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teatro
- 1926
- Diana e la Tuda
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Commedia in tre atti
atto terzo |
La stessa scena del primo atto.
Al levarsi della tela, Sara Mendel, in piedi, manda
via lungamente il fumo aspirato dalla sigaretta; poi,
parlando con lentezza, quasi per assaporare la sua impudente
sincerità, dice a Nono Giuncano che sta
seduto e mostra di non prestarle ascolto.
Sara: ...del resto, nascondermi,
da chi? Di quello che faccio, non debbo dar conto a nessuno;
tanto meno poi di quello che sento. Sanno tutti quel che c'è
tra me e Dossi. E con un uomo come lui...
S'interrompe; guarda un po' Giuncano, poi
soggiunge con altro tono: Badate che se volete fingere di non prestarmi ascolto, ho il
mezzo per costringervi a prestarmelo.
Giuncano(alza il capo con disprezzo): Voi?
Sara: Ecco: vedete che già me lo prestate?
Giuncano: M'in-fa-sti-di-te!
Sara (dopo una pausa): Se uno tra noi due,
caro Maestro, farebbe bene a nascondere i suoi sentimenti,
quest'uno siete proprio voi. E' una pena, credete, una pena
per tutti, vedervi così - alla vostra età - col rispetto che
tutti vi debbono portare - via, per una...
Giuncano: (balzando in piedi): Vi ordino di
tacere!
Sara: Oh!
E sta a guardarlo, come se le piacesse; poi, con
freddezza: Solo nel caso che fosse vero ciò che qualche volta ho
sentito dire -
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Giuncano: - non è vero - ma vi ordino lo stesso di
tacere!
Sara: Ah, caro Maestro, no: se Dossi non è vostro
figlio, qua voi - a me - non ordinate nulla.
Giuncano: Io lo odio, lo odio - potete dirglielo -
Sara: - tanto più! -
Giuncano: - come lo odiai quando nacque a sua madre!
Sara: Anche codesto sentimento dovreste nascondere.
Giuncano: Ma glielo griderò in faccia appena lo vedo!
Sara: Sanno tutti che, morta la madre, abbandonato
dal padre, prendeste ad amarlo come un vero figliuolo. Se ora lo
odiate di nuovo per un'altra gelosia -
Giuncano: - c'è quanto basta, mi pare, per non
tollerare che seguitiate a parlarmene! Sono qua perché m'ha
scritto di venire; non per stare a sentir voi.
Sara: Lo so. E so anche che cosa vi vuol dire.
Giuncano: Ditemelo, e me ne vado.
Sara: Eh, ma non lo so di certo; lo suppongo. S'è
provato a lavorare con altre modelle -
Giuncano: - e non ha potuto! -
Sara: - perché s'è fissato! - Ne verrà una, adesso,
che vale cento volte di più! E anche quelle altre che ha
scartate, valevano tutte più di quella!
Giuncano: Basta andare a guardare là
indica dietro la tenda, dov'è la statua
per capire ciò che voi, del resto, capite benissimo -
Sara: - no no: io, per me -
Giuncano: - fingete di non capire -
Sara: - che non può più fare a meno di lei? -
Giuncano: - che ormai non può più finirla, quella
statua, se non con lei -
Sara: Se è vero ciò che ha sempre detto...
Giuncano: Ma non è vero niente! E se n'accorge adesso
che sente mancarsi tra il pollice e la creta il dono con cui
lavorava -
Sara: - l'estro? tutt'altro! -
Giuncano: - ma che estro! il dono che lei faceva di
sé, della sua vita, a quella statua!
Sara: Avrebbe dovuto odiarla -
Giuncano: - sì: la statua; se non fosse stata per lei
l'unico modo di vivere davanti agli occhi di lui che,
senz'intenderlo, se la bevevano e la trasformavano in quella
creta. - Vorrebbe che io ora la inducessi a ritornare?
Sara: Suppongo.
Giuncano: Ma io la indurrei piuttosto a morire!
Sapete forse dov'è?
Sara: Come! Voi non lo sapete?
Giuncano: Io non lo so.
Sara: Neanche voi?
Giuncano: Non si sa dunque dove sia?
Sara: Sirio contava che voi lo sapeste.
