Per la rappresentazione di questa Sagra sarà necessario
predisporre un congiungimento del palcoscenico con la sala
del teatro. Appena gli spettatori di buono stomaco avranno
preso posto, un ponticello di passaggio alto circa due palmi
e mezzo si drizzerà, all’alzarsi del sipario, lungo il
corridojo tra le due ali delle poltrone, mediante un
congegno meccanico che potrà così drizzarlo come tenerlo
appiattito al suolo. E la varia gente che si recherà alla
festa, signori e popolani, beghine e miracolati del Signore
della Nave, venditori d’ogni mercanzia, sonatori ambulanti,
contadini, ecc., entreranno dalla porta d’ingresso nella
sala, alle spalle degli spettatori; traverseranno su quel
ponticello il corridojo e saliranno sul palcoscenico, che
rappresenterà una parte dello spiazzo davanti la chiesetta
di campagna. Sorgerà questa in alto, nel fondo, con una
gradinata, o cordonata, consunta ed erbosa davanti al
portale. L’intera facciata e il campanile, per la
soprelevazione, non si vedranno; basterà che si veda intero
il portale. Tra gli alberi, intorno allo spiazzo, da una
parte e dall’altra saranno già sorti, all’alzarsi del
sipario, banchi di mescita, banchi e ceppi di norcini,
parati con lenzuoli palpitanti che pajono vele, e stoffe
smerlate e festelli dai più vivaci colori; taverne
all’aperto, tavole e panche, caratelli e barili di vino,
baracche di venditori con commestibili esposti d’ogni genere:
paste e frutta e dolci.
Oltre il sentieruolo scorciatojo (drizzato nella sala),
altra via più larga si suppone che conduca in più gran
numero gente di città e di campagna alla festa del Signore
della Nave; e, senza che si veda, se ne udrà ai luoghi
indicati il bailamme e il tramestìo che farà nello spiazzo
di là dalle quinte a destra e a sinistra.
Appena alzato il sipario si udrà un lontanissimo battere in
cadenza di tamburi, che non verrà dal palcoscenico ma
dall’interno del teatro, alle spalle degli spettatori. A
poco a poco questo battito si avvicinerà sempre più.
Un tavernajo (lardoso, con un tòcco di
carta in capo, in maniche di camicia rimboccate sulle
braccia e un grembiulone di traliccio a righe bianche e
turchine: chiamando verso l’interno, a destra):
O Libèee! Dico a te! Malanno a te! Vieni a
stendere le tovaglie sulle tavole, che già la gente comincia
a venire!
Dietro le quinte a destra e a sinistra, più o meno
lontani e regolati sulle pause dal Direttore di scena per
modo che non disturbino troppo la recitazione, cominceranno
a udirsi i berci dei venditori, cantilenati e ripetuti d’ora
in ora con varietà, durante tutta la rappresentazione. Qui
se ne trascrivono alcuni; altri potranno essere aggiunti,
purché abbian colore e diversità di tono e di cadenza.
Bercio d’un dolciere: Croccanti, croccanti, biscotti
anaciati!
Bercio d’un gelatajo: Lo scialacuore, lo scialacuore!
- Un soldo la giara, lo scialacuore!
Bercio d’un cocomerajo: Taglia ch’è rosso! Taglia
ch’è rosso!
Bercio di pescivendoli: Triglie e merluzzi venuti
d’ora!
E suoni lontani titillanti di mandolini, suoni di
frullonaj che allungano e allentano il filo del
frullo, suoni discordi d’altri giocattoli sonori, tra il
brusio della gente già arrivata.
Il tavernajo (vedendo un ragazzotto sopravvenire
di fondo alla sala stronfiando sul ponticello, con sulle
spalle un barile, gli griderà): Oh abbada
oh! Non senti come sciaborda il barile? Arriverà aceto
questo vino!
Intanto il Tavoleggiante chiamato sarà accorso.
Il tavoleggiante: Eccomi qua! Eccomi qua! (Con un
salto, cavando da dietro il banco le tovaglie:)
Pronte le tovaglie!
E si metterà a stenderle sulle tavole: sbracciato
anche lui, con la berretta a barca sulle ventitré e un
garofano rosso infitto sull’orecchio destro. Poi,
fischiettando, apparecchierà le tavole con piatti di rozza
terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di
blu che vorrebbero esser fiori, e posate di stagno e tozzi
bicchieri di vetro. Sulle tovaglie e su questa rustica
suppellettile da tavola si rifletterà la luce dorata del
pomeriggio autunnale ancor caldo; a mano a mano la luce si
farà rossa, d’un rosso di fiamma viva, e infine violetta e
fumosa.
Il norcino (con un rude faccione sanguigno
tagliato da folte basette, un grosso berretto di pelo e le
potenti braccia scoperte, si presenterà dietro al banco col
grembiule di cuojo legato alla vita, e dirà al tavernajo):
E questo Mastro-Medico che ancora non viene!
Il tavernajo: Qua ha da essere! L’ho invitato io!
Il norcino: Già, ma io intanto, se non viene, non
posso scannare!
Il tavernajo: E neanche gli altri: dunque datevi
pace! (Poi, al ragazzotto che sarà arrivato sul
palcoscenico col barile, ajutandolo a scaricarsene:)
Quest’è l’ultimo, o ce n’è altri?
Il ragazzotto (togliendosi dal capo il sacco che
gli proteggeva la nuca e le spalle): L’ultimo!
l’ultimo!
Dal fondo s’udrà più forte il suono dei tamburi in
cadenza.
