L'uomo in frak resta dapprima immobile: poi si volta
appena a guardarla; cava da un taschino del panciotto scollato
una piccola lucida chiave inglese e la mostra: quindi se la
rimette nel taschino.
La giovane signora: Ah, l'hai ritrovata tu? Proprio come
avevo sospettato.
Quando te la richiesi, dopo la tua ultima
imprudenza.
L'uomo in frak sorride.
La giovane signora: Perché sorridi?
L'uomo in frak smette a un tratto di sorridere e la
guarda fosco, per farle intendere che è inutile mentire con lui
e volergli dare a credere che la chiave gli sia stata ritirata
«per la sua ultima imprudenza».
La giovane signora (dominando, di nuovo impaurita, il
turbamento che quello sguardo le cagiona): Non te l'ho
richiesta per altro. Tenevo tanto poco a riaverla, che me la
misi in tasca senza neppur badarci.
Dev'essermi scivolata dalla
tasca sul tappeto, quando m'alzai perché la cameriera m'aveva
chiamata di là un momento.
L'uomo in frak appena ella volta il capo a guardare
dall'altra parte per accompagnare col gesto le parole «di là un
momento» con la rapidità d'un ladro fa l'atto da lei immaginato:
cioè, si china sul tappeto come per raccattarvi una chiave e
nasconderla subito proprio là dove ha già mostrato d'averla, nel
taschino del panciotto.
Nel compiere quest'atto, ha gli occhi
accesi d'un maligno riso che gli si torce anche sulle labbra.
Appena però si rimette ritto, ritorna nell'atteggiamento di
prima, come se non si fosse mai mosso.
La giovane signora (dopo avere atteso un po' ch'egli
le dica qualche cosa): Si può sapere che hai? Perché
mi guardi così?
L'uomo in frak: Che ho? Nulla. Come ti guardo?
E così dicendo le si appressa: si chìna su lei, poggiando un
ginocchio sul piano del divano, una mano sulla spalliera e
l'altra, delicatamente, sull'avambraccio di lei.
L'uomo in frak:
Non posso starti lontano: non vivo più se non ti sento così,
così, vicina a me: se non sento così l'odore dei tuoi capelli -
quest'ebbrezza - e questa soavità della tua pelle - e questo
profumo di tutta la tua persona.Tutta, tutta la mia vita sei
tu.
La giovane signora scatta in piedi e si scosta,
passandogli davanti. Gli dimostra così che le è intollerabile
sentirgli ripetere le solite parole d'amore. Ma è pur stata lei
a fargliele ripetere, ricordando per un momento che egli,
innamorato, le è apparso tante volte con quell'aspetto alterato
e scomposto che ora, nel sogno, le sta facendo tanta paura. Pentita subito del suo scatto, s'aspetta che egli ora, avendo
avuto con esso la prova che ella non lo ama più, fingerà d'aver
detto per scherno quelle parole. Si volta perciò impaurita verso
di lui.
L'uomo in frak rimasto come un automa sospeso nel suo
atteggiamento amoroso, lì chino, proteso verso il posto dove
prima era seduta lei, ora, appena ella si volta a guardarlo, si
butta sgarbatamente a sedere sul divano, con le gambe aperte,
con le braccia aperte, e rovescia indietro il capo, rompendo in
una lunga risata di scherno. Mentre ride così, man mano la
spalliera gli va cedendo dietro le spalle, fino ad abbattersi
tutta sulla molla come prima.
Gradatamente anche i tre globi
della lumiera vanno smorzando la loro luce rosea: finché egli,
arrivato resupino con la sua risata sulla spalliera tutta
abbattuta, nell'attimo di bujo tra lo spegnersi dei tre globi
della lumiera e il riaccendersi del lume a terra, non si sarà
tirato su un fianco a giacere per lungo sulla spalliera che fa
di nuovo da letto, poggiato su un gomito e con la testa sorretta
dalla mano, come se da gran tempo fosse lì, a seguitare un
discorso con voce pacata e un triste sorriso sulle labbra, a lei
che ora si troverà seduta sul divano ai piedi di lui):
L'uomo in frak: ... certo, né una donna può obbligare un uomo, né un uomo una donna
a rispondere a un amore che non si senta più. Ma allora bisogna
avere la franchezza di dirlo: «Io non ti amo più».
La giovane signora: Tante volte non si dice per pietà;
non perché manchi la franchezza, che anzi farebbe molto comodo.
