettacolo e' il sipario.
Pirandello nelle sue
didascalie, lo muove continuamente, lo fa alzare e calare a ogni scena, a ogni
interruzione; lo usa come spartifuoco tra pubblico e palcoscenico.
Allora Terlizzi ha abolito il sipario del teatro e al suo posto ha messo in opera due
sipari ovoidali e concentrici che si muovono in senso opposto e delimitano
sempre nuovi spazi, o accompagnano gli attori alla loro entrata di fronte al
pubblico.
Questi sipari di seta nera, a strascico, diventano essenziali quanto i
personaggi; essi recitano a soggetto quanto gli attori. Sete nere gonfie e
mutevoli come nuvole di un accigliato temporale sempre in agguato all'orizzonte,
che confondono le scene, le fanno intravedere, le coprono e all'improvviso le
svelano diverse, le spogliano e le rivestono per nascondersi alla fine, a
rivelare il nulla da dove nasce l'illusione teatrale, un povero squallido
palcoscenico nudo.
Giuseppe Patroni Griffi
Questa sera si recita a soggetto
Uno sputo in faccia ai miei postumi estimatori
di Andrea Bisicchia
Il fitto carteggio, pubblicato nei Meridiani Mondadori, a cura di Benito
Ortolani, ci permette di ricostruire meglio, sia il soggiorno berlinese, sia le
due messinscene di Questa sera si recita a soggetto, avvenute tra gennaio e
marzo 1930 in Germania, inframmezzare dall'edizione italiana del 14 aprile 1930.
Sembra che Pirandello si trovasse in Germania fin dal 10 ottobre 1928, in
compagnia di Marta Abba che rimarrà accanto al Maestro fino al 13 marzo 1929,
ovvero dieci mesi prima del debutto di Questa sera si recita a soggetto, durante
i quali, la quasi quotidiana corrispondenza, ci permette di addentrarci nei vari
stati d'animo di Pirandello, amareggiato per l'abbandono di Marta che gli
rendeva più drammatico l'esilio berlinese, e più angosciosa la solitudine, anche
se si sentiva preso da uno strano vitalismo:
"La colpa è mia che mi son lasciato
prendere dalla vita, quando non dovevo : Ora non mi è più possibile sentirmene
abbandonato; più i giorni passano, più cresce la mia angoscia e la mia
disperazione; e non so che cosa sarà di me domani" (20 marzo 1929).
Eppure il
domani poteva essere roseo, dato che alcuni giorni dopo questa lettera, riceve
il telegramma di Mussolini con la nomina di Accademico d'Italia.
"Dunque sono
Accademico d'Italia. Ma rimango, mia cara Marta, lo stesso stessissimo
pover'uomo di prima" (22 marzo 1929).
Con la lettera del '29, possiamo dare per
certa la stesura definitiva di Questa sera si recita a soggetto:
"C'era sulla
scrivania la nuova commedia, lasciata lì senza la fine da tanto tempo, e l'ho
finita, l'ho finita in quattr'ore di fervidissimo lavoro".
Il prologo della
commedia verrà pubblicato per la prima volta in Pegaso, Rassegna di Lettere e
Arti, (a. I n.4, aprile 1929) da Ugo Ojetti, a cui Pirandello l'aveva mandato,
con l'accompagnamento di una lettera:
"Mio caro Ugo, che avrai pensato di me e
del mio lungo silenzio? (l'ultima lettera a Ojetti risalirebbe al 20/8/1928,
spedita da Viareggio). Sono qua a combattere con queste teste dure, e spero che
riuscirò alla fine a ottenere qualche cosa. Intanto lavoro a una nuova commedia
a che certo è, tra tutte, la più originale: «Questa sera si recita a soggetto». Te
ne mando il prologo che può stare da sé e che pone (mi pare) all'estetico in
genere, e alla critica in particolare, un problema nuovo. Se ti va, pubblicalo
nel Pegaso".
La lettera è spedita da Berlino (Htzigstrasse 9), senza data, ma dovrebbe
precedere quella della Abba, perché la commedia non risulta compiuta. Intanto la
notizia della novità pirandelliana, arriva a Salvini che immediatamente ne fa
richiesta.
Siamo nell'aprile del '29, un anno prima della messinscena italiana.
Pirandello non nasconde i suoi dubbi sulla distribuzione; le Compagnie italiane
in formazione in quegli anni, non lo convincono.
Intanto nel luglio del '29, Max Reinhardt gli chiede un incontro per discutere della commedia, incontro che non
avverrà perché un grave lutto, la morte del fratello, glielo impedirà.
A causa
di questa disgrazia, Pirandello dovrà rinunziare alla firma del grande regista,
a cui aveva dedicato la commedia con queste parole:
"A Max Reinhardt la cui
incomparabile forza creativa ha dato magica vita sulla scena tedesca ai Sei
personaggi in cerca d'autore, dedico con profonda riconoscenza questa terza
parte della trilogia del teatro nel teatro".
Pirandello, frattanto, è preso da
una strana frenesia; visita i teatri della Capitale, incontra attori, registi,
capocomici, frequenta i cabarets, conosce Georg Kalser, che apprezza molto, è
raggiunto da Rossi di San Secondo.
A farci il resoconto delle giornate
pirandelliane a Berlino sono:
Pietro Solari (L'Italia letteraria, 3 novembre
1929) e successivamente Corrado Alvaro, sul medesimo giornale, con data
14 aprile 1929.
Finalmente la commedia andrà in scena al Neus Shauspielhaus di Kónigsberg
(25 gennaio1930), regia di Hans Carl Múller.
Non si poté considerare un avvenimento,
trattandosi anche di un debutto in provincia, ma il successo non mancò.
Ludwig Goldstein, sul Berliner Tageblat (30 gennaio 1930), a parte qualche riserva, scrisse
che si trattava di una modemizzazione della "commedia dell'arte all'italiana e
dunque di un plaidoyer dell'arte della recitazione di contro all'arte del
regista".
I giornali italiani si disinteressarono del debutto, soltanto
Il
Messaggero, in un trafiletto di poche righe, ne dà notizia (7 marzo 1930), in
ritardo, soffermandosi, però, sui festeggiamenti preparati per Pirandello dalle
autorità locali. Tra la prima di Konigsberg e quella berlinese, passano alcuni
mesi.
Nel febbraio del '30, scrivendo a Marta Abba, Pirandello lamenta la crisi
dei teatri tedeschi:
"Le condizioni dei teatri, quanto delle case
cinematografiche, sono in questo momento spaventose. Più di sei teatri sono
falliti e son chiusi, tra gli altri, la Renaissance, quello di Hartung, e lo
Shauspielhaus, cioè il teatro di Stato, è in crisi Reinhard tira avanti con un
teatro solo" (27 febbraio 1930).
In Italia, nel frattempo, Salvini sta preparando la
sua edizione; in una lettera del 21 marzo 1930, Pirandello si lamenta con la Abba: "Di Salvini non so più notizie. Ho messo in guardia il Nulli circa il
«Questa sera si recita a soggetto» e ho preteso che il Salvini mi scriva dicendomi quali sono le
sue intenzioni e che contratto vuol fare".
Salvini si fa vivo con una lettera
del 27 marzo, a cui Pirandello risponde tre giorni dopo (la lettera è conservata
presso il Museo dell'Attore di Genova, fu pubblicata in La fiera letteraria, 19
maggio 1966; il lettore può leggerla in Questa sera si recita a soggetto, a cura
di Roberto Alonge, Oscar Mondadori, 1993. pp. 209-215); racconta la messinscena
di Carl Muller che ha dato "un magnifico e vistosissimo risalto tanto alla
processione religiosa, quanto alla scena di cabaret"; però mentre ne fa
resoconto, non nasconde certe sue indicazioni registiche che diventano sempre
più palesi verso il finale della lettera, dove propone anche delle battute da
aggiungere nel finale che, come osserva Alonge, costituiscono una fase
intermedia fra la prima edizione del '30 e quella definitiva del '33.
La prima
italiana avverrà a Torino il 14 aprile 1930.
Il testo, come è noto, fu
sottoposto ad una specie di censura da parte del regime, alquanto oculato nelle
opere che avessero, al centro dell'azione, argomenti militari o religiosi. Il
successo, però, fu senza riserve, proprio al contrario di quanto avvenne per
l'edizione berlinese di Gustav Hartung, regista di stretta osservanza
reinhardiana, con belle scene di Cesar Klein.
Le prove dell'edizione berlinese,
al Lessingtheater, dovevano iniziare dopo Pasqua; Hartung aveva trascorso le
festività studiando il testo e contrappuntando il copione, riservandosi di
parlarne con lui, dopo il rientro.
Ciò che, però, interessava lo scrittore
agrigentino non era tanto la regia, quanto la distribuzione che lo teneva molto
in ansia; così come lo era stato per quella italiana quando addirittura aveva
paventato un vero e proprio disastro, prima per la scrittura della Peroni, che
doveva sostituire la Masi, quindi per Carlo Ninchi, nella parte del dottor
Hinkfuss e della Starace-Sainati per quella della signora Ignazia.
Pirandello
non si accontentava facilmente; i suggerimenti dati nella lettera citata, furono
bene accolti da Salvini e confermati da un telegramma: "Seguito suoi
suggerimenti commedia risulta perfetta"; e, forse, non volendo, il regista
italiano, strafare, riuscì meglio nell'impresa.
Con Hartung le cose andarono un po' diversamente: il regista aveva dovuto
chiudere il Renaissance Theatre, ed era ritornato sul mercato, come puro
régisseur che voleva dare dimostrazione di sé, facendo ricorso ad un autore
internazionale come Pirandello, ma non aveva calcolato che l'attesa era
eccessiva. Il teatro risultava esaurito, sotto il debutto non si era parlato
d'altro che di questo avvenimento. La serata, al contrario delle previsioni, fu
tempestosa.
Pirandello nella lettera a Marta Abba, scrive: "M'è parso di ritornare alla
"prima" dei Sei personaggi a Roma. Ma la tempesta di quella sera memorabile fu
scatenata da nobili passioni, fu l'urto violento dei giovani contro i vecchi,
iersera invece fu l'osceno livore d'una masnada d'invertiti che si scatenò
aizzata da Feist (il traduttore non voluto da Pirandello), dalla sua famigerata
cugina e da altri del gruppo di Reinhardt oltre che dagli avversari di Hartung"
(1° giugno 1930).
Si era trattato di un vero e proprio complotto; qualcuno aveva letto la commedia
in chiave anti Reinhardt, anche se il grande regista non si mostrava d'accordo.
