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teatro
- 1926
- Diana e la Tuda
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Commedia in tre atti
atto primo |
Lo studio dello scultore Sirio Dossi.
Muri bianchi, altissimi. Alle grandi vetrate luminone, tende
nere.
Tappeto nero, mobili neri. Lungo le pareti, collocate
simmetricamente, riproduzioni in gesso di antiche statue di
Diana. Porta a destra; uscio a sinistra.
Una gran tela bianca pende quasi a mezzo della scena,
sospesa a un bastone e scorrevole sugli anelli, a riparo
della modella nuda, in piedi su uno zoccolo. La sua ombra
per via d'una forte lampada accesa dietro, si proietta nera,
enorme, sulla parete di fondo, atteggiata da Diana, come nel
piccolo bronzo del museo di Brescia, attribuito al Cellini.
Al levarsi della tela, Nono Giuncano di qua dalla
tenda, fosco, irrequieto, siede su uno sgabello, aspettando
che la "posa" di là abbia fine. Ha circa sessant'anni.
Corporatura poderosa. Barba e capelli bianchi, scomposti.
Viso macerato, ma occhi giovanissimi, acuti. Veste di nero.
Tuda (dietro la tenda in posa): Basta, per
carità!
Sirio (anche lui dietro la tenda): No: ferma
lì!
Tuda: Non reggo più!
Giuncano: Ma sì, basta! basta!
Sirio: Ferma ti dico! Non è passata l'ora.
Tuda: E' passata, è passata!
Sirio: Ancora un momento!
Tuda: Non ne posso più.
Sirio (con un urlo): Fermo quel braccio,
perdio!
Lunga pausa. Giuncano smania feroce.
Tuda (prima con un sorriso quasi infantile):
Ahi, non me lo sento più! Lasciamelo abbassare almeno per un
minuto. Sono di carne, oh!
Si vedrà l'ombra scomporsi dal suo atteggiamento;
abbassare il braccio; prenderselo con l'altra mano come a
sorreggerlo.
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Sirio (alto, biondo, viso pallido, energico, occhi
chiari, d'acciaio, inflessibili, quasi induriti nella
crudele freddezza della loro luce, viene fuori dalla tenda,
buttando con fracasso la stecca. Ha indosso un lungo càmice
bianco, stretto alla vita da una cintura. Investe Nono
Giuncano): Ma possibile ch'io debba lavorare così,
con te qua che la istighi a ribellarsi, invece di
persuaderla a star ferma?
Giuncano: Uccidila, uccidila: starà fermissima!
Sirio: T'è nata adesso che non lavori più tutta
codesta considerazione per le modelle?
Giuncano (lo guarda sdegnosamente, poi): Per
le modelle? Sciocco!
Sirio: Se soffri tanto a vedere lavorare gli altri,
perché te ne vieni qua da me?
Giuncano: Perché vorrei che tu almeno -
Sirio: - ah sì? - proprio io? - non lavorassi più?
Giuncano: Coi tuoi danari -
Sirio (con scatto d'ira): Finiscila una buona
volta di sbattermeli in faccia, i miei danari!
Giuncano: Io? in faccia? al contrario! - Vorrei che
ne profittassi -
Sirio: - per non lavorare più? -
Giuncano: - e li buttassi tu in faccia agli altri: a
coloro che fanno le statue per vivere - perché non ne
facessero più!
Sirio: Sei proprio impazzito!
Giuncano (subito, con forza, alzandosi): Ah sì
- e ne ringrazio Dio, se vuoi saperlo! - Questa mattina -
ah, li ho qua ancora, come una vampa negli occhi - su ai
Parioli - tutti quei papaveri - la gioja -
Sirio (stonato): - che dici? -
Giuncano: - non la volevano dare a nessuno - (chi li
vedeva lassù?) - l'avevano, l'avevano per sé, la gioja
d'avvampare al sole, così in tanti insieme - e il silenzio,
su quel loro rosso scarlatto, pareva stupore - stupore.
Sirio (stordito): I papaveri?
Giuncano: Perché ora vedo! Da che sono impazzito,
come tu dici.
Sapessi quante cose che prima non vedevo.
Tuda (ancora dietro la tenda): Ah papà
Giuncano, peccato che sono così
sottintende: nuda;
verrei a darle un bacio! Ma glielo do qua, senta, sul mio
braccio
gemito
- ah Dio, freddo come se fosse morto.
Sirio (a Giuncano): Insomma, te ne vai?
vuoi lasciarmi lavorare?
Tuda: Non se ne vada, no, Maestro, non se ne vada!
Sirio: Non far la stupida e rimettiti in posa!
Tuda: Ah, no no, basta: è quasi, mezzogiorno: mi
rivesto.
Si caccia subito addosso un "chimono" violaceo e vien
fuori coi piedi nudi in un pajo di babbucce e un grappolo
d'uva in mano e nell'altra un panino; carezza sul volto la
prima statua presso la tenda e le dice: Tu non hai fame; io sì, e mangio!
E' giovanissima e di meravigliosa bellezza. Capelli
fulvi, ricciuti, pettinati alla greca. La bocca ha spesso un
atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse
una sdegnosa amarezza, ma se ride,
ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e avvivi
ogni cosa.
Giuncano: Mangia, sì, cara. Ti prometto e giuro che
codesta Diana che ti dà il martirio sarà la prima su cui
verrò a tentare l'esperimento.
Tuda: Che esperimento? Mi dica.