Brum brumbrùm brumbrùm brumbrù
Brà brabrà brabrà brabrà
Brùmmiti brùmmiti brùmmiti brù
Bràbbiti bràbbiti bràbbiti brà
E dietro i due tamburini, vecchi con facce cotte dal sole
e barbe corte schiumose, cappellacci a cono con fettucce
pendenti, abiti di velluto strusciati e stinti, verde l’uno
e l’altro marrone, brache a mezza gamba, calzettoni di
cotone grosso turchino e scarponi grezzi imbullettati, si
vedranno venire due marinaj miracolati del Signore della
Nave: uno vecchio e l’altro giovane; il vecchio, alto
ma curvo, con faccia legnosa e quasi nera, duri e lisci
capelli grigi, duri occhi adirati, la barba a collana; il
giovane, tozzo e forte, con larga faccia ridente; tutt’e due
in peduli, con calzoni di tela bianca rimboccati fino al
ginocchio e sorretti da una fascia sgargiante di seta rossa
più volte rigirata attorno alla vita; in maniche di camicia:
camicia celeste, aperta sul petto; e sul petto, una tabella
votiva, appesa al collo, nella quale sarà dipinto un mare
blu in tempesta, che non potrebbe essere più blu di così, e
il naufragio della barchetta col suo bravo nome scritto
grosso grosso a poppa, che ciascuno possa leggerlo bene, e
tra le nuvole squarciate il Signore della Nave che appare e
fa il miracolo. Oltre queste tabelle i due miracolati
porteranno in dono alla chiesa, su un vassojo sorretto da un
nastro anch’esso sgargiante a tracolla, e coperto da una
tovaglietta ricamata, molte torce di cera. Tre donne con lo
scialle in capo seguiranno i miracolati, reggendo a due mani
sacchi di farina; e due ragazzi, goffamente vestiti da
festa, recando fiori.
Il giovane miracolato: Viva il Signore delle grazie,
divoti!
Le donne e il vecchio: Viva! viva!
Il tavoleggiante (cavandosi il berretto e
agitandolo): Viva sempre!
La piccola processione, attraversato il ponticello e poi
il palcoscenico, salirà la cordonata della chiesetta e,
lasciando davanti la porta i due tamburini che cesseranno di
sonare, entrerà a deporre le offerte e le tabelle votive. I
tamburini andranno via per la sinistra, con la speranza
d’accompagnare alla chiesa altri miracolati, se ne
incontreranno per via. Da destra irromperà una donnaccia da
trivio tra due operaj; uno, gentile, civilino, con una
barbetta da malato, e la chitarra a tracolla; l’altro,
malmesso e sguajato. La donnaccia, di sconcia grassezza e
violentemente imbellettata, è già ubriaca; i due uomini
cercheranno di trattenerla.
La donnaccia: Venite, venite; sediamo qua!
Il secondo operajo (accorrendo): No, no
qua vicino alla chiesa!
La donnaccia (buttandosi a sedere su una seggiola
con le gambe discoste e aprendo le braccia): Ah,
mi sento tutta allargare dalla contentezza!
Il secondo operajo (tirandola su, per
trascinarsela via): Su, su, vieni via; che qua
non è posto per noi!
Il primo operajo: Piano, piano, che si persuade da
sé!
La donnaccia (alzandosi e buttandogli le braccia
al collo): Caro! Suona, suona che canto! suona
che canto!
Il secondo operajo (al primo, portandoselo via
sotto il braccio verso sinistra): No, per carità!
Ha una voce così spietata, che se si mette a cantare, fa
scappar via tutti quanti.
La donnaccia li seguirà sghignazzando, e scompariranno
per la sinistra.
Il tavernajo: Meno male che l’han capito da sé, che
questo non era posto per loro!
Intanto dal fondo della sala verranno sul ponticello,
conversando tra loro, il giovane pedagogo e il
mastro-medico. Il giovane pedagogo è magro, pallido e
biondo, vestito di nero: spirante. Poeta in petto,
difende dall’ironia dei digiuni e dall’oscena brutalità
delle quotidiane esperienze la fede incorruttibile nei
valori ideali della vita e sopra tutto l’umana dignità. Il
mastro-medico è un vecchiotto arzillo, mal vestito, con un
cappellaccio di paglia in capo di parecchie estati e un
bastone in mano, da pecorajo.
Il giovane pedagogo: E lei, ogni anno, fedele a
questa sagra?
Il mastro-medico: Ma non per la sagra, amico
mio. Sono di servizio, sono. Volante per queste campagne,
dove mi si chiama il mastro-medico, ho dal Comune l’ufficio
di badare alla prima scanna dei porci che si fa ogni anno
per questa festa del Signore della Nave.
Il giovane pedagogo: E non mi saprebbe dire che sorta
di connessione ci può essere tra questa scanna e la festa
del Signore della Nave?
Il mastro-medico: Ah, non saprei.
Inizio
pagina
Saranno già arrivati sul palcoscenico; e il Tavoleggiante
si farà loro incontro.
Il Tavoleggiante: Buon giorno, signor Dottore.
Vogliono prender posto a una di queste tavole?
Il Norcino: Ah, eccolo finalmente! Pago io per il
signor Dottore che dev’esser sudato, dovunque segga, un
litro del miglior barile, alla sua salute!
Il mastro-medico: Grazie, caro, grazie; non
bevo mai a digiuno.
Il Tavernajo: Oh, si ricordi, signor Dottore, che
l’ha promesso a me per quest’anno l’onore di venire a
mangiare la corata come la cucino io!
Il mastro-medico: E manterrò, manterrò: appena
avrò finito il mio servizio.
Il Tavernajo: M’hanno assegnato il posto qua presso
la chiesa, come vede: non avremo tanta baldoria.
Il Norcino: Ma venderemo anche noi, non dubitate. Qua
vengono i signori. Lasciate fare lì il bailamme! Chi bercia
molto, mangia poco!
Il Tavoleggiante: Seggano, intanto.
Il giovane pedagogo: Io dovrei sedere veramente a una
tavola riservata; se voi mi sapeste indicare dove e quale
sia.
Il tavoleggiante: Riservata a chi?
Il giovane pedagogo: Al signor Lavaccara.