L'uomo in frak: Molto comodo può essere anche a una donna
credere che taccia per pietà.
Quando una donna dice di tacere
per pietà, ha già ingannato.
La giovane signora: Ma no!
L'uomo in frak: Sì - non foss'altri, se stessa.
Sotto
codesta pietà sarà sempre nascosto qualche tornaconto.
La giovane signora (alzandosi): Grazie per il
concetto che hai di noi donne.
L'uomo in frak: Ma quand'anche non ci fosse alcun
tornaconto, non capisci che la pietà sarebbe sempre falsa?
La giovane signora: Io ho sempre saputo che un inganno
può anche essere pietoso.
L'uomo in frak: Quale? quello di far credere che si ami,
quando non si ama più? Inganno inutile.
Chi ama veramente
s'accorge subito che nell'altro non c'è più amore.
E guaj se
finge di non accorgersene: sarà come insegnare il tradimento.
Una pietà vera, che non nasconda secondi fini, può essere, in
chi la usi, soltanto pietà: non più amore.
Pretenderlo è
corrompere questa pietà.
Nascerà lo sdegno, per forza: quello
sdegno che consiglia e induce al tradimento; perché già, tanto,
il primo tradimento l'abbiamo voluto noi stessi col non volerci
accorgere di quell'inganno.
La giovane signora (tornando a sedere al posto di
prima): Dunque tu pensi che bisogna dirlo?
L'uomo in frak (senza scomporsi): Sì. Lealmente.
La giovane signora: Perché l'inganno, anche pietoso, è un
tradimento?
L'uomo in frak: Sì. Quando l'uomo o la donna l'accetti,
come un mendicante l'elemosina.
Pausa.
L'uomo in frak: Vorrei sapere come tratteresti un mendicante che, per
dimostrarsi grato dell'elemosina che gli hai fatta, pretendesse
baciarti in bocca come un innamorato.
La giovane signora (con un sorriso ambiguo): Se
l'elemosina è d'amore, un bacio è il meno che quel mendicante
possa chiedere.
L'uomo in frak (rizzandosi in piedi dall'altra parte
del divano e con atto d'ira risollevando la spalliera per
rimetterla ritta a posto come prima): Dimenticavo di parlare
con una donna.
(Passeggia concitato per la stanza.)
La
lealtà, la lealtà è un debito, e il più sacro, verso noi stessi,
anche prima che verso gli altri.
Tradire è orribile. Tradire è
orribile.
La giovane signora: Non so perché tu mi parli così,
questa notte, e debba tanto eccitarti quello che dici.
L'uomo in frak: Non quello che dico io: quello che hai
detto tu. Io sto parlando in astratto.
La giovane signora: Ma anch'io, caro. Tu non puoi
dubitare di me.
L'uomo in frak: Tu sai bene ch'io dubito sempre e che ho
tutta la ragione di dubitare.
Va, risoluto, ad aprire la finestra del sogno e farà entrare un esagerato
raggio di luna e un lento e lieve fragorìo di mare.
Non ti ricordi più?
E resta a guardare davanti a quellafinestra aperta.
La giovane signora (guardando invece davanti a sé,
seduta, come una che ricordi): Ah sì, è vero, quest'estate,
al mare...
L'uomo in frak (sempre davanti alla finestra, come se
vedesse il mare di là): ... tutt'un fremito d'argento sotto
la luna...
La giovane signora: Sì, sì; fu veramente una pazzia...
L'uomo in frak: Io ti dissi: stiamo provocando il mare a
sentirci così sicuri su questo canotto che un'onda può mandare a
fondo da un momento all'altro.
La giovane signora: ... e mi volesti far paura,
piegandoti di qua e di là...
L'uomo in frak: E ricordi che altro ti dissi allora?
La giovane signora: Sì. Una cosa cattiva.
L'uomo in frak: Che ti volevo far provare la stessa paura
che sentivo io fidandomi del tuo amore.
Tu te n'avesti a male.
E
io allora mi provai a farti intendere che come noi due, quella
sera, provocavamo il mare sentendoci sicuri su quel canotto, che
l'onda più lieve poteva mandare a fondo da un momento all'altro,
così a me sarebbe sembrato di provocare te, dicendomi sicuro di
quel po' d'affidamento che potevi darmi col tuo amore.
La giovane signora: Ti pareva poco anche allora? -
L'uomo in frak: Ma sì! ma sempre, cara! Per forza. Non
perché tu voglia.
