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PERSONAGGI
Carlino Sanni.
Tito Morena.
Melina.
L'avvocato Merletti.
La Pedoni.
Il Medico.
Il signor Franzoni, della villa accanto.
La Vicina.
Una vecchia Signora.
E poi, personaggi che non parlano: un prete, un
sagrestano, una bàlia,
una frotta di giovinastri che passano sonando chitarre e
mandolini.
A
Roma. Oggi. |
Commedia in tre atti scritta nella primavera del 1929 e
rappresentata per la prima volta al Teatro di Torino il 4
novembre dello stesso anno dalla Compagnia
Almirante-Rissone-Tofano. È tratta dall'omonima novella dello
stesso autore.
O di
uno o di nessuno
andò in scena per la prima
volta al Teatro di Torino il 4 novembre 1929,
nell’interpretazione della compagnia Almirante-Rissone-Tòfano.
Tratto dall’omonima
novella, il dramma si incentra sul tema del controverso rapporto
tra paternità e maternità.
Nonostante il finale lieto, O di uno o di nessuno è una
drammatica riflessione sull’egoismo della razza umana e
soprattutto sulla scelleratezza del maschio. Nel conflitto tra
paternità e maternità, sicuramente Pirandello dimostra come sia
proprio quest’ultima ad avere la meglio in una società dominata
sostanzialmente dagli egoismi maschili.
Anche di fronte a un bambino e alle responsabilità che la sua
educazione impone, il maschio non sa rinunciare ai propri
diritti e alle proprie pretese. La maternità viceversa è molto
più responsabile e soprattutto disinteressata, capace di
conoscere anche il sacrificio supremo.
Il tema affrontato da Pirandello in questo dramma, pur
considerando le grandi trasformazioni sociali, conserva una
considerevole carica di attualità.
La responsabilità dei genitori, il modificarsi del rapporto uomo
donna nel momento in cui interviene la presenza di un bambino,
il crearsi di equilibri instabili etero e omosessuali
all’interno di un gruppo chiuso, sono certamente tematiche
profonde che agitano e coinvolgono la società occidentale
contemporanea.
«Può darsi che Pirandello - ancora una volta - abbia scrutato
nel fondo dell’animo umano proponendo situazioni quasi
incomprensibili ai suoi contemporanei; oggi siamo in grado di
accostarci a questo tema con maggiore consapevolezza e con la
capacità di riflettere più approfonditamente su una situazione
"pirandelliana" che viene a toccare le corde ancestrali del
sentimento umano: la maternità e i diritti assoluti che da essa
derivano.
Dramma di giovani, dunque, e per questo affidato ai giovani: un
banco di prova estremamente impegnativo per il gruppo che la
contrada ha coraggiosamente formato avviandolo a
quell’ideale di seria professione e di rigore assoluto che da
sempre contraddistinguono il suo cammino artistico.
Ariella Reggio e Orazio Bobbio, con la generosità che tutti
conoscono, terranno a battesimo sulla scena "I Giovani della
Contrada", sostenendo due parti minori (due "camei" come si usa
dire oggi). Quali migliori padrini per questi ragazzi?»
Università
degli Studi di Trieste
Dipartimento di Italianistica Linguistica Comunicazione
Spettacolo
La Contrada – Teatro Stabile di Trieste
Associazione Amici della Contrada
Un
caso di “pirandellismo”: O di uno o di nessuno
PAOLO QUAZZOLO
Rappresentazioni pirandelliane a Trieste
O di uno
o di nessuno non è stato uno dei testi fra i più fortunati
della produzione pirandelliana. Certamente ve ne sono stati
altri anche meno fortunati ma, statistiche alla mano, l’edizione
proposta dal Teatro Stabile La Contrada di Trieste è, dal 1929 a
oggi, appena l’undicesima edizione scenica di O di uno o di
nessuno realizzata in Italia. Se si pensa, tanto per fare
un paragone abbastanza lampante, che i Sei personaggi in cerca
d’autore dal 1921 - anno del debutto - a oggi sono stati messi
in scena da compagnie professionali più di cento volte (vale a
dire più di una volta l’anno), il paragone è chiaro.
