Commedia in un atto unico tratta dalla novella L’ombra del rimorso, risalente al 1926 e che vede protagonista un
altro uomo pirandelliano, il dolciere Bellavita, tradito per lunghi anni
dalla bella moglie con il notaio Denora ed ora vedovo.
Ebbene Bellavita, con una forma sottile di vendetta, ha deciso di
ossequiare in modo ossessivo l’amante della moglie, seguendolo come
l’ombra del rimorso.
E nemmeno la proposta da parte del notaio di provvedere a sue spese
all’educazione del figlio Michelino, dissuaderà Bellavita ad
ossessionarlo con la sua presenza.
Bellavita è un debole ometto che ha sopportato per lunghi anni l'aperta,
e senza ritegno, relazione adulterina della bella e spregiudicata moglie
con il notaio Denora. Morta la moglie traditrice è giunta l'ora della vendetta per Bellavita:
egli però, semplice e umile pasticcere, non può scontrarsi apertamente
con il ricco e potente notaio e allora escogita un meccanismo per
coprirlo di ridicolo agli occhi della gente.
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Parato a lutto coglierà ogni occasione per mostrare il suo affetto per il notaio
con cui vorrà condividere il dolore per la perdita della donna amata da
entrambi.
Il notaio non può respingerlo apertamente perché sa di essere in torto con
Bellavita, né può negare ciò che tutti sanno. Inutilmente tenterà di liberarsi
dalla soffocante e grottesca presenza di Bellavita che singhiozzando lo implora
di non abbandonarlo nel momento del comune dolore.
Per rabbonire Bellavita e riacquistare la sua dignità, il notaio si offrirà di
provvedere all'educazione di Michelino, quasi sicuramente suo figlio, ma il
pasticcere rifiuterà e continuerà a seguire come un'ombra il notaio,
ossequiandolo e onorandolo, ricordandogli così con la sua presenza il malfatto
ai danni di un poveruomo.
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Personaggi
Bellavita, dolciere
Il Notajo Denora
L'avvocato Contento
La signora Contento,
sua moglie
Lo Scrivano dello studio
Clienti dell'avvocato
Contento, fra cui:
il signor Giorgino
Tempo presente.
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2007
- Bellavita -
Accademia dei Filodrammatici, Milano |
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da
Biblioteca dei Classici Italiani
La scena rappresenta un salotto tra la casa e lo studio dell'avvocato
Contento.
L'entrata è in fondo e dà su un corridoio.
Un uscio a destra immette nella casa dell'avvocato.
Due usci a sinistra: il primo, in comunicazione con la sala d'aspetto per i
clienti; l'altro, con lo studio dell'avvocato. (Destra e sinistra dell'attore.)
Al levarsi della tela lo Scrivano, giovane vestito poveramente ma con pretese
d'eleganza, testa da vetrina da barbiere su un collo stralungo, darà passo al
Notajo Denora, grasso, calvo, sulla quarantina, di pelo rossiccio, faccione
paonazzo, brozzoloso.
Lo scrivano: S'accomodi qua, signor Notajo.
Denora: (fosco, contenendo a stento l'orgasmo che lo
divora). C'è da aspettare molto?
Lo scrivano: Eh, un pochino, temo. Ma corro ad avvertire
la signora.
S'avvierà verso l'uscio a destra.
Denora: (trattenendolo). No, lascia! Che c'entra
la signora?
Lo scrivano: Per tenerle compagnia.
Denora: Grazie tante! Posso aspettar solo.
Lo scrivano: Me l'ha ordinato il signor avvocato!
Denora: (gridando). E io te ne dispenso!
Poi, frenandosi, pentito:
Non voglio che sia incomodata la signora.
Lo scrivano: No, veda, ho ragione di credere che la
signora stessa...
Denora: ... abbia piacere di tenermi compagnia?
Lo scrivano: Sí, perché ha detto...
Denora: ... che vuole ridere anche lei alle mie spalle,
ho capito!
Lo scrivano: No, che dice mai, signor Notajo!
M'ha detto
d'avvertirla subito del suo arrivo.
Ma eccola qua.
Entrerà dall'uscio a destra la signora Contento: sui
trent'anni, graziosa, nasino ritto, occhi ardenti.
Lo Scrivano
si ritirerà per il primo uscio laterale a sinistra.
La signora Contento: Caro Notajo, siamo dunque a questo, eh?
Denora: Per carità, signora, mi lasci stare, o finisce
che la faccio davvero la pazzia!
La signora Contento: (restando). Perché? che le ho
detto?
Denora: Niente, m'ha detto; ma la scongiuro di non farmi
nessuna domanda!
