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QUESTA SERA SI RECITA A SOGGETTO - ATTO
TERZO |

A destra, in fondo, lo scheletro d’una parete vetrata, con uscio
in mezzo, per modo che di là da esso si intravveda anche
l’anticamera, ma appena, con qualche sapiente tocco di colore e
qualche lampada accesa.
A metà della scena, altro scheletro di
parete, anch’esso con uscio in mezzo, aperto, il quale dal
salotto, che resta a destra, immette nella sala da pranzo,
accennata sommariamente, con una credenza pretenziosa e una
tavola coperta da un tappeto rosso, su cui pende dal soffitto
una lampada, ora spenta, con un enorme paralume a campana d’un
bel colore arancione e verde.
Sulla credenza ci sarà, tra
l’altro, una bugia di metallo con la candela, una scatola di
fiammiferi e un tappo di bottiglia, di sughero.
Nel salotto,
oltre il pianoforte, un divano, qualche tavolinetto, seggiole.
Aperto il sipario, si vedrà Pomàrici che seguita a sonare seduto
al pianoforte, e Nenè che balla a quel suono con Sarelli, come
Dorina con Nardi, a passo di walzer.
Rientrano adesso dal
teatro.
La signora Ignazia ha legato intorno alla faccia un
fazzoletto di seta nera, ripiegato a fascia, per un mal di denti
che le è sopravvenuto.
Rico Verri è corso a una farmacia
notturna in cerca d’una medicina che glielo faccia passare.
Mommina è seduta accanto alla madre, sul divano, presso al quale
è anche Pometti. Totina è di là (fuori-scena) con Mangini.
Mommina (alla madre, mentre Pomàrici suona e le due
coppie ballano): Ti fa molto male?
E le avvicina una mano alla guancia.
La signora Ignazia: Arrabbio! Non mi toccare!
Pometti: Verri è già corso alla farmacia: sarà qui a
momenti.
La signora Ignazia: Non gli apriranno! Non gli apriranno!
Mommina: Ma hanno l’obbligo d’aprire: farmacia notturna!
La signora Ignazia: Già! Come se non sapessi in che paese
viviamo! Ahi! Ahi! Non mi fate parlare; arrabbio! Capaci di non
aprirgli, se sanno che è per me!
Pometti: Oh, vedrà che Verri si farà aprire! Capace anche
lui di buttare la porta a terra!
Nenè (placida, seguitando a ballare): Ma sí, stai
sicura, mammà!
Dorina (c.s.): Figurati se non gli aprono! Se ci
si mette, è piú bestia di loro!
La signora Ignazia: No no, poverino, non dite cosí. È
tanto buono! È corso subito.
Mommina: Mi pare! Lui solo. Mentre voi state a ballare.
La signora Ignazia: Lasciale, lasciale ballare! Tanto, il
dolore non mi passa, se mi stanno attorno a domandarmi come sto.
A Pometti: È la furia, la furia che mi mette nel sangue questa gente, la
cagione di tutti i miei mali.
Nenè (smettendo di ballare e accorrendo alla madre,
tutta accesa della proposta che vuol fare): Mammà, e se tu
dicessi l’Ave Maria come l’altra volta?
Pometti: Ecco già! Benissimo!
Nenè (seguitando): Sai che, dicendola, il dolore
ti passò!
Pometti: Si provi, signora, si provi!
Dorina: (mentre seguita a ballare): Sí sí, dilla,
dilla, mammà! Vedrai che ti passa.
Nenè: Già! ma voi smettete di ballare!
Pometti: Certo! E anche tu di sonare, oh! Pomàrici.
Nenè: La mamma dirà l’Ave Maria come l’altra
volta!
Pomàrici: (levandosi dal pianoforte e accorrendo): Ah,
brava, sí! Vediamo, vediamo se il miracolo si ripete.
Sarelli: La dica in latino, in latino, signora Ignazia!
Nardi: Certo! Farà piú effetto.
La signora Ignazia: Ma no, lasciatemi stare! Che volete
che dica!
Nenè: Hai la prova dell’altra volta, scusa! Ti passò!
Dorina: Al bujo! Al bujo!
Nenè: Raccoglimento! Raccoglimento! Pomàrici, spenga la
luce!
Pomàrici: Ma Totina dov’è?
Dorina: È di là con Mangini. Non pensi a Totina e spenga
la luce!
La signora Ignazia: Nient’affatto! Ci vorrà almeno una
candela. E le mani a posto! E Totina venga qua.
Mommina (chiamando): Totina! Totina!
Dorina: La candela è di là!
Nenè: Va’ a prenderla tu; io vado a prendere la statuina
della Madonna!
Via di corsa per il fondo: mentre Dorina va nella sala da pranzo
con Nardi a prendere la candela sulla credenza.
Prima
d’accenderla, al bujo Nardi abbraccia forte forte Dorina e le dà
un bacio in bocca.
La signora Ignazia (gridando dietro a Nenè che è
scappata via): Ma no, lascia! Non c’è bisogno! Che statuina!
Se ne può fare a meno!
Pomàrici (c.s.): Faccia venire qua Totina
piuttosto!
La signora Ignazia: Sí sí, Totina qua! subito qua !
Pometti: Un tavolinetto che faccia da altarino!
E lo va a prendere.
Dorina (rientrando con la candela accesa, mentre
Pomàrici spegne la luce): Ecco qua la candela!
Pometti: Qua sul tavolino!
Nenè (dal fondo, con la statuina della Madonna):
Ed ecco la Madonna!
Pomàrici: E Totina?
Nenè: Ora viene ora viene! Non secchi lei, con Totina!
La signora Ignazia: Ma si può sapere che fa di là?
Nenè: Niente, prepara una sorpresa, ora vedrete!
Poi, invitando tutti col gesto: Qua dietro, qua dietro tutti, e attorno! Raccogliti, mammà!
Quadro.
Nel bujo appena allargato da quel lume tremolante di
candela, il Dottor Hinkfuss ha preparato un delicatissimo
effetto:
la soffusione d’una soavissima « luce di miracolo »
(luce psicologica), verde, quasi emanazione della speranza che
il miracolo si compia.
Questo, appena la signora Ignazia,
davanti alla Madonnina posata con la candela sul tavolinetto, si
metterà a recitare a mani giunte, con lenta e profonda voce, le
parole della preghiera, quasi aspettandosi che, dopo ognuna, le
debba passare il dolore.
La signora Ignazia: Ave Maria, gratia plena, Dominus
tecum...
D’improvviso, un tuono e il guizzo diabolico d’un violentissimo
lampo rosso fracassa tutto.
Totina, vestita da uomo, con la
divisa d’ufficiale di Mangini, entra cantando, seguíta da
Mangini che ha indossato una lunghissima veste da camera del
signor Palmiro.
Il tuono diventa subito la voce di Totina che
canta; come il lampo rosso, la luce che Mangini ridà al salotto,
entrando.
Totina: « Le parlate d’amor-o cari fior... »
Grido unanime, altissimo, di protesta.
Nenè: Sta zitta, stupida!
Mommina: Ha guastato tutto!
Totina (stordita): Che cos’è?
Dorina: La mamma stava recitando l’Ave Maria.
Totina (a Nenè): Potevi dirmelo!
Nenè: Già! Dovevo figurarmi che tu dovessi piombare
proprio in questo momento!
Totina: Ero già bell’e vestita, quando sei entrata a
prendere la Madonnina!
Nenè: E dunque potevi immaginartelo!
Dorina: Basta! Basta! Che si fa adesso?
Pomàrici: Si ripiglia ! si ripiglia!
La signora Ignazia (balorda, in attesa, come se già
avesse il miracolo in bocca): No... Aspettate... Io non
so...
Mommina (felice): T'è passato?
La signora Ignazia (c.s.): Non so... sarà stato il
diavolo... o la Madonna...
Strizza tutta la faccia per una nuova fitta del male: No no... ahi... di nuovo... che passato! Ahiii... Dio, che
spasimo...
D’un tratto vincendosi, pestando un
piede, impone a se stessa: No! Non gliela voglio dar vinta! Cantate, cantate, figliuole!
Cantate, figliuoli! Fatemi questo piacere, cantate, cantate! Guai a me, se m’avvilisco sotto questo porco dolore! Su, su, Mommina: «Stride la vampa»!
Mommina (mentre tutti gridano applaudendo: «Sí, sí!
Benissimo! Il coro del “Trovatore”!»): No, no, mammà, io non
mi sento! no!
La signora Ignazia (pregando con rabbia): Fammi
questa carità, Mommina! È per il mio dolore!
Mommina: Ma se ti dico che non mi sento!
Nenè: Eh via! Contentala una volta!
Totina: Ti dice che non vuole avvilirsi sotto il dolore!
Sarelli e Nardi: - Sí, sí, via!
- La contenti,
signorina!
Dorina: Dio, come ti fai pregare!
Nenè: Ti figuri che non lo supponiamo perché non vuoi piú
cantare?
Pomàrici: Ma no, la signorina canterà!
Sarelli: Se è per Verri, non dubiti che penseremo noi a
tenerlo a posto!
Pomàrici: Cantando le giuro che il dolore le s’incanta.
La signora Ignazia: Sí, sí, fallo, fallo per la tua
mamma!
Pometti: Che coraggio questa nostra Generala!
La signora Ignazia: Tu Totina, Manrico eh ?
Totina: S’intende! Sono già vestita!
La signora Ignazia: Fatele i baffi, fatele i baffi a
questa figliuola!
Pometti: Ecco, sí, glieli faccio io!
Pomàrici: No! Se permetti, glieli faccio io!
Nenè: Qua c’è il tappo di sughero, Pomàrici! Corro a
prenderle un gran cappello piumato! E un fazzoletto giallo e un
scialle rosso per Azucena!
Scappa per il fondo, e ritorna poco dopo con quanto ha detto.
Pomàrici (a Totina, mentre le fa i baffi): E stia
un po’ ferma, per piacere!
La signora Ignazia: Benissimo! Mommina, Azucena...
Mommina (ormai quasi tra sé, senza piú forza
d’opporsi): No, io no...
La signora Ignazia (seguitando): ... Totina,
Manrico...
Sarelli: - e noi tutti, il coro degli zingari!
La signora Ignazia (accennandolo)
«All’opra, all’opra! Dàgli. Martella.
Chi del gitano la vita abbella?»