Giuncano: Io non so nulla. Non l'ho più riveduta.
Sara: Nemmeno Caravani. Non l'avete cercata?
Giuncano: Io no.
Sara: Sarà andata al suo paese, o da qualche amica, o
con qualcuno...
Giuncano(dopo una pausa). Doveva finire così.
Sara: Io ve n'avvertii a tempo. Non ho questo
rimorso. Ma forse non aspetta che d'essere richiamata. Ha
lasciato qua tutto. E aveva imparato così bene a far la
signora...
Giuncano: Mi pare che abbia dimostrato che non sapeva
che farsene!
Sara: Sì; ma se ora la pregherà lui di ritornare...
Dovreste ammettere almeno che questo sorpassa, veramente, ogni
limite di sopportazione.
Giuncano: Per voi?
Sara: Anche per me, sì.
Giuncano: Ma se siete stata voi!
Sara: Ecco, vedete? Io mi volevo confessare con voi;
confessare fin dove arriva il male che ho potuto fare da parte
mia.
Giuncano: Come se non lo sapessi!
Sara: Potrei non saperlo io...
Giuncano: Voi siete di quegli sciagurati che, per
parere esperti della vita, fanno i cinici.
Sara: Non siamo più avvezzi alla bontà, che volete?
Fare i cinici, come voi dite, è pure un modo di dare leggerezza
alla vita quando comincia a pesare.
Giuncano: - La leggerezza della mosca!
Sara: Niente di più leggero, infatti, e niente di più
seccante. Bisognerebbe che la vita fosse invece come una piuma.
Ma sì! Mantenere l'anima continuamente come in uno stato di
fusione; per non farla rapprendere, irrigidire. Ci vuole il
fuoco, caro Maestro. Se dentro di voi il fornellino è spento? Se
la morte viene e ci soffia su? Avevo una figliuola, lo sapete:
m'è morta.
Giuncano si volta a guardarla, turbato, come a saggiarne
la sincerità. Ella tentenna lievemente il capo, poi si porta
agli occhi il fazzoletto.
Giuncano(come a se stesso, piano): Le donne: basta
che dicano una menzogna con voce di pianto; e che menzogna più?
Un pianto vero, che più vero di così non potrebbe essere.
Sara: Menzogna, questo pianto?
Giuncano. No. Appunto. Ma l'amaste così poco la
vostra figliuola...
Sara: Che ne sapete voi, se dopo...
Giuncano: Sì, sì, è possibile.
Sara: Meglio non parlarne.
Pausa.
Cercate attorno; non trovate più un fuscello per alimentarlo,
il fuoco. Si diventa cattivi. E non si può dar di peggio che
avvertire che si comincia a essere di peso agli altri. Si prova
una così frigida irritazione! Fingiamo di non accorgercene, per
salvare davanti a noi stessi il nostro amor proprio... Guardate:
vi assicuro che questa mosca da un pezzo se ne sarebbe volata
via di qua, se, tutt'a un tratto, non le avessero offerto, con
questo matrimonio, di potersi prendere il gusto inatteso,
insperato (e perfino, sì: me lo dico da me) di entrare qua a
prendersi e portar via il marito a questa moglie che non poteva
dir nulla. Mi sono tanto divertita a vederla impallidire.
Giuncano: E lui?
Sara: Lui no.
Giuncano: V'ha dato la chiave di qui per procurarvi
questo divertimento?
Sara: No. Gli uomini non sono così, caro Maestro.
L'uomo prova un'istintiva gratitudine per la donna che,
sacrificando un po' del suo pudore, dimostra di voler piacere a
uno solo, sfidando la malignità degli altri; ma non può soffrire
poi che questa donna faccia dispetto a un'altra donna che
dimostri di avere per lui qualche simpatia.
Giuncano: Se v'ha lasciato fare qua, e altrove, tutti
i dispetti e il male che avete voluto!
Sara: Perché non si cura più di nulla. Per non
discutere, non s'oppone quasi più a nulla. Sapete bene com'è.
Vuole soltanto lavorare.
Giuncano: E voi, facendo così, l'avete lasciato
lavorare: si vede!