Pensi che se lo studio di suo marito è ora cosí
pieno di clienti e se egli tratta adesso i piú grossi affari, lo
deve in gran parte a me! a me!
Se io ora chiudo il mio studio
di Notajo e pianto qua tutti e me ne vado a seppellire in
campagna, il danno sarà anche suo, ecco: pensi questo!
La signora Contento: Non capisco perché lei mi parli cosí...
Denora: Perché vedo dall'aria con cui è entrata, che
anche lei vorrebbe godersi lo spettacolo della mia
esasperazione.
La signora Contento: Ma no, lei mi giudica male, signor
Notajo.
Entrerà a questo punto dal secondo uscio laterale a sinistra
l'avvocato Contento: vicino ai quarant'anni, magro, tutto gambe,
con occhi chiari che si volgono continuamente di qua e di là,
come se si sentisse chiamare da tutte le parti, larga bocca
sorridente e salivosa, capelli grigi, piuttosto lunghi, irti a
spera sulla fronte, aria tra astratta e smemorata.
Contento: Che cos’è, che cos’è, caro Notajo?
La signora Contento: Io non so! Sono entrata per tenergli
compagnia, come tu mi avevi detto...
Contento: Eh, sí, perché purtroppo ho tanta gente di là!
La signora Contento: Se n'è avuto a male.
Contento: Come, come ?
La signora Contento: Per un sospetto - mi scusi, caro Denora
- non degno di lei.
Contento: Un sospetto ? Che sospetto ?
La signora Contento: Che vogliamo farci beffe di lui, anche
noi!
Contento: Io ? beffe ?
Denora: Non ho detto beffe!
La signora Contento: Che vogliamo godere dello spettacolo...
Denora: Sí, che ci provate gusto anche voi, insomma,
ecco!
Contento: Ma che vi mettete in testa, per amor di Dio,
caro Notajo!
Come potete immaginare di me una cosa simile?
Denora: Perché è naturale! naturale! Vi pare che non lo
capisca!
La cosa spaventosa è questa, che lo vedo da me il
ridicolo della mia situazione; e mi metterei a ridere anch'io,
vi giuro, di qualunque altro - fosse pure mio fratello - a cui
fosse capitato questo stesso mio caso!
Ora, ch'io debba
soffrirne, mentre ne riderei come tutti ne ridono, è cosa... è
cosa che mi sta facendo impazzire, ecco: impazzire!
Contento: Ma se ci sono qua io, ora, per servirvi, caro
Denora; per togliervi da codesto stato d'animo che mi fa tanta
pena, come a tutti coloro che vi vogliono bene e che vi stimano
per quel galantuomo che siete!
Su, su. Ho già mandato a chiamare
quella pittima per liberarvene. Sarà qui tra poco.
Per non
lasciarvi solo ad aspettare avevo pregato mia moglie...
Denora: Mi scusi tanto, signora ; mi compatisca: sono
come ossessionato.
La signora Contento: Ma sí, comprendo benissimo.
Contento: Lasciate fare a me: vi libererò in quattro e
quattr'otto. Appena sarà qui.
Che diamine! Ho già dato l'ordine
che sia subito introdotto. Voi vi ritirerete di là (indicherà l'uscio a destra) con mia moglie, e gli parlerò io per come siamo intesi.
Denora: Il miglior collegio di Napoli: diteglielo pure!
Contento: Lasciate fare a me! Ho capito tutto. E state
tranquillo. A tra poco.
Via per l'uscio da cui è entrato.
La signora Contento: Io per me credo che non si dovrebbe
ammettere cosí subito che il figlio sia vostro.
Avanzerei almeno
qualche dubbio. L'ho detto a mio marito.
Denora: No, no! Non importa, signora! Anche se non fosse!
Ammetto tutto! Accetto tutto!
La signora Contento: Ma perché - voi capite - se si potesse
provare che non è...
Denora: E come provarlo?
Non è solo il padre, signora
mia, a non poterlo sapere con certezza, neanche la madre può mai
sapere di certo se il proprio figlio appartiene al marito o
all'amante.
Sono tutte presunzioni.
La signora Contento: Ma dite un po', vi somiglia?
Denora: Dicono. E a me pare di sí, certe volte, e certe
altre di no. Non c'è da fidarsi delle somiglianze.
Del resto, le
dico, non voglio discutere su questo punto.
Sono pronto a tutto:
adozione, testamento per assicurargli l'eredità. Non ho nessuno.
E non m'importa piú niente! Voglio liberarmi di lui, del padre,
a qualunque costo!
Ma il tasto del denaro per quell'uomo non
suona; e sarà inutile toccarlo.