Quasi tutte le versioni - eccezion fatta per le ultime tre - di
O di uno o di nessuno sono passate per i palcoscenici
triestini. La Contrada, in tale contesto, detiene almeno due
primati: quello di essere la prima compagnia triestina ad aver
allestito questo dramma pirandelliano (sino a questo momento né
lo Stabile del Friuli-Venezia Giulia, né lo Stabile Sloveno
hanno mai pensato di allestirlo); nonché quello di aver portato
O di uno o di nessuno su un palcoscenico diverso da quello del
Teatro Verdi: per una curiosa coincidenza, infatti, tutte le
precedenti edizioni del dramma pirandelliano apparse a Trieste
sono state rappresentate al Verdi.
Prima di fare alcune considerazioni sulle rappresentazioni
triestine di O di uno o di nessuno, vorrei fare alcune
riflessioni sul rapporto tra Trieste e l’opera di Luigi
Pirandello. Come nelle altre città italiane, anche a Trieste
l’autore siciliano è da sempre fortemente amato. Tranne qualche
perplessità agli esordi, le sue opere hanno sempre sollevato
dapprima la curiosità e poi il plauso convinto di pubblico e
critica triestini. Le statistiche delle rappresentazioni
teatrali triestine ci indicano che Pirandello, dopo Goldoni, è
l’autore che vanta il maggior numero di rappresentazioni. Il
dato assume particolare significato se si considera che Goldoni,
attivo nella seconda metà del Settecento, ha dopo di sé duecento
anni di storia dello spettacolo, mentre Pirandello, attivo nei
primi decenni del Novecento, ha meno di un secolo di tradizione
rappresentativa. In questa prospettiva, fatte le dovute
proprzioni, Pirandello risulta essere l’autore più rappresentato
sui palcoscenici triestini.
Nonostante ciò, Trieste conobbe il teatro di Luigi Pirandello
con un lieve ritardo rispetto il resto d’Italia. Le prime
rappresentazioni di lavori pirandelliani risalgono infatti
attorno gli anni Venti, vale a dire negli anni in cui Pirandello
stava godendo della maggiore popolarità, dovuta in parte anche
alle polemiche che avevano accompagnato alcune prime
rappresentazioni dei suoi drammi. Una certa curiosità da parte
del pubblico - stimolata sia dalla novità presentata dall’opera
del drammaturgo siciliano, sia dalle cose che su di essa si
erano dette - era quindi più che comprensibile e quindi non deve
stupire se Pirandello fosse uno fra gli autori contemporanei tra
i più richiesti.
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I motivi del
ritardo con il quale i drammi di Pirandello giunsero a Trieste,
possono essere spiegati in vario modo. I motivi del ritardo con
il quale i drammi di Pirandello giunsero a Trieste, possono
essere spiegati in vario modo. Uno dei motivi più forti è
sicuramente di ordine storico-politico: sino alla fine della
prima guerra mondiale la cittˆ faceva parte dell’Impero
Austro-ungarico. Questo rese di fatto difficile la
rappresentazione di molti autori italiani contemporanei che
solamente a fatica, dopo il 1918, iniziarono ad essere
rappresentati sui nostri palcoscenici. Di contro Trieste godette
di alcuni primati positivi. Innanzitutto che vennero
rappresentati numerosi testi di autori tedeschi, spesso anche in
lingua originale; in secondo luogo Trieste fu una delle prime
cittˆ della penisola italiana ad aprirsi verso nuove forme di
teatro, soprattutto verso la drammaturgia nordica,
rappresentando testi di Ibsen e Strindberg. È noto, in
particolare, il caso del teatro di Ibsen che - grazie alla
presenza di intellettuali di sicuro spessore quali
Michelstaedter, Slataper o Benco - venne letto attraverso nuove
e più appropriate chiavi interpretative. Non deve inoltre essere
dimenticato che a Trieste, proprio in virtù della situazione
politica dominante, transitarono compagnie che non si esibirono
su altri palcoscenici italiani: è il caso della celebre
Compagnia dei Meiningen, al Politeama Rossetti nel 1886, il
gruppo dal quale prese avvio il grande cammino di innovazione
del teatro europeo che culminerà con la nascita della figura del
regista.