Sara: A voi piacerebbe, adesso, lo so, che lavorasse
e la finisse al più presto, quella statua.
Giuncano: Avete fatto tutto questo per impedirgli di
finirla?
Sara: No. Perché non ho mai creduto a ciò che dice.
Non approfittate adesso della mia franchezza!
Giuncano: Io? della vostra franchezza?
Sara: Parlate del male che ho fatto -
Giuncano: - con perfidia -
Sara: - ve l'ho detto io stessa! - Ma nascondiamo,
scusate, nascondiamo un poco i sentimenti che ho avuto la
franchezza -
Giuncano: - il cinismo -
Sara: - il cinismo - di scoprirvi, anche a costo di
un avvilimento, (perché v'assicuro che è un vero avvilimento per
me dover riconoscere d'essermi risentita per una donna come
quella) -
Giuncano: - avvilimento? -
Sara: - avvilimento! avvilimento! - (e vi confesso
che forse l'irritazione provata per questo avvilimento mi ha
fatta più crudele verso di lei di quanto avrei voluto) -
Nascondiamo, dicevo, i sentimenti: veniamo ai fatti. E' mia la
colpa di quanto è accaduto?
Giuncano: Se l'avete confessato voi stessa!
Sara: Ah, no, piano! Non confesso più nulla io
allora, se la intendete così! Prima che mia, la colpa è stata
sua.
Giuncano: Sì: se agire naturalmente è colpa.
Sara: Risentimento, avvilimento, irritazione, li ho
provati? Sì. E anch'io naturalmente, allora! Abbiamo agito
naturalmente tutt'e due, andate là: ma lei da sciocca, e io no!
Giuncano: Ah, voi no: questo è certo.
Sara: Ragionate con me.
A una guardata di Giuncano: Lo
so, voi non potete. Lasciate che ragioni io, allora. S'è
prestata, sì o no, al dispetto che Dossi volle farmi
puerilmente, sposandola? E' innegabile. E intese proprio
méttermisi di fronte, con questo! -
Doveva aspettarsi ch'io me ne risentissi, no? e dimostrarmi,
se non era una sciocca, d'averlo fatto perché ci aveva veduto
soltanto un vantaggio materiale. Nossignori. Mi dimostra invece
che si risente lei, lei - di che cosa? ch'io séguiti a venire
qua come prima? - e con qual diritto se ne risente, se Sirio ha
posto bene i patti avanti? - Prima colpa - o sciocchezza - non
mia: sua. - Io non faccio nessun male, proprio nessuno,
seguitando a venire qua; e se ella ne impallidisce, tanto peggio
per lei: mi offre il divertimento d'uno spettacolo che davvero
io non mi potevo aspettare. - Ma fa di peggio!
Come se realmente io e Sirio le facessimo qualche torto,
pensa di vendicarsene, commettendo quest'enorme sciocchezza con
Caravani!
Giuncano: Io vorrei sapere che gusto avete provato -
se per voi è così, una povera sciocca - a farne lo strazio che
ne avete fatto, comprendendo anche che ha agito naturalmente.
Sara: E daccapo! Ma naturalmente, naturalmente
anch'io, caro Maestro! Ho contato che Sirio, scoprendo questo
buffo tradimento, la mettesse a calci fuori della porta, come si
meritava. - Ci s'è messa da sé, perché ha riconosciuto lei
stessa d'essere proprio imperdonabile. Ma come? Sirio la sposa
unicamente per impedirle di fare la modella ad altri, e lei,
invece d'andarsene da Caravani, come poteva ed era suo diritto,
per stare un po' con lui se le piaceva, si lascia persuadere a
posargli, e per giunta per quella sua Diana là rimasta a mezzo?
Giuncano: E voi, per dar modo a Sirio di scoprire
questo tradimento, vi siete procurata anche la chiave dello
studio di Caravani.
Sara: Ah, con una scusa naturalissima, quella. La
avevo già da un pezzo.
Giuncano: Dite anche "scusa"!