Il Tavoleggiante: Ah, allora è quella lì. (Indicherà
una tavola a destra presso il boccascena.) Venga;
segga: il signor Lavaccara starà poco a venire.
Il Norcino: Ha venduto il porco a me! (I
due vanno a sedere alla tavola.)
Il Tavoleggiante: Comandano intanto qualche cosa?
Il giovane pedagogo: No, grazie: aspetto.
Verranno sul ponticello un modesto scrivano, la moglie,
due figlie e un giovane amico di casa: quello,
striminzito in un antico farsetto abbottonato fino alla
gola, col tubino inverdito, un po’ di lato; due bei baffi
lisciati e pettinati a scimitarra; le ali del solino sotto
il mento e la cravattina rigida annodata a farfalla; la
moglie grassa e le figlie grassottelle, vestite ancora
estivamente, di velo; il giovane amico, ancora in paglietta,
con certe ghette sfilacciate che lo fan parere un piccione
con le zampe impennate; molto in pensiero dei larghi polsini
staccati, che non gli scappino fuor delle maniche.
Lo scrivano (cominciando ad attraversare il
ponticello, rivolto al giovane): Eh, avesse
veduto quanta più polvere per lo stradone, quando le sottane
delle donne usavano lunghe e frullavano tutte, con
l’insaldatura da piedi. (In confidenza:) E
anche loro, sotto, la polvere! Ih ih ih.
La moglie: Martino, le ragazze!
Lo scrivano (appena raggiunto il palcoscenico):
Ecco, forse si potrebbe sedere qua.
Una delle figlie: Oh Dio no, papà: di qua non si vede
nulla!
Il tavoleggiante: Si vede però quando dalla chiesa
uscirà la processione! Seggano, seggano!
Lo scrivano (complimentoso): No,
grazie; sa, noi si viene, del resto, più per arieggiarci un
poco la mente, che per mangiare. (S’inchinerà,
togliendosi il cappello, e andranno via per la destra.)
Il giovane pedagogo (rivolgendosi al mastro-medico):
Ma certo ci dev’essere, se questo Signore è chiamato
così, «della Nave», una leggenda, io penso, nella quale
probabilmente i suini avranno qualche parte.
Saranno nel frattempo usciti dalla chiesetta i due
marinaj miracolati con le loro donne e i ragazzi. Il vecchio
avrà udito le ultime parole del giovane pedagogo e
insorgerà, indignato:
Il vecchio miracolato: Che parte e parte volete che
ci abbiano i suini? Non bestemmiate! Il Signore della Nave è
nostro: di noi marinaj, che non siamo suini!
Il giovane pedagogo (tentando di scusarsi):
Ma no, io dicevo...
Il tavoleggiante (aggressivo): Parlate
con rispetto, perché nessuno ha voluto offendervi!
Il vecchio miracolato: Ci offendete sì, tutti quanti
siete ci offendete, gozzovigliando qua davanti la chiesa, a
cui noi veniamo ogni anno dal mare a portare offerte e voti
per la mala morte da cui il nostro Signore ci volle
scampare!
Una delle due donne, la più giovane, si farà avanti e
stenderà un braccio, umile e cupa, per portarsi via il
vecchio:
La donna: Andiamo, andiamo, pà!
Il vecchio miracolato (strappandosi da lei, più
iroso): No, lasciami: è da tanto che lo voglio
gridare in faccia a qualcuno! (E tornando a
rivolgersi al giovane pedagogo:) L’ha mai visto
lei, quel Cristo là nella chiesa? Lo vada, lo vada a vedere!
Il tavoleggiante: è, vero, oh: fa spavento.
Il tavernajo: Certo, chi lo fece, più Cristo di così
non lo poteva fare.
Il mastro-medico: Saranno stati i giudei sulla
carne viva di Cristo (accennerà il segno di croce)
lodato sia! ma qui fu lui: lo scultore. Con una tale
ferocia ci si mise, che non gli lasciò oncia di carne che
non fosse piaga o lividura.
Il norcino: Ci si scialò!
Il tavoleggiante: E con tutto questo, ne fa di
miracoli! Tutta la chiesa è piena di tabelle e d’offerte di
cera e d’argento. (S’udrà di nuovo, dalla sinistra del
palcoscenico, il rullìo dei tamburi.) Ecco, ecco
altri miracolati!
E sopravverranno, parati press’a poco come i primi, tre
altri marinaj miracolati, preceduti dai due tamburini, e
seguiti da un più folto drappello di donne con scialli e
mantelline in capo.
Uno dei miracolati: Viva il Signore delle grazie,
divoti!
Il vecchio e il giovane miracolato s’inginocchieranno con
le donne e i ragazzi, gridando: - Viva! -
Gli altri si toglieranno il berretto e il
cappello. La nuova comitiva entrerà nella chiesetta,
lasciando fuori i due tamburini che se n’andranno. Il
vecchio, rimettendosi in piedi con gli altri, riattaccherà
subito:
Il vecchio miracolato: Ero bambino, quando lo vidi
portare a questa chiesa da una ciurma forestiera, che
correva impazzita, gridava e piangeva, tenendolo alto, con
tutte le braccia levate. Si seppe poi ch’era un antico
Crocefisso inchiodato sotto il boccaporto d’un legno
levantino, che il mare aveva spaccato come una melagrana. La
ciurma perduta se lo trovò che galleggiava tra loro e vi
s’aggrappò; e il Cristo, che s’era schiodato da sé, li portò
a salvamento, tutti, navigando su la sua santa Croce, con le
braccia distese e guardando nel cielo: così!
Il mastro-medico: Ma io non credo, buon’uomo,
che gli si voglia fare offesa -
Il vecchio miracolato (con ira, troncando):
- scannandogli i porci attorno? (E
subito, acchiappando per le braccia le due donne:)
Andiamo, andiamo! Qua si perde la fede!
