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Teatro - 1926

Diana e la Tuda

INTRODUZIONE

APPUNTI DI REGIA

ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

ATTO TERZO

Pirandello - Teatro - Indice

INTRODUZIONE

CRONOLOGIA

 Atti unici

●●  DUE atti

●●●  tre atti

1892 ●

La morsa

1895 ●●●

La ragione degli altri

1906 ●●●

Tutto Per bene

1910 ●

Versione Inglese

Lumie di Sicilia

1911 ●

Il dovere del medico

1913 ●

Cecè

1916 ●

All'uscita

1916 ●●●

Liolà

1916 ●●●

Pensaci Giacomino!

1917 ●●●

Il Piacere Dell'Onestà

1917 ●●●

L'Innesto

1917 ●●●

Versione Inglese

Cosi è (se vi pare)

1917 ●

La patente

1918 ●●●

Ma non è una cosa seria

1918 ●●

Il berretto a sonagli

1918 ●●●

Il giuoco delle parti

1919 ●●●

Come prima, maglio di prima

1919 ●●●

L'uomo, la bestia e la virtù

1920 ●●●

La signora Morli, uno e due

1921 ●●●

Versione Inglese

Versione Spagnola

Sei personaggi in cerca d'autore

1922 ●●●

Versione Inglese

Versione Spagnola

Enrico IV

1922 ●●●

Vestire gli ignudi

1922 ●

L'imbecille

1923 ●●●

La vita che ti diedi

1923 ●

L'altro figlio

1923 ●  

Versione Spagnola

L'uomo dal fiore in bocca

1924 ●●

Ciascuno a suo modo

1925 ●

La giara

1925 ●

Sagra del signore della nave

1926 ●●●

L'amica delle mogli

1926 ●●●

Diana e la tuda

1928 ●

Bellavita

1928 - Mito ●●●

La nuova colonia

1928 - Mito ●●●●●

Scamandro

1929 - Mito ●●●

Lazzaro

1929 - ●●●

O di uno o di nessuno

1929 ●

Sogno (ma forse no)

1930 ●●●

Questa sera si recita a soggetto

1932 ●●●

Quando si è qualcuno

1932 ●●●

Trovarsi

1932 ●●●

I giganti della montagna

1934 ●●●

Non si sa come

 

 

 

teatro  - 1926 - Diana e la Tuda - Commedia in tre atti

personaggi ed introduzione

 

Personaggi


Tuda, modella
Nono Giuncano, vecchio scultore
Sirio Dossi, giovane scultore
Sara Mendel
Caravani, pittore
Jonella, modella
Le streghe:Giuditta e Rosa
La Sarta
La Modista
La Giovane, che accompagna la Sarta
La Giovane, che accompagna la Modista
 
A Roma. Oggi

 

INTRODUZIONE

 

Rappresentata la prima volta in Italia,  a Milano, il 14 gennaio 1927, al Teatro Eden. Protagonista Marta Abba.

Pubblicata nello stesso anno da Bemporad, Firenze.

Il  20 novembre 1926 era stata presentata,  in "prima" mondiale,  allo Schauspielhaus di Zurigo,  nella traduzione di  Hans  Feist  (Berlino, Alberti).  Da  segnalare  la  traduzione di Benjamin Crémieux (Parigi, 1951), e quella di Marta Abba (New York, 1949).

Dopo il 1917-'18,  il teatro pirandelliano si richiama molte  volte  a un'approfondita  indagine  dei  contrasti  tra  la  Forma (intesa come convenzione di linguaggio, schematismo di pensiero, regola di costume) e la Vita. Questo dualismo,  chiuso a effetti pratici,  diventa spesso occasione  per uno sviluppo della poetica pirandelliana,  dà impulso a opere  notevolissime,   ma   finisce   per   opprimere   il   "pathos" caratteristico di questo teatro,  risolvendosi a volte in un conflitto di idee e valori astratti.

 

"Diana e la Tuda" è centrata,  appunto,  sul contrasto tra il processo vitale  in  continua  evoluzione  e  la  forma dell'arte: che vorrebbe bloccarlo - immortalandolo - entro precisi confini.  E' il dramma  che divide  lo  scultore  Sirio  Dossi  dal  suo vecchio maestro (e padre, secondo la voce comune),  Nono Giuncano.  Sirio sta  lavorando  a  una statua  di  Diana,  in cui vuole esaltare un'immagine di bellezza.  Le lunghe pose stancano la modella Tuda. 

Nono Giuncano,  che da anni  ha distrutto  tutte  le  sue  opere,  ammira nella giovane donna la forza vitale, sacrificata alla forma immota e fredda dell'arte.  Sirio,  per evitare  che  Tuda  faccia  anche  da  modella ad altri artisti - e in particolare  a  un  mediocre  pittore  che  sta  eseguendo  lui   pure un'"immagine"  di  Diana  -  non esita a sposarla.