Sara: Sto giocando a carte scoperte! Del resto, era
vero: Caravani mi faceva il ritratto: non ho mai potuto soffrire
gli orarii: non gli avevo dato perciò un'ora precisa per le
sedute: andavo quando volevo, quando potevo: per non restare
qualche volta dietro la porta, se la trovavo chiusa, m'ero fatta
dare la chiave. Che volete! Mi venne spontaneo di cacciarla tra
le dita di Sirio che non voleva credere a quello che
avevo veduto io, coi miei occhi: i colori ancora freschi là su
quella tela rimessa sul cavalletto. Me l'aveva confidato del
resto lo stesso Caravani! E stata per me la soddisfazione più
bella: fargli vedere e toccare con mano la sciocchezza di quel
suo matrimonio: là nell'unico tradimento che lei potesse
realmente fargli! Gliel'ho fatta trovare nuda, in posa. Ah che
scena! Corse a nascondersi, a ripararsi tra le tele dello
studio; ma Sirio, senza curarsi per nulla di trarla fuori
e svergognarla, prende per il collo Caravani e gli stropiccia la
faccia su quella tela, conciandogliela con tutti quei colori
freschi, figuratevi come! Povero Caravani! E s'è buscata ora,
per giunta, una sciabolata alla guancia! L'ho visto jeri, e -
Si sente picchiare alla porta
- Ah ecco, sarà la modella.
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Si reca ad aprire. Entra Jonella:
bellissima, appena ventenne, con molle andatura bestiale. E'
in capelli, uno scialletto sulle spalle. Parla cantilenando.
Jonella: Buon giorno.
Sara: Buon giorno, cara.
Indicandola a Giuncano: Vedete? Maravigliosa: voi che volete far muovere le statue.
A Jonella: Vi chiamate?
Jonella: Jonella. Sono di Cori.
Si guarda attorno. Che sciccheria qua!
Sara (dopo averla contemplata un po', beata, dice
come tra sé): Non
sapere che possa essere la vita... come vi possano nascere
certe cose,
certe creature... come i fiori... un riso di mattina...
Jonella: Dici a me?
Giuncano: E io che non previdi una tale enormità!
Jonella (dopo aver guardato l'una e l'altro):
E che è, qua ognuno
parla per sé?
Sara: Quando uno, ciò che pensa, non se lo tiene
dentro...
Jonella. Dov'è quello che mi vuole?
Indica Giuncano: E' lui?
Giuncano: Sento ch'è già tale lo squarcio dentro...
Jonella: Domando d'una cosa, e tra voi vi rispondete
a un'altra?
Sara: No, non è lui. Deve ancora venire.
Jonella: Ma io non voglio mica stare qua come una
gallina spersa.
Giuncano: Io non lo so, non lo so ciò che può
avvenirmi di fare!
Quando non si vede più la ragione di nulla.
Sara (a Jonella): Siedi, siedi. Sarà
qui tra poco. -
A Giuncano: Vederla, la ragione di qualche cosa...
Giuncano: Non vedo più nulla, io; e posso far tutto
ormai!
Sara: Mi piace intanto che prima predicate la pazzia,
e ora andate cercando per disperato la ragione. Se è stata
una pazzia...
Giuncano: Io, la ragione? Io cerco altro! cerco
altro!
Sara: Andate a cercare Tuda, piuttosto.
Jonella: Tuda? L'ho vista io, Tuda:
Sara: Ah, sì? Quando? Dove?
Jonella: Giù ai Prati, da Assunta, l'altro jeri. S'è
ridotta così male!
Sara: Ah, male?
Jonella: Non si riconosce più. Dice che le hanno
volute uccidere... non so che chiacchiere... che si sono
sbattuti a duello per lei... So che pare una pazza, e che
qua - dice - non vuole più ritornare.
Entra improvvisamente Sirio Dossi, con cupa
concitazione. Sirio (subito, scorgendo Giuncano): Ah,
eccoti qua. Vengo da casa tua.
Tuda è qua.
Giuncano: Ah, qua?
Sara: L'hai trovata?
Giuncano: Dov'è?
Sirio: In giardino...
Jonella. Oh guarda...
Sara: E' venuta da sé?
Sirio (pronto e duro): Non è venuta da sé.
A Giuncano:
Non vuole entrare. Vuole prima parlare con te.
Giuncano(movendosi verso la porta): Con me?
Sirio: Aspetta!
Jonella: Diceva che non voleva più ritornare...