Lo domanda, cantando ad alcuni che restano a guardarla, non
sapendo se lo domandi sul serio o per ischerzo; e allora, rivolgendosi ad altri,
ridomanda:
«Chi del gitano la vita abbella?»
ma anche questi altri la guardano come i primi; non ne può piú
dal dolore e, arrabbiatissima, ridomanda a tutti, per avere la
risposta:
«Chi del gitano la vita abbella?»
Tutti (comprendendo alla fine, intonano la risposta):
«La zingarèèèè-eeeèlla! »
La signora Ignazia:(prima rifiatando, per essere stata
finalmente compresa): Ahhh!
poi, mentre gli altri tengono la
nota, tra sé, storcendosi dal dolore: Mannaggia! mannaggia! Non resisto piú! - Forza! Forza,
figliuoli, presto, cantate!
Pomàrici: Ma no, aspettate, santo Dio, che abbia finito.
Dorina: Ancora ? Basta così !
Sarelli: Sta benissimo!
Nenè: Un amore! Il cappello adesso! il cappello!
Glielo dà e si rivolge a Mommina: E tu, senza storie! Il fazzoletto in capo!
A Sarelli: Glielo leghi dietro!
Sarelli eseguisce.
Nenè: E lo scialle addosso, cosí!
Dorina (con una spinta a Mommina che resta inerte):
Ma muoviti!
Pomàrici: Oh, ma ci vorrebbe qualcosa da battere!
Nenè: Ho trovato! Le vaschette d’ottone!
Va a prenderle dalla credenza nella sala da pranzo; ritorna e le
distribuisce.
Pomàrici (andando al pianoforte): Ecco, attenti!
Attacchiamo da capo! «Vedi le fosche notturne spoglie...»
Si mette a sonare il coro degli zingari, con cui comincia il
secondo atto del «Trovatore».
Coro (all’attacco)
«Vedi le fosche notturne spoglie
de’ cieli sveste l’immensa volta:
sembra una vedova che alfin si toglie
bruni panni ond’era involta.»
Poi, picchiando le vaschette:
«a All’opra, all’opra! Dàgli. Martella.
Chi del gitano la vita abbella?»
Tre volte:
«La zingarella!»
Pomàrici (a Mommina): Ecco, attenta, signorina! A
lei! E voi tutti attorno!
Mommina (facendosi avanti):
«Stride la vampa! la folla indomita
corre a quel foco, lieta in sembianza!
Urli di gioja intorno echeggiano:
cinta di sgherri donna s'avanza.»
Mentre gli altri cantano, prima a coro e ora Mommina a solo, la
signora Ignazia, seduta su una seggiola, agitandosi come
un'orsa, pestando ora una cianca e ora l'altra, borbotterà in
cadenza, come se dicesse in suo suffragio una litania:
La signora Ignazia: Ah Dio, sto morendo! Ah Dio, sto
morendo! Penitenza dei miei peccati! Dio, Dio, che spasimo! Forza, Dio, colpiscimi! E fai soffrire me sola! Scontare a me
sola, Dio, lo spasso delle mie figliuole! Cantate, cantate, sí
sí, godete, figliuole! lasciate arrabbiare me sola per questo
dolore ch'è penitenza di tutti i miei peccati! Io vi voglio
contente, festanti, festanti, cosí! - Sí, dàgli, martella,
addosso a me! a me soltanto, Dio, e lascia godere le mie
figliuole! - Ah Dio, la gioia che non potei avere io - mai, mai,
Dio, mai, mai - voglio che l'abbiano le mie figliuole! - Debbono
averla! debbono averla! Sconto io, sconto io per loro, anche se
mancano, Dio, ai tuoi santi comandamenti.
E intona con gli altri, mentre le lagrime le grondano dagli
occhi:
La zingarèèèè - eeeèllaaa!... - Silenzio! Ora canta
Mommina, voce di cartello!... La vampa, sí! - Ah... ce
l'ho io in bocca, la vampa... Lieta, sí, lieta in
sembianza...
Sopravviene a questo punto dal fondo Rico Verri.
Resta dapprima
sospeso, come se lo sbalordimento spalanchi davanti alla sua ira
un precipizio; poi spicca un salto e s'avventa contro Pomàrici;
lo strappa al seggiolino del pianoforte e lo scaraventa a terra,
gridando:
Rico Verri: Ah, perdio! Cosí vi fate beffe di me?
Succede in prima uno sbalordimento in tutti, che si esprime con
qualche sciocca esclamazione incongrua.
Nenè: Ma guarda che modi!
Dorina: È pazzo ?
Poi, un parapiglia, col rialzarsi di Pomàrici che si avventa su
Verri, mentre gli altri si fanno in mezzo, a dividerli e
trattenerli, parlando tutti simultaneamente, in gran confusione.
Pomàrici: Mi risponderai di quello che hai fatto!
Verri (respingendolo violentemente): Non ho
ancora finito!
Sarelli e Nardi: - Ci siamo anche noi!
- Ne
risponderai a tutti!
Verri: A tutti, a tutti! Son buono da rompervi il grugno
a quanti siete!
Totina: Chi l'ha fatto padrone in casa nostra?
Verri: Mi si manda a prendere la medicina...
La signora Ignazia: ... la medicina: e poi ?
Verri (indicando Mommina):
- me la fate trovare
mascherata cosí!
La signora Ignazia: Lei va subito via dalla mia casa!
Mommina: Io non volevo, non volevo! L’ho detto a tutti
che non volevo!
Dorina: Ma guarda che s'ha da vedere! Questa stupida che
si scusa!
Nenè: S'approfitta che non abbiamo un uomo in casa che lo
cacci via a pedate per come si merita!
La signora Ignazia (a Nenè): Va a chiamar tuo
padre, subito! Salti il letto e venga qua, subito!
Sarelli: Ma s’è per questo, possiamo cacciarlo via noi!
Nenè (correndo a chiamare il padre): Papà! Papà!
Via.
Verri (a Sarelli): Voi? Voglio vedervi! Cacciatemi
via!
A Nenè che corre: Chiami, sí, chiami papà: rispondo al capo di casa di quello che
faccio! se pretendo da costoro il rispetto per voi tutte!
La signora Ignazia: Chi glien’ha dato l’incarico? Come
osa pretenderlo?
Verri: Come, la signorina lo sa!
Indica Mommina.
Mommina: Ma non cosí, con la violenza!
Verri: Ah, è mia la violenza? Non degli altri su lei?
La signora Ignazia: Le ripeto che non voglio saper nulla.
Quella è la porta: via!
Verri: No. Questo non me lo deve dir lei.
La signora Ignazia: Glielo dirà anche mia figlia! E del
resto la padrona, a casa mia, sono io!
Dorina: Glielo diciamo noi tutte!
Verri: Non basta! Se la signorina è con me! Io sono qua
il solo che abbia intenzioni oneste!
Sarelli: Ma guarda, oneste!
Nardi: Qua non si fa nulla di male!
Verri: La signorina lo sa!
Pomàrici: Buffone!
Verri: Buffoni vojaltri!
Brandendo una seggiola: E guardatevi bene dall'intromettervi ancora, o finisce male ora
stesso!
Pometti (ai compagni): Via, via, andiamo, ritiriamoci!
Dorina: Ma no! Perché ?
Totina: Non ci lascerete sole! Non è mica lui il padrone
in casa nostra!
Verri: Non ti buttar malato, tu, Nardi, domani! Ci
rivedremo!
Nenè (rientrando, in grande ansia): Papà non è in
casa!
La signora Ignazia: Non è in casa?
Nenè: L'ho cercato da per tutto! Non si trova!
Dorina: Ma come? Non è rientrato?
Nenè: Non è rientrato!
Mommina: E dove sarà?
La signora Ignazia: Ancora fuori, a quest’ora?
Sarelli: Sarà tornato al Cabaret!
Pomàrici: Signora, noi ce n'andiamo.
La signora Ignazia: Ma no, aspettate...
Mangini: Per forza! Aspettate! Non posso mica venir via
cosí!
Totina: Ah già! Scusi. Non pensavo piú d'avere indosso la
sua divisa. Vado subito a levarmela.
Scappa via.
Pomàrici (a Mangini): Aspetta tu, che la signorina
te la ridia: noi intanto ce n'andiamo.
La signora Ignazia: Ma scusate, non vedo...
Verri: Vedono, vedono loro; se non vuole veder lei!
La signora Ignazia: Io torno a dirle che deve andar via
lei! non loro, ha capito?
Verri: No, signora: loro! Perché di fronte alla serietà
del mio proposito, sanno che ormai non c'è piú posto qua per il
loro indegno scherzo.
Pomàrici: Sí, sí, lo vedrai domani come scherziamo noi!
Verri: Non mi par l'ora di vederlo!
Mommina: Per carità, per carità, Verri!
Verri (fremendo): Lei non stia a pregar nessuno!
Mommina: No, non prego! Voglio dire soltanto che la colpa
è mia, che mi sono arresa! Non dovevo, sapendo che lei...
Nardi: ... da siciliano serio, non poteva piú stare allo
scherzo!
Sarelli: Ma non ci stiamo piú neanche noi, ora!
Verri (a Mommina, come Prima Attrice, uscendo
spontaneamente dalla sua parte, con la stizza del Primo Attore
tirato a dire quello che non vuole): Benissimo! È contenta?
Mommina: (da Prima Attrice, sconcertata): Di che?
Verri (come sopra): D'aver detto quello che non
doveva! Che c'entrava quest'incolparsi, cosí all'ultimo?
Mommina (c.s.): M'è venuto spontaneo...
Verri: E intanto ha fatto riprender ansa a costoro! Devo
essere io l'ultimo a gridare che l'hanno a che fare con me,
tutti quanti!
Mangini: Anch'io, cosí in veste da camera?
si scoscia goffamente per mettersi
in guardia: Pronto! Oplà!
Nenè e Dorina (ridendo e battendo le mani):
Benissimo! Bravissimo!
Verri (c.s. indignato): Ma che bravissimo!
Scempiaggini! Cosí si guasta tutta la scena! E non la finiamo
piú.
Il dottor Hinkfuss (sorgendo dalla sua poltrona):
Ma no, perché? Filava tutto cosí bene! Avanti, avanti!
Si comincia a sentir picchiare sempre piú forte, nell'interno,
in fondo, come all'uscio di strada.
Mangini (scusandosi): Mi trovo in veste da camera,
può anche venirmi di scherzare!
Nenè: Ma naturalmente!
