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MITO IN TRE ATTI
STESURA febbraio - aprile? 1928
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 7 dicembre 1929 -
Torino, Teatro di Torino, Compagnia
Marta Abba;
prima rappresentazione
assoluta il 9 luglio 1929 al Royal
Theater di Huddersfield nella traduzione
inglese di C.K. Scott Moncrieff.
In questa pagina:
Introduzione (da Circolo
Culturale Albatross)
Analisi (da
Edizioni dell'Orso)
Lazzaro fa parte dell'ultima
produzione letteraria di Luigi Pirandello che si rifà al mito come ne La
nuova colonia e ne I giganti della montagna. La composizione dell'opera risale al
1928 e fu rappresentata in Italia la prima volta a Torino nel dicembre del 1929
con la Compagnia di Marta Abba. da
Circolo
Culturale Albatross
Il titolo - riferito chiaramente all'episodio evangelico -
esplicita immediatamente il tema religioso del dramma, affrontato con sorpresa,
e per la prima volta, dall'ateo Pirandello. Il tutto è però inserito in una
vicenda più ampia che già il primo dei "miti" (questo è il secondo) aveva
trattato, e cioè il contrasto tra una civiltà della madre, vitalistica, e una
civiltà paterna, in questo frangente di tipo trascendentale,
religioso-dogmatico.
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Diego e Sara, marito e moglie, si separano a seguito di numerose incomprensioni
sorte spesso riguardo al trattamento dei due figli, Lucio e Lia.
Lei si rifugia in una casa di campagna, scopre l'amore e inizia una nuova vita,
basata su di una morale di tipo, per così dire, naturale. Lui, dogmatico
difensore della religione, più che della fede, rimane in città assieme ai figli,
di cui diviene l'unico educatore. Lucio e' mandato in seminario, mentre Lia,
affidata alla cura delle suore, diviene incapace di camminare.
La trama fin qui espressa è l'antefatto del dramma, dramma che si apre col
rifiuto della veste da parte di Lucio che scatena in Diego una violenta reazione
in seguito alla quale, accidentalmente, muore.
Riportato miracolosamente in vita dal dottore (di qui il titolo "Lazzaro"),
Diego rasenta la pazzia, cercando una nuova base per poter vivere, poichè ormai,
per lui, sono crollate tutte le certezze.
Sarà Lucio a salvare il padre e a riconciliare la sua intera famiglia,
riprendendo la veste e facendo il miracolo di guarire la sorella.
Pirandello stupì la critica, e stupisce anche noi a dire il
vero, addentrandosi in un argomento nuovo e tanto delicato come quello
religioso, ma ancora una volta il tutto è usato come base per una profonda
riflessione sulla vita, sulla realtà e sulla comunicazione.
Assistiamo nel dramma a uno svolgimento che ci porta da una condizione di
assoluta immobilità (mancanza completa di comunicazione, di comprensione e, in
ultimo, di vita) a una situazione di evoluzione, in cui sono gettati i germi per
uno sviluppo positivo.
Già dalle prime battute (dall'entrata in scena di Diego Spina) ci accorgiamo
della staticità della situazione. Interessante a questo riguardo l'atteggiamento
di Diego nei confronti di un primo miracolo, la resurrezione operata dal dottore
della coniglietta bianca di Lia.
Diego nega anche davanti a ciò che giace sotto i suoi occhi, per non contraddire
ciò su cui si è basata la sua vita: se la coniglietta è viva, allora vuol dire
che non era morta. ("Non è possibile ... Non può essere vero ... E' segno che
non doveva esser morta ... Io so che solo Dio può , per un miracolo, richiamare
da morte a vita ... se la riporti nel suo laboratorio! ... )
Assistiamo quindi a un dogmatismo religioso che agisce come museruola della
comunicazione, assolutamente chiuso alla comprensione e al dialogo.
Diego, avendo scelto la via della religione e avendo fondato sui dogmi di essa
la propria vita, non può accettare che questa sia messa in discussione: sarebbe
come rinnegare la propria intera esistenza, il senso stesso della propria vita.
Ma proprio questo elimina, o contribuisce a eliminare, buona parte della
possibilità di comunicare. Il suo fanatismo religioso lo isola, poichè Diego non
capisce gli altri, come gli altri d'altro canto non capiscono Diego.
Egli si pone come su di un alto piedistallo, distaccato da tutto e da tutti.
Inoltre questa visione trascendentale, spinta all'eccesso e assolutamente chiusa
in sè , toglie importanza alla vita stessa, poichè tutto è incentrato sul dopo,
non sull'adesso, e la vita deve quasi portare alla sofferenza e alla catarsi
dell'anima necessaria ad "acquisire" la vita dopo la morte.
(LUCIO ... per non finire noi, annulliamo in nome di Dio la vita ... tu avevi
chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover vedere l'altra di là ... )
Tutta questa statica chiusura alla vita pero' viene incrinata da due eventi che,
sebbene negativi, agiscono positivamente: Lucio rinuncia alla veste, Diego muore
e poi risuscita. Questi avvenimenti demoliscono le certezze dogmatiche su cui si
era fondata la vita di Diego Spina: Diego non ricorda alcunchè della propria
morte.
Nella e oltre la quale quindi non c'è nulla. Si cancella quella visione
soprannaturale che lo ha sempre guidato, e la stessa interiorità dell'uomo si
svuota.
E' questo vuoto, che deve essere riempito, che spinge Diego alla ricerca di
nuove sicurezze e quindi alla comunicazione, al rapporto produttivo con gli
altri.
Lucio è la sintesi tra il mondo della madre e il mondo del padre: ha infatti
vissuto secondo gli insegnamenti paterni, ma con una visione critica che l'ha
portato a cogliere di quel mondo solo gli elementi positivi, a cui ha aggiunto
l'amore per la vita presente nella concezione materna.
E Lucio si fa tramite della comunicazione, da un lato ridando al padre una base
su cui fondare la propria rinascita (riprendendo la veste), dall'altro spingendo
la madre al rapporto col mondo esterno, che era stato rifiutato con la chiusura
in una realtà caratterizzata da una morale "naturale", cioe' della terra
(faticare, soffrire e gioire della terra).
(SARA ... la vita, la vera vita che ha qui, fuori dalla città maledetta, la
terra; questa vita che ora sento, perchè le mie mani l'aiutano a crescere, a
fiorire, a fruttare ...)
Lucio, alienandosi e sacrificandosi, grazie a un vero sentimento religioso di
natura panteistica (probabilmente la religione a cui Pirandello maggiormente
inclinava), fornisce al padre, riprendendo la strada che da lui gli era stata
indicata, la convinzione di non avere sbagliato la sua intera vita.
E riunisce in un unicum tutti i frammenti in cui si erano disgregate le certezze
del padre.
da
Edizioni dell'Orso
Parlare di miti in Pirandello significa riferirsi alla sua ultima e forse meno
frequentata produzione: La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna.
Essi si pongono, all’interno della sua poetica, come laboratori sperimentali e
come naturali tappe/compendio di soluzioni tecniche, in quanto alla forma e alla
scena, e come fisiologiche focalizzazioni di scelte tematiche, in quanto al
pensiero e al contenuto. Traguardo dell’intero cammino culturale dell’uomo
Pirandello, i miti sono come un sicuro approdo dopo una lunga, tempestosa
navigazione esistenziale, come un ubi consistam a lungo sperato contro ogni
speranza, ma anche come un cifrario che custodisca e adombri, e allo stesso
tempo sveli, offrendone un’indubbia chiave di lettura, gli estremi quesiti
dell’uomo. In essi, infatti, i punti interrogativi, di cui è disseminata
l’intera precedente produzione pirandelliana, tentano caparbiamente di diventare
punti fermi. I miti pirandelliani, quindi, oltre ad essere una trilogia
drammatica, costituiscono delle tesi programmatico-esistenziali, volte a
illustrare un’unitaria e universale visione della vita. Così, essi racchiudono,
frammisti all’immaginario e al sacro, i valori e gli ideali dell’esistenza,
quasi ostensori dove la verità è, sì, manifestata ma anche relegata nello
sfondo, e velata dai fregi preziosi e dal cristallo della teca; o loci conclusi
dove l’Arte si è re-impastata a tal punto alla religio da non poterne essere più
distinta.
Lazzaro, dunque, che solo in maniera nominale e metaforica prende spunto
dall’omonimo personaggio della vicenda evangelica essendo un’esemplificazione
drammatica della resurrezione/rinascita fisica e interiore dell’uomo,
rappresenta il tema della morte e dell’oltre. Meglio, racchiude, illuminate
dalla luce della charitas del Cristo, le realtà oscure del fine e della fine
della vita: la partenza dalla terra, l’esistenza dell’altro mondo e il ritorno
da quello in questo. L’opera fu rappresentata in prima assoluta a Huddersfield,
in Inghilterra, il 9 luglio 1929. Ma la sua gestazione/composizione risale ad
almeno un anno prima, al luglio del 1928. In Italia, invece, sarà messa in scena
a Torino, al Teatro di Torino, della Compagnia di Marta Abba, cinque mesi dopo,
il 7 dicembre 1929, riportando un enorme ed insperato successo.
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PERSONAGGI
Diego Spina
Sara, già sua moglie
Lucio e Lia, suoi figli
Arcadipane, fattore di campagna
Deodata, governante di Lia
Gionni, professore di medicina
Monsignor Lelli
Cico, esattore di Dio
Il Marra, notajo
Due figli naturali di Sara e Arcadipane (non parlano)
Un medico
Una guardia
Signori della strada
Due contadini
Tempo presente. |
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1966 -
Lazzaro - Gruppo Filodrammatico - Circolo Culturale
Sacilese, Sacile (PN) |
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Giardino pènsile in casa di Diego Spina.
La casa antica, modesta è a sinistra (dell’attore).
Se ne
vede di taglio la facciata, con un rustico portichetto
spiovente, sorretto da colonnette, sotto il quale si vedono gli
usci che immettono nelle stanze a terreno.
Alto poco più d’un
metro è in fondo un muro di cinta, rozzo, imbiancato di calce,
con una cresta di pezzetti di vetro.
A metà di questo muro,
stagliata sullo sfondo d’un cielo di strano azzurro (quasi di
smalto) è una grande croce nera con uno squallido Cristo
dipinto, sanguinante.
E, presso la croce, il fusto d’un
altissimo cipresso, che sorge dalla sottostante strada.
Questo
muro di cinta segue anche sul lato destro della scena,
interrotto nel mezzo dal largo della scala che scende nella via.
C’è per terra qualche ajuola con piante qua e là fiorite, tra
vialetti inghiajati, con sedili verniciati di verde.
Al levarsi della tela sono in iscena Deodata e Lia.
Lia ha
quindici anni, ma è come una
bambina. Tiene i capelli sciolti, con un bel fiocco celeste nel
mezzo. È persa nelle gambe e sta sempre su una sediola a ruote
che fa andare da sé con la sveltezza di un’andatura ormai
naturale. Le gambe sono coperte da uno scialle.
Deodata è sulla
quarantina. Alta e robusta, veste di nero, con una cuffia nera
in capo. Seduta su uno sgabello di ferro, lavora a tombolo.
È un
pomeriggio d’aprile.
Lia (assorta): Non scrive da più d’un mese.
Deodata (dopo una pausa): Lucio?
Lia: E l’ultima lettera papà non ci ha capito nulla: non
ha voluto farmela leggere.
Deodata: Sarà in apprensione per gli esami. Tuo padre, al
solito, si mette per la testa tante cose.
Lia: Sarà. Ma anch’io, sai? Tante cose.
Deodata: Brava. Anche tu. Attaccàtelo anche a me, codesto
male.
Lia: Uh, male poi...
Deodata: Male, male: perché tante volte tu - guarda:
supponi in qualcuno un pensiero? fattene accorgere; e il
pensiero che prima in quello non c’era, gli nasce per davvero.
Chi gliel’ha fatto nascere? Tu, con la tua supposizione.
Lia: Scusa: non stai supponendo anche tu adesso che Lucio
non scriva perché in apprensione per gli esami?
Deodata: Mi spiego il suo silenzio con una ragione che
può essere, come tante altre, probabile: ma che intanto non
nuoce a lui e non affligge me - almenoprima del tempo.
Pausa.
Lia: Se non si fosse ostinato ad andare all’Università!
Deodata: Ah questo, vedi, questo non ho saputo approvarlo
neanch’io.
Uscito dal Seminario, poteva mettersi quieto e
soddisfatto a esercitare il suo santo ministero di sacerdote,
senz’andare a imparare tutte le diavolerie che insegnano là.
Lia: Ma allora avrebbe dovuto far subito il soldato...
Deodata: Eh, lo so: questa è stata la scusa. Come se a
ventisei anni non dovesse poi farlo lo stesso! Mi pare che -
farlo a ventuno - poteva pesargli meno. Mah! Anche per tuo padre
l’idea di vederlo da un giorno all’altro senza più la tonaca, in
tenuta di soldato, fu come se dovesse vedere il diavolo!
Lia: È stato perché Lucio era così patito. Il pensiero di
fargli affrontare in quello stato gli strapazzi della vita
militare...
Deodata: È inutile: bisogna che in questa casa io me ne
stia con la bocca cucita.
Ragiono. Ho il vizio di ragionare, tra vojaltri...
Lia: - che non ragioniamo -
Deodata: - oh senti: non c’è via di mezzo: o si è santi o
si è matti.
Tuo padre sarà santo - è un santo, certamente - ma
se qualche volta me ne dimentico e bado a quello che dice, a
quello che fa, Dio mi perdoni, con quegli occhi mi pare un matto
veramente.
Lia (sorridendo, divertita): Perché non
glielo dici?
Deodata: Glielo dirò, glielo dirò, non dubitare. Mi tengo
da tanto tempo!
Oggi stesso glielo dirò, davanti a tutti; anche
per sgravio di coscienza. - Mi fai ridere, «patito».
Perché,
patito? Per la vita troppo chiusa in Seminario; per il troppo
studio.
Fargli prender aria, cambiar vita: mi pare che sarebbe
stato il rimedio. Nossignori.
Studiare ancora, e chi sa quanto,
per finire di rovinargli la salute.
Ma quando gli hai detto e
dimostrato questo, per lui è nulla. La salute, come tutto il
resto.
Apre le mani e alza gli occhi al cielo.
O se credi che
t’abbia dato ascolto, accogliendo qualche tuo suggerimento,
vieni tutt’a un tratto a vedere che il tuo suggerimento gli è
servito per commettere una nuova pazzia. Come questa che sta
commettendo...
Lia: - della cessione del podere? -
Deodata: - sì: un bel modo di farti prender aria di
campagna, come gli avevamo suggerito io e il dottor Gionni qua
accanto!
Lia: Ma che vuol fare?
Deodata: Del podere? Non l’hai ancora capito? Un ospizio
di mendicità.
