
Commedia in due o tre atti con intermezzi corali - 1924
Introduzione
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PERSONAGGI
Fissati nella commedia sul palcoscenico:
Delia Morello
Michele Rocca
La vecchia signora Donna Livia Palegari, e i suoi
invitati,
le sue amiche e i vecchi amici di casa
Doro Palegari, suo figlio, e Diego Cinci, suo giovane
amico
Il vecchio cameriere di casa Palegari Filippo
Francesco Savio, il contradditore, e il suo amico
Prestino,
altri amici, il Maestro di scherma e un cameriere
Momentanei nel ridotto del teatro:
La Moreno (che tutti sanno chi è) - Il Barone Nuti - Il
Capocomico - Attori e attrici - Il direttore del teatro
- L'amministratore della compagnia - Usceri del teatro -
Carabinieri - Cinque critici drammatici - Un vecchio
autore fallito - Un giovane autore - Un letterato che
sdegna di scrivere - Lo spettatore pacifico - Lo
spettatore irritato - Qualcuno favorevole - Molti
contrarii- Lo spettatore mondano - Altri spettatori,
signori e signore - |
La commedia, composta fra l'aprile e il maggio del 1923,
riprende e pone in discussione un episodio del romanzo Quaderni
di Serafino Gubbio operatore, pubblicato con il titolo Si gira
nel 1915: il tragico triangolo sentimentale fra il pittore
Giorgio Mirelli, l'Attrice russa Varia Nestoroff e il barone
Aldo Nuti. La prima rappresentazione, avvenuta il 22 o 23 maggio
1924 fu preceduta da un battage pubblicitario orchestrato
dall'autore, che in un'intervista rilasciata a «Comoedia» il 15
gennaio aveva alimentato la curiosità sull'opera definendola «la
più strana, la più imbrogliata, la più difficile a capirsi fra
tutte le mie commedie»; e, poco prima dell'apparizione sulle
scene ne aveva fatto pubblicare il testo nel vol. IX delle
Maschere nude per provocare un anticipato giudizio dei critici
da poter riprendere nel «Primo intermezzo corale» della
commedia.
Ciascuno a suo modo, dice una didascalia, è una commedia a
chiave, «costruita cioè dall'autore su un caso che si suppone
realmente accaduto e di cui si siano occupate di recente le
cronache dei giornali: il caso della Moreno, del barone Noti e
dello scultore Giacomo La Vela che si è ucciso per loro»; lo
stesso triangolo dei Quaderni con due nomi mutati. L'azione
inizia all'esterno del teatro in cui gli spettatori saranno
informati da un «Giornale della Sera» della scandalosa trovata
di Pirandello di ispirarsi a un fatto di cronaca e delle
sgradevoli ripercussioni che potrebbe avere sul corso della
serata. Inoltre, fra il botteghino e il ridotto, sono presenti
due protagonisti del tragico caso, l'attrice Amelia Moreno e il
barone Noti, intervenuti, la prima per misurare «fin dov'è
arrivata la tracotanza dello scrittore», il secondo per rivedere
la donna a cui si sente tuttora legato. Il sipario si alza sul
salone dell'antico palazzo nobiliare di donna Livia Palegari al
termine di un ricevimento. Donna Livia è preoccupata per il
figlio Doro che la sera precedente, in casa di amici, nel corso
di una discussione con l'amico Francesco Savio, ha preso le
difese dell'attrice Delia Morello (l'attrice Moreno, nella
presunta realtà), rivelando la propria inclinazione verso una
donna di dubbi costumi. Doro Palegari ha sostenuto che
l'attrice, alla vigilia delle nozze con il giovane pittore
Giorgio Salvi (nella realtà lo scultore Giacomo La Vela) si era
data a Michele Rocca (il barone Aldo Nuti del fatto di cronaca),
amico e futuro cognato di Salvi, proprio nell'interesse del
fidanzato, per dissuaderlo, in modo traumatico, da un matrimonio
che lo avrebbe reso infelice, senza prevederne certo il gesto
suicida. L'opinione di Savio, invece, è che la donna abbia agito
con deliberata perfidia verso il fidanzato. Doro intanto,
riflettendo sulla discussione della sera precedente, ha rivisto
il suo giudizio e si è convinto della giustezza delle posizioni
dell'amico Francesco. Ma Savio, sopraggiunto in casa Palegari,
dichiara di aver mutato a sua volta opinione e di essere
rammaricato del diverbio. I due amici si ritrovano ancora in
conflitto, ma su posizioni invertite.
Inizio pagina
Doro, sentendosi provocato, dà del «pagliaccio» all'amico e
viene sfidato a duello. Delia Morello, intanto, si reca da Doro
per ringraziarlo della generosa difesa assunta nei suoi riguardi
e per essere stata compresa nel profondo. Doro le ripete però le
accuse di perfidia sostenute contro di lei da Francesco Savio e
che lui stesso ha finito per condividere, lasciandola perplessa
circa i veri motivi del suo comportamento. La donna, in ogni
caso, intende evitare un duello assurdo. Tanto assurdo che Doro,
alla fine del primo atto, si chiede perché dovrà battersi: «Ma
perché? Per una cosa che nessuno sa quale sia, come sia: ne io,
né quello - e nemmeno lei stessa!». Segue, nel corridoio che
conduce al palcoscenico, il «Primo intermezzo corale» in cui si
confrontano le opinioni dei critici e degli spettatori sullo
spettacolo, «qualcuno favorevole» e «molti contrari». Tra gli
spettatori si inseriscono prima il barone Noti, che protesta
perché in teatro, quella sera, si è insegnato «a calpestare i
morti e a calunniare i vivi», e poi la Moreno, che vorrebbe
andare in palcoscenico per punire l'infamia di quello spettacolo
indecoroso.
