Risalta, in questo atto unico, l'interesse pirandelliano per la scenografia, il desiderio di una partecipazione della platea alla rappresentazione, l'ansia di cercare soluzioni corali e affrontare difficili problemi scenici. Scrive Italo Siciliano: "Pirandello fece di tutto per interessare e possibilmente erudire i suoi spettatori... fu abile come nessuno nel suscitarne la curiosità e nel tenerne desta l'attenzione... gli presentò 'miti' e apologhi... abolì le distanze fra palcoscenico e platea...
Per la rappresentazione di questa "Sagra" ricorre alla novità tecnica, al trucco, alla 'ficelle'...". Neppure Pirandello sfuggì al gusto prettamente dannunziano di ribattezzare poeticamente luoghi e persone; e per questa "Sagra" si è ispirato a un'antica leggenda fiorita intorno alla dugentesca chiesetta di San Nicola, che sta in una piccola valle non distante dalle maestose rovine dei templi di Agrigento. La trama è esile, ma le intenzioni dell'autore mirano a una conclusione precisa: l'esaltazione e il trionfo dello spirito sulla materia.
E'
un giorno di festa: una folla paesana colorita e vivace
si muove tra le baracche della fiera campestre - marinai,
prostitute, venditori ambulanti vanno e
vengono tra i canti, le grida degli imbonitori,
quasi una musica stridula e penetrante. E' un susseguirsi di
scenette vivide, di minuscoli quadri, tra i quali uno spicca in particolare. Ha come centro tematico il grasso signor Lavaccara, amaramente pentito di aver mandato allo scannatoio un maiale da lui detto Nicola; e che piange il ricordo della sua misteriosa intelligenza. Un giovane pedagogo vuol fargli osservare come solo gli uomini, non le bestie, possiedano un'intelligenza, e tenta riferirsi a una dignità e compostezza di quanti li circondano.
Purtroppo la tesi non è valida. I due protagonisti, guardandosi intorno, vedono soprattutto la violenza, le forme orgiastiche, le sensualità ribalde alle quali cede, ormai scatenata, la folla.Ma all'arrivo della processione e ai solenni rintocchi della campana della chiesa, tutti cadono in ginocchio e si mettono a recitare, spaventati, il "mea culpa".
Scrive Gino De Sanctis, nel commento alla rappresentazione
svoltasi ad Agrigento, nella piccola valle sotto
la chiesa evocata da Pirandello (1951, regia di
Tatiana Pavlova, coreografie di Lajos Houdj): "Si sa che
questo dramma [...] è denso, teso, oscuro, senza respiro.
Quando molti anni fa, con la
"Sagra", si volle inaugurare il
teatro Odescalchi, il corale dette gravi dispiaceri
a Pirandello e agli organizzatori dello
spettacolo. Ma la Pavlova [...] ha ritentato
l'impresa e ha voluto, nel grumo chiuso
della materia teatrale, dipanarne le fila e
stenderle alla comprensione del pubblico
agrigentino. Ha usato ogni mezzo: ha piantato le sue
tende teatrali sotto le mura di San Nicola... ha
mosso con magistrale bravura cortei di miracolati,
processioni di pellegrini, colonne di ballerini;
ha animato
la vicenda con diciotto pezzi musicali, fuochi
d'artificio, giostre luminose...
Il successo non poteva essere più lusinghiero: sia la
rappresentazione considerata una prova generale, sia la 'prima'
che ha aperto le onoranze nazionali a Pirandello, hanno avuto un pubblico numerosissimo e plaudente... Il pubblico, sconcertato nel primo tempo dall'ermetismo del dialogo... e dalla messa in scena tutta trovate e sorprese, è stato poi - esattamente secondo le intenzioni dell'autore - obbligato a sentirsi partecipe della "Sagra"; alla fine ha accolto con sinceri e commossi applausi la conclusione filosofica e morale dell'opera».