La ricostruzione di Oscar Budel, fa prevedere il complotto, perché nella sua
cronaca fa riferimento ad uno scandalo previsto fin dai primi due atti.
Pirandello se la prendeva con la messinscena, a suo avviso, pessima, dato che Hartung aveva sottoposto alle sue invenzioni registiche, il vero significato del
dramma che appariva troppo arbitrario e slegato.
La realizzazione sembrava a
Pirandello come quella di un'orchestra che, cacciato via il direttore, offriva
agli orchestrali il destro per suonare per conto proprio. Nella lunga lettera
citata prima così conclude:
"Il lavoro per me era stato ucciso dall'Hartung. Per
me aveva vinto chi aveva fischiato, avrei fischiato anch'io, in luogo
d'inchinarmi a quegli applausi e a quelle ovazioni, che volevano farmi piacere e
mi urtavano. M'è parso iersera d'essere in Italia. Non so più ormai dove me ne
debba andare. Gli odi m'inseguono da per tutto. Forse è giusto che me ne vada
dalla vita, così cacciato dall'odio dei vili trionfanti, dall'incomprensione
degli stupidi, che sono la maggioranza..."
Come ha dimostrato Michele Cometa, la versione di Pirandello contrastava con
quella della stampa, dato che i giornali berlinesi furono molto parziali sia nel
criticare che nel riportare quanto era accaduto. Tacquero gli applausi
indirizzati all'autore che era sì molto amareggiato. Sopportare ancora battaglie
alla sua età ed essere soprattutto oggetto di odio, sia all'estero che in
Italia, non lo riteneva giusto.
Sembrano, così, premonitori le parole che
abbiamo messo nel titolo, indirizzate alla Abba, il 29 aprile 1930:
"Mi dispiacerà
di non poter più alzare la testa dalla mia cassa per tirare uno sputo in faccia
ai miei postumi estimatori".
Andrea Bisicchia
Questa sera si recita a soggetto
Il nome e il nume: alla ricerca della scrittura
seconda
di Umberto Artioli
L'opera è stata scritta in Germania. Non può quindi stupire se Pirandello, per
la figura di metteur en scene che domina il dramma, sia ricorso a un nome
tedesco. Da Reinhardt a Piscator, da Falkenberg a Jessner, il drammaturgo
siciliano aveva agio di scelta nell'improntare il suo personaggio a moduli e
idee mutuati dal teatro dell'epoca. Ma il regista pirandelliano si chiama anche
Hinkfuss, il che aggiunge una connotazione ulteriore. Poiché fuss, in tedesco,
significa piede, mentre hink deriva da hinken, zoppicare la parola può essere
resa con l'italiano pie' zoppo. Alludendo alle friabili basi del regno
registico, la simbolica zoppia di Hinkfuss rafforza i distinguo pirandelliani
nei confronti della figura emergente.
Nella fabula, infatti, il preteso demiurgo finisce con l'esser cacciato dal
palcoscenico; se alla fine vi fa ritorno, ciò avviene in maniera precaria e,
comunque, non all'altezza delle ambizioni che l'avevano contraddistinto nel
corso del dramma. Se la decodificazione si limitasse al motivo della zoppia,
avremmo solo un'ulteriore conferma del nesso esistente tra morfologia del
personaggio e partitura onomastica, senza penetrare la ricchezza di strati di
cui il testo è latore.
Proviamo invece a seguire, nell'incipit dell'azione, il
modo in cui il regista pirandelliano giustifica il colpo di stato che l'ha messo
al potere. In piedi sul palcoscenico, con alle spalle il sipario chiuso, il
personaggio pronuncia il discorso della Corona. Il punto spinoso, attorno a cui
ruota il bisogno di consenso, è la destituzione del drammaturgo dal ruolo di
guida: «State tranquilli. l' ho eliminato. Il suo nome non figura nemmeno sui
manifesti, anche perché sarebbe ingiusto da parte mia farlo responsabile, sia
pure per poco, dello spettacolo di questi sera. Unico responsabile sono io».
Se la rassicurazione del pubblico, con cui Hinkfuss dà garanzie del perfetto
funzionamento della macchina scenica, è fondata sulle tesi di Craig, non meno
craighiana è la richiesta di sovranità. Facendosi portavoce della teoresi
europea ostile all'impianto verbale, Hinkfuss sa quel che dice: la
concentrazione dei poteri in mano al regista è l'unico antidoto ai mali del
teatro. Presenza superflua, il drammaturgo sciorina partiture contorte, che sono
d'impaccio all'attore e incomprensibili al pubblico. Perciò un maestro di
diavolerie, infaticabile nel decomporre i codici della rappresentazione, com'è
Pirandello, va proscritto senza rimpianti: «Sempre quello stesso, sì, incorreggibilmente! Però, se l'ha già fatta due volte
a due miei colleghi, mandando all'uno, una prima volta, sei personaggi sperduti
in cerca d'autore, che misero la rivoluzione sul palcoscenico e fecero perdere
la testa a tutti; e presentando un'altra volta con inganno una commedia a
chiave, per cui l'altro mio collega si vide mandare a monte lo spettacolo da
tutto il pubblico sollevato; questa volta non c'è pericolo che lo faccia a me.»
Nel discorso dell'investitura, l'aspirante demiurgo nasconde la volontà di
potenza dietro le parvenze del lecito e del conforme alle aspettative di tutti.
Poiché il drammaturgo inquina il teatro, un'altra figura, più rispettosa del
bene comune, deve prenderne il posto, reinsufflando armonia all'interno
dell'Istituzione. Che le ragioni di Hinkfuss siano capziose, lo dimostra un
particolare. Qualche istante prima, in coincidenza dell'inizio dello spettacolo,
«voci confuse e concitate» provenienti dal palcoscenico, avevano causato
fermento in sala. Prima avvisaglia della rivolta degli attori che, nel corso del
dramma, porterà all'espulsione del tiranno, questa incrinatura nel dispositivo
della mise en scène costituisce, per Hinkfuss, un motivo di disagio. Con
calcolata noncuranza, sforzandosi di apparire all'altezza della situazione, il
garante dell'ordine costituito cerca di tacitare gli spettatori in allarme:
«Sono dolente del momentaneo disordine che il pubblico ha potuto avvertire
dietro il sipario prima della rappresentazione, e ne chiedo scusa; benché forse,
a volerlo prendere e considerare quale prologo involontario [ ] ».
Teniamo presente il «prologo involontario», su cui si avrà motivo di ritornare,
e riassumiamo lo spartito di Hinkfuss, quale appare nel primo tempo dell'azione.
Nell'atto di assumere i pubblici poteri, il personaggio si atteggia a salvatore
della scena, assegnando all'autore l'ingrato ruolo del capro espiatorio. Nello
stesso tempo, però, segnali inequivoci attestano che, nello spazio
dell'Istituzione, la pace è solo apparente, e nuovi disordini, di oscura
matrice, ma provenienti dal palcoscenico, minacciano di contagiare la sala.
Hinkfuss che, nel discorso della Corona, arroga a se stesso ogni responsabilità,
è contemporaneamente il garante dell'Ordine e la causa di Disordine, la
salvaguardia dell'Istituzione e colui che può condurla in rovina.
A questo punto si può far scattare l'altra - e più fonda - connotazione, di cui
è veicolo la partitura onomastico: Hinkfuss, che in tedesco vuol dire pie'
zoppo, ha lo stesso nome di Edipo. Infatti, in greco,pous vuol dire piede e
oidos gonfio: un'allusione all'infermità del personaggio che, appena nato, venne
esposto alle intemperie, coi piedi avvinti da pesanti catene, affinché non
s'avverasse l'oracolo che lo voleva uccisore del padre e colpevole di incesto
con la madre.
Alla luce del testo sofocleo, viene a galla l'ordito di
stratificazioni su cui Pirandello ha costruito il suo dramma. Quel che Hinkfuss,
nella sua hybris, ignora è che l'eliminazione del drammaturgo, coincidendo con
un parroco, è un gesto sacrilego che sarà espiato. Grazie a un crimine, egli
crede di aver liberato il teatro dalle sue impurità e si atteggia a salvatore
della polis. In realtà, come vuole la didascalia che gli assegna sembianti
mostruosi, il suo gesto contronatura è letale all'istituzione: «In frak, con un rotoletto di carta sotto il braccio, il dottor Hinkfuss ha la
terribilissima e
ingiustissima condanna di essere un omarino alto poco più d'un braccio. Ma si
vendica portando un testone di capelli così [ ]. Le manine [.'.] forse incutono
ribrezzo anche a lui, da quanto sono gracili e con certi ditini pallidi e pelosi
come bruchi».
Delle due polarità d'Edipo - la figura regale e l'infante maledetto - Pirandello
utilizza la prima per la pratica discorsiva del personaggio, ma precipita la
seconda sulla partitura corporea: piccolo come un bambino, Hinkfuss ricorda nei
tratti zoomorfi il mitico interlocutore di Edipo, la Sfinge.
Il «prologo
involontario», di cui il regista si scusa nell'incipit dell'azione, non è
soltanto l'estemporanea trovata d'un interlocutore a corto d'argomenti: è il
classico modo pirandelliano per alludere, in maniera cifrata, al testo
archetipico. Infatti le tracce dell'Edipo re sofocleo sono evidenti in Questa
sera a livello del prologo. Nell'incipit del più celebre dei drammi greci, una
«folla assai numerosa» è raccolta davanti alla skenè.
Nella massa delle presenze
corali si distinguono «alcuni sacerdoti», tra cui uno più «anziano» che, dopo
aver espresso le sue lamentazioni, esce di scena. A causa del morbo che infetta
la polis, «voci e invocazioni » gremiscono lo spazio scenico. Per rispondere a
queste «voci», Edipo in persona esce dalla reggia, passando per la «porta
centrale»:
«lo voglio sapere da me, non voglio messaggeri o figli, e perciò sono
venuto io stesso, io, Edipo: a tutti è noto il mio nome [ ]. Cosa temete, cosa
volete? lo sono pronto a soccorrervi in tutto».
Il dramma pirandelliano comincia sul teatro affollato, tra gli spettatori
spiccano i sacerdoti dell'arte, nella fattispecie «i signori critici drammatici
dei giornali di città», a disagio nell'inquadrare uno spettacolo di cui si
ignora l'autore.
Un'assemblea degli spettatori, che si prepara ad assistere alla
rappresentazione, appare in fermento quando, provenienti dal palcoscenico, «voci
confuse e eccitate» danno l'impressione di una minaccia. In poco tempo l'intero
teatro è un risuonare di lamentazioni.