Sara: Sei dunque andato a cercarla?
Sirio (si volterà prima di scatto a guardare
Sara poi dirà a Giuncano): Falla entrare!
Sara (subito, fermando Giuncano): Ah
no, ti prego! Lascia prima che me ne vada via io!
Giuncano: E poi, io no!
Sirio: Conducila con te! Non dico di farla entrare
qua!
Giuncano: Se non vuole!
Sirio: Non t'ho detto che non voglia. T'ho detto che
vuole prima parlare con te. Le parlerai su.
Sara: Ma io vado. Non starò mica ad aspettare che
ella lo ponga come patto del suo ritorno.
Giuncano: Ne avrebbe tutta la ragione!
Sirio: Niente patti! I patti ora li pongo io - a
tutti - io che sono il solo che voglia fare e abbia da fare!
Prendendo da un cavalletto una delle stecche con la creta
incrostata e mostrandola a Giuncano:
Ma guarda, guarda qua le mie stecche! - Bizze stupide,
ridicolaggini; e io non posso più lavorare! - Su, su, vai!
Non so che voglia dirti. Dice che può dirlo soltanto a te.
(Giuncano via.)
Sara: Ah, per me, basta.
Jonella: E anch'io allora me ne posso andare, se è
tornata lei.
Sirio: Così com'è, per ora non potrà servirmi.
Jonella (a Sara): Eh sì, l'ho detto:
sciupata.
Sirio: Non sembra più lei. Ci vorrà chi sa quanto
prima che si rimetta.
Sara: Tanto più edificante che sii andato a cercarla,
se non sai che fartene!
Sirio: Non lo sapevo, quando sono andato; ma anche
sapendolo, sarei andato a cercarla ugualmente!
Sara: E la prova è che l'hai condotta qua e stai
facendo di tutto per trattenerla.
Sirio: Appunto: hai da ridirci?
Sara: Accòmodati, se sei contento! Dopo tutto è tua
moglie; e t'ha trattato bene!
Jonella: Ma, dico, se non può servirti per ora, e tu
hai bisogno della modella: m'avete fatta venire fin qua...
Irrompe Tuda, seguita da Giuncano. E'
scapigliata, col viso scavato, gli occhi duri, quasi
invetrati. Tuda: Sì, brava, tu Jonè: sèrvilo tu!
A Sirio: Ecco: hai qua lei che ti può servire meglio di me; e così io
me ne posso andare: fai contenta, fai contenta la signora!
Sirio: Ma no!
Jonella (contemporaneamente): Che c'entra!
Io...
Tuda (contemporaneamente): Ma sì! ma sì!
Sirio: Non è possibile!
Jonella (contemporaneamente). L'ho detto,
perché lui...
Tuda (a Giuncano): Andiamo! andiamo!
Sirio (con forza): Non è possibile, perdio, ti
dico, ch'io mi metta ora a lavorare con un'altra!
Sara (a Tuda): E vi potete calmare: so
ch'è venuto lui a cercarvi!
Tuda: Sì, lui: e diglielo, dove: e se mi tenevo
nascosta, sapendo che mi cercavi; dille che mi fece la spia;
e se ora t'ho seguito per restare. Non voglio restare!
Sirio: Tu resterai.
Tuda: No.
A Giuncano: Verrò con lei! Starò con lei!
Sirio: Ma se m'hai promesso -
Tuda: - sì - che tornerò -
Sirio: - no - che saresti rimasta qua, m'hai promesso
-
Tuda: - no, no! -
Sirio: - ma sì, dopo avere parlato con lui,
indica Giuncano m'hai detto così.
Tuda: Qua non resto - no no - non starò più qua
tornerò soltanto per lavorare, quando potrò di nuovo. Ora me
ne vado.
Jonella: E io, allora...
Tuda: Ma non puoi restare neanche tu, Jonè! - Non
perché voglia levarti il pane, ché l'ho schifato io - sì, e
il nome che m'ha dato, e gli abiti, e su, la casa... (che
vuoi che abbia piacere, io, a fare la signora! non avrei
fatto quello che ho fatto, se avevo questo piacere!) - Ma
voglio che te ne persuada! Vieni, guarda!