Giuncano: Ah, uno, cara, che se riesce, farà passare
la voglia a tutti gli scultori di fare altre statue.
Tuda: E allora io?
Giuncano: Non farai più la modella, almeno agli
scultori.
Tuda: E ai pittori, sì? Meno male.
Sirio (a Tuda): Dobbiamo dunque
rimandare? Fino a quando?
Tuda: Ma se non dovevo venire nemmeno questa mattina,
scusa! Vede, Maestro, come mi ringrazia ?
Sirio: Mi lasci così, e vorresti che ti ringraziassi
per giunta?
Tuda: T'avevo pur detto, ricòrdati, di non
cominciare. Non dovevi!
Giuncano: Ecco: benissimo: mai.
Tuda: Non dico "mai"; almeno fino al giorno che avrei
potuto impegnarmi con lui per tutto il tempo che gli
bisognava; dato che gli s'è proprio radicata oh, questa
bella manìa, di mettersi a far lo scultore.
Sirio: Ma che scultore! finiscila! Ho schifo solo a
sentirlo dire.
Tuda: Non è uno studio di scultore, questo? Pare
quasi finto, tant'è bello! Chi sa quanto ti sarà costato!
Sirio: La professione...
Tuda (a Giuncano): E' vero che l'idea
gli nacque -?
Sirio (ghignando): - sì, la favola del
ragazzo! -
Tuda: - lo dicono tutti -
Sirio: - eh sì, circola, circola! -
Tuda: - che eseguiva la copia d'un piede, davanti.
indica Giuncano al suo studio.
Giuncano: Maledetto!
Sirio (a Giuncano): E invece, guarda,
proprio per farti dispetto, ti dirò che sei stato tu -
Giuncano: - io? vorresti darne la colpa a me? -
Sirio: - a te, a te: ma non colpa: la rabbia di
vederti distruggere come un pazzo -
Giuncano: - ma questo, anzi, doveva farti passar la
voglia -
Sirio: no: quando vidi nel tuo studio lo scempio che
avevi fatto di tutti i tuoi gessi -
Tuda: - già, peccato! -
Sirio: - tra tutti quei rottami sparsi là, di torsi,
di gambe, di mani, di facce -
Giuncano: - ah, fu allora? -
Sirio: - sì: lo sdegno dei nostri corpi ancora in
piedi -
Tuda: sdegno? perché?
Sirio (seguitando, senza badarle): - mentre
là, per terra, quella rovina... Non so: le due cose: quelle
statue infrante, tra i piedacci della gente accorsa - e
quelle facce sguajate, quei corpi scomposti da prendere a
calci e abbattere ah, quelli sì - a martellate... Sul serio,
mi nacque lì, allora -
Tuda: - l'idea? oh guarda! -
Sirio: - di prendere anch'io in mano la creta, per
mettere in piedi, alta, una statua: una sola.
Tuda (distornandosi dall'attenzione): Oh, io
sto qua ad ascoltare. Bisogna che scappi. M'aspettano.
Sirio: Chi t'aspetta?
Tuda: Non ci sei tu solo, caro! Oh, sono di moda io,
sai?
Ride.
Anche all'estero! - Che ridere, Maestro! E' stato jeri per
l'inaugurazione a Villa Medici?
A Sirio: Vai, vai a vedere! Faccio parte ormai della storia del
pensionato di Francia! Non c'è che Tuda: Tanti
quadri, tante Tude. M'è parso d'entrare nuda in un corridojo
con le pareti di specchio. Ma certi specchi impazziti! Dio,
che smorfie! Io non so... - Su, caro, su. Altri dieci
minuti, e poi basta.
Sirio: Che vuoi che me ne faccia di dieci minuti? Non
ti lascio andare, no. Non posso lasciare l'abbozzo così.
Tuda: Oh, ma neanche tenermi qua con la forza.
Sirio: Anche con la forza, sì, anche con la forza, se
occorre!
Tuda (a Giuncano): Ne sarebbe capace.
Non ho mai visto una prepotenza simile.
Sirio: Bisogna che lo finisca a qualunque costo. Ne
ho fino alla gola!
Tuda: E tu piantalo! Ma scusa, chi te lo fa fare?
Sirio (con ira e nausea, gridando): Non dico del
lavoro!
Tuda (a Giuncano): Lo guardi! Ha il
coraggio di dire ch'è impazzito lei! Sta impazzendo lui per
quella sua statua! Lo guardi! Lo guardi! -
A Sirio: E' il quinto abbozzo: lo butterai via come gli altri!
Sirio: No, questo no, perché è già quello che dev'essere.
Perdio, non vedi che ho la febbre addosso?
Giuncano: Non è mica come quei ladruncoli di strada
lui, che si contentano di portar via la borsa ai passanti:
tira il gran colpo, lui. Una sola statua e lì.
Sirio: Almeno di questo - se ragionassi ancora un
po'- mi dovresti lodare.
Giuncano: Ma ti detesto anzi proprio per questo!
Perché so che la statua, tu, la farai.
Sirio: La farò, sì - e poi basta.
Giuncano: Ah, poi cambierai mestiere?
Sirio: No, basta - di tutto.
Giuncano (lo guarda, poi): Come tuo fratello?
Sirio: Mio fratello lo fece da sciocco.
Giuncano: Perché ora è guarito?
Sirio: Guarito? E' più solo di me. Dico da sciocco
perché non seppe farlo. Stai sicuro che io lo saprò fare.
Tuda: Ma che dice? Parla sul serio d'uccidersi?
