TRAMA
Don
Lolò Zirafa, il protagonista della vicenda, è
ricco e taccagno. Vede dappertutto nemici che
vogliono depredarlo della sua roba, ed
essendo di carattere litigioso, non perde
occasione di citare in giudizio i suoi presunti
avversari spendendo una fortuna in liti e
facendo spesso perdere la pazienza al suo
consulente legale, che non vede l'ora di
toglierselo di torno.
Dopo
l'acquisto di una enorme giara per conservare
l'olio della nuova raccolta, accade un fatto
strano: per ragioni misteriose, il grosso
recipiente viene ritrovato perfettamente
spaccato in due: fatto che fa montare Zirafa su
tutte le furie.
La
giara potrà essere riparata da Zi' Dima, un
artigiano del posto che si vanta di avere
inventato un mastice miracoloso: ma Zirafa non
si fida ed insiste affinché il conciabrocche
renda più sicura la saldatura usando anche dei
punti di fil di ferro. Ciò colpisce
profondamente l'artigiano nel suo orgoglio:
convinto che i suoi meriti siano sottovalutati,
egli è infatti sicuro che il suo prodigioso
mastice sia più che sufficiente a fare un buon
lavoro.
Costretto ad obbedire al padrone ed in preda
all'ira, Zi' Dima si mette all'interno della
giara per eseguire più comodamente la
riparazione, ma si distrae dimenticando che la
giara ha un collo molto stretto. Così, terminata
la riparazione, resterà bloccato all'interno.
Ne
nasce subito una lite: Zi' Dima vuole in ogni
caso essere pagato per la perfetta riparazione,
mentre Zirafa si dichiara disposto a pagarlo ma
vuole essere risarcito per il fatto che per
liberarlo bisognerà rompere la giara. Don Lolò
infatti decide di pagare il conciabrocche per il
suo lavoro, non per senso di giustizia ma per
non essere in torto di fronte alla legge. Ma Zi'
Dima non cede e, ricevuto il suo compenso, si
rifiuta di dare qualsiasi risarcimento. Non
sapendo come risolvere la situazione, don Lolò
si rivolge per l'ennesima volta al suo avvocato
che gli consiglia di liberare Zi' Dima,
altrimenti correrà il rischio di essere accusato
di sequestro di persona.
Il
parere non riceve affatto l'approvazione di Don
Lolò Zirafa, che ritiene responsabile Zi' Dima
del fatto di essersi balordamente imprigionato
nella giara che, una volta rotta per liberarlo,
non potrà più essere riparata. Il cocciuto
conciabrocche, a sua volta, si rifiuta di
risarcirlo affermando di essere entrato nella
giara proprio per mettere i punti che don Lolò
aveva preteso: se si fosse fidato del suo
mastice miracoloso, ora avrebbe la sua giara
come nuova. Piuttosto che pagare, preferisce
restare dentro la giara dove dice di trovarsi
benissimo; e lì infatti passerà tranquillamente
e allegramente la notte, fra canti e balli dei
contadini ai quali, servendosi proprio del
denaro ricevuto da Don Lolò, ha offerto vino e
cibarie. In preda alla rabbia, per il danno e la
beffa, Don Lolò Zirafa finisce per tirare un
poderoso calcio alla giara che si romperà
definitivamente e Zi' Dima, così
involontariamente liberato, avrà partita vinta.
Nella
novella come nella commedia, traspare
chiaramente la tematica della roba,
ripresa dal Verismo verghiano, descritta con il
morboso attaccamento di Don Lolò ai beni
materiali: la sua funzione nella commedia,
comunque, supera la visione del realismo
verista, creando invece un effetto tragicomico.
Alla
figura di Don Lolò viene contrapposta quella di
Zi' Dima, privo di poteri e risorse materiali,
ma consapevole della dignità del lavoro che egli
esegue con onestà e scrupolo e che considera
unico per l'uso di quello che egli ritiene come
una sorta di bene intellettuale: il suo
miracoloso mastice.
Nel
rapporto antitetico tra due figure completamente
diverse, entrambe poco conscie dei propri
limiti, ma accomunate dalla stessa cocciutaggine
contadina e mosse dai loro istinti, Pirandello
riesce a creare una comicità basata su una
situazione grottesca: una circostanza nella
quale ciascuno dei due diventa al contempo
debitore e creditore dell'altro.
Dato
che nessuno dei due contendenti può o vuole
andare incontro all'altro, si arriva ad una
situazione di stallo in cui non è più possibile
distinguere chi abbia torto e chi ragione. Si
tratta di un paradosso paragonabile a quello che
ritroviamo ne Il giuoco delle parti
pirandelliano.

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