Lia: E che vuol dire?
Deodata: Che tutti i mendicanti della città e anche
quelli dei dintorni saranno ricoverati a sue spese nel podere; e
vojaltri due, là, tu e lui, in loro compagnia. - Sì, sì, ti farà
vispa, t’assicuro io, con quell’aria di campagna imbalsamata
dagli stracci della miseria!
S’udrà di sotto la scala a destra la voce di Cico.
La voce di Cico: Permesso? Si può?
Deodata: Ah, tu Cico? Vieni, vieni su.
Viene su dalla scala Cico, che è un esile vecchietto bizzarro,
dagli occhietti celesti quasi di vetro, aguzzi, ilari, parlanti.
Porta sul cranio lucidissimo un berrettino rosso da ergastolano,
e rigirata attorno al collo e pendente davanti e dietro una
lunga sciarpa azzurra.
Parla a scatti, e ogni tanto si ferma;
guarda con quegli occhietti ilari parlanti e accompagna lo
sguardo malizioso con un muto sorriso argutissimo.
Cico: Rovinato, Deodata, rovinato.
Scorgendo Lia e cavandosi subito il berrettino:
Ah, c’è anche lei, signorinella? servo!
Di nuovo a Deodata:
Rovinato.
Deodata: Chi t’ha rovinato, sciocconaccio?
Lia: Papà, scommetto.
Cico: E il diavolo! Papà e il diavolo. Tutt’e due.
Capita, signorinella. Più uno è santo e più il diavolo gli sta
attorno.
Starnuta.
Permette?
Si rimette il berretto.
Se Dio liberi mi metto a starnutare, son capace d’infilarne
cento; e addio, non parlo più!
Lia. Che t’hanno fatto, papà e il diavolo?
Cico: Rovinato, le dico. M’era venuta un’idea, un’idea!
Facevo danari a palate.
Avevo trovato la professione. M’ero
patentato.
Deodata: Non chiedevi più l’elemosina?
Cico: Che elemosina! Esattore. Patentato.
Deodata: Tu, esattore?
Lia: Di chi?
Cico: Di Dio, signorinella. Esattore di Dio.
Avevo
combinato una filastrocca che appena mi mettevo a recitarla, lei
non può figurarsi la gente che facevo.
Uomini e donne, d’ogni ceto, età,
professione,
marinaj,
campagnuoli, cittadini,
tutti siamo inquilini
del Signore.
Inquilini del Signore,
proprietario di due case.
Due case,
sì,
due case.
L’una - noi la vediamo - eccola qua.
E sarebbe il Signore buon padrone
per tutti quanti a un modo,
se tanta e tanta gente,
avara e prepotente,
non se ne fosse fatta casa propria,
quand’essa
dovrebbe invece esser casa comune.
C’è chi ha granajo, dispensa, rimessa,
e chi non ha né fune
né tanto muro da piantarvi un chiodo
per potersi impiccare;
e i più son questi, e sono come me.
Ma gli altri intanto debbono pensare
che è pur padrone Dio
dell’altra casa, la casa di là,
di cui comanda che ciascuno paghi
anticipata la pigione qua.
I poveri, com’io,
la paghiamo ogni giorno con le pene
nostre, puntualmente, a tutte l’ore;
ai ricchi invece per pagarla basta
che facciano ogni tanto un po’ di bene.
Ne viene,
signori miei, ch’io sono veramente
per conto del Signore
di questo po’ di bene
(stende la mano) - l’esattore.
Piovevano i denari, signorinella. Come grandinare.
Ora con
questa diavoleria dell’ospizio che suo papà vuole fondare, lei
lo capisce, che pigione anticipata più, per la casa di là! tutti
mi diranno: «Ora qua la casa ce l’hai anche tu: vatti a
riporre!».
Deodata: Bravo, Cico. Credi dunque anche tu che
quest’idea dell’ospizio sia un suggerimento del diavolo?
Cico: Altro che! Ne ho in me la prova. Sapete che ce l’ho
dentro!
Lia: Sì, sì: il diavolo che dice di no.
Cico: - Le giuro: sempre: senza ch’io lo voglia: io dico
di sì, e lui dice di no; con la mia stessa voce, sotto sotto,
mentre sto parlando. - Guardi, jeri, davanti allo specchio d’uno
sporto di bottega.
Dico: «O Dio, ma perché? Ci hai dati i denti,
e a uno a uno ce li levi; la vista, e ce la levi; la forza, e ce
la levi.
Ora guardami, Signore, come m’hai ridotto!
Di tante
cose belle che ci hai date, nessuna dunque dobbiamo riportarne a
Te?
Bel gusto, di qui a cent’anni, vedersi comparire davanti
figure come la mia!»
Deodata: Questo era il diavolo; mica tu!
Cico: Positivo! Il diavolo. E fui tanto contento che
Monsignor Lelli, passando, gli diede la risposta che si
meritava:
«Sciocconaccio, Dio ti riduce così perché non ti costi
tanta pena il morire!».
Deodata: Benissimo!
Cico: Già. Ma sapete che cosa questo schifoso diavolaccio
ha osato ribattere sotto sotto?
«Ma potrebbe coi denti levarci
anche il desiderio di masticare, e non ce lo leva!» - Si misero
a ridere - tutti - anche Monsignore; e io ci son rimasto brutto.
Fanno male, fanno male a ridere e a lasciarmelo così senza
risposta. - Non son cose a cui ci si dovrebbe divertire! -
Questa dell’ospizio di carità era una cosa che mi diceva lui,
dentro.
Deodata: Il diavolo?
Cico: Il diavolo, ogni volta che finivo la filastrocca:
«Ma se intanto una casa i poveri l’avessero anche qua!».
Capite?
Ed ecco che il padrone ce la dà davvero.
Si sente la voce del dottor Gionni sù per le scale.
La voce del Gionni: Rediviva! Rediviva!
E il dottor Gionni appare con una coniglietta bianca tra le mani
e corre verso la sediola a ruote di Lia.
È un bell’uomo
antipatico con barba bionda, ampia, e occhiali d’oro, sulla
quarantina; indossa un lungo camice bianco di tela, con cintura
in mezzo.
Gionni: Eccotela qua, rediviva, la tua coniglietta.
Lia (tutta fremente d’una gioja quasi sgomenta, prende
la coniglietta): Viva? Oh Dio! Sì sì! Guarda!
Deodata: Possibile?
Gionni: Da jersera, sì; poco dopo che me la portai via...
Lia. Ah, così subito?
Gionni: Non te n’ho detto nulla stamani, perché ho voluto
prima accertarmi...
Lia: - ma che le ha fatto? com’ha fatto?
Gionni: Niente. Una punturina.
Lia: Ah, la mia Riri! Dove?
Gionni: Al cuore.
Lia (stupita): Al cuore? Ed è resuscitata?
Gionni: Non è la prima.
Deodata: Ma vada là, a chi vuol darla a intendere? Sarà
un’altra!
Gionni (a Lia): Ti pare un’altra?
Lia: Ma che! È Riri!
A Deodata:
Vuoi che non la riconosca? Guarda: mi riconosce anche lei!
Cico: No no! Questo non può stare. Era morta, e lei l’ha
resuscitata?
Deodata: Sarà un’altra, ti dico! O se è la stessa, vuol
dire che non era morta.
Lia: Per esser morta era morta!
Gionni: L’adrenalina.
Lia: E ora è viva!
Cico: Impazzisco!
Sopravvengono dalla scala Diego Spina e Monsignor Lelli.
Diego
Spina ha poco più di quarant’anni. Alto, magro, viso pallido
scavato che arde tutto negli occhi duri e mobilissimi, quasi da
pazzo adirato. Barba e baffi radi, non rifatti, capelli con la
scriminatura in mezzo e volti in su da una banda e dall’altra
per abitudine di rialzarseli così ogni volta, passandosi le mani
sulla testa.
Monsignor Lelli, d’apparenza dolce, non riesce
sempre a nascondere con gli sguardi e coi sorrisi tutto l’amaro
che ha dentro. È molto vecchio.
Diego (venendo avanti): Che cos’è?
Lia (subito, esultante): Ah, tu papà?
Guarda, guarda la mia Riri di nuovo viva!
Diego: Ma che dici!
Lia: Eccola qua! Guardala, viva!
Diego: Non è possibile!
Cico (a Monsignore): Morta, e lui
l’ha fatta ritornare in vita!
Monsignore (col sorriso di chi non crede a ciò che
dice): Un miracolo?
Cico (tutt’un fremito, iroso): Gli
dica subito di no! Non rida! Fa male, Monsignore!
Monsignore: Non rido, Cico! Scusa, se è potuta tornare in
vita...
Diego (pronto e duro): - è segno che non
doveva esser morta!
Monsignore: È semplice!
Deodata: Ecco: com’ho detto io!
Lia: Ma no, era morta, papà, proprio morta! Non è vero,
dottore?
Diego (perentorio, severo, staccando le parole, senza
dar tempo al dottore di rispondere): Non può esser
vero!
Poi, voltandosi di nuovo al dottore, con piglio nervoso:
Lei, mi scusi dottore, non deve, non deve... -
Gionni (come uno che non riesca a comprendere il caso
che si sta facendo di una cosa per lui naturalissima): - che
cosa? -
Diego: - dire codeste enormità alla mia figliuola!
Gionni: Perché enormità?
Diego: Ah le sembra normale che si possa?...
Gionni: Se lei fosse informato...
Diego: Sono informato! Si leggono purtroppo nei giornali,
queste e altre simili prodezze.
E so lo scempio che lei fa di
codeste bestiole nel suo laboratorio. Ne ho orrore.
Gionni: Ma questa l’ho rimessa in vita -
Monsignore (subito): - da morta che pareva.
Gionni (pronto e fermo): Era, non pareva.
Diego: Mi sa dire come fa lei ad affermarlo?
Gionni: Eh, vuole che un medico non sappia?...
Diego (troncando, severo): Io so che Dio
solo può, per un miracolo, richiamare da morte a vita.
Cico: Ecco: bene!
Monsignore: Proprio così!
Gionni: Credo anch’io così, Monsignore. Dio solo.
Non
presumo mica d’averlo fatto io il miracolo: posso anche
considerar la scienza come uno strumento di Dio.
Tutto sta a
intenderci.
Monsignore: Ma su che vuole intendersi lei, dice sul
serio?
Gionni: Su la sua fede e su la mia.
Diego (sdegnato, togliendo di mano a Lia la
coniglietta e dandola a Gionni): Prenda: se la
riporti al suo laboratorio!
Lia (di scatto): No, la mia Riri!
Diego: Basta, Lia!
Gionni: Io m’ero inteso, signor Spina, di procurare una
gioja alla sua figliuola. Mi ringrazia così?
Monsignore: La fede è una sola!
Gionni: E comanda di riportare al laboratorio questa
bestiola?
Lia: No, papà!
Monsignore (a Lia): Se Dio te l’aveva
tolta...
Gionni: Dio gliela ridà!
Diego (non potendone più): La prego,
insomma, dottore!
Gionni: E va bene, me la riporto via, me la riporto via.
S’avvia per la scala. Prima di scendere si volta a Lia:
Stai tranquilla, cara, te la tengo in vita!
Diego (chinandosi amoroso verso la figlia che piange):
Non voglio, non voglio che tu pianga, Lia...
Tu sai come si
fa... Si offre a Dio...
Lia: Sì, papà... sì, sì... Vado, vado...
Si avvia verso casa su la sua sediola a ruote e scompare per uno
degli usci sotto il portìcato.
Tutti la seguono con gli occhi.
Monsignore: Forse potevate lasciargliela.
Deodata (rabbiosa, commossa): Mi pare! Una gioja
così, innocente...
Monsignore: No, ecco, a dir proprio, innocente no, se
riavuta con quel mezzo!
Diego (un po’ pentito): Avete pur sentito che per
lei quella bestiola era morta!
Deodata: Riaverla viva...
Diego (rivoltandosi iroso): Ma lo capite bene ciò
che dite?
Cico: Morta e rediviva!
Diego: Credere possibile una tal cosa; e d’averne la
prova lì sulle ginocchia? Mi ha fatto un tale impeto dentro...
Deodata: - ma chi? la bambina?
Diego: - no, sentir parlare quell’uomo!
Deodata: - e che c’entrava la bambina? Strapparle con
tanto sgarbo quella bestiola dalle mani...
Diego: - lo sto confessando, mi pare.
Deodata: - non aveva supposto proprio nulla del male che
lei ci ha visto! - Oh senta, infine; io glielo dico qua, davanti
a Monsignore. Le prove che Dio ci manda - accettarle con
rassegnazione - sta bene; tutti i sacrifizii, tutti, se
comandati da Lui - compirli con gioja - sta bene.
Ma deve essere
Lui, o il suo vicario in terra; guardi, anche Monsignore, se in
nome di Lui me li comanda. - Ma lei, no!
Lei, se vuole, può
sacrificare se stesso...
Diego: - Io ...
Deodata: - Sì, s’è sacrificato tutta la vita! - ma
pretenderlo dagli altri, il sacrifizio, no!
Diego: Io, lo pretendo? contro la volontà?...
Deodata: Eh, mi pare! Volontà... Che volontà vuole che
abbia la sua figliuola di fronte a lei?
Sì, si, lei sacrifica
tutti con sé! Forse non se n’accorge nemmeno. Ma guardi: ora
stesso, con quello che vuoi fare...
Diego: - che voglio fare?
Deodata: - quel suo ospizio!
Diego: - ah, l’ospizio... - ancora con quest’ospizio!
Deodata: Scusi: - ha pensato a me? voglio dire al bene
che ho sempre voluto a quella sua creaturina disgraziata? a
tutte le cure mie, amorose, che ora le verranno a mancare?
Diego: Perché a mancare?
Deodata: Me lo domanda? Non pretenderà mica ch’io venga
in quel suo ospizio tra i mendicanti giubilati!
Ho sentito dire
che ci accoglierà anche la Scoma?
Cico: Sì sì, lo va dicendo lei, la Scoma!
Deodata: Ma si sa, per premiare la virtù!
Monsignore: Smettetela, Deodata!
Deodata (come non se ne possa dar pace, rivelando il
dispetto d’una antica rivalità): Quella strega che va
accattando col suo ritratto in cornice, appeso al collo come un
abitino!
E non la chiede mica in nome di Dio l’elemosina, che!
in grazia di quella che fu, che lo sanno tutti, e lo dice del
resto quel suo ritratto. Si provi a non fargliela: le sputa
dietro bestemmie e certe parolacce ...
Monsignore: V’ho detto, smettetela!
Deodata: Sì, Monsignore, ma capirà...
Monsignore (con un’intenzione sottintesa): Se
v’ingegnaste di capire un po’ voi, piuttosto!