Non ha mai agito per tornaconto.
Sono disperato appunto per questo.
La signora Contento: È veramente inaudito!
Denora: (balzando in piedi). Inaudito! Inaudito!
E
doveva toccare proprio a me di avere da fare con un marito di
quella specie!
La signora Contento: «Bellavita» sarà un nomignolo,
m'immagino.
Denora: L'invidia.
Passando davanti la dolceria e
vedendola sempre piena d'avventori, e la moglie come una signora
là al banco, «Eh, bella vita!».
La signora Contento: La gentaccia, si sa com'è. Ci sono
passata anch'io, ieri, davanti la dolceria. Che pena!
Quelle
belle vetrine bianche, laccate lucide, non si riconoscono piú:
ingiallite, scrostate.
E che malinconia, quei due veli
scoloriti, uno rosa e l'altro celeste, stesi sulle paste secche
e le torte ammuffite, davanti al banco! Non ci va piú nessuno.
Gliela tenevate su voi, però, quella bottega?
Denora: Io? Ma che! Calunnia, signora!
Le dico che
arrivava perfino a proibire alla moglie d'accettare da me quel
che si dice un fiore.
Si pigliava i soldi del caffè, quando ci
andavo con gli amici, perché, a non pigliarseli, gli sarebbe
parso di dar troppo nell'occhio. Ma sono sicuro che ne soffriva.
La signora Contento: Non so come si possa spiegare.
Denora: Che vuole spiegare, signora! Certe cose non si
spiegano.
La signora Contento: Come uno possa essere cosí!
Denora: Quando non vogliamo sapere una cosa - si fa
presto - fingiamo di non saperla.
E se la finzione è piú per
noi stessi che per gli altri, creda pure, è proprio, proprio
come se non si sapesse.
E' anche pieno di gratitudine per me.
La signora Contento: Gratitudine ?
Denora: Sissignora. Per la difesa ch'io presi di lui
contro la moglie, fin dai primi tempi del matrimonio.
La signora Contento: Infermiccio, già! malandato...
Non so
come poté sposarlo: era anche di buona famiglia, la moglie.
Denora: Caduta in bassa fortuna.
La signora Contento: Non so che considerazione potesse avere
per lui!
Denora: L'accusava di poco discernimento, di poco tatto
con gli avventori, anche di goffaggine.
La signora Contento:.. eh sí, goffo è veramente...
Denora: ... lo dice a me? - Certe scenate! - ora capirà,
presa l'abitudine d'andare con gli amici in quel caffè -
pacifico come sono sempre stato - ne soffrivo. Mi provai a
rimettere la pace, e...
La signora Contento: ... prova oggi e prova domani...
Denora: Sventure che capitano...
La sig. Contento: Purtroppo. Era tanto bella!
Mi
pare di vederla ancora, seduta al banco, ridente e sfavillante,
col nasino bianco di cipria e quello scialletto rosso di seta a
lune gialle sul seno, i cerchioni d'oro agli orecchi e quelle
fossette alle guance, quando rideva: che simpatia!
E come Denora, alla descrizione, comincia a piangere con lo
stomaco, e poi non trovando i singhiozzi la forza di venir
fuori, con un fìottar fitto del naso; e si nasconde gli occhi
con una mano.
La sig. Contento:
Povero Notajo, voi l'amavate veramente!
Denora: Sí, signora!
E odio quest'uomo perché non gli è
bastato avvelenarmi prima l'unico bene della mia vita,
m'avvelena ora anche il dolore che provo, d'averlo perduto! E sa
come me l'avvelena? Mostrandosene beato! Sí.
Come se me lo désse
a pascere lui, questo dolore in cui mi vede sprofondato; a
succhiare, come una mamma il latte del suo seno al suo bambino!
Guardi: sono sicuro che se ora mi vedesse queste lagrime, qua
sulle guance, se le verrebbe a bere!
L'odio per questo! perché non me la lascia piangere da solo,
come vorrei!
Lei capisce, signora, che ho schifo, schifo a
piangerla insieme con lui?
Venne a trovarmi dopo il funerale,
col ragazzo, per dirmi che aveva ordinato due corone di fiori,
una per me e una per lui, e che le aveva fatte collocare sul
carro, la sua e la mia, accanto. Dice che parlavano.
La signora Contento: (stonata). Chi parlava?
Denora: Quelle due corone. Cosí accanto. Dice che
parlavano. Dovette leggermi l'odio negli occhi.
Mi si buttò
addosso, arrangolando e piangendo disperatamente, e cominciò a
gridarmi che non lo abbandonassi, per carità, e avessi
considerazione e pietà di lui, perché io solo potevo compatirlo,
io che piangevo per la sua stessa disgrazia.