Tra i più eccitati figura «uno spettatore
anziano» che, dopo aver espresso il suo sdegno, abbandona il teatro. Per
tacitare il tumulto, Hinkfuss è costretto a lasciare il luogo della sovranità.
Con il suo ingresso in sala, che avviene dalla porta centrale, comincia il
dialogo con gli spettatori, poi trasformato nel monologo della Corona.
Nel «prologo involontario» non solo Pirandello riecheggia il prologo sofocleo,
ma annoda le tessere dell'azione in modo che i suoi sviluppi declinino una metaforesi attinta all'Edipo. Il correlativo di Tebe, dove una misteriosa
pestilenza semina il panico, è, in Questa sera, l'intero teatro; l'origine
dell'infezione, in Sofocle la reggia d'Edipo, è il palcoscenico, di cui Hinkfuss
è il sovrano; comune ai protagonisti è il misconoscimento della figura paterna,
oggetto d'un crimine inconsapevole; l'iter del regista pirandelliano, che da
salvatore della polis diventa l'escluso, ricalca il percorso della figura
gemella; alla battuta di Tiresia «tu sei l'empio che contamina la nostra terra»
fa riscontro quella del primo Attore: «la colpa è di lui [ ] col suo maledetto
teatro che Dio lo sprofondi»; la riammissione finale di Hinkfuss sul
palcoscenico è la replica dell'esodo sofocleo, dove Edipo è invitato da Creonte
a rientrare in casa.
Va segnalato, altresì, un parallelismo formale: l'Edipo dispone, oltre che di un
prologo e di un esodo, di tre episodi e di un intermezzo corale; analoga
struttura ha Questa sera, che non ha l'esodo, ma propone un «prologo
involontario», seguito da tre episodi, il secondo e il terzo interpuntati da un
«intermezzo». Va da sé che Pirandello, profilando dietro la figura di Hinkfuss
il mito d'Edipo, non fa che proiettare sul tema una sua convinzione di sempre:
il padre del teatro, l'unico ad avere contatto con l'imago originaria, è il
drammaturgo. Se il regista misconosce questa paternità e, smanioso d'affermare
il suo io, inonda la scena di risibili icone, l'arte teatrale, a partire dal suo
prezioso supporto - l'attore -, conosce un inesorabile declino.
(Umberto Artioli, L'officina segreta di Pirandello, 1989, Bari, Laterza)
Questa sera si recita a soggetto
Apologia del regista
di Silvio D'Amico
La celebrità in tutto il mondo Pirandello se l'è conquistata specialmente con
un'opera, Sei personaggi in cerca d'autore, che mette in scena la genesi d'una
rappresentazione scenica, ma per cavarne alcuni significati, dei quali
l'essenziale ci par questo: ogni rappresentazione è un tradimento; ogni artista
drammatico vede e ricrea un personaggio, una scena, un dramma, a modo suo; ogni
cosiddetto interprete, se è un artista, non "interpreta" ma inevitabilmente
rifà, svisandola, l'opera del poeta. Morale in parole povere: "interpretazione
scenica" è un modo di dire privo di significato. Morale vera e propria:
impossibilità degli uomini a uscire da sé, a conoscere e a essere altro che se
stessi; incomunicabilità degli spiriti.
Ci pare che in Questa sera si recita a soggetto, Pirandello sia tornato, meglio
che a una "morale" vera e propria, a un motivo di natura più strettamente
tecnica, quella dell'interpretazione tradimento. Scene di carattere, alle volte,
didascalico; e che fanno pensare, meglio che all'essenza tragica, agli onesti
precetti dati in commedie di propaganda estetica, tipo Il teatro comico di
Goldoni.
Avevamo letto che, buttandosi decisamente dalla parte di quegli autori i quali
oggi si ribellano all'invadenza (ahimé, anche economica) del metteur en scène,
Pirandello avrebbe fatto, nel suo lavoro, la satira di cotesta invadenza. Ma
l'asserzione ci pare tutt'altro che esatta. Pirandello drammaturgo è rimasto,
qui, quello ch'era il Pirandello scrittore di saggi critici (vedere il suo
volume Arte e scienza, ch'è del 1908); ossia d'accordo, sostanzialmente, con
l'Estetica del tempo suo, e ancora nostro. Il motivo fondamentale di Questa sera
si recita a soggetto è che, in fondo, tutte le sere si recita a soggetto: perché
non è possibile altrimenti; perché la parola scritta da un poeta resta quella
che è nello scritto, ma in bocca al cosiddetto interprete assume un altro
valore, dice un'altra cosa; perché, insomma, l'opera del poeta si conosce nel
libro, a teatro si conosce l'opera degli artisti che, rappresentandola, la
ricreano a modo loro. (Non è davvero il caso di riprendere, qui, la discussione
che abbiam fatto tante volte altrove, su quanto c'è di vero, sub specie
aeternitas, in questo principio, e quanto c'è, nella sua pratica, di capzioso e
di disastroso.)
E come Pirandello abbia, questa volta, trattato il suo tema, i nostri lettori
l'hanno già appreso quindici giorni fa, dal nostro intelligentissimo
corrispondente di Berlino, quando l'opera fu messa in scena al Lessing Theater.
Ricordiamo sommariamente che il poeta s'è divertito, ancora una volta, a
introdurre il pubblico nei misteri delle quinte: dove un régisseur, il dottor
Hinkfuss, consapevole d'essere lui il vero creatore d'ogni spettacolo che
dirige, questa volta invece d'una commedia ha preso una vecchia novella di
Pirandello, Leonora, addio!, e s'è proposto di trasformarla in dramma senza
neanche farne una metodica riduzione, scritta, ma contentandosi di spiegare il
canovaccio agli attori e di affidarsi alla loro recitazione più o meno
improvvisata, a soggetto, sotto la sua direzione.
La novella, per chi non lo ricordasse esattamente, espone un caso di gelosia «e
della più tremenda, perché irrimediabile». Si tratta d'un tal Rico Verri che,
facendo l'ufficiale di complemento in una piccola città di Sicilia, s'è
innamorato d'una ragazza, Mommina, primogenita fra le quattro prosperose
figliole d'un signor Palmiro, e l'ha sposata. Nella chiusa vita della cittadina
isolana la famiglia del signor Palmiro, il quale aveva una moglie
"continentale", era la sola a schiuder le porte ai conoscenti, borghesi e
ufficiali, e a conceder loro di prendersi confidenza con le ragazze: di qui
l'amore e le nozze. Ma di qui, anche, la gelosia retrospettiva di Rico, il quale
diventato marito e padre comincia a rodersi nel ricordo del clima licenzioso che
si respirava in casa di Mommina, scandalo di tutto il paese; e, non pago di aver
sequestrato la moglie impedendole ogni contatto con la madre e le sorelle (che
morto il padre, vivono d'espedienti più o meno turpi), si dispera all'idea di
non poter sopprimere, nel cervello della sua donna, le memorie dell'antiche
"libertà", e i rimpianti per la vita che ora le è preclusa. li dottor Hinkfuss,
nel mettere in scena questa novella, l'ha ampliata all'uso dei direttori di
cinematografo, incominciando dal rappresentare per disteso gli antefatti: la
chiassosa vita della famiglia ospitale, il va e vieni degli ufficiali per la
casa, le beffe della cittadina alle asserite sventure coniugali del padre, un intrighetto fra questo padre e una certa chanteuse di cui egli s'è
incapricciato, infine la morte di lui accoltellato (ch'è un'invenzione del
regisseur, il quale non può concepire Sicilia senza coltello) in una rissa, per
aver difeso la femmina. La messinscena di tutte queste vicende occupa i primi
due atti. Al terzo, invece, siamo a ciò che formava (se non ricordiamo male) la
sostanza della novella: ossia allo spettacolo della reclusione di Mommina, che,
straziata dai furori del geloso, cerca invano rifugio nell'amore delle sue
creaturine; e, nel mettersi a cantare davanti alle piccine le belle musiche
d'una volta, quelle che ora una delle sue sorelle va regalando al pubblico dei
teatri di provincia, non regge all'angoscia e (invenzione, anche questa,
degl'interpreti) s'abbatte e muore.
Questa sera si recita a soggetto rappresenta dunque, con note assai piacevoli
almeno nei primi due atti (fors'anche perché in essi abbondano il comico e il
grottesco), il régisseur alle prese con i suoi attori, nel tradurre in atto la
trama ch'egli ha ricavato dalla novella. Sono, in un andirivieni che ha per
teatro non solo il palcoscenico ma anche la platea e i palchi (e perfino, almeno
nelle non realizzate intenzioni dell'autore, il ridotto) istruzioni e
battibecchi, bizze e ripicche d'artisti, fra loro e contro il loro direttore; è
la lotta delle singole personalità nessuna delle quali vorrebbe cedere il passo,
nell'esigenze dell'insieme, alle altre, né sottostare agli ordini del capo. Il
quale capo alla fine del second'atto (e forse è qui che s'è voluta vedere la
satira) appare, ai suoi sottoposti, troppo dispotico, e viene messo bellamente
alla porta dagli attori, divenuti finalmente concordi nel proclamare: «anche tu
sei di troppo, faremo da noi». Gli è che gli attori hanno finito per
identificarsi coi personaggi in cui si sono "calati"; ormai rifiutano le
costrizioni altrui; vogliono vivere, ciascuno, di sé e da sé. E il pubblico
pensando a quanto era già accaduto all'autore, adesso che vede eliminato anche
il direttore è indotto a pensare: «bene: ciò che vien fatto, è reso». Fatto sta
che il terz'atto, quello della reclusione, svolge senza interventi del régisseur le sue tinte cupe, affidate alla libera improvvisazione degli attori:
e forse appunto per la sua scura monotonia, non più variata dai brillanti
incidenti a cui il pubblico aveva preso gusto, non è quello che lo stesso
pubblico goda di più.
Solo alla fine, morta Mommina contro l'aspettazione dei suoi compagni, il
régisseur che s'era nascosto a regolare le luci ritorna a galla: lo avevano
cacciato, ma egli era ben rimasto presente in mezzo ai suoi artisti, a tenerli
in ordine, senza ch'essi neppure se ne avvedessero. Conclusione? Che ogni
artista deve, sì, essere se stesso: ma che tutti, poi, debbono obbedire
all'arte, e alla sua disciplina. La quale disciplina è data dal direttore, e
dalle parti scritte dall'autore: ma l'autore in persona se ne resti fuori del
teatro, il suo compito egli l'ha esaurito a tavolino.
E' possibile che una fantasia di spettatore, specie se già scaltrita nei
lampeggianti giochi pirandelliani, risalendo più in là dell'immediate apparenze,
possa trovare all'opera anche altre interpretazioni, più sottili e più ampie.