Deodata: Capisco! Capisco! E giacché lei dice così... -
vogliono permettere? - no, non a me - permettere alla mia
coscienza - di parlare? Calma, calma, non dubiti. - È coscienza:
ci guardino dentro.
Posso sbagliare. Ma debbo parlar chiaro. E
dire tutto.
A Diego:
E un pretesto, non è altro, un pretesto per la sua debolezza,
questa fondazione che vuoi fare dell’ospizio nel podere! -
Diego: Debolezza?
Deodata: - sì: di non aver saputo cacciare da quel
podere... -
Monsignore (severissimo): - zitta, Deodata!
Diego: No no: la lasci dire!
Deodata: - sua moglie, che ci vive da tant’anni in
peccato mortale con un uomo, suo servo, con cui ha avuto due
figli.
Diego (con dolente semplicità): Perché dite
debolezza?
Deodata: Oh bella! Perché non ha avuto il coraggio...
Diego (pronto, troncando): - l’ho avuto;
contro di me!
Tanto più grande, quanto più m’ha umiliato nella
stima degli altri: ecco, di voi che dite debolezza.
Deodata: Ma scusi, c’è o non c’è, qua, sua figlia? E i
medici, hanno, sì o no, prescritto per lei la campagna?
Dovrebbe
ora sua figlia - lei sola - darle la forza di fare ciò che
avrebbe dovuto da tanto tempo.
E lei invece l’ha tenuta in casa,
per lasciar godere la campagna alla madre indegna.
Diego (forte, per troncare): Non dite così:
non sapete quello che vi dite!
Deodata (dopo una breve pausa, a voce bassa come se
non potesse farne a meno, di dirlo almeno a se stessa):
Lei è capace finanche di difenderla!
Diego (subito, pronto): No. La difendete
voi, invece, senza saperlo.
Deodata: Io?
Diego: Voi, sì. Perché ella voleva appunto per la figlia
quello stesso che volete ora voi.
Deodata: La campagna?
Diego: La campagna.
Pausa. Poi:
Perché credete che si sia allontanata da me? Non potemmo mai
metterci d’accordo sul modo d’allevare prima, e poi d’educare i
figliuoli.
Deodata: Ah, per questo?
Diego: Per questo, per questo.
Altra breve pausa.
Diego:
Monsignore, li amava, d’un amore... non so, troppo carnale, a
mio giudizio. Come tante madri, del resto.
Cico: Eh, una mamma...
E subito si tappa la bocca.
Diego: E fu proprio per lei, per la bambina, quand’ammalò
- credette per mia colpa - perché avevo voluta metterla troppo
piccina in collegio dalle suore - m’odiò - non poté più
sopportare la mia vista - maledisse la casa e se n’andò a vivere
nel podere...
Deodata: - con quello? -
Diego (sdegnato): - ma che con quello! (fu
due anni dopo) - nel podere, aspettando che le recassi là la
bambina, persa ormai nelle gambe.
Deodata: Ah - e lei?
Diego: Non volli.
Deodata: Fece male!
Diego (a Monsignore): Impose per la
riconciliazione il patto che riprendessi in casa anche l’altro
figlio.
Deodata: Lucio?
Diego: - Lucio - levandolo dal Seminario dove era stato
messo. - Monsignore, forse l’avrei fatto.
Ma ammettere come una
mia colpa -
Monsignore: - la sventura della bambina? -
Diego: - (in coscienza, non potevo riconoscermela) - e
ritrarre, come per ammenda a questa colpa, Lucio dalla carriera
ecclesiastica, m’avrebbe condotto a fare dei miei figli,
d’allora in poi, ciò che avrebbe voluto lei -
Monsignore: - inevitabilmente -
Diego: - a derogare a me stesso, al mio sentimento, ai
miei principii...
Monsignore: E dite che l’avreste fatto?
Diego: Fui sul punto di farlo, sì; più volte.
Monsignore: Male!
Diego: Potei capire, grazie a Dio, ogni volta, che
l’avrei fatto perché amavo e desideravo ancora quella donna -
Monsignore: - ecco! -
Diego: - e che solo per questa viltà della mia carne
Monsignore: - ecco, ecco -
Diego: Mi vinsi. E nessuno seppe mai tra quante lagrime
ricusassi d’arrendermi, e con quale speranza segreta che
s’arrendesse lei, invece, per pietà della figlia inferma.
Deodata: Avrebbe dovuto sentirla!
Diego: Sentì più forte l’odio per me; e non s’arrese.
Deodata (di scatto, diabolica): Lei l’ama
ancora! l’ama ancora!
Diego: Ma no, che dite?
Deodata: Si vede! si vede! Lei l’ama ancora!
Cico (tutt’un fremito): Ecco, ecco
il diavolo! Lo stava per dire il mio, e l’ha detto il suo!
Diego (con un sorriso triste). Sì, Cico, il
diavolo davvero.
Che male vuoi che ci sia più in quest’amore che
devo avere, sì, anche per lei; non è vero, Monsignore?
A Deodata, dopo una pausa:
Vedete bene che sarebbe ingiusto - un doppio torto da parte mia
- se mi valessi ora del bisogno che Lia ha della campagna per la
sua salute, cioè proprio di quello che ella voleva allora per la
figlia; e per cui, non essendomi io arreso, lei si trova ora in
peccato.
Deodata: Non vorrà credere, adesso, per causa sua!
Diego: Se io le avessi portato là i figli
Monsignore: No, no. Il vostro torto è stato un altro, è
stato un altro: non averla cacciata a tempo, voglio dire appena
veniste a sapere che s’era messa con quell’uomo -
Diego: - Sì, ma... -
Monsignore: Non dovevate tollerare che seguitasse a
vivere da adultera in casa vostra: se il podere era vostro - (io
credevo, di lei) -
Diego: - no, mio, mio -
Monsignore: - è stato enorme!
Ma non avendolo fatto a
tempo, quando ne avevate tutta la ragione, non potete più,
certo, farlo adesso -
a Deodata:
non può, col pretesto della salute della figlia, che darebbe
ragione a lei e torto a lui.
Diego: Perché lei non sa, Monsignore, quello che si
produsse in me quando venni a sapere; ciò che nel primo impeto
mi vidi in procinto di fare! Tenermi; - non far nulla - così -
vivere del mio strazio; lasciarlo durare, durare,
senz’offrirgli il più piccolo sfogo, anzi, come un bottone di
fuoco, lo scherno della gente, fu la mia vittoria: il martirio.
Lungo.
Lungo, perché la ferita mi si riapriva sempre, e il
sangue - sangue cattivo - tornava a sgorgare. Mi dissero che
s’era privata di tutto; che aveva buttato via i suoi abiti da
signora... -
Deodata: - ma perché sa che, vestita come veste -
Diego: - da contadina? -
Deodata: - eh sì, sta un amore: lo dicono tutti:
una simpatia!
Cico: Bella, sì, bella: sembra ch’abbia ancor vent’anni!
Quando passa, si voltano tutti a guardarla. Pare il sole! Un
miracolo.
Deodata (alludendo all’amante servo): La
vuole lui, così bella?
Diego (con urlo improvviso, violentissimo, che
sconcerta e fredda tutti): Basta! Non posso sentirlo
dire da voi!
Deodata (sordamente, dopo una pausa): Ne ha
parlato lei...
Diego: Non si diede per vizio a quell’uomo.
Né lui è come
voi ve lo figurate: Lei sa, Monsignore, che ha mandato sempre a
mio nome all’ospedale tutti i proventi del podere, dopo che io
la prima volta li rifiutai. E i proventi sono sempre cresciuti,
di anno in anno.
E il podere è divenuto il più ricco, il meglio
beneficato di tutti i nostri dintorni.
Cico: Ah, un paradiso: il paradiso terrestre! Io ci vado,
e lo so.
E quei due ragazzi più belli della madre, che già
lavorano oh! zappano, con due zappette così, accanto al padre,
pieni di salute.
Diego: Certo, sarà un danno cacciarli via: dico per
l’ospedale.
Deodata: Ecco che pensa all’ospedale adesso!
Diego: Penso che vivono da poveri, beneficando; e che
ora, se li mando via, dovranno provvedere a sé -
Deodata: - sarà la loro punizione! -
Diego: - sia! ma il bene che intanto facevano, non deve
andar perduto; dovrò farlo io, ora, ad altri, lo stesso bene -
Deodata: - fondando l’ospizio in quel podere? rovinerà il
podere, e il bene sarà poco; mentre n’ha già fatto tanto che
potrebbe bastare oramai; s’è spogliato di tutto!
Ecco,
Monsignore, io volevo dir questo: se ne ha il diritto, con la
figliuola così.
Diego: Non ha bisogno di nulla, la mia figliuola: solo di
raggiungere, quando a Dio piacerà, ciò che in terra non ha
potuto avere. Dire non basta, bisogna provare la povertà.
E
allora, via tutto! - Mia figlia vivrà in campagna, ma vi vedrà -
povero tra i poveri - suo padre; e ne sarà contenta, vedendomi
contento - ah sì, alla fine! così soltanto! - Non potrei
altrimenti figurarmi quei due cacciati dalla terra, raminghi in
cerca di lavoro.
Voltandosi di scatto a Deodata:
Non mi guardate con codesti occhi! Prego Dio ogni sera che mi
richiami a sé, non per avere io un sollievo da queste prove che
ha voluto mandarmi, ma per levar loro dal peccato in cui vivono.
Perché io so che lei ha trovato un uomo, ha trovato un uomo.
Il cielo, a questo punto, col tramonto, è diventato tutto di
fiamma.
Si ode dal fondo della scala il suono di un campanello.
Deodata: Suonano. Chi sarà? La porta dev’essere aperta,
se non l’ha chiusa lei.
A Cico:
Va’, va’ a vedere chi è.
Cico va alla scala; fa un atto di stupore, quasi di sgomento, e
torna indietro.
Cico: Uh! Lei! Lei! La signora!
Diego: Lei qua?
Cico: Sì, tutta vestita di rosso, e il manto nero!
Deodata: Avrà saputo, e forse viene...
Monsignore: Per il podere?
Diego: E come osa?
Monsignore (vedendola apparire e fermarsi nel largo
della scala): Eccola qua!
Diego (piano): Ritiratevi. Lasciatemi solo
con lei.
A Deodata:
Attenta a Lia.
Monsignor Lelli, Deodata e Cico si ritirano ed escono per uno
degli usci sotto il porticato.
Sullo sfondo del cielo
infiammato, Sara, tutta rossa e col manto nero, sembra
un’irreale apparizione di ineffabile bellezza: nuova, sana,
potente.
Sara (assorta, guardando e comparando col ricordo le
cose come ora le rivede, più anguste, meschine): Il
giardino... la casa...
Diego: Hai potuto osare, davanti a tutti, ripresentarti a
me?
Sara (c.s.): E anche tu... Dio mio, che faccia...
Diego: Lascia stare la mia faccia! Dimmi perché sei
venuta!
Sara: Non temere. Appena la gente saprà perché,
comprenderà che dovevo venire e non ne farà maraviglia.
D’altro
avrà da maravigliarsi; non di questa mia venuta.
Diego: Vieni perché hai saputo?...
Sara: - dell’ospizio? No.
Ride.
Ah, tu hai temuto che venissi a intercedere, a pregarti di
lasciarci nel podere?
Diego: Non vieni per questo?
Sara: Ma no! Noi non viviamo del tuo podere -
Diego (rapido, cercando d’interrompere):
- lo so, lo so -
Sara: - e dunque? - viviamo del lavoro che vi facciamo e
che domani possiamo fare anche altrove.
Questo per noi non ha
importanza. Potrebbe averla al più al più per i poveri malati
dell’ospedale.
Diego: L’ho detto or ora anch’io -
Sara: - ecco - e giacché ne parli tu - (io ho ben altro
da dirti, e non pensavo venendo di doverti parlare di questo) -
ma giacché ne parli tu -
Diego: - no: prima dimmi la ragione per cui sei
venuta -
Sara: - aspetta: se cerchi una scusa per mandarci via -
Diego: - non è una scusa! -
Sara: - che vuoi che se ne facciano, del podere, questi
vecchi mendicanti della città, avvezzi a girovagare tra la
gente?
Chiusi lì, si sentirebbero in prigione: puniti e non
beneficati. In capo a un anno, il podere morrebbe in mano a loro
-
Diego: - ci sarò io, con loro -
Sara: - tu? e che potresti far tu con codeste braccia? Mi
fai ridere!
Non l’hai più veduto e non sai com’è; quello che ne
abbiamo fatto! Non c’è più un palmo di terra che non sia
coltivato -
Diego: - lo so -
Sara: - l’orto, la vigna, il frutteto: uh, frutta per
tutte le voglie!
Abbiamo trovato l’acqua, sai? quella vena che
dicevi tu, che certe volte, ricordi?, si sentiva scorrere sotto
il ciglio del sentiero che conduce alla vallata: quella! Una
ricchezza. Ha rinfrescato e rinnovato tutto.
Tre vivaj
grandi sempre pieni, e scorre per le zane, da per tutto,
allegra, e ti fa tirare dal fondo dei polmoni il respiro quando
ne senti il fragore, certe sere di caldo. - Ebbene, guarda, se
quest’ospizio è una scusa, non pensarci più.
Diego: Non è una scusa, t’ho detto.
Sara: Ce n’andremo via; via da noi; anche domani stesso,
se vuoi, senza darti nemmeno il disturbo di cacciarci tu.
Mettici un altro fattore, però - onesto - e che sappia lavorare.
Fai così. E fallo, dai ascolto a me, fallo per il sangue tuo!
Come vuoi lasciarli, questi figli, ci pensi?
Diego: I figli... Séguiti a volertene dar
pensiero, ancora?
Sara: Dici a me, ancora? - tu? - E chi mi negò di darmene
pensiero sempre, sempre; e soltanto di loro?
Diego (infoscandosi): Lasciamo
questo discorso.
Sara: Non volesti più tu, ch’io fossi madre per i miei
figli, a costo di fare anche a meno della moglie!
Diego: Sì. Perché volevo che la moglie fosse madre
per i miei figli, educandoli a mio modo.
Sara: Ah no, questo no! questo mai!
Diego: Dunque vedi?
Sara: Il fatto mi dimostra, ora più che mai, che avevo
ragione io, sai? io e non tu!
Diego: Lasciamo, lasciamo questo discorso.
Sara (indica il Crocefisso): Tu non vedi
che Quello, e a tuo modo soltanto!
Diego: Non bestemmiare!
Sara: Io? Sono la prima a inginocchiarmi! Ma Quello, sai,
è lì per dare la vita, non per dare la morte!
Diego: Ma sta’ zitta! Che vuoi parlare tu di vita
e di morte?
Ti sei dimenticata che la vita vera è di là! Quand’è
finita la carne...
Sara: lo so che ce l’ha pur data Dio, anche questa di
carne, perché la vivessimo qua, in salute e letizia!