Le giuro signora,
aveva, nel dirmi cosí, certi occhi smarriti da pazzo, che mi
passò la tentazione di tirargli una spinta e mandarlo a schizzar
lontano.
La signora Contento: Non par vero! Non par vero!
Denora: L'ho ancora qua, vivo, nelle dita il ribrezzo di
quelle sue braccia magre sotto la stoffa pelosa dell'abito nero
ritinto, quando feci per strapparmi dalla violenza con cui
volevano aggrapparmisi al collo!
E io non so com'è! le cose che
s'avvertono in certi momenti! e non si cancellano piú!
Lui che
mi piange sul petto, io che mi volto verso la finestra della
stanza, come per cercare uno scampo; e in quella finestra,
signora, la croce delle due bacchette arrugginite sui vetri.
Tutta la tristezza di questa mia vita distrutta di vecchio
scapolo la vedo in quella croce là, sui vetri sudici della
finestra, su quel cielo sporco di nuvole.
Ah signora, quella
croce, quei vetri sudici, signora, non me li posso piú levare
dagli occhi!
La signora Contento: Ma no, via, povero Denora, calmatevi!
Vedrete che mio marito adesso...
interrotta dallo Scrivano che rientra in gran fretta dal
primo uscio a sinistra, annunziando:
Lo scrivano:Eccolo qua! eccolo qua!
Denora: (balzando in piedi). E' venuto?
La signora Contento: Ritiriamoci di qua, noi.
Indicherà l'uscio a destra. Venite.
Lo scrivano: Sissignora, perché l'avvocato m'ha detto di
farlo passare in questa stanza.
La signora Contento: Andiamo, andiamo.
Denora: L'ammazzerei! L'ammazzerei!
Via con la signora per l'uscio a destra.
Lo Scrivano uscirà
dall'uscio in fondo per rientrare in iscena, poco dopo, seguito
da Bellavita.
Bellavita, magrissimo, di una magrezza che
incute ribrezzo pallido come di cera, con gli occhi fissi aguzzi
spasimosi, sarà parato di strettissimo lutto, con un vecchio
abito peloso, ritinto or ora di nero, e una fascia pur nera di
lana, girata attorno al collo e pendente coi lunghi pèneri
davanti e dietro.
Lo scrivano: Accomodatevi qua, caro Bellavita. L'avvocato
verrà subito.
Via per il primo uscio laterale a sinistra.
Bellavita resterà
in piedi, immobile, spettrale in mezzo alla stanza, per un
lunghissimo tratto; poi volgerà il capoverso l'uscio da cui è
uscito lo Scrivano e sospirerà; starà ancora in piedi un altro
momento; infine, di nuovo sospirando, sederà in punta a una
seggiola presso a un tavolinetto.
Poco dopo dal secondo uscio
laterale a sinistra entrerà l'avvocato Contento.
Contento: Caro Bellavita! Eccomi a voi.
Bellavita: (alzandosi di scatto, alla voce).
Pregiatissimo signor avvocato!
Ma subito, colto da vertigine, si recherà una mano sugli
occhi e si sorreggerà con l'altra al tavolinetto.
Contento: (sorreggendolo). Oh Dio, Bellavita, che
è?
Bellavita: Niente, signor avvocato... La gioja. Come ho
sentito la voce...
Mi sono alzato di furia, e...
Sono tanto
debole, signor avvocato! Ma niente, ora è passato.
Contento: Povero Bellavita, sí, lo vedo, siete molto
deperito. Sedete, sedete.
Bellavita: Prima lei, per carità!
Contento: Sí, ecco: io seggo qua.
Dunque, vi ho fatto
chiamare per risolvere - o meglio - per finir di risolvere una
situazione, diciamo, penosa e delicata.
Bellavita: Che situazione? La mia?
Contento: Eh, sí, la vostra, quella del ragazzo e quella
del Notajo: penosa e delicata, caro Bellavita.
La... la come si
chiama... la disgrazia che avete patito... sí, dico... s'era
purtroppo incaricata di risolvere codesta situazione d'un colpo
- brutalmente - con un taglio netto - dolorosissimo - ma sotto
un certo punto di vista - direi: chirurgico! - Voi non avete
voluto... -
Comunque, veniamo a noi.
Bellavita: Sissignore. Perché io (si tocca la fronte con un dito) sa? anche di mente mi ... mi sono un poco indebolito.
Di tutto
codesto discorso che lei ora ha avuto la bontà di tenermi, non
ho capito nulla
Contento: Ecco ecco. Statemi a sentire. Sarà un gran
sollievo per voi, caro Bellavita.