Ma quello che Pirandello ha, stavolta, esplicitamente detto, ci pare sia questo
e non altro.
Dunque non satira ma, nonostante alcune ironie di dettaglio, sostanziale
apologia del metteur in scéne, creatore e signore dello spettacolo. Per la quale
Pirandello s'è servito, com'era suo diritto, di vecchi materiali tutti usciti
dalle sue proprie officine; o, se, si preferiscono paragoni più nobili, di fiori
colti nei suoi propri giardini. Che sono, si sa, giardini sui generis, d'un
coltivatore il quale predilige innesti impensati, e alle volte fa sbocciare
corolle mostruose, alle volte distilla profumi inauditi. Questa volta odori e
colori non ci hanno detto gran che di nuovo: li conoscevamo già, e il piacere se
mai è stato quello di ravvisarli, nelle nuove combinazioni e variazioni, specie
in quelle dove l'autore ha quasi avuto l'aria di fare, un poco, la parodia di se
stesso, del Pirandello già ben noto.
Ma poi bisogna aggiungere che, a questa apologia, ha contribuito praticamente
anche Guido Salvini, direttore intelligente, abile e discreto, concertando la
sconcertante messinscena dell'opera sempre con una grazia, e spesso con uno
stile, a cui purtroppo non siamo abituati. Tutti, si può dire, senza eccezione,
i suoi attori lo secondarono nel migliore dei modi: ricordiamo alla rinfusa
Renzo Ricci ch'era, con una sorta di birignao prestigioso e fatale, il regisseur,
e il Biliotti ch'era il grottesco signor Palmiro, e la Starace ch'era la
napoletanissima sua moglie, e Carlo Ninchi ch'era il marito geloso, e la Peroni
ch'era la sciagurata Mommina, e la Casagrande, e la Torniai, e gli altri. Tutti
viventi, come vuol Pirandello, la propria parte: ma nessuno fino al punto di una
delle due bimbe che, all'ultimo atto, davanti alle straverie della mamma in
delirio, si mise a pianger disperatamente, e bisognò portarla via.
Venti e più chiamate, all'autore e agli attori. Oggi prima replica.
18 giugno 1930.
( da Cronache del teatro a cura di E. Palmieri e A. D'Amico, Bari, Laterza,
1963)
Questa sera si recita a soggetto
Il personaggio sequestrato
di Giovanni Macchia
Questa sera si recita a soggetto resta uno dei testi in cui Pirandello ha
realizzato con la maggiore concisione possibile il grande tema del personaggio
sequestrato. E la rappresentazione di un sacrificio dolente e ineluttabile, come
in certi misteri medievali, ove il carnefice diventa anche la vittima e il
torturatore il torturato. La crudeltà esercitata sulla donna, rinchiusa in una
gabbia come una bestia, come un agnello destinato alla morte, ricade sull'uomo,
e quando, al colmo dell'esasperazione, egli esce dalla scena, nessuno sa quale
sarà la sua fine.
E' noto che, trasportando quel tema dalla novella al palcoscenico, Pirandello
volle darci uno dei suoi magistrali esempi di teatro nel teatro, e quasi per una
scommessa: riuscire a commuoverci anche se l'artificio teatrale viene preparato
sotto i nostri occhi, nel momento stesso in cui gli attori stanno per divenire
dei personaggi. Non sarà quindi l'imitazione della realtà a provocare in noi la
commozione, ma sarà la scena stessa, nella scoperta verità della sua finzione,
attraverso le fasi varie della conquista di uno spazio teatrale sempre più
chiuso e soffocante, a imporre le sue leggi sullo spettatore. E tutti i luoghi e
i tempi dell'azione saranno accuratamente rispettati. Ma quali sono i luoghi e i
tempi in cui quel personaggio comincia a vivere? Quasi per affermare la
preminenza del teatro, nella sua sconfinata libertà, sulle altre forme
espressive, Pirandello si affida insieme al racconto, per la potenza d
evocazione che hanno le parole, e alla visione diretta della realtà nel momento
in cui la guardiamo. La certezza del luogo è indispensabile perché si realizzi
sulla scena la condizione del personaggio sequestrato. La voce lontana del
narratore diventerà la voce della madre, cui verrà affidato il racconto delle
stazioni dolorose di quel calvario. Sarà lei a informare il pubblico, mentre la
scena viene preparata sotto i suoi occhi, che la figlia fu imprigionata nella
più alta casa del paese, e che furono serrate la porta e tutte le finestre, le
vetrate e le persiane, meno una sola, piccola, aperta alla vista della campagna
e del mare lontano. Sarà anche la madre a farci sapere ciò che la figlia vedeva
di lassù, e ci dice cose che, se avesse potuto parlare, la signora Frola, col
pianto alla gola, avrebbe detto sulla prigione della sua povera figliola. Di
quel paese, alto sul colle, la sventurata non vedeva che i tetti delle case, i
campanili delle chiese: tetti, tetti che sgrondavano chi più e chi meno, tesi in
tanti ripiani, tegole, tegole, nient'altro che tegole. Notava Proust che i
personaggi di Stendhal, Julien Sorel o Fabrizio del Dongo, chiusi in una
prigione situata in un luogo elevato, dimenticavano le loro cure vane per vivere
una vita disinteressata e voluttuosa. Ma al povero personaggio di Pirandello
quell'altura, quella solitudine, quel silenzio, quella segregazione non davano
che un senso di capogiro. Tutti quei tetti, dice la madre, come tanti dadi neri,
le vaneggiavano sotto, quando verso la sera poteva affacciarsi a prendere un po'
d'aria a quella finestra, nel chiarore che sfumava dai lumi delle strade anguste
del paese in pendio. Udiva nel silenzio profondo delle viuzze più prossime
qualche rumor di passi che facevano l'eco; la voce di qualche donna che forse
aspettava come lei; l'abbaiare di un cane e, con più angoscia, il senso dell'ora
del campanile nella chiesa più vicina. Ma perché continuava a misurare il tempo
quell'orologio? Esisteva ancora il tempo? Tutto è vano e morto, dice la madre. E
proprio la madre, che dovrebbe essere lontana a scontare la pena della sua
colpa, prepara la grande scena della tortura. Si fa scenografa, si fa regista.
La vestizione della condannata ha nel testo la stessa importanza che nel Galileo
di Brecht ha la vestizione del Cardinale Barberini, accompagnato sulla scena dal
Cardinale Inquisitore. Egli viene abbigliato per l'imminente conclave, ove verrà
eletto papa sotto il nome di Urbano VIII, ma via via che si veste gli addobbi
imponenti conferiscono tetraggine a tutta la sua figura, e da quella tetraggine
nasce un avvertimento: che quel prigioniero della scienza, tipo carnale,
sanguigno, prossimo alla capitolazione, «non deve essere torturato». In
Pirandello il procedimento della vestizione è opposto. Si tratta di spogliare la
condannata, non di vestirla. Il trucco deve accentuare un'espressione di estremo
dolore, di fatica, di sacrificio. Via tutto il rosso della bocca, perché la
giovane non deve aver sangue nelle vene. Bisogna segnare le pieghe agli angoli
della bocca, perché qualche dente a trent'anni può esserle caduto, e sulle
tempie i capelli diventeranno non bianchi, ma impolverati di vecchiaia,
spettinati perché il marito geloso non vorrà certo che la moglie se li pettini,
quei capelli. E la svestiranno, le toglieranno il busto, e perché appaia più
goffa le metteranno l'una su l'altra la gonna e la casacca. Le scivoleranno le
spalle come a una vecchia. Andrà ansante per la casa, imbalordita dal dolore,
strascicando i piedi come se la sua carne non fosse altro che carne inerte. Sono
questi i tempi che deve affrontare nella truccatura il personaggio promesso al
martirio, una piccola donna qualunque, come ce ne sono tante, e il cui destino
nessuno forse conosce. Ma quali oggetti devono arredare la stanza della
condannata? E' necessario eliminare tutti gli specchi dalle pareti. Se essa ha
potuto una volta guardare se stessa, si è vista come un'ombra nei vetri o
deformata nel tremolare del l'acqua in una conca. La stanza della tortura deve
essere il luogo della solitudine. La donna deve essere lasciata sola. Tutti gli
altri, parenti, amici, devono ritirarsi nel buio. E soltanto allora la donna
potrà misurare lo spazio chiuso, dalle solide mura, di quel carcere dove dovrà
morire. Il riconoscimento di quello spazio verrà affidato anche al rumore, al
tonfo sordo e disperato della testa che batte contro il muro.
Come un uccello ella verrà a battere con la fronte prima sulla nuda parete di
destra, poi su quella di fondo, poi su quella di sinistra. Al rumore di quella
fronte la parete diventerà un attimo visibile per un tagliente colpo di luce
dall'alto, come un freddo guizzo di lampo, e tornerà a scomparire nel buio. La
luce, simbolo di liberazione, appare qui per un attimo perché riveli nell'animo
della protagonista l'impossibilità della fuga.
E come un animale impazzito ella
riconosce e misura, con un atteggiamento d'insensata, il luogo dov'è rinchiusa:
«Questo è muro!» dirà «Questo è muro! Questo è muro!».
E lo spazio è quadrato,
con i suoi quattro angoli ben saldi che respingono chi vi s'accosti.
Se lo
spazio fosse circolare, il disegno delle curve potrebbe dare l'illusione del
movimento, come il girotondo dei prigionieri di Van Gogh che camminano uno
dietro l'altro nell'ottagono delle pareti alte e spigolose.
Mommina è ferma,
immota, e aspetta il suo carnefice.
Il prigioniero è stato sempre un grande protagonista della letteratura
universale. La lunga serie di «poeti prigionieri», fisicamente ridotti per
lunghi anni ad una spaventosa solitudine, c'insegna che molti di essi non fu
possibile condannarli al silenzio, perché, come scrisse un poeta inglese, per
gli animi liberi «mura di pietra non fanno una prigione, né sbarre di ferro una
gabbia». Lo sapevano Charles d'Orléans e Francois Villon. Ma ai tempi nostri
quel tema ha avuto variazioni infinite: da Kafka a Musil, a Beckett, e si è
installato con vigore nuovo nella letteratura amorosa, alimentando l'orribile
condizione dell'amante geloso. Sequestrando la persona amata, l'innamorato
geloso intende sequestrarle anche l'anima, e questo sentimento, che si nutre di
una realtà che continuamente gli sfugge, gli toglie anche ogni ragione di
libertà. Un uomo geloso connette strettamente la necessità della prigione
all'idea del suo contrario: l'evasione, e da questa idea nasce il suo tormento.