Sirio (voltandosi di scatto, sdegnoso): Tu non
t'immischiare!
Giuncano: Male di famiglia.
Tuda: Oh, puoi smetterle con me, sai, codeste arie!
L'hai trovata davvero chi s'immischia nei fatti degli altri,
e specie nei tuoi. Per me, puoi ucciderti qua, ora stesso:
non mi volterei nemmeno a guardarti. Penso che prima, se
seguito a farti da modella, avrai ucciso me!
A Giuncano: Ma stia tranquillo che non s'uccide per ora: non la finirà
mai, quella statua. E chi sa che questa non sia anzi una
scusa per non finirla.
Sirio: No, cara: perché anzi stare a parlare con te,
con lui; sopportare la vostra vista -
Tuda: - grazie! io me ne voglio andare: mi trattieni
tu! -
Sirio: - ma dico anche quella degli altri, di tutte
le cose - ciò che lui chiama "vivere"
a Giuncano, con foga: che cosa? viaggiare, come fa adesso mio fratello? giocare,
amar donne, una bella casa, amici, vestir bene, sentire i
soliti discorsi, far le solite cose? vivere per vivere? -
Giuncano: - sì, sì - e senza nemmeno saper di vivere
-
Sirio: - già - come le bestie -
Giuncano: - ma che come le bestie! le bestie non
possono impazzire! -
Sirio: - ah tu dici da pazzo? -
Giuncano: - da pazzo, come intendo io! -
Sirio: - grazie: l'ho fatto: me ne sono seccato: non
ne ho più neanche sdegno; ma tanta uggia, tanta afa,
voltandosi a Tuda che potrei temere piuttosto il contrario: di contentarmi di
ciò che ho fatto là
indica dietro la tenda, sottintendendo la statua
e dire che è finita, pur di finirla.
Giuncano: Mangi per la tua statua, dormi per la tua
statua...
Sirio: Tu che non sei volgare, potresti risparmiarti
un'ironia così facile. Ecco; ti rispondo: sì. E ti sfido a
riderne.
Poi, volgendosi a Tuda: Ti sarai riposata: su, andiamo.
Tuda: Ma verrà a prendermi Caravani a momenti!
Sirio: Per qualche altro lupanare?
Tuda: Lupanare... perché una volta, a Parigi, da
giovane, avendo bisogno... - e fu la sua fortuna, del resto!
- Non puoi negare che il nudo lo fa bene. E' di moda anche
lui, adesso, come ritrattista.
Sovvenendogliene d'improvviso l'idea
Oh, lo sa anche la tua amica che vuol fatto da lui un
ritratto da amazzone, a cavallo.
Sirio: Come non ti vergogni?
Tuda: Di che? Non faccio mica la spia. Vedrai che te
lo dirà lei stessa.
Sirio: Ma no, io dico, di prestare così il tuo corpo
-
Giuncano: - mentre lui qua te lo glorifica in una
così pura divinità!
Tuda: - già! e mi sta facendo morire! - Ah, ma per
vendicarmi, sa che ho suggerito a Caravani-
Giuncano: - di fare anche lui una Diana? Benissimo!
Sirio (scattando). Ah no, perdio! Con te no,
sai! Glielo proibisco!
Tuda: O ch'è di tua spettanza esclusiva la dea Diana?
Sirio: Mentre sto lavorando io con te, sì; e glielo
proibisco! Tanto più se gliel'hai suggerito tu!
Tuda: Ma è un'altra cosa...
Sirio: Appunto per l'obbrobrio che sarà! Bada che non
lo tollero sul serio!
Tuda: Sai che diventi insopportabile? Si figuri,
Maestro, una Diana messa seduta bene, con un gomito su una
coscia -
Sirio: - sta' zitta! -
Tuda: - comodissima! - la testa così
l'appoggia a una mano - che se ne sta a guardare un bel figliolone Endimione
dormente - mezzo verde e mezzo violetto - tra le pecore - un
amore!
Scoppia a ridere.
Sirio: Mi verrebbe di strozzarla!
Tuda: Ne sei geloso? Ma quando un artista vuole una
modella tutta per sé, sai che fa? la sposa, caro!
A uno sguardo sprezzante di Sirio
Perché? Ti parrebbe disonore? Tanti hanno fatto così. E con
certune che non valevano neanche un'unghia del mio piede.
Sirio: Quanto ti dà?
Tuda: Caravani? La posa; niente più.
Sirio: Ma una di quelle sue clienti là non gli
servirebbe meglio?
Tuda: "Una di quelle sue clienti là..." Ti dico che
farà il ritratto anche alla tua amica. Del resto, come m'hai
veduta tu da Diana, potrebbe avermi veduta anche lui.
Sirio: Perdio, non lo dire!
Tuda: Un corpo come il mio...
Sirio: Ti darò il doppio, il triplo, quattro, cinque
volte di più, purché la smetta! Ti dico che non posso
tollerarlo!
Tuda: E tu sposami!
Sirio: Finiscila!
Tuda: Sarebbe da vedere, caro, se poi ti vorrei io...
Giuncano: Tu, no!
Tuda: Intanto, non mi vuole lui. E allora non c'è
gusto a fare la sdegnosa. - Su, caro, andiamo. Del resto, te
l'ho già fatto capire in tutti i modi: mi paghi meglio degli
altri, ma non mi piace lavorare con te.
Ritorna dietro la tenda e si rimette in posa. Rispunta
l'ombra, enorme, sulla parete di fondo.
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Papà Giuncano, ajuto! Mi dica di quell'esperimento
che vuol fare.