Un gran sollievo, di cui avete
bisogno: lo vedo. Urgentissimo. Come del pane.
Bellavita: Sissignore. Non mangio, non dormo piú da tanti
giorni.
Seduto dalla mattina alla sera su uno di quegli sgabelletti di ferro del caffè.
Contento: Dunque, sí... ecco...
Bellavita: Come se non fossi piú io, sa?
Contento: Lo vedo, lo vedo!
Bellavita: Come se un altro m'avesse preso per le braccia
e messo a sedere lí accanto a un tavolino, come un fantoccio.
Contento: Ora discorriamo...
Bellavita: (gli fa cenno con la mano di aspettare un
po'). Abbia pazienza. Non m'arrivano.
Contento: (stonato). Che cosa non v'arriva?
Bellavita: Le parole, signor avvocato, se lei mi vuol
parlare cosí subito.
Sono... sono come insordito, intontito. Mi
lasci riprendere un po'.
Non parlo piú con nessuno da tanto
tempo!
Ora che ho questo bene... Ah che giornate passo, signor
avvocato, che giornate passo, seduto lí nel caffè, accanto al
tavolino!
Sul tavolino faccio cosí col dito: un dito di polvere
; non c'è piú altro che polvere nel caffè!
Contento: Eh, paesaccio di vento, il nostro! Porta la
polvere da per tutto.
Bellavita: E le mosche? Mi mangiano vivo le mosche. Me le
sento ronzare anche nel cervello.
Alzo la mano a cacciarle,
quando già se ne sono andate via.
E sto seduto con le spalle al
banco per non vedere, lí su quel banco, la bilancia rimasta con
un peso d'ottone su uno dei piatti, dell'ultima vendita che fece
la buon'anima, d'un chilo di confetti all'avvocato Giumía.
Strizza orribilmente tutta la faccia magra per mettersi a
piangere; cava un fazzoletto nero dalla tasca, e se lo porta
agli occhi.
Contento: Capirete che, seguitando cosí, caro Bellavita,
non passa un mese, ve n'andrete a raggiungere la buon'anima!
Bellavita: Magari! Se non ci fosse Michelino!
Contento: Oh! - Ecco! - ci siamo. - Michelino. - Vi ho
fatto chiamare...
Bellavita: (subito, con apprensione). - ... per
Michelino?
Contento: M'immagino che debba essere un gran pensiero
per voi codesto ragazzo.
Bellavita: Se lo vedeste...
Contento: Già! - rimasto ormai senza madre...
Bellavita: ... come s'è ridotto anche lui, povera anima
di Dio, in pochi giorni...
Io non so fare altro che piangere,
piangere, piangere...
Contento: E dunque, benissimo! Ho da farvi una proposta,
caro Bellavita.
Bellavita: Una proposta? Per Michelino?
Contento: Appunto. Da parte del Notajo.
Bellavita: E che proposta ?
Contento: Lasciatemi dire.
Bellavita: Ma scusi, ha sentito il bisogno, il signor
Notajo, di ricorrere...
Contento: ... io sono il suo avvocato.
Bellavita: ... tanto peggio!
Contento: ... ah, ma m'intrometto soltanto come amico!...
Bellavita: ... volevo dir questo! - di ricorrere ad
amici, per una proposta che riguarda Michelino?
Non poteva farla
a me direttamente?
Agitandosi: Oh, Dio, signor avvocato...
Contento: Non v'allarmate, non v'allarmate prima di
sapere di che cosa voglio parlarvi!
Bellavita: Ma sissignore che m'allarmo! M'allarmo perché,
se il signor Notajo è ricorso a lei...
Contento: ... ma io sono anche amico vostro...
Bellavita: Grazie, signor avvocato - che amico, no! -
troppo onore - lei m'è padrone!
Ma vede? io... Io - ecco -
appassisco - appassisco...
Contento: Ma no! ma su! che diavolo! statemi a sentire!
Bellavita: Oh Dio, mi pare che lei ora mi voglia levare
anche l'aria da respirare...
Contento: ... proponendovi il bene del vostro ragazzo?
Bellavita: ... a nome del signor Notajo?
Contento: Che gli ha voluto sempre un gran bene questo
non potete negarlo, e seguita a volergliene!
Bellavita: (con gli occhi all'improvviso ridenti di
lagrime). Ah sí? ah sí? E perché, allora, scusi...
Contento: (parando le mani per trattenerlo).
Lasciatemi dire, in nome di Dio!
Il Notajo Denora vi propone di
mettere il ragazzo in collegio, a Napoli.