E farà per avviarsi con gli altri del seguito per il
ponticello, quando dal fondo della sala s’udrà come un
vagito sguajato e protratto che un giovinastro col ciuffo
alla sgherra, giacchettina attillata e calzoni a campana, in
compagnia d’un altro e di due donnacce del popolo, trarrà da
una fisarmonica, che non sa sonare. Subito allora il vecchio
volterà trascinandosi via le donne, e il giovane e i ragazzi
per il palcoscenico, donde scomparirà a sinistra, gridando:
Di qua! di qua!
Il secondo giovinastro (mentre le due donnacce
sghignazzeranno, strappando di mano al primo la fisarmonica):
Dàlla qua a me, ti dico! Eh, a stendere e stringere il
mantice, siam tutti buoni: ti voglio a muover le dita -
guarda - di questa maniera: (sonerà:) pigiando
sui tasti, così.
E dondolandosi al suono della fisarmonica,
attraverseranno il ponticello e il palcoscenico a destra.
Il mastro-medico: Si fa un po’ d’allegria! E
un nesso, se c’è, suppongo che sia soltanto nella stagione.
Proibita di estate come nociva la carne suina, ora che con
l’autunno il tempo dovrebbe cominciare a rinfrescare (e non
rinfresca!) s’aspetta questa prima domenica di settembre
dedicata alla festa del Signore della Nave che si fa qui in
campagna, per permetterne la macellazione. (Si alzerà.)
E io la sorveglio.
Il norcino: E come la sorveglia! L’avrei a sapere!
Il tavernajo: Per miracolo non pretende che gli siano
portati alla visita lavati pettinati profumati -
Il tavoleggiante: - e con la fettuccina celeste
annodata al codino!
Sopravverrà svelta svelta sul ponticello una graziosa
servetta con un goffo cafone intenerito.
Inizio
pagina
La servetta: Io far da cucina, e poi rigovernare,
spazzare, stirare: con quattro bambini, certe barche di
panni così! (Parlando e andando in fretta, saranno già
sul palcoscenico, dov’ella, riconoscendo il mastro-medico,
lo saluterà, senza fermarsi, con un sorriso:)
Buon giorno, signor Dottore!
Il mastro-medico: Giudizio, carina, coi
militari!
La servetta (andando via per la sinistra):
Eh, questo va in congedo fra tre giorni!
Il mastro-medico (al norcino):
Andiamo, andiamo.
Il norcino: Quest’anno, signor Dottore, vedrà che
bestia!
Il mastro-medico: Se è quella del signor
Lavaccara, la conosco.
Il norcino: Ci ha pianto oh! quando me l’ha venduta!
Il tavernajo: E dicono che non se ne sa ancora dar
pace!
Il norcino: Sarà da vedere sarà, quando, com’è di
patto, verrà a prendersi la testa e metà del fegato!
Il tavernajo (al giovane pedagogo): Se
il signore è invitato -
Il giovane pedagogo: - sono, sono invitato -
Il tavernajo: - eh, non starà certo allegro!
Il mastro-medico: Forse l’ha invitato perché
lei lo consoli.
Il giovane pedagogo: È possibile: ché, quanto a
mangiare, né di questa, né d’altra carne, io; mai! Insegno a
mio modo, cioè all’uso antico, umanità al figlio del signor
Lavaccara; e, dico la verità, sono molto dolente che il
ragazzo intervenga a questa festa, nella quale non riesco a
veder chiaro.
Il mastro-medico: Eh, chiaro, credo che non ci
vedrà più nessuno, di qui a poco.
Il norcino (che avrà preso dal banco l’accoratojo
e il ferro acciajato per affilarlo: eseguendo):
Su, signor Dottore, che s’è fatto tardi: ho già
tutto pronto!
Il giovane pedagogo (balzando in piedi):
Oh Dio, ma non si macelleranno qua, spero, davanti agli
occhi di tutti!
Il norcino (con allegra ferocia e l’accoratojo
brandito): Qua, qua; e poi sparati scorticati
squartati! Tò, guarda: si sbianca in viso solo a sentirlo
dire!
Il giovane pedagogo: Ma è orribile! Si potrebbero
macellare lontano dalla folla!
Il mastro-medico: E lei insegna all’uso antico
umanità?
Il norcino: Vedrà che bellezza il taglio netto sul
fegato lucido compatto tremolante!
Il mastro-medico: Dovrebbe intendere che senza
questo la festa perderebbe uno dei suoi caratteri
tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro.
Il giovane pedagogo: Ah, già: d’immolazione!
Il mastro-medico: E ricordi al suo discepolo
Maja, madre di Mercurio, da cui quest’animale ripete il suo
più nobile nome. (Al norcino:)
Andiamo, su.
S’avvierà col norcino dietro al banco di questo.
Il giovane pedagogo (ancora in piedi, con le mani
sulla tovaglia, guardando in alto, come ispirato):
Già, Maja... Maja... (Ma, sentendo dietro la tenda le
voci degli uomini che si preparano alla macellazione e i
primi grugniti della bestia trascinata, comincerà a tremare,
pur volendo vincere il tremore.) È ... è proprio
vero, è... che col progredire della civiltà... (A
un grugnito più forte, sudando freddo:) (oh, Dio
mio!)... l’uomo si fa sempre più debole; e sempre più
va perdendo, pur cercando d’acquistarlo meglio... (c.s.
non resistendo più al tremore:) (oh Dio!)...
l’antico sentimento religioso!