Sirio: Più alto il braccio!
Tuda: Così?
Sirio: Così.
Pausa tenuta.
Tuda: Dorme, Maestro?
Giuncano: Fumo. Ti vedo nell'ombra.
Tuda: Sono bella?
Giuncano: Sì, cara. - - Morta.
Tuda: Come, morta?
Sirio (con un urlo). Ferma!
Tuda: Eh, dice morta...
Giuncano: Appunto perché ti vuole ferma così.
Altra pausa.
Tuda: Ah, dà l'incubo quest'ombra! Anche questo
supplizio doveva inventare: Il lume dietro, e l'ombra della
statua davanti!
Giuncano: Anche di questo ti vendicherò. Ma non trovo
ancora la pasta.
Tuda: Che pasta?
Giuncano: Ardente, ardente: una pasta ardente da
calare dentro a tutte le statue per scomporle dai loro
atteggiamenti.
Sirio: Insomma, finiamola! Non fai altro che
muoverti! Vèstiti e vattene!
Tuda: Abbi pazienza. Ho immaginato che faccia
farebbero le statue, sentendosi a poco a poco scomporre dai
loro atteggiamenti. Guarda lì nell'ombra: così... così...
così...
azione lenta
- senza finire d'essere statue, e pur senza potere esser
vive...
Giuncano: No, vive, vive! E allora sì. Mi rimetterei
di nuovo a scolpire!
Sirio: Il miracolo di Pigmalione.
Giuncano: Potere dar loro, con la forma, il movimento
- e avviarle, dopo averle scolpite, per un viale infinito,
sotto il sole, dov'esse soltanto potessero andare, andare,
andar sempre, sognando di vivere lontano, fuori dalla vista
di tutti, in un luogo di delizia che su la terra non si
trova, la loro vita divina.
Tuda (che è già balzata giù dallo zoccolo e s'è
rimesso il "chimono" vien fuori dalla tenda, correndo verso
Giuncano): Ah, questa, papà
Giuncano, non poteva venire in mente che a lei!
Glielo do davvero: toh! lo bacia.
Giuncano (ribellandosi fosco): No!
Tuda (con meraviglia). Non lo voleva?
Giuncano: Non mi piace.
Tuda: Ch'io la baci?
Giuncano (indicando Sirio): Bacia lui.
Tuda: Grazie. Bacio chi voglio io.
Giuncano: Ma non per me, sciocca! Dico per te. La tua
bocca...
Tuda: Che ha la mia bocca?
la mostra, protendendo il volto. Quando non ride, è così.
E rimane ancora ferma un istante nell'atteggiamento.
Giuncano: Ma guardala! guardala!
E, come Tuda si scompone scoppiando a ridere, di
nuovo la indica a Sirio:
Ecco: guardala!
Tuda (scomponendosi ancora con finto fastidio):
Oh, insomma!
Giuncano: Guardala!
Tuda (movendosi in tanto modi): Insomma!
insomma! insomma!
Giuncano: Fanne ora una statua! Tutta un fremito
continuo di vita: ogni attimo un'altra!
Sirio: Già! E se non la fermi in un gesto in cui
consista, che è? Nulla.
Tuda: Come come? io, nulla!
Giuncano: Vita! vita!
Sirio: - che passa -
Giuncano: - appunto! -
Sirio: - oggi non più quella di ieri, domani non più
questa d'oggi: ogni attimo un'altra: tante! Io la faccio
una: quella
indica di là, la statua per sempre!
Tuda: Grazie! Una statua.
Giuncano: Una - e per sempre - che non si muova più?
Sirio: E' l'ufficio dell'arte -
Giuncano (subito, forte): - e della morte: che
farà anche di te, come di me, una statua: su un letto o per
terra, quando vi giacerai, stecchito.
Tuda (quasi cantando e ballando): Viva: occhi
bocca braccia dita gambe - guarda - le muovo, le muovo - e
questa è carne, senti: calda!
Sirio: Ma che c'entri tu, come sei, viva? Dev'esser
lei, la statua: non tu. - Marmo: la sua materia; non la tua
carne.
Tuda: E perché hai bisogno di me, allora?
Sirio: Perché mi servi. Servi a me. Non a lei. Indica
la statua.
Giuncano: E non ne provi sgomento?
Sirio: Di che?
Giuncano: Di quello che fai! Quando te la vedi
consistere davanti a poco a poco, che comincia ad assumere
corpo per sé, non come tu vorresti, ma com'essa quasi da sé
si vuole - altra, altra dall'immagine che tu ne avevi
concepita - tanto che, per non lasciartene vincere, devi
combattere con quell'ammasso di creta ancora quasi informe
ma per sé vivo -
Sirio: - sì, sì, è vero -
Giuncano: - ebbene: quando riesci a imprimere in
quella creta la tua immagine, la vita che moveva le tue dita
e quella creta, la vita di quell'immagine ti resta lì
davanti sospesa, senza più movimento:
atteggiata. E non ne provi lo stesso sgomento che si prova
davanti alla morte, davanti a uno che poc'anzi era vivo, e
ora è lì, che non si muove più?
Tuda: E' vero, è vero!
Giuncano: Ti si muta in ribrezzo, lo sgomento,
pensando a ciò che tra poco ne avverrà -
Sirio: - già! mentre davanti a una statua -
Giuncano: - ti si muta in ammirazione, perché la
statua è bella? -
Sirio: - viva - che non muore più! -
Giuncano: - ma che viva, se vivere vuol dire morire
ogni momento, mutare ogni momento, e quella non muore e non
si muta più! Morta per sempre là, in un atto di vita. La
vita gliela dài tu, se la guardi un momento. Io non posso
più guardarle; ne ho orrore. Ah, grazie, immortale così!