Bellavita: Il ragazzo? a Napoli?
Contento: Nel primo collegio di Napoli.
Bellavita: (con tanto d’occhi). E perché?
Contento: Oh bella! Per dargli una migliore educazione.
Bellavita: A Napoli
Contento: Assumendosi lui, s'intende, tutte le spese;
purché voi acconsentiate a separarvene.
Bellavita: Io? Ma che dice? Io, dal ragazzo?
Contento: Eh già...
Bellavita: Separarmi? Signor avvocato, che dice?
Contento: È la proposta del Notajo.
Bellavita: Ma scusi, perché?
Contento: Ve l'ho detto, perché.
Bellavita: Ma il ragazzo qua studia; va bene a scuola; e
il Notajo lo sa! Mandarlo a Napoli? E io?
Ah, ma dunque non
vuole piú tenere conto di me il signor Notajo?
Contento: Chi ve lo dice?
Bellavita: Senza il ragazzo io morrei, signor avvocato!
Sto morendo io, signor avvocato, sto morendo di crepacuore,
abbandonato cosí da tutti senza sapere perché!
Ma che male ho
fatto io al signor Notajo da essere trattato cosí, non solo da
lui, anche da tutti i suoi amici?
Contento: Io v'ho trattato sempre bene...
Bellavita: E perché non si fa piú vedere al caffè?
Contento: Oh bella, perché non ha tempo.
Bellavita: Non è vero, mi perdoni! Prima l'aveva.
Contento: E ora non l'ha piú!
Bellavita: Ora che io sono rimasto cosí stroncato dalla
disgrazia?
Ma se mai qualcuno, tra me e il signor Notajo, può
aver rimorso d'aver fatto male all'altro, quest'uno, signor
avvocato, non sono certo io!
E ora, per giunta, mi vorrebbe
levare il ragazzo?
Contento: Se non mi lasciate finire!
Bellavita: Che vuole finire! Lei non doveva neanche
provarsi a cominciare, mi scusi.
Lasci sfogare me, signor
avvocato!
Non è vero niente, sa, non è vero niente che gli sta a
cuore l'educazione di Michelino.
No! - È altro! - E io lo so,
che è! - Ma come? Mi parla di spese, lui? Osa parlare di spese -
a me - lui?
E quando mai ho ricorso a lui per mantenere il
ragazzo come un figlio di signori? Io, coi miei soli mezzi! io!
E finché campo, ci penserò sempre, io, glielo dica! - Non posso
mandarlo a Napoli.
Quando anche potessi, non vorrei.
Perché mi
fa dire questo da lei il signor Notajo?
Ha forse creduto che gli
portassi il ragazzo per averne qualche cosa?
Contento: Ma no! Non fate adesso sospetti indegni, non
dico del Notajo, ma di voi stesso!
Bellavita: Ma scusi, e perché, allora? Non vuole piú
vedere neanche il ragazzo?
Me, da un pezzo non mi vede piú!
Sospetti indegni, lei dice?
Contento: Indegni, indegni, e assurdi!
Bellavita: Che assurdi, no! Ho compreso, sa? ho compreso
bene che le mie visite non erano piú accette al signor Notajo!
Mi sono stretto, cosí, coi denti il cuore per non farlo gridare,
e non mi sono piú fatto vedere da` lui.
Mando dentro lo studio Michelino, e io mi metto a sedere zitto zitto nell'anticamera -
sa che c'è quella bussola di panno verde con l'occhio in mezzo?
là accanto.
Quand'uno piange, signor avvocato, il naso gli viene
di soffiarselo forte; ebbene, sa come me lo soffio io? piano
piano, per non disturbare e non farmi sentire da lui!
Ma capirà
che, piú faccio cosí, e piú m'intenerisco io stesso di questa
mia delicatezza cosí male ricompensata!
Non vorrei piangere e
piango di piú, per forza!
Mi sto sfacendo, mi sto sfacendo in lagrime, io, signor avvocato!
Contento: Alle corte, oh, alle corte!
Lasciatemi dire una
buona volta, caro Bellavita, ciò che debbo dirvi, e facciamola
finita!
Bellavita: Ecco, sissignore, parli: io sono qua.
Contento: Vorrei pregarvi, dato che non è tanto facile -
come sto vedendo - la parte che debbo sostenere davanti a voi,
vorrei pregarvi di fare di tutto per intendermi senza
costringermi a dire troppo - ecco - e questo, per un riguardo a
voi sopratutto!
Bellavita: A me ? Per carità, non mi spaventi, signor
avvocato!
Mi dica subito che cos'è accaduto!