La tira verso la tenda; ne afferra un lembo e con una
violenta bracciata la fa scorrere con gli anelli lungo il
bastone a cui è sospesa. Appare, grande, sul cavalletto, la
statua non finita. Guarda! Guardala bene! guardale gli occhi! gli occhi! - e
ora guarda qua i miei - vedi? vedi? sono i miei, là - questi
- come me li stai vedendo ora - da pazza - e così, perché me
li hanno fatti diventare loro così - da pazza - tutti e due!
indica Sirio e Sara. - Ti pare che ci sia amore in questi occhi? Di' di'?
Jonella: Mi pajono gli occhi di una gatta -
Giuncano: - fustigata! -
Tuda: Odio c'è, odio, per il supplizio che m'hanno
dato loro due! - Non li aveva lei
indica la statua prima, questi occhi - erano altri, i suoi occhi! - Lui me li
ha presi e glieli ha dati: guardala: - E quella mano là che
tocca il fianco - la vedi? - era aperta, prima, quella mano!
Vedi, ora? chiusa, serrata, a pugno. Me l'hanno fatta
chiudere, serrare loro così, per resistere al supplizio - e
la statua, vedi, anche lei - l'aveva aperta: ha dovuto
chiuderla! - gliel'ho veduta chiudere! - non ha potuto farne
a meno! Non è più quella che lui voleva fare! - Sono io ora
là, capisci? io - non puoi essere tu, Jonè, né altre!
Vattene!
Sirio: Sì, sì, via! via! Basta!
Jonella: Per me! Io ero venuta -
Sara: - perché l'avevo chiamata io -
Sirio (di scatto). - e se ne va!
Jonella: Mi pagherai almeno l'incomodo d'essere
venuta fin qua.
Sirio: Ma sì, sta bene: ora vàttene!
Jonella: Addio, signora Addio, Tu'!
S'avvia per uscire.
Tuda: No, aspetta, vengo anch'io. - Voglio soltanto
dire qua alla signora -
Jonella scrolla una spalla e se ne va
- che il diritto di fare quello che ho fatto, sapete chi me
l'ha dato? - Lui -
Sirio: - io? -
Tuda: - tu, tu, sì - approfittandoti di quanto ho
patito io là, con tutto il corpo, sotto i tuoi occhi per
causa di lei -
indica Sara
Sara: - di me? -
Tuda: - di voi, sì - di voi che l'avete fatto apposta
-
Sara: - ma no, carina -
Giuncano: - non lo negate! l'avete confessato a me!
Tuda: - e lui l'ha capito che lo facevate apposta - e
se n'è approfittato!
Sara: Ah, questo sì: e anche di me, approfittato!
Tuda: Perché non v'amava più! non v'amava più!
Sara: Ma lo so! E gli è convenuto ostentare davanti a
tutti che seguitava la sua relazione con me, perché nessuno
credesse che aveva sposato voi sul serio.
Tuda: Ah, voi avevate capito questo? E vi siete
prestata? - La sente, Maestro? - E allora proprio per
cattiveria contro di me? non per gelosia?
Sara: Ma che gelosia, per voi!
Tuda: Ah sì? Ma mi dite che potevate esser voi da più
di me, quand'io ero là, tutta, com'ero, davanti ai suoi
occhi?
Sara: Una così mirabile cosa, che per non far credere
che gli appartenesse, ha preferito, come vi dico,
approfittarsi di me!
Tuda (con impeto, luminosa): No, signora, no!
Non di questo, non di questo s'è approfittato lui - non lo
credete! - S'è approfittato di voi, come di me, per la sua
statua - di quanto voi m'avete fatto soffrire (credevo per
gelosia; ora so ch'è stata cattiveria) - perché giovava alla
sua statua!
Scorgendo Sirio che, sorridendo, fa cenno di sì
- Ecco, vedete? dice di sì; sorride e dice di sì!
Giuncano: Non ridere, non ridere, sai! Non seguitare
a cimentare in questo momento!
Sirio: Ma va' là, che cimentare! Rido perché mi piace
moltissimo che lei l'abbia capita così bene -
Giuncano: - la tortura a cui l'hai messa? -
Sirio: - ma no! - ch'io non stavo qua come un gonzo a
far la ridicola figura dell'uomo conteso da due donne.