E nessuno
può saper questo meglio d’una madre! Volevo la gioja, io, la
gioja e la salute per i miei figli!
E anche la ricchezza, sì:
per loro, non per me (io ho fatto e faccio la contadina!): E se
tu lasci il podere per i tuoi figli - guarda - sarò felice
d’aver lavorato con queste braccia - lavorato davvero, sai! - a
renderlo ricco come ora è, per loro!
Diego: Ne hanno fatto a meno finora, con l’ajuto di Dio,
e possono seguitare a fame a meno.
Sara: Che ne sai tu?
Diego: Lo so.
Sara: Tante cose possono avvenire che tu non supponi
nemmeno!
Diego: Intanto, per una, ho già provveduto. E quanto a
Lucio...
Sara (come se l’aspettasse a questo):
Quanto a Lucio?
Diego: Ha già i suoi ordini.
Sara: E se non gli bastassero più?
Diego: Come, se non gli bastassero? Gli debbono bastare!
Sara: Lucio è da jeri con me.
Diego (restando): Lucio? Che dici? Con te,
dove? È tornato?
Sara: Tornato, sì. Ed è venuto da me. Ecco perché ti
dicevo che il fatto, ora più che mai, mi dà ragione.
Diego (ancora quasi incredulo): Lucio è
venuto da te?
Sara: Mi vedi qua per questo. Tuo figlio è venuto da me.
Diego: Ma come, venuto? Gli hai scritto? L’avrai chiamato
tu?
Sara: Come avrei potuto chiamarlo io? No. E perché?
Con fastidio:
Ah, tu pensi ancora per il podere? Ti dico che sono pronta a
lasciartelo anche domani!
Diego: Allora... spontaneamente? E per qual ragione?
Smarrendosi:
È venuto senza farsi vedere qua... Non ha più scritto... Che gli
è avvenuto?
Sara: Io non so. Ero nell’orto. Me lo vedo comparire
davanti.
Non l’ho riconosciuto in prima; e come avrei potuto
riconoscerlo?
Diego: Ma venuto da te, per che fare? Che t’ha detto?
Sara: Ah, cose m’ha detto... - non posso ripetertele
così... Bisogna che tu lo senta parlare!
Diego: Cose... cose per te?
Sara: Non per me - per tutti!
Diego: Dev’essersi impazzito!
Sara: No! Che impazzito! È un altro!
Diego: Un altro? Che vuoi dire? T’avrà pur dato una
ragione della sua venuta!
Sara: Sì. Per riconoscermi.
Diego (stordito): Riconoscerti?
Sara: Sì. E rinascere. Lui, da me. Rinascere da me, sua
madre. L’ha detto! Lo guardavo, smarrita.
Che viso s’è fatto: di
cera! E che occhi! Mi vedo tendere le braccia, e con due lagrime
che gli sgorgano da quegli occhi...
«Mamma!» Mi son sentita...
mi sono sentita ribenedetta!
M’ha abbracciata; ha pianto su me,
a lungo, a lungo, tremando tutto tra le mie braccia.
Non ho mai
sentito nessuno tremare così!
Diego (quasi tra sé): Ah Dio, ah Dio,
ajutami, sostienimi, Dio! Dio, Dio, che vuoi tu da me?
A Sara :
Ma come? Senza pensare che là, dov’è venuto a trovarti, tu vivi
con uno che non è suo padre; e che egli...
Tutt’a un tratto, come fulminato da un dubbio:
Ma forse... Ah Dio... forse non ha più l’abito?
Sara: No. .
Diego (com’atterrito): S’è spogliato
dell’abito? Ha buttato via l’abito?
Sara: Ma sentissi come parla ancora di Dio!
Diego (farneticando): Dov’è? Dov’è? dimmi
dov’è, nel podere?
Sara: No; è venuto con me, per parlarti.
Diego: Vuole parlarmi?
Sara: Spiegarti...
Diego: Dov’è?
Sara . S’è fermato alla porta della città, in casa di mia
sorella.
Diego: Ah, vado, vado, vado...
E si precipita, com’impazzito, giù per la scala.
Sara resta
perplessa e un po’ sgomenta di quella fuga; si guarda attorno;
scorge Cico che guarda col suo berrettino rosso da una delle
colonnette del portico e lo chiama con la mano.
Il cielo,
d’improvviso, da rosso che era, s’è fatto violaceo, e la scena
appare come freddata d’un tratto da quella livida luce sinistra.
Sara: Vieni, vieni. Bisogna corrergli dietro; io non
posso. È tornato Lucio, senza più l’abito.
Cico: Ah sì?
Sara: Sì, sì. E corso com’un pazzo. Avverti, avverti in
casa. Io scappo. Bisogna badare a lui!
Via di fretta, per la scala.
Viene fuori da uno degli usci del
portichetto Deodata a spiare; e subito Cico la chiama.
Deodata
accorre.
Deodata: Che t’ha detto? E lui perché è scappato?
Cico: Lucio, Lucio... il diavolo... Ha buttato via la
tonaca!
Deodata: Lucio? Te l’ha detto lei?
Cico: Lei, lei! il diavolo!
Deodata: Ah Dio, ajutaci! E che avverrà adesso di
quell’uomo?
Cico: È corso via, s’è precipitato! Gli corro dietro!
Via di furia per la scala.
Deodata: Sì, vai vai! Ma dove sarà andato? Oh Signore
Iddio!
E tutta vestita di rosso era, come una vampa
dell’inferno! Per dare quest’annunzio!
S’appressa al porticato.
Monsignore, Monsignore!
Entra costernato, Monsignore.
Monsignore: Che cos’è? che cos’è?
Deodata: Lucio s’è spogliato da prete!
Monsignore: No! Che mi dite!
Deodata: È venuta lei a dargliene l’annunzio! E lui è
scappato via!
Monsignore: Dove?
Deodata: Non lo so! È scappato!
Si sentono prossime grida confuse, affannose, che si avvicinano
sempre più.
Monsignore: Sentite? Che avviene? Gridano!
Grida: - Piano piano... Di là! Per quella scala!
- Ma com’è stato?
- Ah, il signor Spina!
- Piano! Piano per la figlia!
- Ma è morto? Com’è stato? Ah poveretto!
- Attenzione! Attenzione a salire!
- Rivoltatevi! La testa in sù! La scala è erta!
Deodata (accorrendo alla scala): Ah Dio, il
padrone! Che è stato?
Cico (risalendo la scala):
Investito! investito!
Monsignore: Correte, Deodata, impedite alla figlia di
venire.
Deodata: Ma non sarà morto!
Monsignore: No, no, speriamo di no! Andate, andate!
Viene su dalla scala affannosamente un gruppo di gente della
strada che sorregge per la testa e per i piedi il corpo
abbandonato di Diego Spina, e va con stento a deporlo su uno dei
sedili del giardino, bene in vista. Qualcuno avrà in mano un
lanternino acceso.
Deodata corre verso la casa.
Quando il gruppo
dei portatori avrà superato la scala, davanti a questa, parato
da Cico, si vedrà un altro gruppo di curiosi costernati.
Voci dei portatori: - Su, su, piano!
- Di qua, di qua!
- Deponiamolo su quel sedile!
- Sì, sì, piano, di qua!
Monsignore: Ma non è ferito!
Uno dei portatori: No, nessuna ferita!
Monsignore: Ma com’è stato?
Un altro dei portatori: S’è gettato contro un’automobile!
Monsignore: Come, da sé? Impossibile!
Il primo: Eh, pare!
Un terzo: No, correva all’impazzata!
Un quarto: È parso a tutti!
Monsignore: Impossibile! Impossibile!
Il primo: L’automobile ha sterzato -
Il secondo: - non l’ha messo neanche sotto! -
Il terzo: - ma l’ha sbatacchiato con tale impeto contro
il muro, che subito è cascato là, come un cencio.
Monsignore: Non dà più segno di vita!
Il quarto: No9 Fino a poco fa respirava.
Monsignore: È gelato!
Cico (dalla scala, facendo largo tra i curiosi):
Ecco il dottore! ecco il dottore! Largo! Largo!
Accorre dalla scala un medico chiamato lì per lì in qualche
farmacia.
Il medico (accorrendo, a Cico che vorrebbe
ragguagliarlo): Ho saputo, ho saputo, investito! Fate
largo! lasciatemi vedere!
Si china su lo Spina, lo osserva un momento, gli sbottona il
colletto, la camicia, il panciotto, gli ascolta il cuore.
Nel
frattempo, gli astanti commentano sottovoce.
Gli astanti: - Pare morto!
-
Eh sì...
- Che disgrazia!
- Silenzio!
Il medico (sollevando il capo): È morto.
Gli astanti (con diverse voci): Morto?
Il medico (dopo essersi di nuovo chinato a riascoltare
il cuore del giacente, tra lo stupore angoscioso, la pietà e lo
sgomento di tutti, conferma rialzandosi): Morto.
Tela
Atrio rustico della casa di campagna di Diego Spina.
L’atrio
è coperto da una tettoja, di cui si vedono le tegole, spioventi
verso il fondo; e poggia su due pilastri imbasati su un murello
basso di cinta che s’apre nel mezzo per dare accesso nell’atrio
mediante uno scalino.
Lungo il murello di cinta è un sedile di
pietra.
Nel fondo è il podere: tripudio di verde nel sole: un
paradiso.
Nel lato destro dell’atrio è l’apertura della scala
che conduce al piano superiore della villa.
Di qua e di là sono
altri due sedili di pietra, addossati al muro.
Verso il fondo,
dopo il sedile, un usciolo.
Nel lato sinistro è la porta che
immette, mediante uno scalino d’invito, nell’abitazione del
fattore.
Nel mezzo della scena una vecchia tavola rustica e vecchie seggiole e qualche
sgabello.
Al levarsi della tela sono in iscena Arcadipane e un
contadino, già carico di fagotti.
Un altro fagotto è per terra,
e una grossa bisaccia sulla tavola.
Arcadipane, alto, poderoso,
con la barba crespa, nera, occhi grandi, ridenti e ingenui come
quelli di un bambino, porta in capo un berretto nero villoso,
che s’è fatto da sé, dalla pelle d’una capra; veste da
contadino, di panno turchino, con gli stivaloni; invece del
panciotto, sulla camicia bianca di grossa tela, ha un’altra
camicia d’albagio, violacea, a quadri rossi e neri. Il colletto
floscio della camicia di tela è rimboccato su questa d’albagio. Alla vita una cintura di cuojo.
Arcadipane (prendendo da terra il fagotto):
Vedi se puoi portare anche questo. Così avremo finito di
sgomberare.
Carica con garbo il fagotto sulle spalle del contadino.
Intanto dalla porta a sinistra esce un altro contadino carico
d’una cassa dipinta di verde.
Lo segue Sara.
Da lontano, si
odono i sonagli d’una carrozza che s’avvicina.
Sara: Anche questa cassa sul carretto?
Arcadipane: Sì.
Al contadino:
Ma aspetta a scaricarla. Vengo io. Bisogna trovarle posto; e
legar tutto bene. Andiamo. Io prendo la bisaccia.
La prende.
Sara: Sulla mula, la bisaccia.
Arcadipane: Oh, viene una carrozza: non saranno mica
loro?
Sara: No. Troppo presto.
Arcadipane: Su non resta più nulla?
Sara: Più nulla, Va’, va’ a vedere chi può essere. Ma non
è possibile che siano loro.
Rientra in casa.
Arcadipane dall’atrio segue i contadini che già sono svoltati a
sinistra, uscendo, dal fondo.
La scena resta vuota per un
momento.
Rientra dal fondo Arcadipane seguito dal dottor Gionni.
Arcadipane: Ecco, entri, signor dottore. Se vuol salire -
non so - qua da me, o dal figlio.
Indica la scala a destra.
Gionni: No no. Riparto subito. Ritornerò, dopo la visita
che debbo fare qua vicino, nella campagna del Lotti.
Arcadipane: Ah, per la madre: lo so. Pare che stia molto
male.
Gionni: Eh, purtroppo. Passando, mi son fermato per
prevenirvi... -
Arcadipane: - aspetti: chiamo Sara.
Va alla porta a sinistra, sale lo scalino e chiama:
Sara, vieni: c’è qua il signor dottore.
Sara entra dalla porta a sinistra.
Sara (in apprensione): Che altro di nuovo?
Gionni: Nulla, non s’allarmi. Voglio soltanto prevenire
Lucio d’una cosa.
Sara: Dev’esser su, Lucio. Strano che non abbia sentito i
sonagli della vettura.
Gionni: Dormirà.
Sara: No. Magari! Non dorme più. E sono tanto in pensiero
per lui, creda. Ora poi, con questa disgrazia del padre...
Gionni: Si, ma ormai...
Sara: Lei non può immaginarsi quella sua povera testa -
Arcadipane: - senza mai requie -
Sara: - con quegli occhi - io non so - come induriti, sì,
mi fanno questa impressione: induriti dal dolore - eppure,
accesi come avesse la febbre, Quello che pensa! Jersera m’ha
detto che forse è prossima la resurrezione del padre.
Arcadipane: Oh come? E non è gia risorto? col miracolo...
e accenna al Gionni.
Gionni: Per carità, non dite miracolo, non dite miracolo
anche voi!
Arcadipane: Lo gridano tutti a una voce!
Gionni: È ben questo il male, a cui bisogna riparare!
Arcadipane: Male? Ne siamo sbalorditi tutti ancora! Non
si parla d’altro nelle campagne.
Sara: E figurarsi in città!
Gionni: Già, ma figuratevi anche lui, ora; voglio dire,
quel che c’è da temere per lui, appunto per questo.
Arcadipane: Perché tutti gridano al miracolo della
resurrezione?
Gionni: Appunto, appunto. Non lo può ammettere, lui,
codesto miracolo, credendo come crede.
Arcadipane: E perché no?
Gionni: Perché Dio solo può richiamare da morte a vita.
Arcadipane: E come? non è stata forse volontà di Dio?
Gionni: Ecco! Bravo! Non sono mica un diavolo per voi?
Arcadipane: Che dice mai, signor dottore!
Gionni: Mi vedo guardato da
tutti come uno ch’abbia il potere infernale di resuscitare i
morti...
Arcadipane: Eh, ne ha resuscitato uno!
Gionni: Appunto, per un miracolo!
E proprio quest’uno,
che dovrebbe ringraziarne Dio, mi fa stare ora in tanta
apprensione che venga a saperlo!
Sara: Ah, ecco, dice forse per questo, Lucio, allora -
Gionni: - che cosa? -
Sara: - che è prossima la sua vera resurrezione!
Gionni: Suppone che alla fine lo riconoscerà anche lui?
Sara: Lo spera, forse.
Gionni: Farebbe bene a non sperarlo tanto.