Il loro matrimonio rimane però "  in  bianco"  mentre  l'amante  di  Sirio  Dossi,  Sara, continua  a  frequentarne lo studio e la casa,  irritando,  offendendo nell'anima la  vitalissima  Tuda.  Questa,  che  nel  frattempo  si  è innamorata del marito, intende come lo scultore voglia esprimere nella statua   anche   un'inquietudine   e  un  tormento  della  femminilità insoddisfatta, umiliata; si dispone a vendicarsi. E lo fa nel modo che può maggiormente offendere il marito,  posando nuda - cioè - per  quel mediocre  pittore.  Sirio  lo  sfida a duello e lo ferisce,  dopo aver distrutto il suo quadro.  Tuda,  "martoriandosi e  logorandosi",  dice Marco  Praga,  nel  sentire  "che  fu  uccisa  come  donna  per essere trasformata in gelido marmo",  infine,  in una  drammatica  scena,  si getta  verso la statua.  Sirio crede voglia distruggerla e la minaccia di morte.  Allora Giuncano,  mirando a impedire che Sirio  risolva  la Vita nella Forma, si slancia su di lui e lo strangola.

Sentiamo  ancora Marco Praga,  da una recensione alla "prima" italiana della commedia: "La  filosofia  pirandelliana  bisogna  ponderarla  un poco,   e  allora  si  riesce  a  penetrarvi  dentro,   a  capirne  il significato,  ad appassionarsi ai problemi che essa pone e a valutarne le soluzioni.

E' ciò che bisogna fare di fronte a un'opera come "Diana e  la  Tuda"  per  comprenderne  il substrato,  per apprezzarne l'idea informativa,  per rendersi conto del principio filosofico che vi corre per  entro...  La favola,  in sé,  è di una chiarezza e di un'evidenza mirabili...  Perché nella tragedia pirandelliana non  ci  troviamo  di fronte ad un processo psicologico,  sì bene ad un processo filosofico. E il principio filosofico da cui si parte...  è rappresentato da  Nono Giuncano...  un personaggio importantissimo... un vecchio scultore che anni fa smise di scolpire e distrusse tutte le statue che  aveva  sino allora scolpite...  Perché,  dunque? Perché una tragedia si è prodotta nell'anima sua,  nella sua  mente:  la  tragedia  nata  dal  contrasto ch'egli [...] ha visto tra la vita e la forma, la vita che evolve e si trasforma, la forma che immobilizza, che imprigiona...".

Mosso  da  una  profonda  inquietudine,  sempre  alla ricerca di nuovi moduli per un nuovo teatro,  tutt'altro  che  estraneo  a  suggestioni astratte,  Pirandello  tenta di formularle e svolgerle drammaticamente anche  in  quest'opera.  Ma  anche  qui  l'arte  pirandelliana  riesce soprattutto  a  far  "vivere"  davvero  qualcosa  che  trascende  ogni astrazione: specialmente  il  personaggio  del  vecchio  scultore  che troppo  tardi  sente  tutta  l'importanza  del  saper  creare amando e     soffrendo, dà forza a questo dramma.

 

Inizio pagina

teatro  - 1926 - diana e la tuda - Commedia in tre atti

appunti regia

 

Arnoldo Foà - 1999

 

 

Qualcuno può dire che sono fissato con questo dramma di Pirandello dato che, con questa, è la terza che lo metto in scena. "Diana e la Tuda" è stata la sua opera meno rappresentata, e forse la meno apprezzata dal pubblico, anche quando proprio lui la realizzò con la sua stessa compagnia. Io posso dire, senza tema di smentita, che, sia la prima che la seconda volta, la mia proposta ha avuto una straordinaria accoglienza, e non soltanto perché le protagoniste, nude in scena, erano tali da attirare il pubblico, e nemmeno perché gli attori che vi hanno partecipato, cominciando da me, erano particolarmente all'altezza del loro compito; ma nello spettacolo il pubblico, anche perché da me nelle mie note di regia sul programma, ha visto il dramma dell'autore, che vi ha descritto i suoi sentimenti, nell'attualità e nel passato, con una passione che ha incantato gli spettatori che lo stimano come uno dei più grandi autori drammatici del nostro tempo.

 Sono tre i personaggi di questo sofferto lavoro che rappresentano l'autore nel suo travaglio creativo e umano: primo fra tutti, Giuncano, il vecchio scultore, che conserva nella senescenza quei retaggi umani di voglie e di attrazioni fisiche, che l'età non gli permetterebbe più non tanto di soddisfare, quanto di dare ad altri soddisfazione. È attratto dalla modella, la Tuda, non tanto per la sua bellezza, quanto per il suo fervore vitale che, congiunto alla bellezza, ne fanno un ideale di perfezione da reputarlo modello inimitabile e risolutivo d'arte.