Quanto più la prigione è totale, tanto più essa nell'animo di chi la invoca
diventa inutile. E tra queste due entità contraddittorie eppur unite il geloso
si dibatte senza trovar via d'uscita. Egli sa che in ogni prigioniera s'annida
una fuggitiva e il più feroce degli aguzzini non riuscirà a sottometterla. La
prigioniera e la fuggitiva sono per il geloso le due figure che rendono
impossibile l'esistenza della condizione amorosa. E, nella Prisonníère e nella
Fugitive, Proust è stato ai nostri tempi il grande analista e il poeta di questa
condizione impossibile.
Il narratore della Recherche non si illude, come non s'illude il personaggio di
Pirandello. Sa che tra la molteplicità confusa dei particolari e dei fatti
menzogneri in cui lo avviluppa l'esistenza stessa della donna egli non riuscirà
mai a districarsi. Metterla in prigione era possibile ma dalle prigioni si
evade. E perciò anche questa decisione (sequestrarla) non fa che trasmettere
all'innamorato un'inquietudine in cui sente fremere come l'anticipazione delle
lunghe sofferenze future. Aver prigioniera la donna nella sua casa era un
piacere assai meno positivo che quello d'aver ritirato dal mondo, ove ciascuno
poteva goderne come voleva, la ragazza in fiore che, se non gli dava grandi
gioie, privava almeno gli altri di quelle gioie. Separarla dalla madre, dalle
sorelle, dalle amiche, non era ancora tutto, come sa bene il marito di Mommina,
il Verri. Rinasceva il grande interrogativo: l'impiego del tempo della donna
prigioniera, e la lenta trasformazione dei due personaggi. Poteva accadere che
proprio nel momento in cui essa rendeva la claustrazione più perfetta, proprio
allora questa costrizione volontaria gli rivelasse che la donna aveva qualcosa
da rimproverarsi e chiedeva la propria espiazione. E ancora questo il sospetto
del Verri. Dinanzi alla finestra illuminata di Albertine, levando gli occhi su
quella finestra, all'innamorato sembrò di vedere una grata luminosa: ed era
stato lui a forgiare, per la propria «servitude éternelle», le inflessibili
sbarre dorate della sua prigione. Non c'è via d'uscita. La gelosia non finisce
che con la morte dell'essere che la suscita.
In Questa sera si recita a soggetto il grande tema siciliano, la gelosia, non
consente silenzi, timori, indecisioni, cose non dette, sospese, sommerse ed
eternamente riaffioranti, come una denuncia senza prove, e avvolgimenti della
coscienza in delirio che non smette di patire. Qui la preparazione della scena,
la stessa accurata e dolente vestizione della condannata, non consente dubbi.
Siamo alla fine di una lunga serie di processi che si sono susseguiti senza posa
in quella stessa stanza, con gli stessi personaggi. E la scena finale quale può
svolgersi in un tribunale che ascolti e che giudichi, perché il vero teatro è un
tribunale. Ma è un tribunale eccezionale. Il dibattimento che si è aperto chissà
quanti anni prima non è limitato alla vittima. Accecato dalla gelosia, l'uomo è
trasportato, con tutti i mezzi che ha a disposizione - e soprattutto con quelli
che gli sfuggono, e che non può vedere, denunziare, toccare, perché chiusi nella
densità buia dell'essere che ha di fronte -, a mostrare dinanzi al giudice
assente, ma che pur s'annida nella sua anima come sdoppiata, la colpevolezza
della vittima, e sente che anch'egli ha bisogno di essere giudicato. Deve
scaricarsi dall'accusa di cui lo ricopre la madre: di essere un mostro. Egli
deve gridare la sua passione, quella che gli fa commettere il delitto. I mostri
non soffrono, godono se mai del martirio che infliggono agli altri. Egli
impazzisce nel suo stesso ufficio biblico, primordiale, di difensore dell'onore:
il grande, immacolato, intatto onore che vive religiosamente sopra di noi come
un'irraggiungibile reliquia. Egli giudica per essere giudicato e per essere
assolto.
In questa sua requisitoria non sono più i fatti che contano, ormai soppressi
dalla rigida claustrazione della condannata, ma ciò che i fatti, nel ricordo
delle colpe commesse, dei piaceri che non si cancellano e che continuano a
vivere appiattati sotto la coscienza, hanno depositato e ramificato in lei come
una vegetazione abnorme che arriva ancora a stordire i sensi. Caduti i fatti,
non esistono che le sensazioni, che è impossibile riconoscere ed estirpare. E
ciò che non si riesce a chiudere in una prigione e che rende, come in un
procedimento di magia, le mura sottili come fogli di carta.
Sono i pensiero, i sogni, le fantasie, gli inafferrabili segni del tradimento, e
che in quanto inafferrabili s'ingigantiscono nell'immaginazione del torturatore.
L'impiego del tempo, di quel tempo del tutto inerte, si annoia come un problema
insolubile che pure deve esistere, quel tempo occupato nella solitudine
infinita, nelle ore che non passano e che pure devono essere riempite. Da che?
«Non ti stanchi mai di pensare? [...] E ora a che pensi? Voglio sapere a che
pensi. A che hai pensato tutto questo tempo aspettandomi? Non me lo puoi dire.»
E poiché l'accusata denuncia di aver dormito per abolire il tempo della sua
vita, all'inquisitore non pare che il sonno riesca ad abolire il tempo. Dietro
il sonno, accucciati, colpevoli, si celano i sogni, e poiché egli «non può
spaccarle la testa per vederle dentro ciò che pensa», ciò che sogna, proprio i
sogni, entro i quali si rifugia il dolce stringente sentimento della propria
colpa, del proprio io vanamente soffocato, potrebbero diventare l'ultima
vendetta contro di lui. Il giudice vuol trasformarsi nel giudice supremo, in un
Dio a cui nulla è ignoto e che vede ciò che non può essere visto nell'oscurità
della coscienza. E poiché anche Dio dimostra la sua impotenza, e, se il marito
la accecasse, ciò che gli occhi hanno veduto, i ricordi che la donna ha ancora
negli occhi, le resterebbero nella mente, e, se le strappasse le labbra, il
piacere, il sapore rimarrebbero con lei fino a morirne, fino a morire di questo
piacere, la parola ch'egli ha pronunciato - morire - diventa l'unica via
possibile, la sola condanna che può emettere quel supremo tribunale della cui
autorità l'uomo si sente investito. La gelosia - aveva scritto Proust non
finisce che con la morte dell'essere che la suscita. E questo sente con
chiarezza anche la condannata: «Tu morta mi vuoi, morta, che non pensi più, che
non sogni più!». E la morte infatti - lei che avverte nel cuore «come un galoppo
di cavallo scappato che a un punto si schianterà» - sarà la conclusione cui il
processo deve approdare. Ma non senza che prima, dinanzi agli occhi della
condannata, per una finzione nata dall'estrema forza dei suoi sogni, non siano
cadute appunto le mura di quella prigione. E sarà ancora il teatro, l'ingenuo e
sanguinoso teatro d'opera, fonte di passioni e di peccati, ad operare il
miracolo. Un'apparizione nella mente febbricitante della donna dell'immagine
luminosa, dorata, luccicante di quel teatro immaginario e a cui dà vita la voce
traballante di una moribonda, di fronte a un pubblico immenso e che nella realtà
è composto soltanto dalle facce pallide e spaurite dei suoi due bambini,
anch'essi prigionieri innocenti, è di una straordinario suggestione.
I fatti
dell'opera, che è Il Trovatore, il più fosco e allucinato dramma di Verdi, si
confondono con quelli della vita. Altri personaggi si affacciano alla sua mente.
Tre eroi, Raul, Ernani, Don Alvaro, hanno duellato per conquistarla. Una notte
il padre fu riportato a casa tutto sanguinante e aveva accanto una specie di
zingara. Quella notte si compì il suo destino. E con questi fatti incredibili e
assurdi, affidati al canto e al ricordo, la prigioniera si avvia alla morte. I
due spettatori incantati, i due bambini, nemmeno essi riusciranno a capire,
trasportati dalla favola di quella rappresentazione, che la loro madre, caduta
per terra alla fine del dramma, è morta davvero.
(tratto da Giovanni Macchia, Pirandello o la stanza della tortura, Milano,
Mondadori, 1992)
Questa sera si recita a soggetto
Le prime messinscene
di Alessandro Tinterri
Il 15 agosto 1928, a Viareggio, con una replica de La donna del
mare di lbsen, si scioglieva la Compagnia del Teatro d'Arte di
Roma, che Pirandello aveva diretto durante i tre anni della sua
attività artistica. Tramontava con essa il sogno dello scrittore
siciliano della creazione di un teatro d'arte in grado di
vincere la battaglia per la riforma del teatro in Italia. Così
come erano naufragati i progetti per la fondazione di un teatro
di Stato e la nascita di una rete di compagnie stabili
sovvenzionate, a Roma, Milano e Torino, tali da sottrarsi ai
pesanti condizionamenti di cui soffriva la scena teatrale
italiana. La dittatura fascista, che avrebbe potuto imporre
dall'alto una riforma delle strutture, aveva dimostrato di non
avere alcun interesse a contrastare consolidate posizioni di
privilegio. Il fallimento di un'intesa con Mussolini fu tra le
cause che determinarono la decisione di Pirandello di lasciare
l'Italia per trasferirsi, nell'autunno 1928, in Germania, in una
sorta di volontario esilio. Dagli stimoli della vita teatrale
berlinese e dalla recente esperienza capocomicale nacque Questa
sera si recita a soggetto, che egli terminò di scrivere a
Berlino il 24 marzo 1929.
L'edizione
tedesca della nuova commedia pirandelliana, nella traduzione di
Heinrich Kahn (Berlin, Rei mar Hobbing, 1929), precederà quella
italiana (Milano, Mondadori, 1930) e sulla copia donata a
Reinhardt Pirandello scriverà una dedica significativa: «a Max Reinhardt la cui incomparabile forza creatrice ha dato magica
vita sulla scena tedesca a "Sei personaggi in cerca d'autore" io
dedico con profonda riconoscenza questa terza parte della
trilogia del Teatro nel Teatro».
Il regista austriaco, protagonista della scena tedesca del
momento e ispiratore della figura di Hinkfuss, era agli occhi
dell'autore il regista ideale per la sua commedia, e Pirandello,
in una lettera datata Berlino 4 aprile 1929, comunicava a Guido
Salvini la suggestiva ipotesi: «Non so ancora se sarà messa in
scena da Reinhardt o da Hartung. Per un Direttore di scena sarà
una prova magnifica, anche di abnegazione, perché la commedia
come forse saprà - è contro gli eccessi della così detta régie».