A te anzi parrà di potermi dar tutto
l'affidamento.
È sempre poco, perché tu stessa, cara, tu stessa
non puoi avere nessuna certezza che domani, di qui a un momento,
mi amerai ancora. Ci fu pure un momento che tu sentisti
d'amarmi: e prima non m'amavi.
Ci sarà pure un momento che
sentirai di non più amarmi, e non m'amerai più.
Forse questo
momento è venuto. - Guardami! - Perché hai paura di guardarmi?
La giovane signora: Non ho paura. So che tu sei
ragionevole.
Hai detto tu stesso poco fa che nessuno può
costringere un altro a rispondere a un amore che non senta più.
L'uomo in frak: Sì, ragionando.
Ma guaj, ma guaj se in te
l'amore dovesse finire mentre in me dura ancora, così vivo e
così forte!
La giovane signora: Io voglio che tu ragioni.
L'uomo in frak: Sì sì, ragiono, ragiono. Ragiono fin che
vuoi, per farti piacere.
Per non aver paura, tu vuoi la prova
che ho ancora perfetto l'uso della ragione? Ecco, ecco: te la
do.
E comprendo benissimo tutto, non temere, finché la fiamma
del mio spirito resta accesa soltanto qua (si tocca la fronte) comprendo benissimo, come vedi, che il tuo amore, cominciato in
un momento, in un momento può anche finire, per un caso
qualsiasi, impreveduto, imprevedibile. Che vuoi di più? Arrivo
fino a dire: allo svolto d'una via, per un incontro impensato,
per un subitaneo sbarbaglio che accechi, per una improvvisa,
irrefrenabile accensione dei sensi...
La giovane signora: Oh questo poi...
L'uomo in frak: Perché no?
La giovane signora: Ma perché c'è pure in noi la ragione,
la ragione, la ragione che subito ci richiama.
L'uomo in frak: A che cosa? al dovere?
La giovane signora: A non lasciarci prendere così.
L'uomo in frak: La vita prende, la vita prende: ha preso
sempre così!
Perché vuoi che te lo dica, proprio io, come se tu
non lo sapessi? Guaj, guaj se la fiamma ti s'accende qua (si tocca il petto) e ti brucia il cuore! Tu non sai che atroce fumo prorompa da un
cuore che brucia, dal sangue, dal sangue che brucia: e che
orribile notte questo fumo ti fa subito nel cervello: la
tempesta, per cui non ragioni più. Vuoi ora impedire alla
tempesta che scagli i suoi fulmini e che uno ti incendii la casa
e ti uccida?
Così dicendo s'è fatto terribile: e appena ha nominato la
tempesta, un sordo fragore crescente, come di tempesta, si ode
di là dalla finestra aperta, e il raggio di luna si cangia in un
livido guizzante lampeggio di sinistre luci.
La giovane signora atterrita, si nasconde il volto
con le mani.
L'uomo in frak subito, com'ella si nasconde il volto,
resta in tronco, col gesto sospeso e senza più espressione nel
viso, come un automa. Cessano anche d'un tratto il fragore e il
lampeggiamento: torna quieto il raggio di luna, e tutto rimane
in una quasi arcana immobilità, che durerà fintanto che la
Giovane Signora terrà le mani sul volto.
La giovane signora senza staccarsi le mani dal volto,
si alza e muove qualche passo verso la finestra per chiuderla.
L'uomo in frak pur restando sospeso ancora
nell'attonito atteggiamento, volge soltanto il capo e le braccia
nella direzione di lei, come se ella, movendo quei passi verso
la finestra, per attrazione, lo facesse voltare così.
La giovane signora si leva le mani dal volto e
guardando la finestra resta anche lei per un istante stupita
dell'immobilità di quel lume di luna, sereno.
In quello stupore,
sorride: si ricorda del «momento», che cominciò ad amare
quest'uomo: fu appunto in un salotto presso una finestra per cui
entrava la luna. Si volge a lui con quel sorriso sulle labbra.
L'uomo in frak assume subito l'espressione di quel «momento», cioè d'un
signore che in un salotto ha visto con la coda dell'occhio la signora di cui è
innamorato andare a una finestra, e, fingendo d'andarci anche lui per prendere
un po' d'aria, resti sorpreso di trovarla lì per caso:
L'uomo in frak: Oh,
scusate! Siete qui? Fa veramente un caldo insopportabile. Non si
può più ballare.