E ride di nuovo. Tuda (subito a Giuncano): Lo lasci, lo
lasci ridere! Piace anche a me che rida, e che confessi così
lui stesso che s'è approfittato! Lo compresi subito, sa
perché? perché quand'ero lassù
indica lo zoccolo avrebbe dovuto gridarmi: «Non fare questi occhi!» «Apri
quella mano! apri quella mano!»- Non me lo gridò mai.
Giuncano: Lasciò alla statua serrare la mano; e avere
quegli occhi!
Tuda: Oh! Ecco! E di questo - vede? - sono andata a
vendicarmi con quello stupido là!
A Sirio: Perché tu che in me t'eri comprata la modella, della modella
ti dovevi servire per la tua statua com'era; e non di me che
soffrivo, per farla diventare un'altra! - Lo sa, lo sa,
Maestro, quello che ho fatto?
Giuncano: Lo so.
Tuda: Per questo l'ho fatto! Lei lo capisce?
Volgendosi a Sirio: E su quella stessa guancia che tu gli hai tagliata, io, a
quello stupido, avevo dato prima uno schiaffo, perché non
voleva capire che andavo da lui soltanto per fargli da
modella! - Non l'ho fatto per altro!
Giuncano: Ma l'artista, cara, crede suo diritto
approfittarsi di tutto. -
Rivolgendosi, fosco e fiero, a Sirio: Non però davanti a me, bada! Perché la vita, io, l'ho
vendicata sopra la mia stessa arte! Codesto diritto, io, non
l'ammetto!
Sirio: Non l'ammetti; e poi?
Giuncano: Non l'ammetto e te lo nego, tanto più
quando si tratta della vita degli altri!
Sirio: Hai qualche ragione particolare per
difenderla?
Giuncano: L'ho! E ti dico bada a te!
Mostrandogli Tuda: Ma lo vedi che hai fatto della vita degli altri?
Prende con ambo le mani il viso di Tuda
Guardala! Guardala!
Tuda (svincolandosi, con lucida gajezza, come se
godesse del suo tormento): Non importa! non importa! Lo
lasci ridere!
Sara: Ah, ma di me, no: basta ormai! Vi assicuro che
di me non riderà più!
fa per uscire.
Tuda (subito, trattenendola): No, come basta,
signora? no! no! Vorreste, dopo quello che m'avete fatto
soffrire, che egli non finisca ora la sua statua? Eh no! La
deve finire, la deve finire! E dunque voi dovete seguitare a
venire qua!
Sara: No, che! Basta! basta!
Tuda: Ma sì! Perché abbia questi occhi, la statua!
Capite? Se vuole finirla così com'è ora, bisogna che abbia
questi occhi! E dunque voi dovete seguitare a venire qua!
Deve averli! Voglio essere io, là, con questi occhi!
Giuncano (a Tuda): E come, sciocca? se
poi li maceri così? Non capisci che avere codesti occhi
importa che poi ti riduci così, e non puoi più servirgli da
modella per un altro verso?
Tuda (con disperazione, smarrendosi): Ah già,
è vero... è vero... Oh Dio, come faccio? E' vero... Così non
posso più... E' vero! Non posso più! Oh Dio... oh Dio...
come faccio?
A Giuncano: Ma lei lo capisce? Là
indica lo zoccolo, là con la mia carne, col mio sangue, con gli occhi che
vedevano ciò che egli faceva di me, che mi prendeva, mi
prendeva tutta per la sua statua; essere io, là - viva - e
non essere nulla! Possibile? - Se non si fosse accorto che
soffrivo! Ma se n'è accorto, se n'è accorto, se m'ha fatto
questi occhi là nella statua! - Lo so, lo so: non dovevo
essere nulla per lui; ma ero di carne, io! di carne che mi
s'è macerata così! Come faccio ora? come faccio?
Rompe in pianto, perdutamente. Nello studio s'è fatto bujo. Solo la statua, con la luce
che cola dal lucernario, appare distinta. I quattro che vi
stanno sono come ombre nell'ombra. Giuncano (a Sara): Andate via! andate
via! Non avete più nulla da fare qua voi! Lasciateci soli.