Per i motivi sopra esposti, Pirandello approdò ai palcoscenici
triestini con un certo ritardo rispetto gli altri teatri
italiani. Il primo gruppo significativo di recite pirandelliane
ebbe luogo nel 1926. L’autore siciliano, tuttavia, giunse a
Trieste per la porta principale: le sue commedie vennero infatti
rappresentate al Teatro Verdi, il palcoscenico di maggiore
prestigio in ambito cittadino e protagonista del ciclo di recite
fu la compagnia del Teatro d’Arte di Roma, vale a dire il gruppo
fondato dallo stesso Pirandello e diretto da Marta Abba. Lo
stesso Pirandello, per tutta la durata della permanenza della
compagnia, fu in cittˆ per assistere alle repliche.
Come fu abitudine per le compagnie italiane sino alla metˆ,
circa, del Novecento, anche il Teatro d’Arte si presentò con un
repertorio di spettacoli particolarmente vasto, consentendo così
di proporre ogni sera uno spettacolo diverso. La compagnia
presenò a Trieste ben 15 commedie delle quali 13 appartenenti al
repertorio pirandelliano, le rimanenti due al repertorio
contemporaneo: La donna del mare di Ibsen - testo ben conosciuto
dalla platea triestina che lo aveva visto recitato, tra l’altro,
anche da Eleonora Duse - e marionette che passione di Rosso di
San Secondo, che venne accolto dal pubblico in modo abbastanza
freddo, nonostante l’opera fosse già stata rappresentata a
Trieste qualche anno prima con esito discreto.
Il Teatro d’Arte di Roma si fermò a Trieste dal 20 novembre al 3
dicembre 1926. Esordì con i Sei personaggi in cerca d’autore,
cui fece seguito, il 21, Vestire gli ignudi, il 22 Così è (se vi
pare), il 23 Il giuoco delle parti, mentre il 24 furono proposte
addirittura due commedie nella stessa serata: Il berretto a
sonagli e l’atto unico L’uomo dal fiore in bocca. Il 25 novembre
fu la volta de La vita che ti diedi, il 26 L’uomo, la bestia e
la virtù, il 27 la giˆ citata Donna del mare di Ibsen, il 28 Ma
non è una cosa seria, il 29 Due in una (la seconda stesura della
Signora Morli una e due), il 30 Pensaci, Giacomino! Il 1°
dicembre fu la volta di Come prima, meglio di prima, il 2 venne
proposta la giˆ ricordata Marionette che passione di Rosso di
San Secondo, e infine, il 3 dicembre, chiusura trionfale con Il
piacere dell’onestà.
L’atteggiamento tenuto dal pubblico e dalla critica nei
confronti di questo ciclo di rappresentazioni fu dapprima di
curiosità e poi, via via, di crescente successo, sino
all’autentico trionfo delle ultime serate.
Si è accennato all’esito particolarmente felice della serata di
congedo: il motivo deve essere ricercato soprattutto nel fatto
che Luigi Pirandello, come si è detto, in città per seguire la
compagnia, si presentò prima dell’inizio dello spettacolo alla
ribalta del palcoscenico del Teatro Verdi per colloquiare con la
platea.