Son venuto
appunto a prevenirlo circa al modo di comportarsi con lui, appena verrà; e ne prevengo anzi anche voi ...
Sara: - ma noi no, non lo vedremo noi, dottore: ce
n’andremo prima ch’egli arrivi -
Arcadipane: - siamo sul punto d’andarcene -
Gionni: - ah, già, scusate... -
Sara: Vado su, vado su a chiamar Lucio.
Attraversa la scena ed esce, salendo la scala a destra.
Gionni: Eh, lo so! V’ho reso un cattivo servizio,
Arcadipane. Certo, voi, all’annunzio della morte... -
Arcadipane: - non crederà, signor dottore, che Sara ed io
ce ne fossimo rallegrati -
Gionni: - non dico rallegrati, ma certo avreste potuto -
Arcadipane: - regolare la nostra unione? ah questo, sì,
subito.
Gionni (quasi tra sé): Strano!
Arcadipane: Che cosa?
Gionni: Potreste ancora...
Arcadipane: E come? con lui vivo?
Gionni: C’è l’atto di morte -
Arcadipane: - sarà annullato! -
Gionni: - per ora c’è - con tanto di firma del necroscopo.
- Legalmente, è morto. -
Arcadipane: Lei non lo dice sul serio ...
Gionni: No, ma - certo - legalmente ...
Arcadipane: Signor dottore, la legge ... quella di Dio:
non ce n’è altra.
Gionni: Ma i vostri figliuoli...
Arcadipane: Basterà loro non esser fuori della legge di
Dio.
Non ho nulla da lasciar loro, altro che l’esempio
dell’obbedienza a questa legge.
Mi duole il cuore per una cosa
soltanto: che non udrò più la sua voce qua sotto le tegole di
quest’atrio che mi ricorda... ah se lei sapesse, quante notti,
seduto su quello scalino là a guardare quella scala... S’immagini che amore ho potuto mettere a queste pietre, a questa
terra, a ogni albero che vi ho piantato, con lei (allude a Sara)
che da padrona mi s’è fatta compagna... - Eccola che ridiscende
col figlio. Mi ritiro.
Non gli ho mai parlato; non mi son
lasciato nemmeno vedere da lui.
Via per il fondo, svoltando a sinistra.
Vengono giù dalla
scala a destra Lucio e Sara.
Lucio ha ventidue anni. Esile,
pallidissimo, col viso scavato dal travaglio spirituale che gli
ha acceso negli occhi una luce febbrile. Ha mani sensibilissime,
gracili; e se le stringe spesso convulso. Non è affatto timido;
anzi, come sospinto da un’ansia che, a volte, sembra irosa. Ha
un po’ d’impaccio dell’abito che indossa. Grigio, comperato
bell’e fatto, piuttosto grezzo. Sembra un adolescente che porti
per la prima volta i calzoni lunghi. Scende con la madre, in
fretta.
Lucio: No, no dottore -
Gionni: - buon giorno, Lucio -
Lucio: - buon giorno - io non potrò tacere,
gliel’avverto, non potrò tacere, se egli viene qua -
Gionni: - io intendevo, su ciò che gli è accaduto -
Lucio: - tacere che cosa? -
Gionni: - ma questo che dicono un miracolo - l’ajuto che
ho prestato io...
Lucio: - e perché tacerlo? -
Gionni: - perché ancora non ne sa nulla! -
Lucio: - nulla? -
Sara: - che è stato lei?... -
Gionni: - per carità, non una parola su questo punto!
Non
ricorda nulla di nulla. Sa soltanto d’essere stato investito da
un’automobile.
Crede d’avere avuto una commozione cerebrale che
gli ha tolto la memoria di tutto.
Sara: Non sa dunque nemmeno dell’atto di morte?
Gionni: Nulla, nulla! Non ne ha il minimo sospetto, vi
dico.
Ringrazia Dio, che oltre la commozione che, sì, poteva
essere mortale, non abbia avuto altro danno dall’investimento.
Lucio: E le pare possibile che non venga a saperlo?
Gionni: Quel che preme è che non venga a saperlo ora,
nello stato in cui si trova.
Tu puoi comprendere che
sconvolgimento avverrebbe nel suo spirito.
Lucio: E non crede che sarebbe salutare?
Gionni: No, Dio liberi! Levatelo dalla testa!
Gridò al
sacrilegio per una coniglietta resuscitata, figurati ora, se
venisse a sapere...
Ti giuro, Lucio, che se non era per la tua
sorellina che mi gridava disperatamente di dare a lui quello
stesso ajuto, io per me avrei esitato, me ne sarei fatto
scrupolo, proprio, per le conseguenze...-
Lucio: - e se ora io contassi? -
Gionni: - ma no, che dici? su queste conseguenze? -
Lucio: - per richiamarlo alla vita, dottore, e far che
Dio veramente - nel suo corpo rimesso in piedi - compia intero
il suo miracolo!
Gionni: Vuoi dunque rischiare d’ucciderlo.
Lucio: Io? No, dottore. Guardi che lo rischia lei,
piuttosto.
Gionni: Come? Perché?
Lucio: L’ha rimesso in piedi, per far di nuovo
camminare... che cosa? un corpo soltanto?
Gionni: Un corpo? Ma tuo padre ha la sua fede!
Lucio: Appunto. Gliel’ha lei rispettata,
rimettendolo in piedi con un mezzo ch’egli stima sacrilego?
Appena verrà a saperlo, lei lo avrà ucciso.
Gionni: Ma mi sto dando appunto pensiero di questo, mi
pare!
Lucio: Che non venga a saperlo? Se non sarà oggi, sarà
domani.
Gionni: A me basta che non sia in questo momento, almeno!
Pensa infine ch’è stato proprio per causa tua... -
Lucio: - non dica mia, non dica mia: dica ch’è stato per
questa prova suprema - di vita - che Dio ha voluto mandare a lui
e a me!
Gionni (facendo spallucce): Prova suprema,
prova suprema...
Lucio: Eh, più di così? Non l’impedisca in nessun modo,
dottore, se egli viene qua, oggi, per affrontarla.
Gionni: Ma ti figuri che venga per questo?
Lucio: Non viene per parlare con me?
Gionni: Ma non aspettandosi, certo, a codesta prova
suprema che tu dici!
Lucio: E a che cosa, allora?
Gionni: Ma io non so! Che tu receda, suppongo -
Lucio: - dal passo che ho dato? E vuole che non gli dica
le ragioni per cui l’ho dato?
Gionni (arrabbiandosi): Digliele pure! Fa’
come credi! Gli sembreranno tutte eresie!
Insomma, caro, senti:
è veramente una sorte assai buffa, la mia! condannato a irritar
tutti, sempre!
Dev’esser la mia faccia - io non so - la mia
voce... Rispetto la fede altrui, e irrito anche con la mia
tolleranza!
Penso come te, sento come te - ed eccoci qua -
irritato tu, irritato io...
Lucio (sorridendo): Ma no, io non sono
affatto irritato...
Gionni: E io sì; e me ne vado! Ho fatto, da medico, il
mio obbligo; ti scongiuro, da amico, di lasciar per ora tuo
padre nell’ignoranza di quanto gli è accaduto.
Sara: Sì, sì, credo anch’io che tu non debba dirgli
nulla, per ora.
Lucio: Se credete che possa nuocergli, tacerò anche se mi
costringerà a parlare -
Gionni: - non dico questo!
Lucio: Per forza, dottore! Vorrà parlarmi della mia fede
perduta, e io dovrei allora rispondergli che non è vero che l’ho
perduta, ma anzi acquistata -
Gionni: - non per lui - acquistata... -
Lucio: - la fede, ciascuno l’acquista per sé -
Gionni: - no, intendo dire: a suo modo di vedere... -
Lucio: - e acquistata, sa come? negando proprio quella
morte, che voi avete tanta paura ch’egli venga a conoscere -
Gionni: - negando? come la neghi, la morte? -
Lucio: - col non presumere più che Dio, solo per il fatto
naturale che domani questo mio corpo cadrà come una qualunque
foglia appassita -
Gionni: - e non è morire questo? -
Lucio: - ma no! che morire, dottore - un po’ di polvere
che ritorna polvere -
Gionni: - questo lo dice anche tuo padre! -
Lucio: - Sì; ma egli presume appunto -
Gionni: - già, sì: che il suo spirito -
Lucio: - suo? come suo? Ecco, vede dov’è l’errore?
Sara: - nel dire il suo spirito?---
Lucio: - ma sì, mamma! Ammetterlo eterno, infinito, e
presumere che possa esser mio, di uno che è nel tempo, labile
forma d’un momento, jeri o domani. Vedi com’è?
Per non finire
noi, annulliamo in nome di Dio la vita, e facciamo regnare Dio
anche di là (non si sa dove) in un presunto regno della morte,
perché ci dia là, un premio o un castigo.
Quasi che il bene e il
male potessero esser quelli di uno che è parte, mentre Egli
solo, che è Tutto, sa ciò che fa e perché lo fa. Ecco, vede,
dottore? questo dovrebbe esser per lui, com’è stato per me, il
vero risorgere dalla morte: negarla in Dio, e credere in questa
sola Immortalità, non nostra, non per noi, speranza di premio o
timore di castigo: credere in questo eterno presente della vita,
ch’è Dio, e basta.
E Dio allora veramente, dopo quest’esperienza
che gli ha concesso di poter fare, compirà - e soltanto Lui - il
miracolo della sua resurrezione. Non dirò, non dirò nulla,
glielo prometto; mi lascerò dire da lui quello che vorrà; e dirò
di tutto, non dubiti, per non aver la sua sorte, dottore: dico,
d’irritarlo.
Gionni (ammirato di quanto Lucio, con un fervore
semplice e dolce, ha detto): Eh già!
Purché poi,
tacendo, non lo irriti di più... E ben questa la mia sorte!
Ora,
per esempio, sono irritatissimo del consiglio che t’ho dato.
Basta.
Speriamo che tutto finisca bene. A rivederla, signora.
Sara: A rivederla. Ma mi chiami Sara, non mi chiami
signora. Tornerà?
Gionni: Sì sì, tra poco. A rivederla.
Via per il fondo, voltando a sinistra.
Si udrà, poco dopo, il
suono delle sonagliere.
Sara: Andrò via anch’io, ora...
Lucio (avvertendo il suono): Senti, mamma?
Sara: Che cosa?
Lucio: Queste sonagliere.
Sara: Sono della carrozza del dottore.
Lucio: Quand’ero bambino, mi pareva che le campagne
aperte, di mattina, nel sole, fossero fatte per diffonderne il
suono festivo.
Sara: Ma la campagna tu, da bambino, figlio mio... -
Lucio: - la vedevo dall’alto del cortile del Seminario,
su a San Gerlando.
I miei compagni nell’ora della ricreazione,
si rincorrevano, gridando come pazzi e tirandosi su le tonache,
per correr meglio. Io me ne stavo là in fondo, da dove si godeva
la gran veduta della vallata verde, con lo stradone che la
solcava; e vi scorgevo, piccole piccole, le carrozze che
andavano in campagna, con l’attacco a tre, e me ne giungeva da
lontano lontano - ecco, com’è ora - questo suono.
Voltandosi alla madre che piange:
Tu piangi, mamma?
Sara: Il pianto ch’è nella tua voce...
Lucio: Sì, avevo... avevo un’angoscia... L’angoscia della
vita che avrebbe potuto esser bella.
Mi pareva di sentir
l’allegria d’una corsa in campagna, in quel verde indorato dal
sole, nell’aria aperta.
Ho così forte il senso dei luoghi,
l’odore delle cose.
Penso a quando uscivamo dal Seminario a due
a due per la passeggiata, passando accanto a uno di quei landò
d’affitto, in piazza, ecco, ne sento ancora quel tanfo di
rimessa, e vedo perfino un filo di paglia tra le labbra bige di
quei cavalli; odo sui lastroni della piazza il suono dei loro
zoccoli ferrati, quando scalpitavano.
Vedi, mamma, la fede,
quand’ero così piccino là nel Seminario, era... era odore,
sapore... l’odore dell’incenso, della cera... il sapore
dell’ostia consacrata... e uno sgomento dei passi che facevano
l’eco nell’intemo della chiesa vuota...
Sara: Eri così tanto piccino... col visino anche allora
così sbiancato...
Ah che pena, figlio, quando ti vedevo venire a
casa, nelle feste, con quella tonacella, che facevi l’atto anche
tu di sollevare, per correre a me, e subito la lasciavi andare
per non far ridere le ragazzine di strada che ti davano la baja:
«l’abatino! l’abatino!». E avevi gli occhi come spauriti,
quando mi guardavi...
Lucio (coprendosi gli occhi con le mani):
Ah no, mamma, non ricordare!
Sara: Perché?
Lucio: Se sapessi che onta! perché avevo quegli occhi!
Tutta la feccia della vita, così bambino, l’avevo già dentro; me
l’aveva messo dentro uno, uno dei grandi, sai quello che poi
impazzì? Si chiamava Spano: quello.
Sara: Avevi appena sei anni...
Lucio: E sapevo tutto! E non so se era più orrore in me o
terrore.
Terrore di quella bestia mala che insudiciava tutto con
l’immaginazione e non risparmiava nessuno!
Sara: Anche di me ti parlava? Oh vile!
Lucio: Non puoi immaginare in che soggezione mi tenesse!
Faceva di me la sua volontà; m’atterriva!
Sara: Ah tanto no, non lo sospettai mai!
Lucio: Sapessi ...
Sara: Ti vedevo avvilito, mortificato, come un bambino
della tua età non poteva essere; ma non avrei mai supposto per
questo! Mi si torcevano le viscere, vedendo così - l’uno e
l’altra - teneri teneri - avvizzire; e vedendo lui, vostro padre
- che non era possibile (ora credo) non ne soffrisse - duro,
ostinato, per non darmela vinta.
Diceva che stavate bene -
Lucio: - ah sì, bene?
Sara: - bene - e io, a prendervi le faccine e
mostrargliele: «Hai il coraggio di dire che stanno bene?».
Sentivo che non era vita per me da potersi reggere, con questo
scempio che vedevo fare di voi, come alla mia stessa carne.
Lucio: Eh sì, difatti, la povera Lia...
Sara: Come me la vidi riportare a casa - cionca - finita
- e vidi le suore che, dopo avermela ridotta in quello stato, me
la dovevano assistere e curare... -
Lucio: - ah, loro? -
Sara: - loro, capisci? non io! - loro! - m’avventai come
una belva contro una; non so quello che le feci; me la
strapparono dalle mani; mi presero per indemoniata.
Tronca, per frenare l’impeto d’odio che la riassale, e subito
riprende:
Lucio, me ne fecero scappare - scappare - come una pazza!