Afferra Tuda per le braccia e la scuote
e non più viva, non più viva così!
Sirio: Sai come traduco tutto questo che hai detto?
In un pianto che tu fai, d'esser vecchio. Odii le statue,
perché cominci a sentire di non poterti più muovere, come
loro: ecco perché.
Giuncano, sorpreso dell'osservazione, si volta a
fissarlo con ira e insieme con maraviglia. Sente picchiare
alla porta. Tuda: Ah: sarà lui, Caravani.
Sirio (reciso, riconoscendo il picchio). No. -
Fatemi il piacere: di là, un momento.
Indica dietro la tenda. Giuncano e Tuda vi
si ritirano. Sirio si reca ad aprire. Entra Sara
Mendel, in abito d'amazzone. Bruna, ardita, ambigua,
elegantissima, presso ai trent'anni. Sirio: Piano, ti prego.
Sara: Lavori ancora?
Sirio: Sta per andarsene. Ma c'è altri. Non è
possibile.
Sara: Chi c'è?
Sirio: Giuncano.
Sara: Ah, comodo, quello! E non potrei anch'io...
Sirio: Che cosa?
Sara: Vederti lavorare?
Sirio: T'ho detto di no.
Sara: Curioso! Da un uomo no, e da una donna si
vergogna a farsi veder nuda?
Sirio: Vieni qua fuori nel giardino.
Sara: Lasciamela vedere!
Sirio: Vieni, ti dico.
Sara: No no. Rimani. Io me ne vado. Séguita, séguita
a lavorare. Ma scusa: Caravani non doveva venire a
prendersela a mezzogiorno?
Sirio: Difatti t'ho detto che sta per andarsene.
Sara: Lo sai che sta con Caravani?
Sirio: Che vuoi che m'importi con chi sta?
Sara: E che Caravani da una settimana mi fa la
corte, lo sai?
Sirio: Lo vedo.
Sara: Che vedi?
Sirio: Che sei vestita, come per il ritratto che ti
vuol fare.
Sara: Ah! Chi te l'ha detto? Te l'ha detto lei?
allude con una mossa del capo a Tuda Sirio: Non sta con Caravani?
Sara: Ma me l'ha chiesto lui, Caravani, di
farmi il ritratto. Ah, dunque voi parlate di me, lavorando?
Sirio: Zitta! Andiamo fuori.
Sara: Potrei farti sapere, a mia volta, che lei ha
suggerito a Caravani-
Sirio: - sì, di fare anche lui una Diana. E questo te
l'ha detto lui, Caravani. Segno che anche voi due parlate di me -
Sara: - già; mentre mi fa la corte.
Sirio: Bisogna che la smetta, sai!
Sara: Di farmi la corte?
Sirio: No: s'accomodi; faccia il tuo ritratto; faccia
quello che vuole; ma mi lasci la modella per lavorare!
Sara: Ah, tu vorresti -
Sirio: - non voglio nulla! voglio lavorare!
Si sente picchiare alla porta rimasta socchiusa.
La voce di Caravani: Permesso?
Sara: Ah, eccolo! - Avanti, avanti, Caravani!
Caravani(presso ai quaranta; bruno; veste con
eleganza; entrando, non s'aspetta di trovare la Mendel nello
studio del Dossi): Oh, buon giorno, signora.
Sara: Venite a proposito!
Caravani(salutando Dossi): Caro Dossi.
A Sara: A proposito di che?
Sara: Della modella che vi serve.
Caravani: E' qua ancora?
Sara: Eccomi!
Mostra il suo abito da amazzone. Come mi volevate!
Caravani(smarrendosi al cospetto di Dossi):
Ah... ma -
Sara (subito, per rinfrancarlo): - lo sa! lo
sa! gliel'ha detto la vostra modella! - Ero venuta per
invitarlo a una passeggiata a cavallo - dice che vuol
lavorare. - Se voi volete, sono pronta!
Caravani: Per me... figuratevi, felicissimo!
Sara: A patto però che voi lasciate a lui la modella!
- E' un cambio.
A un gesto di maraviglia di Caravani:
Acconsente! acconsente! - E acconsento anch'io! - Andiamo!
Fa per trascinarselo via. Sirio (sdegnatissimo): No: aspetta,
Caravani!
Chiamando forte, con rabbia: Tuda!
Tuda (da dietro la tenda, subito). Eccomi. Mi
sto rivestendo.
Sara: Ma no! - Venite, Caravani!
Caravani: Ah, per me, come volete!
Sara: Anche per fare un piacere a me. Andiamo!
Caravani: Ma non vorrei...
Sara: Se vi dico che acconsente!
Poi, rivolta verso la tenda: Maestro, so che siete costì: trattenetegliela! -
A Caravani: Andiamo, andiamo!
E, vedendo uscire Giuncano dalla tenda:
A rivederci, Maestro!
E si trascina via Caravani, per la porta, ridendo.
Sirio (fremente d'ira): Ah, schifo! Vuol dire
proprio non conoscermi, perdio!
Esce di furia dietro i due. Tuda (venendo fuori anche lei dalla tenda, già
rivestita e col cappello in capo): Che cos'è?
Giuncano: S'è portato via Caravani.