Pirandello non era solito intrattenersi con il pubblico, lo
faceva solo sporadicamente. Il pubblico di Trieste evidentemente
lo ispirò e quella sera si presentò sul proscenio prima del
levarsi del sipario per rispondere alle domande del pubblico. Le
cronache, che riportano quasi integralmente il testo della
discussione, raccontano che l’autore siciliano - forse perché
timoroso di qualche contestazione - esordì dicendo che avrebbe
risposto alle domande purché queste fossero non troppo pressanti
e polemiche. La raccomandazione fu comunque inutile perché il
pubblico triestino, secondo una sua ben nota etichetta, non pose
alcuna polemica ed anzi, si dimostrò entusiasta nei confronti
del teatro pirandelliano. Le curiosità del pubblico si
riversarono soprattutto sui due maggiori cardini della poetica
pirandelliana: il tema della pazzia e soprattutto l’argomento
del relativismo e delle molteplici facce possedute da una
medesima realtà Al termine del dibattito la direzione del Teatro
Verdi offrì a Pirandello una targa d’argento a ricordo della
serata.
Motivo di curiosità che accompagnò le esibizioni della compagnia
pirandelliana a Trieste fu anche la presenza di una giovanissima
Marta Abba. L’attrice all’epoca aveva solo 26 anni. Sui
palcoscenici triestini l’attrice era già comparsa nel 1924, ma
in ruoli marginali: è quindi comprensibile la curiosità del
pubblico triestino nel sentire e vedere un’attrice che nel giro
di pochi anni era passata dai ruoli di contorno a quelli
fortemente protagonistici.
La compagnia del Teatro d’Arte di Roma, dopo la permanenza a
Trieste (una delle poche città italiane ad aver ospitato il
gruppo) proseguì la sua tournée verso le grandi capitali
danubiane: Budapest, Praga, Bucarest e infine a Vienna ove si
esibì nel teatro di Max Reinhart. In seguito la Compagnia non
tornò più a Trieste, sia perché la lunga tournée la condusse
lontano dall’Italia e dall’Europa, sia perché si sciolse dopo
pochi anni. A Trieste ritornò invece Marta Abba, interprete
proprio di O di uno o di nessuno.
Vorrei, in questa ultima parte del mio discorso, dare notizia
delle varie edizioni che di O di uno o di nessuno si sono
susseguite sui palcoscenici triestini. O meglio, sul solo
palcoscenico del Teatro Verdi perché, curiosamente, questa
commedia pirandelliana ebbe la ventura di essere rappresentata
solo nel maggiore teatro cittadino.
Trieste fu la seconda città italiana, dopo Torino, a
rappresentare O di uno o di nessuno. La commedia debuttò il 4
novembre 1929 al Teatro di Torino, nell’interpretazione della
Compagnia Almirante-Rissone-Tòfano. La stessa compagnia,
trasferitasi da Torino a Trieste, tra la fine del novembre e gli
inizi del dicembre dello stesso anno, diede un ciclo di
rappresentazioni al Teatro Verdi, tra le quali, il 9 dicembre,
anche O di uno o di nessuno. Accanto a Luigi Almirante, Giuditta
Rissone e Sergio Tofano, che vestirono i tre ruoli principali,
recitarono Amalia Chelli e Vittorio De Sica.
O di uno o di nessuno tornò al Teatro Verdi il 19 novembre 1930
nella interpretazione della Compagnia Almirante-Besozzi-Pagnani.
A questo proposito è interessante sottolineare che Luigi
Almirante fu una sorta di erede e poi interprete della
tradizione pirandelliana e per molti anni fu anche il
depositario di questo testo. Non a caso, anche l’edizione
successiva di O di uno o di nessuno, giunta a Trieste nel maggio
del 1934 e interpretata dalla Compagnia Stabile di San Remo con
Marta Abba, vide tra i protagonisti Luigi Almirante. Al loro
fianco Giovanni Cimara e Romano Calò, celebre allora in Italia
per le sue interpretazioni di drammi polizieschi.