Dal fondo della sala appariranno intanto sul ponticello
il signor Lavaccara col suo ragazzo per mano, e, dietro, la
moglie e la figlia. Il signor Lavaccara è provvisto d’una
enorme rosea prosperità di carne che gli tremola addosso. Le
sopracciglia fortemente segnate, sotto la fronte tonda come
un boccale, gl’imprimono però nella faccia gargiuta stupida
e volgare quasi un segno di tristezza avvilita. La giacca
nuova di stoffa turchina par che debba spaccarglisi alle
spalle, come i calzoni di tela bianca, alle cosce. Ha una
fiammante cravatta rossa, una massiccia catena d’oro al
panciotto, da cui pende un gran corno di corallo tra altri
ciondoli contro la jettatura, e una robusta canna d’India in
mano, con un bel corno anche lì per manico. Parrà il
ragazzo, di circa dieci anni, un majalotto vestito alla
marinara. La moglie, con un abito verdone tutto sbuffí, non
sarà meno grassa, né meno goffa e bestiale d’aspetto del
marito. La figlia, invece, in abito di divota della Madonna
Addolorata - stoffa violetta con bavera orlata di
nero e nero cordone alla cintola -, alta magra
gialla, e guarderà sempre in terra, con gli occhi torbidi e
grandi.
Il Tavoleggiante: Oh, giust’appunto: ecco qua il
signor Lavaccara con la famiglia!
Il signor Lavaccara (ansimando, quasi senza fiato
dalla corsa che avrà fatto, domanderà da lontano al
Tavoleggiante): L’hanno scannato, di’? L’hanno
scannato?
Il Tavoleggiante (udendo, tra altro rullìo di
tamburi e il suono lontano della fisarmonica, le strida del
porco dietro la tenda del norcino confuse con le grida di
quelli che si suppone reggano la bestia): Ecco:
lo stanno scannando!
Il signor Lavaccara (subito, adoperandosi con
tutto il corpaccio ad accorrere, griderà al Tavoleggiante):
No! corri, grida che non lo scannino! Gli ridò il
danaro! Gli ridò il danaro!
La moglie (contemporaneamente: turandosi le
orecchie): Ah Dio, povero Nicola!
Il figlio (piangendo, accorrendo col padre):
Nicò! Nicò! (Le strida della bestia si faranno più
forti.)
Il signor Lavaccara (arrivato sul palcoscenico,
griderà con le mani nei capelli): No! no!
Il tavoleggiante (cessate d’un tratto le strida,
tra il parlottìo affannoso, dietro la tenda, di coloro che
reggono la bestia sgozzata): Ecco fatto!
Il signor Lavaccara (cascando a sedere su una
seggiola e coprendosi il volto con le mani): Oh!
Oh!
La figlia (curvandosi su lui, con ambigua voce da
maschio): Prendi anche questa a sconto dei tuoi
peccati, papà!
La moglie (dall’altro lato, afflitta):
Lèvati, lèvati di qui: sei tutto incollato dal sudore!
Il giovane pedagogo (al ragazzo, che accennerà di
volersi recare, curioso e sgomento, dietro la tenda):
Qua, Totò! Che vorresti andare a vedere di là?
Il signor Lavaccara (piangendo la bestia a modo
d’un parente morto): Solo la parola, solo
la parola gli mancava! Si discorreva con lui! Lo chiamava,
quel ragazzo, «Nicò, Nicò!» e lui veniva a mangiargli il
pane nella mano; come un cagnolo veniva! Più intelligente,
più intelligente d’un uomo, era!
Il giovane pedagogo (con voce spirante, magrissimo
com’è): Ma era dunque magro?
Il signor Lavaccara (stupito e quasi offeso,
voltandosi di scatto a guardarlo): Magro? Pesava
più d’un quintale!
Il giovane pedagogo (con un sorriso ineffabile,
congiungendo le mani): E allora, scusi! Le pare
che potesse davvero essere intelligente?
Il signor Lavaccara: Perché? La grassezza, secondo
lei, esclude l’intelligenza? E io, allora?
Il giovane pedagogo: O che c’entra lei, signor
Lavaccara?
Il signor Lavaccara: Peso anch’io più d’un quintale!
Il giovane pedagogo: Sarà bene; ma lei è d’altra
specie, signor Lavaccara: Uomo: che vuol dire (se lei
considera bene) questo, guardi: che quando lei mangia col
bello appetito che Dio le conservi sempre, lei mangia per
sé; non ingrassa mica per gli altri!
Il tavoleggiante (abbagliato subitamente dal
discorso, compenetrandosene e facendolo suo): Eh,
già! eh già! Mentre il porco crede di mangiare per sé, e
ingrassa invece per gli altri!
Il giovane pedagogo: Poniamo che lei, con la sua
bella intelligenza, fosse -
Il tavoleggiante (seguitando ad argomentare col
giovane pedagogo e inserendo di tratto in tratto le sue
parole nel discorso di quello): - già - scusi -
un porco -
Il giovane pedagogo: - mangerebbe lei? -
Il tavoleggiante: - io no! Vedendomi portare da
mangiare, io grugnirei -
Il giovane pedagogo (subito a sua volta):
- inorridito! -
Il tavoleggiante: - «Nix! Ringrazio, signori!
Mangiatemi magro! »
Il giovane pedagogo: Ecco! Appunto. Un porco che sia
grasso, vuol dire che questo non l’ha capito; e allora, via,
si consoli, signor Lavaccara, che il suo -
Il tavoleggiante: - sarà stato un bel porco, non
diciamo -
Il giovane pedagogo: - ma non era certo intelligente!
Il signor Lavaccara (adirato, levandosi in piedi):
Ma che discorso mi sta facendo lei? Può mai sapere una
povera bestia che gli altri lo facciano ingrassare per conto
loro?
La moglie (approvando): Ecco! ecco!
Il signor Lavaccara (seguitando):
Anch’essa crede di mangiare per sé! E dire che non dovrebbe,
per farsi mangiar magra, è una sciocchezza!
La moglie (incalzando): Una
sciocchezza! una sciocchezza!
Il signor Lavaccara (c.s.): Perché, un tal
proposito, a un porco non può mai venire in mente!