Pregai, scongiurai che la mia creatura mi fosse portata qua: ero
sicura che l’avrei guarita: ma qua, sola con me, senza di lui:
non potevo più vedermelo davanti: l’avrei ucciso. Mi rivoleva. Sì, perché - faceva il santo, il tiranno - ma poi, quello che
più in’inferociva di lui, quando mi s’accostava, era quella
mollezza della sua timidità...
Tronca con un’esclamazione e un atto di schifo:
- ah Dio! - Eppure ti giuro, Lucio, avrei, avrei fatto il
sacrificio di resistere all’orrore che ormai ne avevo, purché ne
fosse venuto un bene a voi, a voi, figli; e posi per patto che
tu almeno fossi liberato e venissi qua con me, tu e la Lia. -
Non volle, non volle. - E allora, lui no; e no anch’io! Quello
che soffersi non te lo puoi immaginare: lo strazio mio qua, e il
vostro là, a cui, anche se mi sacrificavo, non avrei potuto
portar riparo.
Lucio: So che ricorresti ai tribunali -
Sara: - mi diedero torto -
Lucio: - torto? -
Sara: - a me, sì! dissero che dovevo stare con lui e la
figlia; e che la pretesa di levar te dal seminario non era
giusta; e insomma che ero io - io e non lui - a voler la fine
della famiglia. Fu tale l’esasperazione, dopo due anni di lotta
accanita, disperata, che buttai via tutto, via tutto! - Che
vuoi? mi prese l’odio! - Di qua si vede la città - non potei
più guardarla - voltavo la faccia, appena gli occhi, senza
volerlo, m’andavano là.
L’odio di quelle chiese, di quelle case,
e il tribunale... tutto! - Quando a una madre si nega
d’attendere ai suoi figli, a una madre che vuole la salute per i
suoi figli le si dà torto - che vuoi? ci si danna!
Buttai via
tutto e mi feci contadina - contadina qua, sotto il sole,
all’aperto!
Un bisogno mi prese, un bisogno d’essere selvaggia;
un bisogno di cadere a terra la sera come una bestia morta sotto
la fatica - zappando, pestando le spighe sull’aja con le mule, a
piedi nudi, sotto la canicola, girando a tondo con le gambe
insanguinate e gridando come un’ubbriaca - bisogno d’essere
brutale con chi mi pregava che avessi pietà di me - tu intendi
chi - quest’uomo puro - puro, Lucio, come una creatura uscita
ora dalle mani di Dio - quest’uomo che non ha saputo mai
tollerare che mi facessi uguale a lui, e che impedì che mi
dannassi, insegnandomi le cose della campagna, la vita, la vera
vita che ha qui, fuori della città maledetta, la terra; questa
vita che ora sento, perché le mie mani la servono, l’ajutano a
crescere, a fiorire, a fruttare; e la gioja della pioggia che
viene a tempo; e l’afflizione della nebbia che brucia gli olivi
sul fiorire; e hai visto l’erba sulla proda qua della stradetta,
d’un verde così nuovo e fresco, all’alba, con la brina? e il
piacere, il piacere, sai, di fare il pane con le tue stesse mani
che hanno seminato il grano...
Lucio: Sì, sì, mamma - e vedi che sono venuto a te...
Sara: Figlio mio, la gioja che m’hai data, Dio solo che
t’ha mandato me la poteva dare!
E l’ho gridato, l’ho gridato a
tuo padre, che mi son sentita ribenedetta!
M’hai ripagato di
tutto, figlio, con la tua venuta; e anch’io, vedi, di tutto ti
posso parlare, così senza vanto né rossore, perché io sola so
quel che ho dovuto soffrire, scontare, per divenire così, come
forse nessuno più intende che cosa voglia dire: naturale.
Lucio: Io, l’intendo, vedendoti, sentendoti parlare.
Sara: Mi sono veramente liberata; non desidero perché ho;
non spero perché, ciò che ho, mi basta; ho la salute, il cuore
in pace e la mente serena.
Lucio: Ma tu non puoi, tu non devi, mamma, andar via di
qua.
Sara: Son già via: tutta la roba è partita.
Lucio: No, no: l’impedirò io! Di questo sì, gli parlerò,
e forte!
Sara: Tu non puoi impedirlo, Lucio -
Lucio: - sì che posso! debbo! -
Sara: - non puoi e non devi, no; e io, del resto, non
voglio, non voglio.
Lucio: Ma tutto quello che hai fatto qua... -
Sara: - non l’ho fatto per me. Vorrei sì - e questo lo
dissi anche a tuo padre - vorrei averlo fatto per voi, per te e
Lia.
Questo sì, tu puoi provarti a impedirlo: che il podere -
questa ricchezza - vada perduto, in mano di nessuno.
Tu hai pur
diritto di difendere, se non per te, per la tua sorellina,
questo bene.
Ma non puoi per me, e non devi; ripeto: io non
voglio.
Lucio: Sta bene: lo farò per me e per Lia. Ma tu dove
andrai?
Sara: Non temere, abbiamo già provveduto; sappiamo dove
andare: per ora, da un fattore nostro amico, un po’ lontano da
qui, alle Favare; poi, l’anno venturo, ci sarà affidato un
podere qua vicino, a mezzadria; e ci sarà da guadagnare un po’
anche per noi che, finora, sai? non abbiamo guadagnato mai
nulla.
Si dovrà pur mettere da parte qualche cosa... -
Lucio: - già, sì, per... Mamma, perdonami, io non ho
ancora saputo trovar l’animo di parlartene: tu hai due
figli...
Sara: Sì, con lui - non l’hai ancora veduti -
contadinotti, bruciati dal sole...
Lucio: E lui... -
Sara: - se sapessi, in quale apprensione, in quanta
soggezione lo tieni... -
Lucio: Io?
Sara: Sì: teme e si vergogna; non gli par l’ora
d’andarsene; mi sa con te, e son sicura ch’è di là, in questo
momento, come la cagna coi cuccioli, a cui il padrone ne abbia
tolto uno per farlo vedere, non osa ringhiare e allunga da sotto
in su gli occhi pietosi a sogguardare che gli fanno...
Lucio: Vuoi chiamarlo?
Sara: Sì? vuoi che lo chiami?
Lucio: Sì; coi bambini.
Sara: Saranno qua fuori; m’aspettano per partire.
Va in fondo e chiama verso destra:
Oh, Roro! Vieni... vieni, sì, qua... Coi bambini... vieni,
vieni...
Lucio: Lo chiami Roro?
Sara: Io, sì: si chiama Rosario; lo chiamo Roro. Il
piccolo era già sulla mula. Eh, appena può cavalcare, lui, tutto
felice!
Lucio: Come si chiamano i bambini?
Sara: Uno, Tonotto, il maggiore; e l’altro Michele. -
Eccoli qua.
Entra dal fondo Arcadipane coi due ragazzi per mano.
Sara:
Questo è Arcadipane.
I due ragazzi corrono a lei: prima Tonotto e poi Michele.
Sara:
E questo è Tonotto. E questo (prende in braccio il minore)
è Michele.
Lucio (chinandosi a baciare Tonotto e poi baciando in
braccio alla madre Michele): Come sono belli, mamma!
Forti.
Sara: Sani. (Ad Arcadipane:) Tu non
ti ricordi di Lucio?
Arcadipane: Sì, di quand’era bambino come quello.
Indica Tonotto.
Lucio: Anch’io ho un ricordo... ma non so più se sia
vero... Anche di te, mamma...
Ma forse, non propriamente
ricordo: una visione che mi fosse venuta - non so - come da
un’altra vita; come a guardare da una profonda lontana lontana
finestra di sogno. Ma rivedendoti, ora... non so, m’è nato il
dubbio che...
Sara: Ma si sa che ora sono un’altra!
Lucio: Sì, certo; ma il dubbio, dico, che io l’abbia
sognata, quell’immagine: era così un’altra... - No, sai, non più
bella, mamma! anzi... Sei così bella ora, tanto, tanto più
bella! E quella, anzi, così triste...
E anche di lui, l’immagine
che serbavo...
Ma dimmi un po’, mamma (non ridere) - tu non
ricordi che a casa nostra... - quando c’eri - ci fosse una gatta
bianca?
Sara: Una gatta bianca? quando tu?...
D’improvviso, sovvenendogliene l’immagine:
- sì sì, c’era! c’era! Ma non una gatta, un gatto era sì
sì - bianco - un bel gattone bianco - eh altro! - sì, mi
ricordo!
Lucio: E allora...
Sara: Allora, che cosa?
Lucio: Quella che ho sempre ricordato, mamma, sì, doveva
essere la tua immagine. - Una stanza... una sala da pranzo -
grande - dal tetto basso -
Sara: - ma sì, quella della casa dove stavamo prima -
Arcadipane: - alla scesa di San Francesco -
Lucio: - io non me la ricordo affatto - ho solo, vaga,
l’impressione di quella sala -
Sara: - sì, con una finestra che dava sugli orti, di là
dalla strada -
Lucio: - c’era in mezzo una tavola quadrata - la vedo -
con un solo posto apparecchiato su una salvietta, ancora con le
pieghe della stiratura - una bottiglia di vino nero, con la
schiuma nel collo della bottiglia - (potrei prendermi sulle dita
il filo di sole che vi batte sopra, dagli scuri della finestra
accostati). - Lui sta seduto davanti a quella salvietta e mangia
a capo chino. - Il gatto bianco sta seduto sulla tavola, in
punta, dall’altro lato, ritto su le zampe davanti, con la coda
che gli pende dalla tavola e che si muove di tanto in tanto,
quasi per conto suo, come una serpetta.
Tu, mamma, parli con lui
e non badi a me; a un tratto ti volti, ti pieghi su le
ginocchia, m’abbracci e, non so perché, ti metti a piangere,
stringendomi forte forte; io, di sulla tua spalla, mi
sporgo a guardar lui, come per il sospetto che sia lui a
farti piangere; lo vedo alzare, brusco, con gli occhi rossi di
pianto anche lui; andare a un angolo della stanza; prendere un
fucile là appoggiato; ho una gran paura e sto per gridare,
quando tu mamma d’improvviso mi lasci e corri dietro a lui
uscito precipitosamente; resto come sospeso, smarrito, allora, e
vedo il gatto balzare al piatto, addentare la carne rimasta e
fuggire saltando dalla tavola.
È curioso come mi sia rimasto
così vivo il ricordo di questo gatto; mentre le vostre immagini
- la tua, la sua...
Ricordo bene il pianto.
Sara: Era per te, figlio - anche il suo -
Arcadipane: - per ciò che ella soffriva! -
Sara: - m’ero ridotta a sfogarmene con tutti -
Arcadipane: - ed era la pietà di tutti!
Sara: Lucio, ora ti dico una cosa - davanti a lui. Non
l’ho detta prima d’ora, neanche a me stessa.
Quando, disperata,
lasciai la casa e venni qua, sapevo, m’ero accorta che sotto la
pietà di lui c’era già un sentimento per me (voltandosi ad Arcadipane)
- di’, è vero? è vero? -
Arcadipane (più col cenno del capo che con la voce,
raumiliato): - Sì, è vero -
Sara: - una donna fa presto ad accorgersene, pur
lasciando lì l’avvertimento che se ne ha, come non avvertito, e
seguitando a trattare come potevo io allora trattar lui -
Arcadipane: - ero il suo servo - e giuro che anche il mio
sentimento... -
Sara: - non c’è bisogno che tu lo giuri; vedi che ho
premesso che sto dicendo una cosa che rivelo ora per la prima
volta a me stessa: anche tu non volevi aver coscienza che
m’amavi, non è vero?
Arcadipane: - ne avevo paura!
Sara: Ebbene, e io ora debbo dire che fu proprio questo,
sì, quest’avvertimento segreto dell’amore di lui, Lucio, a
tirarmi alla terra, a far la contadina; anch’io senza volerne
aver coscienza, anzi come per una pazzia che volessi fare; ma
sentendo in fondo che così soltanto mi sarei guardata
dall’impazzire: sì, proprio, facendo la contadina come una
pazza! E perciò tutti quegli sgarbi a lui, che non voleva ancora
capire e cercava di trattenermi! - Devi ora capire anche tu,
Lucio, che - avendo tagliato la mia vita, così come sono stata
costretta a fare - a te che ritorni, figlio mio, da quella vita
che non poté più essere mia, io non posso, non posso più trovar
posto in questa d’ora, ch’è di lui e di queste due creaturine.
Io debbo, debbo andare con loro.
Lucio: Sì, mamma, è giusto; e non pensare ch’io voglia, o
che abbia sperato con la mia venuta... -
Sara: - lo so, Lucio: lo dico per rinfrancare lui di
fronte a te.
Ad Arcadipane: Ora ce
n’andremo.
Lucio: So anche che non posso nemmeno venire con te...
Sara: No, Lucio, non puoi.
Lucio: Ma vorrei che tu almeno... -
Sara: - di’, di’, che cosa? -
Lucio: - ecco - anche nascosta, mamma... -
Sara: - nascosta? io? -
Lucio: - sì - mi déssi la forza - dopo che avrò parlato
con lui - di prendere il mio nuovo cammino - solo, come dovrò, e
senza più l’ajuto di nessuno, senza più stato.
Sara: Ma no, perché? Non vorresti rimanere? -
Lucio: - dove? - accanto a mio padre - così?
Indica il suo abito, non più da prete.
Tu sai com’è!
Sara: Ma non potrà mandarti via!
Lucio: Mandarmi via, no; ma non vorrà più, certo, darmi i
mezzi per ritornare ai miei studii -
Sara: - te li darò io i mezzi, se lui non vuole, a
qualunque costo! -
Lucio: - no, mamma: tu non puoi -
Sara: - potrò, potrò, sì - a qualunque costo, ti dico! -
Lucio: - non puoi, intendo, per la stessa ragione, mamma,
per cui non è possibile ch’io venga con te.
Sara: Ma non è la stessa cosa! No! Se li accettassi da
lui...
indica Arcadipane.
Li avrai da me, dal mio lavoro -
Lucio: - lo devi ai tuoi figli quanto verrà dal tuo
lavoro. No.
E del resto, forse è meglio ch’io abbandoni i miei studii e mi provi anch’io, mamma, a liberarmi come te -
Sara: - no! no! -
Lucio: - sì, a trovare anch’io la mia naturalezza -
Sara: - no! -
Lucio: - perché diventi semplice e facile anche la mia
vita nell’umiltà d’un lavoro manuale -
Sara: - ma non potrai! -
Lucio: - potrò, potrò -
Sara: - non ne avrai la forza -
Lucio: - la troverò -
Sara: - no, no: devi fare altro bene, tu con la luce,
figlio, che hai qua, nella fronte.
Lucio: Potrò sempre farlo, anche lavorando umilmente.