Sirio, il giovane scultore, ha lo stesso giudizio del vecchio nei riguardi della sua modella, da lui considerata tuttavia soltanto ideale d'arte, non di vita, con l'entusiasmo e la purezza che un giovane può avere per i suoi ideali. Sarà Mendel, l'amante di Sirio, donna di esperienza, che vive la sua vita in mezzo agli altri, comprendendo le altrui sofferenze, ma senza soffrirne, anzi, provocandole quando è possibile, come per studiarle: fatti antropologici che certamente sono anche il pane quotidiano di Pirandello, come ci dimostra nei suoi sofferenti personaggi. Sarà non è propriamente cattiva, ma è la causa della sofferenza della Tuda; del resto, "vivendo si da del male agli altri" dice Pirandello in una delle sue opere... Giuncano la odia, come probabilmente Pirandello odia se stesso in quei momenti della sua vita e del suo lavoro di drammaturgo, quando vive accanto agli altri e li studia e li scruta con compiacimento perché sono per lui la materia viva su cui creare e lavorare. "Diana e la Tuda" è stata scritta per Marta Abba. Che il dramma sia autobiografico non vi è dubbio. Pirandello, notoriamente preso di Marta Abba, anche perché onesto e fedele come marito, non risulta che ne abbia mai fatto la sua donna, ma sappiamo che ha sofferto nel vedere l'oggetto dei suoi desideri denudarsi davanti al pubblico, come attrice, nei suoi sentimenti più intimi: la Tuda, come modella, è nuda davanti agli altri, alimentando lo spasimo di Giuncano. Il suo rapporto di lavoro con l'attrice è durato diversi anni e l'Abba non poteva ignorare i suoi sentimenti: anche lei, come la Tuda, gli si sarà offerta, non per amore, ma per pietà della sua sofferenza e lui l'avrà rifiutata, come rifiuta nel dramma l'offerta della Tuda, per correttezza e per l'odio che ha per se stesso e per il proprio padre che non stimava e a cui somigliava fisicamente.

Certamente sarebbe stato possibile per lui diventare il compagno della sua attrice favorita se questi sentimenti non l'avessero trattenuto! Nel campo del suo lavoro di drammaturgo e di pensatore, l'ideale delle statue, che pur restando eternamente fissate nelle nella forma, si dovrebbero muovere in una vita e in un'atmosfera ideale, come auspica nel dramma, ci richiama a quello dell'autore che crea dei personaggi e li vede distorti dalle varie interpretazioni degli attori (vedi i "Sei personaggi" e il loro dramma di vedersi impersonati da estranei), e l'artista Giuncano distrugge tutte le sue opere perché non potrà mai vederle vivere in quella loro perenne, immobile vita, ma vita. Sirio, il giovane scultore (che si accenna vagamente possa essere suo figlio) quando avrà portato a compimento la sua opera più bella (che si muta anche come forma nel tempo della sua creazione per la sofferenza morale della modella, così come i personaggi cambiano, maturando nella mente del creatore), dichiara che si ucciderà una volta finito il suo compito. Pirandello non avrà pensato anche lui che il coronamento dell'opera massima di un artista non possa essere che la morte? Altrimenti perché tanta sofferenza denunciata in una lettera ai figli durante la stesura di questo dramma? "Sto attraversando una tremenda crisi di spirito. Tutta questa notte ho lavorato e ho quasi finito il primo atto di "Diana e la Tuda". Tre altre notti così e la commedia sarà finita. Ma può anche darsi che finisca io, insieme alla commedia". Tanta sofferenza l'avrà avuta anche durante la stesura delle altre sue opere? Chi vede in "Diana" il pirandellismo, come hanno fatto alcuni critici, sbaglia: è l'opera sofferta di un uomo che, come avesse dimenticato il suo lavoro, si confessa con la discrezione e il pudore di una creatura timida e schiva.

Questa è l'impressione che ha fatto a me, e mi sono sentito di diventargli amico con rispettoso affetto, ricordando anche una sua frase che cito a memoria, in non ricordo quale lettera o sfogo: "C'è chi mi vede gobbo, o storpio o filosofo: no, signori, io sono carne e sangue!" rivendicando così anche la sua sicilianità che non ha mai smentito nelle sue opere con la sua stessa opera.

Ma è soprattutto in Giuncano che Luigi Pirandello vede se stesso, e nell'ultima parola che questi pronuncia, "cecità": in preda a una specie di ebbrezza di vendetta vitale, c'è proprio l'abbandono della logica e del raziocinio del poeta creatore, per la sottomissione alla necessità della vita umana. Alcuni critici, a suo tempo, hanno confuso la scenografia con il testo: non sono piaciute, o la riproduzione della statua della Tuda o le luci, o i colori o le stoffe o i modelli dei vestiti o non so cos'altro... È vero che lo spettacolo, per lo spettatore, è un'opera unica che comprende tutto ciò che appare sul palcoscenico, ma le ragioni della scelta di un colore, di una forma o di una luce particolare possono essere tante che bisogna saper sceverare con giudizio l'una dalle altre. Io ho curato la messa in scena, la recitazione e l'interpretazione: non ho da scusarmi di nulla nei miei errori, se li avrete notati, ma non vorrei che confondeste l'opera dell'autore con la mia: se ci saranno errori, questi sono solo i miei: io, l'opera la trovo perfetta.


Arnoldo Foà

 

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