Il giovane pedagogo: D’accordo! d’accordo! Ma dunque,
vede? Non gli viene in mente! Dove, a un uomo, sì! E un
uomo, dunque, il lusso di mangiare -
Il tavoleggiante (c.s., subito):
- come un porco -
Il giovane pedagogo: - eh gia, può permetterselo -
Il tavoleggiante: - sapendo che alla fine,
ingrassando, non sarà scannato. Ma un porco, no: un porco
intelligente -
Il giovane pedagogo: - per non farsi scannare, o per
vendicarsi degli uomini che lo scanneranno -
Il tavoleggiante: - deve conservarsi magro, mangiando
al più al più come una damina disappetente! Perdio, è così
chiaro!
Il giovane pedagogo: Dunque, via, attenda a mangiar
serenamente, signor Lavaccara!
Il tavernajo: Le porto un truògolo così di
maccheroni, con una salsa che pare sangue di drago! Già dev’averne
- glielo leggo negli occhi - una voglia spasimata!
Scapperà dietro il banco e di là dalla tenda, da cui
ricomparirà poco dopo con un gran tondo di maccheroni
fumanti.
Il tavoleggiante: E si consolerà!
Il signor Lavaccara: Mi consolo un corno! Speravo
d’arrivare a tempo, speravo!
La moglie: Chi sa, a quest’ora, come dev’essere
pallido!
Il signor Lavaccara (rivolgendosi con ira al
giovane pedagogo): E voi non tenete conto che
quella povera bestia mangiava senza il minimo sospetto che,
ingrassando, sarebbe stata scannata!
La moglie: Fidandosi, povero Nicola, di chi gli dava
da mangiare!
Il giovane pedagogo: Ah, se loro adesso vogliono
chiamar fiducia la stupidità!
Il signor Lavaccara: Perché stupidità?
Il giovane pedagogo: Ma perché l’uomo, scusi, da che
mondo è mondo, ha sempre dimostrato a codeste bestie di
appetirne la carne!
Il tavoleggiante: E come! S’arriva perfino ad
assaggiare loro addosso, da vive, le orecchie e la coda!
Il Tavernajo (ritornando, col gran tondo dei
maccheroni): Subito in tavola! subito in tavola!
Il Tavoleggiante accorrerà a prendere e a posare in
tavola la portata. Il ragazzo non starà più alle mosse.
Inizio
pagina
Il tavoleggiante: Ecco, mangino! mangino!
Il ragazzo: A me! a me, papà! subito a me!
Il signor Lavaccara (dando un pugno sulla tavola):
Totò, a sedere! Non lo posso soffrire! Ma guardate come
subito la golosità gli accende gli occhi! Dovevo vender lui,
dovevo vendere invece di Nicola!
La moglie: Eh, via, è un ragazzo, Saverio!
Il signor Lavaccara (seguitando a far le porzioni,
scarse a tutti, e riservando infine tutto il tondo per sé):
Nicola era più educato! (Poi, irritato, al giovane
pedagogo:) È inutile che lei mi guardi con tanto
d’occhi, Professore! Non mi convince! non mi convince! E io
oggi mangerò di tutto, ma del mio Nicola neanche un boccone!
Il giovane pedagogo: E avrà torto, mi permetta che
glielo dica. Ma siamo giusti, scusi: se non se lo dovesse
mangiare, o che obbligo avrebbe l’uomo d’allevare una così
immonda bestia e farle da servo, lui carne battezzata;
condurla al pascolo, perché?, che servizio gli rende in
compenso del cibo che ne ha?
Il tavoleggiante: Ah, è certo che il porco, finché
campa, campa bene!
Il giovane pedagogo: E considerando la vita che ha
fatto, se poi è scannato, se ne deve contentare, perché è
ugualmente certo che -
Il tavoleggiante: - come porco non se la meritava!
Il giovane pedagogo: Ma basta soltanto guardarlo!
Bestia intelligente, quella? con quel grugno lì?
Il tavoleggiante: Con quelle orecchie?
La figlia (che non mangia): Quegli
occhi!
Il tavoleggiante: E quel buffo cosino, signorina,
arricciolato dietro! (Improvvisamente la figlia,
arrovesciando il capo, sbotterà a ridere come una pazza.)
La moglie (richiamandola): Serafina!
Serafina!
Il giovane pedagogo: Ma la lasci ridere, signora: ne
ha ragione! Ma grugnirebbero così (s’udrà di fatti
dall’interno un gran grugnire, come d’un branco che arrivi
correndo) - là, là, li sente? - se fossero
bestie intelligenti? È la voce stessa dell’ingordigia quel
loro grugnito! (Al signor Lavaccara:) E
guardi, guardi invece gli uomini venuti alla festa: qua,
questi che seguitano ad arrivare!
Sopravverranno dal fondo della sala sul ponticello altri
festajoli, soli, a due, a tre per volta, o anche in più.
Attraverseranno il ponticello e poi il palcoscenico con
diversa andatura, scomparendo a destra o a sinistra, sempre
conversando tra loro. Prima, due giovani amici, d’aspetto
signorile, forse studenti:
Il primo: Eh sì, le donne! Basta che ti dicano una
menzogna con voce di pianto, e che menzogna più? un pianto
vero; che più vero di così non potrebbe essere!
L’altro: Una rabbia, io! - «Ma come non ti fai
coscienza d’agire così con me?» - le gridavo. E lei, niente,
seguitava a piangere. (Scompariranno.)
Il giovane pedagogo: Che altro aspetto, lei che ha
ancora davanti agli occhi il suo Nicola! Qua sì davvero il
dono divino dell’intelligenza traspare anche dai minimi
gesti!
Due loschi arnesi della malavita:
Il primo: Un po’ prima di sera; ma sì, quasi a bujo,
che uno che avesse seguitato a guardare, ci vedeva ancora;
dove un altro che ci s’affacciasse allora, non avrebbe visto
nulla.
L’altro: S’era appostato?
Il primo: Che! A una finestra si pettinava la
guercia: e lo sorpresi nell’atto che stava a buttarle da
sotto un fiorellino!