Tuda: E lui, come uno stupido, le è corso dietro?
Giuncano: Non è uno stupido.
Tuda: Ma non ha visto che, appena ha sentito bussare,
ha subito riconosciuto che era lei?
Giuncano: Saprà come suole bussare.
Tuda: La prova, scusi, è che è corso a raggiungerla.
Giuncano: Sì, gridando tra i denti: "Che schifo!"
Tuda: Perché s'è accorto che ha voluto fargli un
dispetto. Quando ha detto del cambio, egli m'ha subito
chiamata perché andassi con Caravani.
Giuncano: Sarà gelosa di te.
Tuda: Di me? Oh bella!
Giuncano: Stupida - lei sì...
Tuda (con orgoglio). E perché stupida?
(Sottintendendo: "Non potrebbe forse essere gelosa di
me?") Giuncano: Oh, non dico per te! Stupida perché non
intende la ragione per cui la trascura. Lo vede così
accanito al lavoro e sospetta che possa essere - non per il
lavoro - ma per stare con te.
Tuda: Viene qua a prenderlo ogni giorno a quest'ora.
Giuncano (assorto). Se ha potuto dire di me -
Tuda (supponendo che parli di Sara).
Che ha detto? non ho sentito.
Giuncano: Ch'io odio le statue -
Tuda: - ah, ma questo l'ha detto lui, prima -
Giuncano: - non è uno stupido, lui -
Tuda: - perché lei è vecchio?
Giuncano: - perché tra poco, come loro, non mi
muoverò più. Ha ragione. - Queste mani indurite! Questa
faccia!
(S'afferra quasi con schifo il corpo.)
Tutta questa forma qua! - Tu non puoi ancora capire.
Tuda (seria, con una tenera pietà che le fa
socchiudere gli occhi, ma pur con un sorriso appena, di
malizia, sulle labbra): Ma sì che capisco.
Giuncano: No.
(La guarda, tra scontroso e minaccioso.)
Che cosa? -
Tuda (gli s'accosta amorevole): - che lei
soffre - ma non di quello che dice.
Giuncano: Io?
Tuda (accentuando la malizia): Non perché non
sia vero quello che dice. Ma perché il suo sentimento è un
altro.
Giuncano (come sopra). Che altro?
Tuda: Un altro; e non lo vuol dire.
Giuncano: Io dico -
Tuda: - sì: una cosa che - per chi come me l'intende
- non è più vera, allora.
Giuncano (dopo averla guardata, stupito): Come
fai tu a pensare queste cose?
Tuda: Eh, posso anche far finta d'essere senza
pensieri - per malizia.
Combatto con gli artisti! Fingo di parlare come a caso;
volto il capo un pochino, senza che me ne faccia accorgere;
lo piego; lo alzo; sporgo appena appena una mano; guai a far
vedere che sia io, la modella, a suggerire: no: io ho detto
anzi una sciocchezza; ho fatto un atto, così: il pensiero è
nato in loro. E ne sono così sicuri che me lo dicono: «Oh,
sai? sto pensando che... codesta mossa...» oppure: «Zitta!
mi nasce l'idea di...» E io, seria: «Che mossa?» oppure:
«Che ho detto?» - Bisogna pur fare così, con certuni. Ma con
certi altri, no. Con questo, no, per esempio (allude a
Sirio).
Giuncano (cupo): Eh sì, sa bene ciò che vuole,
questo.
Tuda: E lei crede veramente che farà?
Giuncano: Sì. Una statua. Lui sì. Una vera statua.
Tuda (come se le parole le nascessero
involontariamente): Non le somiglia affatto...
Giuncano (dopo averla guardata): Perché dici
così?
Tuda (subito, e poi imbarazzata): Per niente!
Non ha... non ha l'aria degli altri; non pare quasi un
artista...
Giuncano (con un sorriso triste): Forse hai
sentito dire anche tu...? No no. Somiglia al padre, anzi.
Volontà fredda e dura.
Tuda: Dicono che il padre lo abbandonò -
Giuncano: - bambino, sì: quando morì la madre. Andò
ad arricchirsi lontano.
Tuda: E lei lo conobbe bambino?
Giuncano (assorto): Sua madre, sì, era una
donna veramente viva! Come ne ho viste poche.
Tuda: E' quell'unico gesso che lei salvò dalla
distruzione? Il suo ritratto da giovane?
Giuncano: Sì.
Tuda: Come doveva esser bella!
Pausa.
Giuncano (con altro tono): Quando io sento
parlare, quando io guardo e vado per qualche luogo; nelle
parole che sento, in ciò che vedo, nel silenzio delle cose,
ho sempre un sospetto che ci possa essere qualcosa di ignoto
a me, a cui il mio spirito, pur lì presente, rischia di
rimanere estraneo; e sto con l'ansia che, se ci potessi
entrare, forse la mia vita s'aprirebbe a sensazioni nuove,
tanto da parermi di vivere in un altro mondo. Questo qui,
invece... io non so: è così: coi paraocchi: non sente, non
vede nulla: vuole una cosa sola.
Pausa.
Tuda (assorta): Se davvero è così ricco, come
dicono...
Giuncano (assorto): Quando la vita si
chiude...
Tuda: Crede che farà veramente ciò che dice?
Giuncano: Capacissimo di farlo.
Pausa.
Tuda: Ma quella signora...
Giuncano: Credo che conti ben poco per lui.
Tuda: Ah no: questo non lo credo. Benché, se può dire
che, finita la statua...