Qua ora si farà giustizia. Andate via!
E appena Sara Mendel, senza dir nulla, se ne sarà
andata, voltandosi a Sirio, mentre Tuda
séguita a piangere: Un fantoccio di cartapesta tu dovevi sposare per la tua
statua! Ti sarebbe rimasto lì fermo, come doveva essere -
per la tua statua, là ferma anch'essa, come doveva essere:
tempo senza età: la cosa più spaventosa!
Sirio: Come, senza età?
Giuncano: L'età - che è il tempo quando diventa umano
- il tempo quando duole - noi, di carne: questa poverina che
non è più come dovrebbe essere per la tua statua, ma come
può essere dopo avere sofferto quello che voi - tu e
quell'altra - le avete fatto soffrire.
Tuda (ancora tra il pianto): Ma se lei...
Giuncano (pronto): Io? Io ho voluto rispettare
in te la vita! Al contrario di quello che sta facendo ora
lui!
Sirio (pacato e fermo): Ah, io non la rispetto? Hai
il coraggio di dire che io non la rispetto, perché voglio
che serva a qualche cosa che stia sopra e oltre a quello che
possiamo soffrire - tu - lei - io stesso?
Giuncano(con derisione): Tu?
Sirio: Se ci metto tutta la mia vita, e quella degli
altri...
Giuncano: Uccidendola?
Sirio: No; anzi, perché non muoja più!
Giuncano: E muoja intanto per sempre?
Sirio: Hai tu coscienza che questa mia statua sia
bella? bella, veramente bella? E che vuoi che m'importi
d'altro, dunque, se poi pagherò io più di tutti la mia opera
compiuta?
Giuncano: Se per te la vita non ha più prezzo...
Sirio (subito, con forza): Ma questo prezzo:
la mia statua!
Tuda (levandosi con impeto frenetico): E
allora prendimi! se non posso più servirti -
Sirio (infastidito): - via, lèvati! -
Tuda: - no! no, se poi davvero ti vuoi uccidere -
Sirio (come sopra): - lèvati, ti dico -
Tuda: - come mi levo? Non senti che sto morendo per
te? Prendimi, prendimi, prendi la vita che mi resta, e
chiudimi là nella tua statua!
Sirio: Sei pazza?
Tuda: Sì, sì! Che vi muoja dentro! Se non mi vuoi far
vivere!
A Giuncano: Lei cercava una pasta ardente da colare dentro alle statue?
Eccola! Eccola! Io ardo! io ardo!
Smaniando disperatamente, fa per strapparsi le vesti
d'addosso e si slancia verso i tre scalini di legno sotto al
cavalletto che sorregge la statua. E ci voglio essere io, là dentro!
Sirio (correndole dietro con la stecca brandita e
raggiungendola sull'ultimo dei tre scalini): Non la
toccare o t'uccido!
Giuncano (come una belva, saltandogli dietro e
ghermendolo con una mano alla gola, lo strappa giù e
precipita con lui a terra): Chi uccidi? Guai a te se la
tocchi! - No! - T'uccido io!
Tuda: Oh Dio, no! lo lasci! lo lasci!
Giuncano si solleva appena, con un viso da pazzo e
la mano ancora artigliata. Sirio è immobile a terra:
morto. Tuda, quasi senza voce, allibita, ancora su
l'ultimo dei tre scalini, si china a guardare. Che ha fatto? che ha fatto? L'ha ucciso? Oh Dio, l'ha
ucciso? Per me?
Giuncano (mormorando, come in una litania):
Cecità... cecità...
Tuda (scende i tre scalini; si china su Sirio;
gli tocca con una mano la fronte, con l'altra gli cerca la
mano): Oh Dio, no! no! freddo: morto!
Giuncano: Cecità...
Tuda: Ucciso per me, per me che ho la colpa di tutto!
Giuncano: Cecità...
Tuda: Io, io sì, di tutto - perché non seppi essere
quella per cui lui mi aveva voluto!
Giuncano: Cecità...
Tuda (indicando con terrore dietro a sé la statua):
Quella! Quella!
Giuncano (come sopra): Cecità...
Tuda: Io che ora sono così: niente... più niente...
TELA
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