
Opera tetrale - 1934
Introduzione
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L’annunzio di questa commedia,
cosí nei giornali, come nei
manifesti, dov’essere dato, senza il
nome dell’autore, così: |
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TEATRO N. N.
QUESTA SERA SI RECITA
A
SOGGETTO
sotto la direzione del
DOTTOR HINKFUSS
. .
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
col
concorso del pubblico
che
gentilmente si presterà
e
delle Signore
. .
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
e
dei Signori
. .
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
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Dove sono i puntini, i nomi delle
Attrici e degli Attori principali.
Non è poco: ma basterà così. |
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Scritta nel periodo tra il 1928 ed il 1929, è considerata la
terza parte della trilogia che il drammaturgo dedica al
teatro nel teatro, preceduta da Sei personaggi in cerca
d'autore e Ciascuno a suo modo.
Il nucleo centrale dell'opera è un adattamento della novella
Leonora, addio!, scritta da Pirandello nel 1910 e contenuta
nella raccolta Novelle per un anno.
La prima rappresentazione assoluta si ebbe a Könisberg il 25
gennaio 1930 nella versione in tedesco tradotta
dall'italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus
dem Stegreif gespielt.
La prima rappresentazione in Italia avvenne al Teatro Torino
di Torino il 14 aprile del 1930 con una Compagnia
appositamente costituita diretta da Guido Salvini.
Questa sera si recita a soggetto, infatti, indaga
sull'autoritarismo del regista di teatro, figura allora
innovativa nel panorama teatrale, sulla messa in scena, e
scruta i rapporti che intercorrono tra lui e gli attori e,
conseguentemente, il rapporto degli attori con il pubblico.
Il dramma, che riprende la novella «Leonora addio!» del 1910
(nella raccolta Il viaggio), fu scritto a Berlino tra la
fine del 1928 e il 24 marzo 1929, data posta in calce alla
prima edizione italiana, nel voi. XXVII delle Maschere nude.
L'edizione italiana era stata preceduta da quella tedesca
nella traduzione di Heinrich Kahn e con una dedica al
celebre regista Max Reinhardt. La prima rappresentazione
avvenne il 29 gennaio 1930 a Kónigsberg, nella Prussia
Orientale, con la regia di Hans Karl Múller. Pirandello,
presente a una replica in marzo, ne riportò un'impressione
favorevole. «Tutto il teatro recita!», scrisse con
entusiasmo a Guido Salvini, che avrebbe dovuto mettere in
scena la commedia a Torino.
La locandina che annuncia lo spettacolo tace il nome
dell'autore, ma intenzionalmente avverte che si svolgerà
«sotto la direzione del dottor Hinkfuss con il concorso del
pubblico che gentilmente si presterà». Il sipario non è
ancora alzato che in sala «giungono voci confuse e
concitate, come di proteste di attori e di riprensioni da
parte di qualcuno che voglia imporsi». Alcuni spettatori
perplessi e indispettiti si chiedono cosa stia succedendo.
Arriva dal fondo della sala il dottor Hinkfuss, «un omarino
alto poco più di un braccio, in frak, con un rotoletto di
carta sotto il braccio». Hinkfuss sale sul palcoscenico e
promette al pubblico, che spesso lo interrompe, una recita a
soggetto sulla base di una «novelletta» di Pirandello
sottoposta da lui a un trattamento scenico di cui si assume
la piena responsabilità. «L'azione», dice, «si svolge in una
città dell'interno della Sicilia, dove le passioni son forti
e covano cupe e poi divampano violente: tra tutte
ferocissima, la gelosia. La novella rappresenta appunto uno
di questi casi di gelosia, e della più tremenda, perché
irrimediabile: quella del passato. E avviene proprio in una
famiglia da cui avrebbe dovuto stare più che mai lontana la
famiglia La Croce. È composta dal padre Signor Palmiro,
ingegnere minerario: Sampognetta come lo chiamano tutti
perché, distratto, fischia sempre; dalla madre, Signora
Ignazia, oriunda di Napoli, intesa in paese La Generala; e
da quattro belle figliole, pienotte e sentimentali, vivaci e
appassionate: Mommina, Totina, Dorina, Nenè». Il Direttore
passa alla presentazione dei personaggi. Il vecchio Attore
Brillante nella parte del Signor Palmiro; l'Attrice
Caratterista in quella della Signora Ignazia; la Prima
Attrice, Mommina; tre giovani attrici, le sorelle Totina,
Dorina e Nenè; il Primo Attore, Rico Verri, giovane
ufficiale di aviazione, frequentatore della famiglia La
Croce, insieme con altri giovani ufficiali che corteggiano
le ragazze. Gli attori presentati con il loro vero nome
protestano perché, già investiti nelle rispettive parti, si
sentono così deconcentrati, ma il Direttore giustifica al
pubblico quelle proteste come parte dello spettacolo.