Una nuova edizione di O di uno o di nessuno fu proposta a
Trieste nel novembre del 1936 con la Compagnia
Palmer-Almirante-Scelzo. Nel novembre del 1940 a cimentarsi con
la commedia fu invece la Compagnia di Mario Ferrari con
Giuseppina Cei e Luigi Carini.
L’ultima volta, in ordine di tempo, che O di uno o di nessuno
venne proposta a Trieste, sempre sul palcoscenico del Teatro
Verdi, fu il 3 marzo del 1952 con la Compagnia diretta da Laura
Solari (attrice che due anni più tardi sarebbe divenuta la prima
donna del neonato Teatro Stabile “Città di Trieste”) con
Giuseppe Porelli, Ivo Garrani, Gianrico Tedeschi e Albereto
Lionello.
Da allora e sino a oggi, O di uno o di nessuno non è stato più
rappresentato a Trieste. Nel resto d’Italia tuttavia la
situazione non è stata di gran lunga migliore: dal 1952 a oggi
si possono infatti contare solo altre tre edizioni: quella del
1957 proposta dal Teatro Stabile di Palermo con Lucia Catullo e
la regia di Lucio Chiavarelli. Poi una fortunatissima edizione
allestita dal Teatro dei Filodrammatici di Milano che rimase in
scena per tre stagioni consecutive (1986/87, 1978/88, 1988/89)
per la regia di Lamberto Puggelli con Adriana De Guidi, Riccardo
Pradella e Claudio Beccari. Ultima edizione in ordine di tempo è
quella diretta da Walter Manfre con Paola Quattrini
protagonista, nella stagione 1992/93.
Concludendo, credo sia doveroso dare notizia degli esiti della
prima rappresentazione triestina di O di uno o di nessuno del
dicembre 1929. Questa commedia pirandelliana non è stata
particolarmente fortunata: sia il pubblico che la critica la
accolsero senza particolari entusiasmi, sebbene tutti i
quotidiani avessero dato grande rilievo alla serata. I due
articoli più significativi furono quello apparso su “Il Piccolo”
e siglato v.t. (Vittorio Tranquilli) e quello pubblicato su “Il
Popolo di Trieste” e siglato ant.
La critica del “Piccolo” è sicuramente più favorevole al nuovo
testo pirandelliano, rivelando, tra l’altro, anche la
personalità di un critico di sicuro spessore quale era Vittorio
Tranquilli. Il recensore analizza con intelligenza il tema della
paternità egoistica e della maternità offesa e soprattutto si
sofferma sul contrasto tra ragione e natura. La ragione che in
Tito e Carlino trova esplicazione attraverso un amore
“pianificato” e la natura che nella nascita di un figlio
imprevisto e nella malaugurata morte di Melina vanifica
prepotentemente ogni calcolo precedente. Il recensore del
“Popolo di Trieste” si dimostra invece molto più severo,
addirittura scagliandosi con una certa violenza contro la
commedia di Pirandello. Leggiamo infatti: “O di uno o di nessuno
dà un’impressione di fontana chioccia la cui acqua scarsa può
guizzare soltanto, ma non è mai zampillo sicuro. La fatica della
costruzione si risente a ogni atto, la magrezza d’inventiva
colpisce subito per rappresentarci gente che Pirandello ha già
fritto in altre commedie sue. Quando un autore grande si ripiega
su se stesso, la sua fatica si può dire mancata”. È d’altra
parte curioso che al termine dell’articolo il recensore avesse
sentito il bisogno di sottolineare che, nonostante tutto, la
commedia era pur sempre opera di Pirandello e quindi un certo
valore lo conservava.