Mentre in Germania le cose procedevano, la realizzazione
teatrale della commedia in Italia sembrava ancora lontana e
Pirandello confidava in una lettera apparsa sul "Tevere" del 4
novembre 1929 tutta la sua amarezza per le difficoltà che
continuamente si opponevano alla rappresentazione delle sue
novità:
«Quanto all'altro lavoro, "Questa sera si recita a
soggetto", per cui s'era convenuto di formare un'apposita
compagnia che dopo averlo messo in inscena a Milano lo portasse
nelle altre città d'Italia, trovai che l'impresa "Za Bum" si
rifiutava di prendere l'impegno della rappresentazione del
lavoro, se prima non vedeva come sarebbe stato messo in inscena
all'estero. [ ] "Questa sera si recita a soggetto", prima che in
Italia, dovrà per forza essere rappresentato all'estero per
poter sperare che poi si decidano a rappresentarlo nel mio paese
[ ]»
L'anno successivo, prima che a Berlino, Questa sera si recita a
soggetto andava in scena il 25 gennaio 1930 a Konigsberg;
l'attuale Kaliningrad, città di provincia della Russia
orientale, per la regia di Hans Carl Múller.
Per la perifericità del luogo, quello spettacolo ebbe una
risonanza assai minore rispetto alla mediocre edizione che
seguì, nel maggio dello stesso anno, al Lessing Theater di
Berlino, con la regia di Hans Hartung. Fatto questo che pesò
sulla valutazione della storiografia successiva. Valga l'esempio
di Oscar Budel che nel suo saggio su Pirandello sulla scena
tedesca si limitava in proposito a un accenno di poche righe:
«Questa sera si recita a soggetto si diede in prima assoluta al Neues Schauspielhaus di Konigsberg sotto la regia di Hans Carl
Múller con la scenografia di Casar Klein davanti ad un pubblico
provinciale e bonaccione disposto a tollerare anche questo
scherzo. Non suscitò alcun incidente.»
Di diverso parere si dichiara lo studioso danese Steen Jansen,
che, in una minuziosa ricostruzione, ha cercato di restituire a
quell'evento la sua reale portata e, circa la versione di Búdel,
osserva: «In questo caso però, ci sarebbe proprio un abisso fra
da un lato tale messinscena quasi insignificante e, dall'altro
non solo la ben nota lettera di Pirandello a Salvini in cui
descrive lo spettacolo allestito da Múller, ma anche le
recensioni [ ]. E queste non solo sono unanimi nelle loro
valutazioni, ma la maggior parte mi sembrano anche di una tale
qualità che mi risulta difficile crede re che la messinscena di
Múller sia stata una messinscena qualsiasi.»
Secondo Jansen, Múller riuscì a creare un equilibrio fra i due
piani dello spettacolo: da un lato la storia di Mommina e
l'ambiente siciliano, in cui essa è ambientata, dall'altro le
vicende del Dottor Hinkfuss e dei suoi attori. Senza
sottomettere una parte dello spettacolo all'altra, il regista
sarebbe riuscito a interessare gli spettatori alle vicende della
famiglia La Croce, superandone l'apparente banalità, e, nel
contempo, avrebbe saputo dare al conflitto che oppone Hinkfuss
ai suoi attori una dimensione tale da essere compresa da un
pubblico più vasto che non quello dei soli specialisti. Il tutto
era condito da una vena ironica e folklorìstica rintracciabile
nelle fotografie che ritraggono la scenografia iniziale di
Kalbruss, caratterizzata da un fondale in cui si vede un vulcano
che fuma e la carta geografica dello stivale italiano. Il
carattere folkloristico aveva il compito di rendere più
accessibile e interessante per una platea tedesca la storia
siciliana della famiglia La Croce. Di ritorno da Kónigsberg,
dove aveva visto una delle repliche dello spettacolo, Pirandello
lo descrisse in termini entusiasti a Salvini, in una lunga
lettera del 30 marzo 1930:
«Mirabile. La commedia vive tutta, di
vita meravigliosa, senza posare un momento, e il pubblico, che
vorrebbe aver cento occhi e cento orecchi, ne resta incantato
dal principio alla fine. Lo stupore diventa subito il clima
naturale della commedia, per cui naturali appaiono anche i
fulminei trapassi dal comico al tragico, e tutto è accettato con
gioia quasi infantile dal pubblico che a un tempo ride e si
commuove.»
Se pure può sorgere il dubbio che Pirandello sia animato anche
dalla intenzione di accrescere l'interesse per il testo in
Salvini, ormai prossimo a mettere in scena la commedia in
Italia, l'articolarsi delle argomentazioni successive, adoperate
per elogiare la regia di Múller, allontana ogni sospetto e il
tono dello scrittore ci appare talvolta enfatizzato tutt'al più
dalla legittima preoccupazione di trasmettere all'interlocutore
il suo sincero entusiasmo:
«Il
régisseur Hans Carl Múller ha dato un magnifico e vistosissimo
risalto tanto alla processione religiosa, quanto alla scena del
Cabaret che scatta subito dopo, in stridentissimo contrasto, di
straordinario effetto. Dopo la scena della presentazione, a
sipario ancora chiuso si cominciano a sentire le campane, il
suono dell'organo e il coro dei divoti entro la chiesa; poi dal
fondo della sala attaccano le cornamuse e gli acciarini. Con
bella trovata, si fa uscire dalla chiesa sul palcoscenico
incontro alla processione che muove dal fondo della sala, un
prete parato di tutto punto, coi nicchio, il camice e la stola,
preceduto da quattro chierici, i due primi coi turiboli, gli
altri due con candele accese; dopo il prete, ci sono le quattro
"verginelle" che reggono per le mazze il baldacchino celeste.
Muovono dalla chiesa lentamente, arrivano fino alla ribalta e là
sostano aspettando che "la sacra Famiglia" seguita dalla
processione attraversi cantando al suono delle cornamuse, e
degli acciarini che seguono, tutta la sala; prendono sotto il
baldacchino "la sacra Famiglia" e rientrano nella chiesa. Il
codazzo è numeroso e di bellissimo effetto pittorico.»
Alla
vista di quella scena dovette riallacciarsi in Pirandello la
visione di un'altra processione, quella di Sagra del Signore
della Nave, lo spettacolo con cui anni prima, il 2 aprile 1925,
egli aveva inaugurato a Roma il Teatro d'Arte. Forse anche di
qui nasceva il tono di partecipazione con cui Pirandello ha
descritto la scena a Salvini, che aveva condiviso l'esperienza
del Teatro d'Arte e poteva intuire le ragioni intime di tanto
fervore.
Alla descrizione della scena del Cabaret («La trasparenza della
parete del Cabaret è ottenuta magnificamente: scatto immediato,
di suoni, di luci, di colori») segue nella lettera di Pirandello
l'immagine del teatro nel teatro:
«Non meno opportunamente il Múller ha disposto che la scena del
teatro nel teatro avvenisse, non in un solo palco, ma in due
palchi, a riscontro, per modo che nessuna parte degli spettatori
fosse sacrificata. Tutti quei giovanotti con tutte quelle
ragazze e l'ineffabile madre, si distribuiscono parte in un
palco e parte nell'altro dirimpetto, la madre parla dall'uno e
le figliuole dall'altro. Con un'ingegnosa trovata, il cabaret
intanto è stato trasformato con pochi elementi sintetici e
parodistici in scena di melodramma; si rifà la trasparenza della
parete, e mentre il pubblico che non ci pensa più sta a guardare
i due palchi illuminati e ciò che vi avviene, che è e che non è,
dai due lembi del sipario accostati fino a prendere in mezzo
solo quella parete trasparente, si vede lassù una Primadonna e
un Baritono che cantano goffamente al suono d'un grammofono,
ingrandito dalla radio, il finale del primo atto d'un melodramma
italiano. L'effetto è irresistibile. Pare una vera opera di
magia. Altro che Fregoli! In un batter d'occhio, tutto cangiato.
Siamo veramente in un teatro d'opera di provincia, d'opera per
ridere, di cui si fa la caricatura e la parodia, cantanti che si
abbracciano vestiti di velluto e piumati, e il grammofono invece
dell'orchestra.»
Ma ciò che più ha acceso la fantasia dello scrittore siciliano
al punto di farlo prorompere in una esclamazione ammirata
(«tutto il teatro recita!») è il momento in cui gli attori si
sparpagliavano per ogni dove nel teatro coinvolgendo il pubblico
nel gioco teatrale. Si veniva così a creare una delle
suggestioni teatrali più care a Pirandello, da lui spesso
riaffermata nelle dichiarazioni e nella prassi all'epoca del suo
apprendistato registico: «Calato il sipario tra lo scandalo che
avviene in teatro per opera della Signora Ignazia, la sala viene
illuminata al comando del Dottor Hinkfuss montato sul
palcoscenico; ma il pubblico non esce dalla sala, benché dagli
uscieri siano aperti gli usci che danno sul corridoio: non esce,
perché, mentre il Dottor Hinkfuss seguita a parlare sul
palcoscenico, attraverso gli usci aperti si vedono passeggiare a
braccetto le coppie dei giovanotti con le ragazze La Croce, e
nel palchetto si vede ancora la Signora Ignazia rimasta con due
degli ufficiali; il Dottor Hinkfuss, finito il suo discorsetto,
fa tirare di nuovo il sipario, e allora avviene il prodigio:
tutto il teatro recita! Il Dottor Hinkfuss sul palcoscenico fa
smontare la scena dai macchinisti e dagli apparatori; nel
mentre, giù nella sala illuminata, entra un ragazzotto che va
vendendo cioccolattini e caramelle e giornali, con la sua
cassetta ad armacollo, e il suo berrettino da barman gallonato;
Nenè e Totina lo vedono e trascinano dal corridoio nella scena
davanti al palcoscenico, sotto la buca del suggeritore, i due
giovani che sono con loro, Pomarici e Sarelli, a comprare quei
cioccolattini, e la prima scenetta si svolge lì; poi, questi
quattro s'allontanano, se ne vengono fin sotto al palco dov'è
rimasta la madre, e intanto entrano da un altro uscio nella
sala, conversando, Dorina e Nardi, che infine chiamano e si
uniscono agli altri quattro, e finita la scenetta d'insieme,
tornano a uscire sul corridoio; ma già nella sala sono entrati
Verri e Mommina a far la loro, appoggiati alla ringhiera d'un
palco di prima fila; il pubblico non sa dove voltarsi prima; è
preso da tutte le parti; l'ultima delle scenette, quella della
Signora Ignazia coi due ufficiali si svolge nel palco.»