Forse sarebbe meglio andare tutti in giardino,
con questa bella luna: e che qualcuno restasse qua a sonare: giù
si sentirebbe la musica venire da lontano e si ballerebbe al
fresco, là nello spiazzo attorno a quella vasca che zampilla.
Da lontano, velato, come dall'alto, il suono di un pianoforte.
La giovane signora: Credevo che il giardino e questa
bella luna vi dovessero far nascere il desiderio d'andar giù,
non con tutti, ma solo con la bella signora in rosa con cui
avete tanto ballato questa sera.
L'uomo in frak: Perché mi dite così? Siete stata voi...
La giovane signora (interrompendolo): Piano! Ci
possono sentire.
L'uomo in frak (piano e guardingo): ... voi a
dirmi di non seguitare a ballare insieme, per non dar troppo
nell'occhio: e ora mi rimproverate...
La giovane signora (facendogli prima cenno di tacere,
e poi sussurrandogli pianissimo): Andate giù in giardino
senza farvi scorgere. Tra poco, appena potrò, vi scenderò
anch'io.
L'uomo in frak (felice, dopo aver spiato in giro con
gli occhi se nessuno dal salotto lo scorga, le prende una mano e
gliela bacia furtivo): Vado. V'aspetto. Presto!
E s'allontana dalla finestra: si muove guardingo per il salotto in direzione
dell'uscio chiuso: vi giunge: torna a guardare circospetto come uno che voglia
cogliere il momento opportuno per aprire quell'uscio: lo apre: esce.
La giovane signora rimane, come nascosta, nel vano
della nestra, avvolta nel raggio di luna.
A poco a poco questo
raggio si smorza insieme col lume a terra e si fa sempre più
lontano e fievole il suono del pianoforte, perché la visione di
quel «momento» lentamente si spegne in lei.
Quando si sarà al
tutto spenta e il suono del pianoforte con essa, nell'attimo di bujo che precederà il riaccendersi dei tre globi rosati della
lumiera, la finestra sarà richiusa, la Giovane Signora sarà
tornata a sedere sul divano al posto di prima.
L'uomo in frak immobile, accanto al divano, nella
prima espressione di fosca minaccia: tal quale come in
principio.
La giovane signora (dopo aver atteso che egli si
risolva a parlare, pestando un piede): Ma insomma mi dirai,
mi dirai qualche cosa! Non seguiterai mica a starmi davanti
tutta la notte con codesto cipiglio!
Nel dire queste parole quasi piange, nell'angoscia, dalla rabbia
che è costretta a frenare.
L'uomo in frak: Non sono io: me lo dài tu questo
cipiglio.
Tu sai bene che sono ancora pieno d'amore per te: sai
bene che se ora mi voltassi a guardarmi allo specchio, io
stesso, così come tu mi hai davanti, non mi riconoscerei.
Mi
direbbe la verità lo specchio, presentandomi un'immagine ch'io
non mi conosco: questa, questa che tu mi dài.
E perciò tu hai
fatto sparire lo specchio e me l'hai fatto aprire come una
finestra.
La giovane signora (quasi gridando): No, no, è la
finestra! è la finestra! Ti giuro che è la finestra!
È inutile
che ti volti a guardare!
L'uomo in frak: Non mi volto, stai tranquilla. È la
finestra, sì.
Sfido che è una finestra dal momento che ho potuto
aprirla!
E non c'è forse il giardino di là, dove per la prima
volta le nostre bocche si sono congiunte in un bacio che non
finiva più? E non c'è davanti il mare che abbiamo provocato
insieme quest'estate in una notte di luna?
Nulla atterrisce
più di uno specchio una coscienza non tranquilla.
E tu sai che
per altre ragioni, dipendenti anch'esse da te - se penso a ciò
che per te ho fatto e seguito a fare - io non posso alzar gli
occhi davanti a uno specchio.
Ora stesso, ora stesso, che tu mi
hai davanti così, tu sai pur bene dove sono - ci sei venuta una
volta - in quella saletta gialla del Circolo - e sto barando,
sto barando per te - nessuno per fortuna se n'accorge - ma sto
barando, sto barando per poterti regalare quel vezzo di perle...
La giovane signora: No, no, non lo voglio più! non lo
voglio più!
T'ho detto che mi sarebbe tanto piaciuto averlo...
L'uomo in frak: Per avvilirmi.
La giovane signora: No, per indurti a considerare che
pretendevo troppo da te.