Inizio pagina
Lo spettacolo inizia finalmente con una nota di colore
locale siciliano, una processione religiosa che muove dal
fondo della sala, diretta sul palcoscenico verso il portale
di una chiesa che si scorge da un lato. Di fronte alla
chiesa figura un Cabaret, il cui interno viene mostrato
attraverso un muro bianco reso trasparente con adeguati
effetti di luce. Nel Cabaret si suona il jazz; fra gli
avventori c'è il Signor Palmiro, che, fatto oggetto di
scherno dagli altri clienti, viene difeso da una pallida
chanteuse in nero. Sulla strada sopraggiungono la signora
Ignazia e le figlie accompagnate dai giovani ufficiali
diretti al teatro d'opera. Intanto, per ordine del dottor
Hinkfuss, il muro bianco ritorna opaco per fare da schermo
alla proiezione cinematografica del finale del primo atto di
un melodramma verdiano, mentre in un palco, lasciato vuoto
nella sala, entrano «la signora Ignazia con le quattro
figliuole, Rico Verri e gli altri giovani ufficiali», fra le
proteste del pubblico, disturbato dalla loro entrata
rumorosa. Finita la proiezione, l'inesauribile Hinkfuss
invita parte del pubblico a passare nel ridotto, dove in un
«intermezzo» si potranno incontrare mescolati agli
spettatori, i personaggi usciti dal palco, che continuano a
dare scandalo con il loro comportamento, trasgressivo dei
rigidi costumi provinciali. A quelli che saranno rimasti in
sala offrirà invece, con una «rappresentazione simultanea» a
quella del ridotto, uno spettacolo inconsueto. Infatti, sul
palcoscenico il Direttore, fautore delle nuove risorse della
scenotecnica e dell'illuminotecnica teatrale, ha fatto
allestire per gratuita bizzarria una bella scena notturna
che rappresenta un campo d'aviazione, «messo con mirabile
effetto in prospettiva».
L'azione riprende nel salotto della famiglia La Croce. La
signora Ignazia è in preda a un feroce mal di denti,
circondata dalle figlie e dagli ufficiali, meno Rico Verri
che è corso a una farmacia notturna in cerca di un calmante.
Contro il mal di denti la signora Ignazia, dopo aver
recitato senza beneficio l'Ave Maria, per lenire il dolore
chiede ai giovani di cantare con forza il coro del
Trovatore. Rico Verri, al suo rientro, ritenendo che gli
altri lo hanno voluto allontanare per far baldoria, affronta
con violenza i commilitoni e fa una scenata di gelosia a
Mommina di cui è innamorato. Entra in scena il signor
Palmiro ubriaco, «con un viso da morto, le mani insanguinate
sul ventre ferito di coltello», per un alterco al Cabaret,
ma, nella confusione generale nessuno mostra di accorgersi
di lui. Sentendosi «smontato» nella parte, se ne lamenta con
il Direttore: «devo venire a morir sulla scena, che non è
facile per un attore brillante; nessuno mi fa entrare; trovo
qua lo scompiglio; gli attori smontati; mancato l'effetto
che mi ripromettevo di cavar fuori con la mia entrata». Il
dottor Hinkfuss gli chiede di ripeterla, ma ormai l'effetto
è perduto e l'attore, per cui «l'entrata era tutto» affinché
«la Morte ubriaca,» entrasse in lui, non riuscendo a morire
credibilmente sulla scena, può solo raccontare la sua fine.