Se il dettagliato resoconto di Pirandello privilegia gli aspetti
spettacolari della messinscena di Múller, essa non si risolveva
soltanto in essi, ma, come si è accennato, la storia di Mommina
vi aveva la sua parte, sino al tragico finale. Non a caso viene
osservato dalla maggior parte dei critici che l'atmosfera
farsesca dell'inizio volgeva, col procedere dello spettacolo, al
tragico, sino a culminare in un finale di sapore strindberghiano.
Notazione che ci ricorda le tradizioni espressioniste del teatro
di Koningsberg, dove Leopold Jessner aveva operato sino al 1919
in qualità di capo-regista.
Esito ben diverso ebbe la rappresentazione di Questa sera si
recita a soggetto a Berlino, dove lo spettacolo andò in scena il
31 maggio 1930, al Lessingtheater, con la regia di Gustav
Hartung:
«Già durante i primi due atti lo scandalo era
nell'aria. Quando, poi, nell'ultimo atto, Elisabeth Lennartz
giunse alla scena dove Mommina canta alle figlie le arie del
Trovatore, proruppe apertamente. Poco prima, durante il
bisticcio tra il Dottor Hinkfuss e gli attori, al sentir
pronunciar battute come "se ne vada! Via! Via!", il pubblico,
già teso oltremisura, coglieva l'imbeccata e gridava "Schluss,
Schluss!" : Il regista Hartung aveva reagito, urlando al
pubblico "Respektlose Bande!". L'attrice, in lacrime, e
nonostante i fischi e le richieste sempre più insistenti di
smetterla, proseguì fino alla fine. Quando tra le grida del
pubblico finalmente calò il sipario, l'applauso fu soprattutto
per lei, per la sua eccezionale prestazione. Nonostante i
dissensi, anche Pirandello, insieme al regista, comparve alla
ribalta. Più d'un cronista, all'indomani, si dichiarò sorpreso
che la commedia fosse giunta al termine [ ].»
Non meno severa, la critica berlinese rivelò un senso di
insofferenza, nei confronti del teatro pirandelliano, che andava
oltre l'occasione:
«Herbert lhering, uno dei più insigni critici della Berlino
d'allora, ritenne la gazzarra pienamente giustificata e giudicò
la commedia un "nonsenso confuso che si spacciava per
profondità". Anche la messinscena era stata insufficientemente,
acusticamente difettosa, pesante invece d'esser travolgente. E
concluse: la moda pirandelliana è definitivamente passata.»
Il 4 aprile 1929, da Berlino, Pirandello annunciava a Salvini
l'invio, ormai prossimo, del dattiloscritto della nuova
commedia:
«Ho tardato a risponderle aspettando di giorno in giorno di
poterle mandare una copia della mia nuova commedia Questa sera
si recita a soggetto. Ma purtroppo ancora il copista, che con
molta difficoltà son riuscito a trovare in paese straniero,
mancando alla promessa, non ha finito di farle. Avrò le prime
quattro, forse domani, o domani l'altro, e una sarà certamente
per Lei. Qua per questa commedia c'è una vivissima attesa [ ].»
Circa un anno dopo Pirandello concludeva la lettera a Salvini
del 30 marzo 1930 con alcune indicazioni per l'imminente
rappresentazione italiana: «Non è possibile non fare intervenire
il Dr. Hinkfuss al finale. Un effetto tragico dev'essere
ottenuto appieno con la morte di Mommina e il sopravvenire del
marito con la madre e le sorelle. Che il Dr. Hinkfuss lo spezzi
esprimendo la sua soddisfazione è naturale. Quella scena tragica
finale non può essere fine a se stessa. Bisogna arrivare alla
conclusione di tutto quell'esperimento di "recita a soggetto". E
la conclusione dev'essere che il teatro dev'essere reintegrato
nei suoi tre elementi: poeta, régisseur, attori. Ho piuttosto
pensato d'aggiungere qualche battuta per rendere più perspicuo
il senso di tutto questo. Quando Verri si china su Mommina
rimasta a terra e le dice, su per giù: "Si rialzi, Signorina;
non ha capito che bisogna finire con una buffonata?"; Mommina,
tirata su per le braccia, è inerte, come morta davvero, sfinita,
esausta: ha vissuto, non ha recitato. Gli attori non possono far
questo ogni sera. Gli attori debbono avere una parte da
recitare. E ci vuole il poeta che la dia loro. Questo,
veramente, è detto, ma forse troppo sinteticamente, e più
sottinteso che espresso. Mi manca ora il testo per aggiungervi
queste tre o quattro battute tra gli attori. Aspetto che
Mondadori mi mandi qualche copia del lavoro già stampato.
Provando, per il momento, le aggiunga Lei.»
Seguono a questo punto alcune battute, più o meno le stesse che
ritroviamo, diligentemente trascritte da Salvini, sull'esemplare
del testo a stampa (edizione febbraio 1930) annotato di suo
pugno in vista della prima rappresentazione, conservato al Museo
Biblioteca dell'Attore di Genova:
«L'ATTORE BRILLANTE: Ohé, non sarà morta per davvero?
IL PRIMO ATTORE (chinandosi sulla Prima Attrice per aiutarla a
rialzarsi): Si alzi, si alzi, signorina: deve finir per forza con
una buffonata, non l'ha ancora capito? Oh Dio, signorina che
cos'ha?
DORINA: Si sente male davvero?
SIGNORA IGNAZIA: Il cuore, il cuore davvero?
VERRI: Su, su, signorina, piano, l'aiuto io, una sedia, i sali.
L'ATTORE BRILLANTE: Eh, sfido, ha vissuto, non ha recitato, ma
questi sono sforzi che si possono fare una sera soltanto. Lei
non vorrà mica che ci si lasci la pelle?
IL DOTTOR HINKFUSS: No, cari miei, ma non vi par dimostrato che
se c'è bisogno di voi che volete obbedire all'arte, c'è anche
bisogno di me, dovete convenite; non foss'altro per sapere
predisporre e regolare codesta vostra obbedienza.
L'ATTORE BRILLANTE: Ma anche bisogno prima di tutto dell'autore,
creda pure, che ci dia le parti scritte, da imparare a memoria!
IL DOTTOR HINKFUSS: No! L'autore no, qua! Le sue parti scritte,
sì, va bene, perché riabbiano vita da noi, per un momento, e
(rivolto al pubblico) senza più le impertinenze e le
sconvenienze di questa sera, che il pubblico ci vorrà
perdonare.»
Le battute che abbiamo riportato costituiscono uno
stadio intermedio tra il finale della prima edizione e la sua
rielaborazione nella seconda e definitiva edizione (1933), dove
la variante di maggior rilievo riguarda la soppressione della
penultima battuta del Dottor Hinkfuss. Oltre a numerosi tagli
alla parte di Hinkfuss, specie alle dichiarazioni iniziali,
sfrondate di quasi tutte le considerazioni sul rapporto
arte-vita, l'esemplare della commedia di proprietà di Salvini
reca le tracce degli interventi censori cui il testo fu
sottoposto per la rappresentazione. Vì sono, infatti,
puntualmente, cancellati tutti i riferimenti alla condizione
militare di Verri e dei suoi compagni, trasformati per
l'occasione in piloti civili. Così come l'Ave Maria recitata
dalla Signora Ignazia, vi è sostituita da una preghiera a San
Gennaro: «San Gennaro benedetto, faccia verde faccia gialla,
fatemi 'sta grazia, fatemi passare 'sto male di denti.»
In risposta alle richieste di Salvini al riguardo, sempre nella
lettera del 30 marzo, Pirandello aveva suggerito: «Per ciò che
riguarda il pericolo degli "ufficiali" sulla scena, veda di
farli giovani ingegneri minerari belgi alla dipendenza d'una
Società belga, assuntrice d'un campo minerario in Sicilia. Rico
Verri potrà figurare come apprendista, in tirocinio, presso
codesta Società. Insomma, immaginare che ci sia come una scuola
per codesti ingegneri, d'esercitazione pratica; per cui possano
avere una specie di costume: giacche azzurre o kaki e calzoni
bianchi, con berretto a baviera di cuoio, o altrimenti, purché
faccia colore. Il Dr. Hinkfuss in questo caso, invece che un
campo d'aviazione, potrebbe apparecchiare questo campo minerario
in Sicilia, con qualche forno Gill, e in fondo questa scuola di
ingegneri belgi. Quanto all'Avemaria, che vuole che le dica? Mi
avvilisce pensare che siamo arrivati fino a questo punto Vada
per San Gennaro!»
Questa sera si recita a soggetto andò in scena
al Teatro di Torino il 14 aprile 1930, regista e scenografo
Guido Salvini, ad opera della Compagnia appositamente costituita
e diretta dallo stesso Salvini. Principali interpreti dello
spettacolo furono: Renzo Ricci nei panni del Dottor Hinkfuss,
Bella Starace Sainati (Signora Ignazia), Enzo Biliotti (Sampognetta
, Carlo Ninchi (Rico Verri), Laura Peroni (Mommina), Flavio Diaz
(Pomarici), Fulvio Testi (Sarelli), Ezio Banchelli (Nardi),
Giovanni Saccenti (Pometti), Bruno Calabretta (Mangini), Matilde
Casagrande (Totina), Silvana di Sangiorgio (Dorina), Pina
Torniai (Nené), Li a Di Lorenzo (la chanteuse). Dopo Torino lo
spettacolo fu portato in altre città italiane, visitate nel
corso della tournée della compagnia: Genova (Teatro Paganini),
Cremona (Politeama Verdi), Corno (Politeama), Milano (Teatro
Manzoni), Firenze (Teatro della Pergola), sino alla prima romana
(Teatro Quirino), del 16 giugno.
Pirandello, perché indisposto, non poté recarsi a Torino per
assistere alla prima, ma da Berlino si affrettò a congratularsi
per l'esito dello spettacolo: «Dunque, "Questa sera si recita a
soggetto" è proprio andata come meglio non si poteva desiderare.
Ne sono veramente contento, tanto per me, quanto per Lei. Per
Lei, caro Salvini, anche di più, considerando il coraggio che ha
avuto a cimentarsi, dopo che quei banditi di Milano avevano
decretato che solo un pazzo aveva potuto scrivere un tal lavoro
e solo un pazzo avrebbe potuto provarsi a rappresentarlo [ ] Ho
letto le critiche bellissime del Bertuetti e anche di quei f. e
b. della "Stampa" che mi fu tanto contrario quando a Torino
varai il Lazzaro (io non so neppure chi sia). Fa un solo appunto
di prolissità all'ultima scena, che a me pare la più bella. Ma
se veramente alla rappresentazione risulta un po' lunga, faccia
ancora - con mano accorta e sicura - qualche taglio, caro
Salvini: bisogna rendere il lavoro perfetto, anche secondo le
esigenze del palcoscenico, le capacità di resa degli attori e di
sopportazione da parte del pubblico.»