L'uomo in frak: Tu séguiti a mentire!
Non hai voluto
affatto indurmi a uno sdegno segreto per le tue troppe
pretensioni: ma a considerare piuttosto che eri fatta per un
amante più ricco, che avrebbe potuto facilmente procurarsi il
piacere di soddisfare i tuoi costosi desiderii.
La giovane signora: Oh mio Dio, questo, avresti dovuto
pensarlo da te fin da principio, sapendo chi ero, che vita ho
sempre fatto!
L'uomo in frak: Sapevi anche tu chi ero io, quando ti sei
messa con me.
Non sono stato mai ricco. Mi sono ingegnato in
tutti i modi per trovare i mezzi di seguirti nel tuo tenore di
vita, senza tuo scapito e senza troppi sacrifizii per te.
È
tutto quello che ho fatto e che tu (se volessi essere un po'
sincera) devi pure aver supposto...
La giovane signora: Sì, l'ho supposto.
L'uomo in frak: Espedienti d'ogni genere...
La giovane signora: Supposto - supposto - e anche
ammirato com'hai saputo nascondermi ogni imbarazzo.
L'uomo in frak: Perché m'è parso niente - il meno che
potessi fare per tutto il compenso che mi davi tu, lasciandoti
amare da me.
La giovane signora: Ma hai pur preteso che
considerassi...
L'uomo in frak: No! che cosa?
La giovane signora: Come no? se hai fatto appello alla
mia sincerità! - che considerassi quanto t'è costato...
L'uomo in frak: T'ho detto, niente: come niente speravo
dovesse costare a te la rinuncia ai tuoi desiderii più costosi.
La giovane signora: Per non obbligarti a spese che sapevo
non avresti potuto fare, sì.
E ho rinunziato, ho rinunziato
infatti, tu non puoi neppure immaginare a quante cose!
L'uomo in frak: L'immagino, l'immagino benissimo!
La giovane signora: T'è parso naturale?
L'uomo in frak: Sì, amandomi...
La giovane signora: Io ne ho provato rabbia!
L'uomo in frak: Che mi sembrasse naturale?
La giovane signora: Sì. Che amandoti, non dovessi
desiderare più nulla!
E allora apposta, quella sera, passando
davanti la vetrina di quel giojelliere - apposta, apposta sì, ho
voluto esser crudele.
L'uomo in frak: E credi che non me ne sia accorto?
La giovane signora: Ti sono parsa crudele?
L'uomo in frak: No. Donna.
La giovane signora (battendo un pugno sul ginocchio e
alzandosi): Ancora!
Non capite che è colpa vostra, di voi
uomini, se le donne sono così, per codesto concetto che n'avete?
Colpa vostra, se sono crudeli: colpa vostra, se v'ingannano:
colpa vostra, se vi tradiscono?
L'uomo in frak: Piano - piano... Perché vai così sulle
furie?
Credi che non m'accorga adesso che vai cercando un
pretesto per farti comunque una ragione?
La giovane signora (voltandosi di scatto, stupita):
Io?
L'uomo in frak (con viso fermo): Sì - tu. - Di che
ti stupisci?
La giovane signora (imbarazzata): Ragione di che?
L'uomo in frak: Tu lo sai bene di che. - Io ho detto
«donna» per correggere il tuo «crudele».
M'è parso giusto, non
crudele, che tu quella sera, passando davanti la vetrina di quel giojelliere, per scherzo e sul serio facessi quel sospiro di
golosità.
Lo rifà, come un bambino davanti a un cibo prelibato, e
accompagna il sospiro col gesto che di solito fanno i bambini
appetendo qualcosa che faccia loro gola, cioè passandosi più
volte rapidamente le mani sul petto:
L'uomo in frak: «Ah! quanto mi piacerebbe quel vezzo di perle.»
Ella ride e, d'un tratto, mentre ride, si fa bujo: un bujo
assoluto: e, in questo bujo, lo scrigno che si sarà veduto fin
da principio nella parete di fondo accanto all'uscio chiuso,
sarà liberato, mediante qualche filo o altro congegno, dei due
sportelli - che saranno di carta dipinta e applicati in modo da
potere venir via facilmente - e, potentemente illuminato
dall'alto da un riflettore che lo isoli da tutto il resto,
apparirà come una splendida vetrina di giojelliere, con molte
gioje esposte innaturali, entro queste, nel mezzo, bene in
vista, disposto con arte in mostra nel suo sostegno di raso, il
vezzo di perle, anch'esso innaturale.