Giuncano (come ripigliandosi): Ma tu non mi volevi
dir questo.
Tuda: E' vero. Io volevo dire -
A questo punto, dalla porta rimasta aperta, entrano le
due vecchie sorelle Giuditta e Rosa dette "Le
Streghe", parate entrambe quasi carnevalescamente con
fiocchi e nastri sui capelli lanosi: entrano come cieche, in
cerca del caldo della stufa.
Giuditta: E' permesso?
Tuda: Chi è? - Ah, voi?
Rosa (a Giuditta): Vedi che hanno
smesso da un pezzo?
A Tuda: Il signorino dov'è?
Tuda: Doveva essere nel giardino. Non l'avete veduto?
Giuditta: Non l'abbiamo veduto.
Tuda: E allora non so: non dovrebbe essere lontano: è
uscito come si trovava, col càmice addosso...
Rosa (A Tuda): Ci ha lasciato sempre
entrare, tu lo sai -
Giuditta: - per farci prendere il caldo che resta
nella stufa.
Rosa: Se è ancora accesa...
Tuda: Non so: sarà accesa: andate a vedere.
Giuncano (a Rosa che s'avvia dietro la
tenda): Rosa, vieni qua!
Rosa (cupa e scontrosa): Che vuoi tu?
Giuncano: Vieni qua.
A Tuda:
Tu dici che non sono vecchio?
Prende Rosa per un braccio. Qua, qua: così, davanti.
La costringe a sedergli sui ginocchi.
Rosa: Perché? lasciami!
Giuncano: Mi voglio guardare.
A Tuda, mentre Giuditta sghignazza:
Sai? Tre anni insieme, noi due!
Tuda (meravigliata, sorridente): Ah, con lei?
Rosa: Con me, con me, sì! Che ci hai da ridire?
Giuncano (sempre con Rosa sulle ginocchia,
mentre Giuditta, tenendosi i fianchi, seguita a sghignare orribilmente): Trent'anni fa!
Rosa: Eravamo le prime, noi, al nostro tempo!
Giuditta (sempre sghignando e accennando a
sollevarsi la veste): Carni
da regine, le nostre, anche adesso!
Rosa (volgendosi verso Tuda): E tu,
all'età mia -
Giuditta: - Sarai una pentolaccia squarciata!
Tuda: Ma non v'ho detto niente, io.
Giuncano: Che specchio, eh? che specchio!
Rosa: Hai il coraggio di dirlo a me, tu, specchio?
Giuncano: No! Lo dico appunto per me!
Giuditta (a Tuda): E n'era geloso
allora, lui! E lei lo piantò - oh, sai? per mettersi con uno
meglio di lui!
Giuncano (dalla porta ridendo): E' vero, sì:
lei, lei.
Poi, subito rifacendosi serio, rivolto a Tuda:
Ricòrdati di questo, per ciò che mi volevi dire.
E se ne va. Le due vecchie s'avviano verso la tenda.
Tuda (dopo un momento di riflessione): Vado
via anch'io. Glielo direte voi, appena torna, che l'ho
aspettato e me ne sono andata.
S'avvia verso la porta, e sta per uscire, allorché
Sirio rientra, fosco. Sirio: Te n'andavi? Ho da parlarti.
Tuda: Ma ora devo andare. E' tardi.
Sirio: Tu resterai qua. Farò com'hai detto.
Tuda: Farai -?
Sirio: - com'hai detto: ti sposo.
Tuda: Oh bella! Sei impazzito?
Sirio: No, cara. Calmissimo.
Tuda: Mi sposi?
Sirio: Per obbligarti a restare mia modella soltanto.
Tuda: Ah, no! Per dispetto no, sai: grazie - non
voglio.
Sirio: Ma che dispetto!
Tuda: Hai litigato con quella! No no!
Sirio: Chi t'ha detto che ho litigato?
Tuda: Eh, v'ho sentito di là. Non ci voglio mica
andar di mezzo, io. Se n'è andata con Caravani.
Sirio: Ma nient'affatto!
Tuda: Perché gelosa di me, sì.
Sirio: Smettila!
Tuda: Gelosa, gelosa: l'ha detto anche il Maestro!
Sirio: Smettila, ti dico! E non parlarmi di quella
signora.
Tuda: Ah no, aspetta! E come intendi allora? Dobbiamo
anzi parlarne.
Sirio: Intendo che tu, appena ogni giorno avrai
finito di servirmi per il mio lavoro, abbia intera per te la
tua libertà -
Tuda: - ah sì? - intera? -
Sirio: - di fare quello che ti parrà e piacerà.
Tuda: Non te ne importerà nulla?
Sirio: Che vuoi che me ne debba importare?
Tuda: Se sarò tua moglie!
Sirio: Ma no, cara, che moglie!
Tuda: Eh, se mi sposi! Sapranno tutti -
Sirio: - che cosa? -
Tuda: Oh bella! Porterò il tuo nome: sarò la signora
Dossi, no? Vedi? ti fa un certo effetto -
Sirio: - ma no! nessun effetto!
Tuda: - eh via! la moglie dello scultore Dossi! Non
t'importerà di me - t'importerà del tuo nome.
Sirio: Non m'importa più di nulla. - La gente saprà
perché e come sarai mia moglie. Anzi, quanto più lascerò che
t'avvalga della tua libertà, e più apparrà chiaro perché
l'ho fatto. - Del resto, io debbo soltanto finire la mia
statua.