L'accoglienza dei critici torinesi era stata davvero entusiasta.
Eugenio Bertuetti sulla "Gazzetta del Popolo" aveva salutato il
ritorno di un Pirandello «rinato e rinvigorito sulle torturate
esperienze passate».
Francesco Bernardelli della "Stampa" vide
nella nuova commedia di Pirandello non solo il «frutto della sua
grande esperienza e passione di uomo di teatro, della sua
perfetta conoscenza di ciò che è convenzionalismo e di ciò che è
astuzia di palcoscenico», ma anche i segni di «un'autentica e
alta commozione»; «Il senso del teatro e quello della poesia del
teatro hanno mirabilmente sorretto l'autore in questa audace
prova». Merito anche del regista Salvini, se la tematica del
lavoro fu recepita nella sua complessità e la teatralità della
commedia non venne esaltata, a scapito delle vene più
intimamente commosse, presenti nel testo. Dalla descrizione del
critico della "Stampa" emerge la naturalezza ottenuta, grazie
all'abile orchestrazione registica, nella scena del teatro
d'opera: «Si recitava in palcoscenico e nella sala; gli attori
oltrepassavano e ripassavano il boccascena per venirsi a
mescolare al pubblico, o per rientrare nel quadro della
progettata finzione; parlavano dalla corsia che corre tra le
poltrone, dai palchi o tra gli scenari pitturati, con la stessa
disinvoltura; vogliam dire con una finezza di trapassi che ci
teneva sospesi e stupiti. I più bei tratti della finzione
teatrale si potevano cogliere quando non si riusciva più a
capire che tutto era finzione [ ].»
Circa gli effetti di luce, che Bertuetti definì suggestivi,
magici davvero, Alberto Cecchi annoterà, dopo la prima romana
dello spettacolo: «Le luci, variando di intensità e di colore,
indicavano agli spettatori la "finzione" e la "realtà" volta a
volta». Il successo si rinnovò a Genova e Salvini scrisse a
Pirandello, che ancora non aveva visto lo spettacolo: «un'altra
prova e un nuovo trionfo. Le mando i giornali. Mai o quasi mai
la stampa di una città fu così unanime nel giudicare una
commedia».
A Milano Renato Simoni confermò le lodi, ovunque riscosse, ai
principali interpreti dello spettacolo: da Bella Starace Sainati
attrice proveniente dal Grand Guignol, «per la ricca festosità
della sua recitazione, per il colore che diede, vivo e caldo,
alla figura della signora napoletana»; a Renzo Ricci «per
l'energia e la finezza della dizione e per il carattere tra
burlesco e meflstofelico che diede al dottor Hinkfuss»; a Enzo Biliotti «per gli effetti che ottenne, passando dalla
interpretazione della commedia a soggetto al discorso semplice
della realtà, con una precisione, una prontezza, una scioltezza
di grande effetto»; alla giovane Laura Peroni «per la quale la
parte difficile e drammatica della donna che muore, è ancora,
verso la fine, un poco gravosa, e lo sarebbe per qualunque
esercitata attrice; ma che tuttavia ha mostrato sensibilità,
delicatezza, sincerità e forza di passione»; a Carlo Ninchi,
«uno fra i nostri migliori attori». Un plauso particolare
riservò Simoni alla prova data da Salvini: «Guido Salvini, che
ha messo in scena "Questa sera si recita a
soggetto", merita lodi
incondizionate. Nello spettacolo si è sentita la fermezza d'una
intelligente volontà animatrice. Le molle difficoltà che
quest'opera presenta, furono risolte con una piacevolezza
pittoresca ammirabile. Scene, composizioni di gruppi,
intonazioni, effetti comici, effetti drammatici, colori, luci,
tutto mi parve singolarmente pregevole. Ecco un giovine
direttore che sa il fatto proprio e che potrà rendere ottimi
servigi al nostro teatro.»
Ancorché desse un giudizio negativo sulla commedia di
Pirandello, gli faceva eco Mario Ferrigni sulle pagine
de "L'illustrazione Italiana" del 12 maggio:
«Bisogna salutare con gioia la rivelazione di un giovane
direttore di compagnia e di scena; né mi dispiace il titolo di
"maestro di scena" che si è dato da sé. [ ] Non avesse altro
merito, la nuova commedia di Luigi Pirandello, che quello di
aver dato occasione a questa rivelazione, gli dovremmo
riconoscenza.»
Pirandello vide lo spettacolo di Salvini solo il
16 giugno, alla prima romana. Sino allora lo avevano trattenuto
a Berlino le sue condizioni di salute, le prove di Questa sera
si recita a soggetto al Lessing Theater (il 27 maggio scriveva a
Marta Abba di aver assistito a nove ore di prove), nonché un
comprensibile disagio all'idea di ritornare in Italia, seppure
per un breve periodo, vinto dalle continue affettuose insistenze
di Salvini, al quale lo scrittore aveva espresso le proprie
perplessità al riguardo: « [ ] Le confesso che, indebolito come
sono, affrontare un così lungo viaggio di andata e ritorno,
senz'aver tempo di riposarmi un poco, mi dà pensiero. E poi, per
tant'altre ragioni, rimetter piede in Italia. Ma non voglio dirle
subito e senz'altro di no. Vedremo.»
Così Enrico Rocca sintetizzava l'esito della prima al Teatro
Quirino: «Il successo fu travolgente dopo i due primi atti e
diviso tra il palcoscenico, dove l'autore non volle presentarsi
che una sola volta, e il palco dove il pubblico lo aveva
scoperto (non ultimo paradosso della serata) più disposto a
plaudire i suoi attori che a farsi applaudire. La gratitudine
per lo spasso iniziale salvò il terzo atto che pure, a suo modo,
ha scene non trascurabili.»
Alberto Cecchi scriveva sul
"Tevere":
«Questa sera è uno "spettacolo", quasi diremmo nel senso in cui
lo intendono, a parole Bontempelli, a fatti Tairoff. Anche
tenendo conto della parte che spetta a Guido Salvini, eccellente
maestro di scena, resta assicurato che l'opera possiede i
caratteri esterni e gli svolgimenti che a uno spettacolo si
domandano.»
Se Simoni aveva lamentato l'ovvietà della
conclusione della commedia, cioè che «il teatro dev'essere
reintegrato nei suoi tre elementi: poeta, régisseur, attori»
(secondo l'enunciato dello stesso Pirandello a Salvini), non
altrettanto pacifica appariva l'interpretazione del messaggio a
Silvio D'Amico, che vi leggeva, piuttosto, il prevalere in
ultima istanza del régisseur.«Conclusione? Che ogni artista
deve, sì, essere se stesso: ma che tutti, poi, debbono obbedire
all'arte, e alla sua disciplina. La quale disciplina è data dal
direttore, e dalle parti scritte dall'autore: ma l'autore in
persona se ne resti fuori dal teatro, il suo compito egli l'ha
esaurito a tavolino.»
E, col rilanciare la questione, il critico dava l'implicita
conferma dell'ambiguità di fondo del messaggio affidato a Questa
sera si recita a soggetto. Nel 1972, in occasione
dell'allestimento della commedia al Teatro Stabile di Genova,
per la regia di Luigi Squarzina, Alessandro D'Amico osserverà in
proposito: «La verità è che Pirandello in questo dramma che
chiude idealmente la sua trilogia del teatro nel teatro (ma già
stava lavorando fin dal 1929, a I giganti della Montagna) parte
dalla polemica in atto tra il regista e gli attori, ma per
trascenderla, non per risolverla in favore di uno dei
contendenti. Si tratta di ben altro rapporto: fra eterno e
tempo, fra necessità e libertà. Quanto al rapporto tra testo e
spettacolo, Pirandello aveva già detto tutto quel che aveva da
dire a trent'anni, in un saggio di poche pagine, L'azione parla
[ ] Sul dilemma pagina-scena, sul dissidio attori-regísta, sul
rapporto attore-personaggio Pirandello non fa che citare se
stesso. La novità, è altrove. t in ciò che Pirandello non aveva
potuto affidare a nessun saggio e che solo sul palcoscenico
sarebbe riuscito a mostrare: il momento in cui l'attore diventa
lui, personaggio (Non, si badi, entra nel personaggio). In
Questa sera si recita a soggetto assistiamo, viviamo
continuamente questo momento.»
Quanto appena citato ci riporta
all'esperienza centrale vissuta da Pirandello negli anni
immediatamente precedenti la stesura di Questa sera si recita a
soggetto: la Compagnia del Teatro d'Arte (non a caso Giulio Bucciolini, nella cronaca dello spettacolo, rammentava
Ciò che
più importa, del russo Evreinov, uno dei testi rappresentati
dalla Compagnia di Pirandello). Quel momento Pirandello lo aveva
osservato nei suoi attori, lo aveva ricercato e provocato per
anni negli interpreti della sua Compagnia.
Marta Abba costituiva l'incarnazione più compiuta delle teorie
di recitazione pirandelliane: la prima attrice della Compagnia
del Teatro d'Arte per tre amici «aveva arrovellato i nervi e lo
spirito nella sofferenza dei personaggi» - ricorderà Virgilio
Marchi, scenografo di quella Compagnia - sino al «collasso»
nervoso, che seguì la prima della Nuova colonia.
Un «collasso»
che richiama da vicino quello dell'attrice interprete di Mommina.
Osservò, infatti, il critico dell'«Arte Drammatica» a proposito
della scena conclusiva di Questa sera si recita a soggetto: «E'
evidente che Pirandello scrivendo quella lunga e tanto difficile
scena aveva la visione della giovane attrice che da qualche anno
specialmente recita i suoi lavori, attrice notevole per le doti
di grande resistenza, per la nervosità della recitazione, per la
forza animatrice che è in lei: quella scena la può rendere
soltanto Marta Abba.»
Questo suona come un invito a ricercare ancora una volta, in
Questa sera si recita a soggetto, accanto alle possibili
interpretazioni critiche, i segni di un'esperienza esistenziale,
le tracce di quell'osmosi tra vita e arte, sempre presente
nell'opera di Pirandello.
(AA.VV. Testo e messa in scena, La Nuova Italia Scientifica,
Urbino, 1986)
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