Verri (sdegnoso, a Mangini): Vada a giocare alla
morra lei! Non venga qua a recitare!
Mommina: Se il signor... (dirà il nome del Primo Attore) vuol rappresentare lui solo la sua parte e noi niente, lo dica e
ce n'andiamo via tutti!
Verri: No, me ne vado io, invece, se gli altri vogliono
fare a modo loro e come loro accomoda; anche a sproposito.
La signora Ignazia: Ma è venuta cosí bene e opportuna,
santo cielo, quell'implorazione della signorina: «La colpa è
mia, che mi sono arresa!».
Pomàrici (a Verri): Oh sa, ci siamo infine anche
noi!
Sarelli: Dobbiamo vivere anche noi le nostre parti!
Nardi: Vuol fare bella figura lui solo! Ognuno deve dire
la sua!
Il dottor Hinkfuss (gridando): Basta! Basta! Si
prosegua la scena! Mi pare che sia proprio lei adesso, signor... (il nome del Primo Attore) a guastar tutto!
Verri: No, non io, prego! Io vorrei anzi che parlasse chi
deve, e mi rispondesse a tono!
Allude alla Prima Attrice.
Tre ore che mi batto a ripetere «la signorina lo sa! la
signorina lo sa!» e la signorina non trova una parola per
sostenermi! Sempre con codesto atteggiamento da vittima!
Mommina (esasperata, quasi fino a piangere): Ma
sono, sono la vittima! vittima delle mie sorelle, della casa, di
lei; vittima di tutti!
A questo punto, tra gli attori che parlano alla ribalta rivolti
al Dottor Hinkfuss, si fa largo il vecchio Attore Brillante,
ossia «Sampognetta», con un viso da morto, le mani insanguinate
sul ventre ferito di coltello, e insanguinati anche il panciotto
e i calzoni.
Sampognetta: Ma insomma, signor Direttore, io picchio,
picchio, picchio, cosí tutto insanguinato; ho le budella in
mano; devo venire a morir sulla scena, che non è facile per un
attore brillante; nessuno mi fa entrare; trovo qua lo
scompiglio; gli attori smontati; mancato l'effetto che mi
ripromettevo di cavar fuori dalla mia entrata, perché, pur cosí
grondante sangue e moribondo, sono anche ubriaco; domando a lei
come si rimedia adesso!
Il dottor Hinkfuss: Ma è subito fatto. S appoggi alla sua
chanteuse: dov'è?
La chanteuse: Sono qua.
Uno degli avventori del cabaret: E ci sono anch’io a
sorreggerlo.
Il dottor Hinkfuss: Va bene, lo sorregga!
Sampognetta: Avevo le scale da fare, portato in collo da
tutt'e due...
Il dottor Hinkfuss: Supponga d'averle fatte, santo Dio!
-
E voi tutti, a posto! E levate le disperazioni! - Possibile,
affogare cosí in un bicchier d'acqua?
Ritorna alla sua poltrona,
brontolando: Per uno sciocco puntiglio senza ragione!
Si riprende la scena.
Il signor Palmiro compare dal fondo, sostenuto dalla Chanteuse
da una parte e dall'Avventore del Cabaret dall'altra.
Subito appena la moglie e le figlie lo vedono, alzano le grida. Ma il vecchio Attore Brillante è smontato e le lascia sfogare
per un pezzo, con un sorriso di sopportazione sulle labbra e con
l'aria di dire: «Quando avrete finito voi, parlerò io». Alle
domande angosciose da cui è affollato, lascia che rispondano un
po' la Chanteuse, un po' l'Avventore del Cabaret, benché
vorrebbe che stessero zitti, in attesa della risposta vera che
si riserva di dar lui alla fine. Gli altri, nel vederselo
davanti con quell'aria scanzonata, non sanno dove voglia andare
a parare, e seguitano alla meglio le loro parti.
La signora Ignazia: Ah Dio, ch è stato?
Mommina: Papà! Papà mio!
Nenè: Ferito ?
Verri: Chi l'ha ferito?
Dorina: Dov’è ferito? Dove?
L’avventore: Al ventre!
Sarelli: Di coltello?
La chanteuse: Squarciato! Ha perduto per via tutto il
sangue!
Nardi: Ma chi è stato? Chi è stato?
Pometti: Al Cabaret ?
Mangini: Adagiatelo, per amor di Dio!
Pomàrici: Qua, qua sul divano!
La signora Ignazia (mentre la Chanteuse e l'Avventore
adagiano il signor Palmiro, sul divano): Era dunque tornato
al Cabaret?
Nenè: Ma non pensare al Cabaret, adesso, mammà!
Non vedi com'è?
La signora Ignazia: Eh, mi vedo entrare in casa... e
guarda, guarda là, come se la tiene stretta! - Chi è?
La chanteuse: Una donna, signora, che ha piú cuore di
lei!
L’avventore del cabaret: Pensi, signora, che suo marito,
qua, sta morendo!
Mommina: Ma com'è stato? Com’è stato?
L’avventore del cabaret: Ha voluto prendere le difese di
lei...
indica la Chanteuse.
La signora Ignazia (con un ghigno): - ecco eh già!
il cavaliere!
L’avventore del cabaret (seguitando):
- è nata
una lite... -
La chanteuse: - e quell’assassino... -
L’avventore del cabaret: - ha lasciato lei e s’è
rivoltato contro di lui!
Verri: Dica un po', l'hanno preso?
L’avventore del cabaret:. No, è fuggito, minacciando, col
coltello in mano
Nardi: Ma si sa almeno chi è?
L’avventore del cabaret:. (indicando la Chanteuse):
Lei lo sa bene...
Sarelli: Il suo amante ?
Chanteuse: Il mio carnefice. Il mio carnefice!
L’avventore del cabaret:. Voleva fare un macello!
Nenè: Ma bisogna mandar subito per un medico!
Sopravviene Totina ancora mezza discinta.
Totina: Ch'è stato? ch'è stato? Oh Dio, papà? Chi l'ha
ferito?
Mommina: Parla, parla di' almeno qualche cosa, papà!
Dorina: Perché ci guardi così?
Nenè: Guarda e sorride.
Totina: Ma dov'è stato? Com'è stato?
La signora Ignazia (a Totina): Al Cabaret!
Eh, non vedi?
Indica la Chanteuse.
Sfido!
Nenè: Un medico! Un medico! Non lo lasceremo morire
cosí...
Mommina: Chi corre, chi corre a chiamarlo?
Mangini: Andrei io, se non fossi cosí...
mostra la veste da camera.
Totina: Ah, già, vada, vada a prendere la sua divisa: è
di là.
Nenè: Lei, Sarelli, per carità!
Sarelli: Sí, sí, corro io, corro io.
Via, dal fondo, col Mangini.
Verri: Ma com'è che non dice nulla?
Allude al signor Palmiro.
Dovrebbe pur dire qualche cosa...
Totina: Papà! Papà!
Nenè: Seguita a guardare e a sorridere.
Mommina: Siamo qua tutte attorno a te, papà!
Verri: Possibile che voglia morire senza dir nulla?
Pomàrici: Comodo! Se ne sta h, né morto né vivo. Che
aspetta?
Nardi: Io non so piú che altro aggiungere! Sarelli è
corso per il medico, beato lui! e Mangini per la sua divisa...
La signora Ignazia (al marito): Parla! Parla! Non
sai dir nulla? Se avessi obbedito... pensato che avevi quattro
figliuole, a cui ora può anche venire a mancare il pane!
Nenè (dopo avere atteso un po', con tutti):
Niente. Eccolo là. Sorride.
Mommina: Non è naturale.
Dorina: Tu non puoi sorridere cosí, papà, guardando noi!
Ci siamo anche noi!
L’avventore del cabaret:. Forse perché ha bevuto un
po'...
Mommina: Non è naturale! Quand'uno ha bevuto, se ha il
vino triste, sta zitto: ma se fa tanto di mettersi a ridere,
parla! Non dovrebbe ridere allora!
La signora Ignazia: Si può sapere almeno perché sorridi
così.
Ancora una volta restano tutti sospesi in una breve pausa
d'attesa.
Sampognetta: Perché mi compiaccio di come siete tutti più
bravi ai me.
Verri (mentre gli altri si guardano negli occhi, d'un
tratto freddati nel loro giuoco): Ma che dice?
Sampognetta (rizzandosi a sedere sul divano):
Dico che io, cosí, senza sapere come sono entrato in casa, se nessuno è venuto
ad aprirmi, dopo aver tanto picchiato alla porta -
Il dottor Hinkfuss (levandosi dalla poltrona,
adiratissimo): Ancora? Daccapo?
Sampognetta:... non riesco a morire, signor Direttore; mi
viene da ridere, vedendo come tutti son bravi, e non riesco a
morire. La cameriera (si guarda in giro)
- dov'è? non la vedo - doveva correre ad annunziare: «Oh, Dio,
il padrone! oh Dio, il padrone! lo portano su ferito!».
Il dottor Hinkfuss: Ma che va piú contando adesso? Non
s'era già data per avvenuta la sua entrata in casa?
Sampognetta: E allora, scusi, tanto vale che mi dia anche
per morto e non se ne parli piú.
Il dottor Hinkfuss: Nient’affatto! Lei deve parlare, far
la scena, morire!
Sampognetta: E va bene! Ecco fatta la scena:
s'abbandona sul divano sono morto!
Il dottor Hinkfuss: Ma non cosí!
Sampognetta (sorgendo in piedi e venendo avanti):
Caro signor Direttore, venga su e finisca d'ammazzarmi lei, che
vuole che le dica? le ripeto che cosí, da me, io non riesco a
morire. Non sono mica una fisarmonica, scusi, che s'allarga e si
stringe e, a pigiar sui tasti, vien fuori la sonatina.