Davanti agli spettatori Hinkfuss si attribuisce il vanto
della trovata della morte del signor Palmiro, mancante nella
novella, per dare un seguito forte alla vicenda. Infatti è
dopo la morte del padre, con la famiglia in miseria, che
Mommina si decide a sposare Rico Verri, un mostro di
gelosia, che la porta nella sua città d'origine sulla costa
siciliana, dove la segrega in casa con le due bambine che
intanto sono nate. Mentre il Direttore spiega tutto questo
al pubblico, gli attori sono in subbuglio. Non vogliono più
recitare per le continue intromissioni del Capocomico;
chiedono che vengano loro assegnate le parti scritte da
interpretare o dal momento che non ci sono siano lasciati
liberi di recitare a soggetto. Hinkfuss viene così cacciato
in malo modo dai suoi attori. La scena riprende. La Prima
Attrice che deve ora impersonare Mommina, invecchiata e
devastata nel corpo dopo le infelicissime nozze con Rico
Verri, viene truccata con amorevole cura dalle attrici che
interpretano la madre e le sorelle. Il trucco diviene la
«vestizione» per la graduale immedesimazione nel
personaggio. Legati dallo stesso martirio, Mommina e Rico
Verri si affrontano nel loro carcere domestico, fra tre
pareti velate dal buio. Verri è sempre «fosco», per
l'inesausto rovello della gelosia; Mommina è sulle difese,
per il penoso tormento delle parole del marito che indagano
pensieri e ricordi in un delirante rimprovero del passato.
Oltre la parete, dal buio, interloquiscono la madre e le
sorelle contro le accuse lanciate alla loro condotta da Rico
Verri. Dal sopraffarsi dei personaggi si apprende che,
ridotte alla fame dopo la morte del padre, Totina è
diventata cantante d'opera, Dorina è divenuta sempre più
spudorata e Nenè fa la cocotte. Riprende il tormentoso
dialogo fra Rico Verri e Mommina. In un raptus il marito,
furibondo, afferra la moglie con una mano alla nuca «e la
bacia, e la morde, e sghignazza, e le strappa i capelli,
come impazzito accorrono, con le camicine lunghe da notte le
due bambine spaventate, e s'aggrappano alla madre, mentre
Verri fugge».
Mommina abbraccia le figlie piangendo la loro sorte, e
intanto s'avvicinano alla parete «venendo fuori dal bujo, la
madre e le sorelle sfarzosamente parate». Dicono di trovarsi
in città, perché Totina dovrà cantare nel teatro locale la
parte di Leonora nel Trovatore. In una piena di ricordi,
Mommina, ricostruisce «davanti alle due bambine sbalordite»
la vicenda dell'opera verdiana e canta, con commozione e
affanno crescenti, le arie più celebri, «finché il cuore
mancandole, non la farà cader di schianto, morta». Poiché la
Prima Attrice che interpreta la parte di Mommina non si
rialza, gli altri attori che avevano proseguito la scena, le
si fanno attorno allarmati; dalla sala invece «sopravvien
entusiasta correndo per il corridojo, il dotto Hinkfuss che
è rimasto a governar di nascosto tutti gli effetti di luce».
Finalmente la Prima Attrice si riprende e gli attori,
dichiarando di essere destinati a «recitare parti scritte,
imparate a memoria», dicono di non voler rischiare recitando
a soggetto che, in un'incontrollata; immedesimazione nel
personaggio, uno di lori «ci lasci la pelle» e, tra le
imbarazzate protesa del capocomico, reclamano il ripristino
del ruolo dell'autore. Ma il dottor Hinkfuss con ostinazione
conclude: «No, l'autore no! Le parti scritte, sì, se mai,
perché riabbiano vita da noi, per un momento, e... - rivolto
al pubblico - senza più le impertinenze di questa sera, che
il pubblico ci vorrà perdonare».
Dopo il successo di Kónigsberg, Questa sera si recita a
soggetto venne riproposto in Germania il 31 maggio 1930 a
Berlino, al Lessing Theater, con la regia di Gustav Hartung,
ma ebbe un esito disastroso. In Italia il dramma era stato
presentato a Torino il 14 aprile da Guido Salvini, regista e
scenografo dello spettacolo con Renzo Ricci nel ruolo di
Hinkfuss. Nel 1972 Luigi Squarzina ne curò un allestimento
con la Compagnia del Teatro Stabile di Genova. In occasione
di questa ripresa, Alessandro d'Amico scrisse: «La verità è
che Pirandello in questo dramma che chiude idealmente la sua
trilogia del teatro nel teatro parte dalla polemica in atto
tra il regista e gli attori, ma per trascenderla, non per
risolverla in favore di uno dei contendenti. La novità è
altrove. È in ciò che Pirandello non aveva potuto affidare a
nessun saggio e che solo sul palcoscenico sarebbe riuscito a
mostrare: il momento in cui l'attore diventa lui personaggio
(non, si badi, entra nel personaggio)».
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