Scompariranno, sghignazzando; ma per ritornare poco dopo.
Il signor Lavaccara: Ma questi due, intanto, sono due
mariuoli: mentre un porco almeno, caro lei, anche quando fa
male, lo può dire innocente!
Il giovane pedagogo: No: innocente mai, mi scusi!
Come non può dirlo colpevole, così non può neppure dirlo
innocente, mai! Un porco è soltanto stupido, stia sicuro,
signor Lavaccara!
Il norcino (rientrando in iscena e mettendosi a
berciare dietro il suo banco): Magnificenza!
magnificenza! Vuol che le porti la testa, signor Lavaccara?
Il signor Lavaccara (urlando con le braccia levate):
No! Non me la fare vedere! non me la fare vedere!
Il norcino: Si calmi! si calmi! Gliela faccio portare
in cucina!
Il giovane pedagogo: Guardi, guardi qua adesso il
nostro bravo avvocato col signor notajo e le loro gentili
signore!
Entreranno da sinistra l’avvocato - obeso, rosso di pelo
e lentigginoso, miope con grossi occhiali di cristallo
celeste, folta barba piuttosto corta e gonfia spartita sul
mento, sciamannato, con un vecchio abito grigio, il
panciotto bianco già sudicio, la pancia infuori e le mani
nelle tasche dei calzoni -; il notajo - uno stangone dal
volto cupo e sodo, color di cioccolatte, spalle alte e rudi,
le lunghe braccia penzoloni, tutto vestito di nero - la
moglie dell’avvocato - magra biondastra, con un viso
d’uccello, sciupato e verde dalla bile -, la moglie del
notajo - bassotta, bruna anche lei, bene appettata, con due
menti, riderà a tutti, stupida e prosperosa -. Vestiranno
tutt’e due con pomposa goffaggine.
L’avvocato: Oh, caro Lavaccara: riparato qua anche
lei? Una folla, di là, che non si cammina. Ossequio,
signora; signorina; caro professore: con permesso.
E sederà, voltando le spalle, a una tavola vicina; mentre
le signore si saluteranno tra loro chinando appena il capo.
Subito il Tavoleggiante accorrerà a prendere le ordinazioni,
parlando a soggetto, anche quando, poco dopo, li servirà.
Il norcino: Ho scannato or ora, signor avvocato, il
porco del signor Lavaccara! Una magnificenza! Ne vogliono
assaggiare le braciole?
L’avvocato: E come no, se è il porco del signor
Lavaccara?
Il signor Lavaccara (in confidenza al giovane
pedagogo): Ma quello lì, gliel’assicuro io, è un
avvocato sì, ma assai più porco del mio porco che adesso si
mangerà!
Il giovane pedagogo: Non lo dica, signor Lavaccara!
Un porco è porco e basta; mentre, veda, quello lì - non
voglio contraddirla - sarà magari un porco; ma porco e
avvocato; e quell’altro, porco e notajo; e questo che viene
ora, porco e orologiajo; ecco, e quest’altro, porco e
farmacista. C’è una bella differenza, creda!
Entreranno man mano, difatti, altri festajoli da destra e
da sinistra, di condizione civile, la più parte, che
rappresentino un po’ della media umanità: mercanti,
impiegati, professionisti, fabbri, bottegaj, con varietà
d’aspetto, d’età, di portamento: parleranno tra loro,
sottovoce, a soggetto, confusamente, disponendosi a sedere
intorno alle tavole. Quei due arnesi della malavita,
riapparendo, s’aggireranno, spiando guardinghi, tra tavola e
tavola. A una prenderanno posto quattro giocatori, che
butteranno all’aria la tovaglia, ordinando soltanto del vino
e mettendosi subito a giocare con un mazzo di carte che uno
di loro caverà di tasca. Solo, in silenzio, nel frattempo,
un vecchio lungo lungo, dalla faccia inteschiata, spettrale
e sorridente, avrà attraversato a lentissimi passi il
ponticello, con un’antica finanziera inverdita e corta di
maniche, il cappello in una mano e nell’altra un fazzoletto
e il bastone; scomparendo poi dal palcoscenico, a destra.
Appena scomparso, saliranno sul ponticello, parlando tra
loro, vestiti di lutto stretto, due vecchi - fratello
e sorella - (lui, magro in tubino e barbetta
bianca a pizzo; lei, pienotta e pacifica), in
compagnia d’un vecchio amico che ascolta afflitto.
La sorella: Era qua con noi, alla festa, or è l’anno!
Il fratello: Ridotta ch’era un’ombra, poverina!
La sorella: Ancora però, qualunque cosa le si
dicesse, ti ricordi? aveva sempre pronta la ribattuta!
Il fratello: Ma che cosa vuol dire credere in Dio!
Questa morte, a me - ecco qua - m’ha scavato; invece a lei
che ci crede - la guardi - niente; perché è sicura che un
giorno andrà a rivederla in paradiso.
L’amico (appena arrivati sul palcoscenico,
guardando le tavole tutte occupate): Ma qua non
c’è più posto.
Il fratello: Andiamo a sedere un pochino più in là. (Indicherà
a sinistra.)
La sorella: No, prima in chiesa! prima in chiesa!
Cominciano a cantare, senti? Tra poco uscirà la processione.
S’avvieranno ed entreranno nella chiesetta, da cui verrà,
appena percettibile, un lento coro nasale accompagnato
dall’organo.
Il giovane pedagogo: Ecco due (vede? questo è
veramente umano!) col pensiero d’una parente che l’anno
scorso partecipava anche lei allegra alla festa!
Il signor Lavaccara: Già, bel pensiero! Non si
vergognano, così vestiti di nero, in mezzo ai canti e alle
risa?
Il giovane pedagogo: Ma sono prima entrati in chiesa!