Sara: Non devi, no; in questo non devi prendere esempio
da me, no: io ho potuto farlo perché soltanto così potevo
trovare la mia liberazione, e salvarmi. Ma tu no, tu hai tante
vie davanti a te -
Lucio: - non ne vedo per ora nessuna -
Sara: - se non hai potuto camminare per quella su cui
egli da bambino ti volle mettere, avrà lui l’obbligo, ora, di
darti il tempo e il modo di trovarne un’altra, degna di te, su
cui camminare e arrivar lontano!
Lucio: Ecco, mamma, sì. - Ma non per parlare di me, no;
per parlare di tutto; io ho bisogno d’un conforto che in questo
momento puoi darmi tu sola. Sono venuto da te, sfidando tutto,
soltanto per avere questo conforto.
Sara: Sì, sì, dimmi, che conforto?
Lucio: Sentirti vicina (sia pure nascosta) quando parlerò
con lui; anche per tenermi dal dire ciò che non debbo.
Ho
bisogno che questa forza mi venga da te: non me la negare.
Poi
andrai via. Nessuno ti tratterrà. Nessuno ti vedrà.
Sara: Sì, Lucio, se tu vuoi -
Arcadipane (in apprensione): Ma nascosta,
dove?
Sara: - no: non nascosta: perché nascosta? l’ho già
veduto e gli ho parlato a viso aperto: saprei, a un bisogno,
riparlargli. Aspetterò là: le stanze son vuote: non potrà
credere ch’io voglia rimanere: non c’è più neppure una seggiola:
sederò su lo scalino sotto la finestra: aspettando che tu abbia
finito di parlargli.
Arcadipane: No, Sara... non lo fare!
Sara: Di che temi?
Lucio: Ne rispondo io. Verrà via con me: tornerà ai suoi
figli e a voi, non dubitate.
Arcadipane (a Sara): Ma non gli parrà che
egli difenda la terra anche per te, se tu rimani qua?
Sara: Gli ho già detto in faccia che non abbiamo bisogno
del suo podere per vivere: se a noi non è venuto mai nulla...
Lucio: E nulla io farò per impedirgli di disporne come
vorrà, state tranquillo.
Accanto a lui, ripeto, non potrò più
stare; andrò via anch’io.
Del resto, mamma, lascia: va’, va’
pure con lui: mi farò forza da me.
Sara: No no: io starò là, starò là.
Si odono i sonagli d’una vettura.
Sara: Andate, andate. Aspettatemi nel
podere del Lotti: vi raggiungerò. Se non è il dottor Gionni
di ritorno, saranno loro. Va’, va’.
Arcadipane, via dal fondo coi due ragazzi.
Il rumore dei
sonagli s’approssima.
Sara s’avvia alla porta a sinistra,
prima d’entrare dice a Lucio:
Sara:
o sono qua, figlio mio.
Entra e richiude la porta.
Lucio resta in attesa.
Poco dopo,
la vettura, di là, si ferma.
Si ode la voce di Cico.
Cico: Ecco, ecco: la carrozzina è qua! Ajuto io! ajuto
io!
Deodata: No, no, piano, Cico, lascia: so io come debbo
prenderla.
Cico: Pronta qua la carrozzina! - Ecco, brava. - E ora
corre come sulle sue gambette!
Appare infondo, nel sole, Lia sulla sua sediola a ruote.
Seguono, correndo, Cico e Deodata.
Lia: Lucio! Lucio! Dove sei?
Lucio (correndo e abbracciandola): Eccomi,
Lia!
Deodata (con una maraviglia, subito spenta dalla
delusione e quasi dal disprezzo): Eccolo là!
Cico: Oh guarda! Non me n’ero neanche accorto...
Lia (staccandosi dall’abbraccio): Lasciati
vedere! Nooo, buffo! Dio, sembri più piccolo!
Deodata: Hai faccia da comparire così...
Cico: Pare uno qualunque...
Lia: Non sembri più tu!
Deodata: Sapessi che effetto fai a chi ti rivede! Ma
dov’hai comprato cotesto abito? Non vedi come ti sgonfia da
collo?
Lucio: Che volete che m’importi? - Dov’è il babbo? Non
viene?
Lia: Viene, sì, con Monsignore, in un’altra vettura:
hanno aspettato il notajo.
Lucio: Per la cessione del podere?
Deodata: Figurati, appena ti vedrà così!
Non vorrà più
saper altro! - Intanto, guardala: (prende la faccia di Lia e la mostra a Lucio)
le è bastato prender aria qua, appena appena, guardala, s’è
tutta colorita.
Lia: È tanto bello qua! tanto bello!
Lucio: Dunque, sempre ostinato?
Deodata: Tuo padre? più che mai!
Lia: Sì: lo vedrai... fa paura; e anche una pena... una
pena, Lucio...
Lucio: Ma non sospetta ancora nulla?
Lia: Di che?
Lucio: Di ciò che gli è accaduto?
Lia: Ah, no! neanche per ombra!
Deodata: Nulla!
Pausa tenuta.
Cico (assorto, come tutti gli altri, nella cosa
terribile accaduta): Ed era morto! Proprio morto!
Pausa.
Deodata: Morto, sì.
Lia: Come l’ho visto...
Lucio (con intenzione): Morto?
Lia: Sì.
Lucio: E allora, dillo! Morto. Devi dirlo anche tu!
Lia: Morto, morto, sì.
Deodata: L’abbiamo visto tutti!
Cico: Morto.
Deodata: Anche Monsignore!
Cico: Anche lui: morto, lo vide bene. E poi l’accertarono
due medici.
Deodata: Uno scrisse l’atto di decesso.
Pausa.
Lucio (a Lia): Fosti tu, è vero?
Lia: Io, che cosa?
Lucio: A far chiamare il dottor Gionni?
Lia: Ah sì, io, io: mi misi a gridare! Nessuno voleva!
Deodata: Io, perché non ci credevo!
Cico: Monsignore non voleva! non voleva! Corsi io per
lui, a chiamarlo, il dottor Gionni.
Lo volevo vedere anch’io là,
davanti al cadavere!
Lucio: E allora?
Lia: Subito, sai?... subito...
Lucio: Che cosa?
Lia: - gli si rimise a battere il cuore, e il viso, da
bianco che era... -
Cico: - bianco... bianco... -
Deodata: - di cera. -
Lia: - subito ritornò... - non ti so dire... - si vide...
si vide che il sangue aveva ripreso a muoverglisi nelle vene -
Deodata: - e il respiro a sollevargli il petto -
Cico: - riaprì le labbra -
Lia: - sì, che cosa! appena appena! - la mia gioja! - era
lì, ancora senza coscienza di vita, ma non più morto! gioja ma -
insieme - una cosa... una cosa che atterriva! -
Deodata (con tono cupo, e voce lenta e spiccata):
- ancora, a pensarci, mi prende il tremito.
Pausa lunga.
Cico (piano, come in confidenza, a Lucio,
diabolico): Hai avuto ragione, sai, di spogliarti.
Deodata (subito, forte, aspra, a Cico): No!
- Non dirlo! non dirlo!
Cico: M’è scappato!
E si tura la bocca.
Deodata: M’avevi promesso di non dirlo.
Cico: Non dirlo... Ma se poi lo pensi! -
A Lucio:
Tu capisci: Morto - non sa nulla. Dov’è stato? - Dovrebbe
saperlo, e non lo sa. - Se non sa neppure della sua morte,
nulla, è segno che, per chi muore, di là non c’è più nulla -
nulla.
Pausa.
Lia (dopo una strana risatina, quasi tra sé):
Le mie alucce, Deodata? Le alucce d’angeletta...
Dovevo
averle in compenso dei piedi che mi sono mancati per camminare
sulla terra... Addio voli lassù!
Lucio (commosso): No, Lia...
Lia (dolce): Eh, se il paradiso non c’è...
Pausa.
E poi, tra silenzi, con cupa lentezza:
Cico: L’altra casa del Signore... la casa di là... per
tutti quelli che qua hanno patito rassegnati...
Deodata (c.s.): e non hanno goduto per non
peccare...
Cico (c.s.): gl’infelici, i diseredati...
Deodata (c.s.): La buona novella di Gesù...
Cico (c.s.): Nulla... più nulla...
Si son sentiti, durante queste ultime battute, i sonagli
d’una vettura, fievoli.
Ora il suono è cessato.
Momento
d’attesa, pieno di sgomento e d’angoscia.
Sopravviene dal fondo
il dottor Gionni.
Gionni: Zitti, zitti tutti. Viene. Ha saputo!
Lucio: Ha saputo?
Gionni fa cenno di sì col capo.
Nel silenzio che incombe,
grave di tutto quello sgomento e quell’angoscia, Diego Spina si
fa avanti dal fondo, seguito a qualche distanza da Monsignore Lelli e dal notajo Marra. Non vede nessuno.
Scende lo scalino
tra i due pilastri, viene alla tavola, cade a sedere a un lato
di essa, bianco di terrore, con gli occhi sbarrati nel vuoto.
Tutti lo guardano sospesi e smarriti, seguitando a tenere il
silenzio, che è quello esterrefatto della vita davanti alla
morte.
Tela
La stessa scena del secondo atto, pochi momenti dopo.
Al levarsi della tela si rivedrà il quadro finale dell’atto
precedente, e cioè gli stessi personaggi nella stessa posizione
e nello stesso atteggiamento.
Mancano soltanto Diego Spina e
Lucio.
Poco dopo, Lucio scenderà dalla scala a destra e tutti si
volteranno a guardarlo, ansiosi.
Lucio: S’è chiuso dentro.
Lia: L’hai chiamato?
Lucio: Ho tentato di farmi aprire.
Monsignore: Non ha voluto?
Lucio: No.
Deodata: Non t’ha nemmeno risposto?
Lucio: Alla mia insistenza, ha gridato: «Vattene!».
Pausa.
Gionni (in apprensione): Vada su, vada su,
tenti lei, Monsignore!
Lucio: No, Monsignore.Dal tono con cui m’ha imposto
d’andarmene, è certo che in questo momento respingerebbe anche
lei. Non vada.
Pausa.
Monsignore: È terribile.
Pausa.
Lucio: Forse è bene che misuri da solo quest’abisso della
sua fede. E Dio allora risorgerà in lui.
Monsignore (urtato, severo): Dio? Quale Dio
vuoi che risorga più in lui?
Lucio (semplice): Quello che è in tutti
noi, Monsignore, per cui siamo in piedi.
Monsignore (voce da pulpito, ma sincera):
In piedi? Ma come, in piedi? Non vedi? Coi ginocchi che tremano
dal terrore?E quela tua sorellina là - guardala! - non è in
piedi.
Fai mancare a tutti la terra, apri l’abisso e dici in
piedi? Guarda là quella donna!
Indica Deodata.
Guarda quel vecchio!
Indica Cico.
Cico (tutt’un fremito): Lasci star
me, lasci star me, Monsignore! Basta col suo Dio!
Si strappa dal capo il berrettino rosso e lo scaglia a terra.
Ho il mio diavolo, io, che d’ora in poi non me lo gabba
più nessuno!
Raccatta da terra il berrettino e se lo ricalca in testa.
Basta! - E non dica vecchio! Vecchio, un corno!
Voltandosi di stacco a Deodata:
Deodata, mi vuoi? Ti sposo io!
Corre ad abbracciarla.
Ti sposo io, ti sposo io, Deodata!
Deodata (divincolandosi, mentre il notajo Marra ride a
crepapelle, e ride anche, ma d’un altro riso, quasi
involontario, Lia): Levati, lasciami, pazzo!
Cico (senza lasciarla, frenetico):
Ti sposo qua, ora stesso, senza né legge né sagramenti,
come i cani!
E vedrai che godere non è peccare!
Monsignore (imponendosi, mentre il Gionni, accorso,
respinge Cico con una manata sul petto): Basta, Cico!
Deodata (c.s.): Ma sarai tu cane! Lasciami!
Gionni: Lasciala!
Cico (rivoltandosi contro il Gionni):
Chi vi c’immischia, voi?
Gionni: Non siamo bestie; siamo uomini!
Monsignore (al notajo Marra, che seguita a ridere):
E voi smettete di ridere, notajo! - Non impazziamo!
Intanto Lucio si sarà coperto il volto con la mano.
Gionni (al notaio): Pensate che di su vi
può sentire! E siete stato proprio voi...
Marra: Senza volerlo, scusate! Ignorando che non ne
sapesse nulla...
Gionni (a Monsignore): E io ch’ero corso
qua a prevenire il figlio! Ma potevo mai supporre che proprio
oggi, venendo per la prima volta - (immaginavo per parlare con
lui) (indica Lucio) - dovesse portare il notajo?
Marra: Eh, volendo stendere l’atto di donazione del
podere...
Gionni: Bravo! A saperlo! Ho creduto, ripeto, che venisse
per persuadere il figlio a non dargli il dolore di
quest’abiura,…
Marra: No, no: intendo dire che per forza sarebbe venuto
a sapere.
Deve firmar l’atto. E come potevo farglielo firmare,
se figura morto allo Stato Civile? Credevo che lo sapesse; e
allora, ridendo, gli domando: «Oh, a proposito, vi siete fatto
cancellare dal registro dei morti?».
Vedo Monsignore farmi
subito un atto, e lui sbiancarsi in viso e aggrottare le
ciglia...
Gionni (a Monsignore): Ma lei non tentò? -
Monsignore: - tentai; ma lui (indica il Notajo)
senza capire -
Marra: - dica senza poter supporre! -
Monsignore: - si mise a parlare del vostro miracolo...
Marra: - Ma tutta questa impressione, poi, dico la
verità... - Sì, capisco, venirlo a sapere così di colpo... - Ma,
dopo tutto, se fosse capitato a me...
Morto, sia pure... -
mezz’ora (quant’è stato?) tre quarti d’ora... Però, se ora mi
tocco e posso dire: «sono vivo ... ».
Monsignore (ergendosi, severo): Vi pare che
possa bastare? Vivo?
Staccando le sillabe:
Ma come, vivo?
Marra: Eh, vivo... non lo vorrà negare! importa come?
Monsignore: Importa sopra ogni cosa!
Marra: Lo sa qua il dottore, come; e lo sappiamo tutti.
Monsignore: Ma non siamo qua per vivere soltanto, noi!
E
l’altra cosa che dobbiamo far tutti - morire - è tal cosa che -
voi l’avete veduto - non saperne nulla, non poterne dir nulla,
importa questo: sentire subito come spenta la vita, e restare
annientati.
Pausa.
Deodata (nel silenzio): La disperazione.
Pausa.
Cico (nel silenzio): La sua anima,
appena uscita dal corpo, doveva comparire davanti alla Giustizia
Divina.
Non è comparsa. Che vuol dire? Non c’è giustizia divina.
Non c’è nulla di là.
Pausa.
Cico:
Addio chiesa, Monsignore! Addio fede!
Pausa.
Lia (nel silenzio, con una vocina chiara, in cui quasi
sorride per troppo tremore l’angoscia d’una disperata necessità):
Bisogna che Dio ci sia anche di là.