Nell'attimo stesso che
questa vetrina apparirà così illuminata, come una visione
fascinosa, la giovane signora cesserà di ridere. E la visione
durerà un lungo tratto nel massimo silenzio. Per la forza
isolatrice del riflettore i due personaggi non si dovrebbero
vedere come null'altro della stanza si dovrebbe vedere. Del
resto, essi voltano le spalle a quello scrigno.
La visione di
quella vetrina di giojelliere è solo per gli spettatori.
I due
personaggi, è come se l'avessero davanti a sé.
A un certo punto
si vedranno due mani maschili, ma fine e bianchissime, scostare,
come dall'interno della bottega, le tendine che fanno da sfondo
alla vetrina, e prendere con cautela quel vezzo di perle.
Poi,
senza che la visione di essa sparisca, si riaccenderanno nella
scena i tre globi rosati della lumiera, e appariranno immobili,
nel punto dov'erano, l'uomo in frak e la giovane signora, presi
nel fascino, che li fa parlare rigidi, sottovoce, guardando
davanti a sé.
L'uomo in frak: Vuoi che le rubi?
La giovane signora: No, no. M'è passato in un baleno per
la mente.
Non le voglio, non le voglio da te! T'ho già detto che
te n'ho manifestato il desiderio per crudeltà.
So bene che tu
non puoi regalarmele se non rubandole.
L'uomo in frak: O rubando ad altri per comperartele! -
Ciò che sto facendo!
Mentre - hai visto? - altre mani - altre
mani hanno ritirato dalla vetrina il vezzo di perle - per te - e
tu lo sai - lo sai
a questo punto si scompone dalla rigidità e si volta a lei
terribile: - e osi dirmi che non lo vuoi più da me? Sfido che non lo vuoi
più da me! Lo avrai da un altro! Tu m'hai già tradito, vile!
L'afferra per le braccia, poiché ella, spaventata, s'è alzata
per sfuggirgli.
E so chi è! so chi è! Vile! Vile!
La scrolla.
Ti sei rimessa col tuo primo amante, ritornato ricco or
ora da Giava! l'ho visto! l'ho visto! Si tiene ancora appartato,
ma io l'ho visto!
La giovane signora (che si sarà dibattuta per
liberarsi dalla stretta, a questo punto gli sfugge): Non è
vero! non è vero!
Lasciami!
L'uomo in frak (la ghermisce di nuovo: la ributta sul
divano: le si fa sopra, con le mani alla gola come per
strozzarla): Non è vero? Se ti dico che l'ho visto, infame!
Tu ti aspetti da lui quelle perle, mentr'io mi sto insozzando le
mani per te, a rubare al Circolo ai miei amici: miserabile,
miserabile, per contentarti, per soddisfare la tua crudeltà!
Le è sopra: sta per strozzarla: ella già cede sotto la stretta
feroce: tutte le luci vacillano: d'un tratto si spengono, poiché
ella si sogna di morire strozzata da lui.
Bujo assoluto, che
dovrebbe durare il meno possibile.
Si udranno, durante questo bujo, reiterati colpi all'uscio chiuso, esageratamente forti,
cupi, irreali, come se rintronassero nel sogno.
E intanto, si
rialzeranno sullo scrigno i due sportelli: la mensola in forma
di cofano dorato verrà avanti col suo tappetino sopra, e lo
specchio tornerà ad essere un vero specchio, senza più il
riflesso della finestra, perché questa, nella parete di
sinistra, sarà aperta, e un bel raggio di sole al tramonto
entrerà da essa, quando, sparito l'uomo in frak, si rifarà sulla
scena una limpida e quieta luce di giorno.
Subito, a questa
luce, i picchi all'uscio, da forti, cupi e irreali che erano, si
fanno reali, cioè piani, discreti, e non più di tre ben
distinti.
Contemporaneamente si vedrà la giovane signora
svegliarsi dal suo sogno e portarsi le mani alla gola, dando
così a vedere che s'è sentita soffocare.
Trarrà lunghi respiri,
con pena, esprimendo lo spavento che, sognando, s'è presa. È
ancor quasi stupita del sogno che ha fatto, e si guarderà in
giro, come una che non si raccapezzi bene nella realtà che ora
si vede attorno.
Tenta d'alzarsi dal divano, ma ricade a sedere,
mancandole le gambe: si nasconde il volto con le mani, e sta un
po' così.