Tuda: Poi t'ucciderai, abbiamo capito! Non t'importa
più nulla per questo. Eh, dico, ma, se sarà vero, bisognerà
intendersi anche -
Sirio: - ma sì, anche su questo! -
Tuda: Capirai, per un pajo di mesi non ne varrebbe la
pena.
Sirio: C'intenderemo su tutto, non te ne dar
pensiero. Tu avrai fatto comunque un ottimo affare, stai
sicura.
Tuda: Affare! Non è affare soltanto!
Sirio: Ah, no: soltanto. Il tuo corpo, per quel che
mi deve servire.
Tuda (dopo una pausa di riflessione): E...
abiterò qua nella tua casa?
Sirio: Sì, al piano di sopra: sarà tutto per te. Ti
dico di non pensare a nulla. Avrai tutto quello che vorrai.
Tuda: E - che ne dirà lei?
Sirio: T'ho detto di non parlarne.
Tuda: Vorrei almeno sapere se lo sa, scusa! Siete già
d'accordo?
Sirio: Io sono padrone di me.
Tuda: Libero anche tu, per conto tuo -
Sirio: - s'intende -
Tuda: - con lei?
Sirio: Basta, t'ho detto.
Tuda: Vorrei essere sicura che non è un dispetto, tu
capisci.
Sirio: Non mi preme di farne. Lei, sì, vorrebbe per
picca ch'io non lavorassi più con te. Farà di tutto perché
tu non venga qua.
Tuda: Ah sì? E io allora ci vengo, guarda! anche se
tu non mi sposi!
Sirio: Non la conosci. Potrebbe trovare il modo
d'impedirtelo. E poi, forse, tu stessa... No no. Dato che
l'atto per me ha questo senso soltanto, e nessun valore per
sé...
Tuda: Ti guasterai con lei...
Sirio: Se mai, sarà affar mio.
Tuda: E se poi, avendolo fatto per causa mia...
Sirio: Ma non per causa tua: lo faccio perché lo
voglio io -
Tuda: - ora, sì; ma se poi dovessi pentirtene?
Sirio Non avrò tempo di pentirmene, non temere.
Pausa.
Tuda: Io dovrò allora servire soltanto per la tua
statua?
Sirio: A me, soltanto; per la mia statua.
Tuda: Mi sposi per questo?
Sirio: Per questo, e perché non serva più da modella
ad altri. - Accetti?
Tuda (sta a guardarlo un pezzo; poi, ambigua, con
aria di sfida): Bada oh, che io sono viva!
Sirio: Ah - per te...
Tuda: E non pensi che -
s'interrompe. Sirio (dopo aver atteso un po'): - che?
Tuda: - niente: per fare una supposizione - mi
potrebbe nascere, standoti vicina, insieme -
Sirio (con tono derisorio): - l'amore?
Tuda: - no, ma - un desiderio di te...
Sirio: Finora non t'è mai nato.
Tuda (guardandolo e poi abbassando gli occhi):
Che ne sai tu?
Sirio: Non me ne sono mai accorto.
Tuda: Perché ti sapevo con quella.
Sirio (per troncare): Bisogna che tu ti levi
codeste idee dal capo. Capirai che se, prima, per un
momento, sarebbe stato possibile -
Tuda (vivissimamente): - ah sì? sarebbe stato
possibile?
Sirio (impassibile): - non potrà più essere
ora.
Tuda: Già - perché diventerei tua moglie davvero,
allora...
Sta un po' a pensare a quello che ha detto, e con un
sorriso appena, vano e triste, esclama:
Eh già...
Pausa.
Bene: accetto.
Altra pausa, più breve
Voglio vedere come sarà.
Altra pausa
L'avevo detto per ischerzo...
Altra pausa
Ho mio padre, ad Anticoli; le mie sorelle...
Sirio: Non mi farai vedere nessuno!
Tuda: No, penso che...
S'interrompe; guarda nel vuoto con occhi lieti e un
sorriso di vaga soddisfazione sulle labbra
... al paese... da signora.
Pausa.
La casa su sarà bella... Il giardino... E io...
Fa per guardare Sirio, il quale si volta subito, a
schivare lo sguardo Non debbo nemmeno guardarti?
Si leva il cappello risolutamente.
Sta bene. Andiamo, su! Vedrai come ti farò finire presto la
statua!
E cominciando a sganciarsi la veste, s'avvia con Sirio
verso la tenda. - Prima di sparire, si ferma un po'.
Ah guarda, qua ci sono le streghe.
Dietro la tenda. Via! via! Andate fuori!
Sirio: Eh no, lasciale, purché stiano zitte.
Tuda (rivenendo fuori con Giuditta e
Rosa nell'atto di minacciarle con lo spillone del
cappello; ridendo): No, via! via! via!
Giuditta. Non pungere oh! Sei cattiva!
Rosa: Ma guarda: ci caccia lei.
Tuda: Io, io! Non avete sentito che mi sposa?
Giuditta: Eh, abbiamo sentito sì...
Tuda: E dunque sono la padrona! Via! via! Vi faccio
vedere io, pentolaccia!
Sirio: E via, basta: lasciale stare.
Giuditta: Ce ne staremo di qua!
Sirio: Zitte!
Rosa: Sì sì, senza fiatare!
Tuda (ride; corre verso la tenda; vi scompare
dietro di nuovo, e un attimo dopo, rimontando nuda e giojosa
sullo zoccolo): Eccomi pronta!
Riappare, grande, I'ombra sulla parete di fondo. Le due
vecchie si voltano a mirarla con sgomento.
TELA
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