Contento: Ma non è accaduto nulla, benedett'uomo!
Ciò che
doveva accadere, è già bell'e accaduto, mi pare!
Bellavita: La disgrazia, lei dice ?
Contento: Appunto! E dovreste mettervi ormai il cuore in
pace!
Bellavita: E come, signor avvocato ?
Contento: Ma sí, farci la croce, e non parlarne piú!
Bellavita: Io? Ia croce?
Contento: Non dico mica di non piangere piú, per vostro
conto, la moglie che v'è morta. Piangetela quanto vi pare!
Dico
per la vostra... - come debbo chiamarla? - re... remissione,
ecco, remissione che ha dell'inverosimile, caro Bellavita, nei
vostri rapporti col Notajo.
Bellavita: Remissione ?
Contento: Sí, ma che pesa; pesa come un incubo,
rendetevene conto!
Bellavita: Che vuol dire remissione, scusi? Non capisco.
Contento: Cercate di capirmi, santo Dio!
Bellavita: Che gli ho portato sempre rispetto ?
Contento: Ecco, già! troppo!
Bellavita: Troppo rispetto?
Contento: E che vogliate seguitare a portargliene!
Bellavita: Non vuole piú?
Contento: Non vuole piú!
Bellavita: Gli pesa? A lui?
Contento: Ma sí, perché il legame, capirete, sussisteva,
ed era sopportabile, caro Bellavita, finché era viva la
buon'anima di vostra moglie; ma ora che purtroppo vostra moglie
non c'è piú - abbiate pazienza! - volete che il Notajo seguiti a
rimanere legato a voi dal dolore comune, dal lutto comune per la
perdita di lei?
Bellavita: E perché no?
Contento: Ma è ridicolo, scusate!
Bellavita: Ridicolo?
Contento: Ridicolo! Ridicolo! Non so come voi stesso non
ve ne accorgiate!
Bellavita: E gli pesa ? A lui ?
Contento: Se la morte ha sciolto il legame, caro
Bellavita! Cercate di comprendere!
Il dolore, se il Notajo lo
ha (e lo ha!)...
Bellavita: ... ah, lo ha?
Contento: ... ma sí che lo ha! lo ha! - e il lutto, se
vuole portarlo (e lo porta, nel cuore) - non c'è piú ragione,
siamo giusti, che lo abbia e lo porti in comune con voi!
Bellavita: Perché teme il ridicolo? Ho capito! Io lo
rispetto, e lui teme il ridicolo!
Lui che per piú di dieci anni
mi ha reso lo zimbello di tutto il paese, ora teme il ridicolo.
- Lui!
Contento: Capirete, certe situazioni...
Bellavita: Capisco, Capisco. E non può immaginarsi quanto
me ne dispiaccia, signor avvocato!
Ah! vuole disfarsi per
questo di me e di Michelino?
Contento: Ma non disfarsi!
Bellavita: Allontanarsi: allontanare il ragazzo, a
Napoli; e io - passargli accanto, fingere di non vederlo o di
non conoscerlo piú, è vero? perché la gente non rida se gli
faccio di cappello...
Ho capito, ho capito.
Bene, signor
avvocato: gli dica, la prego, che quanto ad andare a trovarlo a
casa io non andrò piú a trovarlo, né solo né col ragazzo; va
bene?
Ma quanto a rispettarlo, eh! quanto a rispettarlo - mi
dispiace - ma non posso farne a meno, glielo dica.
Contento: Come sarebbe a dire?
Bellavita: Eh, rispettarlo. Me lo può forse proibire?
L'ho sempre rispettato, quando il rispetto poteva costarmi
avvilimento e mortificazione; e vuole che ora, proprio ora, cosí
d'un tratto, non lo rispetti piú?
Non è possibile, signor
avvocato! - Per forza, sempre, lo rispetterò: glielo dica.
Contento: Ah come allora, per dispetto?
Bellavita: No, che dispetto! Mi scusi: me l’insegna lui,
ora, il mezzo di vendicarmi, e vuole che io non me ne
approfitti?
A questo punto, dall'uscio a destra irrompe su le furie il
Notajo Denora, seguito dalla signora Contento.
Denora: Ah tu vuoi dunque vendicarti cosí?
Bellavita: Io no, signor Notajo! Non l'ho mai voluto, io!
Denora: L'hai detto or ora all’avvocato
Bellavita: Ma perché lo vuole lei ora, signor Notajo!
Io
voglio rispettarla, com'ho sempre fatto; e nient'altro!
Denora: Per vendicarti, ora, però!
Bellavita: Nossignore! Per me è rispetto!