Si riodono all'uscio i tre picchi, discreti.
La giovane signora (mettendosi in piedi e stando un
po' in orecchi prima di rispondere): Avanti.
Va verso la finestra aperta, aggiustandosi un po' i capelli.
Entra il cameriere, recando su un vassojo un astuccio involtato
in una carta finissima e legato da un nastrino d'argento.
Fa per
appressarsi.
Ella lo ferma, dicendogli:
Lasciate pur lì.
Indica la mensola.
Il cameriere lascia l'involto su la mensola:
s'inchina ed esce, richiudendo l'uscio.
Ella rimane dapprima
dov'è, come sospesa.
- In quell'involto è quel regalo prezioso
che s'aspetta. -
Ma la gioja di riceverlo è contrariata dal
recente spavento del sogno e dalla minaccia ch'esso contiene per
lei, se veramente l'amante che ella ha or ora veduto nel sogno,
così terribile addosso a lei, abbia il sospetto del suo
tradimento, di cui la prova, ecco, è lì presente su quella
mensola.
Va allora, di fretta e quasi furtiva, alla mensola come
per nascondere l'involto.
Lo prende e, sospettosa, guarda verso
l'uscio chiuso, per un tratto.
Poi, non sapendo resistere alla
tentazione di vedere il regalo, apre l'involto con mani nervose:
poi l'astuccio: e prima ne cava un biglietto da visita e legge
le parole che vi sono scritte sotto il nome: infine trae il
vezzo di perle: lo osserva: l'ammira: sorride: se lo stringe con
ambo le mani al seno e socchiude gli occhi: se lo prova allo
specchio, mettendoselo al collo, senza tuttavia agganciarlo alla
nuca.
Si sente un'altra volta picchiare all'uscio.
Subito la
giovane signora si toglie il vezzo di perle, prende dal piano
della mensola il biglietto da visita, apre il cassettino che è
lì nella mensola sotto il tappetino e vi nasconde tutto.
Poi dice, rivolta verso l'uscio:
Chi è? Avanti.
E al cameriere che rientra e le porge un biglietto da visita,
ordina:
Fate passare.
Introdotto dal cameriere, entra, nuovo di tutto, sereno, l'uomo
che nel sogno era in frak.
Ora indossa un abito da pomeriggio.
Lo seguiteremo a chiamare l'uomo in frak.
Oh caro, venite, venite avanti.
Il cameriere s'inchina ed esce, richiudendo l’uscio.
L'uomo in frak (dopo aver baciato a lungo la mano che
ella gli ha porta): Mi sono fatto aspettare?
La giovane signora (simulando la massima
indifferenza): No no...
Siede sul divano.
Si vede dagli occhi che ho dormito?
L'uomo in frak (dopo averla osservata): Veramente
no.
Piano: Hai dormito?
Siede.
La giovane signora: Sì, qua, un momento... Mi son sentita
prendere tutt'a un tratto dal sonno. - Strano...
L'uomo in frak: ... E sognato?
La giovane signora (c.s.): No, no. E stato proprio
un momento. Devo però non so - essermi messa male.
Si carezza il collo con la mano.
Mi... mi son sentita mancare improvvisamente il respiro.
Sorride.
Va' a sonare, per piacere. Facciamo portare il tè.
Egli si alza e va a premere il bottone del campanello elettrico
presso lo specchio.
Poi torna a sedere.
L'uomo in frak: Temevo d'aver fatto tardi.
Ho avuto una
contrarietà che m'ha fatto tanto dispiacere.
Poi ti dirò.
Il cameriere picchia all'uscio ed entra.
La giovane signora: Portate il tè.
(Il
cameriere s'inchina ed esce.)
Che contrarietà?
L'uomo in frak: Volevo farti una sorpresa.
La giovane signora: Tu? a me?
E scoppia a ridere.
L'uomo in frak (restando male): Perché ridi?
La giovane signora (seguitando a ridere): Una
sorpresa, tu?
L'uomo in frak: Non credi che te ne possa più fare?
La giovane signora: Sì, caro. Tutto è possibile.
Ma sai
com'è? Quando ci si conosce da troppo tempo, le sorprese...
E
poi l'hai detto con un tono così afflitto...
Rifacendo l'aria e il tono: «Volevo farti una sorpresa»...
Ride di nuovo.
L'uomo in frak: Perché ho provato veramente un
dispiacere.