A questo punto comincerà a crescere, dietro le quinte, il
bailamme, che a poco a poco diventerà fracasso e scompiglio
di gente imbestiata nell’orgia. Le strida delle bestie
scannate saranno coperte dai berci dei venditori ambulanti,
dagli inviti dei tavernaj alle loro mense apparecchiate, dei
norcini ai loro banchi di vendita, dai tumulti di risse
improvvise tra sborniati e sghignazzate e suoni in contrasto
di varii strumenti di sonatori ambulanti sopravvenuti.
Ancora il giovane pedagogo cercherà di difendere contro il
signor Lavaccara la dignità umana, nonostante lo scempio
ch’ella comincia a far di se stessa sotto i suoi occhi; ma
alla fine la sua fede vacillerà atterrita, ed egli cascherà
avvilito prostrato davanti all’osceno e spaventoso
spettacolo della bestialità trionfante.
Il signor Lavaccara (levandosi in piedi,
minaccioso, già un po’ sborniato anche lui): E
hanno fatto male! Finisca di difendere codesta sua umanità!
Preferisco a questi bizzochi chi viene qua per dimostrarsi
più porco dei porci! Ma guardi qua, là! Non sente come
gridano?
Il giovane pedagogo: Ma le sembrano grida di festa,
giulive?
Il signor Lavaccara: Più bestiali, mi sembrano, di
quelle dei porci che scannano!
Il giovane pedagogo: Appunto! appunto! Grida che
pajono strappate dalla violenza d’un ferocissimo dolore!
S’intonano, senza saperlo, su le strida delle povere bestie
immolate! Questa è sensibilità! E ci riconoscono ancora
l’uomo!
Non avrà finito di dire così, che dalla tavola dei
giocatori partirà il primo scompiglio. Tre scatteranno in
piedi, vociando, rovesciando le seggiole, e aggrediranno il
quarto, che si leverà anche lui, e tutti e quattro
s’azzufferanno, producendo un tumulto generale.
I giocatori: - Ah ladro! - Tu bari! - Afferralo! -
Carogna! - Non è vero! Lasciatemi! - Da’ qua le carte!
Ladro! Ladro!
Del tumulto approfitteranno quei due arnesi della
malavita, per tirare una spinta alla moglie dell’avvocato e
strapparle la collana.
La moglie dell’avvocato (strillando come
un’aquila): La collana! La collana! Quei due
mariuoli: la collana! (Al marito:) Corri!
corri! Acchiappalo!
L’avvocato cercherà di rompere la calca per inseguire i
due ladri scomparsi da destra; lei seguiterà a strillare ma
nessuno le darà retta. Uno dei quattro giocatori, quello
accusato di barare, avrà tratto il coltello per scagliarsi
contro gli altri tre, tra le grida di spavento delle donne e
il pianto dei ragazzi: gli uomini cercheranno di
spartire i rissanti. Sopravverrà intanto da sinistra,
stravolto, lo scrivano, a cui saranno scappate la moglie e
la figlia, e si precipiterà dal palcoscenico sul ponticello,
attraversando la sala e urlando:
Lo scrivano: Scappate! scappate! Mia moglie! Mia figlia!
Scappate! Mentre dormivo!
Nessuno darà retta neanche a lui! Divisi i rissanti, tra
il tumulto crescente, le tavole rovesciate, donne ubriache
strappate scarmigliate e uomini in foja sborniati e furenti
si rovesceranno da destra e da sinistra sulla scena, e alle
feroci stonature d’una piccola banda di musici girovaghi,
avvinazzati, si butteranno a danzare un frenetico trescone.
La luce, a questo punto, sarà di fiamma sulla scena. Il
signor Lavaccara, trionfante, urlerà al giovane pedagogo,
caduto in un disperato avvilimento:
Il signor Lavaccara: La sua umanità! Eccola! eccola!
La sua umanità! La riconosce ancora?
D’un tratto, cupo enorme solenne, s’udrà dall’alto un
rintocco di campana, e subito, come per un improvviso
tracollo del sole, la luce, da rossa, si farà violetta.
Tutti, come atterriti, taceranno, in miserabili
atteggiamenti sguajati, cangiando le urla in un bestiale
affanno di pianto, in una mugolante ànsima di contrizione.
Altri tremendi rintocchi s’udranno intanto, a cui dalla
chiesa risponderà il rombo dell’organo e il coro dei divoti:
e dal portale della chiesa apparirà, spettrale, un altissimo
prete in cappa e stola, che reggerà alto con tutt’e due le
braccia il Signore della Nave: grande macabro
Crocefisso insanguinato. Due chierici, anch’essi spettrali,
gli staranno ai lati; altri due, inginocchiati davanti,
agiteranno i turiboli; tutta la folla, sempre ansimando,
gemendo, mugolando, cadrà in ginocchio e si darà pugni
rintronanti sul petto. Il prete lentamente scenderà la
cordonata, seguito dai divoti oranti e da altri chierici che
recheranno alti su neri bastoncelli dei lampioncini accesi,
e aprirà la processione, attraversando il palcoscenico e poi
sul ponticello la sala. Dietro al Crocefisso molti andranno
barcollanti e non cesseranno di picchiarsi il petto e di
piangere e di gemere a mano a mano più forte; altri,
non riuscendo a levarsi in piedi, resteranno accosciati sul
palcoscenico come bestie ferite, barbugliando: «Mea
culpa! Mea culpa! Cristo, perdonaci! Cristo, pietà!».
Allora il giovane pedagogo, rimasto col signor Lavaccara sul
palcoscenico, tutti e due come basiti, si leverà
gradatamente e additando al compagno la tragica processione,
dirà:
Il giovane pedagogo: No, no, vede? piangono,
piangono! Si sono ubriacati, si sono imbestiati; ma eccoli
qua ora che piangono dietro al loro Cristo insanguinato! E
vuole una tragedia più tragedia di questa?
La processione scomparirà dalla sala; cesseranno i
rintocchi e cadrà la
Tela