Il dottor Hinkfuss: Ma i suoi
compagni -
Sampognetta (pronto): - sono piú bravi di me; l’ho
detto e me ne sono compiaciuto. Io non posso. Per me l'entrata
era tutto. Lei l'ha voluta saltare... Avevo bisogno, per
montarmi, di quel grido della cameriera. E la Morte doveva
entrare con me, presentarsi qua tra la baldoria svergognata di
questa mia casa: la Morte ubriaca, com'avevamo stabilito:
ubriaca d'un vino che s'era fatto sangue. E dovevo parlare, sí,
lo so; attaccare io a parlare tra l'orrore di tutti - io -
prendendo coraggio dal vino e dal sangue, appeso a questa donna (si tira accanto la Chanteuse e le s'appende con un braccio al
collo) - cosí! - e dir parole insensate, sconnesse e terribili, per
quella moglie, per le mie figliuole, e anche per questi giovani,
a cui dovevo dimostrare che se ho fatto la figura del grullo è
perché loro sono stati cattivi: cattiva moglie, cattive
figliuole, cattivi amici; e non io grullo, no; io solo, buono; e
loro, cattivi; io solo, intelligente; e loro stupidi; io, nella
mia ingenuità; ed essi, nella loro bestialità perversa; sí, sí;
arrabbiandosi, come se qualcuno lo
contraddicesse: intelligente, intelligente, come sono intelligenti i bambini
(non tutti; quelli che crescono tristi tra la bestialità dei
grandi): Ma dovevo dir queste cose da ubriaco, in delirio; e passarmi le mani
insanguinate sulla faccia - cosí - e
sporcarmela di sangue - domanda ai compagni: - s'è sporcata?
e come quelli gli fanno cenno di sí:
- bene -
e riattacca: - e atterrirvi e farvi piangere
- ma piangere davvero - col
fiato che non trovo piú, appuntando le labbra cosí -
si prova a formare un fischio che non viene: fhhh, fhhh
- per fare la mia ultima fischiatina; e poi, ecco
chiama a sé l'Avventore del Cabaret:
- vieni qua anche tu -
gli s'appende al collo con l'altro
braccio: cosí - tra voi due - ma piú accosto a te, bella mia - come fanno
presto gli uccellini - chinare il capo - e morire.
China il capo sul seno della Chanteuse; allenta poco dopo le
braccia; casca a terra, morto.
La chanteuse: Oh Dio, (cerca di sostenerlo, ma poi lo lascia andare) è morto! è morto!
Mommina: (buttandosi su lui): Papà, papà mio, papà
mio... E si mette a piangere davvero.
Quest'impeto di vera
commozione nella Prima Attrice provoca la commozione anche nelle
altre attrici, che si buttano a piangere sinceramente anche
loro.
E allora il Dottor Hinkfuss sorge a gridare:
Il dottor Hinkfuss: Benissimo! Spegnere il quadro!
Spegnere il quadro! - Bujo!
Si fa bujo.
Il dottor Hinkfuss: Via tutti!
- Le quattro sorelle e la madre, attorno alla tavola
della sala da pranzo - sei giorni dopo - spento il salotto, luce
alla lampada della sala da pranzo!
Mommina (nel bujo): Ma signor Direttore, dobbiamo
andare a vestirci di nero.
Il dottor Hinkfuss: Ah già! Di nero. Doveva abbassarsi il
sipario dopo la morte. Non importa. Andate a vestirvi di nero.
E
s'abbassi il sipario. Luce alla sala!
Il sipario è abbassato.
Si ridà luce alla sala.
Il Dottor Hinkfuss sorride, dolente.
Il dottor Hinkfuss: L'effetto è in parte mancato; ma prometto che s'otterrà domani
sera, potentissimo. Capita, anche nella vita, signori, che un
effetto preparato con diligenza, e su cui contavamo, venga sul
meglio a mancare e seguano naturalmente i rimproveri alla
moglie, alle figliuole: «Tu dovevi far questo» e «Tu
dovevi dire così!». È vero che qui era un caso di morte.
Peccato, che il mio bravo... (dirà il nome dell'Attore Brillante) si sia cosí impuntato sulla sua entrata! Ma l'attore è valente;
saprà certo domani sera disimpegnarsi di questa scena a
maraviglia. Scena capitale, signori, per le conseguenze che
porta. L'ho trovata io; nella novella non c'è; e son certo anzi
che l'autore non l'avrebbe mai messa, anche per uno scrupolo
ch'io non avevo motivo di rispettare: di non ribadire, cioè, la
credenza, molto diffusa, che in Sicilia si faccia tant'uso del
coltello. Se l'idea di far morire il personaggio gli fosse
venuta, l'avrebbe forse fatto morire d'una sincope o d'altro
accidente. Ma voi vedete che altro effetto teatrale consegue una
morte come io l'ho immaginata, col vino e il sangue e un braccio
al collo di quella chanteuse. Il personaggio deve morire;
la famiglia piombare per questa morte nella miseria; senza
queste condizioni non mi par naturale che la figlia Mommina
possa consentire a sposar Rico Verri, quell'energumeno, e
resistere alle persuasioni contrarie della madre e delle
sorelle, le quali han già chiesto informazioni nella vicina
città sulla costa meridionale dell'Isola e saputo ch'egli è, sí,
d'agiata famiglia, ma che il padre ha fama in paese d'usurajo e
di uomo cosí geloso che in pochi anni fece morir la moglie di
crepacuore. Come non si figura questa benedetta ragazza la sorte
che l'attende? i patti, i patti a cui Rico Verri, sposandola per
la picca di spuntarla contro quei suoi compagni ufficiali, si
sarà arreso con quel padre geloso e usurajo, e quali altri patti
avrà con se stesso stabiliti, non solo per compensarsi del
sacrifizio che gli costa quel puntiglio, ma anche per rialzarsi
di fronte ai suoi compaesani a cui è ben nota la fama che gode
la famiglia della moglie? Chi sa come le farà scontare i piaceri
che ha potuto darle la vita come finora l'ha vissuta in casa,
con la sua mamma e le sue sorelle! Persuasioni, come vedete,
validissime.
La mia eccellentissima Prima Attrice, signorina...
(dirà il nome della Prima Attrice) non è veramente del mio parere. Mommina è per lei la piú saggia
delle quattro sorelle, la sacrificata, colei che ha sempre
preparati per gli altri i divertimenti e non ne ha mai goduto se
non a costo di fatiche, di veglie, di tormentosi pensieri; il
peso della famiglia è tutto addosso a lei; e capisce tante cose,
e prima di tutto che gli anni passano; e che il padre, con tutto
quel disordine in casa, non ha potuto mettere nulla da parte;
che nessun giovine del paese si prenderà mai in moglie qualcuna
di loro; mentre il Verri, eh il Verri farà per lei, non uno, ma
tre duelli con quegli ufficiali che subito, al primo colpo della
sventura, si sono tutti squagliati: la passione dei melodrammi,
in fondo, ce l'ha anche lei in comune con le sorelle: Raul,
Ernani, don Alvaro...
« né toglier mi potrò
l'immagin sua dal cuor...»
tiene duro, e lo sposa.
Il Dottor Hinkfuss ha parlato, parlato per dar tempo alle
attrici di rivestirsi di nero; ora non ne può piú: ha uno scatto; scosta un poco
un'ala del sipario e grida dentro:
Il dottor Hinkfuss: Ma insomma, questo gong? Possibile che non siano ancora pronte
le signore attrici?
E aggiunge, fingendo di parlare con
qualcuno dietro il sipario: No? - Che altro c'è? - Che? Non vogliono piú recitare?
- Come
sarebbe a dire? - Col pubblico che aspetta? - Venga, venga
avanti!
Si presenta il Segretario del Dottor Hinkfuss, tutto imbarazzato
e smarrito.
Il segretario: Mah, dicono...
Il dottor Hinkfuss: Che dicono?
Il primo attore (dietro il sipario, al Segretario):
Parli, parli forte, gridi le nostre ragioni!
Il dottor Hinkfuss: Ah, ancora il signor...?
dirà il nome del Primo Attore; ma verranno fuori del sipario
anche gli altri attori e attrici, a cominciare dalla
Caratterista che si toglierà la parrucca davanti al pubblico,
come l'Attore Brillante.
Il Primo Attore si sarà spogliato della
divisa militare.
L’attrice caratterista: No no, siamo tutti, siamo tutti,
signor Direttore!
La prima attrice: Cosí è impossibile andare avanti!
Gli altri: Impossibile! Impossibile!
L’attore brillante: Io ho
finito la mia parte, ma eccomi qua -
Il dottor Hinkfuss: Si può sapere, in nome di Dio, che
altro è successo?
Viene fuori, tranquilla, con effetto di doccia fredda, la fine
della frase dell'Attore Brillante:
L’attore brillante: - solidale coi miei colleghi!
Il dottor Hinkfuss: Solidale? Che significa?
L’attore brillante: Che ce n andiamo via tutti, signor
Direttore!
Il dottor Hinkfuss: Ve n’andate? Dove?
Alcuni: Via! Via!
Il primo attore: Se non se ne va via lei!
Altri: O via lei, o via noi!
Il dottor Hinkfuss: Via io? Come osate? A me, una simile
intimazione?
Gli attori: - E allora, via noi!
- Ma sí, via! via! -
Finiamo di far le marionette! - Andiamo, andiamo via!
E si muovono concitatamente.
Il dottor Hinkfuss (parandoli): Dove? Siete matti?
Qua c'è il pubblico che ha pagato! Che volete farvene, del
pubblico?
L’attore brillante: Lo decida lei! Noi le diciamo: O via
lei, o via noi!
Il dottor Hinkfuss: Io torno a domandarvi che altro è
successo?
Il primo attore: Che altro? Le par dunque poco quel ch'è
successo?
Il dottor Hinkfuss: Ma non s era già tutto rimediato?
L’attore brillante: Come, rimediato?
L’attrice caratterista: Lei
pretende che si reciti a soggetto -
Il dottor Hinkfuss: per come v’eravate impegnati!
L’attore brillante: Ah, ma non
cosí, scusi, saltando le scene, comandando a bacchetta di morire -
L’attrice caratterista: - con la scena ripresa a mezzo e
a freddo!
La prima attrice: Non si trovano piú le parole
Il primo attore: - ecco! come gli ho detto io in
principio! - le parole bisogna che nascano!
La prima attrice: Ma è stato pur lei il primo, scusi, a
non rispettare quelle che m'erano nate da un moto spontaneo!
Il primo attore: Ha ragione, sí! Ma la colpa non è mia!
Pomàrici: Già, ha cominciato proprio lui!
Il primo attore: Mi lasci dire! Non è mia la colpa: è di
lui!
indica il Dottor Hinkfuss.
Il dottor Hinkfuss: Mia? come, mia? Perché?
Il primo attore: Perché è qua tra noi, col suo maledetto
teatro che Dio lo sprofondi!
Il dottor Hinkfuss: Mio teatro? Ma siete ammattiti? Dove
siamo? Non siamo a teatro?