Il secondo atto si apre in una sala di casa Savio, dove
Francesco si prepara al duello assistito da un maestro di
scherma e dai padrini. Sui fatti accaduti e sui repentini
cambiamenti di opinioni interviene Diego Cinci, amico di
entrambi i contendenti e portavoce del «pirandellismo»
dell'autore. Cinci - che, nello sforzo di comprendere gli
uomini, si è ridotta «l'anima, a furia di scavare, una tana di
talpa» - sostiene che la vita è «una tale rapina continua, che
se non han forza di resistervi neppure gli affetti più saldi,
figuratevi le opinioni le finzioni che riusciamo a formarci,
tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie,
riusciamo a intravedere!». Viene annunciata intanto la visita di
Delia che, determinata a scongiurare lo scontro, è ricevuta da
Francesco Savio. Sopraggiunge poi Michele Rocca, «macerato dai
rimorsi e dalla passione», il quale fornisce una diversa
versione dell'accaduto. Era stato lui a prendere l'iniziativa di
sedurre Delia, per dimostrare all'amico Giorgio «la pazzia che
stava per commettere» sposandola e assicura che lo stesso Salvi
lo aveva sfidato a dargli la prova della leggerezza della donna
promettendogli «che avuta la prova, si sarebbe allontanato da
lei, troncando tutto. - E invece, si uccise!». Intanto Francesco
Savio, dopo il colloquio con l'attrice, fra le proteste dei
padrini decide di rinunciare al duello. Ecco che riappare in
scena Delia; Michele, «quasi gemendo» la invoca e, tra lo
stupore dei presenti, i due amanti «s'abbracceranno
freneticamente», scoprendo «la segreta violenta passione da cui
forsennatamente fin dal primo vedersi l'uno e l'altra sono stati
attratti e presi, e che han voluto mascherare davanti a sé
stessi di pietà e di interesse per Giorgio Salvi, gridando
d'aver voluto, ciascuno a suo modo e l'una contro l'altro,
salvarlo».
Nel «Secondo intermezzo corale», ancora nel stesso corridoio del
teatro, si sparge la voce che Amelia Moreno ha schiaffeggiato la
prima attrice perché si è riconosciuta nel personaggio di Delia
Morello e si dice che abbia schiaffeggiato anche l'Autore. Si
scatena un putiferio.
Gli attori sono intenzionati ad abbandonare il teatro per
protesta, mentre il Direttore del Teatro e l'Amministratore
della Compagnia tentano inutilmente di trattenerli. Tra la folla
il barone Nuti protesta gridando: «Due cuori alla gogna! Due
cuori che sanguinano ancora, messi alla gogna!»; e, scorgendo la
Moreno - che da parte sua si è lamentata con il Capocomico per
l'orrore di essersi vista rappresentata sulla scena -, le si
lancia incontro scongiurandola di tornare con lui. La donna
tenta di divincolarsi ma poi gli si abbandona, facendo senza
volerlo - osserva Uno spettatore intelligente - «quello che
l'arte aveva preveduto». Al Capocomico non resta che licenziare
il pubblico perché «la rappresentazione del terzo atto non potrà
più aver luogo». Soluzione obbligata perché come in uno
psicodramma, i protagonisti del fatto di cronaca, vedendosi
rappresentati dall'arte, ne hanno ripetuto le sequenze prendendo
coscienza della loro passione. Se prima l'arte si è ispirata
alla cronaca, in un'indissolubile circolarità, è poi la vita a
imitare l'arte, spiegandosi a se stessa.
La prima messinscena allestita nel 1924 a Milano, dalla
Compagnia Niccodemi - con Vera Vergani, Luigi Cimara (nei doppi
ruoli di Moreno-Morello e di Nuti-Rocca) e Sergio Tofano
("attore brillante", nella parte di Diego Cinci) - ebbe, in
complesso, accoglienza favorevole. Nello stesso anno la commedia
fu replicata a Torino e a Roma. Una ripresa di una sola sera, il
26 gennaio 1928, si ebbe al Politeama Giocosa di Napoli a cura
del Teatro d'Arte diretto da Pirandello, con Marta Abba, Tina
Abba, Rodolfo Martini, Flavio Diaz, Lamberto Picasso e le
scenografie di Virgilio Marchi. Al 1961 risale un nuovo
allestimento curato da Luigi Squarzina.
La critica ha espresso riserve su questo testo: Domenico Lanza
definì subito i personaggi della commedia «un'accolta di morbosi
cerebrali, pazzi o semipazzi, decadenti della volontà,
tormentatori di sé e degli altri, svuotati d'ogni persuasiva
umanità e congegnati artificialmente con puri meccanismi
dialettici»; Gaspare Giudice, tra gli studiosi più recenti,
considera Ciascuno a suo modo un'«abilissima manipolazione del
disordine (o normalizzazione del disordine) che si fa pura
bravura».
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