Lo fa diventare
lei ora una vendetta, perché vorrebbe impedirmelo!
Denora: Se non lo voglio piú!
Bellavita: Lei non lo vuole piú, ma io glielo voglio
portare, scusi!
Denora: Ah sí ?
Bellavita: Mi dica lei come farei a non portarglielo piú.
Gliel'ho sempre portato...
Denora: (fremendo). Ti prendo a calci, sai,
Bellavita!
Bellavita: Forza, signor Notajo. Me li dia; me li piglio!
Denora: Bada, Bellavita, che te li do davvero!
Bellavita: Me li dia, me li dia! Le dico che me li
piglio, e la ringrazio per giunta!
Denora: Ah sí, mascalzone ?
E gli si lancia contro, furente.
E allora tieni! tieni! tieni! Pezzo di canaglia!
Contento: (parandolo). No, per carità! Che fate,
Notajo!
Bellavita: Forza! forza! Me li lasci dare! Me li piglio!
Non vado cercando altro!
E non basta qui, anche per la strada me
li deve dare! Forza! Calci! E lo ringrazierò, pubblicamente!
Denora: (levando il bastone). Levatemelo davanti,
per la Madonna, o l'accoppo! l'accoppo!
Escono dal primo uscio a sinistra, attratti dalle grida,
sette o otto dei clienti dell'avvocato Contento, tra cui il
signor Giorgino.
I clienti: Che cos'è? che cos'è? - Che avviene? - Il
Notajo? - Con Bellavita?
Il sig. Giorgino: (premuroso, a Bellavita). Ti
piglia a calci?
Bellavita: Sí, vede? perché voglio rispettarlo, mi piglia
a calci!
Denora: Non è vero! Vendicarsi vuole! vendicarsi!
Bellavita: E di che? Di tutto il bene che gli ho sempre
voluto? Testimonii tutti, se non è vero!
Denora: Sí, sí, ma è stata appunto questa la tua
vendetta, cane!
Bellavita: Il bene che le ho voluto, per tutto il male
che m'ha fatto?
Denora: Sí, sí! M hai tutto insozzato col tuo bene!
Bellavita: Per il ridicolo che gliene è venuto? - Ah che
sollievo! Ah che sollievo, signori miei!
Posso ridere! posso
ridere! Ho pianto tanto! Ora posso ridere!
Ridere e far ridere
tutti con me del pianto che ho fatto finora per questo ingrato!
Ah, che sollievo!
I clienti: Ma perché? - Che dice? - È impazzito?
Bellavita: La vendetta, la vendetta nuova di quanti siamo
mariti ingannati! Non capite?
C'è anche lei, qua,, signor Giorgino?
Tutti scoppiano a ridere.
Il sig. Giorgino: Io, che dici?
Bellavita: Sí, venga, venga avanti! Anche lei! Venga,
signor Giorgino!
Il sig. Giorgino: Io, c'entro io, mascalzone?
Bellavita: Eh via, signor Giorgino, lo sanno tutti!
Il sig. Giorgino: (furente, scagliandosi). Sanno?
Che sanno? Pezzo di farabutto!
Bellavita: Eh sia! Non faccia finta di non saperlo!
Sente? Ridono tutti! E lo sa anche lei, via! Cervo! cervo come
me!
Ma non ne faccia caso, ché non è niente! Si vuole vendicare?
Veneri, veneri, si metta a venerare, a incensare davanti a
tutti, l'amante di sua moglie; ecco, guardi come faccio io qua
col signor Notajo guardi, guardi! Cosí! Riverenze, scappellate
Denora: (furibondo). Smettila, smettila, Bellavita,
o t'ammazzo!
Si scaglia, ma è trattenuto.
Bellavita: Sí, sí, m'ammazzi, m'ammazzi! Riverenze,
scappellate!
Denora: (divincolandosi). Lasciatemi! lasciatemene
andare, o l'ammazzo davvero!
Lasciato, Denora se ne scappa tra le risate generali.
Bellavita: Ecco, vedete, se ne scappa! Ridete, ridete!
Cosí, tra la baia di tutti!
E ora gli corro dietro; e per tutte
le strade, inchini, riverenze, scappellate, fino a non dargli piú un momento di requie!
Vado dal sarto! Mi ordino un abito da
pompa funebre, da fare epoca, e su, dritto impalato dietro a
lui, a scortarlo a due passi di distanza!
Si ferma; mi fermo.
Prosegue; proseguo.
Lui il corpo, ed io l'ombra!
L'ombra del suo
rimorso! Di professione!
Lasciatemi passare!
Esce, buttando
indietro questo o quello tra i lazzi e le risa di tutti.