Il primo attore: Siamo a
teatro? Bene! Ci dia allora le parti da recitare -
La prima attrice: - atto per
atto, scena per scena -
Nenè: - le battute scritte,
parola per parola -
L’attore brillante: - e tagli, allora, sí, finché vuole;
e ci faccia saltare, come vuole; ma a un punto segnato e
stabilito avanti!
Il primo attore: Lei prima scatena in noi la vita
La prima attrice: - con tanta furia di passioni
L’attrice caratterista: - più
si parla, più ci si monta, sa!-
Nenè: - siamo tutte in
subbuglio! -
La prima attrice: - tutte un fremito!
Totina (indicando il Primo Attore):
- io l'amrnazzerei! -
Dorina: - prepotente, che viene a dettar legge in casa
nostra!
Il dottor Hinkfuss: Ma tanto meglio, tanto meglio cosí!
Il primo attore: Che tanto
meglio, se poi pretende insieme che si stia attenti alla scena -
L’attore brillante: - che non
venga a mancare quel tale effetto -
Il primo attore: - perché siamo a teatro! - Come vuole
che pensiamo piú al suo teatro noi, se dobbiamo vivere? Vede che
n'è seguíto? che ho pensato anch'io per un momento alla scena da
finire come voleva lei, con l'ultima battuta per me e me la son
presa a torto con la signorina (indica la Prima Attrice) che aveva
ragione, sí, ragione, di pregare in quel punto -
La prima attrice: - ho pregato per lei!
Il primo attore: - ma sí, perfettamente
all’attore che ha fatto la parte di Mangini: come lei di scherzare con quella veste da camera
- e le chiedo
scusa: lo sciocco sono stato io che ho badato a lui.
indica il Dottor Hinkfuss.
Il dottor Hinkfuss: Badi come parla, sa!
Il primo attore (lo scarta, e si rivolge di nuovo,
con foga, alla Prima Attrice): Non mi frastorni adesso! - Lei
è veramente la vittima; vedo, sento che è piena della sua parte
com'io della mia; soffro, a vedermela davanti
le prende la faccia tra le mani: con questi occhi, con questa bocca, tutte le pene dell'inferno;
lei trema, muore di paura sotto le mie mani: qua c'è il pubblico
che non si può mandar via; teatro no, non possiamo piú, né io né
lei, metterci a fare adesso il solito teatro; ma come lei grida
la sua disperazione e il suo martirio, ho anch'io da gridare la
mia passione, quella che mi fa commettere il delitto: bene: sia
qua, come un tribunale che ci senta e ci giudichi!
Di scatto, rivolgendosi al Dottor Hinkfuss: Ma bisogna che lei se ne vada!
Il dottor Hinkfuss (sbalordito): Io ?
Il primo attore: - sí - e che ci lasci soli! noi due
soli!
Nenè: Benissimo!
L’attrice caratterista: A fare come sentono!
L’attore brillante: Ciò che nasce in loro - benissimo!
Tutti gli altri (spingendo il Dottor Hinkfuss giú dal
palcoscenico): Sí, sí, se ne vada! se ne vada!
Il dottor Hinkfuss: Mi cacciate via dal mio teatro?
L’attore brillante: Non c è piú bisogno di lei!
Tutti gli altri (spingendolo ora per il corridojo):
Vada via! Vada via!
Il dottor Hinkfuss: Questa è una soperchieria inaudita!
Volete fare il tribunale?
Il primo attore: Il vero teatro!
L’attore brillante: Quello che lei butta all aria ogni
sera, per far che ogni scena sia per gli occhi soltanto uno
spettacolo!
L’attrice caratterista: Quando si vive una passione, ecco
il vero teatro; e basta allora un cartellino!
La prima attrice: Non si può scherzare con le passioni!
Il primo attore: Manomettere tutto per ottenere un
effetto, lo può fare soltanto con le farsette!
Tutti gli altri: Via! Via!
Il dottor Hinkfuss: Io sono il vostro direttore!
Il primo attore: La vita che nasce non la comanda
nessuno!
L’attrice caratterista: Le deve obbedire lo stesso
scrittore!
La prima attrice: Ecco, obbedire, obbedire!
L’attore brillante: E via chi vuol comandare!
Tutti gli altri: Via! Via!
Il dottor Hinkfuss (con le spalle alla porta
d'ingresso della sala): Protesterò! È uno scandalo! Sono il
vostro diret...
È spinto fuori della sala.
Intanto, il sipario è stato riaperto,
sul palcoscenico sgombro e bujo; il Segretario del Dottor
Hinkfuss, gli apparatori, gli elettricisti, tutto il personale
di scena è venuto ad assistere allo straordinario spettacolo del
Direttore del teatro cacciato via dai suoi attori.
Il primo attore (alla Prima Attrice, invitandola a
ritornare sul palcoscenico): Andiamo, andiamo, ritorniamo
su, presto!
L’attrice caratterista: Faremo tutto da noi!
Il primo attore: Non ci sarà bisogno di nulla!
Pomàrici: Metteremo su da noi
le scene -
L’attore brillante: - bravi! e governerò io le luci!
L’attrice caratterista: No, meglio cosí, tutto sgombro e
bujo! meglio cosí!
Il primo attore: Appena tanto di luce da isolare in
questo nero le figure!
La prima attrice: E senza la scena ?
L’attrice caratterista: Non importa la scena!
La prima attrice: Nemmeno le pareti della mia carcere?
Il primo attore: Sí; ma che s'intravvedano appena
- là -
un momento; se lei le tocca; e poi basta: bujo; da far capire,
insomma, che non è piú lei, la scena, quella che comanda!
L’attrice caratterista: Basta che tu ti ci senta, figlia,
dentro la tua carcere; apparirà, la vedranno tutti, come se
l'avessi attorno!
La prima attrice: Ma bisogna che mi faccia almeno un po'
il viso...
L’attrice caratterista: Aspetta! Ho un’idea! un’idea!
A un servo di scena: Qua una sedia, subito!
La prima attrice: Che idea?
L’attrice caratterista: Vedrai!
Agli attori: Voi intanto preparate, preparate, ma solo quel poco di cui non
si può fare a meno. Le sedioline delle due bimbe. E vedere se
sono di là, già pronte.
Il servo di scena porta la sedia.
La prima attrice: Io dicevo, farmi la faccia...
L’attrice caratterista (dandole la sedia): Sí,
siedi qua, figlia mia.
La prima attrice: (perplessa, come smarrita): Qua?
L’attrice caratterista: Sí, qua, qua! e sentirai che
strazio! - Corri, Nenè, va' a prendere la scatola del trucco,
una tovaglietta... - Oh, badate! Con le camicine lunghe da
notte, le bimbe!
La prima attrice: Ma che volete fare ? come ?
L’attrice caratterista: Lascia che ci pensiamo noi, io
tua madre, e le tue sorelle: te la faremo noi la faccia! - Va',
Nenè.
Totina: Prendi anche uno specchio!
La prima attrice: Ma anche I abito, allora!
Dorina (a Nenè che già corre verso i camerini):
Anche l'abito! anche l'abito!
La prima attrice: La gonna e la casacca; nel mio
camerino!
Nenè fa cenno di sí col capo, e via per la sinistra.
L’attrice caratterista: Dev'essere strazio nostro,
capisci? mio, di tua madre che sa che cos'è la vecchiaja - prima del tempo,
figlia, invecchiarti -
Totina: - e di noi che t'abbiamo ajutato a farti bella
- ora, farti brutta -
Dorina: - sciuparti -
La prima attrice: - darmi la
condanna d aver voluto quell'uomo?-
L’attrice caratterista: - sí,
ma con strazio, con strazio, la condanna-
Totina: - d'esserti staccata da
noi -
La prima attrice: - ma non crediate per paura della
miseria che ci attendeva, morto nostro padre - no! -
Dorina: - e perché, allora? per amore? ma davvero t'eri
potuta innamorare d'un mostro come quello?
La prima attrice: - no; per
gratitudine -
Totina: - di che ? -
La prima attrice: - d’aver creduto
- lui solo - con tutto lo scandalo che s'era seminato -
Totina: - che una di noi si potesse ancora sposare?
Dorina: - sí, gran guadagno
sposarlo! -
L’attrice caratterista: - che te n è venuto?
- Ora - ora
lo vedrai!
Nenè (ritornando con la scatola del trucco, uno
specchio, una tovaglietta, la gonna e la casacca): Ecco qua
tutto! Non trovavo...
L’attrice caratterista: A me! a me!
Apre la scatola e comincia a truccare Mommina.
Alza la faccia. Oh figlia, figlia mia, sai quanti ancora dicono
nel paese, come si dice d'una morta: «bella giovine che era! e
il cuore che aveva!» - Spenta ora - cosí, ecco... cosí... cosí... la faccia, di
chi non batte piú l'aria, né vede piú il sole -
Totina: - e le borse agli
occhi, le borse agli occhi, ora -
L’attrice caratterista: - sí - ecco
- cosí -
Dorina: - non molto! -
Nenè: - ma no, anzi
molto, molto-
Totina: - gli occhi di
chi morrà di crepacuore! -
Nenè: - e ora, qua su le tempie
i capelli -
L’attrice caratterista: - sí sí
-
Dorina: - non bianchi! non bianchi!
Nenè: - no, non bianchi -
La prima attrice: - cara mia Dorina...
Totina: - ecco - bene - cosí...
- a poco piú di trent'anni -
L’attrice caratterista: - impolverati di vecchiaja!
-
La prima attrice: - non vorrà piú nemmeno che me li
pettini, i capelli!
L’attrice caratterista (scompigliandoglieli):
- e
allora, aspetta: cosí... cosí...
Nenè (porgendole lo specchio): E ora guardati!
La prima attrice (subito allontanando con ambo le
mani lo specchio): No! Li ha tolti via, via tutti gli specchi
dalla casa. Sai dove mi son potuta ancora guardare? come
un'ombra nei vetri, o deformata nel tremolare dell'acqua in una
conca - e son rimasta allibita!
L’attrice caratterista: Aspetta, la bocca! la bocca!
La prima attrice: Sí - via tutto il rosso: non ho piú
sangue nelle vene...
Totina: E le pieghe, le pieghe agli angoli...
La prima attrice: Anche qualche dente, a trent'anni, può
essermi caduto...
Dorina (in un impeto di commozione, abbracciandola):
No no, Mommina mia, no, no!
