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teatro
- 1923
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La vita che ti diedi
- tragedia in tre
atti
personaggi ed introduzione |
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PERSONAGGI
Donn'Anna
Lucia
Maubel
Francesca
Noretti, sua madre
Fiorina
Segni, sorella di Donn'Anna
Don Giorgio
Mei, parroco
Lida e
Flavio, figli di Donna Fiorina
Elisabetta,
vecchia nutrice
Giovanni,
vecchio giardiniere
Due fanti
Donne del
contado
In una
villa solitaria della campagna toscana.
Oggi.
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Scritta da Pirandello per
Eleonora Duse, "La
vita che ti diedi" appare alla lettura di oggi estremamente
attuale, perché approfondisce con grande acutezza la complessità
dei rapporti madre-figlio all'interno di una famiglia borghese,
dove l'arrivo di una giovane donna scatenerà le ambiguità
nascoste della madre che arriverà a gesti di violenza e perfino
di ricatto pur di non perdere l'amore del figlio.
“La vita che ti diedi” nasce nel 1922,
viene rappresentata nel ’23, pubblicata nel ’24 e deriva
liberamente da una novella del 1916 “La camera in attesa”,
dove una madre ha un figlio andato in guerra e lì scomparso,
forse morto.
Con questa pièce Pirandello, svelandoci i lati più misteriosi
della figura materna, ci trascina in una storia insieme
emozionante e ironica estremamente attuale, approfondendo non
solo la tragedia di una madre, ma la tragedia della “personalità
materna”, generica, assoluta, senza faccia: cerca il sublime
della maternità.
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Tutto ruota intorno al ritratto della protagonista, la madre,
Donn’Anna Luna, che ha
vissuto sette anni col figlio lontano, immaginandolo e
sognandolo come lo aveva conosciuto quando era con lei.
Quando lui ritorna si trova di fronte un’altra persona, un
estraneo, diverso da come aveva continuato a pensarlo in quel
lungo periodo della sua assenza.
Subito dopo egli muore e la madre rifiuta di accettare
l’accaduto, ha la sensazione che il morto sia un altro, che suo
figlio “tornerà”. Questa sua illusione viene alimentata
dall’arrivo della giovane Lucia
Maubel, amante del figlio scomparso, che giunge alla
sua ricerca poiché attende un bambino da lui, e alla quale Donn’Anna
ne nasconde la morte, sostenendo che è partito e deve tornare.
L’incontro tra le due donne rivela la lucida follia della madre
che arriverà perfino al ricatto pur di non perdere l’amore del
figlio.
Solo quando Lucia, appresa la morte dell’amato, scoppia a
piangere e ricorda che quando era partito era sciupato e malato,
Donn’Anna raggiunge la consapevolezza che il figlio non c’è più.
Luigi Squarzina - Note di regia - 2004
Senza voler mettere in discussione
l'acceso disperato protagonismo della figura di Donn'Anna,
sarebbe riduttivo sacrificare ad essa la singolare intrigante
complessità de "La vita che ti diedi", un'opera che Pirandello
concepisce e scrive nel pienissimo delle sue forze creative.
Segnaliamo come chiave di lettura la sequenza centrale del
secondo atto, prima dell'arrivo di Lucia, l'amante del figlio di
Donn'Anna morto ormai da dieci giorni e di cui la madre si
rifiuta di accettare la morte avvenuta sotto i suoi occhi: il
morto è "un altro", il figlio "tornerà". E' una sequenza
originale e inquietante. Queste tre scene nelle quali Donn'Anna
è fisicamente assente - tranne, nella prima, una sua breve
presenza semisilenziosa e "un po' in disparte, nell'ombra" -
confermano l'ispirazione lirica e concettuale al tempo stesso
che sorreggeva l'autore in ogni momento.

Dapprima Donna Fiorina, la sorella di Donn'Anna, riscontra con
tremore ("sbigottimento", "come un incubo") su di sé e sui suoi
figli, che rivede a distanza di un anno, la capacità della vita
di farci "altri" da quelli che ci consideriamo stabilmente, e
crediamo che il nostro prossimo sia capacità che non aveva
ammesso e di cui non aveva inteso il tragico senso quando Donn'Anna
gliene parlava nel dialogo/monologo del primo atto. Poi, nella
scena "vuota e buia con quel solo riverbero spettrale"
proveniente dalla stanza del figlio, "senza il minimo rumore, la
sedia accostata davanti alla tavola da scrivere si muoverà come
se una mano invisibile la girasse" e "la lieve cortina davanti
alla finestra si solleverà... come scostata dalla stessa mano, e
ricadrà". E' rarissima, forse unica nel corpus teatrale
pirandelliano, una simile oggettivazione dell'invisibile,
verrebbe fatto di accreditarla al paranormale se non
riflettessimo che l'autore vuole dirci (e dunque, a teatro,
mostrarci in azione) quello che proprio ci dice nella
didascalia: "(Chi sa che cose avvengono, non viste da nessuno,
nell'ombra delle stanze deserte dove qualcuno è morto.)", e ce
lo dice nell'ironia di una parentesi..Il terzo segmento della
sequenza è il dialogo sulla luna, da non pochi definito
leopardiano, fra la vecchia servente Elisabetta e il vecchio
giardiniere che è all'estemo e di cui sentiamo solo la voce. Il
giardiniere ripete ingenuamente e saggiamente certe parole del
figlio tonato a casa, come sapremo al finale, "a morire";
"...notte è qua per noi, ma la luna non la vede, perduta lassù
nella sua luce...".
Nell'insieme sono dieci minuti, non di più, di pura estasi
teatrale, per preparare l'apparizione più attesa: l'amante, il
cui destino è in gioco, colei "che non sa", che "è voluta
venire", e noi non sappiamo perché.
'La vita che ti diedi" nasce nel 1922-23, viene rappresentata
nel '23 , pubblicata nel '24 e deriva liberamente da una novella
del 1916, "La camera in attesa", dove una madre ha un figlio
andato in guerra, la guerra di Libia, e lì scomparso. Disperso,
morto? La madre e le tre sorelle hanno fiducia e continuano a
tenere pronta la stanza del figlio, curandola ogni giorno in
ogni dettaglio come se da un momento all'altro dovesse
ritornare, finché è la fidanzata a perdere ogni speranza e a
mettersi ccn un altro, cagionando la fine dell'illusione. Questo
non ricorda, anche nel titolo, un film del 2001 che ci ha
commosso?
Luigi Squarzina
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