La giovane signora: Vuoi scommettere che indovino?
L'uomo in frak: Che cosa?
La giovane signora: Aspetta. L'hai provato per me o per
te, il dispiacere?
L'uomo in frak: Per te, e per me anche, appunto per la
sorpresa che non ho potuto più fare.
La giovane signora: E allora sì, ho indovinato.
Per farti
vedere che, di sorprese, tu non puoi farmene più.
Va dietro la seggiola, si china con le due braccia sulle spalle
di lui, senz'abbracciarlo, ma intrecciando le mani davanti; e
accostando la faccia a quella di lui.
Volevi proprio regalarmelo, quel vezzo di perle?
L'uomo in frak: Sono entrato dal giojelliere per
comprarlo.
Poi, di scatto, sorpreso: Ma dunque tu sapevi ch'era stato venduto?
La giovane signora: Sì, caro. Per questo ho potuto
indovinare.
L'uomo in frak: E come lo sapevi?
La giovane signora: Oh bella! Come?
Jersera, passando,
m'accorsi che nella vetrina non c'era più.
L'uomo in frak: Fino alle quattro c'era! Lo vidi io!
La giovane signora: Ah no, io son passata più tardi,
verso le sette: non c'era più.
L'uomo in frak: Strano. Perché mi hanno detto che è stato
venduto proprio questa mattina.
La giovane signora: Ah - hai domandato?
L'uomo in frak: Ero entrato - ti dico - per comperare.
E
m'hanno detto appunto, questa mattina.
La giovane signora (simulando una perfetta
indifferenza): A chi? non te l'hanno detto?
L'uomo in frak (senza il minimo sospetto, e perciò
senza dare la minima importanza alla domanda di lei): Sì - a
un signore - m'hanno detto.
Tirandola davanti a sé: Ma tu, scusa, se hai potuto - sentendo del mio dispiacere -
indovinare così presto che si trattava di quelle perle, è segno
che ci pensavi.
La giovane signora: No no...
L'uomo in frak: Come no? - e che t'aspettavi ch'io te le
portassi.
La giovane signora: Oh. Dio, ho saputo che tu giuochi da
parecchie sere al Circolo con una vena incredibile...
L'uomo in frak: Sì, - e sai perché? (io ne ho la
certezza) - per l'accensione in cui mi ha messo il desiderio che
tu m'avevi manifestato di quelle perle - un vero estro,
lucidissimo - che m'ha assistito e non m'ha fatto fallire nessun
colpo.
La giovane signora: Hai vinto molto?
L'uomo in frak: Molto, Sì.
Con sincero trasporto: E tu ora m'ajuterai a cercare qualche altra cosa bella - bella
bella - per te, che ti piaccia molto...
La giovane signora: No! No!
L'uomo in frak: Sì - per farmi passare il dispiacere di
non averti potuto questa volta contentare.
La giovane signora: Ma no, caro, io non ho mai pensato
sul serio a quelle perle, che le potessi avere da te...
Fu
soltanto, così un capriccio momentaneo, quella sera, passando...
No no, io voglio esser buona.
L'uomo in frak: Lo so - lo so che tu sei buona - tanto -
con me.
Ma tutta la mia vincita di queste sere è tua, proprio
tua, te lo posso assicurare: la debbo a te unicamente.
La giovane signora: Tanto meglio!
E sono allora più che
mai contenta così che io t'abbia fatto vincere, e che tu non
abbia più trovato quelle perle.
Non ne parliamo più, per
piacere.
Si sente picchiare all'uscio, e subito dopo entra il cameriere
recando sul vassojo tutto l'occorrente per il tè.
La giovane signora: Ecco il tè. Prendiamo il tè.
Il cameriere deporrà il vassojo su un tavolinetto basso di lacca
presso la mensola, e lo trasporterà davanti al divano.
Prima che
cominci a disporre il servizio, la giovane signora dirà: Lasciate. Faccio io.
Il cameriere s'inchina ed esce.
L'uomo in frak (alieno, come per dire qualche cosa):
Oh, sai? M'hanno detto che è ritornato da Giava...
La giovane signora (versando il tè): Sì sì, lo
so...
L'uomo in frak: Ah, l'hanno detto anche a te?
La giovane signora: Sì, l'altra sera. Non ricordo
più chi...
L'uomo in frak: Pare che abbia fatto là molti soldi...
La giovane signora: Latte o limone?
L'uomo in frak: Latte - Grazie.