Nenè (quasi irosa, presa anche lei dalla commozione,
scostando Dorina): Via il busto! Via il busto! Svestiamola!
L’attrice caratterista: No; soprammesse, soprammesse la
gonna e la casacca!
Totina: Sí, benissimo; per parer piú goffa!
L’attrice caratterista: Ti
scivoleranno le spalle, dietro, come a me vecchia-
Dorina: - ansante, andrai per
casa -
La prima attrice:, -
imbalordita dal dolore -
L’attrice caratterista: -
strascicando i piedi -
Nenè: - carne inerte -
Ciascuna, dicendo la sua ultima battuta, si ritrarrà nel bujo, a
destra.
La Prima Attrice, rimasta sola, fra le tre nude pareti
della sua carcere che, durante la truccatura e la vestizione,
saranno state drizzate nel bujo della scena, verrà con la fronte
a battere prima su quella di destra, poi su quella di fondo, poi
su quella di sinistra.
Al tocco della fronte, la parete si farà
per un attimo visibile per un tagliente colpo di luce dall'alto,
come un freddo guizzo di lampo, e tornerà a scomparire nel buio.
La prima attrice (con lugubre cadenza, crescendo di
profonda intensità, picchiando alle tre pareti la fronte, come
in una gabbia una bestia impazzita): Questo è muro! - Questo
è muro! - Questo è muro!
E andrà a sedere su la sedia con l’aria e l'atteggiamento di
un'insensata.
Resterà un pezzo cosí.
Da destra dove si son
ritratte nel buio la madre e le sorelle, sorgerà da quel bujo
una voce: la voce della madre che dirà, come se leggesse una
storia in un libro:
L’attrice caratterista: « - Fu imprigionata nella piú
alta casa del paese. Serrata la porta, serrate tutte le
finestre, vetrate e persiane: una sola, piccola, aperta alla
vista della lontana campagna e del mare lontano. Di quel paese,
alto sul colle, non poteva vedere altro che i tetti delle case,
i campanili delle chiese: tetti, tetti che sgrondavano chi piú e
chi meno, tesi in tanti ripiani, tegole, tegole, nient'altro che
tegole. Ma solo la sera poteva affacciarsi a prendere un po'
d'aria a quella finestra. »
Nella parete di fondo si fa trasparente una piccola finestra,
come velata e lontana, da cui traspare un blando chiarore
lunare.
Nenè (dal bujo, piano, contenta, con tono di
maraviglia infantile, mentre da lontano lontano s'udrà un suono
fievole, come d'una serenata remota): Uh, la finestra,
guarda, davvero la finestra...
L’attore brillante (piano, dal bujo anche lui):
Eh, c'era; ma chi l'ha illuminata?
Dorina: Zitti!
La prigioniera è rimasta immobile.
La madre ripiglia a dire,
sempre come se leggesse:
L’attrice caratterista: «Tutti quei tetti, come tanti
dadi neri, le vaneggiavano sotto, nel chiarore che sfumava dai
lumi delle strade anguste del paese in pendio; udiva nel
silenzio profondo delle viuzze piú prossime qualche rumor di
passi che facevano l'eco; la voce di qualche donna che forse
aspettava come lei l'abbajare d'un cane e, con piú angoscia, il
suono dell'ora dal campanile della chiesa piú vicina. Ma perché séguita a misurare il tempo quell'orologio? A chi
segna le ore? Tutto è morto e vano.
Dopo una pausa, si sentono cinque tocchi di campana, velati,
lontani. Le ore.
Compare, fosco, Rico Verri. Rincasa adesso. Ha
il cappello in capo; il bavero del soprabito alzato, una sciarpa
al collo. Guarda la moglie, là sempre immobile sulla sedia; poi
guarda, sospettoso, la finestra.
Verri: Che stai a far lí?
Mommina: Niente. T’aspettavo.
Verri: Eri alla finestra?
Mommina: No.
Verri: Ci stai ogni sera.
Mommina: Questa sera, no.
Verri (dopo aver buttato su una sedia il soprabito,
il cappello, la sciarpa): Non ti stanchi mai di pensare?
Mommina: Non penso nulla.
Verri: Le bambine sono a letto?
Mommina: Dove vuoi che siano, a quest'ora?
Verri: Te lo domando per richiamarti all'unico pensiero
che dovresti avere: quello di loro.
Mommina: Ho pensato a loro tutta la giornata.
Verri: E ora a che pensi?
Mommina (comprendendo la ragione per cui con tanta
insistenza le rivolge quella domanda, prima lo guarda con
sdegno, poi, rimettendosi nell'atteggiamento d'apatica
immobilità, gli risponde): D'andare a buttare a letto questa
mia carne sfatta.
Verri: Non è vero! Voglio sapere a che pensi! A che hai
pensato tutto questo tempo; aspettandomi?
Pausa d'attesa, poiché lei non risponde.
Non rispondi? Eh sfido! Non me lo puoi dire!
Altra pausa.
Dunque confessi?
Mommina: Che confesso ?
Verri: Che pensi a cose che non mi puoi dire!
Mommina: Te l'ho detto, a che penso: d'andare a dormire.
Verri: Con questi occhi, a dormire? con questa voce...?
Vuoi dire, a sognare!
Mommina: Non sogno.
Verri: Non è vero! Sogniamo tutti. Non è possibile,
dormendo, non sognare.
Mommina: Io non sogno.
Verri: Tu mentisci! Ti dico che non è possibile.
Mommina: E allora sogno; come vuoi tu
Verri: Sogni, eh?... Sogni... Sogni, e ti vendichi!
-Pensi e ti vendichi! - Che sogni? dimmi che sogni!
Mommina: Non lo so.
Verri: Come non lo sai?
Mommina: Non lo so. Lo dici tu che sogno. Tanto greve e
il mio corpo e tanto stanca mi sento, che cado, appena a letto,
in un sonno di piombo. Non so piú che voglia dire sognare. Se
sogno e, svegliandomi, non ricordo piú i sogni che ho fatto, mi
pare che sia lo stesso che non aver sognato. E forse è Dio che
m'ajuta cosí!
Verri: Dio? T'ajuta Dio?
Mommina: Sí, a farmi sopportare questa vita, che aprendo
gli occhi mi parrebbe piú atroce, se per poco nel sogno mi fossi
illusa d'averne un'altra! Ma lo capisci, lo capisci, che vuoi da
me? Tu morta mi vuoi; morta che non pensi piú; che non sogni
piú... E ancora ancora, pensare, può dipendere dalla volontà; ma
sognare (se sognassi) sarebbe senza volerlo, dormendo; come
potresti impedirmelo?
Verri (smaniando, agitandosi, lui, adesso, come una
belva in gabbia): E questo! E questo! E questo! Serro porte e
finestre, metto sbarre e spranghe, e che mi vale se è qua, qua
dentro la stessa carcere, il tradimento? qua in lei, dentro di
lei, in questa sua carne morta - vivo - vivo - il tradimento -
se pensa, se sogna, se ricorda? Mi sta davanti; mi guarda -
posso spaccarle la testa per vederle dentro, ciò che pensa? Glielo domando; mi risponde: «niente»; e intanto pensa intanto
sogna, ricorda, sotto i miei stessi occhi, guardando me, e forse
avendo un altro, dentro, nel suo ricordo come posso saperlo?
come posso vederlo?
Mommina: Ma che vuoi che abbia piú dentro, se non sono
più niente, non mi vedi? neanche un'altra, piú niente! Con
l'anima spenta, che vuoi che ricordi piú?
Verri: Non dire cosí! Non dire cosí! Lo sai che è peggio
quando dici cosí!
Mommina: Ebbene, no, non lo dico, non lo dico, stai
tranquillo!
Verri: Anche se t'accecassi, ciò che i tuoi occhi hanno
veduto, i ricordi, i ricordi che hai qua negli occhi, ti
resterebbero nella mente; e se ti strappassi le labbra, queste
labbra che hanno baciato, il piacere, il piacere, il sapore che
hanno provato baciando, seguiteresti sempre a provarlo, dentro
di te, ricordando, fino a morirne, fino a morirne di questo
piacere! Non puoi negare; se neghi, mentisci; tu non puoi altro
che piangere e spaventarti di quello ch'io soffro insieme con
te, del male che hai fatto, che ti hanno indotto a fare tua
madre e le tue sorelle; non lo puoi negare; l'hai fatto, l'hai
fatto, questo male; e lo sai, lo vedi ch'io ne soffro, ne soffro
fino a diventarne pazzo; senza colpa, per la sola pazzia che ho
commessa, d'averti sposata.
Mommina: Pazzia, sí, pazzia; e sapendo com'eri, non
dovevi commetterla...
Verri: Com'ero io? ah sí? com'ero io, dici? Sapendo
com'eri tu, dovresti dire: la vita che avevi fatta con tua madre
e le tue sorelle!
Mommina: Sí, sí, anche questo,
anche questo! Ma pensa che t'accorgesti pure ch'io
non approvavo la vita che si viveva a casa mia -
Verri: - se l'hai vissuta anche
tu! -
Mommina: - per forza! ero là -
Verri: - e solo quando
conoscesti me, non l'approvasti piú -
Mommina: - no, anche prima, anche prima!
- tant'è vero
che tu stesso mi credesti migliore - non ti dico questo per me, per accusare gli
altri e scusare me, no; lo dico per te, perché tu abbia pietà, non di me, non di
me, se per te è come una soddisfazione non averne, o anche mostrare agli altri
di non averne; sii crudele, sii crudele con me; ma abbi pietà almeno di te
stesso pensando che mi credesti migliore; che pure tra quella vita credesti di
potermi amare -
Verri: - tanto che ti sposai! - certo, che ti credetti
migliore! - e con questo? - che pietà di me? - se penso che
t'amai, che potei amarti là tra la vita che avevi vissuto... -
che pietà?
Mommina: - ma sí - riconoscendo che c'era almeno in me
tanto da scusarti in parte della pazzia commessa d'averrni
sposata, ecco - lo dico per te!
Verri: E non è peggio? Cancello forse con questo la vita
che facesti prima che io m'innamorassi di te? L'averti sposata
perché eri migliore non può scusare la mia pazzia, anzi
l'aggrava, perché piú grave, tanto piú grave diventa il male di
quella tua vita, quanto piú tu eri migliore. Te n'ho ritratta io
da quel male, ma pigliandomelo tutto, insieme con te, e
portandomelo a casa, qua in prigione, per scontarlo insieme con
te, come se lo avessi commesso anch'io; e sentendomene divorare,
sempre vivo, mantenuto sempre vivo da quello che so di tua madre
e delle tue sorelle!