Lucio (come trasfigurato in un impeto di commozione
divina): Sì, Lia, c’è!
Sorellina mia, c’è - sì - ora
sento che c’è - ci dev’essere, ci dev’essere! - Sì, Monsignore:
ridare le ali a cui sono mancati i piedi per camminare sulla
terra! - C’è! C’è! - Ora intendo e sento veramente la parola di
Cristo: CARITÀ!
Perché gli uomini non possono star tutti e
sempre in piedi, Dio stesso vuole in terra la sua Casa, che
prometta la vera vita di là; la sua Santa Casa, dove gli stanchi
e i miseri e i deboli si possano inginocchiare, e tutti i dolori
e tutte le superbie inginocchiare! Ecco, Monsignore, cosi, (s’inginocchia)
davanti a Lei, ora che mi sento degno di nuovo di rindossar
l’abito per il divino sacrificio di Cristo e per la fede degli
altri!
Monsignore (chinandosi e posandogli le mani sul capo):
Figlio mio benedetto, ecco che Dio dalla mente ti ridiscende
nel cuore!
Deodata (giojosa e stupita): Rindossa
l’abito?
Cico (quasi feroce): Ma il fatto? ma
il fatto?
Monsignore (ancora curvo su Lucio): Che fatto?
Cico: Di lui su, che ritornato in vita, non sa nulla di
là?
Monsignore: E chi t’ha detto che Dio conceda di sapere a
chi ritorna di là? Tu devi credere e non sapere!
Lucio (rialzandosi): In Dio non si muore!
S’avvia, raggiante, alla scala a destra per andar su a
rindossare il suo abito sacerdotale.
Sara che ha ascoltato
tutto, nascosta, a questo punto apre la porta a sinistra e si
mostra tutta tremante di commozione.
Chiama il dottor Gionni.
Sara: Dottore, dottore...
Tutti si voltano stupiti.
Gionni (avvicinandosi): Ah, lei, signora?
Era di là?
Sara: Sì. Come lui aveva voluto.
Gionni: Lucio?
Sara: Sì. Perché gli dessi forza... ma l’ha trovata, l’ha
trovata in sé lui stesso, la forza di compiere il sacrifizio -
Gionni: - per la salvazione del padre. Forse ora su, come
lo vedrà rivestito -
Sara: - sì, sì: tremo tutta, mi vede... Ora non ha più
bisogno di me, e io me ne posso andare.
Gli dica che lo benedico
per quello che fa. Nessuno più di me può sapere che cosa sia.
M’ha parlato della vita: come la sente! come la sente! come la
vivrebbe! - Ci rinunzia. Va a rimorire nel suo abito.
Gionni: Ha detto egli stesso che in Dio non si muore.
Sara: Sì. E così è vero, ecco, così è vero che anche in
terra ci sono i santi.
Monsignore: Per riaccendere nel bujo della morte il
divino lume della Fede, che è carità per tutti quelli a cui fu
negato ogni bene nella vita.
Deodata: Avrebbe potuto mantenerlo acceso in sé questo
lume, senz’aspettare di veder la morte e la disperazione di suo
padre e di noi tutti.
Monsignore: E voi non avreste allora veduto questo
richiamo di Dio in lui e la necessità della Fede.
Cico (irritatissimo): Ma non dite
altre parole, non dite altre parole!
A me basta soltanto quello
che Lei ha detto poco fa; che Dio può non concedere di sapere a
chi ritorna di là: ecco, questo.
E subito, sotto sotto, come se veramente in lui parlasse un
altro:
Benché potrebbe concederlo e farci sapere, visto che c’è uno
ch’è ritornato!
Monsignore: Finirebbe la vita...
Cico: Perché finirebbe?
Monsignore: Perché la vita è a patto che tu la viva
appunto senza sapere, solo credendo. Guaj a chi crede di sapere!
Dio solo sa tutto e l’uomo davanti a Lui deve chinare la fronte
e piegare i ginocchi.
Si ode a questo punto dall’alto, ma rintronante nel fondo della
scena a sinistra, il fragore d’una fucilata.
Restano tutti
allibiti.
La prima impressione è che Diego Spina si sia
ucciso.
Tutti si voltano a guardare in su, verso la scala.
Deodata: Oh Dio, ch’è stato?
Cico: S’è ucciso! s’è ucciso!
Lia: No, papà, papà! Correte! Correte!
Monsignore: C’è su Lucio! Possibile?
Gionni (trattenendo Cico): Ma no, il colpo
è rintronato di qua!
Accenna in fondo a sinistra.
E dal fondo a sinistra appare difatti Arcadipane, tutto
stravolto, ferito alla testa di striscio, con le mani
insanguinate sulla tempia manca.
Sara, appena lo vede, dà un
grido e corre a lui, atterrita.
Parlano tutti simultaneamente.
Sara: Ah! Tu? Chi è stato? Che t’hanno fatto?
Monsignore: È stato lui?
Arcadipane: M’ha tirato. Dalla finestra. Non è niente!
Non è niente! Qua, di striscio.
Gionni: Fate vedere! Fate vedere!
Marra: È impazzito? Dopo tant’anni?
Lia: Che è stato? Che è stato?
Deodata: Tuo padre! Gli ha sparato dalla finestra!
Cico: Ha voluto ucciderlo!
Sara (al Gionni che osserva la ferita): Che
cos’è, che cos’è, dottore?
Gionni: Niente, proprio niente, per fortuna! Appena una
scalfittura!
Ma vien giù dalla scala a precipizio Diego Spina, come un
pazzo, ancora armato di fucile, con Lucio rivestito dell’abito
talare, che cerca di trattenerlo.
Scattano gridi simultanei
d’orrore, di terrore, di richiamo, di supplicazione.
- Ah Dio, eccolo!
- No! No!
- Papà! Papà!
- Dio di misericordia!
- Trattienilo, Lucio! Trattienilo!
Ed è in tutti quella perplessità tra il coraggio e la paura,
se lanciarsi a disarmarlo o schermirsi dalla mira; mentre Diego
Spina cerca col fucile imbracciato Arcadipane, gridando a Lucio
da cui s’è svincolato:
Diego: Lasciami! (E agli altri:) Fate
largo! largo! Prima l’uccido; poi m’arresterete!
Sara (lasciando Arcadipane e facendoglisi incontro):
Chi uccidi? Perché vorresti ucciderlo?
Lucio (accorrendo a ripararla): No, mamma!
E contemporaneamente Arcadipane, divincolandosi tra quelli
che cercano di trattenerlo e ripararlo:
Arcadipane: No, che fai, Sara? Lasciatemi!
Ma alla sfida di Sara, Cico ha spiccato un salto e s’è
buttato sul fucile spianato; l’ha fatto abbassare e ha afferrato
alla vita Diego Spina, che tenta liberarsene, dibattendosi.
Seguitano a parlar tutti simultaneamente.
Cico: Fermo! Siete pazzo?
Diego: Ah
cane! Levati!
A Sara:
No, non te! Via tu! Lui! Lui!
Sara: Ma ucciderai me prima!
Monsignore: Bravo, Cico! Tienilo, tienilo forte!
Gionni (accorrendo): Per carità, signor
Spina!
Marra: (c.s.): Dite sul serio, dopo tant’anni?
Deodata: Qua c’è sua figlia! c’è sua figlia!
Lia: Papà! Papà mio!
Diego (seguitando, rivolto a Sara poi agli altri, la
sua battuta): Non deve più vivere! Non deve più
vivere! Lasciatemi!
Sara (c.s.): Ma sì, lasciatelo! Sono qua io!
Lascialo, Cico! Voglio vedere che vuol fare!
Arcadipane: Non lo cimentare, Sara!
Sara: Aspetta tu là!
Lucio: Mamma!
Sara (a Lucio): E tu levati! Lasciatelo
parlare con me!
A Diego:
Che vuoi fare?
Diego: Non lo so! Non lo so! Posso far tutto!
Sara: Tu non puoi far nulla!
Diego: Tutto! Tutto!
Sara: Perché non ti credi più tenuto da Dio -
Cico: Vi teniamo noi!
Sara: - diventi bestia e uccidi? ma neanche le bestie
uccidono così!
Diego: Non ho più ragione, più ragione di nulla! Posso
far tutto!
A Cico che non lo lascia, cedendo l’arma, con uno scatto di
tremenda esasperazione:
Prenditi il fucile, lasciami!
Cico lo lascia, tenendosi il fucile.
Diego:
Ecco, sono disarmato: arrestatemi!
È là ferito. Ho voluto
ucciderlo, sì; appena l’ho visto dalla finestra, qua sulla
terra, sulla terra -
Sara: - aspettava me, per andarcene -
Diego: - no! dico sulla terra, dove sono caduto da tutta
quella menzogna lassù...
La terra ... le cose... tu che ci sei
rimasta con lui... Ah ma ora no, sai? ora no! ora no ...
E di nuovo si lancia, per prenderla; ma è subito di nuovo
trattenuto; come di là Arcadipane che a sua volta si lancia; e
di nuovo tutti parlano simultaneamente.
Cico (di qua, attorno a Diego Spina con
Monsignore e il Marra): Ancora? Ah non vi lascio più!
Monsignore: Non vi basta quello che avete fatto?
Marra: Quest’è pazzia!
Diego: Né io né lui! Non posso più tollerarlo! Né io né
lui! Sì, sì, sono pazzo!
Arcadipane (tra Sara, Lucio e Deodata che lo
trattengono): Guaj,a voi se v’attentate a toccarla!
Ah vorreste ora riprendervela?
Sara: No, tu no! Tu sta’ qua! Basto io! basto io!
Lucio: Lasciatelo dire! Consideratelo!
Deodata: Non è più lui! Non è più lui!
Diego (seguitando, rivolto a quelli che trattengono
Arcadipane): Ma sì, lasciatelo! M’uccida, m’uccida, è
meglio!
Ne ha il diritto: io ho voluto uccidere lui! Tutti i
delitti, e anche questo! Tanto, non si paga nulla, se tutto si
paga qui!
La carcere? È tutta carcere, carcere senza scampo! Di
là non c’è nulla! Lo so io!
Di scatto, al Gionni:
Dottore, vi siete divertito a pungermi il cuore, come un
coniglio?
Gionni: Ma è stata la vostra figliuola - guardatela!
Lia (straziata): Papà, papà mio!
Diego (buttandosi sulla sediola di Lia):
Figlia mia, figlia mia, perché l’hai fatto? per farmi vedere
questo scempio, questo scempio che ho fatto di te?
Rialzandosi e rivoltandosi al Dottore:
Ma voi che lo sapevate, tutto quest’orrore che mi sarei trovato
davanti, riaprendo gli occhi, come vi siete prestato?
Perché io
sono stato morto - voi lo sapete - l’avete visto tutti, - morto,
- morto, - l’avete visto anche voi, Monsignore!, - morto, - e un
altro medico - non lui - un altro medico ha accertato la mia
morte e steso l’atto di morte - e poi lui m’ha rimesso in vita,
come un coniglio - e io non ho saputo nulla, e non so nulla, non
so nulla, Monsignore! Fallimento, fallimento, se era bottega! Lo
posso gridare a tutti: fallimento: io che lo so! O se è fede
sincera come la mia, perdetela! perdetela!
Monsignore: Ma vostro figlio - guardate - l’ha
riacquistata!
Deodata: Ha rindossato l’abito, guardi, ha rindossato
l’abito!
Monsignore: Di nuovo nella luce di Dio!
Diego (a Lucio, restando): Tu?
Lucio: Sì, padre.
Sara: Per te!
Monsignore: Per tutti!
Deodata: Sì, per tutti noi, per tutti noi, per questa sua
sorellina!
Diego: Ma come? ora? ora ch’io so ... ?
Cico: No, no: voi non sapete nulla! Dio può non concedere
di sapere a chi ritorna di là!
Non è prova la vostra! non è
prova!
Diego: Come non è prova? Morto, l’anima mia, l’anima mia,
dov’è stata, nel tempo che sono stato morto?
Lucio (semplice e dolce): In Dio, padre.
La
tua anima è Dio, padre; e tu dici tua: è Dio, vedi? e che puoi
tu sapere della morte, se Dio ora, per un suo miracolo -
Diego: - un suo miracolo? - ma se è stato lui!
Indica il dottor Gionni.
Lucio: - non lui! credi che tutti i morti possano
risuscitare per opera d’un medico?
Riconosce lui stesso ch’è
stato un miracolo!
Diego: Sì: della sua scienza!
Lucio: Se l’anima nostra è Dio in noi, che vuoi che sia
la scienza e un suo miracolo, se non un miracolo di Lui
quand’Egli voglia che si compia? e che puoi tu sapere della
morte, se in Dio non si muore, ed Egli ora è di nuovo in te,
come ancora in tutti noi, qua, eterno, nel nostro momento che
solo in Lui non ha fine?
Diego: Tu, ora mi parli così? tu? tu, per cui io ... ?
Lucio: Sì; perché tu risorga dalla tua morte, padre.
Vedi? tu avevi chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover
vedere l’altra di là. Questo è stato il tuo castigo.
Dio t’ha
accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa
che è Sua, perché tu la viva - e la lasci vivere agli altri -
lavorando e soffrendo e godendo come tutti.
Diego: Io? E tua sorella? E tu? Ho voluto... ho voluto
uccidere... e tutto il male che ho fatto...
Lucio: Me l’assumo io, padre, e lo riscatto!
Se ora
questo tuo male io l’accetto, e lo sento, lo sento come un bene,
come un bene per me, questo è Dio, vedi?
questo è Dio, Dio che
ti vede coi tuoi stessi occhi, e vede quello che fai, quello che
hai fatto, e quello che ora devi fare.
Diego: Che debbo fare? che debbo fare?
Lucio: Vivere, padre: in Dio, nelle opere che farai.
Alzati e cammina, cammina nella vita.
E lascia, lascia a
quest’uomo (indica Arcadipane)
la sua donna; lascia a questa madre la sua figlia.
Ma tu non
devi aspettare, Lia, sento, sento che tu non devi aspettare,
sorellina mia, ch’io ritorni a far cantare per te l’organo in
chiesa, in gloria dei cieli.
Si rivolge alla madre:
Mamma, mamma, chiama la tua figlia!
Sara (trasfigurata, come per riflesso, dalla divina
esaltazione del figlio: tendendo le braccia a Lia):
Figlia! Figlia mia!
Lia (sorgendo al richiamo della madre dalla sua
sediola e accorrendo a lei sulle gambine ancora incerte):
Mamma! Mamma!
Lucio è come in una luce divina.
Cico: Ecco il miracolo! il miracolo!
E cade in ginocchio.
Cico:
Cammina... cammina ...
Anche gli altri, sbalorditi di gioja, accennano con le labbra
la parola:
Cico:
Miracolo.
TELA
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