Desidero chiudere il discorso offrendo un piccolo saggio di
quali possano essere le difficoltà, per chi si occupa di storia
del teatro e dello spettacolo, nel ricostruire con precisione
l’andamento di una serata teatrale, soprattutto se questa è
lontana da noi nel tempo. I due critici citati assistettero alla
medesima rappresentazione, nello stesso teatro, con la stessa
compagnia. Eppure i responsi sono quasi opposti. Dice infatti
Vittorio Tranquilli su “Il Piccolo”: “Il pubblico, imponente,
che gremiva il teatro in tutti i posti, ha accolto la commedia
con caldo fervore applaudendo due volte dopo il primo atto,
quattro volte dopo il secondo, tre volte dopo il terzo, che è
stato però anche disapprovato da alcuni solitari”. Scrisse
invece il critico del “Popolo di Trieste”: “La commedia,
teatralmente parlando, non vale. Nel teatro di Pirandello può
tranquillamente occupare l’ultimo posto, tant’è miseruccia. Il
pubblico ha sentito ciò e dopo aver accolto freddamente il primo
atto, dopo aver applaudito con contrasti il secondo, il terzo si
è alzato in fretta scontento nella maggioranza. Qualche fischio
isolato”.
A questo punto, con una citazione pirandelliana ci potremmo
chiedere dove stia la verità dei fatti. Due critici, testimoni
del medesimo avvenimento spettacolare, danno due versioni
differenti. Ma nel decretare le diverse opinioni, lo sappiamo,
concorrono inevitabilmente diversi fattori, dallo stato d’animo,
al coinvolgimento emotivo, dalla formazione culturale sino -
fatto non trascurabile - l’orientamento politico del quotidiano
per il quale ciascuno scriveva.
Trama
Due veneti colleghi di lavoro, Carlino e Tito, entrambi
segretari in un ministero romano, sono grandi amici: condividono
tutto: il lavoro, la camera ammobiliata in cui vivono:
vorrebbero formarsi una famiglia, ma con gli stipendi dello
Stato sarebbe difficile mantenerla. Si domandano quindi perché
non condividere, in buona amicizia, anche una donna che faccia
da moglie per entrambi.
Una donna l'avevano già avuta in comune al loro paese, quando se
la spassavano tutti e due con Melina, una giovane prostituta che
allietava la loro spensierata giovinezza. Basterà chiamarla a
vivere con loro a Roma dove potrà godere di un tenore di vita
migliore di quello che ha. La docile Melina accetta con
soddisfazione reciproca di tutti e tre. Questo dimostra come si
possa costruire razionalmente la propria esistenza in modo
gradevole per tutti senza badare a insensate regole sociali.
A turbare però la pace dell'irregolare ménage à trois accade che
Melina sia incinta e, a complicare terribilmente la faccenda,
non si sa di chi dei due amiconi. La loro sistemazione razionale
si sfalda dinanzi all'intervento della casualità della vita. Una
donna si può dividere ma un figlio, no.
L'equilibrio e l'armonia della ragione si rompe e gli egoismi e
i sentimenti di proprietà e d'onore, che secondo Pirandello
caratterizzano la paternità e che provengono non dalla natura ma
dalla società, irrompono a trasformare l'amicizia in odio
reciproco.
La conclusione alla quale giungono è che se il figlio che
nascerà non potrà essere di uno, allora non sarà di nessuno: i
due, però, non hanno fatto i conti con Melina, che ora vive
intensamente quel sentimento disinteressato e senza condizioni
che è la maternità. La remissiva Melina si ribella e, sebbene
abbandonata dai due, decide di far nascere il figlio ma, dopo
poco aver partorito, muore.
I due continueranno a contendersi il figlio sino a quando la
soluzione verrà ancora una volta dal caso. Vicino alla casa di
Melina abita il signor Franzoni, sposato ma senza il figlio che
ha dovuto sacrificare per salvare la moglie in pericolo di vita
per il parto. Sarà lui ad adottare il figlio di Melina che
crescerà come se fosse suo. L'evento riconcilierà gli amici
Carlino e Tito.
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