Mommina: Io non ne so piú nulla!
Nenè (dal bujo, insorgendo): Oh vile! Adesso le
parla di noi!
Verri (gridando, terribile): Silenzio! Voi qua non
ci siete!
La signora Ignazia (venendo verso la parete, dal bujo):
Belva, belva, te la tieni addentata, lí dentro la gabbia, a
dilaniarla.
Verri (toccando la parete due volte con la mano, e
due volte, al tocco, rendendola visibile): Questo è muro!
Questo è muro! - Voi non ci siete!
Totina (venendo anche lei, con le altre verso la
parete, aggressiva): E te n'approfitti, vile, per dirle
vituperii di noi?
Dorina: Eravamo alla fame, Mommina!
Nenè: Avevamo toccato I ultimo fondo!
Verri: E come ve ne siete rialzate?
La signora Ignazia: Canaglia! Osi rinfacciarlo, tu che la
stai facendo morire disperata!
Nenè: Noi godiarno!
Verri: Vi siete vendute! Disonorate!
Totina: E l'onore che le hai conservato, come glielo stai
facendo scontare?
Dorina: La mamma ora sta bene, Mommina! Vedessi come sta
bene! Com'è vestita! che bella pelliccia di castoro!
La signora Ignazia: Merito di Totina, sai! divenuta una
grande cantante!
Dorina: Totina La Croce!
Nenè: Tutti i teatri la vogliono!
La signora Ignazia: Feste! Trionfi!
Verri: E il disonore!
Nenè: Viva il disonore! se l'onore è questo che tu dài a
tua moglie!
Mommina (subito, con impeto d'affetto e di pietà, al
marito che s'accascia con le mani sulla testa): No, no, non
lo dico io, questo, non lo dico io; non rimpiango nulla io...
Verri: Vogliono farmi condannare...
Mommina: No, no, io sento che tu lo devi gridare, lo devi
gridare per sfogo, tutto il tuo tormento!
Verri: Me lo tengono acceso loro! Se tu sapessi lo
scandalo che seguitano a dare! Ne parlano tutti in paese, e
figurati la mia faccia... La vittoria che hanno ottenuto le ha
sfrenate, le ha rese piú spudorate...
Mommina: Anche Dorina ?
Verri: Tutte! Anche Dorina; ma
specialmente quella Nenè. Fa la cocotte, -
Mommina si copre la faccia.
- sí, sí - pubblica!
Mommina: E Totina s'è messa a cantare?
Verri: Già, nei teatri - (di provincia, s'intende)
- dove
lo scandalo diventa piú grosso, con quella madre e le sorelle...
Mommina: Se le porta dietro?
Verri: Dietro, tutte, in baldoria !
- Che cos'è ? Ti
infiammi ?
Mommina: No... Vengo a saperlo adesso... Non ne sapevo
nulla...
Verri: E ti senti tutta rimescolare? Il teatro, eh?
Quando cantavi anche tu... Con la bella voce! La piú bella voce
era la tua! Pensa che altra vita! Cantare, in un gran teatro... La tua passione, cantare... Lumi, splendori, delirii...
Mommina: Ma no...
Verri: Non dire di no! Lo stai pensando!
Mommina: Ti dico di no!
Verri: Come no? Se fossi rimasta con loro... fuori di
qua... Che altra vita sarebbe la tua... invece di questa...
Mommina: Ma me lo fai pensar tu! Che vuoi che pensi piú
io, ridotta come sono?
Verri: Ti piglia l'affanno?
Mommina: Ho il cuore che mi salta in gola...
Verri: Eh sfido! Ecco qua, l'affanno...
Mommina: Tu vuoi farmi morire!
Verri: Io? Le tue sorelle, quella che fosti, il tuo
passato che ti si sommuove tutto dentro e ti fa saltare il cuore
in gola!
Mommina (ansimando, con le mani al petto): Per
carità... te ne scongiuro... non respiro piú...
Verri: Ma lo vedi ch'è vero, lo vedi ch'è vero quello che
ti dico?
Mommina: Abbi compassione...
Verri: Quella che fosti - gli stessi pensieri, gli stessi
sentimenti - li credevi cancellati in te, spenti? non è vero! Il piú piccolo richiamo - e rieccoli in te, vivi,
quegli stessi!
Mommina: Li richiami tu...
Verri: No, un niente li richiama, perché vivono sempre
-
tu non lo sai, ma ti vivono sempre - appiattati sotto la
coscienza! L'hai viva sempre, dentro di te, tutta la vita che
hai vissuta! Basta un niente, una parola, un suono
- la piú
piccola sensazione - guarda, in me, l'odore della salvia, e sono
in campagna, d'agosto, ragazzo d'otto anni, dietro la casa del
garzone, all'ombra d'un grande olivo, con la paura d'un grosso
calabrone azzurro, fosco, che ronza ingordo dentro il calice
bianco di un fiore; lo vedo tremare sul gambo quel fiore
violentato, all'urto della voracità feroce di quella bestia che
mi fa paura; e l'ho qua ancora, alle reni, questa paura, l'ho
qua! - Figuriamoci tu, tutta quella tua bella vita, le cose che
avvenivano tra voi ragazze e tutti quei giovanotti per casa,
chiusi in questa, in quella camera... - non negare! - ho visto
io - cose... quella Nenè, una volta con Sarelli... - si
credevano soli, e avevano lasciato l'uscio accostato - li potei vedere - Nenè finse di scappargli verso l'altro uscio in fondo
-
c'era una tenda, verde - uscita, riapparve subito, tra le ali di
quella tenda - s'era scoperto il seno, tirando giú la maglietta
di seta rosa - e con la mano faceva segno d'offrirglielo e
subito con la stessa mano se lo nascondeva... L'ho vista io; una
meraviglia di seno, sai? piccolo, da chiuderlo tutto in una
mano! Licenza di far tutto... Prima che venissi io, tu con quel Pomàrici...
- l'ho saputo! - ma anche prima che col Pomàrici chi
sa con quanti altri! Per anni, quella vita, con la casa aperta a
tutti...
Le si fa sopra, fremente, contraffatto: Tu, certe cose... certe cose... le prime, con me... se
veramente, come mi dicesti, le avessi fin'allora ignorate... non
avresti potuto farle...
Mommina: No, no, ti giuro, mai, mai prima che a te, mai.
Verri: Ma abbracci, stringimenti, quel Pomàrici, sí
- le
braccia, le braccia, come te le stringeva? cosí? cosí?
Mommina: Ahi, mi fai male!
Verri: E quello ti faceva piacere, eh? E la vita, la
vita, come te la stringeva? Cosí? cosí?
Mommina: Per carità, lasciami! Io muojo!
Verri (acchiappandola con una mano alla nuca
furibondo): E la bocca, la bocca? come te la baciava, la
bocca? Cosí?... Cosí?... Cosí?
E la bacia, e la morde, e sghignazza, e le strappa i capelli,
come impazzito; mentre Mommina, cercando di svincolarsi, grida
disperatamente.
Mommina: Ajuto! Ajuto!
Accorrono, con le camicine lunghe da notte, le due bambine,
spaventate, e s'aggrappano alla madre, mentre Verri fugge,
prendendo dalla seggiola soltanto il cappello, e gridando:
Verri: Impazzisco! Impazzisco! Impazzisco!
Mommina (riparandosi, facendosi scado delle due
bambine): Via! Via! Va' via, bruto, va' via! Lasciami con le
mie bambine!
S'accascia, sfinita, sulla sedia; le due bambine le sono
accosto, e lei se le tiene strette abbracciate, una di qua,
l'altra di là.
Mommina: Figlie mie, figlie mie, che cosa vi tocca di vedere! Chiuse qua
con me, con questi visini di cera e questi occhi grandi,
sbarrati dalla paura! Se n'è andato, se n'è andato; non tremate piú cosí, restate un po' con me, qua... Non avete freddo, no?... La finestra è chiusa. È già sera tardi. State sempre attaccate
là, voi, a quella finestra, come due poverelle a mendicare la
vista del mondo... Contate nel mare le vele bianche delle
paranze, e le villette bianche nella campagna, dove non siete
mai state; e lo volete sapere da me come sono il mare e la
campagna. Oh figlie, figlie mie, che sorte è stata la vostra!
peggio della mia! ma voi almeno non lo sapete! E la vostra mamma
ha tanto male, tanto male qua al cuore; mi batte, ho qua nel
petto come un galoppo, come un galoppo di cavallo scappato. Qua
qua, datemi le manine, sentite, sentite... - Dio non gliela
faccia scontare: per voi, figlie! Ma darà il martirio anche a
voi, perché non può farne a meno; è la sua natura; se lo dà lui,
anche a se stesso, il martirio! Ma voi siete innocenti... voi
siete innocenti...
Accosta alle sue guance le due testine delle bimbe e rimane
cosí.
S'appressano, come congiurate, da destra, alla parete,
venendo fuori dal bujo, la madre e le sorelle, sfarzosamente
parate, così che facciano un quadro di vivacissimo colore,
illuminato dall'alto opportunamente.
La signora Ignazia (chiamando, piano): Mommina...
Mommina...
Mommina: Chi è?
Dorina: Siamo noi, Mommina!
Nenè: Siamo qua! Tutte.
Mommina: Qua, dove?
Totina: Qua - in paese: sono venuta a cantare qua!
Mommina: Totina - tu? - a cantare qua?
Nenè: Qua, sí, al teatro di qua!
Mommina: Ah Dio, qua? e quando? quando?
Nenè: Questa sera, questa sera stessa.
La signora Ignazia: Lasciate dire anche a me qualche
cosa, benedette ragazze!
Senti, Mommina... guarda... - che
volevo dire? - ah sí... guarda, vuoi averne la prova ? - Tuo
marito ha lasciato lí il soprabito, lí sulla sedia...
Mommina (voltandosi a guardare): Sí, è vero.
La signora Ignazia: Cerca, cerca in una delle tasche di
quel soprabito, e guarda quello che ci trovi!
Piano alle ragazze: Bisogna ajutarla
a fare la scena, adesso; siamo alla fine!
Mommina (alzandosi e andando a frugare febbrilmente
nelle tasche di quel soprabito): Che cosa? che cosa?
Nenè (piano, all'Attrice Caratterista):
Risponde lei?
L’attrice caratterista: Ma no, dica... Che storie!)
Nenè (forte, a Mommina): L'annunzio del teatro...
uno di quei manifestini gialli, sai? che qua in provincia si
distribuiscono nei caffè...
La signora Ignazia: Ci troverai il nome di Totina,
stampato grande... il nome della Prima-donna!
Scompajono.
Mommina (trovandolo): Eccolo! Eccolo qua...
Lo apre; legge:
Il TROVATORE... Il TROVATORE...
Leonora (soprano), Totina La
Croce... Questa sera... - La zia, figliuole mie, la zia, la zia
che canta... e la nonna e le altre ziette... sono qua! sono qua!
Voi non le conoscete, non le avete mai vedute... e neppure io da
tanti anni... Sono qua!
Pensando alle furie del marito: (Ah, per questo...
- qua, in paese - Totina che canta al teatro
di qua...) C'è anche qua dunque un teatro?... io non lo
sapevo... La zia Totina... dunque è vero! Forse con lo studio,
la voce... Eh, se può cantare a teatro... - Ma voi non sapete
neppure che cosa sia un teatro, povere figlie mie... Il teatro,
il teatro, ora ve lo dico io com'è... Ci canta la zia Totina
questa sera... Chi sa come sarà bella, da Leonora...
Si prova a cantare:
«Tacea la notte placida
e bella in ciel sereno
la luna il viso argenteo
mostrava lieto e pieno...»
Vedete che so cantare anch'io? Sí, sí, anch'io, anch'io so
cantare; cantavo sempre, io, prima; lo so tutto a memoria Il
Trovatore; e ve lo canto io! ve lo faccio io, ve lo faccio
io ora il teatro; voi che non l'avete mai veduto, povere piccine
mie, imprigionate qua con me. Sedete, sedete, qua davanti a me,
tutt'e due accanto sulle vostre seggioline. Ve lo faccio io il
teatro! Prima vi dico com'è:
siede davanti alle due bambine sbalordite;
è tutta un tremito, e
di punto in punto andrà sempre piú eccitandosi finché il cuore,
mancandole, non la farà cadere di schianto, morta:
Mommina: Una sala, una sala grande grande, con tante file di palchi
tutt'intorno, cinque, sei file piene di belle signore galanti,
piume, gemme preziose, ventagli, fiori; e i signori in frak, lo
sparato della camicia con le perline per bottoni e la cravatta
bianca; e tanta, tanta gente anche giú, nelle poltrone tutte
rosse e nella platea: un mare di teste; e lumi, lumi da per
tutto: un lampadario nel mezzo, che pende come dal cielo e pare
tutto di brillanti; una luce che abbaglia, che inebria, come non
vi potete immaginare; e un brusío, un movimento; le signore
parlano coi loro cavalieri, si salutano da un palco all'altro,
chi prende posto giú nelle poltrone, chi guarda col binocolo...
- quello di madreperla con cui v'ho fatto guardare la campagna -
quello! - lo portavo io, lo portava la mamma vostra quand'andava
a teatro, e ci guardava anche lei, allora... - I lumi a un
tratto si spengono; restano accese solo le lampadine verdi sui
leggii dell'orchestra ch'è davanti le poltrone, sotto il
sipario; ci sono già i sonatori, tanti! che accordano i loro
strumenti; e il sipario è come una tenda, ma grande, pesante,
tutta di velluto rosso e frange d'oro, una magnificenza; quando
s'apre (perché è venuto il maestro con la sua bacchetta a
comandare ai sonatori) comincia l'opera; si vede il palcoscenico
dove c'è un bosco o una piazza o una reggia; e la zia Totina ci
viene a cantare con gli altri, mentre l'orchestra suona. -
Questo è il teatro. - Ma io, prima, avevo io prima la voce piú
bella, non la zia Totina; io, io, piú bella assai, una voce
avevo che lo dicevano tutti allora che avrei dovuto andare a
cantare nei teatri; io, la vostra mamma; e ci è andata la zia
Totina, invece... Eh, lei n'ha avuto il coraggio... - S'apre il
sipario, dunque, sentite - lo tirano da una parte e dall'altra -
s'apre, si vede sul palcoscenico un atrio, l'atrio d'un gran
palazzo, con uomini d'arme che passeggiano in fondo, e tanti
cavalieri, con un certo Ferrando, che aspettano il loro capo, il
Conte di Luna. Sono tutti vestiti all'antica, con mantelli di
velluto, cappelli piumati, spade, gambali... È notte; sono
stanchi d'aspettare il Conte che, innamorato d'una gran dama
della corte di Spagna che si chiama Leonora, ne è geloso, e sta
in agguato a spiare sotto i balconi di lei, nei giardini della
reggia; perché sa che a Leonora, ogni notte, il Trovatore (che
vuol dire uno che canta e che è anche guerriero) viene a cantare
la canzone:
Canta:
«Deserto sulla terra...»
S'interrompe un momento per dire,
quasi tra sé: Ah Dio, il cuore...
e subito riprende a contare, ma a
stento, lottando con l'affanno che le è dato anche dalla commozione di sentire
se stessa che canta:
« Col rio destino in guerra,
È sola speme un cor (tre volte)
- un cor - al Trovator... »
Non posso piú cantare... mi... mi manca il fiato... il cuore...
il cuore mi dà l'affanno... non canto piú da tanti anni... - Ma
forse a poco a poco il fiato, la voce mi rivengono... - Dovete
sapere che questo Trovatore è fratello del Conte di Luna - sí -
ma il Conte non lo sa, e non lo sa nemmeno lui, il Trovatore,
perché fu rubato da una zingara quando era bambino. È una storia
terribile, state a sentire! La racconta nel secondo atto la
stessa zingara, che si chiama Azucena. Sí, era mia, era mia, la
parte d'Azucena. Rubò il bambino, questa Azucena, per vendicare
la madre bruciata viva, innocente, dal padre del Conte di Luna.
Sono vagabonde che leggono la ventura, le zingare, e ci sono
ancora, e hanno fama veramente che rubino i bambini, tanto che
ogni mamma se ne guarda.
Ma questa Azucena il figlio del Conte
lo ruba, come v'ho detto, per vendicare la madre, e gli vuol
dare la stessa morte che ha avuto la madre innocente; accende il
fuoco, ma nel furore della vendetta, quasi pazza, scambia il suo
proprio figlio per il figlio del Conte e brucia il suo proprio
figlio, capite? il suo proprio figlio!... «Il figlio mio... il
figlio mio...» Non posso, non posso cantarvelo... Voi non sapete
che cosa è per me questa sera, figliuole mie... Proprio Il
Trovatore... questa canzone della zingara... mentr'io, una
notte, la cantavo con tutti attorno...
Canta tra le lagrime:
«Chi del gitano la vita abbella?
La zingarella!»
mio padre, quella notte, mio padre... il vostro nonno... ci fu
riportato a casa tutto insanguinato... e aveva accanto una
specie di zingara... e quella notte, quella notte, figliuole
mie, si compí, si compí il mio destino... il mio destino...
S'alza, disperata, e canta con tutta la voce:
«Ah! che la morte ognora
è tarda nel venir
a chi desia
a chi desia morir!
Addio, addio, Leonora, addio...»
Cade, di schianto, morta.
Le due bambine, piú che mai
sbalordite, non ne hanno il minimo sospetto credono che sia il
teatro che la mamma sta loro rappresentando; e restano lí
immobili sulle loro sedioline ad aspettare.
Il silenzio, in quell'immobilità, si fa mortale.
Finché, nel bujo, dal fondo, a sinistra, non sopravvengono ansiose le voci
di Rico Verri, della signora Ignazia, di Totina, Dorina e Nenè.
Verri: Canta: avete sentito? era la sua voce...
La signora Ignazia: Sí, come l'uccello in gabbia!
Totina: Mommina! Mommina!
Dorina: Eccoci, siamo qua con lui: s'è arreso...
Nenè: Col trionfo di Totina... avessi inteso!... il paese
in de....
Vuol dire « in delirio », ma resta in tronco esterrefatta con
gli altri alla vista del corpo inerte lí per terra, e delle due
bambine, che aspettano ancora, immobili.
Verri: Che cos’è?
La signora Ignazia: Morta ?
Dorina: Faceva il teatro alle bambine!
Totina: Mommina!
Nenè: Mommina!
Quadro.
Dalla porta d'ingresso alla sala, sopravviene
entusiasta, correndo per il corridojo, il Dottor Hinkfuss,
diretto al palcoscenico.
Il dottor Hinkfuss: Magnifico! Magnifico quadro! Avete
fatto come dicevo io! Questo, nella novella, non c'è!
L’attrice caratterista: Eccolo qua di nuovo!
L’attore brillante (sopravvenendo da sinistra): Ma
è stato sempre qua, con gli elettricisti, a governar di nascosto
tutti gli effetti di luce!
Nenè: Ah, per questo, cosí belli...
Totina: L'ho sospettato, quando siamo apparse là in
gruppo... (Indica, dall'altra parte, a destra, dietro la parete) ... chi sa che bell'effetto da giú!
Dorina (indicando l'Attore Brillante): Mi pareva
assai che l'avesse ottenuto lui!
L’attrice caratterista (mostrando la Prima Attrice
ancora a terra): Ma perché non s'alza la signorina? Se ne sta
ancora lí...
L’attore brillante: Ohè, non sarà morta per davvero?
Tutti si chinano premurosi su la Prima Attrice.
Il primo attore (chiamandola e scotendola):
Signorina... signorina...
L’attrice caratterista: Si sente male davvero?
Nenè: Oh Dio, è svenuta! Solleviamola!
La prima attrice (sollevandosi da sé col solo busto):
No... grazie... È il cuore, davvero... Mi lascino, mi lascino
respirare...
L’attore brillante: Eh, sfido! Se vuole che si viva...
Ecco le conseguenze! Ma noi non siamo qua per questo, sa! Noi
siamo qua per recitare, parti scritte, imparate a memoria. Non
pretenderà mica che ogni sera uno di noi ci lasci la pelle!
Il primo attore: Ci vuole l’autore!
Il dottor Hinkfuss: No, l’autore no! Le parti scritte, sí,
se mai, perché riabbiano vita da noi, per un momento, e... (rivolto al pubblico) senza piú le impertinenze di questa sera, che il pubblico ci
vorrà perdonare.
Inchino.